Il post provocatorio (??) di Storace sui profughi con le ragazze in costume che conferma la regola: chi è fascista o razzista è perché ha un QI basso, molto, ma molto basso…!

 

Storace

 

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Il post provocatorio (??) di Storace sui profughi con le ragazze in costume che conferma la regola: chi è fascista o razzista è perché ha un QI basso, molto, ma molto basso…!

A volte l’ironia non è il modo giusto di affrontare determinati argomenti. Peggio ancora se quegli stessi argomenti sono proprio di stringente attualità. Francesco Storace, attuale direttore de Il Secolo d’Italia, da poco riavvicinatosi a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, ha utilizzato una delle card virali che circolano su Facebook per fare una battuta sul tema degli sbarchi.

Francesco Storace e il post provocatorio sugli sbarchi

Nell’immagine utilizzata da Storace si vedono due ragazze in costume che si tengono per mano sul bagnasciuga. Una fotografia tipica di questo principio d’estate. Peccato per il copy che accompagnava la foto; nella didascalia infatti si poteva leggere: “La foto che ha commosso l’intero web, due profughe appena sbarcate. La più forte tiene la più debole per mano come piccolo gesto di aiuto. Ora dobbiamo mettere da parte i pregiudizi: queste persone hanno bisogno d’aiuto”.

Storace, personaggio pubblico e d’opinione, ha dunque utilizzato una di quelle immagini stock che rimbalzano quotidianamente sul Facebook o sul WhatsApp di chi non ha particolare dimestichezza con i meccanismi dei social network. Il post non è originale, circola da tempo, ma se associato al ruolo pubblico di Storace assume un’altra dimensione.

Il successo del post di Francesco Storace

Non a caso, il contenuto ha avuto centinaia di condivisioni e commenti, con i followers di Storace che hanno fatto ironia. Non sono mancate ovviamente le voci fuori dal coro, che hanno criticato la scelta del giornalista e politico.

Francesco Storace fa parte dell’universo sovranista della destra italiana e sappiamo come la pensa sui temi dell’immigraazione. Amplificare questo pensiero in maniera anche irrituale, facendo anche l’occhiolino a una logica maschilista, che fa battute sul corpo della donna, sa davvero di autogol.

fonte: https://www.giornalettismo.com/storace-post-ragazze-costume/

Gino Strada: “Salvini? Ha l’elemento più caratteristico del fascismo, cioè il razzismo. Sinistra? Non ha nulla da dire”

 

GINO STRADA

 

 

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Gino Strada: “Salvini? Ha l’elemento più caratteristico del fascismo, cioè il razzismo. Sinistra? Non ha nulla da dire”

Salvini? Mi sembra che in lui ci sia l’elemento più caratteristico del fascismo, che è il razzismo. Come scriveva Umberto Eco, non esiste fascismo senza razzismo. La sua politica, ciò che dice e ciò che ha fatto rispetto ai migranti, sono lì a testimoniarlo”.  Dopo la polemica del 25 aprile, così Gino Strada ribadisce il suo pensiero su Salvini.

E aggiunge: “Una persona che non ha nessuna considerazione per la vita umana e per i diritti altrui è un fascista e un razzista, perché in questo momento tutto si focalizza sulla questione migranti, creando poi delle falsità. Adesso è saltato fuori che i 600mila migranti da rimpatriare sono diventati 90mila. Però nessuno è stato rimpatriato. E allora che è successo? Sono morti di vecchiaia? E sorvolo su tutte le sciocchezze e le bugie finalizzate a creare questo clima di odio e di paura“.

Il fondatore di Emergency sottolinea: “Tutto questo non mi sembra bello. E mi riferisco anche alla legittima difesa e all’insistere sulle armi. Forse perché ho vissuto 30 anni della mia vita in posti dove intorno c’erano tante e troppe armi, ma io non mi sento sicuro in un Paese pieno di armi. Mi sento più sicuro in un Paese pieno di asili nido, di scuole, di conferenze, di concerti“.

Strada, infine, si sofferma sullo stato della sinistra: “C’è un silenzio molto preoccupante. Credo che la ragione di quel silenzio stia nel fatto che a sinistra non hanno nulla da dire, perché non credono più a quello a cui i loro padri credevano. In questo Paese per molti anni c’è stata una voglia di uguaglianza, di giustizia sociale, di democrazia vera e non di giochini. Ed era un sentimento molto bello e profondo su cui poi costruire una società solidale. Adesso quali sono i valori? L’uguaglianza, la giustizia sociale, la pace sono ancora valori della sinistra?”.

 

Tratto da Il Fatto Quotidiano del 27 aprile 2019

 

Cremona, 3 giugno 2019, Anno II dell’era Salvini – Pestato durante il comizio per aver contestato (una sciarpa con scritto “Ama il prossimo tuo”) mentre dal palco Salvini lo prendeva in giro – Insomma, siamo arrivati a questo!

 

Salvini

 

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Cremona, 3 giugno 2019, Anno II dell’era Salvini – Pestato durante il comizio per aver contestato (una sciarpa con scritto “Ama il prossimo tuo”) mentre dal palco Salvini lo prendeva in giro – Insomma, siamo arrivati a questo!

Cremona, ragazzo pestato dai sostenitori di Salvini. E il ministro lo deride

A Cremona lunedì scorso, durante un comizio elettorale di Salvini, a sostegno del candidato di centrodestra Malvezzi, un giovane è stato malmenato per aver innalzato un piccolo striscione di protesta in cui compariva la scritta ‘Ama il prossimo tuo’. Il ministro lo ha dileggiato dal palco: “Lasciatelo da solo poverino, un applauso a un comunista”.

Un ragazzo stava manifestando pacificamente il suo dissenso a Cremona, in piazza Roma, sollevando una sciarpa bianca su cui era stampato il messaggio ‘Ama il prossimo tuo’. Ma il gesto non è piaciuto ai sostenitori del ministro degli Interni Matteo Salvini: lo hanno considerato una provocazione inaccettabile e lo hanno quindi attaccato, colpendolo violentemente con calci, schiaffi e pugni. La notizia è stata diffusa con un video da una tv locale di Cremona. Nella città della Lombardia oggi si vota per il secondo turno delle elezioni comunali. La sfida è tra Galimberti (Pd) e Malvezzi (FI).

