28 giugno 1960 – Sandro Pertini: dire no al fascismo riaffermando i valori della Resistenza – Eravamo nel 1960, la Dc permise il congresso dei neofascisti del Msi a Genova. La città si sollevò e Pertini tenne un discorso memorabile

 

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28 giugno 1960 – Sandro Pertini: dire no al fascismo riaffermando i valori della Resistenza – Eravamo nel 1960, la Dc permise il congresso dei neofascisti del Msi a Genova. La città si sollevò e Pertini tenne un discorso memorabile

28 giugno 1960 discorso di Sandro Pertini a Genova, piazza della Vittoria, prima dei fatti del 30 giugno

Leggi anche: “I Fatti di Genova” – 30 giugno 1960, contro il fascismo la più grande manifestazione di piazza che Genova ricordi…

Gente del popolo, partigiani e lavoratori, genovesi di tutte le classi sociali. Le autorità romane sono particolarmente interessate e impegnate a trovare coloro che esse ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazioni di antifascismo. Ma non fa bisogno che quelle autorità si affannino molto: ve lo dirò io, signori, chi sono i nostri sobillatori: eccoli qui, eccoli accanto alla nostra bandiera: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell’Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori. Nella loro memoria, sospinta dallo spirito dei partigiani e dei patrioti, la folla genovese è scesa nuovamente in piazza per ripetere “no” al fascismo, per democraticamente respingere, come ne ha diritto, la provocazione e l’offesa.
Io nego – e tutti voi legittimamente negate – la validità della obiezione secondo la quale il neofascismo avrebbe diritto di svolgere a Genova il suo congresso. Infatti, ogni atto, ogni manifestazione, ogni iniziativa, di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo e poiché il fascismo, in ogni sua forma è considerato reato dalla Carta Costituzionale, l’attività dei missini si traduce in una continua e perseguibile apologia di reato. Si tratta del resto di un congresso che viene qui convocato non per discutere, ma per provocare, per contrapporre un vergognoso passato alla Resistenza, per contrapporre bestemmie ai valori politici e morali affermati dalla Resistenza. Ed è ben strano l’atteggiamento delle autorità costituite le quali, mentre hanno sequestrato due manifesti che esprimevano nobili sentimenti, non ritengono opportuno impedire la pubblicazione dei libelli neofascisti che ogni giorno trasudano il fango della apologia del trascorso regime, che insultano la Resistenza, che insultano la Libertà.
Dinanzi a queste provocazioni, dinanzi a queste discriminazioni, la folla non poteva che scendere in piazza, unita nella protesta, né potevamo noi non unirci ad essa per dire no come una volta al fascismo e difendere la memoria dei nostri morti, riaffermando i valori della Resistenza. Questi valori, che resteranno finché durerà in Italia una Repubblica democratica sono: la libertà, esigenza inalienabile dello spirito umano, senza distinzione di partito, di provenienza, di fede. Poi la giustizia sociale, che completa e rafforza la libertà, l’amore di Patria, che non conosce le follie imperialistiche e le aberrazioni nazionalistiche, quell’amore di Patria che ispira la solidarietà per le Patrie altrui. La Resistenza ha voluto queste cose e questi valori, ha rialzato le glorie del nostro nuovamente libero paese dopo vent’anni di degradazione subita da coloro che ora vorrebbero riapparire alla ribalta, tracotanti come un tempo. La Resistenza ha spazzato coloro che parlando in nome della Patria, della Patria furono i terribili nemici perché l’hanno avvilita con la dittatura, l’hanno offesa trasformandola in una galera, l’hanno degradata trascinandola in una guerra suicida, l’hanno tradita vendendola allo straniero.
Noi, oggi qui, riaffermiamo questi principi e questo amor di patria perché pacatamente, o signori, che siete preposti all’ordine pubblico e che bramate essere benevoli verso quelli che ho nominato poc’anzi e che guardate a noi, ai cittadini che gremiscono questa piazza, considerandoli nemici della Patria, sappiate che coloro che hanno riscattato l’Italia da ogni vergogna passata, sono stati questi lavoratori, operai e contadini e lavoratori della mente, che noi a Genova vedemmo entrare nelle galere fasciste non perché avessero rubato, o per un aumento di salario, o per la diminuzione delle ore di lavoro, ma perché intendevano battersi per la libertà del popolo italiano, e, quindi, anche per le vostre libertà. E’ necessario ricordare che furono quegli operai, quegli intellettuali, quei contadini, quei giovani che, usciti dalle galere si lanciarono nella guerra di Liberazione, combatterono sulle montagne, sabotarono negli stabilimenti, scioperarono secondo gli ordini degli alleati, furono deportati, torturati e uccisi e morendo gridarono “Viva l’Italia”, “Viva la Libertà”. E salvarono la Patria, purificarono la sua bandiera dai simboli fascista e sabaudo, la restituirono pulita e gloriosa a tutti gli italiani.
Dinanzi a costoro, dinanzi a questi cittadini che voi spesso maledite, dovreste invece inginocchiarvi, come ci si inginocchia di fronte a chi ha operato eroicamente per il bene comune. Ma perché, dopo quindici anni, dobbiamo sentirci nuovamente mobilitati per rigettare i responsabili di un passato vergognoso e doloroso, i quali tentano di tornare alla ribalta? Ci sono stati degli errori, primo di tutti la nostra generosità nei confronti degli avversari. Una generosità che ha permesso troppe cose e per la quale oggi i fascisti la fanno da padroni, giungendo a qualificare delitto l’esecuzione di Mussolini a Milano. Ebbene, neofascisti che ancora una volta state nell’ombra a sentire, io mi vanto di avere ordinato la fucilazione di Mussolini, perché io e gli altri, altro non abbiamo fatto che firmare una condanna a morte pronunciata dal popolo italiano venti anni prima. Un secondo errore fu l’avere spezzato la solidarietà tra le forze antifasciste, permettendo ai fascisti d’infiltrarsi e di riemergere nella vita nazionale, e questa frattura si è determinata in quanto la classe dirigente italiana non ha inteso applicare la Costituzione là dove essa chiaramente proibisce la ricostituzione sotto qualsiasi forma di un partito fascista ed è andata più in là, operando addirittura una discriminazione contro gli uomini della Resistenza, che è ignorata nelle scuole; tollerando un costume vergognoso come quello di cui hanno dato prova quei funzionari che si sono inurbanamente comportati davanti alla dolorosa rappresentanza dei familiari dei caduti.
E’ chiaro che così facendo si va contro lo spirito cristiano che tanto si predica, contro il cristianesimo di quegli eroici preti che caddero sotto il piombo fascista, contro il fulgido esempio di Don Morosini che io incontrai in carcere a Roma, la vigilia della morte, sorridendo malgrado il martirio di giornate di tortura. Quel Don Morosini che è nella memoria di tanti cattolici, di tanti democratici, ma che Tambroni ha tradito barattando il suo sacrificio con 24 voti, sudici voti neofascisti. Si va contro coloro che hanno espresso aperta solidarietà, contro i Pastore, contro Bo, Maggio, De Bernardis, contro tutti i democratici cristiani che soffrono per la odierna situazione, che provano vergogna di un connubio inaccettabile.
Oggi le provocazioni fasciste sono possibili e sono protette perché in seguito al baratto di quei 24 voti, i fascisti sono nuovamente al governo, si sentono partito di governo, si sentono nuovamente sfiorati dalla gloria del potere, mentre nessuno tra i responsabili, mostra di ricordare che se non vi fosse stata la lotta di Liberazione, l’Italia, prostrata, venduta, soggetta all’invasione, patirebbe ancora oggi delle conseguenze di una guerra infame e di una sconfitta senza attenuanti, mentre fu proprio la Resistenza a recuperare al Paese una posizione dignitosa e libera tra le nazioni. Il senso, il movente, le aspirazioni che ci spinsero alla lotta, non furono certamente la vendetta e il rancore di cui vanno cianciando i miserabili prosecutori della tradizione fascista, furono proprio il desiderio di ridare dignità alla Patria, di risollevarla dal baratro, restituendo ai cittadini la libertà. Ecco perché i partigiani, i patrioti genovesi, sospinti dalla memoria dei morti sono scesi in Piazza: sono scesi a rivendicare i valori della Resistenza, a difendere la Resistenza contro ogni oltraggio, sono scesi perché non vogliono che la loro città, medaglia d’oro della Resistenza, subisca l’oltraggio del neofascismo.
Ai giovani, studenti e operai, va il nostro plauso per l’entusiasmo, la fierezza., il coraggio che hanno dimostrato. Finché esisterà una gioventù come questa nulla sarà perduto in Italia. Noi anziani ci riconosciamo in questi giovani. Alla loro età affrontavamo, qui nella nostra Liguria, le squadracce fasciste. E non vogliamo tradire, di questa fiera gioventù, le ansie, le speranze, il domani, perché tradiremmo noi stessi. Così, ancora una volta, siamo preparati alla lotta, pronti ad affrontarla con l’entusiasmo, la volontà la fede di sempre. Qui vi sono uomini di ogni fede politica e di ogni ceto sociale, spesso tra loro in contrasto, come peraltro vuole la democrazia. Ma questi uomini hanno saputo oggi, e sapranno domani, superare tutte le differenziazioni politiche per unirsi come quando l’8 settembre la Patria chiamò a raccolta i figli minori, perché la riscattassero dall’infamia fascista. A voi che ci guardate con ostilità, nulla dicono queste spontanee manifestazioni di popolo? Nulla vi dice questa improvvisa ricostituita unità delle forze della Resistenza? Essa costituisce la più valida diga contro le forze della reazione, contro ogni avventura fascista e rappresenta un monito severo per tutti. Non vi riuscì il fascismo, non vi riuscirono i nazisti, non ci riuscirete voi. Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio. Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi.

