Ancora accuse pesanti di Papa Francesco all’Europa ed a Salvini: “Porti aperti allearmi e chiusi alle persone” – “Lʼira di Dio si scatenerà su chi parla di pace e vende munizioni”

 

Papa Francesco

 

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Ancora accuse pesanti di Papa Francesco all’Europa ed a Salvini: “Porti aperti allearmi e chiusi alle persone” – “Lʼira di Dio si scatenerà su chi parla di pace e vende munizioni”

Il Papa striglia l’Europa (e Salvini) “Porti aperti alle armi e chiusi alle persone”

Il jʼaccuse del Pontefice: “Lʼira di Dio si scatenerà su chi parla di pace e vende munizioni”. Poi rivela: “Il prossimo anno voglio andare in Iraq”

“Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell’Europa che pero’ apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini”. Lo ha detto il Papa all’udienza con la Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali.
“Non posso qui non menzionare i migranti e i profughi che raggiungono i maggiori aeroporti con la speranza di poter chiedere asilo o trovare un rifugio, o che sono bloccati in transito”. Lo ha detto Papa Francesco ai partecipanti all`Incontro mondiale dei Cappellani dell`Aviazione civile. “Invito sempre le Chiese locali alla dovuta accoglienza e sollecitudine nei loro confronti, pur se si tratta di una responsabilità diretta delle Autorità civili. Fa parte anche della vostra cura pastorale vigilare che sia sempre tutelata la loro dignità umana e siano salvaguardati i loro diritti, nel rispetto della dignità e delle credenze di ciascuno. Le opere di carità nei loro confronti costituiscono una testimonianza della vicinanza di Dio a tutti i suoi figli”.
L’Iraq – ha detto il Papa nell’udienza alla Roaco, la Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali – “possa guardare avanti attraverso la pacifica e condivisa partecipazione alla costruzione del bene comune di tutte le componenti anche religiose della societa’, e non ricada in tensioni che vengono dai mai sopiti conflitti delle potenze regionali”. “E non dimentico l’Ucraina – ha aggiunto il Papa ripercorrendo le aree piu’ ‘calde’ del pianeta -, perche’ possa trovare pace la sua popolazione, le cui ferite provocate dal conflitto ho cercato di lenire con l’iniziativa caritativa alla quale molte realta’ ecclesiali hanno contribuito. In Terra Santa – ha proseguito il pontefice -, auspico che il recente annuncio di una seconda fase di studio dei restauri del Santo Sepolcro, che vede fianco a fianco le comunita’ cristiane dello Statu quo, si accompagni agli sforzi sinceri di tutti gli attori locali ed internazionali perche’ giunga presto una pacifica convivenza nel rispetto di tutti coloro che abitano quella Terra, segno per tutti della benedizione del Signore”

fonte: https://www.globalist.it/news/2019/06/10/il-papa-striglia-l-europa-e-salvini-porti-aperti-alle-armi-e-chiusi-alle-persone-2042658.html

Oliver Hart, professore di Harvard e Nobel per l’Economia 2016: “L’euro è stato un errore e per sopravvivere la UE deve restituire potere agli Stati oppure rischia il fallimento” …Ora decidiamoci, o togliamo il Nobel ad Hart o mandiamo a cagare la casta pro-euro…!

Nobel

 

 

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Oliver Hart, professore di Harvard e Nobel per l’Economia 2016: “L’euro è stato un errore e per sopravvivere la UE deve restituire potere agli Stati oppure rischia il fallimento” …Ora decidiamoci,  o togliamo il Nobel ad Hart o mandiamo a cagare la casta pro-euro…!

 

Premio Nobel per l’economia 2016: “L’euro è stato un errore”

Secondo il professore di Harvard, Oliver Hart, l’Unione europea ha eccessivamente centralizzato i poteri: “Se non cambia potrebbe fallire”

Bruxelles – L’euro è stato “un errore” e per sopravvivere l’Unione europea deve restituire potere agli Stati oppure rischia il fallimento. È il parere netto di Oliver Hart, professore di Harvard e vincitore, insieme a Bengt Holmström, del premio Nobel per l’Economia nel 2016. Intervistato dall’agenzia spagnola Efe, Hart non ha nascosto le critiche nei confronti della direzione assunta dal progetto europeo e in particolare della moneta unica: “L’euro è stato un errore”, si è detto convinto Hart, che ha riferito di avere questa opinione fin da quando si è cominciato a parlare di moneta unica. Per questo “non sarei affatto triste se in futuro l’Europa si liberasse dell’euro”, ha continuato il premio Nobel, secondo cui “i britannici furono molto furbi a restare fuori” dalla valuta comune. La sparizione dell’euro, secondo Hart, significherebbe che ai governi ritornerebbe “qualche autorità” in materia di politica monetaria.

La critica principale che Hart muove all’Unione è in effetti una eccessiva concentrazione di poteri. “Credo che la parola chiave sia decentralizzazione”, è convinto il premio Nobel, secondo cui “forse l’Ue è andata troppo oltre nel centralizzare il potere”. In Europa, ha sottolineato lo studioso, “abbiamo visto una preoccupazione sui diritti di decisione che sono strati trasferiti dai Paesi verso il centro, a Bruxelles, e credo che la forma da seguire adesso sia devolvere questa capacità di decisione ai singoli Paesi”. Se questo sarà fatto “l’Unione europea può sopravvivere e prosperare, ma in caso contrario, potrebbe fallire”, è stata la previsione di Hart, che considera gli stati Ue “non sufficientemente omogenei” per essere “una sola unità” che è quindi “un vero errore tentare di crearla”.

 

 

tratto da: http://www.eunews.it/2016/12/09/premio-nobel-per-leconomia-2016-leuro-e-stato-un-errore/73938

Per rinfrescarVi la memoria – La proposta di Draghi: abbassare gli stipendi per salvare l’Euro! La nostra proposta: Perchè non vi togliete dalle palle tu e l’Euro così ci salviamo noi??

 

Draghi

 

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La proposta di Draghi: abbassare gli stipendi per salvare l’Euro! La nostra proposta: Perchè non vi togliete dalle palle tu e l’Euro così ci salviamo noi??

 

La proposta di Draghi: abbassare gli stipendi per salvare l’Euro! La nostra proposta: Perchè non vi togliete dalle palle tu e l’Euro così ci salviamo noi??

Per rinfrescarVi la memoria:

L’ultima di Draghi: abbassare gli stipendi per salvare l’euro

Svalutazione non monetaria ma salariale. Bce vuole abbassare remunerazioni mantenendo l’obiettivo di una inflazione vicina alla soglia del 2%.

La Bce vuole abbassare le remunerazioni degli europei pur mantenendo l’obiettivo di una inflazione vicina alla soglia del 2% prestabilita. Draghi ha lanciato un appello nemmeno troppo velato in cui chiede di poter aggiustare gli stipendi per aiutare l’euro. Si tratta in pratica di una svalutazione non monetaria bensì salariale nel blocco a 18. Abbandonare così come salvare la moneta unica ha un prezo. “Il prezzo da pagare per voler mantenere a tutti i costi l’euro comporta dei costi economici, ma anche dei costi in termina di perdita di crescita e dei costi sociali”, dice Charles Sannat, giornalista e analista ‘contrarian’, professore di economia in diverse università di business parigine. Ricapitolando, nelle sue ultime uscite ufficiali in pubblico, Draghi ha detto che “ogni economia deve essere abbastanza flessibile da trovare e sfruttare i suoi vantaggi concorrenziali, per poter beneficiare del mercato unico”. Aggiungendo anche ogni paese deve essere abbastanza flessibile da “rispondere agli shock di breve termine, inclusi gliaggiustamenti al ribasso degli stipendi o il ribilanciamento delle risorse tra i settori“.

Il banchiere centrale ha spiegato che l’unione monteraria, sebbene irrevocabile rimane ancora incompleta senza il trasferimento del budget permanente tra i paesi e senza una forte mobilità di disoccupati tra i confini dell’Europa.

