Per la serie: “Ha fatto anche cose buone” – Quando c’era lui denunciare un bambino, e quindi condannarlo a morte, valeva 1500 lire…!

 

Ha fatto anche cose buone

 

 

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Per la serie: “Ha fatto anche cose buone” – Quando c’era lui denunciare un bambino, e quindi condannarlo a morte, valeva 1500 lire…!

La propaganda fascista aveva bisogno di titoli e di senso di appartenenza, far percepire alla popolazione gli ebrei come diversi e nemici. Il tutto con la difficoltà di cambiare l’istintiva morale cristiana dovendo far prevalere il senso di legalità.

A tal fine si affiancarono nel 1943 due provvedimenti, uno atto a multare chi dava ospitalità o nascondeva le origini ebraiche, dall’altra a premiare economicamente chi denunciava dei conoscenti di origini ebraiche.

Una tragedia che la Comunità ebraica di Roma ricorda bene e che ha portato a una lunga indagine per stilare l’elenco di quanti ebbero un ruolo in quella “caccia”.

Un bambino valeva 1.500 lire, una donna 3.000. Per un uomo si potevano ottenere 5.000 lire. Tutto in cambio del nome di un esponente della comunità ebraica, da consegnare ai nazisti perché fosse inviato ai campi di concentramento.

A Roma è stata ricostruita la lista nera di quanti contribuirono a vendere gli ebrei. Un elenco costato una lunga indagine e che la comunità della Capitale assicura non verrà mai reso noto. Furono 747 le persone denunciate dopo il primo rastrellamento, che andarono a sommarsi alle 1.022 catturate il 16 ottobre. Quasi 1.800 persone in totale, su 8.000 vittime italiane.

Particolarmente esposti erano gli adulti maschi, costretti a lasciare i loro rifugi per trovare di che fare sopravvivere le loro famiglie. Tra i delatori c’erano vicini di casa, colleghi di lavoro.

L’85% degli ebrei romani riuscì, nonostante tutto, a salvarsi. Secondo Claudio Procaccia, uno degli autori dello studio della Comunità ebraica, il merito fu in molti casi dei privati che li nascosero. “Per la maggior parte non c’era scambio di denaro. Negli istituti religiosi, invece, uno su due pagava un affitto”.

Qualcuno arrivò a battezzarsi per salvarsi. Circa una persona su dieci. Altri fecero perdere le loro tracce scappando o cambiando cognome.

Con questa propaganda le persone non vedevano più nei loro gesti un paese che condannava a morte famiglie e bambini ma faceva prevalere quella sensazione di rispetto della legge. La storia però ricorda e giudica le persone per i loro gesti e la vergogna di quello che fanno diventa indelebile.

Tra le ore 05:30 e le ore 14:00 di sabato 16 ottobre del 1943(il sabato nero), le SS invadono le strade del Ghetto di Roma e rastrellano 1259 persone, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 bambini e bambine.

Tornarono in Italia solo 15 uomini, tra cui Cesare Segni ed una donna, Settimia Spizzichino che sopravvisse al campo di concentramento di Bergen-Belsen e morì nel 2000.

Nessuno dei bambini è mai tornato. 

25 aprile divisivo? CERTO CHE È DIVISIVO – Da una parte chi sta con il criminale della dittatura, degli assassini di stato, della violenza contro gli avversari, dell’odio razziale, della guerra con mezzo milioni di morti. Dall’altra chi ha lottato contro tutto questo… Dovrebbe essere facile capire da che parte stare!

 

25 aprile

 

 

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25 aprile divisivo? CERTO CHE È DIVISIVO – Da una parte chi sta con il criminale della dittatura, degli assassini di stato, della violenza contro gli avversari, dell’odio razziale, della guerra con mezzo milioni di morti. Dall’altra chi ha lottato contro tutto questo… Dovrebbe essere facile capire da che parte stare!

Sono fascisti nell’animo anche se non hanno il coraggio di dirlo apertamente.

Festeggiano la marcia su Roma, difendono le sceneggiate di Predappio, mettono in lista gente che si chiama Mussolini, ossia parenti e discendenti del criminale che ha firmato le leggi razziali e portato l’Italia alla distruzione con oltre 500.000 morti e alla creazione di una repubblica-fantoccio asservita ai nazisti e fautrice di ignobili e orribili stragi.

E i Fascisti tornano alla carica: il 25 aprile non va festeggiato perché è “divisivo”

Il 25 aprile rappresenta la liberazione dal periodo più nero, squallido e schifoso della storia Italiana. Tutti gli Italiani dotati di un po’ di intelligenza, umanità e dignità dovrebbero prendere le distanze da quello che è successo in quel ventennio.

Se c’è qualcuno che non lo fa, anzi palesa vergognose nostalgie e inaudito apprezzamento per quello che, come la storia ha sancito, non è stato altro che un ignobile criminale è bene che resti separato dalla parte sana del Paese.

Se c’è qualcuno che non lo fa dovrebbe solo vergognarsi e stare zitto.

Sì, il 25 aprile è “divisivo”, ma non sembra difficile capire da quale parte stare…

Nota – Ecco da cosa ci divide il 25 aprile:

42 fucilati nel ventennio su sentenza del Tribunale Speciale.

28.000 anni di carcere e confino politico agli avversari politici.

80.000 libici sradicati dal Gebel con le loro famiglie e condannati a morire di stenti nelle zone desertiche della Cirenaica dal generale Graziani.

700.000 abissini barbaramente uccisi nel corso della impresa Etiopica e nelle successive “operazioni di polizia”.

tutti i combattenti antifascisti caduti nella guerra di Spagna.

350.000 militari e ufficiali italiani caduti o dispersi nella Seconda Guerra mondiale.

tutti i combattenti degli eserciti avversari ed i civili che soffrirono e morirono per le aggressioni fasciste.

45.000 deportati politici e razziali nei campi di sterminio, 15.000 dei quali non fecero più ritorno.

640.000 internati militari nei lager tedeschi di cui 40.000 deceduti ed i 600.000 e più prigionieri di guerra italiani che languirono per anni rinchiusi tra i reticolati, in tutte le parti del mondo.

110.000 caduti nella Lotta di Liberazione in Italia e all’estero.

migliaia di civili sepolti vivi tra le macerie dei bombardamenti delle città.

quei giovani che, o perché privi di alternative, o perché ingannati da falsi ideali, senza commettere alcun crimine, traditi dai camerati tedeschi e dai capi fascisti, caddero combattendo dall’altra parte della barricata.

…E tanti altri ancora…

By Eles

 

Bolsonaro: “I veri uomini non prendono il coronavirus”… Cari amici, ricordate: questo è il fascismo!

