La Germania non acquisterà gli F-35: sono un bidone e costano troppo… Invece l’Italia li acquisterà per non dare un dispiacere agli amici americani. E chissenefrega se proprio noi l’alternativa ce l’abbiamo: l’Italianissima Alenia produce caccia leggeri molto più utili ed economici.

 

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La Germania non acquisterà gli F-35: sono un bidone e costano troppo… Invece l’Italia li acquisterà per non dare un dispiacere agli amici americani. E chissenefrega se proprio noi l’alternativa ce l’abbiamo: l’Italianissima Alenia produce caccia leggeri molto più utili ed economici.

La notizia è stata riportata a fine gennaio dal blog di Thomas Wiegold, un esperto tedesco di difesa: «la vecchia flotta di Tornado della Luftwaffe sarà sostituita da caccia europei Eurofighter o dagli F/A-18 statunitensi. Una sostituzione con i cacciabombardieri F-35 non è prevista».

La fonte della notizia è più che autorevole: il ministero della Difesa tedesco che, nell’aprile 2018, aveva informato di una gara con quattro concorrenti, di cui un europeo (l’Eurofighter, prodotto dalla franco-tedesca Airbus) e tre americani (gli F-35A di Lockheed Martin, gli F-15E e gli F/A-18E/F, entrambi di Boeing). Ora i soggetti in lizza sono rimasti solo due: Eurofighter e Boeing.

I nuovi aerei, che sostituiranno 85 Tornado della Panavia (una joint venture Airbus, la britannica BAE Systems e l’italiana Leonardo), dovranno entrare in funzione dal 2025 e, come i Tornado, dovranno essere abilitati al trasporto di testate nucleari. Il tutto per un periodo ponte di 15 anni. Nel 2040, infatti, dovrebbero essere pronti i nuovi caccia del sistema franco-tedesco FCAS (Future Combat Air System), a cui ha aderito recentemente anche la Spagna.

Motivi geopolitici contro gli F-35

I motivi per l’uscita di scena degli F-35 sono molteplici e di natura squisitamente geopolitica. «La Luftwaffe (l’aviazione tedesca, ndr), in realtà, li avrebbe preferiti, perché sono i velivoli più moderni dal punto di vista tecnico, anche se hanno ancora una serie di problemi seri da risolvere e sono molto cari», spiega a Valori.it Otfried Nassauer, direttore di BITS (Centro di Informazione Berlinese per la Sicurezza Transatlantica). «Anche gli Stati Uniti ci speravano, sia per la probabile entità della commessa sia perché l’Eurofighter, al momento, non è certificato per trasportare bombe nucleari e, in base a stime USA, saranno necessari almeno dieci anni per ottenere la certificazione. E quindi si andrebbe oltre il 2025».

Poi, però, hanno prevalso gli interessi dell’alleanza tra Germania e Francia, recentemente rinnovata nel gennaio del 2019 con il Trattato di Acquisgrana.

«Se la Germania si fosse decisa per gli F-35», continua Nassauer, «dal punto di vista dei francesi sarebbe stata la fine del progetto FCAS, perché gli F-35 sono un aereo di nuova generazione e di estrema complessità, che avrebbe portato a una sostituzione di lungo termine e non sarebbe stato adatto a una soluzione provvisoria. Alla fine sarebbe rimasto in corpo alla Luftwaffe per decenni, quindi molto più a lungo dei 15 anni richiesti».

La Luftwaffe ha fretta di spendere

Siamo di fronte a una situazione intricata, nella quale l’aviazione tedesca si è buttata da sola. «Nel 2016 fu incaricata di elaborare un piano per utilizzare i Tornado fino al 2035», continua Nassauer. «Non sarebbe stato assolutamente un problema, né per le fusoliere né per i propulsori. E allungando la durata non sarebbe stata necessaria una soluzione transitoria.

Ma la Luftwaffe ha visto la possibilità di beneficiare delle maggiori risorse finanziarie previste con l’attuale aumento delle spese militari tedesche e così ha deciso di anticipare il programma di rimpiazzo dei Tornado al 2025. Alla fine è possibile che, per motivi tecnici e di budget, i Tornado siano comunque mantenuti in funzione, magari sostituendo i velivoli più vecchi con altri Eurofighter, che si aggiungerebbero a quelli che dovranno essere comunque ordinati per rimpiazzare la prima tranche di Eurofighter in dotazione all’esercito tedesco, che non può più essere aggiornata».

L’Italia non molla

Se la Germania dice addio agli F-35, l’Italia ha invece deciso di andare avanti con il programma che prevede l’acquisto di 90 velivoli, di cui 11 già consegnati e operativi. Per il prossimo quinquennio dovrebbero esserne acquistati però solo sei sui dieci previsti, per cercare di contenere le critiche che provengono dalla base del M5S, delusa dal dietrofront della dirigenza del partito. Delusione comprensibile perché attorno velivoli da guerra si era svolta una delle battaglie retoriche, almeno fino a quando erano all’opposizione.

Fino a poco tempo fa, ad esempio, Alessandro Di Battista aveva definito i super-cacciabombardieri «strumenti di morte», fino ad auspicare un blocco totale degli acquisti per dirottare le risorse «verso programmi per salvare vite (dei migranti, ndr) in mare». “Niente F35 e soldi per i migranti in mare”. Così parlava Di Battista nel 2015

I tempi, intanto, sono cambiati radicalmente. I migranti vengono lasciati affogare nell’indifferenza generale e l’Italia continua ad aderire al «più costoso programma aeronautico della storia», per un velivolo che, come ha dimostrato una recente analisi tecnica della rivista specializzata Popular Mechanics, potrebbe essere ricordato come «uno degli aerei da guerra più derisi della storia».

