Addio Sergio Marchionne – Ma se i media di regime Vi prendono per i fondelli con servizi strappalacrime, noi vogliamo dire la verità sul manager del sistema che, nel silenzio della politica neoliberista, ha brutalmente smantellamento i diritti del lavoro (sulla pelle della Gente) in nome del Dio Profitto!

 

Sergio Marchionne

 

 

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Addio Sergio Marchionne – Ma se i media di regime Vi prendono per i fondelli con servizi strappalacrime, noi vogliamo dire la verità sul manager del sistema che, nel silenzio della politica neoliberista, ha brutalmente smantellamento i diritti del lavoro (sulla pelle della Gente) in nome del Dio Profitto!

 

Le verità di Marchionne, il silenzio della politica neoliberista

 

 

Agganciando il mercato americano con lo sbarco negli Usa attraverso la Chrysler, ha evitato che il tramonto storico della Fiat si trasformasse in una catastrofe. Ha impedito quindi che l’Italia uscisse dal club dei produttori di auto, cioè da quella che nei decenni passati è stata anche un’aristocrazia operaia e sindacale, avanguardia di importanti diritti sociali. Il super-manager improvvisamente scomparso a 66 anni ha saputo guardare oltre l’orizzonte, lo piange Sergio Mattarella, trascurando lo scontro con la Fiom di Landini che a Marchionne contestò il drastico, brutale smantellamento dei diritti del lavoro, il prezzo (salatissimo) per rilanciare un marchio come l’Alfa Romeo da opporre al dominio tedesco, e per paracadutare la Jeep nel mercato cinese. Ma il problema di fondo – ripeteva Marchionne – è il declino della classe media: chi se la compra più, la Panda, se crolla il potere d’acquisto delle famiglie italiane? Interamente neoliberista il credo globale del salvatore provvisorio dell’ex Fiat: al mercato non si comanda, il lavoro sparisce e deve necessariamente emigrare là dove ci sono compratori. L’alternativa sarebbe una sola, la politica: e proprio la scomparsa della politica, fondata sull’investimento pubblico, ha scolpito la grandezza di Marchionne in un Occidente desolatamente solo e impoverito, esposto al ricatto finanziario dello spread – quello che decreta, anche, il tracollo delle vendite di auto in Europa e in Italia.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storianazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storiadella “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democraziadi mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politicae della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potereforte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisicome emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politicasottomessa al potereeconomico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politicadel condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europacalasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il poterefinanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politicaridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.Agganciando il mercato americano con lo sbarco negli Usaattraverso la Chrysler, ha evitato che il tramonto storico della Fiat si trasformasse in una catastrofe. Ha impedito quindi che l’Italia uscisse dal club dei produttori di auto, cioè da quella che nei decenni passati è stata anche un’aristocrazia operaia e sindacale, avanguardia di importanti diritti sociali. Il super-manager improvvisamente scomparso a 66 anni ha saputo guardare oltre l’orizzonte, lo piange Sergio Mattarella, trascurando lo scontro con la Fiom di Landini che a Marchionne contestò il drastico, brutale smantellamento dei diritti del lavoro, il prezzo (salatissimo) per rilanciare un marchio come l’Alfa Romeo da opporre al dominio tedesco, e per paracadutare la Jeep nel mercato cinese. Ma il problema di fondo – ripeteva Marchionne – è il declino della classe media: chi se la compra più, la Panda, se crolla il potered’acquisto delle famiglie italiane? Interamente neoliberista il credo globale del salvatore provvisorio dell’ex Fiat: al mercato non si comanda, il lavoro sparisce e deve necessariamente emigrare là dove ci sono compratori. L’alternativa sarebbe una sola, la politica: e proprio la scomparsa della politica, fondata sull’investimento pubblico, ha scolpito la grandezza di Marchionne in un Occidente desolatamente solo e impoverito, esposto al ricatto finanziario dello spread – quello che decreta, anche, il tracollo delle vendite di auto in Europae in Italia.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storianazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storiadella “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democraziadi mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politicae della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potereforte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisicome emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politicasottomessa al potereeconomico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politicadel condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europacalasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il poterefinanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politicaridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storia nazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storia della “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata

al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democrazia di mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politica e della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potere forte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisi come emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politicasottomessa al potere economico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politica del condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europa calasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il potere finanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politica ridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.

 

 

 

fonte:http://www.libreidee.org/2018/07/le-verita-di-marchionne-e-il-silenzio-della-politica-neoliberista/

Francia e Italia litigano sui migranti, ma di nascosto ne approfittano per negoziare sugli armamenti

 

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Francia e Italia litigano sui migranti, ma di nascosto ne approfittano per negoziare sugli armamenti

 

Francia e Italia litigano sui migranti e negoziano sugli armamenti

L’emergenza migranti e il caso della nave Aquarius respinta dall’Italia sono un’occasione per l’Europa per stanziare più fondi e per rilanciare l’industria degli armamenti

Di Roberto Ferrigno

L’episodio della nave Aquarius non poteva provocare una vera crisi tra Italia e Francia. Troppi, e troppo importanti, i temi del tavolo negoziale tra Roma e Parigi. Il vertice Macron-Conte dei giorni scorsi ha, infatti, restituito l’immagine di due governi allineati sull’argomento più mediatico ed utile alle necessità di politica interna di entrambi i leader: elaborare una nuova strategia UE di gestione dei migranti.

Non a caso, in coincidenza col vertice franco-italiano, la Commissione ha rilanciato la proposta di stanziare, per il periodo 2021-2027, 4,8 miliardi di euro per la sicurezza interna e 34,9 miliardi per la sicurezza dei confini esterni e la gestione dei migranti: il triplo dei fondi disponibili nel precedente settennato.

Inoltre, Frontex, l’Agenzia Europea per la Guardia Costiera e di Frontiera, dovrebbe ricevere 12 miliardi per arrivare a costituire, tra l’altro, una forza di 10mila uomini da dislocare lungo i confini marittimi e terrestri dell’UE. Rimane da vedere se questo aumento spettacolare dei fondi proposto per il prossimo budget UE servirà a sbloccare la paralisi sulla questione migranti che sta minando anche gli equilibri politici interni della Germania.

Un assist per l’industria bellica

La scelta italiana di respingere la nave Aquarius ha reso evidente quanto ipocrisia, sotterfugi e passività abbiano minato la solidità e credibilità dell’UE. Ma la risposta sarà un giro di vite securitario e repressivo a cui si accompagna il rilancio dell’industria degli armamenti. Infatti, insieme al pacchetto su sicurezza e migranti, la Commissione ha ufficializzato il lancio dello European Defense Fund (EDF), con un finanziamento di 13 miliardi – che arriverebbe a 40 miliardi con le contribuzioni nazionali – teso a favorire lo sviluppo di tecnologie e sistemi di punta nel campo della difesa, quali droni e strumenti di cyberwarfare.

Il fondo finanzierà esclusivamente “progetti collaborativi” presentati da almeno tre Stati membri. La Commissione ha anche lanciato l’iniziativa “European Peace Facility” con l’obbiettivo di organizzare e coordinare missioni militari all’estero e, soprattutto, di costituire il punto di vendita a Paesi extra-UE per i sistemi di armamento e tecnologie militari sviluppati dall’EDF.

