Salvini, il solito bulletto, mette alla gogna mediatica un ragazzo delle Sardine perché dislessico… Che pena…!

 

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Salvini, il solito bulletto, mette alla gogna mediatica un ragazzo delle Sardine perché dislessico… Che pena…!

Salvini mette alla gogna mediatica un ragazzo dislessico sul palco delle Sardine

“Guardate la carica e la grinta che avevano pesciolini e sinistri poco fa a San Pietro in Casale. Se pensano di fermarci così… abbiamo già vinto!”: così Matteo Salvini mette alla gogna mediatica un altro suo contestatore. Si tratta di un ragazzo che ha appena 21 anni, ed è dislessico: ieri è intervenuto con un discorso durante una manifestazione delle Sardine, impappinandosi in alcuni punti. Motivo più che sufficiente per il leader leghista per ridicolizzarlo sui social.

Un altro contestatore di Matteo Salvini finisce alla gogna mediatica sui profili social del leader leghista. Si tratta di Sergio Echamanov, un ragazzo di appena 21 anni che ieri è salito sul palco durante una manifestazione delle Sardine a San Pietro in Casale, in provincia di Bologna, e si è impappinato mentre pronunciava il suo discorso. Qualcosa che può capitare a chiunque, ma che non ha fermato Matteo Salvini da ridicolizzare il giovane sul web. L’ex ministro dell’Interno ha infatti pubblicato un video in cui si vede il ragazzo che parla, scrivendo: “Guardate la carica e la grinta che avevano pesciolini e sinistri poco fa a San Pietro in Casale. Se pensano di fermarci così… abbiamo già vinto!”.

Subito sono esplosi i commenti contro la giovane sardina, che però ribatte: “Mi sento orgoglioso del mio imbarazzo, non avevo preparato nulla, nemmeno il discorso, perché volevo essere me stesso. Sono Dsa (disturbi specifici di apprendimento) e ne sono orgoglioso: talvolta hai difficoltà nelle esposizioni, ma stavolta c’entra poco, in realtà non ero preparato a parlare in quel momento, ha giocato più l’emozione. Credo in una politica che non brutalizzi l’umano, ma che renda libero ogni essere umano di essere ciò che è. Cosa rispondo a Salvini? Grazie Matteo, ma a me l’unica cosa che hai tolto è la serenità sul lavoro”. Sergio, infatti, fa il rappresentante porta a porta, e teme che l’imbarazzo creato e l’esposizione mediatica negativa ricevuta possano ora influire sul suo lavoro.

Sergio è sempre stato impegnato nel sociale: durante gli anni universitari è stato segretario dell’Unione degli studenti, per poi avvicinarsi al movimento delle sardine a Ferrara. “Ho visto l’odio che si è creato contro di loro. So cosa vuol dire essere presi di mira, io sono gay e alle superiori ero oggetto di bullismo. Ora sono un uomo forte, Salvini non mi ferisce. Ma partirà una querela nei suoi confronti”. Rispetto a quanto sta accadendo in queste ore in merito al suo lavoro, Sergio precisa: “L’azienda non mi vuole licenziare per quello che è successo, questo non è in discussione. Il problema per me sarà suonare al campanello nelle case con il timore di essere attaccato per le mie idee politiche. Il livello di razzismo e di odio in Italia è cresciuto in modo preoccupante e la responsabilità è di una certa politica, sono gli effetti del populismo. Quello che dobbiamo fare è riflettere su quale classe politica vogliamo”.

fonte: https://www.fanpage.it/politica/salvini-mette-alla-gogna-mediatica-un-ragazzo-dislessico-sul-palco-delle-sardine/
https://www.fanpage.it/

Il siluro a Salvini che i media ci hanno nascosto: nella sua lotta alla cannabis light tira in ballo le comunità di recupero. Queste rispondono con “Non in mio nome. Non ci rappresenta. Non cerchi di farci passare per suoi complici… E poi l’affondo: con lui aumento uso di eroina, morti per overdose e consumo di nuove sostanze!

 

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Il siluro a Salvini che i media ci hanno nascosto: nella sua lotta alla cannabis light tira in ballo le comunità di recupero. Queste rispondono con “Non in mio nome. Non ci rappresenta. Non cerchi di farci passare per suoi complici…  E poi l’affondo: con lui aumento uso di eroina, morti per overdose e consumo di nuove sostanze!

