Coldiretti shock: “mancano braccia, pensionati nei campi” …Ma allora, dove sono finite le teste di cazzo che dicevano “ci rubano il lavoro”? Su, fatevi avanti, ora il lavoro c’è…!

 

ci rubano il lavoro

 

 

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Coldiretti shock: “mancano braccia, pensionati nei campi” …Ma allora, dove sono finite le teste di cazzo che dicevano “ci rubano il lavoro”? Su, fatevi avanti, ora il lavoro c’è…!

Coldiretti shock: “mancano braccia, pensionati nei campi”

I padroni fanno sempre il loro mestiere, finché i rapporti di forza lo permettono rimangono sordi alle richieste del mondo del lavoro, e appena possono – soprattutto in periodi di crisi– si rivolgono allo Stato per ricevere i sostegni necessari al “diritto di fare impresa”.

Lo abbiamo visto in questi giorni, dove la famiglia Agnelli-Elkann ha avuto l’ardire di chiedere allo Stato di farsi garante per i 6,3 miliardi di prestito che Fca ha chiesto a Banca Intesa, “poco fiduciosa” verso la casa americana britannica olandese e perché no anche italiana, visto il tonfo dell’automotive durante il lockdown e la rimodulazione delle catene del valore sull’orlo di una, parole del ministro degli esteri cinese Wang Yi, «nuova guerra fredda».

A distanza di pochi giorni è stato invece il cda del gruppo Benetton ha rendere pubblico un documento riportante minacce di azioni legali contro lo Stato in caso di mancata concessione della garanzia sui 1,2 miliardi del prestito che – anche a loro – le banche esitano a elargire considerato il tonfo, questa volta, della controllata di famiglia “Atlantia” dopo la strage del Ponte Morandi e i mancati profitti dai pedaggi autostradali nelle settimane di clausura forzata.

Al balletto dell’ignominia si è aggiunta ieri la Coldiretti, principale associazione datoriale degli imprenditori agricoli del paese, fondata dal democristiano Paolo Bonomi (un nome, una garanzia…) nel lontano 1944, con uno studio sugli effetti della pandemia sulla “fase 2” del settore.

«Addio ad un frutto su tre con il crollo del raccolto di frutta estiva in Italia, dalle albicocche alle ciliegie, dalle pesche alle nettarine», apre il testo, che si occupa di quantificare la produzione di quali alimenti sono e saranno maggiormente interessati dallo choc pandemico.

«Una situazione drammatica nelle campagne destinata ad avere ulteriori e pesanti effetti anche sull’andamento dei prezzi per i consumatori […], e a peggiorare la situazione è la previsione complessiva per la produzione di frutta nell’intero vecchio continente con una contrazione europea del raccolto del 37% per le albicocche e del 19% per pesche e nettarine rispetto al 2019».

Meno frutta nei prossimi mesi dunque, un “dramma” – ci pare – decisamente stridente con quanto successo negli ultimi 3 mesi nel paese. Ma si è già detto, i padroni fanno il loro lavoro e il loro-dramma di veder ridotti drasticamente i profitti si trasforma in quello dell’assenza delle nettarine dalle diete delle famiglie italiane, e più prosaicamente, nell’aumento dei prezzi sui banchi della frutta.

Una puntualizzaizone è d’obbligo: qui non si vuole sottostimare l’impatto che una crisi della catena di produzione alimentare potrebbe avere sulle popolazioni del Continente, ma come di fronte a tale eventualità (comunque non nell’orizzonte allo stato attuale) il punto di vista padronale sia immancabilmente quello del calo dei profitti, non dei bisogni delle persone.

Tornando all’aumento dei prezzi, questo per la verità era già ben presente per il portafogli dell’abitante medio da almeno fine marzo, quando le solite due buste della spesa avevano subito un rincaro consistente a cui andava sommata la riduzione di reddito disponibile e l’assenza-ritardo degli aiuti statali, specialmente per le figure sociali meno tutelate.

«Per gli agricoltori italiani al danno si aggiunge la beffa di essere costretti a lasciare i già scarsi raccolti nei campi per la mancanza di manodopera a seguito della pandemia Covid 19 che ha portato alla chiusura delle frontiere ai lavoratori stranieri che ogni anno attraversano il confine per un lavoro stagionale in agricoltura per poi tornare nel proprio paese».

Già, senza manodopera dall’“est Europa” o dall’Africa sub-sahariana quelle poche nettarine rimaste non possono neanche essere portate sulle nostre tavole.

Tuttavia la Coldiretti omette rigorosamente di ricordare che i “buoni prezzi” con cui quotidianamente i consumatori del paese acquistano frutta e verdura sono la conseguenza dei salari da fame che spesso questi «stranieri che ogni anno attraversano il confine per un lavoro stagionale» sono costretti ad accettare pur di portare, loro sì, il pane in tavola.

Niente di nuovo d’altronde, è il meccanismo della deflazione salariale tanto caro all’architettura dell’Unione europea – un circolo vizioso tra salari più bassi e prezzi competitivi – buono solo a mantenere il livello dei profitti delle imprese a livelli accettabili nell’arco delle crisi sistemiche, come quella che attraversiamo da un trentennio.

A questo punto, creato il bisogno, la Coldiretti lancia la proposta al mondo della politica, confidando nel placido ascolto a cui l’indecenza della classe dominante ha abituato l’asse imprenditoriale del paese.

«Per questo si attende l’annunciata apertura dei confini il 3 giugno ma serve anche subito una radicale semplificazione del voucher “agricolo” che possa ridurre la burocrazia e consentire anche a percettori di ammortizzatori sociali, studenti e pensionati italiani lo svolgimento dei lavori nelle campagne in un momento in cui scuole, università e molte attività economiche sono rallentate e tanti lavoratori sono in cassa integrazione».

Aprite e fate presto, meno burocrazia, voucher a semplificare (e a detassare) l’inserimento nelle campagne di studenti e pensionati.