 

Bolsonaro

 

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Bolsonaro: “I veri uomini non prendono il coronavirus”… Cari amici, ricordate: questo è il fascismo!

Bolsonaro: «I veri uomini non prendono il coronavirus». L’opposizione: «Il Brasile non può essere distrutto da Bolsonaro»

Roussef: «Famigerato e irresponsabile». Guimarães: «Un idiota pericoloso». Greenpeace: «No a contrapposizione tra lavoro e salvare vite umane»

Se qualcuno volesse rendersi conto di cosa vuol dire avere un neofascista, ultraliberista, sovranista, omofobo e negazionista climatico alla guida di un Paese al tempo del coronavirus, restando nell’Unione europea, basterebbe pensare a quel che è successo in Ungheria, dove Orban si è fatto dare da un Parlamento ridotto a bivacco di manipoli quei pieni poteri che il suo amico Salvini chiedeva solo un’estate fa, dopo ver tentato di chiudere il Parlamento italiano, con una manovra di palazzo maldestramente concepita al Papeete di Milano Marittima dopo un mojito di troppo. Oppure basterebbe pensare a cosa stanno facendo tre governi di destra – Grecia, Turchia e Bulgaria – con il volenteroso aiuto dei carnefici nazifascisti, ai confini dell’Asia e dell’Europa, applicando le loro ricette (che sono le stesse reclamate dai loro amici e camerati italiani) alla tragedia dimenticata dei profughi siriani e kurdi, ostaggi del nulla e dell’indifferenza nella terra di nessuno. Ma se si vuole capire come, in poco più di un anno e mezzo, l’elezione di uno dei campioni della neo-destra mondiale – festeggiata a champagne e mortaretti dal centro-destra italiota – si è trasformata in tragedia e farsa, basterebbe ascoltare quel che dice e contraddice, ormai quotidianamente e caparbiamente, il presidente neofascista del Brasile, Jair Bolsonaro, che mentre i brasiliani muoiono e si ammalano, continua a minimizzare la portata dell’emergenza e che si è definito troppo “macho” per poter essere colpito dal Coronavirus.

Nella sua ultima apparizione alla televisione brasiliana, il 24 aprile, incurante delle critiche che lo sommergono e dell’irritazione che sta montando nel suo stesso governo e tra i militari che lo sostengono, Bolsonaro ha detto: «Non credo che affronteremo la stessa situazione degli Stati Uniti. I brasiliani devono essere studiati, non si ammalano. Possono saltare e tuffarsi nelle fognature e non gli succede nulla! Penso che in Brasile tanta gente sia stata contagiata, ma hanno gli anticorpi per resistere a questo virus».

Solo il giorno prima Bolsonaro, subissato dalle critiche, aveva revocato, direttamente dal suo profilo Twitter, l’articolo della Medida Provisória (MP 927) che avrebbe consentito alle aziende di sospendere il contratto di lavoro dei loro dipendenti per un massimo di quattro mesi durante lo stato di calamità pubblica. Ma, nonostante il ritiro parziale, la MP 927 resta in vigore e stabilisce che non verrà considerato un infortunio sul lavoro se chi lavora nel settore sanitario, dei trasporti e dei servizi essenziali contrarrà il coronavirus e non può provare il “nesso causale” con la funzione lavorativa svolta. Però gli operatori sanitari possono raddoppiare i loro turni, con una banca ore che dovrebbe essere compensata entro 180 giorni.

La ex presidente del Brasile Dilma Roussef ha definito «Famigerato e irresponsabile» il discorso di Bolsonaro» e ha detto che «Rivela il suo disprezzo per la scienza, la salute e la vita della popolazione. Bolsonaro fa una scommessa al buio. Scommette sul mantenimento del sostegno degli strati sociali che lo hanno eletto, e non solo della sua milizia. Pertanto, il suo discorso non include la società, solo i suoi. Per lui, non importa se i media che lo hanno sostenuto nelle elezioni non credono più in lui, né che gli esponenti del mercato non lo amino più intensamente come prima, o addirittura lo abbandonano, anche se i governatori che lo avevano sostenuto sono contro di lui».

Oggi in Brasile ci sarà un grande “panelaço”, con canti, slogan e sbattimento di pentole da finestre e balconi contro il governo, organizzato dal Frentes Brasil Popular e Povo Sem Medo che riuniscono partiti politici, movimenti sociali e sindacati, tutti uniti al grido di “ Fora Bolsonaro”. «Ci sono molte crudeltà che devono essere fermate. Dobbiamo seguire l’esempio di altri Paesi, garantire posti di lavoro e reddito. Se non lo facciamo, avremo 40 milioni di disoccupati, il caos sociale», ha avvertito il senatore Paulo Paim del Patido dos Trabalhadores (PT) e il presidente della Central Única dos Trabalhadores (CUT), Sérgio Nobre, ha detto che «La MP 927 è “opportunista” e serve solo gli interessi dei datori di lavoro. Questa MP è in linea con la lettera della Confederação Nacional da Indústria. E’ una proposta opportunistica, per smantellare la legislazione del lavoro e per le agevolazioni fiscali per gli imprenditori».

Uno degli ispiratori di Bolsonaro è Junior Durski, ex rampollo di una dinastia politica di destra, già a capo di un’impresa del legname e mineraria e ora proprietario della catena della ristorazione Madero (“melhor hambúrguer do mundo”) convinto che i politici, lo Stato democratico e le amministrazioni pubbliche siano arance marce che contaminano tutto quello che li circonda. Qualche giorno fa Durski ha detto che «In Brasile nei prossimi due anni moriranno 300, 400, 500 mila persone come conseguenza del danno economico derivato dalle restrizioni con le quali si cerca di combattere il coronavirus. Paralizzare l’economia nazionale a causa di 5.000 o 7.000 persone che moriranno per la febbre covid-19 non è realista. Gli effetti dell’isolamento sociale e la sospensione produttiva saranno peggiori dell’epidemia stessa». Sono le stesse cose che – con meno impudenza e sincerità – fino a pochi giorni o settimane fa dicevano Donald Trump, Boris Jhonson e, in Italia Salvini, la Meloni, i presidenti di centro-destra delle regioni del nord (e, con altri toni e motivazioni,il Sindaco di Milano Sala, l’unico a chiedere scusa) e è quel che in qualche modo chiedono Confindustria e Renzi.