“La mancanza di riforme strutturali ha creato lo spettro di una divergenza economica permamente tra i membri del blocco a 18″, ha osservato Draghi.

Interrogato sui rischi di ritornare al sistema del XIX secolo, in cui i salari e i prezzi potevano abbassarsi e aumentare fortemente, Draghi ha difeso la necessità di adottare una “svalutazione interna” (ovvero abbassare i costi di un paese se non è possibile abbassare i tassi di cambio). La principale lezione, secondo Draghi, che ci ha fornito la crisi è che “in seno all’Ue dobbiamo stare attenti a non lasciare che i salari e i prezzi deviino”. “Dobbiamo stare molto attenti a mantenere i paesi competitivi“. Ma senza aggiustamenti monetari, non restano che aggiustamenti dei salari. La sola maniera relativamente rapida per ritrovare la competitività è abbassare gli stipendi, come è successo in Grecia e in Spagna.

In media gli spagnoli sono pagati 675 euro al mese e un greco 480 euro. Ma il vero problema è che la riduzione delle buste paga non è accompagnata da un calo dei prezzi necessari per poter veramente ritrovare la crescita economica o piuttosto dell’attività economica. In pratica anche in caso di salario dimezzato, se l’affitto passasse da 600 euro al mese a 100 ovviamente il contraente ne uscirebbe vincitore. Ma non è il caso nel Sud d’Europa. Parlando di “aberrazione economica” di proporzioni “storiche”, Sannat scrive che se la Bce ci chiede di abbassare i salari, lo stesso Draghi vuole mantenere l’inflazione vicina al 2%, ovvero un rincaro dei prezzi al consumo rispetto ai valori bassi attuali. Il board della Bce dovrebbe decidere a maggioranza sulle nuove misure non convenzionali anti-deflazione, tra cui l’acquisto di titoli di Stato. Lo ha detto il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, secondo cui nella riunione della Banca centrale europea giovedì “mi sembra di aver capito chiaramente” che si va verso una “decisione a maggioranza”. “Mi aspetto ragionevolmente delle scelte che non siano penalizzate da qualcuno che deve essere contrario per forza”.

Gli smemorati di Berlino (tutti i debiti che la Germania non ha mai pagato)

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Gli smemorati di Berlino (tutti i debiti che la Germania non ha mai pagato)

La Germania, che fa tanto la moralizzatrice con gli altri Paesi europei, è andata in default due volte in un secolo e le sono stati condonati i debiti di due guerre mondiali per consentirle di riprendersi. Fra i Paesi che le hanno condonato i debiti, la Grecia, prima di tutto, che pure era molto povera, e l’Italia.

Dopo la Grande Guerra, John Maynard Keynes sostenne che il conto salato chiesto dai Paesi vincitori agli sconfitti avrebbe reso impossibile alla Germania di avviare la rinascita. L’ammontare del debito di guerra equivaleva, in effetti, al 100% del Pil tedesco. Fatalmemte, nel 1923 si arrivò al grande default tedesco, con l’iperinflazione che distrusse la repubblica di Weimar. Adolf Hitler si rifiutò di onorare i debiti, i marchi risparmiati furono investiti per la rinascita economica e il riarmo, concluso, come si sa, con una seconda guerra, ben peggiore, in seguito alla quale a Berlino si richiese un secondo, enorme quantitativo di denaro da parte di numerosi Paesi. L’ammontare complessivo aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari (di allora!)

La Germania sconfitta non avrebbe mai potuto pagare i debiti accumulati in due guerre, peraltro da essa stessa provocate.

Mentre i sovietici pretesero e ottennero il pagamento della somma loro spettante, fino all’ultimo centesimo, ottenuta anche facendo lavorare a costo zero migliaia di civili e prigionieri, il 24 agosto 1953 ben 21 Paesi, Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Repubblica francese, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Unione Sudafricana e Jugoslavia, con un trattato firmato a Londra le consentirono di dimezzare il debito del 50%, da 23 a 11,5 miliardi di dollari, dilazionato in 30 anni. In questo modo, la Germania poté evitare il default, che c’era di fatto. L’altro 50% avrebbe dovuto essere rimborsato dopo l’eventuale riunificazione delle due Germanie, ma nel 1990 l’allora cancelliere Kohl si oppose alla rinegoziazione dell’accordo, che avrebbe procurato un terzo default alla Germania. Italia e Grecia acconsentirono di non esigere il dovuto.

Nell’ottobre 2010 la Germania ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato del 1953 con il pagamento dell’ultimo debito per un importo di 69,9 milioni di euro.

Senza l’accordo di Londra che l’ha favorita come pochi, la Germania dovrebbe rimborsare debiti per altri 50 anni. E non ci sarebbe stata la forte crescita del secondo dopoguerra dell’economia tedesca, né Berlino avrebbe potuto entrare nella Banca Mondiale, nel Fondo Monetario Internazionale e nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Quindi: che cos’ha da lamentare la Merkel, dal momento che il suo Paese ha subito e procurato difficoltà ben maggiori e che proprio dall’Italia e dalla Grecia ha ottenuto il dimezzamento delle somme dovute per i disastri provocati con la prima e la seconda guerra mondiale? La Grecia nel 1953 era molto povera, aveva un grande bisogno di quei soldi, e ne aveva sicuramente diritto, perché aggredita dalla Germania. Eppure… Perché nessun politico italiano ricorda ai tedeschi il debito non esigito?

Roberto Schena su Informare per resistere

Perchè nessuno parla più del Franco CFA? …Perché dopo le uscite di Di Maio e Di Battista, non si può neanche più nominarlo? Sarà perché il sistema di sottomissione del Franco CFA somiglia tanto, forse troppo a quello dell’Euro…?

 

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Perchè nessuno parla più del Franco CFA? …Perché dopo le uscite di Di Maio e Di Battista, non si può neanche più nominarlo? Sarà perché il sistema di sottomissione del Franco CFA somiglia tanto, forse troppo a quello dell’Euro…?

 

Sarà per questo che il Franco CFA non può essere neanche nominato?

Secondo i sostenitori del franco CFA, un regime di cambio fisso permette di importare “credibilità”, di combattere efficacemente l’inflazione, vale a dire un aumento permanente dei prezzi, e di facilitare gli scambi. C’è del vero in questo. Ma i costi economici di un tale sistema sono spesso trascurati. È assodato che un regime di cambio fisso determina tendenzialmente un livello di inflazione poco elevato. Viceversa, un regime di cambio flessibile provoca un po più di inflazione, ma favorisce una maggiore stabilità dell’attività economica: ha una funzione di ammortizzazione che rende possibile reagire agli shock e ridurre significativamente la volatilità (le variazioni) della produzione e dell’occupazione, cosa che invece non consente un regime di cambio fisso18

Le statistiche dell’FMI sembrano suggerire che un tasso di cambio fisso non sia necessariamente una buona opzione per i paesi africani: dal 2000, i paesi dell’Africa subsahariana che operano in un regime di cambio fisso hanno registrato una crescita economica dall’1 ai 2 punti inferiore rispetto ai paesi con un tasso di cambio flessibile. Questo scarto è dovuto in particolare «alla minore crescita dei paesi membri della zona del franco», afferma il Fondo Monetario

«Se un piccolo paese fissa unilateralmente la propria valuta a un vicino più grande, in realtà sta trasferendo la propria sovranità in termini di politica economica a quel vicino più grande», disse il vincitore del premio Nobel Robert Mundell.

«Questo paese perde la propria sovranità perché non controlla più il proprio destino monetario; il paese più grande, invece, guadagna sovranità perché gestisce un’area valutaria più ampia e guadagna un maggiore “peso” nel sistema monetario internazionale». Nel caso della zona del franco, questa realtà significa che alcuni dei paesi più poveri del mondo, come il Niger e la Repubblica Centrafricana, hanno subìto delle politiche monetarie basate sulle esigenze dell’economia francese prima e della zona euro poi. Significa anche che i quindici paesi membri della zona del franco, presi individualmente, non hanno la possibilità di utilizzare il tasso di cambio per ammortizzare gli shock.