 

Era il 16 dicembre 2019. In Senato veniva respinto l’emendamento che avrebbe dovuto regolarizzare il mercato della Cannabis Light.

Salvini ringrazia il presidente del Senato a nome di tutte le comunità di recupero dalle dipendenze (v. video a fine articolo).

Ma le comunità di recupero non ci stanno ed il 17 dicembre ecco il comunicato stampa di fuoco del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA):

Non in mio nome. Salvini sulla cannabis light non ci rappresenta

Il leader della Lega non cerchi di farci passare per suoi complici in una “guerra alla droga” fallimentare e dannosa

Comunicato stampa

Non in mio nome.
Salvini sulla cannabis light non ci rappresenta
Il leader della Lega non cerchi di farci passare per suoi complici in una “guerra alla droga” fallimentare e dannosa
Roma, 17 dicembre 2019

Il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA), la più grande rete di comunità di accoglienza e di recupero dalle dipendenze del terzo settore italiano, non si sente in alcun modo rappresentato dall’ex ministro Salvini e dalle sue posizioni sulla cannabis light.

“Sono ben altri i problemi che il sistema dei servizi deve affrontare,” dichiara Riccardo De Facci, presidente del CNCA, “questioni che si sono aggravate durante il periodo in cui Salvini ha fatto parte del governo: l’aumento del consumo di eroina, delle morti per overdose e le decine di nuove sostanze che hanno inondato il mercato. Noi crediamo in una politica sulle droghe radicalmente diversa da quella espressa dal leader della Lega. Non cerchi di farci passare per suoi complici in una ‘guerra alla droga’ fallimentare e dannosa.”

vedi QUI il comunicato stampa del CNCA

La cosa strana che nessun quotidiano, nessun giornale, nessun Tg ha riportato il comunicato stampa.

Sarebbe stato un siluro che avrebbe demolito parte della propaganda di Salvini… Ma non andava diffuso…

Cerchiamo di diffondelo noi… Giusto per ricordare con chi abbiamo a che fare…

Ipocrita fino alla nausea… Pantani, morto per overdose, un campione intoccabile… Stefano Cucchi, ucciso dalla polizia, la prova che “la droga fa male”… Due pesi e due misure di un ingannatore sempre a caccia di consenso e voti…

 

Ipocrita

 

 

 

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Ipocrita fino alla nausea… Pantani, morto per overdose, un campione intoccabile… Stefano Cucchi, ucciso dalla polizia, la prova che “la droga fa male”… Due pesi e due misure di un ingannatore sempre a caccia di consenso e voti…

Premesso che sottoscriviamo parola per parola quanto riportato dal Tweet di Salvini, compreso l’illazione che il Pirata abbia subito una sorta di accanimento, e non solo della sfortuna… È stato un eroe, ci ha fatto sognare, ha subito “strani” torti e forse bisognerebbe indagare bene sulla sua morte…

Detto questo: Stefano Cucchi, ucciso dalla polizia, era la prova che “la droga fa male”; Marco Pantani, morto per overdose, un campione intoccabile. Due pesi e due misure di un ingannatore sempre a caccia di consenso e voti.

Salvini ha detto quello che alla gente fa piacere sentire. Insomma ha fatto la solita sparata “piaciona” nella sua eterna lotta per il consenso e per qualche voto in più. E chissenefrega della coerenza… Tanto, quelli che lo stanno a sentire…

Fosse stato coerente, avrebbe dovuto prendere le distanze dal Pirata in nome della sua battaglia alla droga che “fa sempre male”, pure se vieni massacrato di botte da qualche Carabiniere allucinato…

Ormai Salvini è una macchietta che sente il bisogno, quasi patologico, di abbracciare qualunque figura più o meno popolare della storia italiana, da Berlinguer a Don Camillo e Peppone, passando per Pantani… il tutto alla faccia della coerenza

Le chiacchiere stanno a zero: Pantani è morto per droga, Cucchi no.

Per Salvini il primo è un campione intoccabile, il secondo un tossico da denigrare. La differenza è politica, perché il furbone sa che a toccare i miti sportivi in questo paese si rischia il linciaggio. Ma in questo caso, data la delicatezza dell’argomento, avrebbe dovuto avere almeno il buon gusto di tacere.

 

By Eles

 

L’Italia ripudia la guerra… E se cominciassimo a ripudiare anche quelli che amano la guerra?

