Assassinato 53 anni fa – Chi aveva paura di Malcolm X? …Tutti quelli che hanno paura della verità!

 

Malcolm X

 

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Assassinato 53 anni fa – Chi aveva paura di Malcolm X? …Tutti quelli che hanno paura della verità!

 

Malcolm X fu assassinato 53 anni fa.
Malcolm X sapeva che sarebbe stato ucciso. La sua fine gli era stata annunciata sia direttamente che indirettamente. Il 21 febbraio del 1965 mentre si accingeva a fare un discorso in una sala di Harlem, un commando di tre killer gli sparò contro una quarantina di pallottole. Quattordici lo colpirono. Una settimana prima gli avevano incendiato la casa sia a mo’ di avvertimento sia come preparazione dell’atmosfera dell’agguato mortale. La sala dove doveva parlare era sotto la sorveglianza di un folto gruppo di agenti di polizia che però, proprio nel momento della sparatoria, non si trovavano sul posto.
Chi aveva paura di Malcolm X? Si potrebbe dire, tutti quelli che hanno paura della verità. Malcolm X era stato capace di individuare e togliere il coperchio di menzogne cui era stato sottomesso il popolo dei negri che, da allora, si definiranno come afroamericani. Questo termine era ricavato dalla constatazione storica del sequestro di gruppi interi di africani per trasformarli in schiavi nel Nuovo Mondo. Dove non solo avrebbero dovuto lavorare per un padrone bianco ma avrebbero subito un vero e proprio annientamento della persona così da essere dequalificati da esseri umani a oggetto.
Distruzione della propria umanità mediante metodi di tortura e mortificazione avrebbero poi fatto scuola. Il nome stesso gli era negato. Gli schiavi avevano il nome del padrone. Per questo Malcolm X, che era venuto al mondo come Malcolm Little, cambiò il suo nome aggiungendogli una X, a significare l’incognita del proprio nome di origine. In seguito furono molti a cambiare il proprio nome allo stesso modo.
Malcolm X aveva scoperto i meccanismi mediante i quali “i diavoli bianchi” perpetuavano il proprio dominio nei confronti dei neri. La discriminazione nel campo economico sociale era alla base, ma anche la promozione a livello di borghesi per alcuni era possibile solo a costo della rinuncia della propria identità e dignità: processo di integrazione per quelli che Malcolm X definiva “zio Tom” o “negri da cortile”. Prevedendo anche che un giorno alcuni di questi avrebbero ricoperto posti di responsabilità nella amministrazione dello stato.
Malcolm X visse la sua adolescenza da emarginato, fu attivo in quasi tutti i commerci e le attività considerate illegali. Finché il cerchio si strinse e fu incarcerato. Nella prigione la sua vita si trasformò. Si dedicò allo studio, cercando di recuperare il tempo perso negli anni precedenti.
Nella prigione entrò in contatto con l’Islam. Divenuto predicatore per la Nazione dell’Islam, uscito dal carcere, cominciò a criticare e attaccare la religione dei bianchi, il cristianesimo, perché aveva coperto il regime di schiavitù. L’Islam prendeva così in lui la forma di una scelta di resistenza e attacco al potere razzista dei bianchi.
Tuttavia, a differenza della politica ufficiale della Nazione dell’Islam, Malcolm X non faceva nessuna concessione mentale nei confronti dei reali rapporti nella società. Egli riusciva a fare l’anatomia di questi rapporti facendo risaltare la condizione di schiavitù che la popolazione afroamericana aveva subito fino ad allora. Contundente era la sua analisi, il modo chiaro con cui esponeva la relazione schiavo-padrone e le conseguenze mentali che ciò provocava sulla popolazione: l’odio per la propria pelle, il proprio colore, il disprezzo per la propria gente. I suoi discorsi risvegliavano o facevano nascere sentimenti di orgoglio di razza, la coscienza della dignità oppressa.
Dopo il viaggio di pellegrinaggio alla Mecca, si stupì dell’esistenza di una popolazione bianca diversa da quella degli USA. Non solo, ma constatò il sentimento di fratellanza, di amorevolezza che esisteva tra le persone che incontrava. Questa nuova esperienza lo portò a considerare che la questione non era la lotta contro i bianchi in quanto razza, con lo scopo di ottenere alla fine un territorio autonomo dove la popolazione nera si sarebbe installata organizzando un proprio stato, indipendente dal potere dei bianchi, così come recitava il programma della Nazione dell’Islam.
In Malcolm X cominciò a maturare la conclusione che sarebbe stato necessario marciare insieme a quei bianchi che condividevano la critica e la volontà di lotta contro l’ordine costituito. Nel mentre, i capi della Nazione dell’Islam cominciavano a vedere l’agire di Malcolm X come una deviazione dall’obiettivo di arrivare a una collaborazione con la classe dirigente degli USA. Non solo il predicare di Malcolm X era considerato pericoloso ma la sua stessa persona costituiva per loro un pericolo, in quanto si era dimostrato come il più capace di unificare la popolazione nera e di guidarla. Così, dopo che la sua radiazione dalla Nazione dell’Islam si mostrò senza effetto, fu decisa la sua morte. Ma la lotta degli afroamericani continuò e aumentò anche dopo la sua morte.
Malcolm X fu un grande rivoluzionario del popolo nero. Riuscì a sollevarlo dal torpore della sottomissione, a liberargli la mente. A rivendicare l’origine degli schiavi neri nell’Africa e a occuparsi di percorrerne la sua storia. A mostrare che la storia dell’Africa non comincia con la conquista coloniale europea, ma è all’origine della storia umana.
di Nicolai Caiazza

 

fonte: http://www.globalist.it/world/articolo/2016/05/08/chi-aveva-paura-di-malcolm-x-69706.html

19 maggio 1925, nasce Malcolm X. Si autodefiniva “il nero più arrabbiato d’America”

 

Malcolm X

 

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19 maggio 1925, nasce Malcolm X. Si autodefiniva “il nero più arrabbiato d’America”

“Non si può separare la pace dalla libertà perché chi non è libero non può essere in pace”

leggi anche: Assassinato 53 anni fa – Chi aveva paura di Malcolm X? …Tutti quelli che hanno paura della verità!