E questo in un continente in cui gli shock – politici (colpi di Stato, guerre, tensioni sociali, ecc.), climatici (variazioni pluviometriche, siccità, inondazioni, ecc.) ed economici (volatilità dei prezzi dei prodotti primari, dei tassi di interesse del debito estero, dei flussi di capitale, ecc.) – sono all’ordine del giorno. Per far fronte a degli shock avversi, dunque, i paesi del franco hanno un’unica soluzione, in assenza di trasferimenti di bilancio: la “svalutazione interna”, cioè un adeguamento dei prezzi interni che passa per riduzione dei redditi da lavoro e della spesa pubblica, l’aumento delle imposte e infine il declino dell’attività economica».

Mi ricorda qualcosa ma non saprei dire cosa.

tratto da L’antidiplomatico

La Germania pretende che tutti paghino i debiti: I SUOI…!

 

Germania

 

 

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La Germania pretende che tutti paghino i debiti: I SUOI…!

Mentre tutti guardano alle elezioni europee come test per la tenuta dei governi nazionali, c’è qualcuno che prepara le uniche “riforme dei trattati” possibili: quelle volute dalla Germania e accettate dalla Francia.

Visto che il prossimo Parlamento continentale rischia di vedere una minoranza rilevante di deputati “euroscettici” (ce ne sono di veri e di falsi, di estrema destra e di sinistra autentica), l’establishment prepara trincee, forche caudine, trappole in grado – se l’onda cosiddetta “sovranista” (termine semplicemente infame) resterà al di sotto di una certa soglia – di aggirare ostacoli che fin qui non sono esistiti (se non sulla ripartizione dei migranti salvati in mare).

Il primo meccanismo istituzionale da rivedere è il principio dell’unanimità su una serie di materie nel Consiglio europeo. Come spiega Wolfgang Schaeuble, se si vuole arrivare a un bilancio comune bisogna unificare le politiche fiscali nazionali, fin qui caratterizzate dalla competizione nel favorire l’ingresso di capitali. Una concorrenza alla fin fine suicida (Olanda, Irlanda e altri paesi impongono tasse bassissime alle multinazionali) e che alla lunga impedisce all’Unione Europea di fare un passo verso una maggiore integrazione.

In questo modo si elimina pure il “diritto di veto” che alcuni governi potrebbero porre a decisioni sgradite perché dannose per le economie nazionali e dunque per la tenuta della coesione sociale. Un incremento del carattere “forzoso” delle prescrizioni di Bruxelles, che liquida anche la retorica sulla “condivisione” delle scelte.

Ma c’è un capitolo ancora più interessante che riguarda l’annoso ritardo nell’elaborazione di un vera “unione bancaria”. I pilastri fin qui piantati riguardano infatti aspetti rilevanti (la definizione di standard per la valutazione della solidità delle banche, la sorveglianza Bce, ecc), ma non l’assicurazione dei conti correnti.

Il problema è relativamente semplice: se una banca fallisce, con le regole vigenti, i correntisti sanno che i loro soldi saranno restituiti dallo Stato nazionale (non dall’Unione), ma solo fino a 100.000 euro (cifra rispettabile, comunque…).

La Germania è sempre stata indisponibile alla condivisione di questa assicurazione in base al noto slogan “non verseremo un euro dei tedeschi o degli olandesi per quelle cicale mediterranee che spendono tutto in donne e champagne” (Jeroen Dijsselbloem, ex presidente dell’Eurogruppo).

Purtroppo per loro, i tedeschi hanno dovuto scoprire che le banche messe peggio nel continente sono proprio quelle made in Germany. Anzi, addirittura sono sull’orlo del fallimento i due principali giganti del settore, Deutsche Bank e Commerzbank.

Banche che hanno in pancia “prodotti derivati” invendibili per un valore nominale svariate volte superiore al Pil tedesco (la sola Deutsche Bank 48,26 trilioni, ossia migliaia di miliardi di euro) e che potrebbero facilmente saltare in aria alla prossima (sia in senso di “successiva” che di “imminente”) crisi finanziaria globale.

Fatti due conti, il governo tedesco ha capito che la sola assicurazione nazionale sui conti correnti lo costringerebbe a sborsare cifre tali da far dimenticare per sempre la “stabilità di bilancio” del Reich. E dunque, voilà, si cambia idea: adesso sì, effettivamente, è meglio avere un’assicurazione europea, che redistribuisca tra tutti i paesi il costo del risarcimento ai correntisti tedeschi.

Morale: non verseremo mai un euro a favore di italiani, greci, portoghesi spagnoli, ecc, ma – quando ci serve – pretendiamo che tutti gli altri ci diano i soldi per coprire i nostri buchi.

Del resto, è stato proprio un prestigioso istituto di ricerca tedesco a spiegare – soltanto ieri – che i trattati europei, e soprattutto quel trattato che ha istituito la moneta comune, sono geneticamente sbilanciati a favore dei paesi forti. Detto in soldoni: grazie all’euro ogni cittadino italiano, anche se soltanto neonato, dal 1999 al 2017 ad oggi, ha perso reddito  per 73.600 euro. Mentre ogni cittadino tedesco, anche se in fasce o in manicomio, ne ha guadagnati 23.100.

Facendo due conti della serva: una famiglia italiana di quattro persone in questo lasso di tempo ha perso circa 294.400 euro, più o meno 1.360 euro al mese; quanto basta a comprarsi una casa più che confortevole o campare decisamente meglio…

E, in previsione del fallimento dei colossi di Francoforte, si preparano a chiederne ancora. E in contanti.

Questa è l’Unione Europea. A questo è servito l’euro. Fuor di ideologia, si è rivelato, come prevedibile,  un sistema di rapina a favore dei più ricchi.

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Qui di seguito l’articolo de Il Sole 24 Ore

Torna la tassa sulletransazioni finanziarie 

di Carlo Bastasin

Con una dichiarazione a sorpresa, lunedì scorso il presidente del Parlamento tedesco, Wolfgang Schäuble, ha proposto l’abolizione del voto all’unanimità nelle decisioni del Consiglio europeo che ancora lo richiedono, tra queste spiccano le politiche in materia fiscale. La logica di Schäuble è che, se non si toglie il diritto di veto, in capo a ogni governo, nelle decisioni comuni sull’imposizione fiscale, sarà molto difficile istituire una tassa comune europea, senza la quale non ci sarebbero le risorse per predisporre un bilancio per l’euro-area.

A sua volta, in assenza di un bilancio sarebbe inutile istituire il ruolo di ministro delle Finanze dell’euro-area con il quale gli stati membri dovrebbero condividere la loro sovranità di bilancio e coordinare le proprie politiche economiche.

Si tratta, come si capisce, di un passaggio cardinale nel progresso della cooperazione europea in una fase in cui l’impulso all’integrazione è frenato dalle tentazioni sovraniste in molti paesi. La possibilità che forze euroscettiche, a cominciare dalla Lega, formino una minoranza di blocco al Parlamento europeo e che la stessa Commissione europea sia composta da esponenti contrari alla cooperazione rende pericoloso uno scenario in cui il Consiglio dei capi di stato e di governo debba operare all’unanimità.

Molti ambiti di interesse dell’Ue possono continuare anche nelle condizioni attuali, ma la moneta unica è tuttora in una condizione instabile che richiede, per sopravvivere, il completamento di istituzioni di coordinamento fiscale e dell’unione bancaria.

La condivisione delle scelte fiscali è però un tema molto controverso e paralizzato dall’unanimità. Nel 2018, si è già creata una faglia senza precedenti tra la Germania e i paesi della cosiddetta Lega anseatica, guidati dall’Olanda, molti dei quali usano la bassa tassazione delle imprese per sottrarre investimenti e redditi al resto d’Europa e in particolare a Germania, Francia e Italia.

La proposta di Schäuble va inquadrata in ciò che sta succedendo dietro le quinte dei negoziati europei e in particolare di quelli franco-tedeschi. Il progetto di un bilancio dell’euro-area ha preso vigore dopo l’incontro tra Angela Merkel e Emmanuel Macron al castello di Meseberg nel giugno scorso.