 

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L’Italia ripudia la guerra… E se cominciassimo a ripudiare anche quelli che amano la guerra?

Articolo 11 della Costituzione, vale la pena ripassarlo:

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

L’articolo 11 della Costituzione sembra un orpello scritto come souvenir delle buone intenzione ma evidentemente sfugge al pensiero dominante di certa politica: a qualcuno sfugge che l’Italia (e così dovrebbe essere l’Europa) nasce per assicurare la pace ai propri cittadini e per fare la propria parte nel consolidamento della pace nel mondo.

«Pace nel mondo»: fa senso, vero? Scrivere una roba del genere fa passare direttamente questo scritto nel cassetto delle analisi troppo utopistiche per essere discusse, considerate e prese sul serio. La stragrande maggioranza della classe dirigente politica nel mondo ritiene la guerra un male necessario e ci promette al massimo di farla con buona educazione. Stiamo a posto così.

Ogni tanto qualcuno prova a riportare le dimensioni dell’evento ma viene tacciato. Gino Strada fece notare che per costruire 12 ospedali servono 250 milioni di dollari che sono il costo di 8 ore di guerra. «Si prendano un giorno di vacanza», disse. Ma Gino Strada, si sa, è un buonista. Nessuno smentisce le cifre: attaccano la persona che le ha fornite.

Però si affacciano anche quelli che la guerra la amano, addirittura la invocano e la propongono come soluzione politica in assoluta scioltezza. Ci sono persone (anche tra i nostri politici) che anzi invitano Trump a bombardare anche quegli altri, quelli che gli sono antipatici, e ci invitano ad armarci ancora di più e ancora più forte per scendere in battaglia. Sembra incredibile ma gli amanti della guerra vengono presi molto più in considerazione degli amanti della pace.

Allora mi chiedo: ma se l’Italia ripudia la guerra quindi ripudia anche quelli che amano la guerra?

Così, per sapere.

 

 

 

tratto da: https://left.it/2020/01/10/ma-litalia-ripudia-quelli-che-amano-la-guerra/?fbclid=IwAR1jqbGyEo4dGAdog6NeRWQkpn_5H2EpHg_Pf9kF8oO8H9jUWyL7-75de-g

È vero, non tutti i Sì-Tav sono mafiosi. Però è vero anche che tutti i mafiosi sono Sì-Tav.

 

 

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È vero, non tutti i Sì-Tav sono mafiosi. Però è vero anche che tutti i mafiosi sono Sì-Tav.

Non tutti i SìTav sono mafiosi, certo. In compenso, tutti i mafiosi sono Sì Tav. Lo afferma il sociologo Marco Revelli su “Volere la Luna“, mettendo in ridicolo le Madamine e la massa in arancione mobilitata soprattutto dal Pd attraverso Sergio Chiamparino, raccontando che il Piemonte rimarrebbe isolato dall’Europa se non si costruisse l’inutile ferrovia Torino-Lione, doppione perfetto dell’attuale linea italo-francese che già attraversa la valle di Susa. Cos’è successo, nel frattempo? Una serie di arresti hanno permesso di far emergere il retroterra mafioso che inquinerebbe molti appetiti cantieristici. «A differenza di tanta brava gente», scrive Revelli, i mafiosi «non hanno falsa coscienza e non credono alle favole». Ovvero: «Sanno benissimo che un’opera inutile, dannosa, e soprattutto molto, ma molto, costosa, serve solo a chi la fa. E fanno di tutto per essere tra chi la fa». Revelli sottolinea il recente arresto di Roberto Rosso, esponente del centrodestra piemontese, tra i più accaniti supporter della Torino-Lione: «E’ accusato di “scambio elettorale politico-mafioso” per l’acquisto di pacchetti di voti da rappresentanti di primo piano in Piemonte della cosca dei Bonavota (nomen atque omen) di Vibo Valentia». Insieme al collega Agostino Ghiglia, ricorda Revelli, il 20 maggio proprio Rosso aveva srotolato dal balcone del municipio di Torino uno striscione SìTav e il simbolo “Giorgia Meloni – Fratelli d’Italia”.