In proposito Vi ricordiamo un articolo che abbiamo pubblicato 2 anni fa:

L’alternativa agli F-35? C’è, ma è tabù: l’Italianissima Alenia produce caccia leggeri molto più utili ed economici. Ma i nostri politici imbarazzati, inetti, servili e lecchini non darebbero mai un dispiacere ai padroni Americani!

Caso Diciotti, il Comandante De Falco: “Vi spiego perché Salvini va processato”

 

De Falco

 

 

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Caso Diciotti, il Comandante De Falco: “Vi spiego perché Salvini va processato”

 

Sul caso Diciotti “Salvini va processato”, parola di Gregorio De Falco, ex senatore del Movimento 5 stelle espulso. Il parlamentare passato al gruppo Misto a dicembre in quanto “dissidente” parla al giornalista Guido Ruotolo per Servizio Pubblico sulla questione della Diciotti e delle indagini su Matteo Salvini.

Il suo non è un parere qualsiasi. De Falco è un ex comandate. Per la precisione è colui che ha intimato a Francesco Schettino di salire a bordo durante il disastro della Costa Concordia. Ma soprattutto è uno dei componenti della Giunta per le immunità del Senato che in queste ore sta decidendo sull’autorizzazione a procedere in giudizio richiesta per il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Il Tribunale dei ministri vuole processare il vice premier per sequestro di persona. Sul banco c’è la gestione dello sbarco della nave Umberto Diciotti.  Nell’agosto 2018 la nave della guardia costiera italiana è rimasta bloccata per dieci giorni, dal 16 al 25 agosto,  con 177 migranti a bordo, prima in mare e poi al porto di Catania. La decisione ultima sarà presa dalla Giunta martedì 19 febbraio.

Diciotti, De Falco: “Salvini sia giudicato dalla magistratura”

“Ritengo che ci sia un atto che deve essere giudicato dalla magistratura”, dice De Falco confermando il suo voto favorevole all’autorizzazione a procedere. E sul silenzio del Movimento 5 stelle – da sempre schierato contro le immunità parlamentari ma tentennante sulla sorte dell’alleato di Governo – per De Falco si tratta di “un’attesa. Come se si attendesse che su altri tavoli si raggiunga un equilibrio”.

No al processo? Ecco perché Matteo ha cambiato idea

Ma perché Salvini all’inizio della vicenda Diciotti si è detto disposto a farsi processare e poi ha cambiato idea? Per Gregorio De Falco la risposta è semplice: “Si è reso conto della gravità e della fondatezza delle accuse che gli sono mosse”.

Guarda QUI il video

 

tratto da: https://www.michelesantoro.it/2019/02/de-falco-salvini-diciotti/?fbclid=IwAR0B7LGD9bWsDkflLpzUkhU9mWutDJx267ejmaYmw3U9KbyPKKGW4DVtUhA

 

Abbassare i limiti di età per il processo. Devono andare a processo anche bambini di 12 anni… Lo ha proposto la Lega, il partito di Salvini, quello che a 45 anni non andrà a processo per il caso Diciotti… Ah, la coerenza…!

 

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Abbassare i limiti di età per il processo. Devono andare a processo anche bambini di 12 anni… Lo ha proposto la Lega, il partito di Salvini, quello che a 45 anni non andrà a processo per il caso Diciotti… Ah, la coerenza…!

Lo strano caso della Lega – Chiedono di abbassare i limiti di età per il processo a 12 anni, ma il loro “capitano” a 45 anni non andrà a processo per il caso Diciotti… Ah, la coerenza…!

La Lega vuole che vadano a processo anche bambini di 12 anni

Arriva una legge targata Carroccio contro le baby gang. Abbassa il limite dell’imputabilità che oggi è 14 anni

Arriva una legge targata Lega contro le baby gang. Firmata da tutti i deputati del partito di via Bellerio presenti nella Commissione Giustizia. Sarà incardinata a breve ed è stata richiesta anche la firma del Movimento 5 stelle.

La Proposta di legge prevede di abbassare il limite dell’imputabilità da 14 a 12 anni. Al momento chi commette un reato sotto i 14 anni non viene considerato ‘punibile’. Ovvero “non assoggettato alla pena”, secondo il codice penale. “Ma” spiega uno dei firmatari del progetto di legge “un minore di 12 anni di oggi è diverso rispetto a quello di qualche anno fa. Bisogna aggiornare il codice e considerare la realtà”.

Il fenomeno delle baby gang

La fotografia è quella dell’aumento del fenomeno delle baby gang (secondo l’Osservatorio Nazionale Adolescenza ne fa parte il 6,5% degli adolescenti) in città come Napoli, Milano, Roma, Bologna, Bari, Palermo. Ma è in crescita anche il fenomeno dei ‘baby boss’, ovvero di minori adescati dalla criminalità organizzata (anche dalla camorra e dalla mafia) per fungere da ‘pony express’ della droga o altro. Per non parlare dell’aumento degli episodi di tentativo di stupro, accoltellamenti e di bullismo.