Il problema è che il Brasile ha più di 210 milioni di abitanti e che, rispetto all’Italia, l’Europa e gli Usa ha condizioni socio-economiche e sanitarie molto peggiori: 40 milioni di disoccupati, centinaia di migliaia di persone che soffrono ancora (o di nuovo) la fame e la povertà, spesso in favelas dove domina la violenza e dove lo Stato brasiliano è assente. E ora anche l’ispiratore di Bolsonaro, Trump, si accontenterebbe che la pandemia negli Usa facesse “solo” 100.000 morti e i suoi amici e camerati Salvini e Meloni chiedono a Conte misure di confinamento ancora più restrittive e di stampare un fiume di denaro pubblico, portando ad esempio Paesi come la Svizzera che ha subito smentito il capo della Lega (ex Nord).

Secondo Greenpeace Brasil «Non dovrebbe esserci contrapposizione tra salvare posti di lavoro o salvare vite umane, sono due problemi incomparabili. Il sostegno finanziario dello stato deve prima andare alla salute e garantire che le popolazioni vulnerabili continuino a vivere, quindi a salvare l’economia e le grandi aziende. È lo Stato che deve agire per centralizzare gli sforzi e ridurre al minimo gli impatti sociali ed economici della pandemia sul popolo brasiliano, e non viceversa (…) Il nostro lavoro è orientato a garantire un ambiente equilibrato per tutti noi e le generazioni future. E in questo momento che richiede l’attenzione e la collaborazione di tutti, è in difesa della vita che prendiamo posizione».

Contro Bolsonaro si sono espressi anche Dom Walmor Oliveira de Azevedo, presidente da Conferência Nacional dos Bispos do Brasil. Felipe Santa Cruz, presidente dell’Ordem dos Advogados do Brasil, José Carlos Dias, presidente della Comissão Defesa dos Direitos Humanos Dom Paulo Evaristo Arns, Luiz Davidovich, presidente da Academia Brasileira de Ciências, Paulo Jeronimo de Sousa, dell’Associação Brasileira de Imprensa e Ildeu de Castro Moreira, presidente da Sociedade Brasileira para o Progresso da Ciência, che in una nota congiunta avvisano «la popolazione di restare a casa rispettando le raccomandazioni della scienza, degli operatori sanitari e dell’esperienza internazionale. Le strategie di isolamento sociale, fondamentali per contenere la crescita accelerata del numero di persone colpite dal coronavirus, mirano all’organizzazione dei servizi sanitari per far fronte a questa situazione, che, sebbene grave, può essere ben affrontata da un sistema sanitario organizzato e ben gestito s tutti i livelli». Poi l’affondo finale contro Bolsonaro: «La campagna di disinformazione condotta dal Presidente della Repubblica, invitando la popolazione ad andare in piazza, costituisce una grave minaccia per la salute di tutti i brasiliani. E’ tempo di affrontare questa pandemia con lucidità, responsabilità e solidarietà. Non permettiamo che ci venga derubata la speranza».

Per Gleisi Hoffmann , presidente nazionale del PT, ed Enio Verri e Rogerio Carvalho, i leader PT alla Câmara dos Deputados e al Senado Federal, quello visto in televisione non è più il presidente della Repubblica disorientato e che per giorni ha fatto dichiarazioni contraddittorie: «Il Brasile ha visto in TV un Jair Bolsonaro senza maschera, che diceva le barbarie che pensa veramente nella sua irresponsabilità criminale. Contrariamente a scienziati, autorità mediche, Organizzazione mondiale della sanità e tutti i Paesi del mondo, Bolsonaro ha attaccato le misure di isolamento adottate dalle autorità statali e municipali per combattere il coronavirus. Non è stata solo un’altra dimostrazione di ignoranza, malafede e cinismo da parte di un presidente che pensa solo a se stesso, al suo potere e alla sua famiglia. E’ stato un gesto di totale disprezzo per la vita delle persone, per gli esseri umani, per la popolazione che ha l’obbligo di proteggere di fronte alla più grave crisi sanitaria che il mondo moderno abbia mai affrontato. Un incitamento al genocidio. E’ lo stesso Bolsonaro che ha fatto una campagna contro Mais Médicos e i medici cubani, a capo di un governo che ha indebolito il SUS (Sistema Único de Saúde, ndr) e la Estratégia Saúde da Família. Bolsonaro afferma che gli altri stanno creando isteria, ma il suo governo sta approfittando della crisi per togliere ancora più diritti ai lavoratori. Parla di difendere il lavoro ma il suo primo passo è stato autorizzare il licenziamento di massa dei lavoratori. Usa la crisi per una disputa politica con governatori e sindaci che stanno facendo i passi giusti che si è rifiutato di fare. Bolsonaro è più dannoso per la salute, per il Paese e per la democrazia di qualsiasi tipo di virus».

In un durissimo articolo pubblicato su Carta Capital intitolato “Um idiota perigoso” (Un idiota pericoloso), il leader della minoranza alla Camera José Guimarães (PT) scrive che «Il discorso del 24 del presidente dell’estrema destra Jair Bolsonaro, in cui ha invitato la popolazione a uscire dall’isolamento, ha dimostrato la sua follia e la sua impreparazione per governare il Brasile. Le sue affermazioni hanno dissipato ogni dubbio sul fatto che soffra di uno squilibrio psichico che non sia pronto a esercitare il suo ruolo. Senza responsabilità ed efficienza, alienato, getta il Paese nell’incertezza in un momento drammatico della vita nazionale, con la pandemia di coronavirus». Per Guimarães, il discorso di Bolsonaro «E’ stato sconcertante per tutti i brasiliani che hanno un minimo di sanità mentale» e «Ha dimostrato che gli svizzeri hanno fatto la diagnosi giusta: è il più pericoloso idiota del pianeta (…) Contro il mondo, Bolsonaro insiste su cose sciocche per inserirsi nella galleria dei presidenti più folli ed esilaranti dell’umanità. Se si fosse limitato ai suoi social network di fanatici e robot, non avremmo problemi. Ma è una vera minaccia per il popolo brasiliano. In questo momento, il Brasile ha bisogno di ampia coesione sociale, serietà, sensibilità e sforzi comuni, in tutte le sfere del potere e nella società, per affrontare la pandemia e i suoi riflessi su un’economia mal gestita. Bolsonaro e il ministro dell’Economia Paulo Guedes disprezzano il popolo brasiliano insistendo su un modello che si è già dimostrato inutile. Ostaggio della prospettiva obsoleta della Scuola di Chicago, la coppia genocida disprezza le persone che potrebbero morire a causa della mancanza di risorse nel Sistema Único de Saúde e dell’assenza di misure di mitigazione. L’insieme di misure annunciate per affrontare l’impatto economico causato da Covid-19 è un vero inganno in un momento cruciale. E’ insufficiente e incapace di proteggere l’economia, i posti di lavoro e gli strati più vulnerabili. Il pacchetto rivela solo una visione ultraliberista meschina e arretrata. I paraocchi impediscono loro di cedere al buon senso e di seguire ciò che altri Paesi hanno fatto per affrontare la pandemia (…) Usciremo dal pantano solo con il superamento dell’attuale modello neoliberista e con l’abrogazione dell’emendamento 95, derivante dal noto PEC da Morte, approvato dal famigerato governo Temer. L’emendamento indebolisce e limita gli investimenti nelle politiche sociali, indebolendo l’intera rete di protezione sociale. Solo l’anno scorso, il SUS ha perso quasi 10 miliardi di real del suo budget».