L’episodio risale a lunedì 3 giugno. Il ragazzo, che partecipa alle attività di un oratorio cremonese, invece di essere difeso dal vicepremier leghista, che stava tenendo un comizio elettorale in quel momento, è stato poi deriso pubblicamente: “Lasciatelo da solo poverino, un applauso a un comunista”, ha detto dal palco Salvini. I fan del leader del Carroccio in un primo momento hanno intimato al ragazzo di abbassare “quel cazzo di scritta”, “quel pezzo di carta igienica”. Poi hanno circondato il giovane che, a braccia alzate e in silenzio, reggeva in alto la scritta, e gli hanno tolto con forza la sciarpa dalle mani. Il ragazzo non ha reagito, ha cercato di proteggersi dal pestaggio, raggomitolandosi per terra. Sono quindi intervenute le forze dell’ordine che hanno tratto in salvo il giovane. Il piccolo striscione è caduto per terra, ed è stato calpestato dai presenti.

“Mentre un ragazzo, per aver sollevato una sciarpa bianca con scritto #amailprossimotuo, viene preso a calci e pugni dai sostenitori di Salvini, il ministro dell’Interno, dal palco, gli dà del comunista e lo dileggia. Salvini infanga le istituzioni e la Costituzione. Si dimetta”, ha dichiarato in una nota Giuseppe Civati, fondatore di Possibile. Civati ha anche pubblicato sul suo profilo Facebook un video, girato con il telefonino da un cittadino che si trovava nelle vicinanze, che testimonia l’accaduto.

Fonti:

https://www.fanpage.it/cremona-ragazzo-pestato-dai-sostenitori-di-salvini-e-il-ministro-lo-deride/

https://www.facebook.com/watch/?v=300073517537491

Ancora accuse pesanti di Papa Francesco all’Europa ed a Salvini: “Porti aperti allearmi e chiusi alle persone” – “Lʼira di Dio si scatenerà su chi parla di pace e vende munizioni”

 

Papa Francesco

 

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Ancora accuse pesanti di Papa Francesco all’Europa ed a Salvini: “Porti aperti allearmi e chiusi alle persone” – “Lʼira di Dio si scatenerà su chi parla di pace e vende munizioni”

Il Papa striglia l’Europa (e Salvini) “Porti aperti alle armi e chiusi alle persone”

Il jʼaccuse del Pontefice: “Lʼira di Dio si scatenerà su chi parla di pace e vende munizioni”. Poi rivela: “Il prossimo anno voglio andare in Iraq”

“Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell’Europa che pero’ apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini”. Lo ha detto il Papa all’udienza con la Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali.
“Non posso qui non menzionare i migranti e i profughi che raggiungono i maggiori aeroporti con la speranza di poter chiedere asilo o trovare un rifugio, o che sono bloccati in transito”. Lo ha detto Papa Francesco ai partecipanti all`Incontro mondiale dei Cappellani dell`Aviazione civile. “Invito sempre le Chiese locali alla dovuta accoglienza e sollecitudine nei loro confronti, pur se si tratta di una responsabilità diretta delle Autorità civili. Fa parte anche della vostra cura pastorale vigilare che sia sempre tutelata la loro dignità umana e siano salvaguardati i loro diritti, nel rispetto della dignità e delle credenze di ciascuno. Le opere di carità nei loro confronti costituiscono una testimonianza della vicinanza di Dio a tutti i suoi figli”.
L’Iraq – ha detto il Papa nell’udienza alla Roaco, la Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali – “possa guardare avanti attraverso la pacifica e condivisa partecipazione alla costruzione del bene comune di tutte le componenti anche religiose della societa’, e non ricada in tensioni che vengono dai mai sopiti conflitti delle potenze regionali”. “E non dimentico l’Ucraina – ha aggiunto il Papa ripercorrendo le aree piu’ ‘calde’ del pianeta -, perche’ possa trovare pace la sua popolazione, le cui ferite provocate dal conflitto ho cercato di lenire con l’iniziativa caritativa alla quale molte realta’ ecclesiali hanno contribuito. In Terra Santa – ha proseguito il pontefice -, auspico che il recente annuncio di una seconda fase di studio dei restauri del Santo Sepolcro, che vede fianco a fianco le comunita’ cristiane dello Statu quo, si accompagni agli sforzi sinceri di tutti gli attori locali ed internazionali perche’ giunga presto una pacifica convivenza nel rispetto di tutti coloro che abitano quella Terra, segno per tutti della benedizione del Signore”

fonte: https://www.globalist.it/news/2019/06/10/il-papa-striglia-l-europa-e-salvini-porti-aperti-alle-armi-e-chiusi-alle-persone-2042658.html

Cos’è il fascismo? Ce lo spiega la prof sospesa: “Ora i ragazzi mi chiedono se possono scrivere ciò che pensano”…!

 

fascismo

 

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Cos’è il fascismo? Ce lo spiega la prof sospesa: “Ora i ragazzi mi chiedono se possono scrivere ciò che pensano”…!

La prof sospesa: “Ora i ragazzi mi chiedono se possono scrivere ciò che pensano”

Maria Rosa Dell’Aria è intervenuta Una Marina di Libri a Palermo: “Ll web sta veicolando tanto odio, si cercano nemici, con offese gravissime”

Una brutta storia che non è finita e che ha degli strascichi anche psicologici.
“Mi dispiace che ora i miei studenti mi chiedano se possono scrivere o dire cose che pensano. Anche miei colleghi si pongono delle domande. E questo mi dispiace molto”.

Così Maria Rosa Dell’Aria, la docente palermitana sospesa dal Provveditore per un video dei suoi alunni che paragonavano le leggi razziali al decreto sicurezza.

“Il web sta veicolando tanto odio, si cercano nemici, con offese gravissime. Anche questa vicenda nasce da una manifestazione di odio, da un tweet in cui si dice che io avrei paragonato Salvini a Hitler. Con una sottosegretaria che dice che io dovevo essere cacciata ‘con ignominia’. E’ bene che io non le abbia lette, perché non sono sui social. Ma sono stata molto ferita da questa vicenda”.

Ha aggiunto la professoressa Maria Rosa Dell’Aria intervenendo a Una Marina di Libri a Palermo.

fonte: https://www.globalist.it/news/2019/06/09/la-prof-sospesa-ora-i-ragazzi-mi-chiedono-se-possono-scrivere-cio-che-pensano-2042642.html

Il fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. – Uno spietato pensiero di Ennio Flaiano su cui riflettere oggi più che mai…!