Un primo intoppo era giunto a novembre quando Berlino aveva lasciato solo il governo francese nella richiesta di un’imposta sul business digitale come base delle entrate comuni. La proposta d’altronde non aveva chance di essere approvata per l’opposizione dei paesi dell’Est e del Nord Europa. Tuttavia, in una riunione parallela al Consiglio di novembre, i ministri di Francia e Germania avevano ribadito di volere un bilancio dell’euro-area ai fini di competitività, convergenza e stabilizzazione dell’euro-area.

All’Ecofin di gennaio, invece, la funzione di stabilizzazione è stata relegata al solo confronto tecnico e non riconosciuta come obiettivo politico. Si tratta di una decisione cruciale perché molto probabilmente delegherà l’intervento di stabilizzazione al solo Esm, il fondo salva-stati, che agisce prevalentemente quando è richiesta assistenza finanziaria e quindi dopo che una crisi si è presentata e dopo che sono state fissate severe condizioni per il paese che ha necessità di aiuto.

Nulla si sa inoltre delle dimensioni del futuro bilancio che probabilmente saranno indicate dall’Ecofin nella prossima riunione di giugno quando saranno discussi anche i quadri finanziari dell’Unione europea per gli anni a venire. Si ignorano in pratica tutti i dettagli su cui stanno lavorando i comitati tecnici.

Un documento confidenziale dei governi francese e tedesco, citato in un atto del Bundestag della settimana scorsa, contiene però alcuni dettagli. Da quanto riportato dal documento, datato 7 febbraio 2019, a gennaio Parigi e Berlino hanno trovato un accordo tra di loro sui contenuti tecnici. L’intesa riprende l’impostazione concordata a Meseberg e propone una tassa europea sulle transazioni finanziarie sul modello di quella francese che prevede l’imposizione su tutte le transazioni interne in azioni di società nazionali che abbiano una capitalizzazione superiore a un miliardo di euro.

Per ridurre le resistenze dei paesi contrari, la proposta franco-tedesca prevede che chi contribuisce al bilancio dell’euro-area con maggiori entrate derivanti dalla nuova tassa, possa dedurre l’eccesso dal normale contributo al bilancio Ue. In pratica, anche se in misura minima, c’è un trasferimento di importanza dal bilancio europeo a quello dell’euro-area.

Se questa fosse la tendenza, sarebbe un segnale della maggiore personalità politica che l’euro-area potrebbe assumere in futuro, soprattutto dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue.

L’avanzamento dei progetti è millimetrico e certamente condizionato al risultato delle prossime elezioni parlamentari europee. Una minoranza di blocco di forze euroscettiche, ha ammesso Schäuble, sarebbe un colpo molto duro per tutta l’Europa. Tuttavia se il risultato del voto fosse meno indigesto, a Bruxelles, Parigi e Berlino si riprenderanno in mano le fila dell’integrazione.

Perfino sul tema dell’assicurazione comune dei depositi bancari, sembra che la Germania stia finalmente cambiando posizione e aprendo la porta a una soluzione comune, dopo aver verificato alcuni problemi di sostenibilità del proprio sistema interno di assicurazione dei depositi.

Il completamento dell’unione bancaria e dell’unione dei mercati dei capitali consentirebbe di migliorare la circolazione di risparmio tra i paesi dell’euro-area e quindi di “riciclare” negli altri paesi l’eccesso di risparmio tedesco che attualmente sottrae domanda all’economia dell’euro-area. La prospettiva è di una crescente circolazione del risparmio in un’economia dell’euro-area in cui avranno sempre meno significato i confini nazionali.

Anche in considerazione della “regionalizzazione” degli scambi commerciali globali, propugnata dall’attuale Amministrazione americana, la prospettiva europea è di incoraggiare una maggiore interdipendenza al proprio interno e una maggiore corresponsabilità nelle decisioni comuni.

Per la Germania, baricentro europeo della produzione industriale e dell’export di merci e di capitali, il rafforzamento delle responsabilità comuni rappresenta una prospettiva vitale. Quello che forse Schäuble ha compreso è che la strategia tedesca è inevitabilmente legata a una maggiore condivisione delle sovranità economiche è che senza l’abolizione dei diritti di veto e senza l’istituzione di un ministro delle Finanze, l’intera strategia potrebbe fermarsi a metà strada.

 

 

fonte: http://contropiano.org/news/news-economia/2019/02/27/la-germania-pretende-che-tutti-paghino-i-debiti-i-suoi-0112845?fbclid=IwAR2UxWb6QW8p6I-x3y7NB5ac2Xln9KbFXsEI2hBg4Kt3nhCIR0hDMzamcy8

Incredibile ma vero – Ecco cosa ci ha regalato 20 anni di Euro: ogni tedesco ha guadagnato 23 mila euro, ogni italiano ne ha persi 75 mila…!

 

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Incredibile ma vero – Ecco cosa ci ha regalato 20 anni di Euro: ogni tedesco ha guadagnato 23 mila euro, ogni italiano ne ha persi 75 mila…!

Grazie alla moneta unica in 20 anni ogni tedesco ha guadagnato 23 mila euro, ogni italiano ne ha persi 75 mila

Report del think tank tedesco Cep sui vincitori (Germania e Olanda) e i vinti (Italia e Francia) della moneta unica “oggi più controversa che mai”

Da quando c’è l’euro, ogni cittadino tedesco ha guadagnato in media 23mila euro, ogni italiano ne ha persi 74mila. La Germania è “di gran lunga” il Paese che più ha tratto profitto dall’entrata in circolazione della moneta unica, l’Italia quello che ci ha rimesso di più. Nel suo ventesimo anniversario, l’euro si mostra in tutta la sua controversa natura di generatore di diseguaglianze. È quanto emerge dal rapporto “20 anni di Euro: vincitori e vinti”, del think tank Cep (Centre for European Policy) di Friburgo. Secondo lo studio, il problema della competitività tra i vari Paesi dell’eurozona “rimane irrisolto e “deriva dal fatto che i singoli paesi non possono più svalutare la propria valuta per rimanere competitivi a livello internazionale”. Dall’introduzione dell’euro, un’erosione della competitività internazionale ha portato “a una minore crescita economica, a un aumento della disoccupazione e al calo delle entrate fiscali. La Grecia e l’Italia, in particolare, stanno attualmente attraversando gravi difficoltà a causa del fatto che non sono in grado di svalutare la propria valuta”.

CEP
Impatto dell’introduzione dell’euro sulla prosperità per abitante e complessiva dal 1999 al 2017

I numeri. Lo studio ha verificato quanto sarebbe stato alto il Pil pro capite, se i Paesi non avessero introdotto l’euro. La Germania, dal 1999 al 2017 avrebbe guadagnato complessivamente 1.893 miliardi di euro, pari a circa 23.116 euro per abitante. Anche i Paesi Bassi hanno guadagnato circa 346 miliardi, e cioè 21mila euro pro capite. Nella maggior parte degli altri Stati si sarebbero registrate invece delle perdite: in Italia, lo Stato che più ne ha risentito, addirittura di 4300 miliardi, pari a 73.605 euro pro capite. In Francia, le perdite ammonterebbero a circa 3.591 miliardi, pari a 55.996 euro pro capite.

Nel 2017, per esempio, il Pil tedesco è aumentato di 280 miliardi di euro e il Pil pro capite di 3.390. L’Italia ha perso di più di tutti. Senza l’euro, calcolano i ricercatori del Cep, il Pil di Roma sarebbe stato più alto di 530 miliardi di euro, che corrisponde a 8.756 euro pro capite. Anche in Francia l’euro ha comportato significative perdite di benessere per 374 miliardi di euro complessivi, che corrispondono a 5.570 euro pro capite.