Nato a Omaha, in Nebraska, il 19 maggio 1925, Malcolm X, al secolo Malcolm Little, ha un’adolescenza difficile, fatta di spaccio di droga, rapine e gioco d’azzardo. Nel 1946 viene arrestato e condannato a 10 anni di carcere. Lì prende contatto con membri della Nation of Islam, N.O.I.,  una setta islamica che predica, per i neri d’America, la lotta alla discriminazione razziale attraverso la conversione all’Islam e la creazione di una nazione nera all’interno degli Stati Uniti. Uscito dal carcere nel 1952, prende il nome di Malcom X, un gesto simbolico con cui rifiuta il suo “cognome da schiavo”, e si unisce alla N.O.I. diventando uno dei membri più influenti. Intanto, in quegli anni si andava affermando il movimento per i diritti civili dei neri, ispirato ai principi della non violenza, sotto la guida del reverendo Martin Luther King, considerato in parte una figura antitetica rispetto a Malcolm X. Per lui, cresciuto nel ghetto, la religione islamica è la chiave per abbattere ogni barriera razziale e ogni forma di discriminazione e per ridare orgoglio e dignità al popolo nero. Ma per l’emancipazione dalla miseria e dalla sottomissione bisogna “lottare”. Nell’estate del 1963, si tiene a Washington la celebre marcia per il lavoro e la libertà a sostegno dei diritti civili per gli afroamericani.  Al Lincoln Memorial Martin Luther King pronunciò il suo storico discorso I Have a Dream. Per Malcolm X quell’evento non fu niente di più di una manifestazione “fatta da bianchi davanti alla statua di un presidente morto da cento anni e al quale, quando era vivo, noi non piacevamo”. Ma il suo pensiero e la sua fede cambieranno nel corso del tempo, a dimostrazione di una straordinaria capacità di leggere la realtà. Nel 1964 annuncia pubblicamente la sua separazione dalla NOI e lascia gli Stati Uniti per recarsi in viaggio prima in Egitto e poi a Jeddah, in Arabia Saudita. Alla Mecca conosce l’Islam moderato e si converte alla fede sunnita. Al suo ritorno, il 21 maggio 1964, pronuncia un importante discorso alla nazione. “I diritti umani sono qualcosa che avete dalla nascita. I diritti umani vi sono dati da Dio. I diritti umani sono quelli che tutte le nazioni della Terra riconoscono. In passato, è vero, ho condannato in modo generale tutti i bianchi. Non sarò mai più colpevole di questo errore. (…) alla Mecca ho trovato la verità, ho accolto fra i miei più cari amici uomini di tutti i tipi – cristiani, ebrei, buddhisti, indù, agnostici, atei. Ho amici capitalisti, socialisti, e comunisti! Moderati, conservatori, estremisti. (…) Oggi i miei amici sono neri, marroni, rossi, gialli e bianchi!». Poco meno di un anno dopo viene assassinato, a 39 anni. Quel 21 febbraio del 1965 stava tenendo un comizio pubblico alla Audubon Ballroom di Harlem. Solo una settimana prima era sopravvissuto a un attentato contro la sua abitazione. Tre membri della Nation of Islam furono arrestati e condannati, ma solo uno confessò. Al funerale, ad Harlem, partecipò un milione e mezzo di persone. Lo scorso anno, nel cinquantesimo anniversario della sua morte, a centinaia hanno affollato il suo memoriale sorto nel luogo in cui fu ucciso.

fonte:

Le notizie che i Tg “dimenticano” di dare: Tentarono di gettare fango sul Pm Di Matteo scrivendo che era “complice di Riina”. SGARBI e SALLUSTI condannati rispettivamente a 6 e 3 mesi di carcere per diffamazione aggravata!!

 

Di Matteo

 

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Le notizie che i Tg “dimenticano” di dare: Tentarono di gettare fango sul Pm Di Matteo scrivendo che era “complice di Riina”. SGARBI e SALLUSTI condannati rispettivamente a 6 e 3 mesi di carcere per diffamazione aggravata!!

 

Scrissero che il pm Di Matteo era complice di Riina: carcere per Sgarbi e Sallusti

Il critico e il giornalista sono stati condannati a 6 e 3 mesi, oltre a un risarcimento di 40 mila euro. Per entrambi la pena è stata sospesa.

A volte bisogna sapersi controllare anche se chi ha fatto luce sulla trattativa è scomodo e, per alcuni, meritava insulti: il Tribunale di Monza ha condannato il critico d’arte Vittorio Sgarbi e il giornalista Alessandro Sallusti rispettivamente a 6 e 3 mesi di carcere per l’accusa di diffamazione aggravata nei confronti del magistrato Nino Di Matteo. Per tutti e due la pena è stata sospesa.
La sentenza è stata emessa dal giudice Francesca Bianchetti che ha inoltre riconosciuto una provvisionale di 40 mila euro in favore del sostituto della Direzione nazionale antimafia e “memoria storica” del processo sulla trattativa tra Stato e mafia.
Il pm, difeso dall’avvocato Roberta Pezzano, si è costituito parte civile ed è stato anche ascoltato dal giudice il 24 gennaio scorso.
Di Matteo aveva sporto querela dopo un articolo scritto da Vittorio Sgarbi dal titolo “Quando la mafia si combatte solo a parole”, e pubblicato su “Il Giornale” (all’epoca diretto da Alessandro Sallusti), nel gennaio 2014.
L’articolo di Sgarbi prendeva spunto dalla divulgazione delle intercettazioni di Salvatore Riina mentre era detenuto, durante le quali il boss corleonese aveva anche minacciato di morte lo stesso pm, sottoposto al massimo livello di sicurezza. Uno dei passaggi che hanno fatto scattare la querela era: “Riina non è nemico di Di Matteo, nei fatti è suo complice…”.
Di Matteo aveva sostenuto, avviando la querela, che “dopo la pubblicazione successiva al deposito processuale delle intercettazioni di numerose conversazioni nelle quali Riina ripetutamente si riferisce alla mia persona, anche manifestando la sua volontà di uccidermi, paradossalmente è iniziata quella che ritengo una vera e propria campagna di stampa che, partendo dal chiaro travisamento dei fatti, tende ad accreditare versioni che mi indicano quale autore di condotte e comportamenti che non ho mai tenuto. Non posso accettare che – aveva sostenuto Di Matteo – si continui a speculare impunemente perfino su vicende che tanto incidono anche sulla mia vita personale e familiare”.

fonte: http://www.globalist.it/news/articolo/2018/05/18/scrissero-che-il-pm-di-matteo-era-complice-di-riina-carcere-per-sgarbi-e-sallusti-2024516.html

Giusto Trant’anni fa, il 18 di maggio del 1988, la morte di Tortora. La figlia: “da allora nulla è cambiato”…!