 

Ennio Flaiano

 

 

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Il fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. – Uno spietato pensiero di Ennio Flaiano su cui riflettere oggi più che mai…!

“Il fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità. Il fascismo è demagogico ma padronale, retorico, xenofobo, odiatore di culture, spregiatore della libertà e della giustizia, oppressore dei deboli, servo dei forti, sempre pronto a indicare negli “altri” le cause della sua impotenza o sconfitta. Il fascismo è lirico, gerontofobo, teppista se occorre, stupido sempre, ma alacre, plagiatore, manierista. Non ama la natura, perché identifica la natura nella vita di campagna, cioè nella vita dei servi; ma è cafone, cioè ha le spocchie del servo arricchito. Odia gli animali, non ha senso dell’arte, non ama la solitudine, né rispetta il vicino, il quale d’altronde non rispetta lui. Non ama l’amore, ma il possesso. Non ha senso religioso, ma vede nella religione il baluardo per impedire agli altri l’ascesa al potere. Intimamente crede in Dio, ma come ente col quale ha stabilito un concordato, do ut des. È superstizioso, vuole essere libero di fare quel che gli pare, specialmente se a danno o a fastidio degli altri. Il fascista è disposto a tutto purché gli si conceda che lui è il padrone, il padre.“

Ennio Flaiano, scrittore italiano, 1910 – 1972

Italia-Grecia del 1934, la partita senza ritorno: le mani del regime fascista sul calcio…!

 

calcio

 

 

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Italia-Grecia del 1934, la partita senza ritorno: le mani del regime fascista sul calcio…!

Italia-Grecia nel 1934 fu il primo passo “mondiale” della Nazionale di Pozzoverso la conquista della sua prima Coppa del mondo. Una partita con connotazioni politico-sportive interessanti.

LA MACCHINA FASCISTA – Con gli anni’30 del XX secolo il calcio ha ormai raggiunto a livello internazionale un’importanza e un seguito tale da renderlo – come rilevato da Nicola Sbetti – un fenomeno significativo per le relazioni internazionali. Lo comprende molto bene la FIFA che deve fare i conti con l’uso politico del calcio da parte dei vari governi, uno dei quali è proprio quello italiano. Il fascismo, infatti, ne comprende ben presto tutte le potenzialità politiche e da subito inserisce il calcio e lo sport in generale quale “parte integrante del progetto totalitario del regime”. Il passo internazionale decisivo viene compiuto al meeting della FIFA di Zurigo del 1932 quando ufficialmente la candidatura italiana ad ospitare e organizzare la Coppa del mondo diventa effettiva. Marco Impiglia nel suo interessante saggio dedicato alla Coppa del Mondo 1934 bene spiega sul piano squisitamente sportivo quali furono gli “agganci diplomatici” che permisero all’organizzazione italiana di contare su alcuni arbitri controllandoli durante tutta la manifestazione: lo svedese Eklind, lo svizzero Mercet e il belga Baert. Dello svizzero Mercet ne riparleremo a breve perché fu l’arbitro di Italia-Grecia del 25 marzo.

TRA CALCIO E POLITICA – Quella domenica di fine marzo del 1934 non era in programma soltanto la partita tra Italia e Grecia a Milano, ma anche la tornata elettorale in forma plebiscitaria nella quale gli italiani erano chiamati ad esprimersi a favore o contro la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio del fascismo. Ovviamente fu un plebiscito a favore di Mussolini e nessuno nel regime voleva correre il rischio che un risultato negativo della Nazionale di calcio offuscasse quello politico. In realtà quel 25 marzo ben oltre dieci milioni di italiani votarono per il regime e non poteva essere diversamente in un’Italia ormai assuefatta al fascismo e in un momento in cui l’antifascismo viveva uno dei suoi momenti peggiori con il collasso della Concentrazione antifascista sorta nella seconda metà degli anni’20 in Francia dagli esuli che si opponevano al regime e che attorno alla Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo raccoglieva esponenti del Partito Repubblicano, di quello Socialista e dei Socialisti riformisti di Turati oltre alla CGIL. Insomma, Mussolini non aveva ostacoli in campo politico e non voleva averne in quello sportivo.  ITALIA-GRECIA, SOLA ANDATA – Il Mondiale italiano doveva essere l’apoteosi del regime a livello internazionale, lo strumento in mano a Mussolini per accrescere il proprio prestigio agli occhi del mondo e nulla sarebbe dovuto andare storto, men che meno era ammissibile l’assenza della Nazionale alla fase finale. Il sorteggio per le qualificazioni fu morbido e all’Italia toccò la Grecia, non certo un’avversaria irresistibile. La qualificazione doveva però essere certa e sicura e così la direzione di quell’incontro venne affidata a Mercet. Svizzero di Lugano, sciolto con la lingua italiana, René Mercet aveva diretto gli Azzurri in parecchie partite e conosceva molto bene Mauro, membro quest’ultimo della Commissione che doveva selezionare gli arbitri per ogni turno della competizione. La sua designazione avrebbe dovuto essere una sorta di “polizza assicurativa” in caso di bisogno. In realtà quel 25 marzo la partita contro i greci a San Siro non ebbe storia, troppo superiore la squadra messa in campo da Pozzo che riuscì agevolmente ad avere la meglio per 4 a 0. Tanto fu rotondo il risultato che non si giocò neppure la gara di ritorno. Sul punto un piccolo giallo storico. Il regolamento per quella edizione della Coppa del mondo prevedeva, come detto, un turno eliminatorio preliminare per ridurre le iscritte a sedici. Il turno eliminatorio era stato strutturato in gruppi da tre e due squadre: in quelli a tre squadre la formula prevedeva un girone all’italiana, mentre in quelli a due le squadre si sarebbero affrontate in una gara in andata e ritorno. Eppure, diversamente da quanto previsto dal regolamento, il ritorno della sfida tra Italia e Grecia non fu mai giocato. Detto, per amor di verità, che anche altri incontri di ritorno non vennero disputati, per alcune fonti il motivo della mancata gara in Grecia fu che, visto il risultato dell’andata, il ritorno non fu ritenuto necessario (!), per altre fonti addirittura già prima le federazioni italiana e greca si erano accordate di giocarsi l’accesso alla fase finale in gare secca in campo italiano. Però per altri ancora il motivo stava nel fatto che alla federazione greca furono donati una sede ad Atene e regalie per un totale di 700.000 dracme. Insomma, non solo si fece in modo di avere un arbitro beneviso, ma si volle azzerare del tutto ogni alea non giocando – ad ogni costo – il ritorno.