Un vomito neoliberale intriso della peggior tracotanza di classe, pronta (non certo da ieri) a sacrificare sull’altare del profitto la salute (fine del confinamento, virus o non virus) e i diritti (allo studio per gli studenti, alla vecchiaia dei pensionati) dei cittadini.

Facciamo fatica anche solo a immaginare il momento in cui il testo ha ricevuto l’approvazione del “centro studi” (o da chi di dovere) e cosa veramente passasse loro per la testa nel momento in cui si chiede a un pensionato di andare nei campi sotto il sole estivo a piegare la schiena per raggiungere la bassa terra e portare gli asparagi e i fagioli freschi (e le nettarine!) sulle nostre tavole.

Per comodità, nell’occasione faremo finta di non interrogarci sull’entità del compenso eventualmente riconosciuto, ma lo status quo portato dall’Unione sindacale di base in piazza lo scorso giovedì ha scoperchiato un vaso di pandora invisibile solo ai più distratti, o ai lettori dei media mainstream che occupano lo stivale.

«Nei campi non mancano braccia, ma diritti!», urlava giovedì il corteo dei braccianti in sciopero marciante verso la Prefettura di Foggia per denunciare lo stato di schiavitù e ghettizzazione a cui sono ridotti i lavoratori agricoli nelle campagne del “Belpaese”.

Lo sfruttamento dei braccianti – sia chiaro, italiani e non – è il vero pilastro su cui si fonda buona parte del tanto sbandierato “Made in Italy” nell’ambito del food, dove in realtà pochi giganti multinazionali impongono economie di scala pesantissime per i salari dei lavoratori e delle lavoratrici.

Ma se salta la manodopera a basso prezzo, salta il banco, non solo quello della frutta e verdura, ma proprio quello composto da bassi compensi, bassi prezzi e alta disoccupazione.

Che fare? “Pensionati al posto degli stranieri”, scrive la Coldiretti, e nettarine per tutti, magari per quest’anno un po’ più care.

Che altro deve fare un padrone per farsi odiare?

fonte: https://contropiano.org/news/lavoro-conflitto-news/2020/05/25/coldiretti-choc-mancano-braccia-pensionati-nei-campi-0128343?fbclid=IwAR1aVKdizTEmPJzUEUw31dh6kw0U1DMgo0MgUsFWkuWbolD0BywCDaZmLn4

La bocca sciacquatevela voi. La situazione in Lombardia è drammatica, smettete di nasconderlo!

 

Lombardia

 

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La bocca sciacquatevela voi. La situazione in Lombardia è drammatica, smettete di nasconderlo!

Matteo Salvini, con un lessico da stadio la domenica pomeriggio, ha invitato tutti a “sciacquarsi la bocca quando si parla della sanità lombarda”. Il messaggio che vuol far passare è quello di una regione che ha subito il disastro a causa di un destino inevitabile, e non per l’incompetenza dei suoi fedelissimi che la amministrano. Per il leader leghista sembrano non contare nulla i problemi con i tamponi, l’immobilismo di Fontana e Gallera sulle zone rosse, l’Ospedale in Fiera costruito senza seguire il parere degli esperti, le delibere che dislocavano gli anziani malati di COVID-19 nelle case di riposo, condannandoli a morte certa, né il fatto che anche ieri la Lombardia era l’unica regione d’Italia a far segnare un aumento degli attualmente positivi al coronavirus. per Salvini tutto si riduce al destino avverso, che ha trasformato la Lega in un partito di martiri in cui nessuno ha colpe. La realtà è che dovrebbe sciacquarsi la bocca chi è complice di questo disastro, ovvero il centro destra e la Lega in particolare, cultori e artefici del modello Lombardia. E sicuramente è complice chi tenta giorno dopo giorno di speculare e strumentalizzare il dramma di una regione per fini elettorali. Come quando nel mezzo della pandemia, l’11 aprile, la Regione Lombardia ha deciso di pagare una paginata di Repubblica insieme a Confindustria Lombardia, all’associazione degli ospedali privati (A.I.O.P.) e l’ARIS per dire che tutto stava filando per il meglio.

Lo sdegno di Salvini  è arrivato in seguito all’intervento del deputato del M5S Riccardo Ricciardi, che il 21 maggio alla Camera ha rischiato il linciaggio per aver fatto notare la sequenza di errori della regione Lombardia durante la gestione dell’emergenza sanitaria. Il suo discorso è stato impreciso in più punti – come per esempio la parte sui fondi pubblici usati per la costruzione dell’Ospedale in Fiera, che in realtà sono il frutto delle donazioni di privati. C’è chi ha addirittura letto nelle sue parole un attacco ai medici, agli infermieri e ai lombardi tutti, come Enrico Mentana, che su Facebook ha dato del “coglione” a Ricciardi senza giri di parole. Ma la vittoria dell’egocentrismo sul giornalismo in Italia è un’altra storia. In realtà il bersaglio dell’intervento del deputato Ricciardi era esclusivamente l’amministrazione leghista, e non di certo le vittime del COVID-19 o il personale sanitario della Lombardia.

La giunta leghista è stata travolta dall’emergenza, perché questa è stata amplificata da una serie di problemi strutturali creati dai suoi predecessori. Il sistema ospedaliero ha mostrato delle falle per quanto riguarda i posti letto di terapia intensiva: a febbraio 2020 erano 8,5 su 100mila abitanti, un numero inferiore ad altre regioni del Nord, come Emilia Romagna e Veneto. Inoltre il 30% delle terapie intensive era proprietà di strutture della sanità privata convenzionata, costringendo la regione a perdere tempo prezioso nella contrattazione con i gestori delle cliniche. I medici di base si sono poi trovati ad agire senza indicazioni regionali precise, dato che la delibera per la gestione sul territorio della COVID-19 è arrivata soltanto il 23 marzo, a un mese dall’individuazione del focolaio di Codogno.

