Reddito di cittadinanza – Fusaro: “Non ho visto queste levate di scudi quando si buttavano soldi alle banche”

 

Fusaro

 

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Reddito di cittadinanza – Fusaro: “Non ho visto queste levate di scudi quando si buttavano soldi alle banche”

“Quand’anche si stessero buttando dei miliardi, ammesso e non concesso, preferisco tutto sommato buttarli verso il basso, verso la gente disoccupata che fatica ad arrivare a fine che non come è stato fatto fin ora verso l’alto”

Così il filosofo Diego Fusaro, ospite a “L’Aria che Tira” in onda su La7, parlando dei soldi che saranno investiti per finanziare per il Reddito di Cittadinanza.

Finora i soldi, ha spiegato, sono stati dati a banche private, banche centrali europee, fondi monetari internazionali, cioè è stato un “regalo alle classe dominanti, se proprio dobbiamo dire le cose fino in fondo scegliendo una linea difensiva, ammesso e non concesso, non sono un esperto del reddito di cittadinanza” ha precisato il filosofo.

“Tutto sommato non ho visto queste levate di scudi quando si buttavano soldi alle banche, nel 2007 in America è stato un grandioso buttar soldi a vantaggio delle banche, e anche in Italia è stato un donare quantità di soldi strozzando le persone che lavoravano, imprese e lavoratori” ha concluso.

Guarda il video:

 

fonte: https://www.silenziefalsita.it/2018/12/15/reddito-di-cittadinanza-fusaro-non-ho-visto-queste-levate-di-scudi-quando-si-buttavano-soldi-alle-banche/

Al comizio di Salvini con un cartello con scritto “Ama il prossimo tuo”: picchiato e portato via a forza… Questi sono fortunati che quel fesso che andava dicendo queste stupidaggini è morto 2000 anni fa…

 

Salvini

 

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Al comizio di Salvini con un cartello con scritto “Ama il prossimo tuo”: picchiato e portato via a forza… Questi sono fortunati che quel fesso che andava dicendo queste stupidaggini è morto 2000 anni fa…

Un cartello con scritto “Ama il prossimo tuo”: picchiato e portato via a forza dal comizio di Salvini

Su Propaganda Liva un video girato nel giorno della manifestazione leghista a piazza del Popolo. Una scena da regime

Perquisizioni contro chi va ai cortei anti-Salvini, con la polizia che controlla gli striscioni e fa ‘melina’ per far arrivare in ritardo le persone.

Ma anche il ‘divieto’ di usare slogan cristiani in una manifestazione del leader xenofobo che giura sul Vangelo, difende i presepi e parla della tradizione cristiana, salvo poi rinnegare Cristo in ogni sua azione.

Ora la polizia molto zelante verso il nuovo ministro dell’Interno si è resa responsabile di una scena vergognosa verso un ragazzo picchiato e portato via dal comizio di Salvini a Roma perché portava un cartello con scritto “Ama il prossimo tuo”.

Persone non identificate (forse agenti in borghese) lo hanno preso di peso e portato fuori da piazza del Popolo per consegnarlo a poliziotti in divisa che l’hanno identificato e poi lasciato andare.

Risultato: un labbro rotto e tolleranza zero.

tratto da: https://www.globalist.it/media/2018/12/15/un-cartello-con-scritto-ama-il-prossimo-tuo-picchiato-e-portato-via-a-forza-dal-comizio-di-salvini-2034955.html

QUI potete vedere il video

FACCE TOSTE DA RECORD – Emilia Romagna: VII Legislatura (2000-05): Ds – VIII Legislatura (2005-10): Ds/Pd – IX Legislatura (2010-14): Pd – X Legislatura (2014-19): Pd – Oggi il Presidente Bonaccini “Se non si fa il Passante di Bologna è colpa del M5S…!

 

Emilia Romagna

 

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FACCE TOSTE DA RECORD – Emilia Romagna: VII Legislatura (2000-05): Ds – VIII Legislatura (2005-10): Ds/Pd – IX Legislatura (2010-14): Pd – X Legislatura (2014-19): Pd – Oggi il Presidente Bonaccini “Se non si fa il Passante di Bologna è colpa del M5S…!

 

Il passante autostradale di Bologna (anche noto come passante nord di Bologna) avrebbe dovuto essere il tratto autostradale a doppia carreggiata composto da due corsie più corsia di emergenza per senso di marcia che avrebbe dovuto collegare l’autostrada A1 all’autostrada A13 ed all’autostrada A14, consentendo di oltrepassare il nodo di Bologna.

Il progetto è del 2003, o almeno in tale epoca i Ds avevano promesso l’apertura dei cantieri…

Ne è passata di acqua sotto i ponti e di legislature Ds prima e Pd poi… Ma niente.