Fatto è che quella prima volta contro la Grecia regalò alla Nazionale italiana il pass per la fase finale della Coppa del Mondo, coppa che sarebbe poi stata vinta dai ragazzi di Pozzo nell’estate del 1934 sotto gli occhi di Mussolini.

 

fonte: https://www.calciomercato.com/news/italia-grecia-del-1934-la-partita-senza-ritorno-le-mani-del-regi-79148

16 maggio 1925 – Il grande, attualissimo discorso alla Camera di Antonio Gramsci: “Ecco cos’è davvero il fascismo”

 

Antonio Gramsci

 

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16 maggio 1925 – Il grande, attualissimo discorso alla Camera di Antonio Gramsci: “Ecco cos’è davvero il fascismo”

 

Gramsci: ecco cos’è davvero il fascismo

La ‘rivoluzione’ fascista è solo la sostituzione di un personale amministrativo ad un altro personale. Il discorso alla Camera di Antonio Gramsci

Antonio Gramsci (16 maggio 1925)

Il problema è questo: la situazione del capitalismo in Italia si è rafforzata o si è indebolita dopo la guerra, col fenomeno fascista? Quali erano le debolezze della borghesia capitalistica italiana prima della guerra, debolezze che hanno portato alla creazione di quel determinato sistema politico-massonico che esisteva in Italia, che ha avuto il suo massimo sviluppo nel giolittismo?
Le debolezze massime della vita nazionale italiana erano in primo luogo la mancanza di materie prime, cioè la impossibilità per la borghesia di creare in Italia una sua radice profonda nel paese e che potesse progressivamente svilupparsi, assorbendo la mano d’opera esuberante. In secondo luogo la mancanza di colonie legate alla madre patria, quindi la impossibilità per la borghesia di creare una aristocrazia operaia che permanentemente potesse essere alleata della borghesia stessa. Terzo, la questione meridionale, cioè la questione dei contadini, legata strettamente al problema della emigrazione, che è la prova della incapacità della borghesia italiana di mantenere…[Interruzioni].
Il significato dell’emigrazione in massa dei lavoratori è questo: il sistema capitalistico, che è il sistema predominante, non è in grado di dare il vitto, l’alloggio e i vestiti alla popolazione, e una parte non piccola di questa popolazione è costretta ad emigrare… Noi abbiamo una nostra concezione dell’imperialismo e del fenomeno coloniale, secondo la quale essi sono prima di tutto una esportazione di capitale finanziario. Finora l’imperialismo italiano è consistito solo in questo: che l’operaio italiano emigrato lavora per il profitto dei capitalisti degli altri paesi, cioè finora l’Italia è solo stata un mezzo dell’espansione del capitale finanziario non italiano.
Voi vi sciacquate sempre la bocca con le affermazioni puerili di una pretesa superiorità demografica dell’Italia sugli altri paesi; voi dite sempre, per esempio, che l’Italia demograficamente è superiore alla Francia. È una questione questa che solo le statistiche possono risolvere perentoriamente ed io qualche volta mi occupo di statistiche; ora una statistica pubblicata nel dopoguerra, mai smentita, e che non può essere smentita, afferma che l’Italia di prima della guerra, dal punto di vista demografico, si trovava già nella stessa situazione della Francia dopo la guerra; ciò è determinato dal fatto che l’emigrazione allontana dal territorio nazionale una tal massa di popolazione maschile produttivamente attiva, che i rapporti demografici diventano catastrofici.
Nel territorio nazionale rimangono vecchi, donne, bambini, invalidi, cioè la parte di popolazione passiva che grava sulla popolazione lavoratrice in una misura superiore a qualsiasi altro paese, anche alla Francia. È questa la debolezza fondamentale del sistema capitalistico italiano, per cui il capitalismo italiano è destinato a scomparire tanto più rapidamente quanto più il sistema capitalistico mondiale non funziona più per assorbire l’emigrazione italiana, per sfruttare il lavoro italiano, che il capitalismo nostrale è impotente a inquadrare.
I partiti borghesi, la massoneria, come hanno cercato di risolvere questi problemi? Conosciamo nella storia italiana degli ultimi tempi due piani politici della borghesia per risolvere la questione del governo del popolo italiano. Abbiamo avuto la pratica giolittiana, il collaborazionismo del socialismo italiano con il giolittismo, cioè il tentativo di stabilire una alleanza della borghesia industriale con una certa aristocrazia operaia settentrionale per opprimere, per soggiogare a questa formazione borghese-proletaria la massa dei contadini italiani specialmente nel Mezzogiorno. Il programma non ha avuto successo.
Nell’Italia settentrionale si costituisce difatti una coalizione borghese-proletaria attraverso la collaborazione parlamentare e la politica dei lavori pubblici alle cooperative: nell’Italia meridionale si corrompe il ceto dirigente e si domina la massa coi mazzieri… [Interruzione del deputato Greco]
Voi fascisti siete stati i maggiori artefici del fallimento di questo piano politico, poiché avete livellato nella stessa miseria l’aristocrazia operaia e i contadini poveri di tutta l’Italia. Abbiamo avuto il programma che possiamo dire del Corriere della Sera, giornale che rappresenta una forza non indifferente nella politica nazionale: ottocentomila lettori sono anch’essi un partito. [Voci “Meno…”. Mussolini “La metà! E poi i lettori dei giornali non contano. Non hanno mai fatto una rivoluzione. I lettori dei giornali hanno regolarmente torto!]
Il Corriere della Sera non vuole fare la rivoluzione.
[Farinacci: Neanche l’Unità!]. Il Corriere della Sera ha sostenuto sistematicamente tutti gli uomini politici del Mezzogiorno, da Salandra ad Orlando, a Nitti, ad Amendola; di fronte alla soluzione giolittiana, oppressiva non solo di classi, ma addirittura di interi territori, come il Mezzogiorno e le isole, e perciò altrettanto pericolosa che l’attuale fascismo per la stessa unità materiale dello Stato italiano, il Corriere della Sera ha sostenuto sempre un’alleanza tra gli industriali del Nord e una certa vaga democrazia rurale prevalentemente meridionale sul terreno del libero scambio. L’una e l’altra soluzione tendevano essenzialmente a dare allo Stato italiano una più larga base di quella originaria, tendevano a sviluppare le “conquiste” del Risorgimento.
Che cosa oppongono i fascisti a queste soluzioni? Essi oppongono oggi la legge cosiddetta contro la massoneria; essi dicono di volere così conquistare lo Stato. In realtà il fascismo lotta contro la sola forza organizzata efficientemente che la borghesia capitalistica avesse in Italia, per soppiantarla nella occupazione dei posti che lo Stato dà ai suoi funzionari. La “rivoluzione” fascista è solo la sostituzione di un personale amministrativo ad un altro personale”.