Ma è lo scandalo delle Rsa a descrivere alla perfezione cosa non ha funzionato nel modello Lombardia della Lega. Il divieto di visite dei familiari nelle case di riposo è arrivato due settimane dopo l’esplosione dell’epidemia, ma pesa soprattutto la scelta della regione di ricoverare presso le Rsa i malati di Coronavirus, con l’intenzione di liberare posti letto nelle strutture sanitarie. Il risultato sono centinaia di morti. Tra indagini e perquisizioni, stanno venendo in superficie i dati: soltanto al Pio Albergo Trivulzio di Milano si contano 405 morti, mentre estendendo alle province di Milano e Lodi i decessi per COVID-19 nelle Rsa si arriva a 1.689. In tutta la regione, il tasso di mortalità ogni 100 residenti nelle case di riposo è del 6,7%, il peggiore d’Italia. Il forzista Giulio Gallera, assessore al Welfare, ha però commentato che che “erano le Ats ad avere il compito di fare sorveglianza”, e che rifarebbe tutto per il bene dei suoi concittadini. L’arte dello scaricabarile ha sempre il sopravvento, così come quella di chi finge che non sia successo niente: Salvini da settimane sta lodando il governo lombardo, arrivando a dire che “Attilio Fontana e la sua squadra decidono provvedimenti concreti e migliori di quelli ad oggi decisi dallo Stato”.

Ci vuole del fegato o una totale assenza di contatto con la realtà per lodare l’eccellenza di un modello che ha come ideatore Roberto Formigoni, ex governatore della Regione, con l’appoggio dell’allora Lega Nord, condannato in via definitiva a cinque anni e dieci mesi proprio per corruzione nel processo per il crac delle fondazioni Maugeri e San Raffaele. Se il passato non basta per consigliare cautela nelle lodi, non va meglio con la cronaca degli ultimi mesi. Mentre alcune regioni istituivano autonomamente nuove zone rosse, Fontana e Gallera tentennavano per le aree di Alzano e Nembro, ammettendo soltanto in seguito che in effetti avrebbero potuto farlo anche loro e limitare i danni. Inoltre, dalla regione più colpita d’Italia ci si aspettavano numeri maggiori di tamponi e test sierologici, ma questa non si è mai attrezzata per aumentare il numero dei suoi cittadini controllati ogni giorno. Il confronto è ancora più impietoso quando si prende a metro di paragone un’altra regione guidata dalla Lega, il Veneto di Luca Zaia che il 20 maggio ha dichiarato di non aver registrato nessun nuovo contagio, a differenza della Lombardia dove i casi continuano ad aumentare. Il motivo di questo risultato è che Zaia e la sua giunta hanno avuto l’umiltà di affidarsi alla scienza, e in particolar modo al consulente Andrea Crisanti, un virologo e microbiologo di eccellenza dell’Università di Padova. Umiltà che Fontana non ha mai avuto, con i risultati ora sotto gli occhi di tutti.

Quando gli esperti consigliavano a Fontana di usare diversamente i fondi destinati alla costruzione dell’Ospedale in Fiera, lui non ha ascoltato nessuno. In molti hanno sostenuto che non fosse una mossa logica costruire un polo con le terapie intensive distaccate dagli altri reparti ospedalieri, e che avrebbe dovuto usare quelle risorse per potenziare le strutture già esistenti, aumentando i posti in terapia intensiva. Il risultato è stato un ospedale che ha accolto meno di una trentina di pazienti in due mesi e che già rischia la chiusura, mentre la procura di Milano ha aperto un fascicolo sulle procedure attuate. Dei 21 milioni di euro raccolti dai privati, 17 sono stati indirizzati alla costruzione dell’ospedale e all’allestimento dei suoi 221 posti letto di terapia intensiva, poi inaugurati il 31 marzo con il più grande assembramento di tutta l’epidemia. Erano presenti centinaia di persone tra giornalisti, fotografi, politici, medici e ospiti vari, per una cerimonia che è sembrata una tappa della campagna elettorale di Fontana. Il tutto contravvenendo alle direttive nazionali e regionali sul distanziamento sociale. Lo stesso Guido Bertolaso, incaricato per la realizzazione dell’Ospedale, si è definito sconcertato per la piega che ha preso il progetto, scaricando le colpe sulla Regione Lombardia.

Certo, non ci si poteva aspettare un’analisi lucida da chi ha affrontato l’emergenza Coronavirus postando sui social notizie diffuse tramite WhatsApp e link da boomer complottista. Mentre Fontana e Gallera inanellavano un errore dopo l’altro, Matteo Salvini dava eco a immondizia mediatica senza fondamento scientifico, come le tesi sul COVID-19 creato in un laboratorio di Wuhan, oggi tornata in auge grazie al suo grande amico Donald Trump e al suo tentativo di deviare il dibattito pubblico dalla sua disastrosa gestione dell’emergenza negli Stati Uniti. Complottisimi a parte, la cronistoria delle sparate del leader leghista degli ultimi mesi è un ottovolante in cui ha detto tutto e il contrario di tutto. Il 27 febbraio, in pieno dibattito sulle zone rosse al Nord, è iniziata la prima campagna di Salvini dal motto “Apriamo tutto, l’Italia ha bisogno di ripartire”. Il virus era già arrivato in Italia, con la seguente istituzione a  Codogno della prima zona rossa e a seguire di altri comuni tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Quando poi il lockdown si è esteso a tutto il Paese, la giravolta di Salvini è stata drastica, con il “Chiudiamo tutto” che per giorni ha giganteggiato sulla sua pagina Facebook. Poi Salvini ha fiutato l’insofferenza degli italiani, provati da settimane di isolamento, e ha di nuovo cambiato idea. È sparita dalla sua immagine di copertina su Facebook la scritta “Chiudiamo tutto”, per celebrare il grande ritorno del “Riapriamo tutto”. Questo stile da Giorno della marmotta è il marchio di fabbrica di uno staff della comunicazione che conosce bene le dinamiche della comunicazione ai tempi dei social, quella per cui le parole di ieri sono già dimenticate e la velocità degli slogan polverizza la coerenza di ogni pensiero.