Ue: nuovo polo di vendita armamenti

La Commissione punta a fare dell’UE un polo di sviluppo e vendita di armamenti che, pur coordinato con la NATO, sia in grado di rivaleggiare con USA, Russia e Cina. Francia, Germania e Italia sono già a ridosso dei tre maggiori produttori mondiali degli armamenti. L’EDF rappresenta, dunque, un’ottima opportunità per Parigi e Roma di porsi come leader europei.

Con l’attenzione dei media rivolta al caso Aquarius, le delicate trattative per un apparentamento dell’industria degli armamenti franco-italiana nell’ambito della svolta securitario-militare dell’UE, possono procedere indisturbate.

Una tappa importante è rappresentata dalla partnership franco-italiana nel campo delle costruzioni navali. Fincantieri, dopo un lungo e tortuoso negoziato, si è già assicurata la proprietà del 50% dei cantieri STX di Saint-Nazaire, specializzati nella costruzione di grandi unità militari. Le parti ora stanno discutendo un’accresciuta integrazione delle capacità militari marittime che si dovrebbe realizzare attraverso un percorso di partecipazioni incrociate tra Fincantieri ed un’altra azienda, Naval Group, il cui 62,9% è detenuto dallo Stato, che dovrebbero aumentare in base all’elaborazione di programmi comuni.

La collaborazione tra questi due gruppi si è recentemente concretizzata in un ricco contratto comune per la marina militare del Canada, la quale per 47 miliardi comprerà fino a 15 fregate, le cui dotazioni di sistemi elettronici verranno fornite dal tandem Thales-Leonardo. Thales è proprietaria del 35% di Naval Group ed ha la quota maggioritaria nel gruppo Thales Alenia Space, con Leonardo in possesso del 33%.

La progressiva integrazione di Fincantieri, di cui lo Stato italiano possiede il 71,64%, con il settore navale francese potrebbe preludere ad un ulteriore “avvicinamento” tra Leonardo e Thales, due tra le maggiori aziende europee di armamenti e sistemi di difesa.

Il mercato degli armamenti dell’UE vale, per ora, circa 100 miliardi. Ma quello mondiale supera il 1.700 miliardi.

Il negoziato franco-italiano sulla creazione di un possibile polo tricolore degli armamenti, gestito direttamente dai massimi vertici governativi, prosegue dunque in grande discrezione, con la prospettiva di poter arrivare a qualche annuncio importante entro il 2018.

In una situazione dove l’enfasi della difesa degli interessi e delle frontiere nazionali domina il dibattito politico in seno all’UE, sembra proprio che le migliori prospettive di integrazione e solidarietà europea siano quelle dell’industria degli armamenti.

fonte: https://valori.it/francia-e-italia-litigano-sui-migranti-e-negoziano-sugli-armamenti/

 

 

L’analisi DEMOSKOPIKA – Il “sistema Italia” spende 40 mln di Euro al giorno per l’Unione Europea. Ogni italiano per “sostenere” l’Europa ha paga in media 875 euro ricevendone soltanto 585…!

 

Europa

 

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L’analisi DEMOSKOPIKA – Il “sistema Italia” spende 40 mln di Euro al giorno per l’Unione Europea. Ogni italiano per “sostenere” l’Europa ha paga in media 875 euro ricevendone soltanto 585…!

 

Il “sistema Italia” spende 40 mln di euro al giorno per UE
DEMOSKOPIKA: CIASCUN ITALIANO PER “SOSTENERE” L’EUROPA HA PAGATO IN MEDIA 875 EURO RICEVENDONE SOLTANTO 585

Nell’ultimo triennio, il sistema regionale italiano ha versato nella casse dell’Unione europea ben 44 miliardi di euro incassando soltanto 35, con un saldo “in rosso” pari a 8,5 miliardi di euro. Nel 2017 l’ammontare complessivo generato dai territori per “restare” in Europa è stato pari a 14.881 milioni, con un incremento del 3,9% rispetto all’anno precedente quando il monte contributi aveva raggiunto i 14.328 milioni di euro. È quanto emerge dalle stime contenute nello studio “Europa Bicefala. Analisi dei rapporti finanziari del sistema regionale italiano con le istituzioni comunitarie” realizzato dall’Istituto Demoskopika che ha osservato il periodo 2015-2017..

Secondo il report, l’Italia è divisa in due nella distribuzione dei rapporti finanziari con le istituzioni comunitarie: tutte le regioni rientranti nell’ex “obiettivo convergenza” (regioni meno sviluppate e regioni in transizione), eccezion fatta per l’Abruzzo, presentano un saldo positivo pari a 7 miliardi di euro mentre, al contrario, le regioni più sviluppate (ex “obiettivo competitività”) hanno versato decisamente più di quanto incassato con un “credito” maturato pari a oltre 15 miliardi di euro.

Una dicotomia probabilmente “condizionata” – si legge nello studio – dall’attuazione della politica di coesione con cui l’Unione europea, attraverso l’impiego dei fondi strutturali, punta a riequilibrare i divari esistenti, a livello di sviluppo economico e di tenore di vita, tra le diverse realtà regionali.

In questo scenario, inoltre, è la Lombardia a risultare il maggiore finanziatore italiano con oltre 10 miliardi di euro di contributo stimato ma anche la realtà più penalizzata considerato un saldo negativo pari a ben 5,5 miliardi di euro. Situazioni significativamente più convenienti per Sicilia e Campania che hanno ricevuto circa 4 miliardi di euro in più di quanto hanno versato.

“Lo studio, seppur non esaustivo in quanto incentrato principalmente nella relazione dicotomica del dare/avere – commenta il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio – conferma le criticità generate dalla complessità del sistema di finanziamento dell’Unione europea che, principalmente negli attuali meccanismi di riscossione e di calcolo delle risorse, come più volte evidenziato dalla Corte dei Conti europea, risulta poco leggibile disincentivando processi di controllo diretto da parte dei cittadini”.

“È auspicabile – continua Raffaele Rio – nell’ottica del raggiungimento dell’autonomia finanziaria dell’Unione europea, un’accelerazione  delle istituzioni comunitarie nella valutazione del progetto di riforma presentato dal Gruppo di alto livello istituito dai presidenti della Commissione, del Parlamento europeo e del Consiglio europeo nel 2017. Proposta che prevede l’introduzione di tasse e imposte direttamente connesse alla dimensione europea.  In questo quadro, riformare l’attuale meccanismo di partecipazione al bilancio dell’Unione europea – conclude il presidente di Demoskopika – produrrebbe, senza alcun dubbio, un cambiamento della percezione dei cittadini in direzione di una maggiore consapevolezza collettiva circa la capacità di metter in comune risorse in modo economicamente più efficace e di una minore convinzione che finanziare l’Europa rappresenti principalmente un fattore di costo per il “sistema Italia’”.

Versamenti all’UE: 44 miliardi da reddito nazionale lordo, IVA e dazi

È stato pari a 43.998 milioni di euro, la somma dei contributi europei versati dall’Italia all’Unione europea nel periodo 2015-2017 che l’Istituto Demoskopika ha potuto stimare su base regionale partendo dalla cosiddette “risorse proprie”.