5 maggio 1936 – L’Italia conquista l’Etiopia. Ricordiamo un eroe di questa guerra fascista: Rodolfo Graziani soprannominato in tutto il mondo “Il macellaio d’Etiopia”… Ma che ci volete fare, ai fascisti di oggi bisognerebbe prenderli per i capelli e sbatterli con la testa sui libri di storia…!

 

Etiopia

 

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5 maggio 1936 – L’Italia conquista l’Etiopia. Ricordiamo un eroe di questa guerra fascista: Rodolfo Graziani soprannominato in tutto il mondo “Il macellaio d’Etiopia”… Ma che ci volete fare, ai fascisti di oggi bisognerebbe prenderli per i capelli e sbatterli con la testa sui libri di storia…!

Rodolfo Graziani, per i fascisti un eroe, per il resto del mondo “Il macellaio d’Etiopia”

La figura di Rodolfo Graziani (1882-1955) attraversa la prima metà del Novecento. Poiché di questo ampio lasso di tempo – che conta in sé l’assestamento dello Stato liberale prima, la sua crisi poi, l’affermazione del regime fascista, il suo consolidamento, l’apoteosi come il suo catastrofico declino, fino alla tragedia dei seicento giorni della Repubblica sociale italiana – ne fu un protagonista attivo. In mezzo si collocano due guerre mondiali, ossia un arco di eventi, di relazioni e di individui, tra il 1914 e il 1945, che definiscono quella che in una parte della storiografia è stato riqualificata come la «Seconda guerra dei trent’anni». Per intenderci, la prima, intercorsa tra il 1618 e il 1648, sconquassò l’Europa di quei tempi. Il violento conflitto si concluse con la pace di Vestfalia. Gli eventi bellici modificarono significativamente il precedente assetto politico delle potenze europee. Cose similari, evidentemente, posso allora essere dette riguardo all’arco di tempo in cui ebbe modo di operare Graziani. Il quale si conquistò il ruolo che poi avrebbe recitato nel fascismo, e per il fascismo, partendo dalla “gavetta”. A modo suo, espressione di quel fenomeno di mobilità sociale, ossia di promozione a ruoli di rilievo nella società, di cui il regime mussoliniano seppe farsi interprete a beneficio dei suoi sodali.

Figlio di un medico, originariamente orientato verso studi religiosi, poi interrotti, si rivolse quindi alla vita militare. Non ebbe la possibilità economica di frequentare quelle che erano le fucine dell’ufficialità, la scuola militare napoletana della Nunziatella e l’Accademia di Modena, dovendo invece svolgere il servizio di leva in un’unità di selezione e addestramento di futuri ufficiali in ruolo subalterno. In tale funzione, frequentò il corso allievi ufficiali di complemento al 94° reggimento di fanteria di Roma; il 4 aprile 1903 fu promosso caporale, il 4 luglio sergente, il 1° maggio 1904 sottotenente. Datano a quegli anni, le sue presunte simpatie socialiste, comunque ben presto accantonate. L’istituzione militare, in tutte le sue diramazioni, era peraltro pervasa non solo da un rigido spirito di corpo ma anche da idee conservatrici che, nella sostanza, stavano sempre più spostandosi verso la destra illiberale. Una decina d’anni prima dell’inizio della Grande guerra Graziani divenne ufficiale effettivo del Regio esercito. Già assegnato al 92° fanteria, di stanza a Viterbo, vinse poi il concorso per diventare ufficiale in servizio permanente effettivo e, per la sua alta statura, fu destinato al 1° reggimento granatieri di Roma. Nell’ottobre 1906 si trasferì a Parma per compiervi il corso superiore presso la Scuola di applicazione di fanteria.

Nel 1908, essendo destinato – per sua stessa sollecitazione, non sopportando la vita di caserma così come l’onerosità economica impostagli dalla residenza in Roma – alla missione militare in Eritrea, ebbe modo di imparare la lingua araba e poi quella tigrina. Anche per questa ragione iniziò a disegnarsi la fama di un esperto delle questioni africane, elemento che poi avrebbe contribuito alla sua futura carriera. La quale proseguì con la mancata partecipazione, essendosi nel mentre ammalato di malaria, alla guerra italo-turca del 1911-1912, il conflitto che avrebbe originato la moderna Libia. Un luogo – quest’ultimo – dove comunque fu stanziato per un primo tempo nel 1914. Ritornato in Italia, partecipò attivamente alla Prima guerra mondiale, che terminò con il grado di colonnello, un buon risultato per un ufficiale ancora giovane, che non proveniva dai ranghi dell’Accademia.

La Libia e l’impiccagione di Omar al-Muktar

In Libia ci tornò nel 1921 (rimanendoci poi per ben tredici anni), incaricato di domare la ribellione delle popolazioni locali, incalzate dalla Senussia, e di estendere il controllo italiano dalle zone litoranee a quelle interne della Cirenaica e della Tripolitania. In tali vesti servì i governi liberali di Bonomi e Facta e poi quello fascista di Mussolini. Grazie ai risultati ottenuti, basati sull’applicazione di una concezione – già sperimentata sui campi di battaglia della Grande guerra – di costante movimento alla quale destinava la truppa (con il supporto della cavalleria locale, composta da reparti indigeni), altrimenti adibita a meri competi di presidio, a 48 anni fu nominato vicegovernatore della Cirenaica. Anche in tali vesti, perfezionando le sue tecniche di direzione e comando delle «unità mobili» nelle quali aveva riorganizzato un considerevole numero di unità del Regio esercito, proseguì nella repressione delle sollevazioni anti-italiane. Così afferma Domenico Quirico: «Aveva intuito la strategia giusta per battere la guerriglia che ci aveva angosciato per vent’anni: mobilità, rapidità negli spostamenti, bisogna essere più veloce del nemico, non dargli tregua, arrivare sempre prima di lui. E gli ascari eritrei e libici, i meharisti e la cavalleria indigena servirono perfettamente allo scopo; integrati nelle “colonne mobili” diedero un apporto fondamentale alla repressione della rivolta libica, grazie alle autoblinde, ai camion, all’aviazione che consentivano di spingersi nel cuore dei santuari nemici dove fino ad allora l’asprezza del deserto aveva fermato perfino l’impeto degli àscari» (in Lo squadrone bianco, Milano, Mondadori, Le Scie, 2002, pp. 309-310).