Quindi no, non dobbiamo sciacquarci la bocca quando parliamo degli errori della Lega in Lombardia, perché equivarrebbe a omettere la realtà dei fatti. Piuttosto Salvini, che in questi mesi si è concentrato più sulle preghierine da Barbara D’Urso e sui deliri pauperistici nel suo bilocale, dovrebbe avere la decenza di chiedere scusa per i disastri commessi dal suo partito ai danni dei cittadini lombardi, o avere il buongusto di tacere. Almeno una volta nella sua carriera.

fonte: https://thevision.com/politica/lombardia-salvini-pandemia/

Tutti a criticare il governo Conte, ma mentre in Italia i dati sull’epidemia sono più che buoni, il resto del mondo tocca il record di contagi: 106mila in un solo giorno… Questo grazie ai Paesi a cui guardano le opposizioni come Usa, Brasile, Regno Unito e Russia… Facciamoci qualche domanda!

 

emergenza Coronavirus

 

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Tutti a criticare il governo Conte, ma mentre in Italia i dati sull’epidemia sono più che buoni, il resto del mondo tocca il record di contagi: 106mila in un solo giorno… Questo grazie ai Paesi a cui guardano le opposizioni come Usa, Brasile, Regno Unito e Russia… Facciamoci qualche domanda!

Se c’è un’Italia che tira un sospiro di sollievo per i dati giornalieri sul coronavirus il 20 maggio, c’è il resto del mondo che continua ad affrontare in maniera preoccupante la sua battaglia contro il virus. L’epidemia nel mondo non accenna a fermarsi, anzi sembra essere ancora in fase espansiva. E se in Italia, il 20 maggio, si sono registrati 665 contagi (con la media di un tampone su 100 positivo, la più bassa dall’inizio della pandemia), nel mondo nelle ultime 24 ore i contagi sono stati 106mila.

Epidemia nel mondo, il 20 maggio c’è il record di contagi

Si tratta del record dall’inizio dell’emergenza. Questo dato allarmante è stato comunicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e prende in considerazione diversi fattori. Innanzitutto, la diffusione dell’epidemia negli Stati Uniti che continua a creare problemi, con il numero altissimo di contagi a fronte dei 14 milioni di tamponi effettuati, ma poi anche i decessi in Brasile, altro stato fortemente colpito da aprile in poi. Non bisogna dimenticare la Russia e quei paesi europei, come la Svezia, che hanno scelto di affrontare il coronavirus senza le regole stringenti del lockdown. E non dimentichiamo neanche il Regno Unito, vittima dei tragici ritardi dovuti alle sciagurate teorie dell’immunità di gregge di Boris Johnson, ritirate prima che venisse linciato, ma troppo tardi per non far morire decine di migliaia di persone…

Guarda caso tutti paesi i cui leader sono osannati dall’opposizione Italiana con Salvini in testa e Meloni a ruota…

«Nelle ultime 24 ore – dichiara Tedros Adhanom Ghebreyesus, a capo dell’Organizzazione mondiale della Sanità – sono stati riportati all’Oms 106.000 nuovi casi di coronavirus, il numero più alto in un giorno da quando è iniziata la pandemia. Quasi due terzi di questi sono stati registrati in solo quattro Paesi».

Epidemia nel mondo, la preoccupazione dei contagi nei Paesi in via di sviluppo

Non soltanto, però, Stati Uniti, Russia e Brasile: l’Organizzazione mondiale della Sanità ha espresso enormi preoccupazioni per il dilagare della pandemia anche nei Paesi in via di sviluppo. Gli scienziati e gli analisti dello sviluppo della pandemia nel mondo sono concordi nell’affermare che, se i livelli dell’epidemia da coronavirus si dovessero ripetere anche nel continente Africano e in altri Paesi dell’America Latina, gli effetti del contagio potrebbero essere ancor più devastanti di quello che abbiamo visto da gennaio a maggio.

 

Per la serie: “Ha fatto anche cose buone” – Quando c’era lui denunciare un bambino, e quindi condannarlo a morte, valeva 1500 lire…!

 

Ha fatto anche cose buone

 

 

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Per la serie: “Ha fatto anche cose buone” – Quando c’era lui denunciare un bambino, e quindi condannarlo a morte, valeva 1500 lire…!

La propaganda fascista aveva bisogno di titoli e di senso di appartenenza, far percepire alla popolazione gli ebrei come diversi e nemici. Il tutto con la difficoltà di cambiare l’istintiva morale cristiana dovendo far prevalere il senso di legalità.

A tal fine si affiancarono nel 1943 due provvedimenti, uno atto a multare chi dava ospitalità o nascondeva le origini ebraiche, dall’altra a premiare economicamente chi denunciava dei conoscenti di origini ebraiche.

Una tragedia che la Comunità ebraica di Roma ricorda bene e che ha portato a una lunga indagine per stilare l’elenco di quanti ebbero un ruolo in quella “caccia”.

Un bambino valeva 1.500 lire, una donna 3.000. Per un uomo si potevano ottenere 5.000 lire. Tutto in cambio del nome di un esponente della comunità ebraica, da consegnare ai nazisti perché fosse inviato ai campi di concentramento.

A Roma è stata ricostruita la lista nera di quanti contribuirono a vendere gli ebrei. Un elenco costato una lunga indagine e che la comunità della Capitale assicura non verrà mai reso noto. Furono 747 le persone denunciate dopo il primo rastrellamento, che andarono a sommarsi alle 1.022 catturate il 16 ottobre. Quasi 1.800 persone in totale, su 8.000 vittime italiane.

Particolarmente esposti erano gli adulti maschi, costretti a lasciare i loro rifugi per trovare di che fare sopravvivere le loro famiglie. Tra i delatori c’erano vicini di casa, colleghi di lavoro.

L’85% degli ebrei romani riuscì, nonostante tutto, a salvarsi. Secondo Claudio Procaccia, uno degli autori dello studio della Comunità ebraica, il merito fu in molti casi dei privati che li nascosero. “Per la maggior parte non c’era scambio di denaro. Negli istituti religiosi, invece, uno su due pagava un affitto”.