L’opposizione brasiliana ha proposto una serie di misure per far funzionare l’economia ed evitare il caos sociale. L’opposizione alla Camera ha proposto un progetto che istituisce un reddito d’emergenza sicuro per le famiglie che beneficiano della Bolsa Família, quelle iscritte al Cadastro Único e ai lavoratori informali e a basso reddito, che dovrebbero fino a che ci saranno la pandemia e il regime di confinamento sociale. Ne potrebbero beneficiare circa 100 milioni di brasiliani. L’importo proposto è un salario minimo di 1.045 real, 5 volte quello che il governo Bolsonaro ha annunciato a sostegno dei più vulnerabili.

Un altro disegno di legge stabilisce misure temporanee in materia di lavoro, vietando il licenziamento arbitrario o la risoluzione anticipata del contratto, mentre sono in vigore le misure di isolamento sociale o di quarantena.
Ieri i leader nazionali di PT, Partido Socialista Brasileiro, Partido Comunista Brasileiro (PCB), Partido Socialismo e Liberdade, Partido Comunista do Brasil (PCdoB), ex candidati alla presidenza e alla vicepresidenza e gli ex governatori degli Stati di Maranhão, Parà e Rio grande do Sul hanno firmato il manifesto dell’Opposizione intitolato “O Brasil não pode ser destruído por Bolsonaro” e nel quale si legge che «Il Brasile e il mondo sono di fronte a un’emergenza senza precedenti nella storia moderna, la pandemia di coronavirus , a conseguenze molto gravi per la vita umana, la salute pubblica e l’attività economica. Nel nostro Paese, l’emergenza è aggravata da un presidente della Repubblica irresponsabile. Jair Bolsonaro è il maggiore ostacolo per prendere decisioni urgenti per ridurre la diffusione del contagio, salvare vite umane e garantire il reddito delle famiglie, posti di lavoro e aziende. Attacca la salute pubblica, ignorando le determinazioni tecniche e le esperienze di altri Paesi. Anche prima dell’arrivo del virus, i servizi pubblici e l’economia brasiliana erano già drammaticamente indeboliti dall’agenda neoliberista che è stata imposta al Paese. In questo momento, è necessario mobilitare, senza limiti, tutte le risorse pubbliche necessarie per salvare vite umane. Bolsonaro non è in grado di continuare a governare il Brasile e affrontare questa crisi, che mette a repentaglio la salute e l’economia. Commette crimini, dà informazioni fraudolente, bugie e incoraggia il caos, approfittando della disperazione della popolazione più vulnerabile. Abbiamo bisogno di unità e comprensione per affrontare la pandemia, non di un presidente che va contro le autorità di salute pubblica e mette la vita di tutti al di sotto dei suoi interessi politici autoritari. Basta! Bolsonaro è più che un problema politico, è diventato un problema di salute pubblica. Bolsonaro manca di grandezza. Dovrebbe dimettersi, il che sarebbe il gesto meno costoso per consentire un’uscita democratica al Paese. Deve essere urgentemente fermato e rispondere ai crimini che sta commettendo contro il nostro popolo».

Dopo questo durissimo attacco politico l’opposizione brasiliana ricorda che, a differenza del governo del presidente neofascista, chiama le forze politiche popolari e democratiche ad unirsi intorno a un piano di emergenza nazionale per attuare le seguenti azioni: «Mantenere e qualificare le misure per ridurre i contatti sociali per tutto il tempo necessario, secondo criteri scientifici; Creazione di letti ICU provvisori e importazione massiccia di test e dispositivi di protezione per professionisti e popolazione; -Implementazione urgente del reddito di base permanente per i lavoratori disoccupati e informali, secondo il progetto di legge approvato dalla Câmara dos Deputados e con uno sguardo speciale rivolto a popoli indigeni, ai quilombola e ai senzatetto, che sono i più vulnerabili; Sospensione delle bollette, delle tariffe dei servizi di base per i più poveri fino a quando durerà la crisi; Divieto di licenziamenti, con assistenza statale nel pagamento dei salari ai settori più colpiti e aiuti sotto forma di finanziamenti agevolati, a medie, piccole e microimprese; Regolazione immediata delle imposte su grandi fortune, utili e dividendi; prestito obbligatorio che deve essere pagato dalle banche private e utilizzato dal Ministero del tesoro nazionale per coprire le spese di assicurazione sanitaria e sociale, oltre alla disposizione di una revisione selettiva e attenta delle agevolazioni fiscali, quando l’economia sarà normalizzata».

Il manifesto dell’Opposizione brasiliana conclude: «Di fronte a un governo che scommette irresponsabilmente sul caos sociale, economico e politico, è dovere del Congresso Nacional legiferare in emergenza, proteggere la popolazione e il Paese dalla pandemia. È dovere dei governatori e dei sindaci occuparsi della salute pubblica, agendo in modo coordinato, come molti hanno fatto in modo encomiabile. È anche dovere del Ministério Público e del Judiciário bloccare prontamente le iniziative criminali di un esecutivo che viola le garanzie costituzionali alla vita umana. È dovere di tutti agire con responsabilità e patriottismo».

 

fonte: http://www.greenreport.it/risorse/bolsonaro-i-veri-uomini-non-prendono-il-coronavirus-lopposizione-il-brasile-non-puo-essere-distrutto-da-bolsonaro/

Per non dimenticare, 16 febbraio 1943 – “Vi bruceremo tutti”. Quando l’esercito fascista uccise a sangue freddo 175 uomini e ragazzi del villaggio greco di Domenikon: una storia che la Rai, nel 2008, rifiutò di raccontare

Domenikon

 

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Per non dimenticare – “Vi bruceremo tutti”. Quando nel 1943 l’esercito fascista uccise a sangue freddo 175 uomini e ragazzi del villaggio greco di Domenikon: una storia che la Rai, nel 2008, rifiutò di raccontare

La Grecia resistette caparbiamente all’invasione italiana che, senza l’intervento tedesco, non avrebbe avuto successo. Roma dopo la capitolazione di Atene controllava circa due terzi del territorio greco e affidò al generale Geloso il comando delle operazioni. Costui emanò una circolare in cui affermava con decisione che i villaggi andavano distrutti, i beni materiali requisiti e le comunità sottoposte ad un ferreo controllo militare; il tutto per bloccare il nascente movimento partigiano.