* L’integrale del discorso è pubblicato su Rassegna Sindacale

“I Fatti di Genova” – 30 giugno 1960, contro il fascismo la più grande manifestazione di piazza che Genova ricordi…

 

I Fatti di Genova

 

 

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“I Fatti di Genova” – 30 giugno 1960, contro il fascismo la più grande manifestazione di piazza che Genova ricordi…

Quanti ricordano cosa accadde a Genova il 30 giugno 1960? Una pagina di storia forse marginale rispetto a tante altre, che i nati negli ultimi decenni a malapena conoscono, ma che può essere interessante riportare alla mente per scoprire una pagina in più della città in cui viviamo.

Genova è rossa per tradizione. Le amministrazioni politiche che si sono succedute hanno sempre avuto bandiere di sinistra – che fosse più o meno rivolta al centro, rispettando le attuali definizioni di partito – e la sinistra in Italia del dopoguerra è anzitutto sinonimo di antifascismo.

Il 30 giugno 1960 è avvenuta una delle più grandi manifestazioni di piazza che il capoluogo ligure ricordi, proprio allo scopo di contrastare ciò che rimaneva del Fascismo in Italia. In quei giorni sono anche avvenuti scontri tra la polizia e i manifestanti che hanno portato numerosi feriti, alcuni processi e un’emergenza nazionale di “ordine pubblico” che ricorda da vicino quanto accadde quarant’anni dopo nel corso del G8.

A Genova si doveva infatti tenere il VI Congresso Nazionale del Movimento Sociale Italiano, una decisione che tutta l’opposizione di sinistra (all’epoca alla guida della città c’era infatti la Dc) ha contrastato partecipando a un corteo organizzato da ANPI e dalla Camera del Lavoro nelle giornate del 24 e 25 giugno. La contrarietà al congresso era soprattutto dovuta al fatto che Genova è una città decorata di medaglia d’oro della Resistenza e proprio da qui è partita l’insurrezione del 25 aprile 1945.

Il corteo, che ha riguardato l’intera area del centro cittadino, si è concluso con scontri tra i manifestanti e la polizia. Il 28 giugno si è tenuta una nuova manifestazione con circa 30.000 partecipanti e il 29 giugno è stato indetto uno sciopero generale per il giorno seguente.

Infine il 30 giugno si è tenuta l’ultima manifestazione, con una numerosissima presenza di persone e che ha però visto scatenarsi gli scontri più accesi tra polizia e manifestanti, anche dovuti alla scelta del governo centrale di scegliere la “linea dura” contro i manifestanti, con un bilancio conclusivo di 162 feriti tra gli agenti e circa 40 tra i manifestanti. Per ragioni di ordine pubblico il congresso fu annullato e il capo del governo Fernando Tambroni si dimise subito dopo.