Negli ultimi 7 anni il Pd ha poi governato contemporaneamente sia la Nazione che la Regione Emilia Romagna, ma di questa importante infrastuttura NIENTE, non ha concluso una mazza.

Ma oggi se ne esce il Presidente (Pd, ovviamente) dell’Emilia Romagna e accusa i Cinquestelle di non interessarsi al Passante…

Se è del tutto rincoglionito, pazienza. Ma certo non può avere un ruolo pobblico tanto importante… Se, invece, è solo in malafede, andrebbe cacciato a calci nel sedere…

By Eles

 

Perché la Gente ha votato i Cinquestelle? La risposta ce la dà Buzzi: “Mafia Capitale, HO FINANZIATO TUTTI, solo al Pd ho dato 380 mila euro”…!

 

Mafia Capitale

 

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Perché la Gente ha votato i Cinquestelle? La risposta ce la dà Buzzi: “Mafia Capitale, HO FINANZIATO TUTTI, solo al Pd ho dato 380 mila euro”…!

Se lo chiedono in tanti. Ultimamente anche all’interno del Partito Democratico…

Una risposta ce la dà proprio Buzzi: HO FINANZIATO TUTTI… Tutti, ovviamente escluso i Cinquestelle

Da Il Messaggero del 14 dicembre:

Mafia Capitale, Buzzi: «Ho finanziato tutti, solo al Pd ho dato 380 mila euro»

«Da Rutelli in poi ho contribuito a tutte le campagne elettorali, ho finanziato tutti, solo al Pd ho dato 380 mila euro».  Così Salvatore Buzzi, collegato in videoconferenza dal carcere di Tolmezzo, sentito oggi in tribunale a Roma nell’ambito del filone del processo di Mafia Capitale che vede imputato l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, accusato di corruzione e finanziamento illecito.

«Nell’intercettazione in cui mi si sente dire che con Alemanno sindaco eravamo a cavallo mi riferivo al contorno, non a lui direttamente, perché avevamo dalla nostra parte Franco Panzironi, ex direttore generale di Ama, che era corrotto, il quale mi obbligò a fare finanziamenti alla fondazione di Alemanno, sempre tramite altre cooperative, mai direttamente con la 29 giugno – ha aggiunto Buzzi – Le tangenti le davo a Panzironi ma Alemanno non era da considerarsi “comprato”, lui lo avrò incontrato 1 o 2 volte. Con l’arrivo di Alemanno in Campidoglio invece il nostro fatturato è sceso di 5 milioni».

Ad Alemanno, anche oggi presente in aula, si contesta di avere compiuto atti contrari ai suoi doveri d’ufficio, ricevendo somme di denaro dal presidente della Coop 29 giugno Salvatore Buzzi, nel periodo che va dal 2012 al 2014. In particolare, si tratterebbe, secondo l’accusa, di 75mila euro per cene elettorali, di 40mila a titolo di finanziamento alla Fondazione Nuova Italia di cui Alemanno era presidente, e di circa 10mila euro in contanti.
Ovviamente, niente di nuovo, ma valeva la pena rammentarvelo. Anzi, ecco qualche articolo di qualche anno fa. Se fate il giro sulla rete ne troverete tanti altri…

Spunta il nome della Boschi nell’inchiesta “Mafia Capitale” – “Abbiamo consegnato alla Boschi la lettera per Matteo”

“Se parlo cade governo…”. E Buzzi tira in ballo Renzi

Mafia Capitale, da Buzzi 5mila euro alla fondazione di Renzi e 15mila al Pd

LA DEPUTATA RENZIANA CHE MANDAVA SMS E “BACINI” AL BOSS DI MAFIA-CAPITALE

Ma non Ti vergogneresti a fottere le monetine dal cappello di un mendicante? Guarda che lo stai facendo… Il Tuo governo ha messo le mani sulle rimesse dei migranti, fottendo, anche a nome Tuo, 62 milioni dai Paesi poveri…

 

rimesse dei migranti

 

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Ma non Ti vergogneresti a fottere le monetine dal cappello di un mendicante? Guarda che lo stai facendo… Il Tuo governo ha messo le mani sulle rimesse dei migranti, fottendo, anche a nome Tuo, 62 milioni dai Paesi poveri…

Le mani del governo sulle rimesse dei migranti: 62 milioni in meno ai Paesi poveri

La notizia, diffusa oggi da Avvenire, è emblematica dell’azione di un governo ostaggio delle forze populiste e xenofobe. Sotto i riflettori del quotidiano dei vescovi l’emendamento leghista al decreto fiscale votato ieri da Lega e Movimento 5 Stelle, che prevede l’introduzione di una tassa dell’1,5% sui trasferimenti di denaro superiori a 10€ verso Paesi non Ue. L’emendamento esclude dal pagamento della tassa le operazioni commerciali e colpisce esclusivamente le persone che, grazie ad operazioni di money transfer, inviano ai propri cari parte del denaro guadagnato in Italia. E così il governo giallo-verde, in questo periodo particolarmente assetato di denaro, decide di fare cassa sulla pelle dei migranti, prendendo di mira, dice Avvenire, «chi ha più bisogno: le popolazioni dei Paesi poveri che vivono grazie alle rimesse dei loro familiari emigrati in Italia».