In particolare, la contribuzione degli Stati membri al Bilancio dell’Unione europea, per come ben evidenziato nell’ultima relazione della sezione di controllo per gli affari comunitari e internazionali della Corte dei Conti, è finanziato principalmente attraverso tre tipologie di “risorse proprie”: la risorsa basata sul Reddito nazionale lordo (RNL), la risorsa propria basata su un’aliquota uniforme (pari allo 0,3%) applicata alle basi imponibili IVA armonizzate e, infine, le risorse proprie tradizionali, costituite dai dazi doganali sulle importazioni e dai contributi sulla produzione dello zucchero, detratta una ritenuta per oneri di accertamento e riscossione.

Entrando nel dettaglio dei dati rilevati, emerge che la quota del contributo ascrivibile alla risorsa basata sul RNL è stata pari 33.895 milioni di euro rappresentando ben il 77% delle entrate da risorse proprie analizzate. A seguire 5.087 milioni di euro, pari all’11,6%, di dazi sulle merci provenienti importate dall’Italia e provenienti da fuori Unione europea e, infine, 5.016 milioni di euro, pari all’11,4%, quale quota proveniente dall’IVA.

Finanziamenti dal “basso”: in testa Lombardia, Lazio, Veneto ed Emilia Romagna

Sono quattro i principali finanziatori del bilancio comunitario. Lombardia, Lazio, Veneto ed Emilia Romagna, nel triennio osservato, hanno versato nella casse europee ben 23 miliardi di euro pari alla metà del finanziamento complessivo italiano: la Lombardia ha contribuito con 10.047 milioni di euro pari al 22,8%, il Lazio con 4.711 milioni di euro (10,7%), il Veneto con 4.198 milioni di euro (9,5%) e l’Emilia Romagna con 4.006 milioni di euro (9,1%). Seguono con un livello di contribuzione rilevante altre quattro realtà territoriali: Piemonte con 3.470 milioni di euro (7,9%), Toscana con 2.924 milioni di euro (6,6%), Campania con 2.652 milioni di euro (6,0%) e Sicilia con 2.264 milioni di euro (5,1%).

Sono quattro, inoltre, i sistemi regionali analizzati che presentano valori assoluti di partecipazione al bilancio dell’Unione Europea superiore al miliardo di euro: Puglia con 1.838 milioni di euro (4,2%), Liguria con 1.241 milioni di euro (2,8%), Marche con 1.057 milioni di euro (2,4%) e Trentino Alto Adige  con 1.034 milioni di euro (2,3%).

Le rimanenti regioni, infine, si caratterizzano per livelli osservati significativamente minori: Friuli Venezia Giulia con 958 milioni di euro (2,2%), Sardegna con 887 milioni di euro (2,0%), Calabria con 802 milioni di euro (1,8%), Abruzzo con 799 milioni di euro (1,8%), Umbria con 539 milioni di euro (1,8%), Basilicata con 308 milioni di euro (0,7%), Molise con 155 milioni di euro (0,4%) e, infine, Valle d’Aosta con 107 milioni di euro (0,2%).

Accrediti dall’UE: tre regioni del Sud tra le prime quattro

Campania, Sicilia e Puglia hanno ricevuto un castelletto di pagamenti europei per circa 12 miliardi di euro nel periodo che va dal 2015 al 2017. Un dato che colloca le tre regioni del Sud rispettivamente al primo posto (Campania), con 4.903 milioni di euro, al terzo posto (Sicilia) con 3.996 milioni di euro e al quarto posto (Puglia) con 3.071 milioni di euro nella graduatoria dei sistemi regionali maggiormente beneficiari di risorse comunitarie. Tra loro, collocandosi al secondo posto, si affaccia la Lombardia che ha ricevuto 4.521 milioni di euro.

A seguire, nell’analisi degli accrediti in valore assoluto stimati su base regionale, si posizionano, in ordine decrescente, il Lazio con 2.786 milioni di euro, il Veneto con 2.310 milioni di euro, il Piemonte con 2.210 milioni di euro, la Calabria con 2.156 milioni di euro e l’Emilia Romagna con 2.077 milioni di euro. E, ancora, la Toscana con 1.860 milioni di euro, la Sardegna con 1.105 milioni di euro, la Liguria con 795 milioni di euro, le Marche con 743 milioni di euro, l’Abruzzo, con 709 milioni di euro e il Friuli Venezia Giulia con 594 milioni di euro. In coda, per pagamenti in valore assoluto ricevuti dall’Unione Europea si collocano i rimanenti cinque sistemi regionali: Trentino Alto Adige con 491 milioni di euro, l’Umbria con 462 milioni di euro, la Basilicata con 408 milioni di euro, il Molise con 177 milioni di euro e, infine, la Valle d’Aosta con 73 milioni di euro.

“Relazioni finanziarie”: per il sistema regionale, saldo negativo di 8,5 miliardi di euro

Per il sistema delle regioni analizzato, la differenza tra i versamenti e gli accrediti stimati da Demoskopika mostra complessivamente un saldo negativo pari a 8.548 milioni di euro: 43.998 milioni di euro di contributi al bilancio europea a fronte di 35.450 milioni di euro ricevuti.

Dallo studio emerge un’Italia divisa in due nella distribuzione dei rapporti finanziari con le istituzioni comunitarie: tutte le regioni rientranti nell’ex “obiettivo convergenza” (regioni meno sviluppate e regioni in transizione), eccezion fatta per l’Abruzzo, presentano un saldo positivo pari a 7 miliardi di euro mentre, al contrario, le regioni più sviluppate (ex “obiettivo competitività”) hanno versato decisamente più di quanto incassato con un “credito” maturato pari a oltre 15 miliardi di euro.

È la Lombardia ad avere il saldo negativo più rilevante: 5.526 milioni di euro pari al 65% dell’intero credito generato dall’intero sistema italiano secondo le stime dell’Istituto Demoskopika. Immediatamente dopo si collocano altre cinque sistemi regionali che presentano un bilancio “in rosso” rilevanti nel rapporto tra dare e avere con l’Unione europea: Emilia Romagna (-1.929 milioni di euro), Lazio (-1.925 milioni di euro), Veneto (-1.887 milioni di euro), Piemonte (-1.259 milioni di euro) e Toscana (-1.064 milioni di euro).

Saldo negativo anche Trentino Alto Adige (-542 milioni di euro), Liguria (-446 milioni di euro), Friuli Venezia Giulia (-364 milioni di euro) e Marche (-314 milioni di euro). Contrassegnati dal “segno rosso”, seppur con livelli meno significativi, anche il saldo dell’Abruzzo (-90 milioni di euro), dell’Umbria (-77 milioni di euro) e della Valle d’Aosta (-34 milioni di euro).