All’ordine seguirono, in particolare in Tessaglia, incendi, requisizioni, rastrellamenti e violenze sui civili.

In questo quadro si consumò la terribile strage di Domenikon del 16 febbraio 1943.

Nel corso della mattina alcuni partigiani greci della zona avevano attaccato una pattuglia italiana provocando alcune vittime. Nel pomeriggio gli italiani della divisione Pinerolo comandati dal generale Cesare Benelli circondarono Domenikon e costrinsero gli abitanti ad ammassarsi al centro del villaggio. “Vi bruceremo tutti” dissero alcuni soldati, mettendo in allarme un maestro che conosceva la lingua.

Subito dopo arrivò l’aviazione che scaricò sul paese bombe incendiarie distruggendo numerose case, fienili e stalle. I greci vennero tenuti in ostaggio fino al tramonto quando gli uomini sopra i 14 anni vennero separati dalle donne. Poi nel cuore della notte cominciarono le fucilazioni. Almeno 150 civili vennero uccisi sul posto, forse duecento, se si considerano i morti del giorno seguente, quando i soldati della Pinerolo andarono alla ricerca di pastori e contadini,.Perché questo erano gli abitanti di Domenikon che si erano nascosti prima del rastrellamento.

La strage fu la prima di altri eccidi consumati nella Primavera del ’43, tra cui ricordiamo quelli di Tsaritsani, Neapoli, Domokos, Farsala e Oxinia.

E nel 2008, quando venne pubblicato il documentario ‘La guerra sporca di Mussolini’ che raccontava le stragi italiane durante la guerra (incluso il massacro di Domenikon), la RAI si dichiarò ‘non interessata’ al progetto. In piena coerenza, a dire il vero, con un paese che ha sempre evitato di affrontare in maniera diretta le proprie responsabilità nel conflitto più orrendo che la storia ricordi.

I generali Benelli e Geloso la fecero franca. Il nostro governo infatti, seguendo la logica del “baratto delle colpe”, si premurò più di salvare i criminali nostrani che chiedere giustizia per le stragi nazifasciste in Italia.
E così Domenikon venne cancellata per lungo tempo dalla memoria, al pari di Sant’Anna di Stazzema o Marzabotto.

 

Articolo di:

Cannibali e Re
Cronache Ribelli

 

Il 22 gennaio del 1891 nasceva Antonio Gramsci – Un ricordo con il suo celebre discorso alla Camera del 1925 che racchiude tutto il suo pensiero: “Ecco cos’è davvero il fascismo”

Antonio Gramsci

 

 

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Il 22 gennaio del 1891 nasceva Antonio Gramsci – Un ricordo con il suo celebre discorso alla Camera del 1925 che racchiude tutto il suo pensiero: “Ecco cos’è davvero il fascismo”

Gramsci: ecco cos’è davvero il fascismo – La ‘rivoluzione’ fascista è solo la sostituzione di un personale amministrativo ad un altro personale. Il discorso alla Camera a 77 dalla morte di Antonio Gramsci

di Antonio Gramsci (16 maggio 1925)

Il problema è questo: la situazione del capitalismo in Italia si è rafforzata o si è indebolita dopo la guerra, col fenomeno fascista? Quali erano le debolezze della borghesia capitalistica italiana prima della guerra, debolezze che hanno portato alla creazione di quel determinato sistema politico-massonico che esisteva in Italia, che ha avuto il suo massimo sviluppo nel giolittismo?

Le debolezze massime della vita nazionale italiana erano in primo luogo la mancanza di materie prime, cioè la impossibilità per la borghesia di creare in Italia una sua radice profonda nel paese e che potesse progressivamente svilupparsi, assorbendo la mano d’opera esuberante. In secondo luogo la mancanza di colonie legate alla madre patria, quindi la impossibilità per la borghesia di creare una aristocrazia operaia che permanentemente potesse essere alleata della borghesia stessa. Terzo, la questione meridionale, cioè la questione dei contadini, legata strettamente al problema della emigrazione, che è la prova della incapacità della borghesia italiana di mantenere…

[Interruzioni].

Il significato dell’emigrazione in massa dei lavoratori è questo: il sistema capitalistico, che è il sistema predominante, non è in grado di dare il vitto, l’alloggio e i vestiti alla popolazione, e una parte non piccola di questa popolazione è costretta ad emigrare… Noi abbiamo una nostra concezione dell’imperialismo e del fenomeno coloniale, secondo la quale essi sono prima di tutto una esportazione di capitale finanziario. Finora l’imperialismo italiano è consistito solo in questo: che l’operaio italiano emigrato lavora per il profitto dei capitalisti degli altri paesi, cioè finora l’Italia è solo stata un mezzo dell’espansione del capitale finanziario non italiano.

Voi vi sciacquate sempre la bocca con le affermazioni puerili di una pretesa superiorità demografica dell’Italia sugli altri paesi; voi dite sempre, per esempio, che l’Italia demograficamente è superiore alla Francia. È una questione questa che solo le statistiche possono risolvere perentoriamente ed io qualche volta mi occupo di statistiche; ora una statistica pubblicata nel dopoguerra, mai smentita, e che non può essere smentita, afferma che l’Italia di prima della guerra, dal punto di vista demografico, si trovava già nella stessa situazione della Francia dopo la guerra; ciò è determinato dal fatto che l’emigrazione allontana dal territorio nazionale una tal massa di popolazione maschile produttivamente attiva, che i rapporti demografici diventano catastrofici.

Nel territorio nazionale rimangono vecchi, donne, bambini, invalidi, cioè la parte di popolazione passiva che grava sulla popolazione lavoratrice in una misura superiore a qualsiasi altro paese, anche alla Francia. È questa la debolezza fondamentale del sistema capitalistico italiano, per cui il capitalismo italiano è destinato a scomparire tanto più rapidamente quanto più il sistema capitalistico mondiale non funziona più per assorbire l’emigrazione italiana, per sfruttare il lavoro italiano, che il capitalismo nostrale è impotente a inquadrare.