Nel dettaglio, la Germania ha beneficiato dalla sua appartenenza all’eurozona ogni anno, esclusi il 2004 e il 2005. I profitti maggiori si sono dispiegati soprattutto durante la crisi del 2011. Quanto all’Italia, “in nessun altro Paese tra quelli esaminati l’euro ha portato a perdite così elevate di prosperità”. E aggiunge il report: “L’Italia non ha ancora trovato un modo per diventare competitivo all’interno dell’eurozona. Nei decenni prima dell’introduzione dell’euro, l’Italia svalutava regolarmente la propria valuta con questo scopo. Dopo l’avvento dell’euro non è stato più possibile. Invece, erano necessarie riforme strutturali. La Spagna mostra come le riforme strutturali possono invertire la tendenza negativa”.

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fonte: https://www.huffingtonpost.it/2019/02/25/grazie-alla-moneta-unica-ogni-tedesco-ha-guadagnato-23mila-euro-ogni-italiano-ne-ha-persi-75mila-lo-studio-del-cep_a_23677356/

Per capire veramente il problema dell’Africa: Quando Sankara invitò tutti gli Stati africani a non pagare il debito pubblico… 2 mesi dopo fu ucciso!

 

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Per capire veramente il problema dell’Africa: Quando Sankara invitò tutti gli Stati africani a non pagare il debito pubblico… 2 mesi dopo fu ucciso!

A trent’anni dalla morte del rivoluzionario leader del Burkina Faso, manca ancora la verità su chi l’ha ucciso

Era il pomeriggio del 15 ottobre 1987 quando Thomas Sankara, da tre anni alla guida dell’ex colonia francese Alto Volta, da lui rinominata Burkina Faso (ovvero “Patria degli Uomini di valore”), viene falciato da una raffica di mitra in un agguato ordito da un gruppo di uomini armati nei pressi della sede del Consiglio Nazionale della Rivoluzione, nella capitale Ouagadougou. Insieme a lui vengono uccisi anche altri dodici ufficiali e membri del suo governo.

Chi era Thomas Sankara? E da chi e perché è stato ucciso? Alla prima domanda è possibile rispondere, ma rispetto altre due, trent’anni dopo la sanguinosa imboscata di cui il presidente e fondatore del Burkina Faso è rimasto vittima, non tutto è stato ancora chiarito.

Per capire perché ancora oggi la volontà di far luce sull’omicidio di Sankara sia ancora tanto forte e radicata soprattutto nei giovani africani, è utile ripercorrere la vita dell’ex presidente. Nato nel 1949, era figlio di un militare che aveva servito nell’esercito francese durante la Seconda guerra mondiale.

Dopo gli studi, intraprende la carriera militare e nel 1976 viene assegnato al centro di Po, dove – ricorda Daniele Bellocchio su Gli occhi della Guerra – ha inizio anche il suo percorso politico. Oltre a formare militari ben addestrati, infatti, Sankara si preoccupa anche di dare ai soldati sotto il suo comando una cultura civica, impiegandoli per esempio in servizi di pubblica utilità come scavare pozzi e occuparsi del rimboschimento. Amatissimo dai suoi uomini, la popolarità dell’ufficiale con il basco rosso inizia a diffondersi anche in larga parte della popolazione.

Dopo i golpe del 1980 e del 1982, Sankara diventa primo ministro nel governo di Ouédrago, che poco dopo però, a fronte della sua sempre maggiore fama, lo fa arrestare. Ottenendo però l’effetto contrario a quello sperato: la popolazione infatti si ribella e nel 1983 Thomas Sankara diventa presidente.

Il Paese che eredita – ricorda ancora Bellocchio – è soffocato da una situazione economica disastrosa. La risposta del neo capo dello Stato, che intende dimostrare che anche il Paese più povero dell’Africa può riuscire a farcela senza gli aiuti internazionali, è decisa: sono infatti messe in atto una serie di riforme radicali, tra cui la costituzione del Consiglio Nazionale della Rivoluzione e dei Comitati per la difesa della Rivoluzione (che hanno il compito di estendere ad ampi strati della popolazione il potere decisionale), una riforma agraria che ha come risultato un notevole aumento della produzione di cereali e cotone, una riorganizzazione dell’industria finalizzata alla produzione di beni di prima necessità e una riduzione delle spese superflue.

Senza contare una persuasiva opera di sensibilizzazione dei cittadini in merito alle questioni ambientali, una diffusa opera di rimboschimento con funzione anti-desertificazione, la battaglia per l’alfabetizzazione, una campagna di vaccinazione dei bambini che fra crollare il tasso di mortalità e l’impegno a favore dei diritti delle donne, alcune delle quali sono anche chiamate anche a far parte dell’esecutivo.

Quanto alla politica estera, Sankara non ha ottimi rapporti né con l’Unione Sovietica, né con gli Stati Uniti. E nemmeno con la Francia di Mitterand, di cui il Burkina Faso è stato una colonia. Per il presidente comunque, il nemico principale dell’Africa – scrive ancora Bellocchio – è il debito pubblico. Nel suo ultimo intervento all’assemblea dell’Organizzazione per l’Unità africana, che molti ritengono il suo testamento e il motivo della sua morte, Sankara ha invitato tutti gli Stati del continente a rifiutarsi di pagare il debito, “per evitare di farci assassinare individualmente. Se il Burkina Faso lo fa da solo, io non sarò presente alla prossima conferenza”.

Parole profetiche perché appena due mesi dopo, infatti, Sankara viene assassinato. Secondo le indagini il (presunto) responsabile della sua morte è Blaise Compaore, amico e compagno d’armi dell’amato presidente, del quale prende il posto e lo detiene per 27 anni. Anni nei quali anche solo parlare di Sankara (il cui omicidio, nel 1987, fu archiviato come “morte naturale”) è stato un tabù.

Negli ultimi anni però le cose sono cambiate: nel 2014, infatti, una rivoluzione di piazza – nella quale sono stati spesso scanditi slogan tratti dai discorsi di Sankara – ha posto fine alla dittatura totalizzante di Compaore (fuggito in Costa d’Avorio) ed è iniziata, nel Paese, una fase di transizione democratica. Quanto al leader del panafricanismo e icona di un’Africa libera e indipendente, nel 2015 è stata avviata un’inchiesta ufficiale sulla sua morte: il corpo dell’ex presidente è stato riesumato e l’autopsia effettuata ha dimostrato che il padre della Patria del Burina Faso è stato crivellato di colpi. Sulla base delle risultanze dell’indagine, sono inoltre stati emessi due mandati d’arresto in capo a Blaise Compaore e al fratello Francois.

Non è però tutto. Perché meno di due mesi fa (il 28 novembre), il presidente francese Emmanuel Macron, in un discorso pronunciato (non a caso) di fronte agli studenti dell’università di Ouagadougou, ha dichiarato di aver “preso la decisione, in risposta alle richieste della giustizia burkinabè, che tutti i documenti prodotti dalle amministrazioni francesi durante il regime di Sankara e dopo il suo assassinio, coperti dal segreto nazionale, siano declassificati”. Tale passaggio potrebbe risultare decisivo per la scrittura del capitolo finale della storia del capitano Sankara (alla memoria del quale, proprio nel luogo dove è stato ucciso, dovrebbe presto essere eretto un Memoriale), perché significa – sottolinea Bellocchio – impegnarsi a far emergere la verità sul suo assassinio (sia quanto alle responsabilità interne al Burkina Faso, con particolare riferimento a Compaore, sia quanto ai suoi alleati internazionali), fino ad oggi rimasto coperto da una cortina di omertà e paura.

 

 

tratto da: http://www.politicamentescorretto.info/2019/02/11/quando-sankara-invito-tutti-gli-stati-africani-a-non-pagare-il-debito-pubblico-2-mesi-dopo-fu-ucciso/

Buon compleanno Euro: vent’anni di guai, ma non per tutti. Ha distrutto imprese e famiglie, la povertà dilaga ed i suicidi neanche si contano più, ma c’è chi festeggia… Lobby, multinazionali e alta finanza brindano alla nostra faccia e sulla nostra pelle!