La tassa prevista dal governo si aggiungerà alla già esosa commissione degli operatori, che viaggia intorno al 6% con punte del 10%, aggiunge il quotidiano, andando ad impoverire di circa 62 milioni di euro l’anno le rimesse, quello strumento cioè di sostegno alle economie più povere di Asia, Africa e America Latina che negli anni, numeri alla mano, si è dimostrato ben più potente della cooperazione internazionale. Un meccanismo che il governo dovrebbe agevolare e sostenere anche nell’ottica del contenimento dei flussi migratori per “motivi economici”, sottolinea Avvenire, visto che proprio grazie alle rimesse dei migranti molte famiglie decidono di non abbandonare la proria terra.

Soldi guadagnati da migranti, che aiutano i poveri “a casa loro”, e che a causa di questo emendamento, finiranno invece nelle casse dello Stato. Ancora una volta il governo a trazione leghista mette in campo misure punitive, inique e soprattutto controproducenti.

C’è anche un altro rischio, si legge ancora su Avvenire: «Oltre ai problemi di equità, la misura potrebbe essere controproducente anche sul piano della trasparenza delle transazioni. È vero che nell’arcipelago dei money trasfer si annidano anche fenomeni di opacità e illegalità ma la nuova tassazione rischia di spingere altre risorse verso percorsi più nascosti e ancora meno controllabili». Come denunciava Bankitalia in un’indagine del 2016, proprio a causa dei costi eccessivi dei trasferimenti, un terzo delle rimesse degli immigrati viaggia attraverso canali informali: insieme agli stessi extracomunitari, quando ritornano a casa, ma anche grazie ai servizi offerti da reti criminali clandestine, italiane e straniere.

 

 

fonte: https://www.adista.it/articolo/60285?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork&fbclid=IwAR1_f36HGCSNdL0weUm67X1bNRXl0rEVYT6I62Nwai6TrMj3o0rr5msRwb4

Perché queste notizie i Tg non le danno? Il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa: “è inammissibile che il Ministero dell’Ambiente usi una sede in affitto gravando sulla gente per 6 milioni di euro l’anno” – Al via la procedura per trasferire gli uffici in una sede di proprietà dello Stato…!

 

Sergio Costa

 

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Perché queste notizie i Tg non le danno? Il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa: “è inammissibile che il Ministero dell’Ambiente usi una sede in affitto gravando sulla gente per 6 milioni di euro l’anno” –  Al via la procedura per trasferire gli uffici in una sede di proprietà dello Stato…!

Forse alcuni di voi non sanno che il Ministero dell’Ambiente si trova in una sede dove si paga (e quindi tutti noi cittadini paghiamo) più di 6 milioni di euro all’anno di affitto.

Ebbene si, lo Stato paga un affitto. E’ una situazione, per quanto mi riguarda, insostenibile e senza senso. Per questo abbiamo avviato le procedure per disdire il contratto e individuato una sede demaniale, quindi già di proprietà dello Stato. Si tratta di un palazzo in viale Boston all’Eur dove non pagheremo affitti.

Ovviamente spostare un ministero è molto complicato, quindi ci vorrà almeno un anno per il trasferimento. Ma ora questi 6 milioni possono essere investiti in qualcosa di più utile, come assumere persone o tecnici nel ministero, possono essere messi per le bonifiche, per l’educazione ambientale e investiti nella tutela dell’ambiente e quindi del Paese.