 

 

Enzo Tortora

 

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Giusto Trant’anni fa, il 18 di maggio del 1988, la morte di Tortora. La figlia: “da allora nulla è cambiato”…!

 

Trant’anni fa la morte di Tortora. La figlia: ‘nulla è cambiato’

 A 30 anni dalla sua morte, Tortora è diventato la personificazione dell’errore giudiziario italiano. Il suo ricordo vive in strade, piazze, scuole, biblioteche sparse per l’Italia a lui intitolate.

l 18 maggio 1988, a 59 anni muore Enzo Tortora, conduttore televisivo, autore e giornalista, per un tumore ai polmoni. “Perché – disse – mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro”. Quella bomba è l’accusa di far parte della Nuova Camorra Organizzata e di essere un corriere della droga. Ci vorranno quattro anni per dimostrare la sua innocenza, tra i quali 7 mesi di carcere e molti altri ai domiciliari nella sua casa in via Piatti, non lontana dal Duomo di Milano.

A 30 anni dalla sua morte, Tortora è diventato la personificazione dell’errore giudiziario italiano. Il suo ricordo vive in strade, piazze, scuole, biblioteche sparse per l’Italia a lui intitolate. Ma per Silvia Tortora, la figlia maggiore “dal mio punto non è cambiato nulla: sono 30 anni di amarezza e di disgusto”. Nulla per Silvia è cambiato nella giustizia italiana: “Mi aspettavo una riforma del sistema giudiziario, invece non è accaduto. I processi continuano all’infinito. Anzi in 30 anni c’è stata una esplosione numerica”. Per non parlare della società: “Vedo dei passi indietro nelle disuguaglianze, l’essere una comunità non esiste più. Ci siamo incrudeliti ed assuefatti all’ingiustizia, c’è un generale imbarbarimento”. Ed anche la televisione è così lontana da quella realizzata dal genitore “improntata sul garbo, l’empatia e l’educazione. Vedo trasmissioni su casi giudiziari, dove non c’è mai un’ottica dubitativa”.

“Il sacrificio di Enzo” come lo chiama la figlia, comincia il 17 giugno 1983. Il volto di “Portobello” è all’apice del successo. La sua trasmissione raggiunge i 28 milioni di telespettatori, record difficilmente battuto. Quel giorno il conduttore avrebbe dovuto firmare il contratto per una nuova edizione. Alle 4 di notte, però, i carabinieri bussano alla stanza dell’Hotel Plaza di Roma, e lo arrestano. Per trasferirlo nel carcere di Regina Coeli i militari aspettano la mattina e cameramen e fotografi lo possono così riprendere con le manette ai polsi. Una immagine che dopo 30 anni è ancora indelebile per molti. Quel 17 giugno vengono eseguiti altri 855 ordini di cattura emessi dalla Procura di Napoli nei confronti di presunti affiliati alla nuova Camorra Organizzata, capitana da Raffaele Cutulo. A muovere le accuse contro il presentatore sono due ‘pentiti’ dell’organizzazione Pasquale Barra e Giovanni Pandico, poi a catena si aggiungono altri 17 testimoni che non solo confermano le accuse ma le coloriscono di particolari. Si scopre in seguito che pentiti e testimoni potevano liberamente comunicare mentre erano nella caserma di Napoli. Ad ‘inchiodare’ l’uomo di spettacolo è una agendina con il suo nome, in realtà vi era scritto Tortona e non Tortora, e dei centrini di seta inviati dal carcere dallo stesso Pandico a Portobello che i responsabili della trasmissione smarrirono. Centrini che nelle parole di alcuni pentiti diventano delle partite di droga.

Il 17 settembre 1985 il presentatore è condannato a 10 anni di reclusione per associazione a delinquere di tipo mafioso e traffico di stupefacenti. Nell’appello il 15 settembre 1986 altri giudici napoletani ribaltano la sentenza e lo assolvono con formula piena. Durante il primo processo viene eletto europarlamentare nelle file dei Radicali, diventa poi presidente del partito e quindi si dimette scatenando l’ira di Marco Pannella. Tortora torna a presentare il suo Portobello il 20 febbraio 1987 e apre la trasmissione con una frase che diventa celebre: “Dunque, dove eravamo rimasti?”. A mettere fine alla vicenda giudiziaria è la Cassazione che conferma il secondo grado di giudizio il 13 giugno 1987. Un anno prima della sua morte.
“Enzo è stato prelevato dalla sua vita – ricorda Silvia – senza che venisse aperta una commissione d’inchiesta, senza che nessuno pagasse per quell’errore”. Grazie al suo caso venne approvata la legge Vassalli sulla responsabilità dei magistrati, legge che però non contemplava la retroattività. Quindi né Tortora , né i suoi eredi hanno avuto un risarcimento. “Anche se penso che Enzo se ne sia andato troppo presto – conclude la figlia Silvia -, è meglio che non veda questo schifo. A cosa è servito il suo sacrificio? La potenza del dolore e dell’ingiustizia ha provocato un solo effetto: la sua morte”.

fonte: http://www.globalist.it/news/articolo/2018/05/16/trant-anni-fa-la-morte-di-tortora-la-figlia-nulla-e-cambiato-2024395.html

Ormai è acclarato che Cucchi fu massacrato dai Carabinieri. Per chi avesse la memoria corta, vorremmo ricordare le nobili e sensibili parole di conforto che Matteo Salvini rivolse alla sorella: “Ilaria Cucchi? Mi fa schifo…!”

Cucchi

 

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Ormai è acclarato che Cucchi fu massacrato dai Carabinieri. Per chi avesse la memoria corta, vorremmo ricordare le nobili e sensibili parole di conforto che Matteo Salvini rivolse alla sorella: “Ilaria Cucchi? Mi fa schifo…!”

Cucchi massacrato dai carabinieri, ma Salvini diceva : “La sorella mi fa schifo”

L’estremista di destra che vuole guidare il Viminale ha una doppia visione della legalità: pugno di ferro con comunisti e stranieri ma quando i reati sono fatti da forze dell ordine vanno infangate le vittime

Il governo è quasi pronto e vogliamo ricordare cosa diceva l’estremista di destra che vuole guidare il Viminale un anno fa.

Ilaria Cucchi? Capisco il dolore di una sorella che ha perso il fratello, ma mi fa schifo. E’ un post che mi fa schifo. Mi ricorda tanto il documento contro il commissario Calabresi”. Lo diceva un anno fa Matteo Salvini, segretario della vecchia Lega Nord che per motivi elettorali si è trasformata in Lega (e basta) a La Zanzara su Radio 24, parlando della foto del carabiniere indagato per la morte di Stefano Cucchi, pubblicata da Ilaria Cucchi sul suo profilo Facebook in quei giorni.