Le realtà territoriali che, al contrario, hanno ricevuto più risorse comunitarie rispetto al loro contributo sono, ad eccezione dell’Abruzzo, tutte le regioni rientranti nella ex priorità della cosiddetta “Convergenza” verso la quale sono canalizzati la maggior parte dei fondi che gestiscono risorse per investimenti a favore della crescita e dell’occupazione. E, in particolare, presentano saldi positivi le quattro regioni meno sviluppate, ossia quelle con un PIL pro capite inferiore al 75% della media comunitaria: Puglia (+1.233 milioni di euro), Calabria (+1.354 milioni di euro), Sicilia (+1.732 milioni di euro) e Campania (+2.251 milioni di euro). Infine, tra le regioni cosiddette in transizione, ossia con un PIL pro capite compreso tra il 75% e il 90% della media comunitaria, registrano un saldo positivo il Molise (+22 milioni di euro), la Basilicata (+100 milioni di euro) e la Sardegna (+218 milioni di euro).

 Classifica per contributo pro-capite: lombardi primi, calabresi ultimi

Quanto ha pagato ciascun cittadino italiano per “sostenere” l’Europa dal 2015 al 2017? In media circa 875 euro ricevendone soltanto 585 euro.

Dall’analisi dei dati, a livello regionale,  emerge che a contribuire maggiormente all’Unione europea sono i cittadini che, in proporzione, hanno ricevuto meno risorse comunitarie.  Calcolando, infatti, l’ammontare della contribuzione in base al numero dei cittadini residenti in ciascuna regione italiana, il quadro che emerge è abbastanza evidente: ogni lombardo, nell’ultimo triennio, ha sborsato ben 1.003 euro a fronte dei 408 euro di un calabrese.  Un andamento, ancora più evidente, se confrontato alle somme ricevute: 451 euro per ogni cittadino residente in Lombardia a fronte di 1.097 euro di un cittadino residente in Calabria.

Continuando nell’analisi del livello di contribuzione pro-capite, immediatamente dopo i lombardi si posizionano i residenti del Trentino Alto Adige con 973 euro per cittadino ricevendone 462 euro, gli emiliano-romagnoli con 900 euro di versamenti all’Unione europea in cambio di 467 euro e i veneti con 855 contributi versati per ciascun cittadino a fronte di soli 471 ricevuti. E, ancora, lo studio di Demoskopika ha rilevato un ammontare di versamenti pro-capite per la Valle d’Aosta pari a 847 euro (579 euro ricevuti), per il Lazio pari a 799 euro (472 euro ricevuti), per la Liguria pari a 793 euro (508 euro ricevuti), per il Piemonte pari a 790 euro (503 euro ricevuti), per il Friuli Venezia Giulia pari a 787 euro (488 euro ricevuti), per la Toscana pari a 781 euro (497 euro ricevuti).

E, ancora, dal 2015 al 2017, i marchigiani hanno versato 687 euro pro-capite a fronte di trasferimenti dall’Unione Europea monitorati per 483 euro, gli umbri 606 euro di pagamenti effettuati in cambio di 520 euro e gli abruzzesi 605 euro (536 euro ricevuti).

Infine, sono sette le regioni i cui residenti, in termini pro-capite, hanno ricevuto dall’Unione europea più di quanto hanno versato: i lucani con 540 di versamenti effettuati a fronte di 716 euro di pagamenti ricevuti, i sardi con 536 euro versati a fronte di 668 euro ricevuti, i molisani con 499 euro versati a fronte di 571 euro ricevuti, i campani con 454 euro versati a fronte di 840 euro ricevuti,  i pugliesi con 452 euro versati a fronte di 756 euro ricevuti, i siciliani e i calabresi rispettivamente con 448 e 408 euro di contributi al bilancio comunitario in cambio di 790 euro e ben 1.097 euro “incassati”.

 

fonte: https://ofcs.report/economia/il-sistema-italia-spende-40-mln-di-euro-al-giorno-per-ue/

Non dimenticate le parole di Juncker: “gli italiani lavorino di più e siano meno corrotti” …l’avrà pure detto dopo la terza bottiglia di vino, ma è questa l’Europa dove vogliamo stare?

 

Juncker

 

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Non dimenticate le parole di Juncker: “gli italiani lavorino di più e siano meno corrotti” …l’avrà pure detto dopo la terza bottiglia di vino, ma è questa l’Europa dove vogliamo stare?

“Gli italiani devono lavorare di più, essere meno corrotti e smettere di incolpare l’Ue per tutti i problemi dell’Italia”: sono le parole durissime espresse dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, pronunciate nella sessione di domande e risposte con il pubblico alla conferenza a Bruxelles ‘New Pact for Europe’.

L’esponente di Bruxelles ha invitato inoltre gli italiani a “smettere di guardare all’Ue per salvare le regioni più povere del Paese”. Juncker – secondo quanto riporta il Guardian – è “profondamente innamorato” della “Bella Italia” ma non accetta che incolpi l’Ue o la Commissione “per tutti i suoi problemi”. “Gli italiani devono prendersi cura delle regioni povere d’Italia. Ciò significa più lavoro; meno corruzione; serietà”, ha indicato Juncker. “Li aiuteremo come abbiamo sempre fatto. Ma non si faccia il gioco di scarico di responsabilità con l’Ue. Un Paese è un Paese, una nazione è una nazione. Prima i Paesi, l’Europa in secondo luogo”.

via AGI

Agghiacciante dichiarazione di Monti in aula al Senato nei confronti del nuovo Governo: “attenti o arriva la Troika” …solo a me queste parole ricordano tanto, forse troppo, gli avvertimenti dei mafiosi?

Monti

 

 

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Agghiacciante dichiarazione di Monti in aula al Senato nei confronti del nuovo Governo: “attenti o arriva la Troika” …solo a me queste parole ricordano tanto, forse troppo, gli avvertimenti dei mafiosi?

 

Fonte ANSA:

Governo: Monti, umiltà o arriva Troika…

Poi fa gli auguri al nuovo esecutivo, spero abbia successo

(ANSA) – ROMA, 5 GIU – Il governo Conte “nella sua interezza” deve mostrare “più umiltà e realismo” nei confronti del Paese, altrimenti rischia di fargli subire “l’umiliazione della Troika”. Lo ha detto il senatore a vita Mario Monti nella discussione generale sulla fiducia in Senato.
Monti ha rivolto “al nuovo governo sinceri auguri nell’interesse dell’Italia” dato che “chiunque abbia avuto l’onore e l’onere di guidare il governo non può che augurarsi il successo del governo”.

Fonte QUI

Un modo più soft per dire (parafrasando il grande Sordi) “perchè noi siamo noi e voi non siete un cazzo”?

Un semplice richiamare alla memoria che la nostra sovranità è solo una favoletta che ci raccontano l’Unine Europea e le Lobby per tenerci buoni?

Un avvertimento chiaramente mafioso fattoci pervenire da chi veramente comanda?

Staremo a vedere… Ma sicuramente non è il caso di stare tranquilli… Con certi delinquenti in giro…

By Eles

Chi tocca l’Europa muore: la lezione di Mattarella…!

Europa

 

 

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Chi tocca l’Europa muore: la lezione di Mattarella…!