Ad maiora semper

Sergio Costa

Lo Scoop di Espresso – Ecco l’Italia Renziana: il colosso del cemento al crak. Non poteva pagare gli operai, ma poteva affidare una consulenza da 150 mila euro al fratello della Boschi ed una poltrona d’oro a Alberto Bianchi, ex presidente della fondazione Open di Renzi

 

Espresso

 

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Lo Scoop di Espresso – Ecco l’Italia Renziana: il colosso del cemento al crak. Non poteva pagare gli operai, ma poteva affidare una consulenza da 150 mila euro al fratello della Boschi ed una poltrona d’oro a Alberto Bianchi, ex presidente della fondazione Open di Renzi

 

Condotte, il colosso del cemento fa crac. E spuntano i contratti d’oro del Giglio di Renzi

Inchiesta della procura di Roma sul fallimento della terza società di costruzioni d’Italia. L’Espresso scopre un contratto fatto dal gruppo (che deve costruire la nuova stazione Tav a Firenze) a Emanuele Boschi, il fratello dell’ex ministro Maria Elena. Mentre gli operai non prendono lo stipendio, per lui consulenza da 150 mila euro. Incarico anche ad Alberto Bianchi, l’ex presidente della fondazione Open Matteo Renzi 

DI EMILIANO FITTIPALDI
Da qualche settimana la procura di Roma sta lavorando a un’indagine giudiziaria che preoccupa, e non poco, un pezzo del potere romano. Al momento non ci sono indagati, ma durante i cocktail e le cene prenatalizie di questi giorni imprenditori, banchieri, dirigenti d’azienda e politici fanno capannelli per tentare di recuperare un retroscena, o uno straccio di informazione attendibile. Anche il Giglio magico, il gruppo di politici fedelissimi vicini a Matteo Renzi, segue con attenzione gli sviluppi. Perché, se i dettagli in circolazione sono pochissimi, tutti sanno che il crac di Condotte per l’Acqua spa, una delle più grandi aziende di costruzioni del paese a un passo dal fallimento, nasconde segreti e scandali che potrebbero fare molto rumore.

Se i pm capitolini e la polizia giudiziaria, in primis il nucleo di polizia tributaria della Guarda di Finanza di Roma, non fiatano, l’Espresso ha lavorato a un’inchiesta autonoma. E nel numero di domenica prossima, attraverso testimonianze ed interviste, la consultazione di alcune relazioni dei commissari straordinari di Condotte spedite in procura, decine di documenti interni della società e delle sue controllate, contratti di consulenza, dossier dell’Anac e carte di altre procure della Repubblica, è in grado di ricostruire – al netto dei possibili e futuri rilievi penali – la storia di uno dei più grandi fallimenti del nuovo secolo.

Che si intreccia, come vedremo, ad alcuni affari d’oro di esponenti di primo piano del cerchio magico dell’ex premier. Come quelli del fratello di Maria Elena Boschi, il giovane Emanuele, e di Alberto Bianchi, consigliere e avvocato di Renzi e per anni numero uno della Fondazione Open.

Entrambi hanno infatti ottenuto contratti di consulenza da due controllate di Condotte, la Inso (che ha firmato il contratto con Boschi attraverso lo studio legale BL, tra i cui partner c’è anche il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi) e la Nodavia spa. Cioè le due società che stanno lavorando alla realizzazione della nuova Tav di Firenze e che, secondo i nuovi commissari, hanno contribuito «in maniera significativa» al crac dell’impero. Committente dell’opera è Rfi, controllata da Ferrovie dello Stato.

Per la cronaca spulciando l’agenda elettronica della proprietaria di Condotte e delle sue controllate, Isabella Bruno Tolomei Frigerio, l’Espresso ha scoperto che ministri ed esponenti del governo Renzi e del governo Gentiloni hanno avuto alcuni appuntamenti con la donna, l’amministratore delegato del gruppo (il marito Duccio Astaldi, arrestato lo scorso marzo per corruzione in un’inchiesta della procura di Messina) e Franco Bassanini. Al tempo presidente del consiglio di sorveglianza di Condotte e pure “consigliere speciale” a Palazzo Chigi prima di Renzi e poi di Gentiloni.

Nodavia firma un contratto a Bianchi, al tempo capo della Fondazione Open, nel 2016. La Inso, controllata da Condotte, decide invece di prendere a bordo Emanuele Boschi, il 35enne fratello di Maria Elena, nel 2018.
Come mai la società che lavora alla Tav di Firenze vuole assumere il giovane professionista? È il 9 maggio quando si riunisce il collegio sindacale della società. La crisi del gruppo è drammatica. Nelle settimane precedenti gli operai del cantiere della Stazione Foster avevano protestato duramente, anche scioperando, perché non gli venivano pagati gli stipendi. Per il giovane Boschi, invece, la Inso è pronta a staccare un assegno a cinque zeri. E da pagare pronta cassa.

Leggendo il verbale della riunione, è chiaro che i membri del collegio sindacale non sono convinti della decisione «dei vertici aziendali» di conferire a Boschi, «che già conosce la società» (aveva dunque avuto altri incarichi in passato?), un expertise legale. Così i sindaci chiedono al cda di selezionare l’esperto «tra una rosa» più ampia «di possibili candidati». Anche allo scopo di risparmiare: i suggerimenti di Romagnoli e Lisi costavano già un sacco di soldi.