Qualcuno arrivò a battezzarsi per salvarsi. Circa una persona su dieci. Altri fecero perdere le loro tracce scappando o cambiando cognome.

Con questa propaganda le persone non vedevano più nei loro gesti un paese che condannava a morte famiglie e bambini ma faceva prevalere quella sensazione di rispetto della legge. La storia però ricorda e giudica le persone per i loro gesti e la vergogna di quello che fanno diventa indelebile.

Tra le ore 05:30 e le ore 14:00 di sabato 16 ottobre del 1943(il sabato nero), le SS invadono le strade del Ghetto di Roma e rastrellano 1259 persone, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 bambini e bambine.

Tornarono in Italia solo 15 uomini, tra cui Cesare Segni ed una donna, Settimia Spizzichino che sopravvisse al campo di concentramento di Bergen-Belsen e morì nel 2000.

Nessuno dei bambini è mai tornato. 

Liberata dai terroristi ha bisogno della scorta a casa sua: bentornata nell’Italia dei fascioleghisti, cara Silvia!

 

Silvia Romano

 

 

 

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Liberata dai terroristi ha bisogno della scorta a casa sua: bentornata nell’Italia dei fascioleghisti, cara Silvia!

Dopo un anno e mezzo di prigionia in un angolo a noi sperduto di mondo, penseresti che il peggio sia passato. Dopo essere stata trascinata via, forse tradita, da una banda armata di terroristi, penseresti che ora sei libera. Dopo aver pianto, ininterrottamente, per un mese intero; dopo aver girato quattro covi sempre avvinghiata da mitra e da cappucci, penseresti, è normale, finalmente.

Invece scopri che nel tuo Paese si aggira un branco; un’orda che a tutti livelli quando parla sputacchia odio. Si sbrodola senza vergogna, anzi superba, corrompendo il sacrosanto diritto d’opinione in un dovere di sproloquio.

E così, Silvia, rivolgendoti il bentornata che ogni essere umano, in quanto tale, merita, ti diamo la ferale notizia.

Questo paese è in mano ai fascio-leghisti. Nessuna marcia su Roma… Hanno marciato sui social. Se ne sono impadroniti…

Speriamo che tu abbia chiuso i social network e ti sia ben guardata dal leggere i giornali, guardare i Tg, tutti ormai a leccare il nobile deretano dei dittatori dell’Italia degli anni ’20 di questo secolo.

Sui social i dittatori vomitano odio. I media del nuovo regime non fanno altro che rilanciare quell’odio.

Mentre tornavi in Italia, pensavi a quanti euro corrisponde il valore della tua vita? Pensavi a minacce e calunnie? Allo sbandieramento del tuo credo? Che eri (e sei) una terrorista? Pensavi che, nel 2020, in Italia beceri rottami di umanità come Santanché, Sgarbi e compagnia bella avessero ancora voce?

Avresti pensato che, tornata incolume dall’inferno, ora a casa tua devi mettere i vetri blindati per evitare la miserabile vigliaccheria di chi lancia bottiglie?

Cara Silvia, bentornata nel Paese dove colui che la BBC ha indicato (insieme a Trump e Bolsonaro) come il più grande spacciatore di bufale degli ultimi tempi, è lo stesso che negli ultimi due anni ha avuto più presenza nella nostra pubblica TV…

Bentornata nel Paese in cui gente, la cui massima aspirazione era quella di scrivere sui muri dei cessi degli Autogrill, si ritrovano a dirigere testate giornalistiche… Ed a sentenziare che tutti i musulmani sono terroristi…

Cara Silvia, cosa ti volevi aspettare da un paese ridotto in ginocchio dal fascismo e che ora esalta due idioti che rimpiangono camicie nere e pieni poteri?

Cara Silvia, ma sei sicura di aver fatto bene a tornare in questo Paese?

 

By Eles

La pandemia non ci ha reso migliori. Facciamo ancora schifo, il caso Silvia Romano l’ha dimostrato.

 

Silvia Romano

 

 

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La pandemia non ci ha reso migliori. Facciamo ancora schifo, il caso Silvia Romano l’ha dimostrato.

 

In un momento come quello che stiamo attraversando in cui ci ripetiamo di essere distanti ma uniti e che torneremo ad abbracciarci ancora più forte, la notizia della liberazione di una nostra connazionale dopo 18 mesi di prigionia tra Kenya e Somalia dovrebbe essere accolta come un’occasione di gioia, di festa e di unità nazionale. Invece, non appena Silvia Romano ha messo piede sulla scaletta dell’aereo vestita con lo jilbāb, subito si è gridato all’alto tradimento, rinforzando la tempesta di odio che già era cominciata nel momento in cui Giuseppe Conte aveva annunciato su Twitter la riuscita dell’operazione: “Quanto ci è costata la sua liberazione?”. L’indignazione è soprattutto dovuta al fatto che Romano durante la prigionia si è convertita all’Islam e l’ha fatto, stando alle sue dichiarazioni riportate dai giornali (dichiarazioni che tra le altre cose dovrebbero restare secretate), per libera scelta.

È già assurdo che una scelta del genere debba essere giustificata all’opinione pubblica in un Paese che all’articolo 19 della propria Costituzione tutela proprio la libertà religiosa, a prescindere dal credo. Soprattutto facendo seguito a una situazione come quella di un sequestro. Come ha detto a Rai News Domenico Quirico, reporter sopravvissuto a un rapimento in Siria nel 2013, “Nella narrazione di una vicenda così tremenda come la perdita di libertà di una persona […] esiste l’obbligatorietà del pudore”. La conversione di Romano, invece, sembra essere diventata un problema di sicurezza nazionale, sul quale tutti siamo chiamati a esprimere la nostra opinione sulla base dei due elementi che abbiamo a disposizione: il breve video del suo arrivo in Italia e le dichiarazioni agli inquirenti che nessuno avrebbe dovuto leggere. Sallusti paragona la vista della giovane donna con lo jilbāb al ritorno di un prigioniero di un campo di concentramento vestito da nazista, con una bella equivalenza tra tutto l’Islam e il nazismo, che non guasta mai. D’altronde, il direttore de Il Giornale dedica la prima pagina a “Silvia l’ingrata, islamica e felice”, “tornata con la divisa del nemico jihadista”. Un titolo non solo in malafede, ma che rivela anche tutta l’ignoranza da cui nasce la xenofobia, dato che l’aggettivo “islamico” non si usa per le persone ma per le cose astratte. L’uso incorretto da parte della stampa italiana dell’aggettivo “islamico” per indicare “islamista” (cioè sostenitore dell’Islam come unica religione) ha fatto sì che questa parola ormai sia equivalente a “fondamentalista” e faccia molta più presa rispetto a “musulmano”.