“La sorella di Cucchi – aveva sottolinea Salvini – si deve vergognare. La storia dovrebbe insegnare. Qualcuno nel passato fece un documento pubblico, erano intellettuali sdegnati contro un commissario di polizia che poi fu assassinato. I carabinieri possono tranquillamente mettere una foto in costume da bagno sulla pagina di Facebook. O un carabiniere non può andare al mare? E’ assolutamente vergognoso. I legali fanno bene a querelare la signora e lei dovrebbe chiedere scusa”.

“Io sto sempre e comunque con polizia e carabinieri – aveva detto ancora il leader leghista – Se l’un per cento sbaglia deve pagare, anche il doppio. Però mi sembra difficile pensare che ci siano poliziotti o carabinieri che hanno pestato per il gusto di farlo”.

Per le ragazze stuprate a Firenze disse lo stesso: credeva ai carabinieri e non alle vittime.

La sua doppia visione della legalità ci disgusta: pugno di ferro con comunisti e stranieri, ma quando i reati sono commessi dalle forze dell ordine vanno infangate le vittime

 

fonte: http://www.globalist.it/news/articolo/2018/05/17/cucchi-massacrato-dai-carabinieri-ma-salvini-diceva-la-sorella-mi-fa-schifo-2024465.html

LEGGI:

Il caso di Stefano Cucchi, dopo 9 anni comincia ad uscire fuori la verità: il Carabiniere che ha fatto riaprire il caso: “I Colleghi l’hanno MASSACRATO”…!!!
Salvini attacca Ilaria Cucchi: “Post su Facebook? Mi fa schifo, si vergogni”

 

 

Perché l’Unione Europea potrebbe veramente cancellarci 250 miliardi di debito pubblico…!

 

debito pubblico

 

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Perché l’Unione Europea potrebbe veramente cancellarci 250 miliardi di debito pubblico…!

 

Perché la BCE può cancellare 250 miliardi (e chi lo nega è ignorante o in malafede)

di 

Il motivo lo ha spiegato  – in un articolo del  giugno 2013 –  Paul De Grauwe, attualmente docente alla John Paulson Chair in European Political Economy,   nella London School of Economics, già membro del parlamento belga dal 1991 al 2003, autore di ricerche e libri fondamentali  sulla politica monetaria, di cui è considerato fra le  massime autorità.

De Grauwe ha scritto l’articolo perché  il governatore Weidmann della Bundesbank, la banca centrale tedesca,  s’era appellato alla Corte Costituzionale  tedesca, sostenendo che gli acquisti a palate di titoli di debito pubblico  dei paesi dell’eurozona che sta  operando la BCE, esponevano i contribuenti tedeschi al rischio di dover  pagare con le tasse le “perdite” che avrebbe subito la BCE in caso di insolvenza  dell’Italia, Spagna, Grecia, Portogallo.

De Grauwe mostra che la Bundesbank è ignorante, come quasi tutti gli economisti italiani (e non parliamo dei giornalisti) a ventilare una simile spaventosa ipotesi. Il motivo: applicano alle banche centrali i criteri di solvibilità e insolvenza di una banca privata, o di una qualsiasi impresa privata.

Il livello di confusione è così alto  – scrisse appunto –  che il presidente della Bundesbank si è rivolto alla Corte Costituzionale Tedesca sostenendo che il programma OMT  della BCE esporrebbe i cittadini tedeschi al rischio di dover pagare tasse per coprire potenziali perdite generate dalla BCE”.

“Tale paura è mal posta”  . Anzi: “In realtà, i contribuenti tedeschi sono i principali beneficiari del programma di acquisto di titoli di debito”.

“Le società private si ritengono solvibili quando il valore del loro patrimonio netto è positivo, ossia quando il valore dei loro asset è superiore a quello del debito. La solvibilità di una società privata può anche essere espressa come il massimo ammontare di perdite che una società può assorbire in un dato momento. Pertanto, una società privata si dice solvibile quando le sue perdite non sono superiori al patrimonio netto” .

Ma “questi vincoli di solvibilità non dovrebbero essere applicati alle banche centrali; le banche centrali non possono fallire”.

Oddio, e perché?

Perché  “una banca centrale può emettere tutta la moneta che vuole e chi gli serve per ripagare i suoi “creditori”.

E chi sono i creditori della banca centrale?

Sono “i detentori della sua moneta.   Per la banca centrale, il loro “ripagamento”   consisterebbe semplicemente nel sostituire la moneta vecchia con moneta nuova”.

Non siamo più nel  sistema del tallone aureo, quando una banca centrale prometteva di convertire la moneta che emetteva in oro.

“Al contrario delle società private, i debiti delle banche centrali non rappresentano un diritto sugli asset delle banche centrali. Quindi, il valore degli asset della banca centrale non ha influenza sulla sua solvibilità.

“La sola promessa che una banca centrale fa  […] mercato è che il denaro sarà convertibile in un paniere di beni e servizi a un prezzo più o meno fisso. In altri termini, la banca centrale fa una promessa di stabilità dei prezzi. Tutto qui.

La banca centrale assorbe qualsiasi perdita

(…) . La banca centrale può assorbire qualsiasi perdita, a patto che questa perdita non comprometta la stabilità dei prezzi.

Non è nemmeno corretto affermare che la banca centrale ha bisogno di mantenere un patrimonio netto positivo per “restare solvibile”. Una banca centrale non necessita di un patrimonio netto.  Dunque l’affermazione che una banca centrale con un patrimonio netto negativo necessiti di essere ricapitalizzata dal Tesoro non ha alcun senso”.

Visto che qualcuno ancora non capisce, De Grauwe spiega di nuovo:

 

“Per essere chiari:

  • La banca centrale (che non può fallire) non ha bisogno di alcun sostegno fiscale dal governo (che invece può fallire)
  • L’unico sostegno di cui la banca centrale necessita da parte del governo è che essa possa mantenere il monopolio sull’emissione di moneta in tutto il territorio su cui il sovrano ha giurisdizione. Una volta che abbia  dal sovrano tale potere, la banca centrale è libera da ogni limite di solvibilità”.

Chiarito ciò, De Grauwe  illustra il caso più semplice, di una banca centrale che emetta moneta per  un solo stato.  Lo fa comprando i Buoni del Tesoro  di quello Stato ed emettendo moneta.