Non sappiamo quali sono stati i contendenti di Emanuele per la ricca consulenza, ma è certo che tre settimane dopo, il 31 maggio (ultimo giorno in cui la sorella è a Palazzo Chigi come sottosegretario della presidenza del Consiglio) sarà proprio lui a conquistare l’incarico e la relativa parcella.

L’Espresso ha visionato il contratto, una scrittura privata su carta intestata dello studio BL, i cui tre soci sono lo stesso Boschi, Federico Lovadina e Francesco Bonifazi, altro petalo del Giglio magico e tesoriere del Pd. Vengono elencate le prestazioni, il compenso finale (150 mila euro, a cui aggiungere l’Iva, la cassa di previdenza e spese varie), e la modalità di pagamento. I manager di Inso scrivono che «gli importi fatturati» da Boschi «saranno da pagarsi “a vista fattura”».

Boschi è fortunato: quando va bene, e anche in tempi di vacche grasse, i professionisti vengono in genere pagati a 60 giorni.

Ancor più curiosa, la decisione di Inso, visto il momento drammatico, con operai senza stipendio e il posto a rischio. Forse anche per questo l’ultimo articolo del contratto evidenzia una severa clausola di riservatezza: «Inso si obbliga a non divulgare a terze parti il contenuto del presente conferimento d’incarico, che riveste carattere di riservatezza per espressa pattuizione delle parti».

“Oggi come ieri chi detiene il potere sostiene che il giornalismo sia finito e che meglio sarebbe informarsi da soli. Noi pensiamo che sia un trucco che serve a lasciare i cittadini meno consapevoli e più soli.

Questa inchiesta che state leggendo ha richiesto lavoro, approfondimento, una paziente verifica delle fonti, professionalità e passione. Tutto questo per noi è il giornalismo. Il nostro giornalismo, il giornalismo dell’Espresso che non è mai neutrale, ma schierato da una parte sola: al servizio del lettore.

Continuate a leggerci, seguirci, criticarci in questo luogo di inchieste, idee, dibattiti, racconto della realtà che è il nostro giornale”.

L’analisi de Il Sole 24 Ore – Italia? No, è la Francia il Paese più indebitato dell’area euro

Francia

 

 

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L’analisi de Il Sole 24 Ore – Italia? No, è la Francia il Paese più indebitato dell’area euro

Nella classifica del debito pubblico in rapporto al Pil (che in Italia fa 130%, in Francia e Usa 100%, e nella media dell’Eurozona 90%) l’Italia ne esce, da tempo, come tra le economie più “a leva” del pianeta. Ma se si amplia lo sguardo al debito aggregato, ovvero ai livelli di indebitamento di tutti gli attori economici (Stato, imprese, banche e famiglie) l’Italia si rivela d’emblée un Paese nella media, senza grossi problemi di debito.

Sempre seguendo questa classifica – che però al momento non fa parte delle griglie con cui l’Unione europea giudica l’operato dei suoi membri – si scopre che è la Francia il Paese più esposto finanziariamente; il Paese che ricorrendo al debito sta vivendo l’oggi più di tutti con i mezzi del domani. È vero, il debito pubblico in rapporto al Pil è più contenuto rispetto all’Italia ma se si somma l’esposizione delle società (circa 160% del Pil), delle banche (90% ) e delle famiglie (60%) vien fuori che il sistemaFrancia viaggia con una leva enorme, che supera il 400% del Pil, pari a 9mila miliardi di debiti cumulati. L’Italia, sommando tutti gli attori economici, supera di poco il 350% a fronte del 270% della Germania.

IL CONFRONTO
Dati in % del Pil (Fonte: Bloomberg)

Questi numeri devono far riflettere, in particolare i tecnocrati europei che elaborano le soglie che stabiliscono se un Paese è virtuoso o no. Ignorare – o non pesare come probabilmente meriterebbe – il debito privato è un doppio errore. Sia perché c’è una stretta correlazione storica tra debito pubblico e debito privato (è dimostrato che laddove i Paesi sono chiamati a ridurre il debito pubblico con forme di austerità, sono quasi costretti ad andare a “pescare” la crescita attraverso l’aumento della leva privata). E sia perché, se con l’introduzione del bail-in (che stabilisce che i privati partecipano con i propri risparmi ai salvataggi delle banche) passa il principio che il risparmio privato è un “asset istituzionale”, allora forse sarebbe più logico considerare tale anche il debito privato.