Proprio per stroncare le baby-gang arrivano anche altre misure repressive. La prima: un minore che commette reati in gruppo – secondo la logica del branco – non avrà diritto ad alcuna premialità, ovvero sconti di pena. La seconda: avvalersi della facoltà di non intendere e volere sarà piu’ difficile, occorrerà fornire delle prove più stringenti. Oltre alla repressione la Lega punta sulla prevenzione. Ovvero sull’insegnamento con la reintroduzione dell’educazione civica come materia scolastica.

Resta in ogni caso curiosa la situazione di un pattito che vuole mandare a processo ragazzini di 12 anni, pur avendo un “capitano” di 45 anni che dai processi fugge…!

Ancora un raid della polizia francese ai nostri confini – Irrompono sul treno Ventimiglia-Nizza a caccia di migranti, armati di spray urticante. La testimonianza di una passeggera: “Dal bagno urla disumane”… Però non vi dimenticate che i “vomitevoli” siamo noi…!

 

 

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Ancora un raid della polizia francese ai nostri confini – Irrompono sul treno Ventimiglia-Nizza a caccia di migranti, armati di spray urticante. La testimonianza di una passeggera: “Dal bagno urla disumane”… Però non vi dimenticate che i “vomitevoli” siamo noi…!

Migranti, polizia francese spruzza spray urticante sul treno Ventimiglia-Nizza | Una passeggera a Tgcom24: “Dal bagno urla disumane”

La sostanza ha raggiunto anche i viaggiatori in carrozza provocando tosse e bruciori. “Non è la prima volta, ma mai così tanta violenza”, il racconto a Tgcom24

Nuove polemiche sul comportamento della polizia francese al confine con l’Italia: gli agenti avrebbero spruzzato spray urticante giovedì mattina intorno alle 7 sul treno partito da Ventimiglia e diretto a Nizza. L’obiettivo era per far uscire alcunimigranti nascosti in un bagno, ma la sostanza urticante ha raggiunto anche i viaggiatori in carrozza provocando tosse e bruciori. L’episodio si è verificato alla stazione di Mentone. “Dal bagno dove si erano chiusi i tre giovani africani arrivavano urla disumane – è il racconto di una testimone a Tgcom24. – Un fatto del genere era già accaduto la settimana scorsa, ma nessuno aveva visto tanta violenza. Siamo rimasti tutti increduli e scioccati. Tutto ciò è legale?”.

La testimonianza di una passeggera a Tgcom24La stazione di Mentone è la prima in territorio francese una volta oltrepassato il confine arrivando dall’Italia. Secondo quanto hanno riferito alcuni passeggeri, gli agenti, saliti a bordo alla sosta delle 7.10 per l’abitudinario controllo dei documenti, hanno dapprima cercato di forzare la porta della toilette nella quale si erano chiusi i migranti utilizzando una sorta di grossa tronchese e hanno poi spruzzato la sostanza urticante per farli uscire.

“Dal bagno arrivavano urla disumane – racconta una testimone a Tgcom24 – e dopo mezz’ora di tensione abbiamo visto come quei tre ragazzi sono usciti da lì, non si reggevano in piedi. E anche i gendarmi erano stremati. Ma tutta questa aggressività è lecita? E’ stata una situazione sconvolgente”.

Come hanno reagito i presenti? “Eravamo tutti scioccati, nessuno è intervenuto direttamente contro i gendarmi, ma in tanti si sono alzati per vedere da vicino cosa stesse accadendo e per filmare con gli smartphone. Nessuno provava simpatia per questa azione. A quell’ora sul treno eravamo per lo più italiani”.

“Vorrei ci fosse consapevolezza nell’opionone pubblica di quello che accade in quella tratta: i controlli sono mirati in base al colore della pelle – aggiunge la testimone a Tgcom24; – chi prova a scappare viene bloccato e preso platealmente a schiaffi. Quei tre ragazzi sicuramente parlavano francese, perché gli agenti non hanno provato a trattare con loro? O perché non hanno semplicemente atteso che uscissero per intervenire? Alla fine tutti ci siamo chiesti: Chissà dove li portano? Cosa faranno loro?”.

 

fonte: https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/migranti-polizia-francese-spruzza-spray-urticante-sul-treno-ventimiglia-nizza-una-passeggera-a-tgcom24-dal-bagno-urla-disumane-_3191724-201902a.shtml

La proposta dei nostri politici “Test antidroga per gli studenti delle superiori”… ma, visto i precedenti e visto soprattutto le idiozie che quotidianamente fanno, con il test perché non partiamo proprio dai politici?

 

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La proposta dei nostri politici “Test antidroga per gli studenti delle superiori”… ma, visto i precedenti e visto soprattutto le idiozie che quotidianamente fanno, con il test perché non partiamo proprio dai politici?

 

“Test antidroga per gli studenti delle superiori”: perché non partiamo dai politici?

Un test antidroga per tutti gli studenti delle scuole superiori del Veneto. E’ la proposta di Elena Donazzan, assessore regionale all’istruzione che arriva dopo un questionario anonimo compilato dagli studenti dal quale risulta che il 18% fa uso di sostanze stupefacenti.

“Siamo in piena emergenza educativa. I dati ci impongono non solo una riflessione sull’impatto che la droga sta avendo sui giovani, ma richiedono un’azione di contrasto la più efficace possibile”, ha sottolineato l’assessore per giustificare la propria iniziativa.