“Acquistando i titoli di debito statali, la banca centrale  trasforma  la natura del debito pubblico.

Quando la banca centrale compra il debito del proprio governo, il debito viene trasformato:

  • Il debito governativo, che porta con sé un tasso di interesse e un rischio di default, diventa una passività della banca centrale (base monetaria); che è priva di rischio default,   ma soggetta a rischio di inflazione”.

Per capire    cosa sia questa trasformazione, e  come agisca nel bilancio, supponiamo   che Banca Centrale e Governo siano tutt’uno (come dopotutto sono: due rami separati del settore pubblico, ed erano prima del “divorzio” fra Tesoro e Bankitalia).

Attenzione attenzione, perché nelle righe seguenti troviamo spiegato perché 250 miliardi di debiti possono essere “cancellati”:

dunque seguiamo il ragionamento.

“Dopo la trasformazione, il debito governativo detenuto dalla banca centrale viene cancellato. Esso è un attivo in un ramo dello stato (la banca centrale) e un passivo nell’altro ramo (il governo). Quindi, scompare”.

E attenti, non è ancora finita:

“La banca centrale può ancora tenerlo a bilancio  [come fa la BCE coi nostri  250 miliardi], ma esso non ha più alcun valore economico. Di fatto la banca centrale può sbarazzarsi di questa FINZIONE ed eliminarla dal suo bilancio, e il governo può quindi eliminarlo dall’ammontare del suo debito. Esso non ha più valore in quanto è stato rimpiazzato da una nuova forma di debito, ossia la moneta, che comporta un rischio inflattivo, ma NON  un rischio di default”.

Dunque non ha senso – come voleva far credere la Bundesbank –  che le banche centrali,   quando il prezzo di mercato dei titoli di stato scende, ci perdono. Se ci fosse una perdita per la banca centrale, essa sarebbe compensata alla pari da un guadagno equivalente da parte del governo (perché il valore di mercato del suo debito è sceso in uguale proporzione). Non ci sono perdite per il settore pubblico”.

Chiaro o no? L’esperto sottolinea:

“Arriviamo a una conclusione importante: Quando una banca centrale ha acquisito titoli di stato, un declino nel prezzo di mercato di questi titoli non ha alcuna conseguenza fiscale. La perdita in un ramo (la banca centrale)  è compensata dal profitto nell’altro (lo Stato)”.

Che se poi ancora non fosse chiaro ai vari “economisti” dei miei stivali che strillano, De Grauwe riprende:

“Un altro modo di vedere questo effetto, è guardare ai flussi degli interessi sottostanti ai titoli pubblici. Poniamo ad esempio che la banca centrale abbia comprato un miliardo di euro in titoli di stato. Questi hanno una cedola, diciamo, del 4%. Perciò la banca centrale che ha in portafoglio i titoli riceve 40 milioni di euro all’anno da parte del governo. Nella pratica della contabilità, questo viene contato come un profitto per la banca centrale. Alla fine dell’anno, la stessa banca centrale girerà  i propri profitti al governo. Assumendo che il costo marginale della gestione di questi bond sia pari a zero, la banca centrale girerà al governo i 40 milioni di euro. E’, per così  dire,  la mano sinistra  che  paga la mano destra”.

La classica partita di giro.

“La tecnicalità della tenuta dei libri contabili ha potuto far credere a qualcuno che tali interessi siano signoraggio  (ossia profitto per la banca centrale). Non lo sono. Non c’è alcun profitto nel settore pubblico.  Il profitto della banca centrale è esattamente compensato da una perdita del governo”.

Capito? L’economista vuol essere ancora più chiaro.

“L’uno e l’altra potrebbero eliminare questa convenzione contabile perché in queste perdite e profitti non  c’è alcuna sostanza economica”.

“La BCE può distruggere i titoli di stato, senza nessuna perdita”

Ma, probabilmente temendo che questo sia al disopra delle possibilità intellettuali del governatore Weidmann della Bundesbank, il belga insiste:

“E’ letteralmente  vero che la banca centrale potrebbe distruggere i titoli di Stato nel trituratore della carta: niente sarebbe perduto”.

Vogliamo copiare la frase in inglese:

It is literally true that the central bank could put the government bonds ‘into the shredding machine’; nothing would be lost.

“Nel nostro esempio, la banca centrale non riceverebbe più 40 milioni di euro l’anno,  e non dovrebbe più girarli al governo ogni anno.

Cosa succede se il governo fa default sui suoi bond in scadenza? Il default causa delle perdite ai detentori privati dei titoli.

Ma è irrilevante per i titoli detenuti dalla banca centrale: infatti essi adesso non valgono più nulla, ma erano già privi di valore anche prima del default. Si tratta della mano destra che paga la sinistra.

Per il settore pubblico, non è successo nulla. Perciò la perdita della banca centrale a causa del default non ha alcuna conseguenza fiscale”.

Nel caso dell’eurozona,   una unione monetaria imperfetta (che non è anche una unione di bilancio), le cose sono alquanto più complesse. Ma all’osso,  ci limitiamo a riportare l’esempio di De Grauwe:

“Immaginiamo che la BCE acquisti 1 miliardo di titoli spagnoli a un tasso del 4%. Le conseguenze fiscali sono ora le seguenti.

  • La BCE riceve 40 milioni di euro in interessi annuali dal tesoro spagnolo.
  • La BCE restituisce questi 40 milioni di euro non alla sola Spagna, ma  a tutti gli anni alle banche centrali nazionali dell’eurozona.

La distribuzione avviene proporzionalmente alla quota di capitale nella BCE (vedere BCE 2012).

  • La banca centrale nazionale trasferisce quanto ricevuto al proprio tesoro nazionale.

Per esempio, la BCE trasferirà l’11.9% dei 40 milioni al Banco de España. Il resto andrà alle banche centrali degli altri paesi membri. Chi riceverà di più è la Bundesbank tedesca; che con una quota di capitale del 27.1%, riceverà quindi 10.8 milioni di euro”.

Ecco perché, all’inizio del discorso il nostro monetarista diceva che,  anziché essere danneggiati, “i tedeschi sono i principali beneficiari del programma di acquisti di debiti pubblici  avviato da Draghi.