 

tratto da: https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-08-30/italia-no-e-francia-paese-piu-indebitato-dell-area-euro-202718.shtml?uuid=AE2nIVKC&fbclid=IwAR0PsaBYEJPQrQWFPDG5uLaIeYh38OiDC-JVONTR-9LJ2WD0iX16YmlZ-ik

Je suis NoTav – Questa Tav non la vuole proprio nessuno, nessuno tranne quelli, i soliti, che ci mangiano sopra…

 

Tav

 

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Je suis NoTav – Questa Tav non la vuole proprio nessuno, nessuno tranne quelli, i soliti, che ci mangiano sopra…

Je suis NoTav, i sindaci francesi a Torino: basta frottole Ue

Fa parte del paesaggio mentale artificiale: è il solito balletto dei numeri esibiti per gonfiare o sgonfiare le manifestazioni di piazza. Le folkloristiche “madamine” Sì-Tav, da Marco Revelli definite “fate ignoranti” perché dichiaratamente all’oscuro delle ipotetiche ragioni a supporto della Torino-Lione, lo scorso 10 novembre erano 20-25.000 per la questura di Torino, ma una volta sbarcate su “Stampa” e “Repubblica” sono diventate 30.000. Tempo un mese, di fronte alla marea NoTav che l’8 dicembre ha invaso la città, sempre le stesse “madamine” sono magicamente diventate 40.000, per la letteratura giornalistica di una metropoli tramortita dal fiume umano non-ignorante, anzi informatissimo, sceso in corteo fino a intasare piazza Castello. Missione: avvertire il governo gialloverde che una vasta avanguardia democratica della popolazione italiana non tollera che si tenga in piedi a tutti i costi, a beneficio di quella che appare un’esigua ciurma di affaristi, il miraggio della grande opera più inutile d’Europa: una ferrovia di cui non è ancora stato costruito neppure un metro. E a proposito di Europa, ha scaldato i torinesi la generosa presenza dei sindaci francesi, benché oscurata dai media mainstream che hanno preferito parlare solo della rappresentanza transalpina di Gilet Gialli, aggiornati alla bisogna (“Je suis NoTav”). La verità vale oro, specie se recitata in francese nel cuore di Torino: la Francia non sa che farsene, della ipotetica Torino-Lione.

Lo hanno scandito dal palco, di fronte alle decine di migliaia di torinesi e valligiani (almeno 70.000, secondo i NoTav), i sindaci delle cittadine francesi al di là del confine, spintisi fino a Torino per contribuire a bonificare i cervelli dalle grossolane menzogne della vecchia élite cementiera subalpina affamata di soldi pubblici: «La Francia ha finora accettato il progetto Torino-Lione solo perché i costi sono per lo più a carico dell’Italia. Ma, anche qualora l’inutile tunnel si scavasse, Parigi non prenderebbe in considerazione la costruzione della nuova linea: documenti alla mano, di quella ferrovia se ne riparlerebbe solo a partire dal 2038». Perché sarebbe inutile, il traforo miliardario? «Perché la linea ferroviaria già esistente è semi-deserta: non ci sono merci da trasportare (né ce ne saranno, secondo tutte le proiezioni). E’ così sotto-utilizzata, la Torino-Modane che collega stabilmente Torino a Lione attraverso la valle di Susa e il Traforo del Fréjus, che basterebbe già oggi a togliere tutti i Tir dalle strade e dall’autostrada, facendoli viaggiare sui treni».

Per i passeggeri, va da sé, il problema non esiste: senza contare i voli low-cost, che hanno annullato la concorrenza ferroviaria sulle lunghe tratte, sono comunque quotidiane in valle di Susa le corse del Tgv francese che collega rapidamente Milano a Parigi. La manciata di minuti che si risparmierebbero con il nuovo euro-tunnel da 57 chilometri costerebbero 30-40 miliardi, ma le cifre sono solo teoriche: in Italia la rete Tav è costata quasi il triplo che nel resto d’Europa, con il prezzo degli appalti lievitato anche del 400% rispetto alla stima iniziale. Quello che lascia sgomenti, di fronte al delirio narrativo che ha nutrito la leggenda della Torino-Lione, è la totale assenza di certezze: nonostante la tenacia della protesta della valle di Susa, che ha raccolto la solidarietà di vastissimi strati dell’opinione pubblica italiana, nessuno dei governi degli ultimi vent’anni – Berlusconi, Prodi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni – ha mai voluto o potuto spiegare perché mai l’Italia dovrebbe spendere miliardi per un’infrastruttura dall’impatto sicuramente devastante.