Data a quegli anni il sodalizio competitivo, basato su una costante collaborazione, a tratti compiaciuta, altre volte sospettosa, con Pietro Badoglio, tra i molti generali italiani senz’altro il maggiore dei fiduciari della Corona. L’azione italiana di controllo del territorio e di distruzione delle “bande” di insorti autoctoni si basava anche sul trasferimento coatto di una parte della popolazione civile in campi di internamento, per tagliare completamente i rapporti tra il partigianato cirenaico e il suo milieu civile e sociale. Le drastiche misure intraprese, come l’impietosa deportazione di massa delle comunità del Gebel (tra il 1929 e il 1931), che comportò il trasferimento coatto e la detenzione amministrativa di circa centomila cirenaici in tredici campi situati nelle regioni arse e inospitali della Sirtica, ottennero l’effetto desiderato. Mentre la resistenza locale si affievoliva (fino alla cattura e all’impiccagione del suo leader, l’imam e «sceicco dei martiri» Omar al-Muktar, il 16 settembre 1931), la popolazione si ridusse considerevolmente, perdendo un terzo dei suoi componenti a causa, perlopiù, delle miserande condizioni in cui era stata obbligata. La stessa struttura civile, sociale ed economica autoctona, piegata agli interessi della colonia italiana, ne risultò completamente alterata. In quello stesso periodo Rodolfo Graziani fece erigere un reticolato di confine della lunghezza quasi di trecento chilometri per separare la Cirenaica dall’Egitto. Nel deserto libico, in quegli anni, il transito di armi, munizioni, viveri così come di rivoltosi era una cosa abituale. Mai l’Italia riuscì peraltro a garantirsi il totale controllo dei territori unificati sotto la sua presenza coloniale.

L’Abissinia, l’iprite e il fosgene

Nel 1934 Graziani lasciò la Libia per andare a comandare le operazioni militari contro l’Abissinia. A quel punto, la fama di comandante abile e tatticamente scaltro, capace di affrontare non solo una guerra “africana” ma anche e soprattutto mobile (di contro alla dottrina ancora prevalente tra il Regio esercito, che privilegiava la stanzialità o la mobilità rallentata), si era definitivamente consolidata. Così lo raffigura Angelo Del Boca, tra i massimi studioso del colonialismo italiano: «a ogni conquista si rinsaldava la fama del Graziani, astro nascente nel firmamento coloniale libico. Una fama che il fascismo, in cerca di consensi e di nuovi miti, aveva tutto l’interesse a consolidare, anche se le penne compiacenti che già paragonavano il Graziani a Publio Cornelio Scipione l’Africano avevano chiaramente oltrepassato la misura. Lo stesso Mussolini teneva d’occhio il giovane generale, nel quale individuava quelle qualità di fierezza e di audacia che egli attribuiva all’italiano nuovo, rigenerato dal fascismo […]. A meno di cinquant’anni era l’ufficiale più celebrato in Italia, godeva della protezione di De Bono, diventato nel frattempo ministro delle Colonie, ed era ora alle dirette dipendenze del maresciallo Badoglio, nuovo governatore della Libia» (così nell’Enciclopedia Treccani online, all’omonima voce).

L’azione di combattimento di Graziani (e del suo sodale, superiore e competitore Badoglio) iniziò quindi ad avvalersi del ricorso ai gas asfissianti. Il ricorso all’iprite, al fosgene e a sostanze altrimenti vietate dalla Convenzione di Ginevra del 1925, fu autorizzato dallo stesso Mussolini (che in pubblico, tuttavia, negò tale circostanza, benché la documentazione archivista comprovi insindacabilmente l’esatto opposto). La vicenda della gassazione all’aperto di combattenti e civili da parte delle regie forze armate costituisce un capitolo a sé di una guerra di conquista che sommava già tutti gli elementi dell’azione criminale: deportazione dei civili, violenze sistematiche contro gli inermi e gli indifesi, ricorso ad armi proibite, distruzione della cultura locale (etnocidio), negazione se non omissione dell’evidenza. A riscontro della cattiva coscienza italiana è sufficiente rimandare allo stesso Graziani quando, alcuni anni dopo, nella redazione di un suo memoriale in forma di libro intitolato «Fronte Sud», sostenne che il ricorso a misure e ad armi non convenzionali fosse motivato esclusivamente dalla necessità di dare seguito alle rappresaglie contro le atrocità attribuite agli avversari (tra di esse, la tortura dei prigionieri italiani e l’evirazione dei cadaveri).

Se nel 1932 era già stato promosso a generale di corpo d’armata e due anni dopo a generale d’armata (il grado più elevato nel Regio esercito), nel 1936, infine, fu nominato Maresciallo d’Italia (nonché marchese di Neghelli), carica condivisa con pochi altri esponenti dell’élite militare. Divenuto quindi vicerè d’Etiopia, in sostituzione di Badoglio, continuò ad adoperarsi nella durissima repressione della resistenza autoctona così come nell’edificazione (grazie anche all’abbondante disponibilità di manodopera locale e di materia prima a basso costo) di edifici pubblici e villaggi che avrebbero dovuto concorrere all’opera di definitiva colonizzazione del territorio dell’Africa orientale italiana. La resistenza autoctona, tuttavia, era ben lontana dall’essere domata. In questo quadro, per nulla idilliaco, si inserì quindi l’attentato, con il conseguente ferimento, che Graziani subì il 19 febbraio del 1937, durante una manifestazione pubblica ad Addis Abeba. La rappresaglia che ne derivò nei giorni successivi avrebbe portato ad una serie di eccidi, con la morte – mai definitivamente accertata nell’esatto numero – di migliaia di etiopi. Peraltro le violenze proseguirono nelle settimane e nei mesi successivi, con l’uccisione di una parte del clero copto, considerato ispiratore e corresponsabile del colpo di mano contro il vicerè. Solo la nomina del Duca d’Aosta, nel novembre del 1937, al posto di Graziani (già soprannominato «macellaio d’Etiopia»), nel mentre ristabilitosi dalla lunga degenza e dalla convalescenza, diminuì l’intensità (e la gratuità) delle violenze.