L’effetto paradossale è questo:

“In un’unione monetaria che non è  anche un’unione fiscale,  un programma di acquisto di titoli di stato porta a trasferimenti all’interno dell’unione – ma non a quelli a cui pensa l’opinione pubblica tedesca

  • “Un programma di acquisto titoli della BCE porta a un trasferimento annuale dai paesi i cui titoli vengono acquistati verso tutti gli altri”

Cioè dai paesi più indebitati e poveri a quelli non indebitati e ricchi. 

“Un trasferimento fiscale dai paesi più deboli (debitori) verso i paesi più forti (creditori)”.

La  Germania lucra anche su questo.

Che cosa serve ancora per realizzarla perversione  del sistema euro?  E di chiamare chi lo sostiene in Italia un traditore? Perché la protesta di Weidmann contro gli acquisti della BCE, anche se non escludo possa essere dovuta ad ignoranza (non sarebbe il primo banchiere a non sapere come si crea il denaro),   servepiuttosto ad uso interno, per rafforzare nei cittadini tedeschi l’impressione che essi stanno pagando per i debtii italiani, spagnoli, greci. Il che pone il problema dei tecnocrati non eletti: non c’è niente di peggio di un tecnocrate incompetente. Anzi di peggio c’è, ed è un tecnocrate che fa’ politica e propaganda contro un paese  alleato, fondatore, e dellas tessa zona monetaria.   Ma che dire dei giornalisti ed economisti italiani che tifano per  la bancarotta  dell’Italia in odio al govenro Salvini-Di MAio?

  • Dal testo qui sopra si vede anche che i tassi d’interesse sul nostro debito non dipendono dai “mercati” e se è aumentato lo spread   a causa del governo Lega-Cinque Stelle, è un avvertimento artificiale delle  banche centrali ostili. Ricordiamo che quando Sarko e Merkel vollero  rovesciare Berlusconi,  aumentarono lo spread vendendo – non loro,  le loro banche centrali per carità, sono indipendenti – a vagonate titoli di Stato italiani. Draghi   dispose poi che li comprassero le banche italiane, che per questo vengono accusate ogni giorno da Weidmann di essersi riempite di Bot e BTP.

Post Scriptum: 

Il testo dell’economista prosegue, per smentire, “come si  sente dire spesso nei paesi creditori che, nel caso di default di un paese i cui titoli di stato sono nel bilancio della BCE, essi (i creditori) sarebbero i primi a rimetterci. Questa è una conclusione sbagliata”.

Al massimo, il contribuente tedesco dovrebbe rinunciare alla rendita annua degli interessi che percepisce dal paese debitore.

Potete constatarlo da voi leggendo l’originale inglese qui:

https://voxeu.org/article/fiscal-implications-ecb-s-bond-buying-programme

L’articolo Perché la BCE può cancellare 250 miliardi (e chi lo nega è ignorante o in malafede) proviene da Blondet & Friends.

Il caso di Stefano Cucchi, dopo 9 anni comincia ad uscire fuori la verità: il Carabiniere che ha fatto riaprire il caso: “I Colleghi l’hanno MASSACRATO”…!!!

 

Stefano Cucchi

 

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Il caso di Stefano Cucchi, dopo 9 anni comincia ad uscire fuori la verità: il Carabiniere che ha fatto riaprire il caso: “I Colleghi l’hanno MASSACRATO”…!!!

 

Stefano Cucchi, il carabiniere che ha fatto riaprire il caso depone in aula. “Colleghi mi dissero: l’hanno massacrato”

L’appuntato scelto Riccardo Casamassima si è presentato in aula e ha ripetuto le parole messe a verbale davanti al pm Giovanni Musarò. Dichiarazioni che hanno fatto riaprire il caso del geometra romano. Al Fatto Quotidiano aveva detto: “Ho paura. Ho ricevuto pressioni”

Alla fine è andato è andato in tribunale e ha confermato le accuse nei confronti dei suoi colleghi. Nonostante avesse paura a causa delle pressioni ricevute negli ultimi tempi e denunciate in un’intervista al Fatto Quotidiano l’appuntato scelto Riccardo Casamassima si è presentato in aula e ha ripetuto le parole messe a verbale davanti al pm Giovanni Musarò. Dichiarazioni che hanno fatto riaprire il caso Stefano Cucchi.

Il ruolo di Mandolini – “Nell’ottobre 2009, il maresciallo Roberto Mandolini si è presentato in caserma: mi confidò che c’era stato un casino perché un giovane era stato massacrato di botte dai ragazzi, quando si riferì ai ragazzi l’idea era che erano stati i militari che avevano proceduto all’arresto”, ha detto il carabiniere davanti alla corte d’Assise che sta processando cinque militari. Uno è Mandolini – presente in aula durante la testimonianza di Casamassima – che è accusato di falso nella compilazione del verbale di arresto del geometra romano insieme a Francesco Tedesco, e di calunnia nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso della prima inchiesta sul caso, insieme a Vincenzo Nicolardi. Alla sbarra ci sono poi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro accusati di omicidio preterintenzional insieme a Tedesco.

“Hanno massacrato Cucchi” – “Il nome di Stefano Cucchi – ha continuato Casamassima  – come del massacrato di botte fu percepito dalla mia compagna, Maria Rosati (anche lei nei carabinieri, ndr) che era dentro quell’ufficio e aggiunse che stavano cercando di scaricare la responsabilità sulla polizia penitenziaria“. Casamassima ha aggiunto anche di avere suggerito al maresciallo Mandolini nell’ottobre 2016 durante un incontro di andare “dal pm a dire le cose che sai. Ma mi rispose: no. Il pm ce l’ha a morte con me”.  La donna ha confermato questa circostanza durante il suo esame oggi davanti ai giudici dell’assise. “Mandolini – ha detto la Rosati – disse che era successa una cosa brutta, un casino con un ragazzo che si chiama Cucchi, lo avevano massacrato”, che stavano cercando “di scaricarlo, ma non se lo voleva prendere nessuno”.

Le parole di Mastronardi jr – In aula, Casamassima ha confermato anche il resto della sua deposizione. “Il figlio del maresciallo Mastronardi, anche lui carabiniere, mettendosi le mani sulla fronte mi raccontò che nella notte dell’arresto vide personalmente Cucchi e lo vide ridotto male a causa del pestaggio subito. Disse che lui non aveva mai visto una persona combinata così”. Il testimone, interrogato dal pm Musarò, ha anche spiegato il motivo che lo ha convinto a raccontare i due episodi solo dopo quattro anni e mezzo dalla morte di Cucchi, e cioè nel maggio del 2015. “Pensavo che Mandolini volesse fare lui stesso qualcosa. Avevo paura di ritorsioni, dopo la mia testimonianza hanno cominciato a fare pressioni pesanti nei miei confronti. Ho avuto anche problemi perché ho rilasciato interviste non autorizzate; si stava cercando di screditarmi, e io dovevo far capire che tutto quello che dicevano non era vero”.