Come si specula sulla pelle della Gente – “I controlli sul Morandi truccati prima della strage” – Indagati 5 tecnici di Spea Autostrade – Per non spendere qualche soldo per i risanamenti hanno ammazzato 43 persone!

 

Morandi

 

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Come si specula sulla pelle della Gente – “I controlli sul Morandi truccati prima della strage” – Indagati 5 tecnici di Spea Autostrade – Per non spendere qualche soldo per i risanamenti hanno ammazzato 43 persone!

“I controlli sul Morandi truccati prima della strage”. Cinque indagati, svolta decisiva
Accusa di falso a tecnici di Spea (Autostrade), dalle intercettazioni l’ombra di ordini superiori. Il procuratore: “La ricostruzione? Priorità a salute e indagini

È l’accusa più grave mossa dal 14 agosto scorso, quando il crollo del Ponte Morandi a Genova provocò 43 vittime: aver truccato i controlli sul viadotto «prima» della strage, facendo dolosamente risultare un quadro più rassicurante della realtà e depistando chi avrebbe potuto evitare il massacro in extremis, magari stoppando il traffico. La Procura contesta quest’addebito a 5 ingegneri legati a Spea Engineering, società controllata in toto da Autostrade per l’Italia e delegata a monitoraggi e manutenzioni.

 «Come pubblici ufficiali» 
Per focalizzare la svolta è necessario fissare alcuni paletti. Per il disastro sono stati finora iscritti sul registro degli indagati i nomi di 74 persone, appartenenti ad Autostrade/Spea o al ministero delle Infrastrutture, e settantuno rispondono di omicidio colposo plurimo e stradale e attentato alla sicurezza dei trasporti. Tutti reati colposi che certificano, agli occhi di chi indaga, una «sottovalutazione» del rischio per «negligenza». Altri tre sono nel mirino solo per favoreggiamento: secondo i magistrati hanno quindi sviato i rilievi «dopo» il crollo, ma non sono stati protagonisti di comportamenti che in qualche modo lo hanno cagionato.

A cinque dei 71 inquisiti per lo scempio vero e proprio, tuttavia, i pm hanno attribuito negli ultimi giorni pure il «falso commesso da pubblico ufficiale». A parere degli investigatori i presunti responsabili hanno cioè alterato l’esito delle ispezioni sul Morandi, o fatto risultare come avvenuti test in realtà mai condotti, e a distanza di qualche mese il ponte si è sbriciolato mentre lo stavano attraversando decine di mezzi. È un’ipotesi gravissima e sulla carta potrebbe profilare la contestazione di «dolo eventuale», una sorta di omicidio volontario, laddove fosse chiaro che il pool dei controllori modificava i dossier pur sapendo che il ponte poteva collassare.

Possibile assist per il ministero 
Di falso erano stati finora incolpati altri tecnici per i report manipolati su vari viadotti della rete italiana rimasti in piedi (tre in Liguria, uno in Abruzzo e uno in Puglia) in un filone d’accertamenti parallelo. Ed è chiaro che il comportamento doloso pre-crollo accollato ad esponenti di Autostrade e Spea può riverberarsi nella bagarre fra azienda e ministero. A questo punto i dirigenti pubblici potrebbero sostenere di non aver ricevuto dal concessionario privato informazioni corrispondenti al reale stato dell’infrastruttura, in particolare nei carteggi allegati al progetto di retrofitting, il restyling dei tiranti deciso nel 2015 e però fatalmente rinviato. Se l’esito dei monitoraggi sul Morandi era stato taroccato, quant’è stata distorta la percezione del rischio per i funzionari ministeriali, sia a Roma sia al Provveditorato alle opere pubbliche della Liguria?

Input dall’alto e interrogatori 
Altro nodo cruciale da sciogliere è quello sui possibili input superiori. È possibile che tecnici di medio livello abbiano deciso autonomamente di trasformare le check-list sul Morandi in una prassi da evadere solo a tavolino? Alcune intercettazioni lascerebbero intendere il contrario, così come una serie d’interrogatori condotti nei mesi scorsi dalle Fiamme Gialle. Ieri, sempre nell’ambito degli approfondimenti sulle presunte falsificazioni, i finanzieri del Primo gruppo (coordinati dai colonnelli Ivan Bixio e Giampaolo Lo Turco) hanno compiuto perquisizioni a Milano, a Bologna e a Firenze, in sedi sia di Spea sia di Autostrade, per acquisire documentazione.

Il procuratore: “Ipotesi gravi e la ricostruzione può slittare” 
Sull’ultimo rivolgimento delle indagini interviene il procuratore capo di Genova Franco Cozzi, e nel confermare la svolta spiega: «Le ipotesi accusatorie vanno formulate per essere verificate, a garanzia di chi è sospettato. È tuttavia evidente che l’inchiesta accelera e registrerà aggiornamenti significativi». Il numero uno dei pm rimarca poi come eventuali ritardi nella ricostruzione collegati alla garanzia di salute e sicurezza (in una delle parti da demolire sono emerse tracce di amianto, che impediscono l’impiego dell’esplosivo) non vadano drammatizzati: «La scadenza del 15 aprile 2020 per l’inaugurazione del nuovo viadotto? Non stiamo preparando lo sbarco in Normandia, non c’è un D-day prefissato il cui rinvio può alterare in maniera irreversibile l’esito d’una guerra. Io ribadisco che proprio salute, sicurezza e indagini per ristorare i familiari delle vittime, sono una priorità. E in nome di queste priorità, nel caso, si può accettare qualche slittamento dei tempi. È semplice buon senso».

La replica di Spea: «Noi professionali, se qualcuno ha sbagliato pagherà»

Dopo le rivelazioni sull’indagine, oggi Spea ha deciso di prendere posizione con una nota, in cui la società «ribadisce la propria serenità circa il corretto operato dei suoi dipendenti rispetto alle attività d’ispezione e sorveglianza sul viadotto Morandi. E conferma con forza come la sicurezza di tutti gli utenti sia stata e sia garantita da controlli effettuati da professionisti qualificati sull’intera rete autostradale da oltre trent’anni, nel rispetto delle norme applicabili e delle obbligazioni assunte con la committente Autostrade per l’Italia».