I partiti borghesi, la massoneria, come hanno cercato di risolvere questi problemi? Conosciamo nella storia italiana degli ultimi tempi due piani politici della borghesia per risolvere la questione del governo del popolo italiano. Abbiamo avuto la pratica giolittiana, il collaborazionismo del socialismo italiano con il giolittismo, cioè il tentativo di stabilire una alleanza della borghesia industriale con una certa aristocrazia operaia settentrionale per opprimere, per soggiogare a questa formazione borghese-proletaria la massa dei contadini italiani specialmente nel Mezzogiorno. Il programma non ha avuto successo.

Nell’Italia settentrionale si costituisce difatti una coalizione borghese-proletaria attraverso la collaborazione parlamentare e la politica dei lavori pubblici alle cooperative: nell’Italia meridionale si corrompe il ceto dirigente e si domina la massa coi mazzieri…

[Interruzione del deputato Greco]

Voi fascisti siete stati i maggiori artefici del fallimento di questo piano politico, poiché avete livellato nella stessa miseria l’aristocrazia operaia e i contadini poveri di tutta l’Italia. Abbiamo avuto il programma che possiamo dire del Corriere della Sera, giornale che rappresenta una forza non indifferente nella politica nazionale: ottocentomila lettori sono anch’essi un partito. 

[Voci “Meno…”. Mussolini “La metà! E poi i lettori dei giornali non contano. Non hanno mai fatto una rivoluzione. I lettori dei giornali hanno regolarmente torto!]

Il Corriere della Sera non vuole fare la rivoluzione.

[Farinacci: Neanche l’Unità!].

Il Corriere della Sera ha sostenuto sistematicamente tutti gli uomini politici del Mezzogiorno, da Salandra ad Orlando, a Nitti, ad Amendola; di fronte alla soluzione giolittiana, oppressiva non solo di classi, ma addirittura di interi territori, come il Mezzogiorno e le isole, e perciò altrettanto pericolosa che l’attuale fascismo per la stessa unità materiale dello Stato italiano, il Corriere della Sera ha sostenuto sempre un’alleanza tra gli industriali del Nord e una certa vaga democrazia rurale prevalentemente meridionale sul terreno del libero scambio. L’una e l’altra soluzione tendevano essenzialmente a dare allo Stato italiano una più larga base di quella originaria, tendevano a sviluppare le “conquiste” del Risorgimento.
Che cosa oppongono i fascisti a queste soluzioni? Essi oppongono oggi la legge cosiddetta contro la massoneria; essi dicono di volere così conquistare lo Stato. In realtà il fascismo lotta contro la sola forza organizzata efficientemente che la borghesia capitalistica avesse in Italia, per soppiantarla nella occupazione dei posti che lo Stato dà ai suoi funzionari. La “rivoluzione” fascista è solo la sostituzione di un personale amministrativo ad un altro personale”.

 

Salvini lo smemorato: si dimentica del 50° anniversario della Strage di Piazza Fontana. E quando se ne ricorda, con sole 2 righe su twitter e solo alle 16:00, dimentica che è stata una strage fascista!

 

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Salvini lo smemorato: si dimentica del 50° anniversario della Strage di Piazza Fontana. E quando se ne ricorda, con sole 2 righe su twitter e solo alle 16:00, dimentica che è stata una strage fascista!

Salvini non si è sforzato più di tanto nel 50° anniversario della Strage di Piazza Fontana.

Lui, un re della tastiera, uno stacanovista dei social, un commentatore instancabile, si è completamente dimentico di Piazza Fontana…

Solo alle ore 16,00 del giorno del 50esimo anniversario dell’attentato più importante della storia dell’Italia post-fascismo, quello che ha dato il via ai cosiddetti “anni di piombo”, a Salvini è tornata la memoria.

Ma non del tutto. Scrive un laconico: “Mai più sangue, odio, violenza. Custodire la memoria del passato per costruire un futuro migliore. Onore a tutti i morti innocenti di Piazza Fontana”.

Una frase di prassi, essenziale, solo perchè forse qualcuno gli ha fatto notare che doveva pur scrivere qualcosa.

Ma il nostro “smemorato” dimentica la cosa più importante: che Piazza Fontana è stata UNA STRAGE FASCISTA…!

Ma guai a condannare i fascisti. Non dimentichiamo che il 90% del suo elettorato vieme dalle fogne del fascismo…

Quanta ipocrisia in due sole righe. Non solo si evita accuratamente di condannare i fascisti responsabili di quella strage, ma ci si nasconde dietro la “difesa della memoria”, concetto su cui lui più di tutti dovrebbe tacere, specie dopo il trattamento disgustoso che esponenti della Lega stanno riservando in questi mesi a Liliana Segre.

By Eles

Il sindaco di destra rifiuta la panchina rossa contro la violenza sulle donne: “Stona con le altre” …Ma la verità è semplicemente che la lotta contro la violenza sulle donne stona con la cultura fascista!

 

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Il sindaco di destra rifiuta la panchina rossa contro la violenza sulle donne: “Stona con le altre” …Ma la verità è semplicemente che la lotta contro la violenza sulle donne stona con la cultura fascista!

Il sindaco di destra di Serravalle rifiuta la panchina rossa contro la violenza sulle donne: “Stona con le altre”

L’assurda motivazione dell’Amministrazione di destra di Serravalle pistoiese: per rispettare ‘l’uniformità del colore’ delle altre panchine non ci sarà la panchina rossa.

Il sindaco di destra di Serravalle Pistoiese Piero Lunardi ha rifiutato, secondo quanto denuncia il Pd, di installare una panchina rossa nel giardine ‘Il gatto e la volpe’ di Ponte di Serravalle.

Di seguito il comunicato stampa rilasciato dal Partito democratico:
“Una panchina come monito per tutte quelle donne che hanno subito violenza. Una panchina rossa, che non si può non notare, per ricordare i tanti drammi, i tanti femminicidi, che purtroppo si moltiplicano giorno dopo giorno. Il circolo del Partito Democratico di Serravalle-Masotti aveva fatto al Sindaco questa richiesta. Una panchina rossa da installare, senza simboli, senza appartenenze, ma come contributo a una sensibilizzazione trasversale, nel giardino – intitolato a “Il gatto e la volpe” – del Ponte di Serravalle.