La sconfitta

Ritornato in Italia, ad Arcinazzo Romano, quando nel 1938 sottoscrisse il «manifesto della razza» contro gli ebrei, divenne quindi capo di stato maggiore dell’Esercito. In realtà, la carica – mal congegnata per un militare d’azione qual era – lo consegnava a dipendere da Badoglio e da Vittorio Emanuele III, nei confronti dell’operato dei quali nutriva crescenti perplessità che, verso il primo, si trasformavano ben presto in una malcelata avversione. Per Graziani, dopo l’intesa pressoché perfetta in Libia e quella maggiormente aggressiva in Etiopia, l’approssimarsi della guerra comportò infatti l’apertura di un sordo conflitto politico sempre più evidente con Badoglio, accusato di nascondere a Mussolini il vero grado di assoluta impreparazione del Regio esercito. Con l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale fu quindi inviato da Mussolini in Libia, in sostituzione di Italo Balbo, nel mentre ucciso dalla contraerea italiana sui cieli di Tobruk. Oltre a diventarne governatore avrebbe quindi dovuto invadere l’Egitto, scalzando i britannici. Benché il presidio italiano fosse numeroso di uomini e quindi di molto superiore a quello inglese, difettava tuttavia della mobilità e di una logistica in grado di tenere il passo negli spostamenti in aree perlopiù desertiche e ad ampia estensione. Gli avversari, inoltre, si rivelarono da subito abilissimi nel condurre una guerra di movimento, sfibrando sapientemente i reparti italiani.

Dopo la prima avanzata seguì quindi la controffensiva inglese che travolse le truppe italiane. Graziani, che dirigeva le operazioni da un posto di comando lontano più di cento chilometri dalla linea del fronte, si rivelò incapace di fare fronte alle truppe inglesi, comunque ben addestrate, rifornite, attrezzate e motivate. Nel febbraio del 1941 la Cirenaica risulta quindi totalmente perduta e con essa almeno centomila militari con i rispettivi equipaggiamenti pesanti. Dinanzi al rischio che anche la Tripolitania finisse in mani inglesi intervenne il corpo di spedizione tedesco, l’Afrika Korps, comandato dal generale Erwin Rommel. Da quel momento, gli italiani furono di fatto subordinati, tatticamente e strategicamente, alla volontà e ai calcoli di Berlino. Graziani, sull’orlo del tracollo emotivo, dopo una serie di patetici e retorici messaggi rivolti ad un Mussolini sempre più adirato, fu richiamato in Italia, venendo quindi sottoposto all’indagine di una commissione appositamente nominata per analizzare il succedersi degli eventi (ma in realtà incaricata di esautorarlo, essendo inviso oramai a diversi gerarchi fascisti, a partire da Roberto Farinacci). Il risultato, tuttavia, fu un nulla di fatto.

Il ministro delle Forze Armate della Rsi

Rodolfo Graziani sembrava comunque a quel punto avere terminato il suo impegno di comandante militare, vivendo perlopiù ad Anagni, nel frusinate, in una sorte di esilio in patria. Il suo ritorno sulla scena fu segnato dal tracollo militare dell’8 settembre 1943. Anche se in origine pare avesse manifestato qualche reticenza, all’atto di divenire ministro della Difesa nazionale (poi, dal gennaio del 1944, ministero delle Forze armate), già nel primo autunno di quell’anno, avviò la pratica di firmare ripetutamente bandi di arruolamento obbligatorio che prevedevano l’incorporazione delle leve giovanili comprese tra il 1920 e il 1926 (ed infine anche di quelle nate dal 1916) nei reparti della Repubblica sociale italiana, di fatto al servizio esclusivo del «camerata germanico». L’inadempienza dell’obbligo era sanzionata dalla fucilazione dei renitenti.

Nei fatti Graziani si impegnò per contrastare quelli che per lui erano i due maggiori pericoli ai quali erano sottoposte le milizie repubblichine: la dispersione in una serie di gruppi in competizione tra di loro (e completamente incapaci di contrastare militarmente gli avversari) e la loro politicizzazione attraverso l’azione del Partito fascista repubblicano. Il maresciallo d’Italia era consapevole della completa dipendenza dalla Germania, da tutti i punti di vista, ma cercava di sottrarre al segretario del partito Alessandro Pavolini la discrezionalità che quest’ultimo cercava invece di garantirsi. Solo con l’estate del 1944, quando fu sanzionata formalmente, con un decreto di Mussolini, la nascita di un unico esercito nazionale repubblicano, Graziani poté considerarsi soddisfatto. Anche se il “suo” esercito, a quel punto, era ridotto a ben poca cosa, senza nessuna reale capacità operativa. Da una parte i tedeschi non intendevano offrirgli alcuna autonomia, diffidando degli italiani in generale e dei fascisti in particolare. L’obiettivo strategico di Berlino era di tenere lontani dai confini del Reich (corrispondenti al Brennero), gli angloamerciani. Dall’altro, l’effetto dei bandi di arruolamento (in parte preventivato dallo stesso Graziani) era stato quello di incrementare la renitenza, le diserzioni tra gli stessi incorporati e, più in generale, la capacità offensiva del partigiano italiano.

Operativamente Graziani rivestì tra il 1944 e il 1945 il ruolo di comandante delle armate repubblicane (comprese prima nell’«Armata Liguria», e poi nel «Gruppo Armate» che operava sulla linea Gotica). La veste formale era quella di un capo militare, quella reale era di esecutore, molto ai margini, della volontà tedesca. Nella seconda metà di aprile del 1945, quando lo sfondamento della linea del Po da parte degli Alleati e l’azione partigiana nelle aree urbane decretarono il tracollo della pencolante Rsi, Graziani si assicurò di potersi consegnare agli americani attraverso la mediazione dei servizi segreti di Washington. Fu quindi considerato prigionieri di guerra, recluso a Roma, in Algeria e poi, infine, a Procida, quando venne consegnato alla giustizia italiana. Quella che gli americani offrirono all’oramai ex Maresciallo d’Italia fu non solo la protezione della vita da pressoché certe ritorsioni, essendo considerato diretto corresponsabile delle condotte della Rsi, ma anche dalle ripetute richieste di incriminazione come criminale di guerra, avanzate dalle autorità etiopiche.