Al titolo de Il Giornale fa eco quello di Libero, che di nuovo scrive: “Abbiamo liberato un’islamica”, “tenera con i terroristi di Allah”, soltanto perché Romano ha confermato di non aver subìto violenze dai propri rapitori. Una buona e bella notizia, che dovrebbe rallegrarci, anziché indignarci. Evidentemente qualcuno avrebbe preferito veder scendere dall’aereo una donna fisicamente distrutta e in lacrime, anziché una ragazza che, al termine della cosa peggiore che le potesse capitare, ha trovato la forza di sorridere ai genitori che non vedeva da oltre un anno e mezzo. Sembra quasi che i sovranisti avrebbero preferito una madonnina sofferente, la storia di una donna torturata dal “nemico jihadista” sulla quale costruire la propria propaganda islamofoba, come se avessero bisogno di un martire con cui alimentare una nuova Crociata; invece, loro malgrado, si sono trovati di fronte una donna che, nell’innegabile avversità, ha dichiarato di essere stata forte e di aver compiuto una libera scelta, che nessuno ha il diritto di giudicare. Vittorio Sgarbi su Facebook mette la foto di una donna con il niqāb – un abito che non ha nulla a che fare con lo jilbāb, dimostrando ancora una volta che chi critica l’Islam nemmeno lo conosce – e chiede che Silvia Romano si penta oppure venga arrestata in quanto terrorista, perpetrando lo stereotipo del musulmano cattivo. Il Codacons ha invece presentato un esposto alla Corte dei Conti e si è costituito parte offesa in rappresentanza della collettività nell’indagine aperta dalla Procura di Roma, perché “sembrerebbe non sussistere la condizione che il codice penale richiede [per il pagamento del riscatto], ossia reale minaccia di morte imminente”, in quanto Romano avrebbe detto di non aver subìto violenze.

Ma oltre alle incommentabili parole della destra, anche i giornali più moderati oggi hanno cominciato con le dietrologie. Subito si è parlato di “sindrome di Stoccolma” e in generale, sui social ma non solo, chi ieri era un esperto immunologo da bar oggi è diventato psicoterapeuta, con tanto di diagnosi a distanza delle condizioni psicologiche in cui versa Romano dopo averla vista per due minuti nella diretta Facebook di Luigi Di Maio. In realtà è abbastanza fuori luogo chiamare in causa questa sindrome, sulla cui validità ci sono ancora molti dubbi e che non è nemmeno inclusa nel Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali. Silvia Romano, come tutti i sopravvissuti a un sequestro, avrà sicuramente bisogno di un supporto psicologico per affrontare il ritorno alla normalità, ma non sta certo a noi, né tantomeno ai giornali fornire giudizi frettolosi, se non proprio offensivi.

Nelle reazioni al rapimento prima e alla liberazione di Silvia Romano poi c’è anche una componente sessista, quella di chi non accetta che le donne possano compiere le proprie scelte e deludere le aspettative di chi le vorrebbe sempre aderenti a un certo modello di comportamento. Tutti ricordiamo il paternalistico commento di Massimo Gramellini nell’ormai lontano 2018, quando il giornalista scrisse sul Corriere che era una “Cappuccetto rosso” che avrebbe potuto “soddisfare le sue smanie di altruismo” anche in Italia. Nella storia recente sono tanti i casi degli italiani rapiti all’estero, tutti teoricamente “colpevoli” di “soddisfare le smanie di altruismo” in Africa o in Medioriente, ma mai come nel caso di Romano l’opinione pubblica si è accanita sulle responsabilità individuali. Il sacerdote Paolo Dall’Oglio è stato rapito in Siria ormai sette anni fa, così come il missionario Pier Luigi Maccalli, scomparso in Niger nel 2018: nessuno ha però messo in dubbio l’opportunità della loro presenza in quelle zone. Solo un mese fa Luca Tacchetto è stato liberato in Mali assieme alla sua compagna canadese Edith Blais. All’arrivo a Ciampino ha raccontato di essere stato trattato bene, ma nessuno gli ha dato dell’ingrato o della spia.

Ovviamente, il fatto che Silvia Romano abbia scelto di convertirsi, in circostanze sulle quali non sta a noi giudicare, non fa che aumentare il cortocircuito mentale di chi vorrebbe la donna sempre succube e passiva: infatti in Italia c’è ancora un fortissimo pregiudizio secondo cui tutte le donne musulmane siano in qualche modo vittime e schiave della propria religione e dei propri mariti. E infatti si è messa subito in dubbio questa libera scelta di Romano, con supposizioni su un suo matrimonio forzato e persino su una sua gravidanza. Si è così creata una doppia narrazione: da un lato Silvia Romano vittima, costretta a una religione che non le appartiene (e che, secondo l’opinione di molti, accetterebbe solo chi è obbligato a farlo), imbevuta dalla propaganda e dal lavaggio di cervello; dall’altro Silvia Romano ingrata, che ha osato sbeffeggiare gli italiani che hanno pagato il suo riscatto sorridendo e convertendosi alla religione del “nemico”.