E il sindaco Lunardi ha risposto. Abbiamo dovuto leggere due volte la motivazione, perché il senso del grottesco ci è parso tale che ci è sembrato impossibile da associare a una Istituzione. Ma le vie del… paradosso sono evidentemente infinite…

In questi giorni ne abbiamo viste di tutti i “colori” (in particolare per la vicenda della cittadinanza onoraria a Liliana Segre). Ora il senso di quelle vicende sembra essersi trasferito, andando anche oltre, a Serravalle.
“Questa Amministrazione non intende accogliere la richiesta non certo per l’obiettivo della sensibilizzazione sul tema che condividiamo pienamente, ma semmai per l’aspetto relativo al decoro urbano e quindi per il mantenimento dell’uniformità del colore delle panchine stesse sul territorio”. Questa la giustificazione del rifiuto. Per la “uniformità del colore”, insomma, la Giunta ha messo il veto alla richiesta. Richiesta che, ci teniamo a sottolinearlo, specificava che sulla panchina non sarebbero apparsi simboli partitici.

Siamo stupiti di una tale risposta e soprattutto ci sembra assurdo che un simbolo riconosciuto ovunque non abbia cittadinanza a Serravalle: dove il rosso di una panchina disturba il “decoro urbano” e il colore non si allinea alla tavolozza compatibile del giardino ideale dell’Amministrazione. Al Sindaco chiediamo un immediato ripensamento, o almeno una giustificazione più plausibile, che vada al di là di sfumature e tonalità. Perché se è vero che sui gusti non si comanda, è vero anche che a tutto c’è un limite.

tratto da: https://www.globalist.it/news/2019/11/22/il-sindaco-di-destra-di-serravalle-rifiuta-la-panchina-rossa-contro-la-violenza-sulle-donne-stona-con-le-altre-2049419.html

Cile, la denuncia di Amnesty International: stupri per punire le donne manifestanti. Cari amici, e soprattutto care donne: questo è il fascismo!

 

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Cile, la denuncia di Amnesty International: stupri per punire le donne manifestanti. Cari amici, e soprattutto care donne: questo è il fascismo!

 

In Cile, «stupri per punire le donne manifestanti». Amnesty condanna

Cile. La morte de «La Mimo», Daniela Carrasco, è uno degli ultimi casi Le femministe denunciano le violenze dei carabineros in piazza

«La Mimo», Daniela Carrasco era un’artista di strada. Aveva 36 anni. Una come le altre che in questi mesi hanno invaso le strade e le piazze del Cile. È stata trovata impiccata. Violentata e torturata fino alla morte. Il suo corpo esposto e appeso ad una recinzione alla periferia di Santiago del Cile. Il terrore che passa ancora una volta sul corpo di una donna. Secondo il collettivo femminista ’Ni Una Menos’, pare che il giorno precedente Daniela fosse stata fermata dai militari che l’avrebbero stuprata, torturata e lasciata appesa per ore.

IL SUO VOLTO DA CLOWN ha fatto il giro del mondo e della rete. Si sono subito alzate le voci delle donne e dei coordinamenti femministi che hanno chiesto giustizia e verità sulla morte di Daniela. Alondra Carrillo è una psicologa cilena, la portavoce del coordinamento femminista 8M che chiede la fine dell’impunità che regna nel Paese e le dimissioni del presidente Sebastián Piñera. «Vogliamo che termini questa militarizzazione delle strade – dice Carrillo – Dopo la fine dello stato di emergenza in realtà la repressione continua per mano delle forze speciali dei carabinieri. Più di 220 persone hanno perso un occhio, più di 90 sono state vittime di violenza politica sessuale. Ieri abbiamo registrato un nuovo caso di stupro da parte dei carabinieri. Lo stupro è diventato uno strumento politico e di terrore».

«Le donne sono esposte a due tipi di violenza. La prima è la violenza generale, quella che subiscono tutti in strada, quella degli spari, dei gas lacrimogeni, dei sequestri, delle torture, senza distinzione di genere. L’altra, è la violenza politica di genere che vuole disciplinare il corpo delle donne e delle attiviste, per imporre le norme patriarcali ce ci vogliono fuori dalla strada, fuori dalla politica. Noi diamo un forte contributo all’azione politica in Cile e questa forza l’abbiamo sviluppata nel tempo, siamo uno dei settori più dinamici dei movimenti sociali. Per questo ci vogliono zittire con il terrore. Siamo minacciate, il nostro corpo è diventato un bottino di guerra».

ALONDRA CI RACCONTA che le donne che manifestano subiscono vari genere di violenza anche verbale «i militari quando camminiamo in strada nelle manifestazioni ci mandano i “baci”, si toccano i genitali davanti a noi, ci dicono “vieni signorina, che ci piaci” oppure ci minacciano direttamente di stupro. Lo fanno perché sanno di essere impuniti». Il capo dei carabinieri, il generale Mario Rozas, in una conversazione registrata, assicurava ad un gruppo di carabinieri che nessuno sarebbe stato punito se accusato di commettere violazioni dei diritti umani durante le proteste. «Il governo ha dato pieno appoggio alle promesse di Rozas – dice Alombra – così governa l’impunità totale. Questo Stato criminale dev’essere giudicato a livello internazionale».

«QUI TUTTE LE NOTTI ci sono barricate». A parlare è Victoria Adunalte, femminista, lesbica e attivista. Faceva parte dei giovani studenti in prima linea del ’79 durante la dittatura. È stata arrestata dal regime quando aveva 17 anni. «I giovani anche oggi sono in prima linea, questo mi dà una grande speranza e mi emoziona. Fa parte della storia del nostro Paese. Sono molto grata a questi ragazzi, ma il tema non è solo generazionale ma anche di classe. A protestare sono i poveri del Paese che in Cile sono l’80% della popolazione».

Secondo l’Istituto nazionale dei diritti umani, almeno cinque persone sono morte per mano delle forze di sicurezza e oltre 2300 sono state ferite: di queste, 1400 sono state raggiunte da colpi di arma da fuoco e 220 hanno subito gravi traumi agli occhi. Amnesty International ha condannato le gravi violazioni dei diritti umani: secondo l’associazione, le forze di sicurezza, sotto il comando del presidente Sebastián Piñera – principalmente le forze armate e i carabineros (la polizia nazionale) –, sono responsabili di attacchi generalizzati e dell’uso di una forza non necessaria ed eccessiva con l’obiettivo di colpire e punire i manifestanti.

«Le intenzioni delle forze di sicurezza cilene sono chiare: colpire chi manifesta per disincentivare la partecipazione, ricorrendo all’atto estremo di praticare la tortura e la violenza sessuale contro i manifestanti. Invece di prendere misure per fermare la gravissima crisi dei diritti umani, le autorità appoggiano questa politica della punizione da oltre un mese, col risultato che le vittime di violazioni dei diritti umani aumentano ogni giorno», ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.