 

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Buon compleanno Euro: vent’anni di guai, ma non per tutti. Ha distrutto imprese e famiglie, la povertà dilaga ed i suicidi neanche si contano più, ma c’è chi festeggia… Lobby, multinazionali e alta finanza brindano alla nostra faccia e sulla nostra pelle!

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su Libero, 02/01/2019

L’euro è stato un disastro per i Paesi del Sud Europa e in particolare per l’Italia, ma non tanto – come spesso si sente dire – perché non ha consentito di svalutare come ai tempi della Lira. In realtà l’euro è stato ed è un meccanismo per gonfiare il credito e il debito delle famiglie e delle imprese e poi anche degli Stati e delle banche. La prova è che negli anni della moneta comune l’indebitamento dell’economia nel suo complesso è esploso, al punto che il rimborso del debito e degli interessi (complessivamente, da parte di famiglie, imprese, Stato) è arrivato al 70% del PIL! Questo è il vero motivo per cui il sistema dell’euro ha provocato la stagnazione economica in gran parte d’Europa e la depressione in Italia.

L’euro, sotto la cortina fumogena dei famosi limiti al debito pubblico, in realtà è un meccanismo per far crescere il debito privato (di famiglie, imprese e banche) e poi alla fine anche quello pubblico.

Grazie all’euro il potere economico vero è passato dagli Stati alle grandi banche e alla finanza (e alla Banca centrale che le protegge). Ma procediamo con ordine.

Noi non lo ricordiamo, ma prima dell’introduzione della moneta comune la produzione industriale cresceva in Italia di più che in Germania e in linea con la Francia. Dopo il 2000 sia la Francia che la Germania hanno prima rallentato e poi smesso di crescere. L’Italia ha perso fino al -23% di produzione dal picco del 2007 fino al minimo causato dall’austerità di Monti nel 2013 e anche ora ha recuperato molto poco.

La Francia ha perso meno, ma è stata comunque distanziata dalla Germania. Partendo dal 1990 (usandolo come base uguale per tutti a 100) si ha che la Germania è oggi a 130, la Francia a 100 e l’Italia a 88. L’euro è stato un disastro per l’economia italiana (e anche francese). Ci sono stati negli anni dell’euro ovviamente anche altri fattori concomitanti, come l’apertura alla Cina nel 2001, ma l’interscambio con la Cina anche oggi è una quota del PIL intorno al 2% in eurozona, per cui è difficile sostenere che abbia causato un crollo della produzione industriale del 20%.

IL CROLLO

Il crollo della produzione è stato dovuto invece a due fattori. In primo luogo la tassazione che per entrare nell’euro è stata aumentata pesantemente e poi di nuovo aumentata dopo il 2011 con Monti (sempre per evitare un default del debito in euro dato che non si poteva svalutare). Il peso della tassazione sul PIL è aumentato dal 1998, quando è iniziata la “convergenza” all’euro, di 5 punti percentuali. Prima della moneta comune questo non era necessario perché lo Stato poteva, se necessario, anche finanziare i deficit emettendo moneta e non tassando, come fanno in Giappone dove il debito pubblico è il doppio del nostro.

In secondo luogo c’è stato il crollo verticale dopo il 2008 del credito alle imprese che è stato tagliato da 910 a 710 miliardi, un crollo del credito mai verificatosi in tempo di pace. Questa contrazione violenta del credito a sua volta ha provocato il crollo degli investimenti del 30%.

La tassazione soffocante e il taglio drastico del credito hanno comportato il crollo degli investimenti che però poi a sua volta ha comportato la perdita di produttività, dato che per aumentarla occorrono investimenti (in macchinari, software, ricerca…).

Come mai allora non c’è stata una rivolta contro l’euro, se è stato così negativo per l’economia industriale? Perché l’euro è stato invece un grosso affare per l’economia finanziaria. Questo è il fatto che sia gli apologeti sia i critici dell’euro non notano quasi mai. Con l’arrivo dell’euro c’è stata un esplosione del credito (e quindi del debito), che è raddoppiato da 5 mila a 10 mila miliardi e si riversato sugli immobili gonfiando la bolla immobiliare fino al 2008 e poi sul credito al consumo e sugli investimenti finanziari e speculazione (incluse fusioni e acquisizioni).

Mentre tutti parlavano sempre del famoso deficit e debito pubblico in realtà esplodeva il debito privato. Come mai? Innanzitutto dal Trattato di Maastricht del 1992 in poi si è impedito formalmente ai governi di emettere moneta. Di conseguenza tutto l’aumento del denaro nell’economia è avvenuto solo tramite il credito e quindi l’emissione di debito. Se imponi di ridurre i deficit pubblici e poi di finanziarli con debito, il risultato è che arrivano meno soldi nell’economia privata dallo Stato e quei soldi vengono tutti riassorbiti per comprare titoli di stato emessi.

LE BANCHE

In questo modo l’unica creazione di denaro per l’economia avviene tramite le banche, i cui bilanci in pochi anni sono raddoppiati. Questo accumulo di debito per le imprese e le famiglie però non poteva continuare all’infinito, anche perché era in gran parte improduttivo, finiva soprattutto negli immobili. Nell’eurozona solo un quarto del credito finisce alle imprese, cioè è credito produttivo, i tre quarti vanno a finanziare immobili, credito al consumo e investimenti finanziari vari. Basta pensare che le banche francesi avevano comprato quasi 300 miliardi di Btp. La bolla immobiliare si è gonfiata ovunque (tranne che in Germania), in particolare in Irlanda e Spagna, ma anche in Italia, fino a quando c’è stato il crac nel 2008 simultaneamente in America ed Europa.

Nel 2008 è scoppiata la crisi finanziaria globale che tutti ricordiamo innescata da Lehman, la crescita del credito si è incagliata, ci sono stati default e buona parte delle banche (in America e Europa) sono state salvate dai governi. In Italia a causa dei vincoli sul deficit pubblico lo Stato non è intervenuto a tappare i buchi delle banche e queste, oberate da investimenti e prestiti immobiliari, hanno tagliato indiscriminatamente il credito alle imprese. Dato che in tutto il mondo occidentale veniva a mancare liquidità e le banche erano tutte in crisi queste hanno di colpo liquidato i titoli di stato creando la “crisi dello spread”.

Le banche estere con l’euro avevano infatti comprato la maggioranza dei Btp facendo enormi guadagni in conto capitale, perché con i rendimenti che scendevano dal 6-7% al 3-4% ovviamente i prezzi dei Btp aumentavano. Nel 2008 dato che il mercato finanziario era paralizzato da perdite su derivati di mutui in America e da perdite su immobili in Irlanda o Spagna le banche hanno tutte tagliato di colpo provocando il cedimento delle quotazioni dei Btp. Dato che lo Stato italiano non poteva intervenire tramite Banca d’Italia per calmierare il mercato come faceva prima dell’euro, i BTP hanno perso un 20% circa e questo è stato usato come pretesto per invocare le dimissioni di Berlusconi e installare Monti che ha imposto più austerità, vale a dire più tasse. Monti – per salvare l’euro – ha dato il colpo di grazia all’economia produttiva provocando un crollo della domanda interna del 10% circa e a sua volta poi un ulteriore taglio del credito alle imprese in difficoltà.

IL PUNTO

Come si vede in tutta questa discussione il tasso di cambio della Lira o dell’euro non è menzionato, perché non è in realtà importante. Quello che conta veramente è quanto denaro circola nell’economia e se viene creato tutto come debito e infine se viene usato per scopi produttivi o per finanziare immobili, investimenti finanziari e speculazioni.

Con la moneta unica le banche hanno avuto via libera innanzitutto per fondersi sempre di più e poi per far esplodere il credito improduttivo, quello che va a immobili, credito al consumo e investimenti finanziari come comprare titoli greci o italiani o turchi. È vero che le banche hanno fatto crac ovunque, anche quelle inglesi, svizzere o americane perché non era un problema solo dell’Euro, ma di tutta l’economia occidentale che è oggi finanziarizzata. La differenza però è che fuori dall’eurozona lo Stato può finanziarsi con la Banca centrale e intervenire a tappare i buchi delle banche, mentre nell’eurozona le “regole” penalizzano Paesi come l’Italia e glielo impediscono. Come misura in extremis, per evitare l’implosione dell’euro nel 2012 la Banca Centrale Europea alla fine ha anche lei finanziato i deficit pubblici fino a quest’anno comprando 2,600 miliardi di titoli sui mercati e questo ha stabilizzato la situazione. Ma il problema è stato solo rinviato perché ora smette e l’Italia non può usare la sua Banca Centrale.