È chiaro che questa narrazione così polarizzata è una narrazione che solo un Paese terrorizzato dalla complessità delle cose com’è il nostro può produrre. È il risultato di un continuo “o con noi o contro di noi” che è stato alimentato non solo dalla propaganda di destra che non sa fare altro che trovare un nemico, ma anche dall’opposizione che la rincorre e che è obiettivamente incapace di risponderle a tono, quando ci prova. O sei la vittima perfetta o hai qualcosa da nascondere, o ti comporti come da copione oppure era meglio lasciarti in mezzo al deserto. Come spesso accade in questi casi Silvia Romano persona al momento è stata completamente schiacciata da Silvia Romano simbolo, pretesto per portare a galla l’islamofobia e il sessismo degli italiani, che contrariamente a ogni principio democratico pensano che una persona meriti di essere aiutata dallo Stato solo se dimostra di essere “grata” o conforme alle aspettative dell’opinione pubblica. Come se per di più, in uno stato laico, il fatto di professare una religione diversa da quella maggioritaria, rappresentasse un segno di ingratitudine.

Finché Romano non avrà la volontà ed eventualmente il tempo di spiegarlo, nessuno potrà mai sapere quali sono le ragioni della sua conversione, dato che a volte sfuggono anche a chi le vive, e in ogni caso la fede dovrebbe essere una questione privata, anche se nel nostro Paese spesso non è così. L’unica cosa che conta è che una nostra connazionale, dopo 18 mesi di prigionia, sia stata riportata a casa sana e salva e ora invece che attaccarla e strumentalizzarla dovremmo garantirle tutto il supporto di cui ha bisogno. Dopo due mesi di arcobaleni dai balconi e retoriche su quanto sono forti e uniti gli italiani di fronte alle avversità, non siamo stati capaci di accogliere Silvia Romano con la solidarietà che pretendiamo sempre dagli altri, ma che noi per primi siamo evidentemente incapaci di dimostrare.

di Jennifer su The Vision
fomte: https://thevision.com/attualita/caso-silvia-romano/?sez=all&ix=1

 

 

 

Don Mariano Pili, parroco di Desulo: “Abbiamo sardi convertiti alla Lega e ci stiamo preoccupando di una che si converte all’Islam?

 

 

Silvia Romano

 

 

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Don Mariano Pili, parroco di Desulo: “Abbiamo sardi convertiti alla Lega e ci stiamo preoccupando di una che si converte all’Islam?

“Abbiamo sardi convertiti alla Lega e ci stiamo preoccupando di una che si converte all’Islam?”. Questo il post su Facebook di don Mariano Pili, parroco di Desulo, Comune nel nuorese. Il sacerdote interviene cosi’ sugli  attacchi che Silvia Romano sta ricevendo in queste ore, alcuni legati alla conversione religiosa della giovane cooperante italiana.

Una presa di posizione, anche politica, che non e’ piaciuta al vice capogruppo della Lega in Sardegna, Pierluigi Saiu: “Un sacerdote della mia provincia scrive una cosa stupida e pericolosa- l’attacco del consigliere, sempre via social-. Offensiva nei confronti di migliaia di sardi che come me votano Lega e votano Matteo Salvini. Mi fa specie che un uomo di Chiesa sia capace di tanto odio e non se ne vergogni, anzi lo esibisca. Mi preoccupa che un uomo di fede non trovi il tempo di condannare i terroristi islamici che hanno privato una donna della sua liberta’ per mesi. Uomini che hanno compiuto violenze in nome di un estremismo religioso che dovrebbe essere rifiutato. Anche da lui. Mi dispiace che un uomo di fede abbia smarrito il senso profondo del messaggio d’amore di Cristo”.

Il sig. NICO BASSO, consigliere comunale di Asolo nonchè ex assessore leghista, così commenta la liberazione di Silvia Romano: IMPICCATELA – Noi diciamo: arrestatelo. E chiediamo a tutti di condividere: che tutti sappiano quanto certa gente è meschina!

 

NICO BASSO

 

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Il sig. NICO BASSO, consigliere comunale di Asolo nonchè ex assessore leghista, così commenta la liberazione di Silvia Romano: IMPICCATELA – Noi diciamo: arrestatelo. E chiediamo a tutti di condividere: che tutti sappiano quanto certa gente è meschina!

Oltre l’orrore. Oltre lo schifo. Oltre il crimine – La liberazione di Silvia Romano in certi casi ha scatenato le peggiori pulsioni.

E uno dei casi peggiori riguarda Nico Basso, un consigliere comunale di Asolo, provincia di Treviso, della lista civica “Verso il futuro” nonchè ex assessore (ma tu guarda un po’) leghista…

Già, perché Basso, su Facebook, ha pubblicato un post per commentare la liberazione della cooperante convertita all’Islam dopo 18 mesi di prigionia tra Kenya e Somalia. Cosa ha scritto il consigliere? Presto detto: “IMPICCATELA“.

Una foto di Silvia e sotto questo terrificante “appello”.

Post subito cancellato (come tante volte fanno questi vigliacchi), ma ormai era troppo tardi.

Secondo Il Gazzettino, avrebbe anche puntualizzato: «Impiccate Silvia Romano. Un’altra tr**a che ci è costata 4 milioni»

Ma non è tutto. Il consigliere, dopo la liberazione della cooperante, ha pubblicato insulti anche contro Giuseppe Conte Luigi Di Maio, oltre che contro il Pd. Commentando il tweet di Paola De Micheli (molto criticato) sulla librazione di Silvia, Basso ha scritto: “Libera da chi? Pd di mer***”.

Noi diciamo: arrestatelo.

Noi chiediamo a tutti di condividere: che tutti sappiano quanto certa gente è meschina!

Spremono anche i malati. Esami a pagamento, senza un tetto massimo di prezzo, in strutture private – Ecco la sanità modello della Lombardia del duo Gallera-Fontana, dove la salute è un lusso ed il virus è un affare!

 

Lombardia

 

 

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Spremono anche i malati. Esami a pagamento, senza un tetto massimo di prezzo, in strutture private – Ecco la sanità modello della Lombardia del duo Gallera-Fontana, dove la salute è un lusso ed il virus è un affare!