Lo stesso Rosso aveva esortato il centrodestra a non disertare la seconda manifestazione delle Madamine, il 17 maggio, per non lasciare al solo Chiamparino «il verbo SìTav» (per Forza Italia ci sarà Lara Comi, ora arrestata «con l’accusa di corruzione e truffa ai danni dell’Ue», e per il Pd sarà presente Maria Elena Boschi). Ancora lo scorso 10 novembre, continua Revelli, Rosso (nel frattempo promosso assessore regionale “alla legalità” nella giunta di Alberto Cirio), aveva festeggiato il compleanno della prima manifestazione SìTav «con una bicchierata insieme al collega Mino Giachino e al forzista Paolo Zangrillo, ancora una volta invocando il pugno duro della “giustizia” contro i delinquenti dei centri sociali e i “fautori dell’illegalità” della val di Susa». Mai fare d’ogni erba un fascio, ammette Revelli, per di più se – nel caso di Rosso – si parla di un procedimento giudiziario ancora all’inizio, ben lontano da una condanna. «Sono convinto che, in quella piazza sbagliata, erano certo tante le persone in buona fede, quelli che credevano davvero alla “fake” secondo cui senza il super-treno e soprattutto il super-tunnel da 57 chilometri Torino resterebbe del tutto scollegata dall’Europa», scrive Revelli. In tanti s’erano bevuto la bufala di Chiamparino, «secondo cui al fondo di quella galleria si potrebbe contemplare il sol dell’avvenire anziché il ghigno degli affaristi transfrontalieri».

Di fatto, però, «dal momento in cui sono incominciate le maxi-indagini sulla penetrazione della ‘ndrangheta in Piemonte, non ce n’è stata una che non abbia tirato nella rete qualche pesce più o meno grosso di ‘ndrina coinvolto con gli appalti Tav o fortemente interessato ad essi, tanto da interferire più o meno pesantemente con le politiche locali, comunali, regionali, di valle o di comprensorio». Così – continua Revelli – è stato per la maxi-indagine “Minotauro”, in cui era incappato Giovanni Toro, condannato a sette anni (quello del «la mangio io la torta Tav»), la cui ditta aveva asfaltato la strada per i mezzi della polizia nel cantiere della Val Clarea «e il cui uomo di fiducia, Bruno Iaria (condanna a cinque anni), capo della locale ‘ndrina di Cuorgné, era stato capocantiere per la ditta di Fernando Lazzaro (anch’egli finito in carcere) che eseguiva i primi lavori di insediamento a Chiomonte». Così anche per l’indagine “San Michele” della procura di Torino, che portò a rivelare le azioni intimidatorie compiute dalla ‘ndrina di San Mauro Marchesato al fine di favorire ditte vicine «agli interessi della cosca nei lavori di costruzione della Tav Torino-Lione». In quel caso, aggiunge Revelli, è stata la stessa Corte di Cassazione a certificare che «la ‘ndrangheta era interessata a lavori di costruzione del Tav Torino-Lione in valle di Susa».

L’ultima retata, nell’ambito dell’inchiesta “Fenice”, non ha portato solo all’arresto di Rosso: ha scoperchiato anche «un fitto intreccio di interessi, da parte della ‘ndrangheta, a che i lavori per il Tav in valle Susa riprendessero e “il cantiere di val Clarea andasse avanti”». Interessi documentati dall’impegno di due presunti ‘ndranghetisti di rango, Francesco Viterbo (quello che dice «io i giudici li metterei tutti sopra una barca e poi gli sparerei») e Onofrio Garcea, «figura importante della ’ndrangheta a Genova (condannato in attesa di Cassazione), ma da tempo attivo a Torino», dove sarebbe stato «spedito a riorganizzare le file dell’organizzazione mafiosa nell’area di Carmagnola, scompaginate a marzo dall’operazione “Carminius”». C’erano anche loro, nella piazza torinese delle Madamine, a tutelare i propri affari futuri? Forse, semplicemente, «se ne stavano tranquilli a casa a sghignazzare – come gli imprenditori ignobili per il terremoto dell’Aquila – a vedere tanta brava gente lavorare per loro e a contemplare lo scempio paesaggistico e sociale del cantiere in Val Clarea».

tratto da: https://www.libreidee.org/2020/01/tutti-i-mafiosi-sono-si-tav-la-ndrangheta-nella-torino-lione/

Quando Trump, con 3.000 cadaveri americani ancora caldi, commentò l’attentato alle Torri Gemelle: “Ora il mio grattacielo è il più alto” …Ora figuratevi quanto glie ne può fregare di avere sulla coscienza un po’ di gente che muore in guerra…!