Il territorio alpino sarebbe infatti terremotato da anni di cantieri e irrimediabilmente compromesso, visto che si scaverebbe tra montagne piene di amianto e persino di uranio (negli anni ‘70, al tempo del nucleare italiano, l’Agip realizzò decine di tunnel esplorativi proprio sui monti alle spalle di Susa, dato che il Massiccio dell’Ambin è il più grande giacimento di minerale radioattivo di tutte le Alpi Occidentali). Quanto allo spinoso problema idrogeologico, sono gli stessi geologi – tra i redattori del progetto – ad ammettere di non poter valutare l’impatto dell’euro-tunnel: le viscere di quei monti ospitano un’immensa riserva idrica, una sorta di grande lago sommerso. Perforare il bacino sotterraneo potrebbe voler dire far cambiare corso ai fiumi ed esporre più valli alpine al rischio di inondazioni catastrofiche. Citando tecnici della Regione Piemonte, nel saggio “Binario morto” (Chiarelettere), il compianto Luca Rastello, giornalista di “Repubblica”, spiega che – una volta realizzato il tunnel e poi la nuova ferrovia – il raccordo con la rete Tav italiana potrebbe avvenire solo a 30 metri di profondità, “bucando” la falda idropotabile che alimenta l’area metropolitana di Torino.

Senza contare l’esborso folle, per un’Europa che muove guerra all’Italia per lo 0,1% del deficit 2019, i maggiori trasportisti italiani – come il professor Marco Ponti, del Politecnico di Milano – ricordano che la chiave logistica per le merci (che per motivi di sicurezza devono viaggiare lentamente) non è la rapidità, ma la puntualità. Nel miglior sistema di smistamento del mondo, quello degli Usa, i treni merci viaggiano a 60 miglia; ma dispongono di efficienti piattaforme logistiche, di cui non c’è traccia né in Piemonte né sulle Alpi del Rodano – dove il trend dei trasporti è in calo da anni, le ferrovie esistenti sono semi-abbandonate e tutte le proiezioni per il futuro dicono che la direttrice commerciale su cui il mercato punta non è la Torino-Lione, ma la Genova-Rotterdam. Se i tecnici universitari a cui si sono rivolti i NoTav hanno prodotto chilometri di documentazione a sfavore del maxi-progetto, sul versante opposto non si è mai usciti dal lobbismo vecchia maniera, fino all’imbarazzante gossip meta-politico delle sedicenti “madamine” torinesi, pronte a invocare “sviluppo e progresso” ma – per loro stessa ammissione – senza conoscere una sola virgola del dossier Torino-Lione. Se si possono capire i piccoli circuiti industriali della vecchia Torino tradita dall’esodo della Fiat, traslocata a Detroit grazie a Marchionne, non è comprensibile il silenzio assordante della politica.

Dietro alle “madamine” non è difficile scorgere l’ombra di personaggi multiruolo come Sergio Chiamparino, emblema vivente della sinistra neoliberista, passato senza colpo ferire dalla guida del Comune a quella della Regione, dopo aver presieduto la Compagnia di San Paolo, potentissima fondazione bancaria. Quello che sconcerta, semmai, è la politica nazionale: lungi dal rappresentare, tutelare ed eventualmente rassicurare i 60.000 abitanti della valle di Susa, preoccupati per la loro sicurezza, dopo decenni di proteste i governanti non hanno ancora spiegato, ai cittadini, perché mai dovrebbero sacrificare in modo così devastante il loro territorio. I vari esecutivi, di ogni colore, non hanno mai avuto la cortesia di motivarla, la Torino-Lione: non hanno mai chiarito a cosa servirebbe, in cosa sarebbe strategica per il sistema-Italia o almeno per il Piemonte. Gli unici dati oggettivi vengono, come sempre, dal fronte avverso: il profilo occupazionale della maxi-opera sarebbe così insignificante (qualche centinaio di addetti) che il costo medio di ogni singolo lavoratore supererebbe il milione di euro.

Prima e meglio di altre battaglie politiche italiane, quella contro la Torino-Lione ha precisato i termini reali della questione, cioè il diritto democratico di essere innanzitutto informati. Si può discutere se un’opera serva o meno, ma quello che non è accettabile – di fronte alla prove negative fornite dgli oppositori – è che si continui a imporla senza spiegarla, limitandosi a criminalizzare comodamente la protesta. Prima e meglio di ogni altro evento politico recente, la battaglia democratica della valle di Susa – esplosa nel lontano 8 dicembre 2005 – ha illuminato lo scenario con il quale l’intero paese avrebbe fatto i conti, molti di anni dopo, insieme al resto d’Europa: da una parte un’élite autoritaria, la stessa che oggi spinge la polizia di Macron a trattare gli studenti francesi come prigionieri di Guantanamo, e dall’altra il cosiddetto popolo ex-sovrano, quello dei cittadini declassati al rango di neo-sudditi, in balia di un potere apolide e senza volto, che impone decisioni senza mai fornire adeguate spiegazioni.