Quindi la puntualizzazione sul prosieguo dell’inchiesta: «Spea ribadisce la massima disponibilità a collaborare con l’autorità giudiziaria. Alla società non risulta, allo stato, alcuna evidenza di comportamenti non regolari che, qualora venissero accertati, la vedrebbero come parte lesa. In tale denegata circostanza, la società non esiterebbe ad assumere tutti i provvedimenti e le azioni a tutela dell’interesse primario alla sicurezza della circolazione, di tutte le persone che quotidianamente svolgono il proprio lavoro con dedizione e professionalità, dei propri clienti e della propria reputazione».

Toninelli, scacco matto a PD e Forza Italia che ora devono stare solo zitti – Dopo il crollo di Genova ecco la corsa alle manutenzioni da parte dei gestori privati delle, che però avrebbero voluto far pagare alla Gente aumentando i pedaggi. E ora PD e berlusconiani debbono solo stare zitti!

Toninelli

 

 

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Toninelli, scacco matto a PD e Forza Italia che ora devono stare solo zitti – Dopo il crollo di Genova ecco la corsa alle manutenzioni da parte dei gestori privati delle, che però avrebbero voluto far pagare alla Gente aumentando i pedaggi. E ora PD e berlusconiani debbono solo stare zitti!

 

Con il blocco degli aumenti nelle autostrade il Ministro Toninelli ha dato scacco matto al PD e a Forza Italia

Dopo il crollo del ponte di Genova i privati che gestiscono le autostrade hanno effettuato di corsa le manutenzioni. Che avrebbero voluto far pagare a imprese e famiglie aumentando i pedaggi. Ma il Ministro Toninelli ha bloccato gli aumenti. Facendo risparmiare imprese e comuni cittadini. Una ‘botta’ per PD e berlusconiani che debbono pure stare zitti!

D’accordo, ci sono tante cose che non funzionano nel Governo dei grillini. La prima è l’alleanza con la Lega di Salvini, imposta – questo va detto per onestà intellettuale – dalla brutta legge elettorale voluta, nella passata legislatura, da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Non a caso, non si parla di alleanza politica tra Movimento 5 Stelle e leghisti, ma di inconsueto “contratto di governo”. Ci sono, poi, altre cose che non vanno, come la mancata chiusura dell’ILVA di Taranto e il mancato no alla TAP nel Salento. E l’abbandono dell’agricoltura meridionale. C’è, però, una cosa che va a merito del Governo giallo-verde: il blocco degli aumenti dei pedaggi nelle autostrade. 

Visto dalla Sicilia significa poco, sia perché in alcune autostrade dell’Isola i pedaggi non si pagano (Palermo-Catania e Palermo-Trapani-Mazara del Vallo), sia perché dove si pagano (autostrade Palermo-Messina, Messina-Catania e il tratto aperto della Siracusa-Gela) non si dovrebbero pagare, visto il degrado in cui versano tali autostrade a pagamento.

Però nel resto d’Italia il blocco degli aumenti dei pedaggi è un fatto importantissimo. Nel nostro Paese le merci, nella grande maggioranza dei casi, viaggiano sul trasporto gommato e non via mare o su ferrovia.

Ciò significa che il blocco degli aumenti dei pedaggi farà risparmiare un sacco di soldi alle imprese. 

I mezzi d’informazione di regime (deve per regime s’intende la vecchia politica di centrosinistra e centrodestra), e gli esponenti di PD e Forza Italia in particolare, cercano di denigrare la manovra economica e finanziaria 2019 approvata nei giorni scorsi da Senato e Camera dicendo che è una manovra che aumenterà le tasse.

Dimenticando di precisare che la pressione fiscale aumenterà sì per le banche, per le assicurazioni, per i titolari dei giochi (ai quali, nella passata legislatura, sono stati regalati un sacco di soldi!), mentre diminuirà per molte altre imprese.

Tutte le imprese che trasportano i propri prodotti da Nord a Sud dell’Italia e viceversa, grazie al blocco degli aumenti dei pedaggi nelle autostrade, risparmieranno un sacco di soldi. Mentre i gestori delle autostrade – che grazie alla ‘presunta’ sinistra italiana sono quasi tutte gestite dai privati (privatizzazione che risale al Governo di Massimo D’Alema, fine anni ’90 del secolo passato) – guadagneranno meno!

Con il blocco degli aumenti dei pedaggi nelle autostrade a guadagnarci, oltre alle imprese, saranno pure milioni di comuni cittadini italiani. Perché tutti i cittadini italiani usufruiranno dei mancati aumenti dei citati pedaggi. Ne trarranno beneficio soprattutto i pendolari che viaggiano in auto, che sono tantissimi. 

Dopo il crollo del ponte Morandi di Genova tutti i gestori hanno dovuto effettuare di corsa le manutenzioni nelle autostrade. I privati che le gestiscono pensavano di fare pagare ai cittadini le manutenzioni effettuate. Ma sono rimasti fregati, perché gli aumenti non ci saranno.

Di fatto, il Governo giallo-verde, con questo provvedimento, ha fatto una cosa che Berlusconi promette dal 1994, ma che non ha mi attuato: la riduzione della pressione fiscale alle imprese; e, contemporaneamente, ha fatto una cosa in favore dei cittadini che, come gli imprenditori, usufruiranno del mancato aumento dei pedaggi: quindi fatto una cosa ‘di sinistra’ che il PD non ha mai fatto.

Anche questo spiega perché gli esponenti del PD e di Forza Italia sono schiumanti di rabbia: perché il Governo giallo-verde sta adottando provvedimenti che avrebbero dovuto adottare loro!   

Con molta probabilità, il blocco degli aumenti dei pedaggi nelle autostrade spiega il perché, da qualche tempo a questa parte, la vecchia politica e le sue fanfare dell’informazione hanno cercato, in tutti i modi, di appannare l’immagine del Ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. C’è chi ha anche scritto che dovrebbe essere sostituito.

E’ evidente che sapevano che l’attuale Ministro Toninelli stava lavorando per bloccare l’aumento dei pedaggi nelle autostrade e, a propria volta, avrebbero voluto bloccarlo. Ma gli è andata male.