 

28 maggio 2018

Un breve riassunto di quello che è successo il 28 maggio scorso: Giuseppe Conte, indicato da Lega e Movimento 5 Stelle come Presidente del Consiglio, è salito al Quirinale per conferire col Presidente della Repubblica, per comunicargli l’esito delle consultazioni e per presentargli la lista dei ministri. Già da diversi giorni si rincorrevano voci riguardanti la casella fondamentale di tale lista, quella legata al Ministro dell’Economia. Il Movimento 5 Stelle e la Lega avevano indicato Paolo Savona, già Ministro dell’industria durante il Governo Ciampi (1993-94). Le voci, dicevamo: dalle stanze del Quirinale era trapelato lo scontento del Presidente della Repubblica sul nome di Savona, considerato eccessivamente euroscettico. Un nome del genere, si argomentava, non sarebbe stato gradito né alle principali cancellerie europee, né ai famigerati mercati.

Poco prima dello scoccare delle 20, si sono aperte le porte della Sala della Vetrata, luogo nel quale avvengono le consultazioni. Ne è uscito il segretario generale della Presidenza della Repubblica, per leggere uno stringato comunicato che confermava le voci che si rincorrevano già da alcune ore: Giuseppe Conte ha rimesso il mandato nelle mani del Presidente. In altri termini, ha rinunciato a formare un governo. Dopo un breve e alquanto insignificante intervento dello stesso ex Presidente del Consiglio incaricato, è stata la volta di Mattarella.

In un discorso breve, ma molto denso, il Capo dello Stato ha spiegato le ragioni per le quali non si era giunti a una soluzione della più lunga crisi di governo della Storia repubblicana. Conviene riportare qui le parole di Mattarella.

“Ho chiesto per il ministero dell’Economia l’indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, coerente con il programma, che non sia visto come sostenitore di una linea più volte manifestata che potrebbe provocare l’uscita dell’Italia dall’euro.

La designazione del Ministro dell’Economia costituisce sempre un messaggio immediato per gli operatori economici e finanziari. Ho chiesto per quel ministero l’indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, che al di là della stima e della considerazione della persona non sia visto come sostenitore di linee che potrebbe provocare la fuoriuscita dell’Italia dall’euro, cosa differente dal cambiare l’UE in meglio dal punto di vista italiano. A fronte di questa mia sollecitazione ho constatato con rammarico indisponibilità a ogni altra soluzione, e il presidente del consiglio incaricato ha rimesso il mandato”.

Proviamo a tradurre in italiano il linguaggio istituzionale di Mattarella. I partiti che insieme detengono la maggioranza assoluta delle Camere gli hanno sottoposto il nome di Paolo Savona. Il nome è sgradito ai mercati e ai rappresentanti delle istituzioni europee, quindi non ha firmato il decreto di nomina e ha proposto loro un nome più moderato e digeribile, ben consapevole che non avrebbero accettato. Ricevuto l’atteso rifiuto, ha ritenuto impossibile formare un governo.

Da queste parole dovrebbe derivare una sana inquietudine. Quel che è accaduto conferma, laddove ve ne fosse ancora bisogno, alcuni fatti difficilmente contestabili. Sono cose che erano già lampanti, ma che mai erano state espresse in maniera così esplicite dalla prima carica dello Stato. Ecco cosa emerge dal discorso di Mattarella.

Nell’Unione Europea, la tanto decantata sovranità popolare è fortemente limitata. Se un governo, pur sostenuto dalla maggioranza assoluta del Parlamento, non è gradito all’Unione Europea, alla Germania e ai mercati, il voto popolare non conta nulla. O si fa il governo che dicono questi ultimi, o si torna al voto (“e stavolta cercate di votare come diciamo noi, tanto è inutile”).

Le ingerenze europee vanno ben oltre quanto previsto dai Trattati e passano per canali leggermente diversi rispetto a quelli previsti dalla Costituzione: l’intimidazione, la speculazione, le pressioni informali.

Di uscire dall’Euro non se ne parla, in senso letterale. Chi ne parla, chi anche accenna alla possibilità di farlo, addirittura chi lo dice e poi se ne pente (vedi Savona) perde qualsiasi dignità istituzionale. E il Presidente della Repubblica può tenerlo lontano dal governo, con ogni mezzo necessario.

Nubi oscure si addensano all’orizzonte.  Possiamo votare chi ci pare, ci mancherebbe. Ma il governo che verrà dovrà essere gradito in primo luogo ai mercati, alla Commissione europea e ai governi degli Stati che decidono, di fatto, i destini dell’Unione Europea.

Dopo che è successo?

 Dopo è successo che anche 5stelle e lega hanno dovuto calare la testa al potere Europeo. a Savona hanno dato comunque un ministero, quello dell’industria, del commercio e dell’artigianato, si, ok, importante. Ma intanto il messaggio era passato: comandano loro!

Non avevano nulla contro Savona, tant’è che l’abbiamo potuto avere come ministro. L’importante, in tutta questa vicenda, è che l’Europa ha fatto capite agli Italioti chi è che comanda!

Chi tocca l’Europa muore!

Perché l’Italia deve rimanere nell’Euro? Semplice, quando una moneta non si può svalutare si svalutano salari e stipendi… E indovinate un po’ chi lo prende a quel posto?

 

 

Euro

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Perché l’Italia deve rimanere nell’Euro? Semplice, quando una moneta non si può svalutare si svalutano salari e stipendi… E indovinate un po’ chi lo prende a quel posto?

 

La stragrande maggioranza del personale politico e media mainstream all’unisono tuonano che l’Italia non può permettersi di uscire dalla moneta unica. É quindi giunto il momento di rovesciare il paradigma ed evidenziare perché per l’Italia sia insostenibile la permanenza nella gabbia monetaria europea.

di Fabrizio Verde

Le recenti e arcinote vicende che hanno portato allo scontro istituzionale tra il presidente della Repubblica Mattarella e la maggioranza parlamentare M5S-Lega, con il conseguente veto sul nome di Paolo Savona evidentemente sgradito a Berlino e Bruxelles, hanno riportato in auge il mai sopito dibattito sulla permanenza dell’Italia nell’euro. Una forma coercitiva di governo più che una semplice moneta.

La stragrande maggioranza del personale politico e media mainstream all’unisono tuonano che l’Italia non può permettersi di uscire dalla moneta unica. É quindi giunto il momento di rovesciare il paradigma ed evidenziare perché per l’Italia sia insostenibile la permanenza nella gabbia monetaria europea.

Una situazione dove l’Italia si era già cacciata negli anni del fascismo, quando Mussolini decise che per ragioni di prestigio internazionale la Lira dovesse raggiungere e mantenere la parità con la Sterlina inglese.

Il 18 agosto del 1926 in un discorso tenuto a Pesaro, Benito Mussolini, annunciò per la Lira una politica di rivalutazione nei confronti della Sterlina, la valuta mondiale di riferimento a quel tempo. Il regime, esclusivamente per motivi di prestigio e credibilità internazionale, adottò una politica di forte rivalutazione della moneta fissando l’obiettivo alla «prestigiosa quota 90». L’obiettivo stabilito e raggiunto nel dicembre del 1927 con l’introduzione da parte di Mussolini del Gold Standard Exchange, fu quello di condurre il tasso di cambio da 153,68 Lire per una Sterlina, a 90 Lire per una Sterlina. Una rivalutazione di ben il 19% per la moneta italiana.