Ilaria Cucchi: “Verità in ritardo per colpa di Mandolini” –“Per anni io e la mia famiglia abbiamo rincorso la verità, abbiamo atteso troppo. Ritengo che il principale responsabile di questa attesa sia il maresciallo Mandolini – ha commentato Ilaria Cucchi – Ricordo bene quando venne in aula nel primo processo, quello sbagliato, a raccontarci la storiella che quella era stata una serata piacevole e che Stefano era stato anche simpatico. Adesso è il processo giusto, si parla di pestaggio. E ogni volta che entro in quest’aula ho la pelle d’oca. È inaccettabile che si sia cercato di scaricare tutto sulla polizia penitenziaria”.

L’intervista al Fatto.it – Casamassima e Mandolini dal 2016 lavorano nello stesso reparto al battaglione Tor di Quinto. “È per questo motivo – ha detto al Fatto.it – che ho chiesto di essere spostato per ricongiungimento familiare. Per evitare problemi ho chiesto di essere portato dove lavora anche la mia compagna. Ma mi è stato detto di no nonostante il ricongiungimento sia previsto da circolari specifiche”.

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/15/stefano-cucchi-il-carabiniere-che-ha-fatto-riaprire-il-caso-depone-aula-colleghi-mi-dissero-lhanno-massacrato/4357606/

Marco Travaglio contro Salvini: “Tra domenica e lunedì è successo qualcosa che non ci viene raccontato”

 

Travaglio

 

 

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Marco Travaglio contro Salvini: “Tra domenica e lunedì è successo qualcosa che non ci viene raccontato”

Duro attacco di Marco Travaglio contro Salvini a Di Martedì.

Il direttore del Fatto Quotidiano, collegato con lo studio della trasmissione di La7, ha commentato gli sviluppi della trattativa tra M5S e Lega per la formazione del governo, che sembra essersi arenata ad un passo dalla chiusura dell’accordo.

M5s-Lega, Travaglio: “Salvini? Se non si sgancia da Berlusconi è un fanfarone. Promette ma chiede permesso a papi”

“Cosa sta succedendo tra M5s e Lega? Accade quello che era facile prevedere che succedesse quando una trattativa inizia nell’ambiguità. Prima di sedersi al tavolo con Salvini bisogna sapere se ha appeso per i testicoli Berlusconi, cioè se ha le mani libere. Se non si scioglie questo nodo, è inutile sedersi al tavolo”. Sono le parole del direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, nel corso di Dimartedì (La7). “Già è difficile mettere d’accordo Lega e M5s per l’eterogeneità dei loro programmi” – continua – “e il volume di fuoco che produrrebbe la realizzazione di flat tax, blocco della legge Fornero e reddito cittadinanza. Se poi devi tener conto anche di Berlusconi, non puoi occuparti di corruzione, di evasione fiscale, di mafia, di conflitto d’interessi, cioè non puoi fare praticamente nulla di quello che serve a questo Paese”. E aggiunge: “Sembrava quasi tutto fatto tra Salvini e Di Maio, anche sul nome del premier, poi Salvini è andato ad Arcore ed è uscita un’altra persona. Berlusconi ha letto il contratto di governo e il leader della Lega improvvisamente ha cambiato idea su giustizia e grandi opere. Poi Salvini ha dichiarato al Quirinale che lui deve tenere unito il centrodestra. In più, tra Lega e M5s c’era una intesa di massima sul nome del premier, cioè il professor Conte” – prosegue – “Anche in questo caso, dopo che è stato fatto quel nome, sia pure informalmente, al presidente della Repubblica, si è tornati a zero, il che significa che tra domenica e lunedì è successo qualcosa che non ci viene raccontato. E ce lo deve raccontare Salvini”. Il direttore del Fatto chiosa: “Il leader della Lega ha cambiato le carte in tavola, quindi non so quanto esca bene da questa situazione. E’ stato Salvini a richiamare i 5 Stelle, dopo che questi ultimi lo avevano salutato perché lui non si sganciava da Berlusconi. Se ora Salvini è di nuovo agganciato a Berlusconi, ne uscirà come un fanfarone, che promette, promette, promette, ma poi al dunque deve sempre chiedere il permesso a papà o a papi”

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/16/m5s-lega-travaglio-salvini-se-non-si-sgancia-da-berlusconi-e-un-fanfarone-che-promette-ma-poi-chiede-permesso-a-papi/4358941/

 

La strana guerra di Gaza dove si muore solo da una parte …ma i media di regime continuano a parlare di “scontri” invece di usare termini più appropriati come “mattanza”, “strage”, “genocidio”…!

 

Gaza

 

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La strana guerra di Gaza dove si muore solo da una parte …ma i media di regime continuano a parlare di “scontri” invece di usare termini più appropriati come “mattanza”, “strage”, “genocidio”…!

 

Strage di Gaza dove si muore solo da una parte. I media reverenti parlano di ‘scontri’

Il campo che vede cadere decine di uomini, donne e bambini, è solo terra di Palestina, una maledetta prigione a cielo aperto