Per concludere, provate a ricordare quali mezzi d’informazione, all’indomani del crollo del ponte Morandi di Genova, si precipitarono ad informarci che i privati che gestivano lo stesso Ponte di Genova non potevano essere messi da parte perché lo Stato avrebbe pagato chissà quali penali.

Ebbene, se rifletterete su tutte queste cose avrete il quadro della situazione chiaro. E, con molta probabilità, vi sarete fatti un’idea, altrettanto chiara, del perché, in Italia, la cosiddetta ‘sinistra’, invece di difendere i cittadini meno abbienti difende gli im(prenditori) e, alla fine, fa solo ridere!

tratto da: http://www.inuovivespri.it/2019/01/01/con-il-blocco-degli-aumenti-nelle-autostrade-il-ministro-toninelli-ha-dato-scacco-matto-al-pd-e-a-forza-italia/?fbclid=IwAR0y-Wmgj4okhDOPKnSlRkQSR7hc2LuPydUkXUq316NZij9noJnLEDtYS5U#_

Tutte le porcherie che stanno uscendo fuori dopo il crollo del Ponte Morandi – Dall’allarme ignorato del Politecnico di Milano “è pericoloso bisogna chiuderlo” alle mail e chat cancellate subito dopo il crollo… E intanto sono morte 43 persone…

 

Ponte Morandi

 

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Tutte le porcherie che stanno uscendo fuori dopo il crollo del Ponte Morandi – Dall’allarme ignorato del  Politecnico di Milano “è pericoloso bisogna chiuderlo” alle mail e chat cancellate subito dopo il crollo… E intanto sono morte 43 persone…

Ascoltato come persona informata dei fatti dal pm Massimo Terrile, il prof Carmelo Gentile Politecnico di Milano ha spiegato che “Spea (società controllata da Autostrade, ndr) sapeva, aveva calcolato il livello di efficienza che era sotto uno” e “con quel dato il ponte andava chiuso”. E ha parlato di “valutazioni improprie” del progettista del retrofitting. E sul monitoraggio: “Molto probabilmente si sarebbe evitata la tragedia”.

“Il ponte Morandi andava chiuso”. Lo ha detto, davanti ai magistrati, il professore Carmelo Gentile, docente del Politecnico di Milano che lo scorso novembre consegnò il suo studio ad Autostrade segnalando le anomalie sul pilone 9 per le “deformate non conformi”. Ascoltato come persona informata dei fatti dal pm Massimo Terrile, Gentile ha spiegato che “Spea (società controllata da Autostrade, ndr) sapeva, aveva calcolato il livello di efficienza che era sotto uno” e “con quel dato il ponte andava chiuso”.

Il progettista del retrofitting – ha spiegato il docente ai magistrati – ha fatto “delle valutazioni improprie” ma anche “con quelle valutazioni improprie il ponte era da chiudere”. Il docente ha poi specificato che “a me, però, non diedero tutta la documentazione, altrimenti lo avrei detto anche io”.

Lo studio, firmato da Gentile e Antonello Ruccolo, era stato richiesto da Autostrade per conoscere le condizioni del ponte. Così, scrivono gli studiosi, “durante le notti a cavallo dei giorni 9-11 ottobre e 11-13 ottobre… vengono compiute analisi dinamiche sui piloni 9 e 10” (l’11 era già stato ristrutturato negli Anni 90). Indagini compiute “sia con le prescrizioni” tradizionali, “sia con le più recenti istruzioni internazionali”. In pratica per controllare lo stato di salute degli stralli (quelli che probabilmente hanno poi ceduto) vengono identificati i “modi di vibrare”. Ecco le conclusioni: “A frequenze proprie pressocché uguali dei due sistemi bilanciati corrispondono deformate modali differenti… Tale mancanza di simmetria… è certamente da ascriversi a differenze nelle caratteristiche meccaniche e nell’azione di tiro degli stralli”.

Intanto gli inquirenti stanno anche vagliando mail e chat nonché conversazioni rimosse da dirigenti di Autostrade e ministero dai loro dispositivi immediatamente dopo il crollo…

 

fonti:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/02/ponte-morandi-il-prof-del-politecnico-che-ravviso-anomalie-bisognava-chiuderlo-valutazione-improprie-del-progettista/4664153/

https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/chat-cancellate-nei-telefoni-sequestrati-dopo-il-crollo/

Il Ponte della vergogna: NO indagati, NO dimissioni, NO licenziamenti…!!

 

Ponte

 

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Il Ponte della vergogna: NO indagati, NO dimissioni, NO licenziamenti…!!

 

Genova, 28 ago – Crollo del Ponte Morandi, tre settimane dopo. Mentre le famiglie piangono i loro defunti, gli sfollati aspettano di sapere cosa ne sarà delle loro case, il traffico in città è già fuori controllo, le navi mercantili fanno rotta su porti diversi da Genova, tutto il resto tace. O meglio tutti parlano ma inutilmente. Prendiamo la magistratura. Il Procuratore di Genova Francesco Cozzi in data 21 agosto parlando con i giornalisti dichiarava “ancora non ci sono indagati, stiamo svolgendo atti molto complessi e analitici, analizzando moltissimo materiale”.

Trascurando l’incredibile decisione di non inscrivere nessuno nel registrato degli indagati neppure come atto dovuto, cosa più unica che rara in Italia dove ci sono indagati per qualsiasi cosa (vedi Salvini per gli sbarchi), non si vedono all’orizzonte svolte nelle indagini. Bisogna spettare. La politica si accapiglia tra dichiarazioni governative che vogliono la Società Autostrade fuori dai giochi per la ricostruzione del Ponte e quelle delle autorità locali, ad esempio il governatore della Liguria Toti, che ritiene sia Autostrade a dover rifare il ponte.

Dopo la surreale conferenza stampa dei dirigenti di Autostrade che il giorno dei funerali hanno spiegato di non avere responsabilità sul crollo e dove non hanno neppure chiesto scusa se non dopo sollecitazioni dei giornalisti, anche sul fronte dell’Azienda nessuna decisione  se si esclude la pubblicazione del contratto di concessione del governo. Un operazione “trasparenza” rilevatosi subito un autogol. Nell’Allegato E del contratto (di ben 213 pagine) stipulato tra l’Azienda e il governo si legge testualmente: “Autostrade avrà comunque ogni anno un rialzo delle tariffe pari al 70% dell’inflazione reale”. Si chiama convenzione “a prova di bomba”, e fa capire quanto sia necessaria la nazionalizzazione delle autostrade italiane.