 

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Quando Trump, con 3.000 cadaveri americani ancora caldi, commentò l’attentato alle Torri Gemelle: “Ora il mio grattacielo è il più alto” …Ora figuratevi quanto glie ne può fregare di avere sulla coscienza un po’ di gente che muore in guerra…!

Poche ore dopo l’evento drammatico del crollo delle Torri Gemelle, l’11 settembre del 2001, Donald Trump si vantò del fatto che un suo grattacielo, il Trump Building, fosse tornato ad essere la costruzione più alta della città.

“40 Wall Street (questo l’indirizzo della costruzione, ndr), prima della costruzione del World Trade Center, era il più alto della zona di downtown Manhattan. Poi, quando hanno costruito il World Trade Center, è diventato il secondo. Ora è tornato ad essere il più alto”, ha affermato Trump al giornalista.

Così parlò mentre il mondo stava piangendo quelle che, qualche giorno dopo, le quasi 3mila vittime degli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono

Insomma, il suo intervento non era programmato. La telefonata arrivò perché lui poteva essere un testimone oculare di quanto accaduto alle Torri Gemelle. Ma, oltre al racconto di quei concitati minuti, è arrivata anche una discussione che fece discutere anche all’epoca. Ma si trattava di un business man, di un tycoon. Ma a riascoltare quel suo intervento, ora che è presidente degli Stati Uniti, quella dichiarazione lascia ancor più esterrefatti.

Tra l’altro, l’informazione riportata allora da Trump non era corretta: la struttura più alta dell’area era quella al 70 Pine Street.

E quindi, se con cinica idiozia, con 3.000 cadaveri americani ancora caldi a terra, il suo pensiero era questo, figuratevi quanto glie ne può fregare di un po’ di morti per una guerra…

E noi stiano nelle mani di queste bestie!

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Salvini ringrazia Trump per aver eliminato “un pericoloso terrorista islamico” …Qualcuno forse dovrebbe ricordargli che mentre lui si bombardava di Mojito e birra al Papete, Soleimani combatteva contro l’Isis…!

 

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Salvini ringrazia Trump per aver eliminato “un pericoloso terrorista islamico” …Qualcuno forse dovrebbe ricordargli che mentre lui si bombardava di Mojito e birra al Papete, Soleimani combatteva contro l’Isis…!

La geopolitica secondo Matteo Salvini. Nella narrazione sui social netwrok dell’ex ministro dell’Interno, Qassem Soleimani, un generale iraniano, uno degli uomini più popolari del Paese, elemento fondamentale nella lotta al terrore, candidato a diventare il nuovo presidente a Teheran  Hassan Rouhani, diventa «uno degli uomini più pericolosi e spietati al mondo, un terrorista islamico, un nemico dell’Occidente, di Israele, dei diritti e delle libertà».

Matteo Salvini, insomma, ha gettato la maschera e ha detto come la pensa sulla politica estera, senza alcun tipo di fronzolo e senza nessuna prudenza istituzionale. Colui che, fino a tre mesi fa, era ministro dell’Interno in Italia, afferma che Soleimani sia stato un terrorista islamico. Una vera e propria affermazione temeraria se si pensa alla storia che ha alle spalle lo stesso generale ucciso in un raid commissionato dagli Stati Uniti ed eseguito senza alcuna autorizzazione da parte del Congresso.

Salvini su Soleimani, ignora la sua battaglia contro talebani e Isis
Curioso, infatti, apostrofare come terrorista una personalità che era un punto di riferimento degli Stati Uniti nella lotta ai talebani in Afghanistan, che ha avuto un ruolo importantissimo nella sconfitta di al-Qaeda e dell’Isis in Iraq.
Donne e uomini liberi devono ringraziare il presidente Trump e la democrazia americana per aver eliminato #Soleimani, uno degli uomini più pericolosi e spietati al mondo, un terrorista islamico, un nemico dell’Occidente, di Israele, dei diritti e delle libertà.

Salvini ha scritto questo tweet pubblicando una serie di immagini di incontri bilaterali con Donald Trump, con il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence, con il segretario di Stato Mike Pompeo e con Benjamin Netanyahu. Sui social network, questo suo commento è stato immediatamente evidenziato dagli utenti, che hanno fatto notare a Matteo Salvini di aver utilizzato una visione eccessivamente parziale della questione iraniana.