UN RAPPORTO bollato dal governo come «irresponsabile» e contestato dalle Forze Armate cilene: «Nessuna politica di attacchi sistematici contro civili», dichiarano. Nel frattempo i deputati dell’opposizione cilena martedì hanno presentato la richiesta formale di «messa in stato di accusa» del presidente Sebastian Piñera ritenuto politicamente responsabile delle «gravi e ripetute violazioni dei diritti umani occorse nel nostro Paese», ha dichiarato all’emittente Biobio il deputato del Partito Comunista (Pc) firmatario della richiesta, Carmen Hertz. «Pinera deve farsi responsabile di fronte a tutto il Cile per la brutale repressione con la quale ha cercato di zittire il movimento sociale», ha dichiarato da parte sua Camila Vallejo, del Pc. Ad appoggiare la mozione anche esponenti dei partiti di centrosinistra che la settimana scorsa hanno raggiunto un accordo con la coalizione di governo su un referendum per una nuova Costituzione».

IN ITALIA SI ALZANO alcune voci della politica come quella di Gennaro Migliore, capogruppo di Italia Viva in Commissione Esteri alla Camera, che annuncia un’interrogazione al ministro degli Esteri. Nicola Fratoianni invece qualche giorno fa scriveva su twitter: «Il silenzio della comunità internazionale sui fatti cileni è insopportabile. L’Italia per prima faccia la sua parte e interessi l’Ue».

Nel frattempo il coordinamento 8M fa un appello a tutte le donne e alle femministe italiane: «Continuate a sostenerci con azioni di solidarietà femminista, date visibilità alla repressione dello Stato, chiedete al vostro governo italiano e alle istituzioni che non permettano l’impunità, che si ponga fine alle violazioni dei diritti umani che continuano in questo Paese».

Da Il Manifesto

Cile – Daniela Carrasco, l’artista di strada che contestava il regime: violentata, torturata, impiccata ed esposta come un trofeo dalla polizia – No, non è il medioevo, è il FASCISMO…!

 

Daniela Carrasco

 

 

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Cile – Daniela Carrasco, l’artista di strada che contestava il regime: violentata, torturata, impiccata ed esposta come un trofeo dalla polizia – No, non è il medioevo, è il FASCISMO…!

Violentata, torturata e impiccata, il caso di Daniela Carrasco scuote il Cile: “È stata la polizia”

Il rapporto del medico legale dice che Daniela si è suicidata. Ma i canali femministi cileni stanno diffondendo un’altra versione

Cosa è successo a Daniela Carrasco?
Daniela aveva 36 anni ed era un’artista di strada che operava soprattutto nel quartieri periferici di Santiago del Cile. Era conosciuta da tutti come ‘El Mimo’. Era, perché Daniela è stata trovata impiccata.
Nelle scorse settimane, Daniela aveva preso parte alle proteste che da circa un mese infiammano il Cile, con violenti scontri tra i manifestanti contro il caro vita imposto dall’amministrazione del presidente Pinera, e la polizia. Sono tantissime le testimonianze che riportanto estreme violenze da parte delle forze dell’ordine e le denunce contro il governo e i media, accusati di stare nascondendo al resto del mondo la realtà degli scontri.
Sebbene i rapporti del medico legale parlino di morte per soffocamento e l’ipotesi del suicidio è quella ufficialmente portata avanti dalla polizia, il collettivo femminista Ni Una Menos sostiene che Daniela – che è stata vista l’ultima volta lo scorso 19 ottobre, nel giorno in cui è scoppiata la protesta per il rincaro dei prezzi della metropolitana – sia stata rapita dai carabineros, violentata, torturata e in seguito uccisa. Sui social gira questa versione che sta cominciando a prendere piede ma al momento il National Institute of Human Rights (Nhri) non ha ricevuto nessun reclamo formale.
Nei giorni immediatamente successivi alle proteste, molti canali femministi cileni avevano denunciato che la polizia stava effettuando violenze sessuali sulle donne catturate.

Sì ad Almirante, no a Gaber: Verona intitola una via al segretario MSI e non al cantautore… È ufficiale, siamo tanto coglioni da esserci dimenticati le porcherie del fascismo!

 

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Sì ad Almirante, no a Gaber: Verona intitola una via al segretario MSI e non al cantautore… È ufficiale, siamo tanto coglioni da esserci dimenticati le porcherie del fascismo!

Fare due scelte in palese contrapposizione tra loro, provare a dare una spiegazione tecnica che, però, smentisce entrambe le versioni. A Verona è andato in scena un vero e proprio caos sulla toponomastica, tra decisioni ambigue che lasciano trasparire un chiaro valore politico, nonostante i tentativi di motivare diversamente questa decisione presa da parte della giunta di Centrodestra guidata dal sindaco Federico Sboarina. Il sì alla dedica a Giorgio Almirante, e il no a Giorgio Gaber.

Partiamo da Giorgio Gaber. Nelle motivazioni che hanno portato a dire no all’intitolazione di una via (o una piazza) all’eclettico cantautore milanese scomparso nel 2003 c’è scritto: «Mancanza di legame con il territorio». E la maggioranza nella giunta veronese ha detto che questo sia un paletto ineluttabile per l’assegnazione di un riconoscimento toponomastico. Tutto vero? Assolutamente no. Nell’articolo otto del Regolamento comunale per la Toponomastica c’è scritto altro: «I nuovi nomi da assegnare dovranno essere costituendo la dedica testimonianza dello sviluppo materiale e civile, legati a fatti, personaggi ed avvenimenti sociali, culturali e politici della storia cittadina, nazionale o internazionale».

Almirante sì, Gaber no: la scelta toponomastica di Verona

Il nome di Giorgio Gaber, dunque, non poteva essere escluso proprio seguendo questo regolamento. Anche perché, poco prima, era stato dato parere favorevole dalla Commissione veronese all’intitolazione di una via a Giorgio Almirante, storico segretario del Movimento Sociale Italiano (MSI) morto nel 1988. Anche lui, come il cantautore milanese, non ha alcun legame con la città di Verona. Quindi, se fosse vero il principio citato dalla maggioranza, neanche lui potrebbe essere insignito con una dedica toponomastica.

«Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra»

La scelta, dunque, non può che essere politica. La decisione di intitolare una strada a Giorgio Almirante, seppur discutibile, è legittima. Così come lo sarebbe stato nel caso di Giorgio Gaber. Ma, anche in questo caso, gli ideali politici hanno avuto la meglio sulla memoria. Ed era proprio il cantautore a chiedersi «Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra». Ora la risposta è arrivata, proprio nel suo nome.

 

 

fonte: https://www.giornalettismo.com/almirante-gaber-verona/