Anche dai proprietari della Società, i fratelli Benetton, nessuna notizia, tutti spariti. Le ultime tracce risalgono alla grigliata famigliare di Ferragosto a Cortina. Poi il nulla. Anche dai singoli responsabili, diretti o indiretti della tragedia (ex ministri, dirigenti pubblici o privati) nessun segnale. Nessuno che si sia dimesso!!! Da nulla!!! Non ci sono responsabili, nessuno si ritiene minimamente responsabile. Così al crollo materiale del ponte dobbiamo aggiungere il crollo di qualunque codice etico e morale nel pubblico e nel privato. 

Da questa vicenda è chiaro che, oltre a ricostruire il ponte, bisogna ricostruire la Nazione e dare un minimo di spessore morale ai suoi cittadini.

Pino Martini

 

 

fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/il-ponte-della-vergogna-no-indagati-no-dimissioni-no-licenziamenti-91959/

Il Pm Zucca attacca ancora: “il governo spieghi perché i torturatori del G8 sono ai vertici della polizia”

 

Pm Zucca

 

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Il Pm Zucca attacca ancora: “il governo spieghi perché i torturatori del G8 sono ai vertici della polizia”

La replica del giudice del processo Diaz alle critiche del Csm e del capo della Polizia.

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Caso Regeni, lo sfogo del Pm Zucca, giudice del processo sui fatti della Diaz: I torturatori del G8 di Genova sono ai vertici della nostra Polizia. Con che faccia possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?

Enrico Zucca, sostituto procuratore di Genova, ha subito replicato alle critiche del Csm e della Polizia per un suo intervento a un convegno in cui ha fatto un parallelismo tra i torturatori di Giulio Regeni e le violenze compiute dalla polizia durante il G8 del 2001 a Genova: “i nostri torturatori sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?”.

Il vicepresidente dell’organo di autogoverno della magistratura, Giovanni Legnini, e il capo della Polizia, Franco Gabrielli, hanno definito “inappropriate”, “oltraggiose e infamanti” le parole pronunciate da Zucca mentre il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio, ha avviato accertamenti preliminari sul pm e acquisirà tutti gli elementi conoscitivi sulle dichiarazioni del magistrato.

“La rimozione del funzionario condannato – ha detto Zucca – è un obbligo convenzionale, non una scelta politica, e queste cose le ho dette e scritte anche in passato. Il Governo deve spiegare perché ha tenuto ai vertici operativi dei condannati. Fa parte dell’esecuzione di una sentenza. Noi violiamo le convenzioni è difficile farle rispettare ai Paesi non democratici”.

Poi una considerazione sugli accertamenti avviati sulle sue dichiarazioni. “E’ normale e doveroso, quando succedono queste cose – ha detto Zucca – che Csm e ministero si accertino sui fatti”.

Il precedente.
Una riga di motivazione e un voto in blocco con altre delibere, senza alcuna discussione. Così due anni fa il Csm chiuse con un’archiviazione un’altra vicenda che aveva visto per protagonista il pm di Genova Enrico Zucca. Anche allora in un dibattito pubblico il magistrato aveva duramente criticato l’operato della Polizia al G8 di Genova: lo fece parlando di una “totale rimozione” di quelle vicende e del rifiuto per anni da parte della polizia italiana, diversamente da quelle straniere, di “leggere se stessa” per “evitare il ripetersi” di errori.

L’allora capo della polizia Alessandro Pansa ritenne lesa l’onorabilità del Corpo. Per questo sollecitò l’avvio di un’azione disciplinare al ministro della Giustizia e trasmise la lettera con le sue doglianze anche al Csm. Un’iniziativa che fece infuriare i consiglieri togati di Area, che chiesero al Csm un intervento di segno contrario: un intervento a tutela del magistrato. Quell’intervento alla fine non ci fu, ma nel novembre del 2016, il Csm archiviò la lettera di Pansa.

Lo fece inserendola in un ordine del giorno, che solitamente contiene le pratiche minori e di routine e che di norma viene votato tutto insieme in blocco. Succinta la motivazione, comune a due esposti che riguardavano vicende e magistrati differenti: “non ci sono provvedimenti di competenza del Csm da adottare”. Anche a livello disciplinare la vicenda non ha avuto esiti per Zucca: agli atti della Sezione disciplinare del Csm non risulta alcun procedimento a carico del magistrato.

 

fonte: http://www.globalist.it/news/articolo/2018/03/21/zucca-non-arretra-il-governo-spieghi-perche-i-torturatori-del-g8-sono-ai-vertici-della-polizia-2021351.html

Le scomode verità di Enrico Zucca

 

Enrico Zucca

 

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Le scomode verità di Enrico Zucca

Parafrasando un aforisma del compianto Roberto Freak Antoni potremmo dire, pensando alla bufera mediatica esplosa attorno a Enrico Zucca, che non c’è gusto in Italia a dire la verità. Invece d’essere ascoltato e ringraziato, il magistrato è stato additato come una minaccia da buona parte della nomenclatura istituzionale, con il chiaro obiettivo di non discutere le questioni da lui sollevate.

Enrico Zucca, che fu pm nel processo Diaz (il cui esito non è mai stato digerito ai vari piani del Palazzo), durante un convegno a Genova ha messo in fila alcune evidenze processuali degli ultimi anni.

Ha detto che la tutela dei diritti fondamentali è diventata più difficile dopo l’11 settembre e l’avvio della cosiddetta guerra al terrorismo, tanto che la ragion di stato, in più casi, ha prevalso sulle regole scritte nelle Convenzioni sui diritti umani.

Ha detto che l’Italia ha violato più volte queste convenzioni, ad esempio nel caso Abu Omar (l’imam rapito a Milano dalla Cia e consegnato all’Egitto dove è stato torturato), subendo così una condanna davanti alla Corte europea per i diritti umani, e anche nelle vicende riguardanti il G8 di Genova, quando il nostro paese ha disatteso l’impegno a sospendere e rimuovere i funzionari condannati per le torture alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.