Persino utenti solitamente pronti a rilanciare le parole del leader della Lega, dichiarati elettori del Carroccio, hanno criticato Matteo Salvini per questa sua affermazione, sostenendo che la situazione internazionale sia molto più complessa di come è stato riportato, che la guerra non sia affatto una buona notizia per il mondo intero, che questa frase sia stata una sorta di genuflessione nei confronti della superpotenza americana.

La rincorsa al sovranismo internazionale, incarnato dalla figura del presidente americano Donald Trump, deve aver offuscato per un attimo la lucidità comunicativa di Matteo Salvini.

FOTO: dall’account Twitter di Matteo Salvini

tratto da: https://www.giornalettismo.com/salvini-su-soleimani/

Salvini e la valletta… Tanto per capirci… Se mai voi Italioti riuscirete a capire qualcosa…!

 

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Salvini e la valletta… Tanto per capirci… Se mai voi Italioti riuscirete a capire qualcosa…!

Salta fuori il trend su Rula. E indovinate un po’? Figurarsi se lui poteva tacere. Se poteva non approfittarne. Acidissimo dice la sua: “Rula Jebreal? Non mi occupo di vallette perché ho le giornate abbastanza piene”.

Valletta. Così la chiama. Perché è donna. Perché non la pensa come lui.
Bene allora. Vediamo la valletta cosa ha fatto rispetto a lui. Rispetto all’uomo delle “giornate piene”.

Esattamente nel 93’, quando Salvini prende possesso della prima delle sue molte poltrone (quelle che a lui non piacciono), lei vince una borsa di studio e si laurea a Bologna.

Nel 97’, quando Salvini inizia la sua brillante carriera da giornalista per “la Padania” (dove l’ex direttore lo accusa di aver falsificato diverse note spese), anche Rula inizia a lavorare come giornalista. Ma non per un quotidiano di amici di partito. Ma per ben tre testate (Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione).

Nel 2004, quando Salvini “guadagna” la sua prima poltrona da eurodeputato infilando il figlio di Bossi come assistente a migliaia di euro al mese, Rula lavora curando la rassegna stampa di quotidiani in lingua araba, collabora con il Messaggero e conduce l’edizione notturna del tg su La7.

Nel 2006, quando Salvini si stufa di fare l’europarlamentare e ritorna alla poltrona milanese, Rula inizia a lavorare anche ad Annozzero con Santoro.

Ah. E in tutto questo Rula, mentre lavorava, ha anche scritto 4 libri e trovato il tempo per partecipare a decine di battaglie contro pena di morte, il razzismo e la violenza. Mentre lui si faceva dare del fannullone dai colleghi dell’Europarlamento e date le assenze il tempo lo trovava di certo per girare sagre e farsi selfie come un adolescente.

Alla luce di tutto questo, facciamo allora una domanda. Ma tra la donna che ha lavorato tutta la vita e si è guadagnata ogni singolo incarico che ha ricevuto, e l’uomo che non ha mai lavorato e che, da anni, gira l’Italia a spese di tutti facendosi foto in sagre e borghi, chi è dunque la vera valletta?

Così. Per capire.

 

tratto da: https://www.facebook.com/leonardocecchi1991/photos/a.1495736714076995/2439379899712667/?type=3&theater

Guardate che quando un quotidiano fa differenza tra un “marocchino” e un “guidatore” ubriaco sta speculando e facendo propaganda su una tragedia. Chi scrive queste cose è uno sciacallo, chi le legge è un idiota!

 

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Guardate che quando un quotidiano fa differenza tra un “marocchino” e un “guidatore” ubriaco sta speculando e facendo propaganda su una tragedia. Chi scrive queste cose è uno sciacallo, chi le legge è un idiota!

Il Giornale e la differenza tra un “marocchino” e un “guidatore” ubriaco

Ieri notte Stefan Lechner ha ucciso sei persone e ne ha ferite 11 a Lutago mentre era alla guida della sua Audi TT  con un tasso alcolemico di 1,97 grammi per litro, mentre il limite di legge è dello 0,5. In questa bella fotoricostruzione che circola su Facebook si fa notare la differenza che il Giornale di Alessandro Sallusti comunica ai suoi lettori sulla questione degli incidenti stradali provocati dagli ubriachi. Ovvero quando accade che il guidatore sia di nazionalità marocchina, questo viene riportare nel titolo dell’articolo (come è successo per un fatto di cronaca accaduto a L’Aquila a causa di un sorpasso azzardato).