Passano due anni con la Lira sempre attestata sulla fatidica «quota 90», il fascismo arroccato alla strenua difesa della prestigiosa quota e la Grande Depressione del 29′ in arrivo dagli Stati Uniti d’America relegata in qualche trafiletto semi-nascosto, giacché i giornali del regime sono impegnati a narrare agli italiani le mirabolanti conquiste del corporativismo fascista. Intanto il tenore di vita degli italiani peggiora notevolmente. I forti tagli salariali sono stati già definitivamente sanciti attraverso l’approvazione della «Carta del Lavoro». Il costo della crisi e del supposto prestigio derivante dalla moneta forte è scaricato per intero sulla classe lavoratrice.

Quando non si può svalutare la moneta si svaluta il lavoro attraverso i salari.

L’analogia con l’Euro è lampante su questo punto.

La «Lira forte» è una delle bandiere del regime tanto che Mussolini di dichiara pronto a «difendere la Lira fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo sangue». Appaiono inquietanti certe analogie con i difensori dell’Euro a spada tratta, costi quel che costi. Inoltre, altra analogia (già richiamata in precedenza) con l’attuale scenario, per sostenere il rialzo della Lira si dovette ricorrere a politiche deflattive sui salari che tra il 1927 e il 1928, e senza soluzione di continuità sino ai primi anni 30′ subirono diminuzioni dal 10% al 20% a seconda delle categorie. Una scure calò sui salari degli operai che videro peggiorare le loro già miserevoli condizioni di vita.

Arriviamo così al 1930: la Lira è sempre arroccata a «quota 90» nei confronti della valuta inglese e la situazione continua a peggiorare, complice anche la Grande Depressione che porta i banchieri privati americani a richiedere indietro i milioni di dollari dati in prestito a comuni, enti e società italiane a partire dal 1925. A pagare il prezzo più alto è sempre la classe lavoratrice: i disoccupati aumentano di 140 mila unità rispetto all’anno precedente, i salari subiscono una stretta ulteriore (25% lavoratori agricoltura – 10% lavoratori industria – forti decurtazioni settore statale), tanto da divenire i più bassi dell’intero continente. Mentre la discesa dei prezzi non fu altrettanto ripida come quella dei salari. Tanto che il Corriere della Sera scriveva, «il salariato fa questo ragionamento molto semplice: se il costo della vita va giù del 5%, ed i miei salari van giù del 10%, chi gode della differenza?».

Oggi come allora: diminuzione dei salari, crollo della produzione, esponenziale aumento della disoccupazione, progressiva proletarizzazione degli strati sociali intermedi, forte crescita della povertà. Quelli appena citati sono gli effetti classici di un processo di aggancio a uno standard nominale forte.

Lo scenario deprimente a cui assistiamo dall’ingresso nell’eurozona che è equivalso sostanzialmente ad un aggancio della Lira al Marco tedesco.

Alla luce di una siffatta situazione la domanda è: per quale motivo l’Italia dovrebbe restare nell’Euro?

Fonte L’antidiplomatico

Marcello Foa denuncia il piano europeo: massacrare l’Italia per annientare Lega e 5 Stelle…”

 

Marcello Foa

 

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Marcello Foa denuncia il piano europeo: massacrare l’Italia per annientare Lega e 5 Stelle…”

 

A questo punto il disegno è chiaro: l’establishment europeo ha deciso di impedire ad ogni costo la nascita di un governo formato da Lega e 5 Stelle. E ha scelto la strada dell’oppressione assoluta, definitiva.

Riepiloghiamo: Mattarella nega al governo Conte il diritto di presentarsi alle Camere sebbene abbia la maggioranza, per le ragioni che ben conosciamo. Ufficialmente perché la persona di Savona non è gradita, in realtà, come spiega l’ex ministro delle Finanze Padoan, “il problema non è Savona, ma le idee di Lega e M5s sull’Europa“. Quella di Mattarella sembra una scelta azzardata, perché, come osservano in molti e come confermato dai sondaggi, alle prossime elezioni Salvini e Di Maio potrebbero ottenerte ognuno il 30% dei consensi e dunque ripresentarsi al Quirinale molto più forti di oggi.

Davvero strana è anche la nomina di Cottarelli: perché varare un governo tecnico che non ha una maggioranza? Non sarebbe stato più logico confermare Gentiloni per il disbrigo degli affari correnti?

 

Ora, invece, appare tutto terribilmente chiaro e a svelare il gioco è il commissario europeo al Bilancio Oettinger, che, come capita a molti tedeschi di potere, non riesce a trattenere la propria arroganza, e dichiara pubblicamente:   “I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto”.

E allora tutto diventa chiaro: l’establishment europeista ha deciso di spezzare le reni all’Italia, come hanno già fatto con la Grecia. Lo scenario che si profila è il seguente: scatenare una crisi paurosa del debito pubblico italiano, spingendo lo spread a livelli mai visti, provocare il panico, fino al momento in cui l’Italia verrà commissariata e Mattarella invocherà per il bene supremo del Paese la fiducia a Cottarelli (già in carica) e/o l’introduzione di misure straordinarie, come il rinvio sine die delle elezioni e la conseguente distruzione della reputazione e della popolarità di Salvini e di Di Maio, che verranno indicati come i responsabili di questa crisi.

Se il piano avrà successo, servirà da monito a tutti i Paesi europei dove i movimenti “populisti” sono in ascesa e comporterà la definitiva sottomissione dei popoli europei alle oligarchie europee. Come le Brigate Rosse: colpirne uno per educarne cento.

Perché queste sono le logiche: terroristiche. E’ una manovra indegna, autoritaria, eversiva, che non deve passare. Non lasciatevi ingannare, non lasciatevi intimidire: ne va della vostra libertà, della vostra dignità di uomini liberi.

Dal Blog di Marcello Foa

Per farvi capire come stanno le cose, questo lo avevamo scritto 3 giorni fa – “Ora tremano tutti …E se questo governo ci dovesse portare fuori dall’Euro? …E se poi si scoprisse che fuori dall’Euro stiamo tutti molto, ma molto meglio? …Sapete quanti ne dovremmo appendere a testa in giù?”

 

Euro

 

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Per farvi capire come stanno le cose, questo articolo lo avevamo scritto e pubblicato 3 giorni fa… Questi veramente tremavano e sono passati al contrattacco…

Ora tremano tutti …E se questo governo ci dovesse portare fuori dall’Euro? …E se poi si scoprisse che fuori dall’Euro stiamo tutti molto, ma molto meglio? …Sapete quanti ne dovremmo appendere a testa in giù?

 

Barron’s – Senza Euro l’Italia non sarebbe l’Argentina o la Turchia, ma il Regno Unito

Un articolo molto chiaro e documentato su Barron’s traccia un confronto tra l’economia italiana e quella britannica. Storicamente i fondamentali dei due paesi sono molto simili, con tassi di inflazione pressoché uguali e tassi di interesse reali largamente paragonabili. Entrambi i paesi hanno alcuni problemi strutturali e culturali, peraltro non troppo diversi. La grande differenza negli sviluppi economici recenti l’ha fatta il regime monetario, con una Gran Bretagna indipendente e un’Italia agganciata al marco tedesco (l’euro). Ridicolizzati i tentativi di confronto con i mercati emergenti (sullo stesso tema si veda anche questo articolo di Borghi e Bagnai sul Corriere), un buon termine di paragone per l’Italia è dunque il Regno Unito.