Ha aggiunto che simili condotte, con l’implicita indifferenza verso gli impegni dettati da Carte così solenni, mina la statura morale del nostro paese quando si trova a chiedere ad altri paesi, com’è il caso dell’Egitto per l’omicidio di Giulio Regeni, di punire e consegnare i responsabili di abusi e torture.

Enrico Zucca ha quindi offerto una dettagliata e articolata ricostruzione di vicende giudiziarie ben conosciute, arrivando a conclusioni assai fondate: è noto, addirittura stranoto, che i funzionari processati e poi condannati per le torture alla Diaz e a Bolzaneto sono stati nel tempo protetti, promossi (almeno quelli di grado gerarchico più alto) e infine reintegrati in servizio, anche in ruoli di vertice, alla scadenza dei cinque anni di interdizione dai pubblici uffici.

È bene  ricordare un passaggio contenuto nella dirompente sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Diaz (Cestaro vs Italia, del 7 aprile 2015), una sentenza che non suscitò alcuna seria reazione da parte di chi oggi grida allo scandalo per l’intervento di Enrico Zucca. È il paragrafo 216: “(…) l’assenza di identificazione degli autori  materiali dei maltrattamenti in causa deriva dalla difficoltà oggettiva della procura di procedere a identificazioni certe e dalla mancata collaborazione della polizia nel corso delle indagini preliminari. La Corte si rammarica che la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura”.

Quel “rifiutarsi impunemente” è un macigno che pesa sulla credibilità della nostra polizia quanto la mancata sospensione dei funzionari durante indagini e processi e la loro mancata rimozione dopo le condanne definitive (paragrafo 210).

Il quadro d’insieme è tanto limpido quanto desolante: nei nostri recenti casi di tortura, la protezione istituzionale verso indagati, imputati e condannati è stata la rotta seguita dai vertici amministrativi e politici dello stato.

Per questi motivi l’ondata di indignazione e sdegno per l’intervento di Enrico Zucca avviata dal capo della polizia Franco Gabrielli e molti altri, tutti attenti a non entrare nel merito delle constatazioni e delle valutazioni espresse dal magistrato, appare come una montagna di panna montata sotto la quale si conta di occultare alcune scomode verità.

Né Gabrielli né altri hanno spiegato perché la polizia di stato abbia coperto, promosso, reintegrato i responsabili della cosiddetta perquisizione alla scuola Diaz, qualificata come un caso di tortura dalla Corte di Strasburgo, ed è proprio questo il punto dell’intera vicenda.

Per la reputazione della polizia di stato non sono oltraggiose le parole di Enrico Zucca, bensì le condotte tenute nel corso del tempo, dal 2001 in poi, da numerosi funzionari, dirigenti e responsabili politici. Condotte delle quali non si vuole parlare.

Si tace sulla sostanza e si urla su immaginari oltraggi. Fra tante grida scomposte, le parole più serie e sincere le dobbiamo ai genitori di Giulio Regeni, che hanno espresso “stima e gratitudine al dottor Zucca per il suo intervento preciso ed equilibrato”.

di Lorenzo Guadagnucci*

* Giornalista e scrittore, fa parte del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Trai suoi ultimi libri Era un giorno qualsiasi. Sant’Anna di Stazzema, la strage del ’44 e la ricerca della verità. Una storia lunga tre generazioni  (Editore Terre di Mezzo). Ha aderito alla campagna “Un mondo nuovo comincia da qui“. Questo il suo blog.

tratto da: https://comune-info.net/2018/03/le-scomode-verita-enrico-zucca/

Caso Regeni, lo sfogo del Pm Zucca, giudice del processo sui fatti della Diaz: I torturatori del G8 di Genova sono ai vertici della nostra Polizia. Con che faccia possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?

 

Regeni

 

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Caso Regeni, lo sfogo del Pm Zucca, giudice del processo sui fatti della Diaz: I torturatori del G8 di Genova sono ai vertici della nostra Polizia. Con che faccia possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?

 

Regeni, il pm Zucca: “I torturatori del G8 ai vertici della nostra polizia. Come possiamo chiedere quelli dell’Egitto?”

“Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper far per vicende meno drammatiche”, ha detto il sostituto procuratore generale ligure, già giudice del processo sui fatti della Diaz, intervenendo allo stesso dibattito sulla difesa dei diritti internazionali al quale hanno partecipato anche i genitori del ricercatore torturato e ucciso. “Siamo stati abbandonati”, ha detto la madre di Giulio.

torturatori del G8 di Genova sono ai vertici della nostra polizia. Come possiamo dunque chiedere all’Egitto di consegnarci i torturatori di Giulio Regeni? È questo il senso dell’intervento di Enrico Zucca, sostituto procuratore generale di Genova, durante un dibattito dedicato alla vicenda del ricercatore italiano torturato e assassinato in Egitto il 3 febbraio del 2016.  “I nostri torturatorisono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?”, ha detto il magistrato che conosce bene gli orrori del G8 del 2001 essendo stato tra i magistrati del processo per i fatti della scuola Diaz. “L’11 settembre 2001 e il G8 – ha continuato Zucca- hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper far per vicende meno drammatiche“.

I genitori: “Abbandonati dallo Stato”- Un intervento duroquello del sostituto procuratore generale ligure, finito all’attenzione del ministero della giustizia. Via Arenula, infatti, acquisirà gli atti relativi alle dichiarazioni di Zucca al dibattito sulla difesa dei diritti internazionali organizzato dall’ordine degli avvocati a Genova. Evento al quale hanno partecipato anche i genitori di Regeni. “Ho fiducia nella legge, negli avvocati bravi e nella stampa buona e abbiamo tanta solidarietà dai social. Ci aspettavamo di più da chi ci governa: dal 14 agosto quando il premier Gentiloni ci ha annunciato che l’ambasciatore tornava in Egitto, siamo stati abbandonati“, ha detto Paola Regeni, madre di Giulio. “Siamo decisi ad andare avanti anche a piccoli passi. Combattiamo per Giulio ma anche per tutti quelli che possono trovarsi in situazioni simili a quelle che lui ha vissuto”, ha aggiunto il padre Claudio.  Alessandra Ballerini, avvocato della famiglia, ha invece ricostruito i depistaggi e la vicenda: “il corpo di Giulio parla da solo e si difende da solo. Siamo arrivati a nove nomi delle forze di polizia implicati”.