E su Twitter rincara la dose spiegando che: “1 studente su 5 ammette di fare uso di sostanze stupefacenti. Con 2 euro a persona possiamo dare il colpo di grazia alle droghe a scuola: direi soldi ben spesi, no?”.

Ora, molto pacatamente, vorremmo fare due considerazioni, sperando che l’assessore abbia la possibilità di leggerle. Se il presupposto è l’emergenza educativa, e noi possiamo anche essere d’accordo, di sicuro la soluzione non può essere rappresentata da un test antidroga. Un test antidroga non educa nessuno, al massimo spaventa, fa sentire fuori posto, isola e mostra la scuola e le istituzioni come un nemico dal quale diffidare, tutto l’opposto di quello che un’educazione inclusiva dovrebbe garantire, come un’informazione completa sulle sostanze stupefacenti, sui loro effetti e i loro possibili danni, ma soprattutto un’analisi dei motivi che portano un adolescente ad assumerle.

Anche perché dal test effettuato dagli studenti è emerso un altro dato, molto più importante, sul quale nessuno si è soffermato, e cioè che “l’83% degli intervistati ritiene che sui banchi di scuola si dovrebbe affrontare di più e meglio il tema della droga e delle dipendenze“.

Fa invece sorridere l’ingenuità di chi pensa che con un test antidroga si “possa dare il colpo di grazia alle droghe nelle scuole”, a meno che non sia in malafede. Nessun educatore e nessun genitore mosso da un minimo di buon senso può pensare che un test antidroga risolva un problema complesso e radicato nelle società moderne con un’operazione che tenta di trasformare una scuola in qualcosa di simile a una caserma.

L’abbiamo già visto con l’operazione “Scuole sicure” fortemente voluta dal ministro dell’Interno Salvini. Un finanziamento di 2,5 milioni di euro con oltre 2mila agenti schierati per operazioni di controllo fuori e dentro gli istituti superiori hanno portato al sequestro di 5 chilogrammi di cannabis e hashish su tutto il territorio nazionale: ogni grammo requisito è costato allo Stato 500 euro, una spesa pubblica e un impiego di risorse decisamente eccessivi. Il tutto mentre le scuole italiane cadono a pezzi.

Infine, una nota di principio: in quella che l’assessore definisce come un’emergenza educativa, ciò che serve ai ragazzi, più dei cani poliziotto o dei test antidroga, è il valore dell’esempio di politici e istituzioni. Per cui il nostro appello all’assessore Donazzan è il seguente: invece che accanirsi sui giovani e l’utilizzo di sostanze sulle quali non sono stati minimamente educati, partiamo dai nostri politici. Tutti quanti, a livello comunale, regionale e nazionale. Mostriamo che le nostre istituzioni sono libere dalle temute sostanze stupefacenti che obnubilano la mente dei giovani, perché se è importante trasmettere dei valori alle nuove generazioni, è fondamentale partire da chi ci rappresenta, per mostrare che chi prende decisioni in nome del popolo e delle comunità che lo costituiscono, è in grado di dare il buon esempio.

15 febbraio del 1936 – La battaglia di Amba Aradam in Etiopia… per noi solo un intercalare, un modo di dire. Per la storia un genocidio, uno dei peggiori crimini di guerra dell’Italia fascista.

 

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15 febbraio del 1936 – La battaglia di Amba Aradam in Etiopia… per noi solo un intercalare, un modo di dire. Per la storia un genocidio, uno dei peggiori crimini di guerra dell’Italia fascista.

“Ambaradan”, quando una parola nasce da un genocidio
Lo hanno coniato i reduci dalla campagna in Etiopia, una guerra che ha violato la Convenzione di Ginevra ed è stata portata avanti anche grazie a tribù mercenarie

 

«Tutto l’ambaradan». Probabilmente vi sarà capitato di sentire questa parola, o magari di pronunciarla, almeno una volta. Nel corso degli anni sono nate anche pizzerie, case editrici, negozi di articoli da regalo o di antiquariato con questo nome. Ma che cos’è l’ambaradan?

Deriva da un massacro compiuto nel ’36 dall’eserciro Italo-fascista in Etriopia. febbraio del 1936 l’esercito italiano, in piena fase di espansionismo coloniale, è in guerra contro quello d’Etiopia. Il territorio è ricco di risorse e Mussolini pensa che l’Italia possa far valere la sua presunta superiorità, culturale ma soprattutto tecnologica, in poco tempo. La realtà è un’altra. Quello etiope è un impero millenario, ricco di storia, e il suo esercito riesce a dar filo da torcere agli invasori. Così, le truppe di Badoglio fanno ricorso alle armi chimiche.

È il 15 febbraio del 1936 quando l’esercito italiano, nei pressi del massiccio montuoso dell’Amba Aradam, prova a piegare la resistenza locale una volta per tutte. Si rivolge anche a delle tribù mercenarie, che però passano da una fazione all’altra a seconda della cifra offerta. Nei fatti, non si riesce a capire contro chi si stia combattendo. Insomma, «è tutto un ambaradan».

L’espressione nasce alla fine della guerra, quando i reduci la usano per descrivere situazioni di confusione durante una battaglia. «Proprio come ad Amba Radam». Da lì, per crasi, è diventata una parola unica. E per dei difetti di pronuncia, protrattisi negli anni, la “m” finale si è trasformata in “n”.