Quando invece la strage in Alto Adige non è commessa da un “africano” – come direbbero loro, ma si capisce al volo che il problema non è la nazionalità… – ma da una persona nata nella provincia autonoma di Bolzano (e quindi un italiano), ecco che non è più importante la nazionalità e a uccidere è un anonimo “guidatore ubriaco”.

E anche oggi dal Sudafrica dell’apartheid è tutto.

E ricordate sempre che non sono loro a essere razzisti!

Tratto da: https://www.nextquotidiano.it/il-giornale-e-la-differenza-tra-un-marocchino-e-un-guidatore-ubriaco/?fbclid=IwAR1zN0KpN8wLB5lhEleGyE8lDlcCdoZGHydE1k6dc702VCMZjVSuf1gWarw

Siamo in quel Paese dove Nicoletta Dosio, 73 anni, professoressa di greco e latino, militante NOTAV sta in galera per un danno allo Stato di 700 Euro, mentre chi si è fottuto 49 milioni non pagherà mai niente e vuole governarci…!

 

Nicoletta Dosio

 

 

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Siamo in quel Paese dove Nicoletta Dosio, 73 anni, professoressa di greco e latino, militante NOTAV sta in galera per un danno allo Stato di 700 Euro, mentre chi si è fottuto 49 milioni non pagherà mai niente e vuole governarci…!

Un anno di carcere per 38 euro…

Il 30 dicembre del 2019, nel pomeriggio, i carabinieri si sono presentati a casa di Nicoletta Dosio a Bussoleno in Valle Susa. Avevano il compito di tradurla in carcere in esecuzione della sentenza che l’ha condannata ad un anno di reclusione. Il procuratore generale di Torino che ha firmato l’ordine ha poi tenuto a precisare che a Nicoletta era stata data possibilità di ricorrere a misure alternative al carcere sin da novembre, quando la sentenza di condanna era diventata esecutiva, ma che essa le aveva rifiutate anche con pubbliche dichiarazioni.

Insomma Nicoletta Dosio, 73 anni professoressa di greco e latino, militante NOTAV e coordinatrice nazionale dì Potere al Popolo, aveva sfidato l’autorità e questa era stata costretta a reagire. In qualche modo si accreditava così la tesi che quella della reclusa fosse una sorta di auto-carcerazione: se l’è scelta lei..

Eh no, alla base di tutto c’è una condanna assurda e feroce verso dodici militanti NOTAV a complessivi diciotto anni di carcere, con pene individuali da uno a due anni. Per cosa?

Perché ai primi di marzo del 2012 alcune centinaia di manifestanti in Valle Susa presidiarono per trenta minuti il casello dell’autostrada ad Avigliana. Non ci fu alcun blocco del traffico, i manifestanti sollevarono le sbarre dei caselli e fecero passare gratis gli automobilisti, mentre veniva detto da un megafono: oggi paga Monti.

Si manifestava così perché pochi giorni prima, per ordine del governo, in Valle erano cominciate le requisizioni e gli sgomberi dei campi e dei boschi ove avrebbero dovuto installarsi i cantieri del TAV. In una delle proteste non violente il contadino Luca Abbà era salito su un traliccio dell’alta tensione, inseguito da un carabiniere rocciatore verso l’alto; troppo in alto per cui alla fine Luca sfiorò un cavo dell’alta tensione rimanendo folgorato e precipitando al suolo. Il manifestante rimase molti giorni tra la vita e la morte e in quegli stessi giorni si susseguirono le manifestazioni di solidarietà.

Una di queste fu appunto quella che ha poi portato alle condanne definitive attuali per Nicoletta Dosio ed altri undici militanti del movimento. Nessuna violenza nei confronti delle cose e tanto meno delle persone ci fu in quel giorno. Il presidio dei caselli durò trenta minuti poi i manifestanti abbandonarono l’autostrada spontaneamente, senza alcun in intervento della polizia,

Durante quei minuti la società di gestione dell’autostrada registrò un danno documentato di mancati introiti pari a 700 euro. Questi settecento euro sono stati pagati con 18 anni di carcere, 38 euro per anno. Sembra di essere nei Miserabili di Hugo, dove Javert nel nome della legalità perseguita Jean Valjean, condannato inizialmente per il furto di un pezzo di pane.