Il ritorno dell’ambasciatore  al Cairo e le indagini – Era il 9 novembre 2017, quando il ministro degli Esteri Angelino Alfano annuncia il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo. “Siamo convinti che il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi sia un interlocutore appassionato nella ricerca della verità“. La decisione di riaprire le relazioni diplomatiche con l’Egitto, ricordava nel dicembre scorso la famiglia di Regeni, “seguiva di pochi minuti il comunicato congiunto delle procure italiana ed egiziana nel quale si riferiva che: ‘come preannunciato sempre nel maggio scorso, è stata poi effettivamente affidata ad una società l’attività di recupero dei video della metropolitana e le attività stesse sono in corso. La Procura egiziana ha ribadito l’impegno a condividere i risultati raggiunti non appena la società incaricata depositerà l’esito del proprio lavoro’; e si dava atto di aver ‘concordato un nuovo incontro tra i due uffici da organizzarsi a breve per fare assieme il punto della situazione’. In realtà – ricordava ancora i Regeni  – i video della metropolitana non sono mai stati consegnati e, ad oggi, non si sa neppure se qualche e quale ditta sia stata incaricata del loro recupero. L’incontro tra le due procure poi, diversamente da quanto annunciato, non si è tenuto a breve, ma solo a fine dicembre su insistenza dei nostri procuratori che hanno consegnato ai colleghi egiziani ‘una articolata e attenta ricostruzione dei fatti, effettuata dalla Polizia Giudiziaria italiana’. La Procura generale egiziana si era impegnata, come si legge nel comunicato del 21 dicembre scorso a ‘proseguire le indagini, sulla base anche delle ipotesi investigative formulate dai magistrati italiani’“. Da allora – continuava la famiglia di Giulio  – “non è stata registrata in realtà nessuna ‘reazione’ da parte della magistratura egiziana sulla informativa italiana che ricostruisce le precise responsabilità di nove funzionari di pubblica sicurezza egiziani perfettamente individuati. Sono passati, da quel 14 agosto, altri sei mesi.

L’intervento del giudice del G8 – Ma d’altra parte, come dice il pm Zucca, se i torturatori del G8 di Genova come si fa a chiedere all’Egitto di consegnarci i loro di torturatori? Già in passato, e più volte, il pm Zucca aveva duramente criticato l’operato della polizia con riferimento ai fatti di Genova: in particolare, in un dibattito pubblico aveva parlato di una “totale rimozione” delle vicende del G8 e del rifiuto per anni da parte della polizia italiana, diversamente da quella straniere, di “leggere se stessa” per “evitare il ripetersi” di errori. Immediata era stata la reazione dell’allora capo della polizia, Alessandro Pansa che, d’intesa col ministro dell’Interno dell’epoca – che era sempre Alfano – aveva lamentato la lesione dell’onorabilità della polizia, chiedendo al guardasigilli Andrea Orlando l’avvio di un’azione disciplinare nei confronti di Zucca Magistratura Democratica e la giunta dell’Anm si erano schierate in difesa del pm (‘a tutelà del quale era stata anche chiesta l’apertura di una pratica al Csm), sottolineando come il suo ragionamento non aveva inteso mettere in discussione l’onorabilità della polizia.

Poliziotti condannati e promossi – I riferimenti del magistrato sono da ricercare nei recenti articoli di cronaca. Come quello del 24 dicembre scorso, quando  Gilberto Caldarozzi era stato nominato vicedirettore della Direzione Investigativa Antimafia. Per i fatti della Diaz venne condannato a tre anni e otto mesi in via definitiva. L’accusa era quella di falso: mise la firma nei verbali che attestavano l’esistenza di prove fasulle usate per accusare ingiustamente le persone picchiate all’interno della scuola diGenova, durante il G8 del 2001. Assolto in primo grado nel novembre 2008 dopo 172 udienze, Caldarozzi viene condannato in appello nel maggio 2010 dopo altre 18 udienze: poi su quella condanna arriva il bollo della Cassazione il 5 luglio 2012. Ai tempi del G8 era il più alto in grado, subito dopo Francesco Gratteri, anche lui condannato e promosso prefetto prima di andare in pensione. Considerato un investigatore esperto (ha fatto parte dei gruppi che hanno arrestato boss di Cosa nostra come Bernardo Provenzano e Nitto Santapaola) prima dei fatti della Diaz Caldarozzi dirigeva lo Sco, il servizio centrale operativo della polizia all’epoca guidata da Gianni De Gennaro. Dopo la condanna venne interdetto per cinque anni. Un lustro trascorso lavorando per una banca ma anche come consulente per la sicurezza da Finmeccanica, chiamato sempre dal suo ex capo De Gennaro. Nel 2014 Cassazione scrisse nelle motivazioni sul rigetto del suo affidamento ai servizi sociali: “Si è prestato a comportamenti illegali di copertura poliziesca propri dei peggiori regimi antidemocratici“. Ora scaduta l’interdizione torna a vestire la divisa. E occupando un ruolo prestigioso.  A fare l’elenco degli altri poliziotti coinvolti nei fatti della Diaz e poi promossi è stato sul Fatto Quotidiano Ferruccio Sansa. Quando nel luglio 2012 la Cassazione conferma le pesanti condanne di appello per falso (quell salvate dalla prescrizione a differenza delle lesioni gravi) Gratteri eri capo della Direzione centrale anticrimine,  Giovanni Luperi era capo-analista dell’Aisi (il servizio segreto interno). Filippo Ferri, figlio di Enrico (l’ex ministro socialdemocratico) e fratello di Cosimo (sottosegretario alla Giustizia), guidava la squadra mobile di Firenze. Ancora: Fabio Ciccimarra, capo della squadra mobile de L’Aquila, o Spartaco Mortola capo della polfer di Torino. Nel frattempo l’Italia ha persino approvato una nuova legge contro la tortura, criticata dagli stessi magistrati dei processi di Genova. “Con questa legge la Diaz e Bolzaneto non sarebbero punite”, era il commento del magistrato Roberto Settembre.

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/20/regeni-il-pm-zucca-torturatori-del-g8-ai-vertici-della-nostra-polizia-come-possiamo-chiedere-quelli-dellegitto/4240274/