La Regione Lombardia dà il via libera ai test sierologici nelle strutture sanitarie private. Gli esami saranno a pagamento, senza un tetto massimo di prezzo. Per il duo Gallera-Fontana la salute è un lusso

In Lombardia il duo Gallera-Fontana, la fantastica coppia che rifarebbe tutto allo stesso modo e che ha da ridire sulle decisioni di tutti gli altri, effettua l’ennesima giravolta e torna sui suoi passi: dopo avere negato per settimane la possibilità di effettuare privatamente test sierologici ora decide di dare il via libera a tutti gli istituti riconosciuti e accreditati dal Regione.

Quindi, che accade? Accade che privatamente, quindi a pagamento, ognuno potrà sottoporsi al test ematico per scoprire la propria eventuale positività. Ci si aspetterebbe, ovviamente, che la Regione metta in campo tutto ciò che serve per garantire l’accesso al test a tutti, per non farlo diventare un lusso che possono permettersi solo alcuni e invece sembra che rimarremo delusi. Niente. Nemmeno un prezzo massimo imposto dalla Regione. Sarà il mercato a stabilire il prezzo: scoprire se si è malati sarà quindi un servizio riservato solo ad alcuni. Una decisione perfettamente in linea, del resto, con l’interpretazione privatistica e escludente della sanità in Lombardia.

Ma non è finita qui: nel caso in cui un cittadino scopra (a sue spese) di essere malato non godrà di nessuna corsia preferenziale: dovrà mettersi in isolamento volontario e per avere un tampone (quindi per essere ufficialmente malato) dovrà rivolgersi al suo medico di base che dovrà rivolgersi all’Ats di riferimento che inserirà il paziente (badate bene, già ufficialmente positivo) nella lunga lista d’attesa per ottenere un tampone. Per darvi un’idea del punto in cui siamo in Regione Lombardia con i tamponi vi basti sapere che, lo dice lo stesso Gallera, al momento stanno verificando gli operatori sanitari e gli ospiti delle Rsa, roba che andava fatta mesi fa.

Non si tratta solo di una questione sanitaria, questo è un chiaro modo di come si vede il mondo e di come si ha intenzione di governarlo. Eccolo il modello lombardo: anche scoprire di essere malati costa e non garantisce di avere diritto alla cura.

(A proposito: la mozione di sfiducia a Gallera nel Consiglio Regionale ha goduto del non voto Italia Viva. Segnatevelo)

di Giulio Cavalli

fonte: https://www.giuliocavalli.net/2020/05/06/spremono-anche-i-malati/

 

Scusate. Dite “aiutiamoli a casa loro”… Poi attaccate in modo vergognoso una ragazza che è andata ad aiutarli a casa loro… Ma allora abbiate il coraggio di dirlo: siete razzisti, di loro non ve ne frega niente, li schifate e basta. Così almeno non se ne parla più…

 

aiutiamoli a casa loro

 

 

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Scusate. Dite “aiutiamoli a casa loro”… Poi attaccate in modo vergognoso una ragazza che è andata ad aiutarli a casa loro… Ma allora abbiate il coraggio di dirlo: siete razzisti, di loro non ve ne frega niente, li schifate e basta. Così almeno non se ne parla più…

Una valanga di insulti su Silvia…

E poi i due quotidiani fascio-leghisti, che quando si tratta di fare schifo vanno in tandem, pubblicano due titoli emblematici per capire chi sono quelli di destra: per Vittorio Feltri e Libero “Abbiamo liberato un’islamica”, mentre il Giornale di Alessandro Sallusti parla della volontaria come “Islamica e felice, Silvia l’ingrata”. Feltri, che su Twitter aveva già espresso concetti come “Pagare il riscatto per Silvia significa finanziare i terroristi islamici. Che sono amici della ragazza diventata musulmana. Bella operazione”, spiega in prima pagina il problema vero dell’operazione di liberazione di Silvia. “Si dice che Silvia si decise a partire animata dal desiderio di compiere del bene in favore dei bambini di pelle scura. Sono persuaso della sua sincerità, eppure vorrei ricordarle che l’Italia è piena di gente bisognosa di soccorso, visto che campa nella miseria. Oltre 50 mila clochard trascorrono le notti all’addiaccio e spesso ci lasciano le penne. Per aiutare i miserabili non è il caso di trasferirsi nella Savana, basta guardarsi in giro pure nel capoluogo lombardo per ravvisare numerosi individui conciati male e meritevoli di assistenza”, scrive il sedicente giornalista.

Per Sallusti è grave che Silvia sia tornata a casa indossando lo jilbab, l’abito delle donne somale. Così ne esce un paragone col nazismo: “È come se un internato in un campo di concentramento tedesco fosse tornato a casa, ricevuto con tutti gli onori dal suo presidente del Consiglio, indossando orgogliosamente la divisa dell’esercito nazista”. E alla fine, chiosa, “abbiamo quattro milioni in meno e, scommettiamo, un’eroina della sinistra in più”…

La miseria di questa gente è sputtanata perfino dalla rigida Chiesa Cristiana: dal teologo Silvia Romano che si scaglia contro i falsi cristiani che strepitano, ma che non conoscendo né l’abc del catechismo, né una riga di vangelo né cosa significhino le parole dialogo, misericordia e fratellanza. “cristiana o musulmana, è sempre una figlia di Dio nel senso che si riconosce nel rapporto filiale nei confronti di Dio” a Don Enrico Parazzoli, parroco di Casoretto, quartiere di Milano dove vivono i genitori della giovane cooperante liberata in Somalia che difende Silvia Romano dall’onda di odio: “Rispetto per ciò che ha vissuto e le sue scelte”

Don Enrico Parazzoli, parroco di Casoretto, quartiere di Milano dove vivono i genitori della giovane cooperante liberata in Somalia

Suvvia, ragazzi. Invece di arrampicarvi sugli specchi, invece di riempirvi la bocca con gli “aiutiamoli a casa loro” (per poi attaccate vergognosamente una ragazza che è andata ad aiutarli a casa loro), ammettetelo, siete razzisti, di quella gente non ve ne frega un cazzo, li schifate e basta. Almeno così non se ne parla più…

By Eles