Una condanna così ingiusta e spropositata ha ragioni politiche, lo afferma testualmente la stessa sentenza che nega ogni attenuante ai condannati perché va “tenuto conto del carattere altamente organizzato dell’azione delittuosa che dimostra il collegamento con l’ala più radicale violenta del movimento NOTAV e di conseguenza la PERICOLOSITÀ SOCIALE dei prevenuti...”

La pericolosità sociale di Nicoletta Dosio la racconta tutta la sua vita di professoressa, ancora conosciuta ed amata in tutta la Valle, e di militante pacifista ambientalista e comunista da decenni.

È stata l’indignazione per questa condanna da Codice Rocco o da anni di Scelba a far decidere a Nicoletta di rifiutare le misure alternative, che poi sono pur sempre reclusione. Volete davvero condannare per quella manifestazione pacifica? Allora io non sarò la carceriera di me stessa.

Una sentenza politica che va in giudicato dopo quasi otto anni dai fatti che sanziona, quasi con la stessa cadenza degli interminabili cantieri del TAV. Che sono stati avviati più di trent’anni fa e che si prevede durino altrettanto. Sessant’anni di autocarri, scavi , distruzione di campi e boschi, inquinamento di CO2 e di polveri nocive. Il tutto per realizzare un’opera nata sulla base di previsioni degli anni settanta, rivedute perché non vere venti anni dopo e poi riviste, riscritte, cambiate.

Un’ opera inutile che non si giustifica più neppure per i profitti di chi la realizza, ma solo per le ragioni di bandiera e prestigio dei due partiti che più la sostengono, il PD e la Lega.

Ma anche chi ancora fosse a favore di questa Grande Opera, non può restare indifferente all’autoritarismo ed alla repressione con cui essa viene difesa. Sono centinaia i procedimenti giudiziari, amministrativi, di polizia contro i NOTAV. I Decreti Sicurezza in Valle sono operativi da ben prima del loro varo, anche grazie ad un ruolo giuridicamente “creativo” della procura torinese, che era giunta al punto di chiedere le aggravanti di terrorismo per i manifestanti, per fortuna almeno in questo sconfessata dalla Cassazione.

Quella di Nicoletta Dosio è una resistenza civile ad una ingiustizia autoritaria che sta dilagando nel paese, con un crescente ricorso a misure di polizia e giudiziarie verso i poveri, gli emarginati e verso chi contesta l’ordine esistente.

Immaginiamo come sarebbero stato amplificato in Italia l’arresto di una professoressa di 73 anni rappresentante di una forza politica di opposizione, se fosse avvenuto in Russia o ad Hong Kong. Per questo nonostante i giorni festivi scelti per l’arresto si è sviluppata subito una mobilitazione democratica diffusa in tutto il paese.

Perché il carcere di Nicoletta Dosio è la manifestazione di una democrazia malata, sempre più incapace di affrontare la sua crisi sociale economica ambientale e sempre più tentata di risolvere i i problemi silenziando la voce di chi li solleva.

E dentro questa crisi affrontata con autoritarismo e repressione sta anche un sistema carcerario indecente ed incivile, che Nicoletta Dosio ha sempre combattuto, rifiutando sempre ogni giustizialismo e dicendo parole di fuoco ogni volta che sentisse affermare: in galera! Ora in galera ci sta lei e lì continua la sua lotta per la democrazia ed i diritti, compresi quelli dei carcerati, come già ci ha fatto sapere il primo giorno di carcere:

Sto bene, sono contenta della scelta che ho fatto perché è il risultato di una causa giusta e bella, la lotta NoTav..

Sento la solidarietà collettiva e provo di persona cosa sia una famiglia di lotta. L’appoggio e l’affetto che mi avete dimostrato quando sono stata arrestata, e le manifestazioni la cui eco mi è arrivata da lontano, confermano che la scelta è giusta e che potrò portarla fino in fondo con gioia..

* pubblicato su Il Riformista

La foto di copertina è di Patrizia Cortellessa

tratto da: http://contropiano.org/interventi/2020/01/03/un-anno-di-carcere-per-38-euro-0122587?fbclid=IwAR2npKQl9SeCccL4mO87h4aA2lHo5sY0thw6z8HMoaDhf5EeafUq9KuNZAg