Con l’Euro, dietro la cortina fumogena dei limiti al debito pubblico, si è creato un enorme debito privato che poi ha creato una bolla e un crac bancario e alla fine anche il debito pubblico è aumentato di conseguenza perché si sono salvate tutte le banche. Così alla fine il potere economico vero è passato dagli Stati alle grandi banche (e alla Banca centrale che le protegge sempre) e ai mega fondi che sono ora in grado di ricattare i governi.

Questo è oggi il problema vero, il potere delle grandi banche, dei grandi fondi e della banca centrale (che è composta da personaggi che vanno e vengono da banche e fondi) che ha sostituito quello dello Stato. Potete pure votare quello che cazzo volete intanto ormai il potere grazie all’euro è della finanza e quella non la elegge nessuno.

Dal Blog di Paolo Becchi

Ce lo chiede l’Europa: disoccupazione, disuguaglianza e precarietà…!

 

Europa

 

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Ce lo chiede l’Europa: disoccupazione, disuguaglianza e precarietà…!

Potere al Popolo! ha recentemente lanciato un invito al dibattito ed al confronto sull’Europa, in vista delle elezioni europee del 2019. Accogliamo l’invito e pubblichiamo il nostro secondo contributo sul tema.

Cosa ci chiede l’Europa lo sappiamo fin troppo bene: con la sua disciplina fiscale ci chiede di tagliare la spesa pubblica in sanità, istruzione, cultura, sicurezza, infrastrutture e di ridurre le pensioni; con il suo modello di economia di mercato ci chiede di competere con i salari di paesi dove lo stipendio mensile lordo non supera 400 euro, di accettare una crescente precarietà del lavoro e dei tempi di vita attraverso le liberalizzazioni, di rinunciare a qualsiasi forma di controllo pubblico sull’economia, dalle grandi reti infrastrutturali ai servizi pubblici locali. Ci chiede, insomma, tutto quello che i Governi degli ultimi 30 anni hanno scrupolosamente realizzato: che partissero da centrosinistra, da centrodestra, oggi addirittura da una piattaforma populista, tutti hanno seguito la stessa direzione, quell’austerità che ha portato in Europa una crisi che in tempi di pace non si vedeva da quasi un secolo. Ma perché l’Europa ci chiede questo?

Le risposte più comuni a questa domanda, affatto banale, sono due. La risposta dell’Europa e degli europeisti è la seguente: in Italia, così come in tutta la periferia europea, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, con un modello di sviluppo incompatibile con la dimensione globale che il progresso tecnico impone ai sistemi produttivi moderni; i sacrifici derivanti dall’abbandono di questa organizzazione sociale obsoleta e insostenibile sarebbero più che compensati dal futuro radioso che l’affermazione di una moderna economia di mercato spontaneamente realizzerà. La risposta di molti euroscettici non mette in discussione gli obiettivi dichiarati dalle istituzioni europee, che sarebbero sempre quelli di garantirci un futuro migliore nel turbinio della globalizzazione, ma critica piuttosto la messa in pratica di questo progetto: secondo alcuni l’Europa sarebbe un grande errore, un’istituzione mal congegnata, un’unione economica incompleta condannata al fallimento dalle teorie economiche sbagliate su cui è disegnata. Questi critici dell’Europa, dunque, tendono a dipingere l’ostinazione con cui le istituzioni comunitarie procedono sul solco dell’austerità come una mera follia, frutto di fanatismo ideologico e causa di una prossima implosione del progetto di integrazione europea. In quanto segue, proveremo a tracciare i contorni di una terza risposta.

Una volta inserito nella storia della lotta di classe, il progetto di integrazione europea si mostra per quello che è: un formidabile strumento di disciplina dei lavoratori concepito per ribaltare i rapporti di forza che si erano andati consolidando fino agli anni Settanta, la forma assunta dalla restaurazione neoliberista in un’Europa dove i diritti conquistati metro dopo metro dai lavoratori iniziavano a mettere in discussione l’ordine economico e sociale. Quando le principali economie europee viaggiavano verso la piena occupazione, il ricatto del licenziamento si faceva meno opprimente ed i lavoratori trovavano il coraggio e la forza di organizzare le loro lotte sia sul piano sindacale che sul piano politico, fino a progettare la rivoluzione verso un modello alternativo di società fondato su principi di uguaglianza e solidarietà che, pur con mille contraddizioni, dimostrava di poter esistere appena oltre la cortina di ferro e, anche solo per questo motivo, toglieva il sonno agli sfruttatori di tutta l’Europa occidentale.

Libertà di movimento di merci e capitali, ovvero libertà di sfruttamento del lavoro

Sebbene il percorso di integrazione europea prenda avvio con il Trattato di Roma del 1957, che istituisce la Comunità Economica Europea (CEE), solo nel 1968 viene sancito il primo vero passaggio verso la costruzione del mercato unico europeo: la completa liberalizzazione dei movimenti di merci con l’abbattimento dei dazi. Negli anni ’80 si procede a passi da gigante alla liberalizzazione dei movimenti di capitale, con l’Atto Unico del 1986 che definisce le linee guida dell’apertura integrale delle frontiere ai movimenti di denaro, apertura che verrà sancita definitivamente con il Trattato di Maastricht del 1992. Da allora i capitali sono liberi di migrare da un paese ad un altro senza alcuna restrizione e senza pagare alcuna imposta per il loro trasferimento. Il combinato disposto di queste due libertà è un salto di qualità nella capacità di sfruttamento del lavoro: se i lavoratori di un Paese non si piegano, e pretendono salari elevati e diritti, la libertà di movimento dei capitali consente alla produzione di trasferirsi altrove e la libertà di movimento delle merci garantisce che non sia compromessa la capacità di vendere quel prodotto nel mercato unico, incluso il paese da cui si è delocalizzata la produzione. Sulla libertà di merci e capitali si costruisce dunque l’oppressione del lavoro. È infatti evidente che qualsiasi normativa che volesse aumentare i gradi di tutela dei lavoratori, ridurre l’orario di lavoro, fissare un salario minimo orario, aumentare le norme di sicurezza sui luoghi di lavoro, mettere al bando tutti i contratti precari, ripristinare una disciplina restrittiva sulla libertà di licenziamento e via dicendo, si scontrerebbe sempre con la minaccia di una fuga di capitali verso sistemi normativi più favorevoli ai profitti.

Il medesimo ricatto si propone anche sul piano della tassazione, dove si crea una concorrenza al ribasso sui sistemi tributari: qualsiasi impresa è chiamata a competere con quelle residenti nei paesi a minor pressione fiscale sul capitale. Il risultato è una pressione competitiva che si scarica sui salari dei lavoratori e si traduce nella minaccia di delocalizzazione, producendo in ultima istanza una spinta tutta politica alla compressione delle tasse sui redditi da capitali – progressivamente ridotte in tutta Europa. Senza controlli dei movimenti di merci e capitali appare impossibile esercitare una seria redistribuzione del reddito attraverso un sistema fiscale progressivo.