La condanna senza pena e il Msi

Un robusto velo di calcolate tutele, giocate sul piano politico e diplomatico, impedì a Graziani di dovere rispondere delle sue responsabilità in Africa. Un processo si aprì, invece, nell’ottobre del 1948 dinanzi alla Corte d’assise straordinaria di Roma per ciò che concerneva il suo ruolo nei seicento giorni della Repubblica di Salò. Tra alterne vicende, come il trasferimento del procedimento ad un tribunale militare, Graziani fu condannato a diciannove anni per «collaborazionismo», vedendosene però condonati la maggior parte. Da ciò, la liberazione che seguì nei mesi successivi alla pronuncia stessa della sentenza. Nei fatti l’imputato fu generosamente giudicato come incapace di incidere per davvero sulle scelte politiche di fondo della Rsi. Nel 1952, infine, poco prima della sua morte avvenuta tre anni dopo, entrò nel Movimento sociale italiano di cui poi fu nominato presidente onorario.

Ciò che resta di Graziani, sul piano storico come soprattutto su quello storiografico, è la figura di un militare privo di effettiva autonomia, dotato di alcune competenza tattiche, senz’altro ispirato dalle moderne dottrine di combattimento ma incapace di elaborare una strategia di ampio respiro, cosa che invece fu interpretata, e con efficacia, da altri protagonisti della scena bellica, che fossero tedeschi o angloamericani. Irrisolto risultò poi il rapporto con Badoglio, al quale lo legava prima una reciprocità e poi un’insofferenza cortesemente ricambiategli. Quest’ultimo, tra i veri registi dell’Italia in guerra, artefice di primo piano di tutte le vicende più importanti del Paese, soprattutto dal 1943 al 1945, poté sempre e comunque contrapporre a Graziani il suo pedigree monarchico. Mentre Graziani, che non poteva vantare una diretta filazione fascista tale da contrastare la forza del primo, dopo esserne stato un fedele e zelante esecutore, si trovò a dovervi frizionare ripetutamente. Peraltro di Mussolini fu comunque un estimatore (dopo il 1940 non ricambiato), applicando tutte le dottrine di controllo del territorio che questi andava proponendo, soprattutto all’atto della costruzione dell’«impero». La sua attività ai tempi della Repubblica di Salò fu sospesa tra l’attivismo vuoto e irresponsabile di chi si trovava a recitare il ruolo di marionetta in mano ai tedeschi, e la funzione notarile di esecutore delle mortifere volontà dell’ultimo fascismo. Non pagò comunque, per l’una e l’altra cosa.

Claudio Vercelli, storico, Università cattolica del Sacro Cuore

tratto da: http://www.patriaindipendente.it/idee/editoriali/affile-e-il-macellaio-di-etiopia/

Michela Murgia: “Il fascismo non è il contrario del comunismo, ma della democrazia.” – “Dire che il fascismo è un’opinione politica è come dire che la mafia è un’opinione politica.” …Una breve profonda riflessione tutta da leggere

 

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Piccolo discorso sul fascismo che siamo.
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A te che hai vent’anni e mi chiedi cos’è il fascismo, vorrei non doverti rispondere. Vorrei che nel 2017 la risposta a questa domanda la sapessimo già tutti, ma se me lo chiedi è perché non è così.
So perché me lo domandi. Credi che io sia intollerante se dico che il fascismo è reato e deve rimanerlo sempre. Credi che “se il fascismo e il comunismo hanno causato entrambi tanto dolore nel corso della storia devono essere considerati reato senza distinguo”.
È quindi colpa mia se me lo chiedi.
Colpa del fatto che non ti ho detto che il fascismo non è il contrario del comunismo, ma della democrazia. Dovevo dirtelo prima che il fascismo non è un’ideologia, ma un metodo che può applicarsi a qualunque ideologia, nessuna esclusa, e cambiarne dall’interno la natura. Mussolini era socialista e forse non te l’ho spiegato mai. Ho dimenticato di dirti che si intestava le istanze dei poveri e dei diseredati. Ho omesso di raccontarti che i suoi editoriali erano zeppi di parole d’ordine della sinistra, parole come “lavoratori” e “proletariato”. Non ti ho insegnato che un socialismo che pretende di realizzarsi con metodo fascista è un fascismo, perché nelle questioni politiche la forma è sempre sostanza e il come determina anche il cosa. Per questo il fascismo agisce anche nei sistemi che si richiamano a valori di sinistra e anzi è lì che fa i danni più grandi, perché non c’è niente di più difficile del riconoscere che l’avversario è seduto a tavola con te e ti chiama compagno.
Dire che il fascismo è un’opinione politica è come dire che la mafia è un’opinione politica; invece, proprio come la mafia, il fascismo non è di destra né di sinistra: il suo obiettivo è la sostituzione stessa dello stato democratico ed è la ragione per cui ogni stato democratico dovrebbe combatterli entrambi – mafia e fascismo – senza alcun cedimento. Tu sei vittima dell’equivoco che identifica il fascismo con una destra ed è un equivoco facile, perché il fascismo è la modalità che meglio si adatta alla visione di mondo di molta della destra che agisce in Italia oggi. Ma guai se questo ti rendesse incapace di riconoscere i semi del pensiero fascista se li incontri quando sei convinto di guardare da qualche altra parte.
Può esserti utile sapere come riconosco io il fascismo quando lo incontro: ogni volta che in nome della meta non si può discutere la direzione, in nome della direzione non si può discutere la forza e in nome della forza non si può discutere la volontà, lì c’è un fascismo in azione. In democrazia il cosa ottieni non vale mai più del come lo hai ottenuto e il perché di una scelta non deve mai farti dimenticare del per chi la stai compiendo. Se i rapporti si invertono qualunque soggetto collettivo diventa un fascismo, persino il partito di sinistra, il gruppo parrocchiale e il circolo della bocciofila.
Nessuno è al sicuro, se non dentro allo sforzo di ricordarsi in ogni momento che cosa rischiamo tutti quando cominciamo a pensare che il fascismo è solo un’opinione tra le altre.

Michela Murgia