……………………………………………..

Ora, l’impressione è che chi fino ad oggi ha difeso l’Euro e l’Unione Europea, sia terrorizzato… Leggiamo in giro dichiarazioni isteriche tipo:

Governo M5s-Lega, Cazzola: “sono schifato e depresso. Mi darei fuoco come Ian Palach. Spero di morire presto”

Savona sgradito perché ha paragonato la Germania al Terzo Reich

Lo capite che hanno paura, sono terrorizzati?

…ma vi rendete conto che se scoprissimo che fuori dall’Euro c’è il benessere, quanti di questi “salvatori del popolo italiano” dovremmo appendere a testa in giù?

 

By Eles

 

 

Perché l’Unione Europea potrebbe veramente cancellarci 250 miliardi di debito pubblico…!

 

debito pubblico

 

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Perché l’Unione Europea potrebbe veramente cancellarci 250 miliardi di debito pubblico…!

 

Perché la BCE può cancellare 250 miliardi (e chi lo nega è ignorante o in malafede)

di 

Il motivo lo ha spiegato  – in un articolo del  giugno 2013 –  Paul De Grauwe, attualmente docente alla John Paulson Chair in European Political Economy,   nella London School of Economics, già membro del parlamento belga dal 1991 al 2003, autore di ricerche e libri fondamentali  sulla politica monetaria, di cui è considerato fra le  massime autorità.

De Grauwe ha scritto l’articolo perché  il governatore Weidmann della Bundesbank, la banca centrale tedesca,  s’era appellato alla Corte Costituzionale  tedesca, sostenendo che gli acquisti a palate di titoli di debito pubblico  dei paesi dell’eurozona che sta  operando la BCE, esponevano i contribuenti tedeschi al rischio di dover  pagare con le tasse le “perdite” che avrebbe subito la BCE in caso di insolvenza  dell’Italia, Spagna, Grecia, Portogallo.

De Grauwe mostra che la Bundesbank è ignorante, come quasi tutti gli economisti italiani (e non parliamo dei giornalisti) a ventilare una simile spaventosa ipotesi. Il motivo: applicano alle banche centrali i criteri di solvibilità e insolvenza di una banca privata, o di una qualsiasi impresa privata.

Il livello di confusione è così alto  – scrisse appunto –  che il presidente della Bundesbank si è rivolto alla Corte Costituzionale Tedesca sostenendo che il programma OMT  della BCE esporrebbe i cittadini tedeschi al rischio di dover pagare tasse per coprire potenziali perdite generate dalla BCE”.

“Tale paura è mal posta”  . Anzi: “In realtà, i contribuenti tedeschi sono i principali beneficiari del programma di acquisto di titoli di debito”.

“Le società private si ritengono solvibili quando il valore del loro patrimonio netto è positivo, ossia quando il valore dei loro asset è superiore a quello del debito. La solvibilità di una società privata può anche essere espressa come il massimo ammontare di perdite che una società può assorbire in un dato momento. Pertanto, una società privata si dice solvibile quando le sue perdite non sono superiori al patrimonio netto” .

Ma “questi vincoli di solvibilità non dovrebbero essere applicati alle banche centrali; le banche centrali non possono fallire”.

Oddio, e perché?

Perché  “una banca centrale può emettere tutta la moneta che vuole e chi gli serve per ripagare i suoi “creditori”.

E chi sono i creditori della banca centrale?

Sono “i detentori della sua moneta.   Per la banca centrale, il loro “ripagamento”   consisterebbe semplicemente nel sostituire la moneta vecchia con moneta nuova”.

Non siamo più nel  sistema del tallone aureo, quando una banca centrale prometteva di convertire la moneta che emetteva in oro.

“Al contrario delle società private, i debiti delle banche centrali non rappresentano un diritto sugli asset delle banche centrali. Quindi, il valore degli asset della banca centrale non ha influenza sulla sua solvibilità.

“La sola promessa che una banca centrale fa  […] mercato è che il denaro sarà convertibile in un paniere di beni e servizi a un prezzo più o meno fisso. In altri termini, la banca centrale fa una promessa di stabilità dei prezzi. Tutto qui.

La banca centrale assorbe qualsiasi perdita

(…) . La banca centrale può assorbire qualsiasi perdita, a patto che questa perdita non comprometta la stabilità dei prezzi.

Non è nemmeno corretto affermare che la banca centrale ha bisogno di mantenere un patrimonio netto positivo per “restare solvibile”. Una banca centrale non necessita di un patrimonio netto.  Dunque l’affermazione che una banca centrale con un patrimonio netto negativo necessiti di essere ricapitalizzata dal Tesoro non ha alcun senso”.

Visto che qualcuno ancora non capisce, De Grauwe spiega di nuovo:

 

“Per essere chiari:

  • La banca centrale (che non può fallire) non ha bisogno di alcun sostegno fiscale dal governo (che invece può fallire)
  • L’unico sostegno di cui la banca centrale necessita da parte del governo è che essa possa mantenere il monopolio sull’emissione di moneta in tutto il territorio su cui il sovrano ha giurisdizione. Una volta che abbia  dal sovrano tale potere, la banca centrale è libera da ogni limite di solvibilità”.

Chiarito ciò, De Grauwe  illustra il caso più semplice, di una banca centrale che emetta moneta per  un solo stato.  Lo fa comprando i Buoni del Tesoro  di quello Stato ed emettendo moneta.

“Acquistando i titoli di debito statali, la banca centrale  trasforma  la natura del debito pubblico.

Quando la banca centrale compra il debito del proprio governo, il debito viene trasformato:

  • Il debito governativo, che porta con sé un tasso di interesse e un rischio di default, diventa una passività della banca centrale (base monetaria); che è priva di rischio default,   ma soggetta a rischio di inflazione”.

Per capire    cosa sia questa trasformazione, e  come agisca nel bilancio, supponiamo   che Banca Centrale e Governo siano tutt’uno (come dopotutto sono: due rami separati del settore pubblico, ed erano prima del “divorzio” fra Tesoro e Bankitalia).

Attenzione attenzione, perché nelle righe seguenti troviamo spiegato perché 250 miliardi di debiti possono essere “cancellati”:

dunque seguiamo il ragionamento.

“Dopo la trasformazione, il debito governativo detenuto dalla banca centrale viene cancellato. Esso è un attivo in un ramo dello stato (la banca centrale) e un passivo nell’altro ramo (il governo). Quindi, scompare”.

E attenti, non è ancora finita:

“La banca centrale può ancora tenerlo a bilancio  [come fa la BCE coi nostri  250 miliardi], ma esso non ha più alcun valore economico. Di fatto la banca centrale può sbarazzarsi di questa FINZIONE ed eliminarla dal suo bilancio, e il governo può quindi eliminarlo dall’ammontare del suo debito. Esso non ha più valore in quanto è stato rimpiazzato da una nuova forma di debito, ossia la moneta, che comporta un rischio inflattivo, ma NON  un rischio di default”.

Dunque non ha senso – come voleva far credere la Bundesbank –  che le banche centrali,   quando il prezzo di mercato dei titoli di stato scende, ci perdono. Se ci fosse una perdita per la banca centrale, essa sarebbe compensata alla pari da un guadagno equivalente da parte del governo (perché il valore di mercato del suo debito è sceso in uguale proporzione). Non ci sono perdite per il settore pubblico”.