CRONACA DI UN GENOCIDIO: L’USO DELL’IPRITE

La battaglia dell’Amba Radam si risolve grazie al gas iprite rilasciato a bassa quota dall’aviazione. Anche sui civili. A terra, i soldati sparano proiettili all’arsina e al fosgene, fortemente tossici. Di fatto, si tratta di una evidente, ma rinnegata per decenni, violazione della Convenzione di Ginevra del 1928. L’iprite attacca le cellule con cui entra in contatto, distruggendole completamente. Causa infiammazioni, vesciche e piaghe, agisce anche sulle mucose oculari e sulle vie polmonari. La sofferenza è disumana. Nel luglio del 1936 l’imperatore deposto, Hailé Selassié, denuncia tutto all’assemblea della Società delle Nazioni, la mamma dell’Onu. L’Italia riconoscerà le sue colpe solo nel 1996, ammettendo l’utilizzo di armi chimiche in Etiopia, grazie alla desecretazione degli archivi voluta dal ministro della Difesa, il torinese Domenico Corcione.

Prove di genocidio anche nell’aprile del 1939, quando vengono chiuse le vie d’uscite delle grotte dell’Amba Aradam. All’interno vengono localizzati alcuni partigiani etiopi. La loro resistenza si sgretola sotto le bombe al veleno. Muoiono soldati e civili, donne e bambini. Chi sopravvive all’iprite è arso vivo con i lanciafiamme. Le sofferenze continuano fino al 1941, quando gli inglesi prendono il controllo della colonia italiana. Sono cinque anni di violenza indiscriminata, nascosta dal fumo dei gas: esecuzioni, stupri, campi di concentramento, torture. Nessuno ha pagato per aver violato i diritti umani. Uno dei responsabili, il governatore fascista dell’Etiopia Rodolfo Graziani, è stato inserito nella lista dei criminali di guerra senza venire mai processato.

«ITALIANI, BRAVA GENTE»

Sulle violenze in Etiopia sono stati scritti tantissimi saggi, firmati da fior di antropologi. Documenti che hanno sconfessato il mito degli «Italiani brava gente», nato già all’epoca delle prime guerre coloniali (1885). Un falso storico. Sì, in Etiopia si sono costruite strade e scuole: le prime necessarie per i trasporti e gli autocarri, le seconde riservate inizialmente solo ai bianchi.

Un colonialismo breve, estremamente violento, conclusosi con un nulla di fatto. Oggi pesa nel conto delle accise sulla benzine, destinate a ripagare quella spedizione. L’Etiopia non ha mai capito il perché di quella guerra. Non è stata una colonizzazione, bensì un’invasione crudele, sprezzante di tutti i trattati internazionali. A distanza di oltre 80 anni è ancora inspiegabilmente ricordata dalla toponomastica di alcune città italiane. Da Roma a Genova, c’è “via dell’Amba Aradam”. Una testimonianza stradale di un revisionismo persistente. Per capire il paradosso, cosa pensereste se vi ritrovaste a percorrere un’ipotetica “via Auschwitz” nel cuore di Berlino?

tratto da: https://www.lastampa.it/2017/02/15/cultura/ambaradan-quando-una-parola-nasce-da-un-genocidio-VJH151SisQGoBRJpqPGqXK/pagina.html

C’è al mondo qualcosa di più sporco, nauseante e schifoso che discriminare i bambini? Ecco l’iniziativa del consigliere comunale FdI di Mantova Luca de Marchi: Frittelle gratis al luna park, ma solo per i bambini italiani… Ma non è tanto quest’essere che mi fa schifo, ma chi lo vota…!

 

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C’è al mondo qualcosa di più sporco, nauseante e schifoso che discriminare i bambini? Ecco l’iniziativa del consigliere comunale FdI di Mantova Luca de Marchi: Frittelle gratis al luna park, ma solo per i bambini italiani… Ma non è tanto quest’essere che mi fa schifo, ma chi lo vota…!

 

Condividi quest’articolo se anche a te quest’essere ignobile fa schifo…  Tutti devono vedere in faccia il sig Luca de Marchi… Perchè discriminare i bambini è la carognata più grave che un essere umano possa compiere. Ma i fascisti sono esseri umani…?

Polemiche per l’iniziativa di un consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Mantova, Luca De Marchi. L’esponente politico, in passato militante di Lega e CasaPound, ha annunciato che venerdì pomeriggio avrebbe distribuito frittelle gratis al luna park cittadino ma “solo ai bambini italiani”. Duro il sindaco Mattia Palazzi che dice: “Discriminazione che istiga al razzismo e che serve a lui per visibilità.

Frittelle gratis al luna park cittadino, ma solo per i bambini italiani. Questa l’iniziativa del consigliere comunale di Mantova Luca de Marchi che ha alimentato numerose polemiche. Lo stesso esponente politico cittadino ha chiarito il significato dell’iniziativa attraverso una nota, riportata dal quotidiano “La Gazzetta di Mantova”: “Puntiamo lo sguardo sulle famiglie extracomunitarie che, in realtà, godono, per quanto riguarda l’infanzia, di numerose agevolazioni, mentre le famiglie mantovane troppo spesso devono rinunciare ai momenti di svago con i figli perché subissate di pensieri riguardanti le difficoltà finanziarie”. Per questo motivo venerdì 15 febbraio, alle 15, il consigliere De Marchi aveva deciso di distribuire le frittelle, “dolce tipico della tradizione mantovana”, ma “solo ai bambini italiani”, fedele al motto che campeggia in diversi suoi post su Facebook: “Prima gli italiani”.