La disciplina fiscale e il ricatto del debito

Il Trattato di Maastricht, inoltre, fissa una serie di vincoli all’uso del bilancio pubblico, stabilendo limiti al ricorso al debito pubblico attraverso due parametri: il rapporto tra debito pubblico e PIL deve tendere al 60% del PIL ed il rapporto tra disavanzo pubblico (la differenza tra spese ed entrate dello Stato nell’anno) e PIL non può superare il 3%. L’Italia, proprio a partire dai primi anni Novanta ed in coerenza con quei vincoli, ha realizzato una serie praticamente ininterrotta di avanzi primari (un eccesso di entrate sulle spese, escluse le spese per interessi sul debito) che hanno sottratto ogni anno risorse all’economia, alimentando la disoccupazione, indebolendo la domanda aggregata e creando le condizioni per l’attuale situazione di stagnazione. Il ricorso alla spesa pubblica in disavanzo è storicamente, infatti, lo strumento principale per stimolare l’economia e perseguire l’obiettivo della piena occupazione, proprio quella piena occupazione che negli anni Settanta aveva dato linfa alla lotta di classe dei subalterni. Nel 2012 le istituzioni europee approfittano dell’instabilità politica generata dalla crisi per far sottoscrivere ai Paesi membri il Fiscal Compact, che inasprisce la disciplina fiscale in Europa imponendo il principio del pareggio di bilancio, dunque mettendo fuori legge il ricorso al disavanzo pubblico.

Oltre alla disciplina fiscale inscritta nei Trattati, l’Europa impone ai Paesi membri anche la disciplina dei mercati finanziari, attraverso l’operato della Banca Centrale Europea (BCE). La politica monetaria è la chiave di volta della stabilità finanziaria di un Paese, perché la banca centrale ha il potere di emettere moneta e può impiegarlo per sostenere il corso delle attività finanziarie che hanno una rilevanza sistemica, in primis i titoli del debito pubblico. La crisi finanziaria USA è stata arginata attraverso acquisti incondizionati di Treasuries, i titoli pubblici americani, da parte del Federal Reserve System, ossia la banca centrale degli Stati Uniti. Lo stesso non è successo in Europa dove la BCE – a partire dalla Grecia – ha negato quel sostegno incondizionato al debito pubblico che da solo può garantire la stabilità finanziaria; al contrario, l’autorità monetaria europea ha subordinato il suo intervento, di volta in volta, all’accettazione delle politiche neoliberiste del rigore fiscale, della deflazione salariale, delle liberalizzazioni e privatizzazioni. Attraverso la BCE, l’Europa ha posto l’austerità come condizione della stabilità finanziaria dei paesi Membri: se un Paese non è perfettamente allineato ai dettami della Commissione Europea, perde il sostegno della banca centrale sui mercati finanziari e finisce per essere esposto alla speculazione finanziaria. È il ricatto dello spread che ha messo in ginocchio l’intera periferia europea a partire dal 2009. In questa maniera la politica monetaria è diventata uno strumento disciplinante delle politiche economiche nazionali, strumento adoperato dalle istituzioni europee per imporre il disegno politico neoliberista dell’austerità.

La camicia di forza del cambio fisso

L’architettura istituzionale europea si completa con un terzo pilastro, costituito dal processo di fissazione del tasso di cambio tra paesi che hanno poi aderito alla moneta unica, l’euro, a partire dal 2002. Anche questo processo prende avvio negli anni Settanta, con la creazione del cosiddetto ‘Serpente monetario’ nel 1972 – un primo margine di fluttuazione ristretto per i cambi dei paesi europei – e poi con la formazione del Sistema Monetario Europeo nel 1979, il preludio all’Unione Monetaria sancita dal Trattato di Maastricht.

Nel contesto del mercato unico, dominato dalla libertà di movimento dei capitali e delle merci, la fissazione dei rapporti di scambio tra le valute dei paesi europei impone alle economie nazionali un vincolo esterno, concentrando tutta la pressione derivante dalla concorrenza internazionale sul costo del lavoro. Il meccanismo dei cambi fissi prevede infatti l’impossibilità di ricorrere alla svalutazione della moneta nazionale, e dunque sottrae dall’alveo della politica economica uno strumento fondamentale di stimolo della produzione. La leva del tasso di cambio permette, infatti, ad un Paese di rendere le proprie merci più competitive all’estero riducendone il prezzo senza dover comprimere direttamente i salari dei lavoratori: le cosiddette svalutazioni competitive rappresentavano, nell’Italia del dopoguerra, un vero e proprio compromesso tra le rivendicazioni dei lavoratori e le resistenze delle imprese. Il vincolo esterno dei cambi fissi ha reso impossibile questo compromesso, costringendo così le imprese – esposte alla concorrenza internazionale – a guadagnare margini di competitività solo sulla pelle dei lavoratori.

L’Unione Europea appare, nella sua evoluzione, come uno strumento pensato esattamente per depotenziare il conflitto di classe dal basso verso l’alto, un’arma di difesa del profitto agitata contro i lavoratori per imporre la restaurazione neoliberista in Europa. Per questo le istituzioni europee ci appaiono programmaticamente e strutturalmente irriformabili: la loro funzione essenziale è proprio quella di disciplinare il lavoro e sottometterlo – attraverso disoccupazione, disuguaglianze e precarietà – al dominio del capitale. Il progetto di integrazione europea ha costruito uno spazio non politico e non contendibile, sottraendo alla maggioranza della popolazione qualsiasi forma di controllo sul governo dell’economia e sull’organizzazione sociale. La riprova della irriformabilità dell’Unione Europea può essere trovata facilmente anche sul piano giuridico: per modificare i trattati istitutivi occorre raggiungere l’unanimità dei 27 Paesi membri, il che significa che risulta impossibile concepire una qualsiasi forzatura dell’architettura istituzionale europea verso una maggiore attenzione ai temi sociali e ai diritti dei lavoratori; se pure tutti i Paesi dell’Unione tranne il Lussemburgo si convincessero della necessità di allentare l’austerità, quei 600.000 lussemburghesi basterebbero a frenare il progresso sociale di 500 milioni di europei.

L’Unione Europea è allora la forma storica assunta nei paesi europei dalla lotta di classe dall’alto verso il basso, per eludere la concretezza del conflitto tra sfruttati e sfruttatori che negli anni Settanta aveva condotto ad importanti conquiste per i lavoratori. Con la mera applicazione di politiche economiche proclamate come inevitabili, tecniche, disegnate da centri decisionali lontani e inarrivabili, sono state applicate misure ispirate al più profondo ed estremo neoliberismo. Culturalmente si è plasmato e diffuso per anni un nuovo approccio politico, fondato sull’idea che non ci sia più niente da fare, perché vi sono forze oggettive invalicabili che determinano il funzionamento di un sistema economico contro cui non è possibile ribellarsi, se non in modo testimoniale. Non resterebbe allora che il misero adeguamento alla realtà e, al limite, debolissime lotte di retroguardia per rendere questo adeguamento il meno traumatico possibile. Questa cultura dell’impossibilità di incidere ha fatto a pezzi decenni di politica attiva, facendo precipitare i protagonisti di una stagione di lotte e conquiste nel nichilismo o, peggio ancora, nell’entusiasta adesione all’esistente visto come inevitabile fine della storia. Lottare contro l’Unione Europea significa quindi innanzitutto lottare contro la fine stessa della politica come luogo del conflitto e dell’elaborazione di un diverso progetto di società.

Così come il processo di emancipazione degli sfruttati era stato accompagnato dalla costruzione di un quadro di politiche economiche favorevoli alla piena occupazione, alla difesa del lavoro, al rigido controllo statale e alla programmazione economica, allo stesso modo la fase successiva di arretramento realizzata a partire dagli anni Settanta è stata contrassegnata da una vera e propria controrivoluzione liberista, le cui forme istituzionali coincidono con le tappe del progetto di integrazione economica e monetaria europea. L’Europa si presenta, dunque, come il dispositivo storico concreto della lotta di classe mossa dagli sfruttatori contro gli sfruttati: fuori dall’ideologia europeista dell’inevitabilità della globalizzazione, fuori dall’illusione di un’Europa dominata dalla finanza a cui contrapporre la politica dell’Europa dei popoli, il progetto di integrazione europea appare tutt’altro che un fallimento, bensì come il grande successo di chi ha voluto reprimere nella povertà e nella precarietà decenni di conquiste sociale da parte delle classi subalterne.

di Coniare Rivolta*

* Coniare Rivolta è un collettivo di economisti – https://coniarerivolta.org/