La tragedia di Gaza delle ultime ore promette oggi altri morti, altro sangue. Va detto, tutto versato da un lato. Per la cronaca, non perché una diversa distribuzione del sangue possa mai rendere più leggera o equa la tragedia. Una strage che in gran parte dei media, con prudenza e reverenza, si preferisce definire “scontri”. Decine di morti, sessanta o quasi, migliaia di feriti, minori e bambini tra le vittime, una neonata uccisa dai gas sparati dalle sicure alture realizzate da Israele al confine; alture dalle quali sparano i militari israeliani, ben protetti e armati come in nessun altro esercito del mondo. Non scontri, strage con vittime certe e responsabili certi. Vittime solo da una parte. Gli scontri presuppongono uno scontro, appunto, che se è violento e fa vittime definisce un bilancio, tragico, che colpisce le due parti in campo; vittime – terribile dirlo – distribuite. Qui questo non accade. E il campo che vede cadere decine di uomini, donne e bambini, è terra di Palestina, una maledetta striscia di terra dove è difficile vivere, coi rubinetti dell’acqua stretti a singhiozzo, per far temere e vivere la sete, con la luce che al momento opportuno è staccata, coi pescatori che non possono andare più in là dove si può pescare qualcosa perché fermati e rimandati a terra. In Palestina non c’è lavoro e non c’è futuro, si vive di aiuti internazionali come in un grande campo profughi dove la terra misteriosamente diminuisce ogni giorno. Lì dove ieri era Palestina, oggi brutti insediamenti in  lande desolate da far fiorire. Con l’acqua. In Palestina oggi c’è solo da covare la rabbia fin quando riesci a trattenerla dentro. In Palestina si può solo andare su e giù in quella striscia di sabbia che non è lungomare ma disperato fazzoletto di sabbia. Dalle alture militari di Israele, lungo la linea di confine, l’esercito spara sulla Palestina, sui palestinesi, rimproverati da Israele di manifestare con donne e bambini. Come se donne e bambini non fossero vittime di una condizione disumana che spinge dall’indignazione alla rabbia, come se donne e bambini non soffrissero fame e sete, la drammatica incertezza del futuro, la mancanza di medicine e il tant’altro che pochi ricordano in queste ore. Nel rapporto tra l’immensità della strage di ieri e i media italiani, colpisce l’eterno provincialismo della bilancia dei nostri media nel pesare gli accadimenti del mondo, peraltro vicinissimo a noi, con conseguenze su di noi. Il piatto della bilancia dei nostri media è zavorrato dalla cattiva politica. Miopia, fiato corto ma anche utile fuga. Diciamolo, parlare di Israele, metterne in discussione le decisioni militari, è cosa scomoda per chi nell’informazione ha ruoli di responsabilità che vuole mantenere o lasciare per responsabilità più alte. E nelle redazioni, soprattutto del servizio pubblico, questo accade anche a livello non dirigenziale. E il tutto si tinge di comico e può capitare di imbatterti in uno scontro tra lillipuziani a chi è più filo israeliano dell’altro. Per portare questo all’incasso. Tragedia e miserie.
Ieri sera, alla fine di una giornata di sangue, scorrendo le testate on line della stampa internazionale, da Mosca a New York, passando per le capitali europee e africane, facendo una virata per leggere quelle ad Oriente, la strage di Gaza dominava la prima pagina. Aprivi i giornali on line italiani e capeggiavano invece i lillipuziani della nostra tristissima pagina di Storia, tanto simile ad uno spartito di operetta. Non solo giornali on line. Così anche questa mattina, in un 15 maggio che promette sangue da mattanza. Ieri su un canale all news, tra i tanti titoli che scansavano la parola strage ho letto questo “Inaugurazione e sangue”, dove la prima parola era dedicata all’apertura dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, con tanti sorrisi, abbracci ( anche al discusso genero di Trump ) e pacche sulla spalla. E nel frattempo, i morti che cadevano sintetizzati in un generico “sangue”. Generico e comodo. Si potrebbe parlare a lungo delle origini di tutto. Le letture sulle origini però inficiano l’oggi e compromettono la necessità di uscire da questa situazione. Certo, si deve anche dire che in Palestina c’è chi cinicamente considera un successo i tanti morti fatti dalle armi israeliane. Cinismo offerto su un piatto d’argento da Israele alle frange estreme ( e minoritarie )palestinesi che si alimentano di sacrifici. In attesa di contare i nuovi morti, di sentir parlare di  “nuovi scontri”, una piccola testimonianza ascoltata questa mattina su Radio1, a Radioanch’io. Raccontava al telefono Yasser:” Sono palestinese, vivo da tanti anni in Italia e ho il passaporto italiano… Da undici anni non posso tornare in Palestina per vedere i miei genitori… In Palestina è stato distrutto l’aeroporto, e a Tel Aviv la polizia israeliana mi blocca e non mi consente di raggiungere il mio Paese…”. Yasser è un cittadino italiano con passaporto italiano. E capita anche ai cittadini israeliani, con passaporto israeliano, ma di origine palestinese, che rientrano in famiglia, d’essere trattati da palestinesi. Per chiudere davvero, un plauso, ai coraggiosi fotografi delle grandi agenzie di stampa. I loro scatti non hanno bisogno di parole, raccontano più delle parole. E raccontano la verità, senza timidezze e incertezze.
Ha ragione Jean-Luc Godard  che nel presentare a Cannes il suo “Le livre d’image” ha detto:” Solo i frammenti hanno il marchio dell’autenticità”

fonte: http://www.globalist.it/world/articolo/2018/05/15/strage-di-gaza-dove-si-muore-solo-da-una-parte-i-media-reverenti-parlano-di-scontri-2024326.html

Il titolo del Financial Times: “A Roma arrivano i nuovi barbari” …Vorremmo solo ricordare la fantastica risposto di Alberto Sordi al Comandante Inglese: “i miei antenati costruivano fognature quando i suoi si dipingevano ancora la faccia di blu!”

 

Alberto Sordi

 

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Il titolo del Financial Times: “A Roma arrivano i nuovi barbari” …Vorremmo solo ricordare la fantastica risposto di Alberto Sordi al Comandante Inglese: “i miei antenati costruivano fognature quando i suoi si dipingevano ancora la faccia di blu!”

Andate a rivederlo il grande Alberto Sordi ne I due Nemici quando mette a posto, anzi umilia, il comandante inglese: “i miei antenati costruivano fognature quando i suoi si dipingevano ancora la faccia di blu!”…

Il Financial Times ci va giù pesante: “A Roma arrivano i nuovi barbari”

L’Italia torna a preoccupare mercati e stampa internazionale. L’ultimo servizio dedicato al Belpaese viene dal «Financial Times», che ieri ha dedicato un commento alla maggioranza Lega M5S, intitolata «Roma apre le porte ai nuovi barbari» e si punta il dito contro le posizioni «russofile e anti» Unione europea della maggioranza nascente.

In un’altra analisi il quotidiano ha previsto che comunque i due partiti non violeranno «le regole di bilancio europee né minacceranno di uscire dall’Euro», Possibile invece che il nuovo governo ingaggi con Bruxelles dei conflitti. Le promesse di Di Maio e Salvini come annullare la riforma Fornero, mini-BoT, flat tax, reddito di cittadinanza «se applicate in pieno, non sono coerenti con lo spirito e le regole Ue»; nel contempo l’Europa li terrà sotto pressione per tagliare il deficit. Dunque il Governo ha due soluzioni: «Annacquare le promesse o attuarle più tardi». Italia in primo piano anche nell’altro principale quotidiano economico, il Wall street journale che ieri in prima pagina titolava: «In Italia inizia una era di incertezza».