De Marchi, ex leghista, è passato da CasaPound a Fratelli d’Italia
Sono tante le polemiche sollevate dall’iniziativa di De Marchi, per altro non nuovo a sortite volte alla ricerca di visibilità mediatica. Già ex capogruppo della Lega in Comune, De Marchi è stato eletto alle Comunali del 2015 in una lista civica ma nel 2018 è passato nelle fila di CasaPound, partito per cui è stato anche candidato alla Camera alle elezioni politiche del 4 marzo. Poi però, a giugno, è stato espulso dal movimento politico di estrema destra per aver partecipato al Gay Pride: “De Marchi predilige ancora una volta la ricerca di visibilità personale alla condivisione di intenti con una comunità politica che da sempre è esteticamente e politicamente distante da certe manifestazioni”, aveva scritto CasaPound in una nota. In seguito De Marchi è passato tra le fila di Fratelli d’Italia.

Il sindaco: “Discriminazione che istiga al razzismo, fatta per avere visibilità”
Sull’iniziativa del consigliere De Marchi è intervenuto anche il sindaco di Mantova, Mattia Palazzi: “È evidente che si tratta di una discriminazione che istiga al razzismo, un’uscita che serve a lui per visibilità e per continuare a prendere voti in quella sacca che purtroppo c’è e fa discriminazione”, ha spiegato il sindaco interpellato da Fanpage. “Detto ciò – ha aggiunto ironicamente Palazzi – spero che i bambini ci vadano in migliaia, mano nella mano accompagnati dai propri amici di scuola, immigrati e non, così spenderà sicuramente tanti soldi e forse ci penserà un’altra volta a fare una cosa del genere. E poi voglio vedere con che faccia dirà di no ai compagni di scuola non italiani, che però magari sono nati nella nostra città”.

tratto da Fanpage.it

 

 

Il curioso conflitto d’interesse del leghista Pillon, difensore della “famiglia tradizionale” – Nel suo ddl sull’affido condiviso vuole rendere obbligatoria (E A PAGAMENTO) la MEDIAZIONE FAMILIARE… Ma tu guarda un po’ le coincidenze, Pillon fa proprio il MEDIATORE FAMILIARE…!

 

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Il curioso conflitto d’interesse del leghista Pillon, difensore della “famiglia tradizionale” – Nel suo ddl sull’affido condiviso vuole rendere obbligatoria (E A PAGAMENTO) la MEDIAZIONE FAMILIARE… Ma tu guarda un po’ le coincidenze, Pillon fa proprio il MEDIATORE FAMILIARE…!

Da L’Espresso:

Quel curioso conflitto d’interesse del leghista Pillon, difensore della “famiglia tradizionale”

Nel suo ddl sull’affido condiviso vuole rendere obbligatoria (e a pagamento) la mediazione familiare. E lui fa proprio il mediatore. Tanto che per promuovere la sua attività sul sito del proprio studio legale scrive: «È in corso di approvazione una modifica al codice civile»

DI SIMONE ALLIVA
Senatore leghista ma anche avvocato. Membro di spicco del Family Day e promettente “cacciatore di streghe” nelle scuole. Ma non solo. Il senatore Simone Pillon che si è distinto negli ultimi mesi per diverse iniziative a favore della “famiglia tradizionale” è anche un mediatore familiare.

Un ruolo che la riforma dell’affido condiviso, firmata proprio da Pillon, renderebbe obbligatorio e a pagamento. In relazione alla mediazione familiare, il ddl prevede la creazione presso il ministero della Giustizia di un apposito albo dei mediatori e punta a rendere obbligatorio il ricorso alla mediazione in caso di separazione e di divorzio. Se prima era una possibilità, quello del mediatore potrebbe diventare un imperativo piuttosto oneroso, pronto a ingrossare il bilancio di spesa per le coppie che si vogliono separare.

E ad avvantaggiarsene sarebbero proprio i mediatori, di cui Pillon fa parte. Il senatore leghista vanta infatti nel curriculum un master breve di Mediazione Familiare accreditato dall’AIMEF (2011-2013). E la sua proposta normativa introduce e regolamenta questa figura stabilendo ruoli e competenze del mediatore che dovrà guidare gli ex coniugi a gestire, nel miglior modo possibile per i figli, la separazione. I coniugi con figli minori per separarsi dovranno essere, per legge, seguiti da un mediatore per una durata massima di sei mesi.  La mediazione familiare prevede da sei a dieci incontri con un costo variabile da 50 ai 100 euro ad incontro.

Come già riportato su La Repubblica da Alessandro Simeone, Avvocato del Comitato Scientifico de Il Familiarista, portale interdisciplinare in materia di diritto di famiglia di Giuffrè Francis Lefebvre: «Le nuove norme metteranno a disposizione degli avvocati e psicologi che siano anche mediatori familiari sino a 77 milioni di euro all’anno a disposizione dei “mediatori familiari”; soldi che saranno pagati dai cittadini, visto che il ddl Pillon prevede che lo Stato non ci metta un euro senza considerare i corsi di formazione per diventare mediatori familiari, che dovranno essere seguiti dagli avvocati “junior” o dai giovani laureati in disciplina “sociali mediche, psicologiche, giuridiche o pedagogiche». Altri nove milioni di euro, calcola Simeone.