Anche per questo, l’8 dicembre 2018 a Torino, è stata particolarmente istruttiva – oltre che rincuorante – la presenza dei sindaci delle valli francesi interessate dal progetto: nel ribadire la loro piena solidarietà alle migliaia di famiglie del corteo NoTav, hanno sottolineato una vicinanza civile e politica con i “cugini” italiani, alla faccia di Macron e degli altri burattini dell’attuale Disunione Europea. In quel loro “Je suis NoTav”, i francesi rivendicano la loro (e nostra) parte d’Europa, intesa come piattaforma di convivenza democratica popolata di cittadini liberi di pensare, di esprimere la loro voce, di contribuire a un mondo meno ingiusto e meno incomprensibile. Un mondo fatto di “vicini di casa” che si parlano e si capiscono. Quella delle nazioni contrapposte, sembrano dire i francesi accorsi a Torino, è solo una fiaba sinistra, che fa comodo ai sovragestori del potere europeo e magari ai loro oppositori apparenti, arruolati dal neo-sovranismo. La guerra non conviene mai, al popolo: l’antagonismo nazionistico è un imbroglio ridicolo. C’era più Europa, l’8 dicembre a Torino, di quanta non se ne sia vista a Bruxelles negli ultimi vent’anni.

(Giorgio Cattaneo, “Je suis NoTav, i sindaci francesi a Torino: amici italiani, fermiamo insieme il treno di questa Ue che ci deruba e ci divide”, dal blog del Movimento Roosevelt del 9 dicembre 2018).

tratto da: http://www.libreidee.org/2018/12/je-suis-notav-i-sindaci-francesi-a-torino-basta-frottole-ue/

La famiglia di Rino Gaetano contro la Lega: “siamo stufi, la politica non usi più le sue canzoni”

 

Rino Gaetano

 

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La famiglia di Rino Gaetano contro la Lega: “siamo stufi, la politica non usi più le sue canzoni”

Le parole della sorella e del nipote del cantautore calabrese dopo la manifestazione di sabato scorso con Salvini in piazza del Popolo a Roma dove è stato usato il brano ‘Ma il cielo è sempre più blu’

Dopo la manifestazione della Lega di sabato scorso a piazza del Popolo a Roma, la famiglia di Rino Gaetano ha chiesto che le sue canzoni non vengano più utilizzate dalla politica.
“Siamo stufi: le canzoni di Rino Gaetano non vengano più utilizzate dalla politica”. Sono le parole di Anna Gaetano e suo figlio Alessandro, sorella e nipote del cantautore, che hanno criticato la decisione del Carroccio di usare il brano Ma il cielo è sempre più blu.
“Non voglio che la musica di Rino – ha affermato Anna Gaetano – sia mischiata alla politica. Non mi piace che venga utilizzato così, mi dissocio. Sono la sorella, posso dire la mia?”.
“Non ce l’abbiamo – ha aggiunto Alessandro – né con la Lega né con Matteo Salvini. Nel corso degli anni è capitato più volte che le canzoni e l’immagine di Rino venissero usate da parte di diversi schieramenti. Questo è solo stato l’ennesimo episodio che ci viene segnalato in questi anni e di cui siamo stufi”.
“Fosse stato chiunque altro – hanno aggiunto i familiari di Rino Gaetano – l’avremmo pensata allo stesso modo. Rino non è di destra né di sinistra, non ha colori politici. Perché devono farsi forza usando lui e la sua musica? Non ci è mai piaciuto. Anzi, ogni volta che ci hanno invitato a parlare o cantare su un palco abbiamo chiesto di togliere le bandiere del partito di turno”.
“Non critichiamo nessun messaggio – hanno aggiunto – semplicemente ci sembra scorretto politicizzare la sua musica. Rino non era d’accordo neanche allora. Ha suonato alcune volte alla Festa dell’Unità, ma lui era solo a favore del popolo e contro chi tradiva i suoi ideali”.
La famiglia ha precisato che non ci sarà alcuna azione legale nei confronti di nessuno, ma ha contattato la Sony Music, con cui detiene i diritti dei brani, “per sapere se lo possono fare, se possono usare le sue canzoni così. Ci hanno risposto che avrebbero controllato circa l’uso delle sue canzoni. E che comunque nelle manifestazioni si compila il borderò. Ma la nostra non è una questione di diritti, non è quello che ci interessa”.

 

tratto da: https://www.globalist.it/news/2018/12/11/la-famiglia-di-rino-gaetano-contro-la-lega-siamo-stufi-la-politica-non-usi-piu-le-sue-canzoni-2034782.html