Chiaro o no? L’esperto sottolinea:

“Arriviamo a una conclusione importante: Quando una banca centrale ha acquisito titoli di stato, un declino nel prezzo di mercato di questi titoli non ha alcuna conseguenza fiscale. La perdita in un ramo (la banca centrale)  è compensata dal profitto nell’altro (lo Stato)”.

Che se poi ancora non fosse chiaro ai vari “economisti” dei miei stivali che strillano, De Grauwe riprende:

“Un altro modo di vedere questo effetto, è guardare ai flussi degli interessi sottostanti ai titoli pubblici. Poniamo ad esempio che la banca centrale abbia comprato un miliardo di euro in titoli di stato. Questi hanno una cedola, diciamo, del 4%. Perciò la banca centrale che ha in portafoglio i titoli riceve 40 milioni di euro all’anno da parte del governo. Nella pratica della contabilità, questo viene contato come un profitto per la banca centrale. Alla fine dell’anno, la stessa banca centrale girerà  i propri profitti al governo. Assumendo che il costo marginale della gestione di questi bond sia pari a zero, la banca centrale girerà al governo i 40 milioni di euro. E’, per così  dire,  la mano sinistra  che  paga la mano destra”.

La classica partita di giro.

“La tecnicalità della tenuta dei libri contabili ha potuto far credere a qualcuno che tali interessi siano signoraggio  (ossia profitto per la banca centrale). Non lo sono. Non c’è alcun profitto nel settore pubblico.  Il profitto della banca centrale è esattamente compensato da una perdita del governo”.

Capito? L’economista vuol essere ancora più chiaro.

“L’uno e l’altra potrebbero eliminare questa convenzione contabile perché in queste perdite e profitti non  c’è alcuna sostanza economica”.

“La BCE può distruggere i titoli di stato, senza nessuna perdita”

Ma, probabilmente temendo che questo sia al disopra delle possibilità intellettuali del governatore Weidmann della Bundesbank, il belga insiste:

“E’ letteralmente  vero che la banca centrale potrebbe distruggere i titoli di Stato nel trituratore della carta: niente sarebbe perduto”.

Vogliamo copiare la frase in inglese:

It is literally true that the central bank could put the government bonds ‘into the shredding machine’; nothing would be lost.

“Nel nostro esempio, la banca centrale non riceverebbe più 40 milioni di euro l’anno,  e non dovrebbe più girarli al governo ogni anno.

Cosa succede se il governo fa default sui suoi bond in scadenza? Il default causa delle perdite ai detentori privati dei titoli.

Ma è irrilevante per i titoli detenuti dalla banca centrale: infatti essi adesso non valgono più nulla, ma erano già privi di valore anche prima del default. Si tratta della mano destra che paga la sinistra.

Per il settore pubblico, non è successo nulla. Perciò la perdita della banca centrale a causa del default non ha alcuna conseguenza fiscale”.

Nel caso dell’eurozona,   una unione monetaria imperfetta (che non è anche una unione di bilancio), le cose sono alquanto più complesse. Ma all’osso,  ci limitiamo a riportare l’esempio di De Grauwe:

“Immaginiamo che la BCE acquisti 1 miliardo di titoli spagnoli a un tasso del 4%. Le conseguenze fiscali sono ora le seguenti.

  • La BCE riceve 40 milioni di euro in interessi annuali dal tesoro spagnolo.
  • La BCE restituisce questi 40 milioni di euro non alla sola Spagna, ma  a tutti gli anni alle banche centrali nazionali dell’eurozona.

La distribuzione avviene proporzionalmente alla quota di capitale nella BCE (vedere BCE 2012).

  • La banca centrale nazionale trasferisce quanto ricevuto al proprio tesoro nazionale.

Per esempio, la BCE trasferirà l’11.9% dei 40 milioni al Banco de España. Il resto andrà alle banche centrali degli altri paesi membri. Chi riceverà di più è la Bundesbank tedesca; che con una quota di capitale del 27.1%, riceverà quindi 10.8 milioni di euro”.

Ecco perché, all’inizio del discorso il nostro monetarista diceva che,  anziché essere danneggiati, “i tedeschi sono i principali beneficiari del programma di acquisti di debiti pubblici  avviato da Draghi.

L’effetto paradossale è questo:

“In un’unione monetaria che non è  anche un’unione fiscale,  un programma di acquisto di titoli di stato porta a trasferimenti all’interno dell’unione – ma non a quelli a cui pensa l’opinione pubblica tedesca

  • “Un programma di acquisto titoli della BCE porta a un trasferimento annuale dai paesi i cui titoli vengono acquistati verso tutti gli altri”

Cioè dai paesi più indebitati e poveri a quelli non indebitati e ricchi. 

“Un trasferimento fiscale dai paesi più deboli (debitori) verso i paesi più forti (creditori)”.

La  Germania lucra anche su questo.

Che cosa serve ancora per realizzarla perversione  del sistema euro?  E di chiamare chi lo sostiene in Italia un traditore? Perché la protesta di Weidmann contro gli acquisti della BCE, anche se non escludo possa essere dovuta ad ignoranza (non sarebbe il primo banchiere a non sapere come si crea il denaro),   servepiuttosto ad uso interno, per rafforzare nei cittadini tedeschi l’impressione che essi stanno pagando per i debtii italiani, spagnoli, greci. Il che pone il problema dei tecnocrati non eletti: non c’è niente di peggio di un tecnocrate incompetente. Anzi di peggio c’è, ed è un tecnocrate che fa’ politica e propaganda contro un paese  alleato, fondatore, e dellas tessa zona monetaria.   Ma che dire dei giornalisti ed economisti italiani che tifano per  la bancarotta  dell’Italia in odio al govenro Salvini-Di MAio?

  • Dal testo qui sopra si vede anche che i tassi d’interesse sul nostro debito non dipendono dai “mercati” e se è aumentato lo spread   a causa del governo Lega-Cinque Stelle, è un avvertimento artificiale delle  banche centrali ostili. Ricordiamo che quando Sarko e Merkel vollero  rovesciare Berlusconi,  aumentarono lo spread vendendo – non loro,  le loro banche centrali per carità, sono indipendenti – a vagonate titoli di Stato italiani. Draghi   dispose poi che li comprassero le banche italiane, che per questo vengono accusate ogni giorno da Weidmann di essersi riempite di Bot e BTP.

Post Scriptum: 

Il testo dell’economista prosegue, per smentire, “come si  sente dire spesso nei paesi creditori che, nel caso di default di un paese i cui titoli di stato sono nel bilancio della BCE, essi (i creditori) sarebbero i primi a rimetterci. Questa è una conclusione sbagliata”.

Al massimo, il contribuente tedesco dovrebbe rinunciare alla rendita annua degli interessi che percepisce dal paese debitore.

Potete constatarlo da voi leggendo l’originale inglese qui:

https://voxeu.org/article/fiscal-implications-ecb-s-bond-buying-programme

L’articolo Perché la BCE può cancellare 250 miliardi (e chi lo nega è ignorante o in malafede) proviene da Blondet & Friends.