Eppure l’opportunità della mediazione familiare per gli avvocati risulterebbe inutile. È quanto emerge dal questionario elaborato dall’Organismo unitario dell’avvocatura sulla mediazione familiare, che ha coinvolto nel 2016, 80 diversi fori di appartenenza. “Esperienze negative, accordo difficile da raggiungere, mancanza di fiducia nei confronti dei mediatori non avvocati, che rischiano di essere solo un ulteriore orpello burocratico nella risoluzione della lite”.

Disturba inoltre parte della maggioranza giallo-verde il fatto che sul sito del proprio studio legale il senatore Pillon nel pubblicizzare le competenze legali alla voce “mediazione familiare” assicuri l’approvazione del proprio ddl: “È in corso di approvazione una modifica al codice civile” si legge “che conferirà grande rilievo all’attività di mediazione nel corso dei procedimenti per la separazione dei coniugi. In vista di ciò in molti Atenei italiani si stanno realizzando corsi di alta formazione (Master) finalizzati alla creazione del profilo di “mediatore familiare”.

«Un caso di opportunismo un po’ scomodo» confessa all’Espresso una fonte vicina al governo. Il ddl è stato al momento soltanto incardinato in Commissione Giustizia. Fermo, probabilmente per qualche mese.

fonte: http://m.espresso.repubblica.it/attualita/2018/09/17/news/pillon-1.327016?fbclid=IwAR1OQqAOkKIqIWBpXY0ruDtR3wxSx4cVf9eqj_ijrrq9VaeDS1C0IyKqlK8

Per capire veramente il problema dell’Africa: Quando Sankara invitò tutti gli Stati africani a non pagare il debito pubblico… 2 mesi dopo fu ucciso!

 

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Per capire veramente il problema dell’Africa: Quando Sankara invitò tutti gli Stati africani a non pagare il debito pubblico… 2 mesi dopo fu ucciso!

A trent’anni dalla morte del rivoluzionario leader del Burkina Faso, manca ancora la verità su chi l’ha ucciso

Era il pomeriggio del 15 ottobre 1987 quando Thomas Sankara, da tre anni alla guida dell’ex colonia francese Alto Volta, da lui rinominata Burkina Faso (ovvero “Patria degli Uomini di valore”), viene falciato da una raffica di mitra in un agguato ordito da un gruppo di uomini armati nei pressi della sede del Consiglio Nazionale della Rivoluzione, nella capitale Ouagadougou. Insieme a lui vengono uccisi anche altri dodici ufficiali e membri del suo governo.

Chi era Thomas Sankara? E da chi e perché è stato ucciso? Alla prima domanda è possibile rispondere, ma rispetto altre due, trent’anni dopo la sanguinosa imboscata di cui il presidente e fondatore del Burkina Faso è rimasto vittima, non tutto è stato ancora chiarito.

Per capire perché ancora oggi la volontà di far luce sull’omicidio di Sankara sia ancora tanto forte e radicata soprattutto nei giovani africani, è utile ripercorrere la vita dell’ex presidente. Nato nel 1949, era figlio di un militare che aveva servito nell’esercito francese durante la Seconda guerra mondiale.

Dopo gli studi, intraprende la carriera militare e nel 1976 viene assegnato al centro di Po, dove – ricorda Daniele Bellocchio su Gli occhi della Guerra – ha inizio anche il suo percorso politico. Oltre a formare militari ben addestrati, infatti, Sankara si preoccupa anche di dare ai soldati sotto il suo comando una cultura civica, impiegandoli per esempio in servizi di pubblica utilità come scavare pozzi e occuparsi del rimboschimento. Amatissimo dai suoi uomini, la popolarità dell’ufficiale con il basco rosso inizia a diffondersi anche in larga parte della popolazione.

Dopo i golpe del 1980 e del 1982, Sankara diventa primo ministro nel governo di Ouédrago, che poco dopo però, a fronte della sua sempre maggiore fama, lo fa arrestare. Ottenendo però l’effetto contrario a quello sperato: la popolazione infatti si ribella e nel 1983 Thomas Sankara diventa presidente.

Il Paese che eredita – ricorda ancora Bellocchio – è soffocato da una situazione economica disastrosa. La risposta del neo capo dello Stato, che intende dimostrare che anche il Paese più povero dell’Africa può riuscire a farcela senza gli aiuti internazionali, è decisa: sono infatti messe in atto una serie di riforme radicali, tra cui la costituzione del Consiglio Nazionale della Rivoluzione e dei Comitati per la difesa della Rivoluzione (che hanno il compito di estendere ad ampi strati della popolazione il potere decisionale), una riforma agraria che ha come risultato un notevole aumento della produzione di cereali e cotone, una riorganizzazione dell’industria finalizzata alla produzione di beni di prima necessità e una riduzione delle spese superflue.

Senza contare una persuasiva opera di sensibilizzazione dei cittadini in merito alle questioni ambientali, una diffusa opera di rimboschimento con funzione anti-desertificazione, la battaglia per l’alfabetizzazione, una campagna di vaccinazione dei bambini che fra crollare il tasso di mortalità e l’impegno a favore dei diritti delle donne, alcune delle quali sono anche chiamate anche a far parte dell’esecutivo.

Quanto alla politica estera, Sankara non ha ottimi rapporti né con l’Unione Sovietica, né con gli Stati Uniti. E nemmeno con la Francia di Mitterand, di cui il Burkina Faso è stato una colonia. Per il presidente comunque, il nemico principale dell’Africa – scrive ancora Bellocchio – è il debito pubblico. Nel suo ultimo intervento all’assemblea dell’Organizzazione per l’Unità africana, che molti ritengono il suo testamento e il motivo della sua morte, Sankara ha invitato tutti gli Stati del continente a rifiutarsi di pagare il debito, “per evitare di farci assassinare individualmente. Se il Burkina Faso lo fa da solo, io non sarò presente alla prossima conferenza”.

Parole profetiche perché appena due mesi dopo, infatti, Sankara viene assassinato. Secondo le indagini il (presunto) responsabile della sua morte è Blaise Compaore, amico e compagno d’armi dell’amato presidente, del quale prende il posto e lo detiene per 27 anni. Anni nei quali anche solo parlare di Sankara (il cui omicidio, nel 1987, fu archiviato come “morte naturale”) è stato un tabù.

Negli ultimi anni però le cose sono cambiate: nel 2014, infatti, una rivoluzione di piazza – nella quale sono stati spesso scanditi slogan tratti dai discorsi di Sankara – ha posto fine alla dittatura totalizzante di Compaore (fuggito in Costa d’Avorio) ed è iniziata, nel Paese, una fase di transizione democratica. Quanto al leader del panafricanismo e icona di un’Africa libera e indipendente, nel 2015 è stata avviata un’inchiesta ufficiale sulla sua morte: il corpo dell’ex presidente è stato riesumato e l’autopsia effettuata ha dimostrato che il padre della Patria del Burina Faso è stato crivellato di colpi. Sulla base delle risultanze dell’indagine, sono inoltre stati emessi due mandati d’arresto in capo a Blaise Compaore e al fratello Francois.

Non è però tutto. Perché meno di due mesi fa (il 28 novembre), il presidente francese Emmanuel Macron, in un discorso pronunciato (non a caso) di fronte agli studenti dell’università di Ouagadougou, ha dichiarato di aver “preso la decisione, in risposta alle richieste della giustizia burkinabè, che tutti i documenti prodotti dalle amministrazioni francesi durante il regime di Sankara e dopo il suo assassinio, coperti dal segreto nazionale, siano declassificati”. Tale passaggio potrebbe risultare decisivo per la scrittura del capitolo finale della storia del capitano Sankara (alla memoria del quale, proprio nel luogo dove è stato ucciso, dovrebbe presto essere eretto un Memoriale), perché significa – sottolinea Bellocchio – impegnarsi a far emergere la verità sul suo assassinio (sia quanto alle responsabilità interne al Burkina Faso, con particolare riferimento a Compaore, sia quanto ai suoi alleati internazionali), fino ad oggi rimasto coperto da una cortina di omertà e paura.

 

 

tratto da: http://www.politicamentescorretto.info/2019/02/11/quando-sankara-invito-tutti-gli-stati-africani-a-non-pagare-il-debito-pubblico-2-mesi-dopo-fu-ucciso/

Ricapitoliamo: Lo Stato tratta con la mafia? Gli Italiani zitti! Legge Fornero? Gli Italiani zitti! Jobs Act? Gli italiani zitti! Spred a 300 e Pil al 02%? Gli Italiani zitti! Dubbi sul televoto di Sanremo? C’è la rivoluzione… Ma cosa vogliamo sperare…?

 

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Ricapitoliamo: Lo Stato tratta con la mafia? Gli Italiani zitti! Legge Fornero? Gli Italiani zitti! Jobs Act? Gli italiani zitti! Spred a 300 e Pil al 02%? Gli Italiani zitti! Dubbi sul televoto di Sanremo? C’è la rivoluzione… Ma cosa vogliamo sperare…?

 

Sì i gilet gialli Italiani si sono mobilitati. Finalmente scendono in piazza. Finalmente protestano. Contro le giurie di Sanremo.

I giornali non parlano di altro.

Il governo compatto per affrontare l’annoso problema del Paese, la priorità che toglie il sonno al popolo italiano. E non parliamo di cazzatelle come il ritiro dell’ambasciatore francese da Roma, o della disoccupazione giovanile, o delle previsioni del Pil praticamente azzarato. Qui si parla di Sanremo, cazzo! Della revisionare il metodo di voto del Festival…

E finalmente abbiamo un Governo degno degli Italioti…

Perchè in passato ci siamo fatti scippare il festival da sotto il naso. E i poteri forti, complice una certa stampa, ci sempre ha nascosto la verità sulle porcherie che abbiamo subito:

Riccardo Cocciante, vincitore di Sanremo ’91, ma era nato a Saigon!

Anna Oxa di padre albanese e madre italiana, vincitrice di Sanremo ’89 e ’99…!

Lola Ponce argentina, vincitrice di Sanremo ’08!

Ermal Meta albanese vincitore di Sanremo ’18.

Ma scherziamo? Ora basta!!!

Nb. A tutti quelli che continuano a rompere i coglioni col fatto che Mahmood ha vinto Sanremo col 14% dei televoti, ricordiamo che il loro capitano, purtroppo, governa l’Italia col 17% dei voti.

By Eles