Ecco come il MES ha “aiutato” la Grecia: il 95% degli oltre 200 miliardi stanziati sono stati usati per salvare le banche greche e soprattutto i loro creditori: le banche francesi e tedesche. Ed il paese è stato abbandonato nel dramma…!

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Ecco come il MES ha “aiutato” la Grecia: il 95% degli oltre 200 miliardi stanziati sono stati usati per salvare le banche greche e soprattutto i loro creditori: le banche francesi e tedesche. Ed il paese è stato abbandonato nel dramma…!

NEWS DALLA GRECIA
Ovvero i miracoli dell’Ue.

In questi giorni si parla tanto del MES e di come questo meccanismo fraudolentemente definito “fondo salva Stati’ abbia “aiutato” la Grecia ad uscire dalla crisi.

Ebbene, durante una seduta parlamentare, il ministro delle Finanze ellenico Staikouras ha illustrato quelli che saranno i parametri del governo per identificare il nuovo ceto medio greco uscito da 10 di austerità e tagli drammatici a stipendi e pensioni.

Con la legge di bilancio 2020 saranno considerati classe media, e quindi benestanti, i nuclei familiari così composti:

– singolo individuo, reddito annuo di almeno 6.294 euro. Che significa uno stipendio di 524 € al mese;
– famiglie di due persone, un reddito complessivo di almeno 8.901 l’anno. 741 € al mese;
– tre persone, un reddito annuo totale di almeno 10.901 €. Che fanno 908 euro al mese.

Una vera esplosione di benessere se consideriamo che il salario minimo di un lavoratore greco è fissato a 650€ al mese.

E la soglia di povertà è fissata dall’Ue a 6.000€ annui.

Questi sono i numeri, che notoriamente hanno la testa dura.

L’unione europea per salvare le banche franco-tedesche ha raso al suolo l’intera classe media greca.

E noi, continuando a credere alle criminali bugie dei nostri governanti, ci avviamo baldanzosi verso lo stesso drammatico destino.

A un Paese ormai esangue – tartassato da un’asuterità che ha fatto esplodere la disoccupazione e ucciso l’economia reale – si è chiesto di donare ancora più sangue e al contempo di correre ancor più veloce. Questo non è stato un salvataggio, questa è stata solo una tortura, è stata depauperazione programmata e deliberata, talmente illogica che persino il FMI all’epoca invocava una ristrutturazione del debito, a cui, come al solito, la Germania, con assurda protervia, si è oppone.

Le cifre sono impressionanti: più del 95% dei 215,9 miliardi stanziati per pagare i debiti di Atene sono stati usati per salvare le banche greche. E per salvare i loro creditori: le banche francesi e tedesche. Con i soldi dei contribuenti europei e rifiutando una logica fondamentale del capitalismo, quella secondo cui è giusto far fallire gli insolventi. La Grecia era insolvente e doveva fare default, dunque occorreva che le banche facessero fronte a queste perdite. Ma non si è voluto e non perché alla troika importasse un granché il destino della Grecia e del suo popolo. Contava – e conta – solo proteggere i banchieri dai loro colossali errori di valutazione.

 

La giornalista greca accusa: “Tsipras è un traditore, e grazie a lui la Grecia è distrutta dalla UE: Soros acquista 25.000 case a prezzo da fame e la Germania guadagna sui biglietti del Partenone. Sono dei criminali”

 

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La giornalista greca accusa: “Tsipras è un traditore, e grazie a lui la Grecia è distrutta dalla UE: Soros acquista 25.000 case a prezzo da fame e la Germania guadagna sui biglietti del Partenone. Sono dei criminali”

“Lo sai che adesso, se entriamo là (indica il Partenone alle spalle, NdR), paghiamo un biglietto e questi soldi vanno direttamente in Germania, in un apposito fondo destinato al risanamento del debito pubblico?” – lo dichiara a Byoblu.com la giornalista Giorgia Bitakou, politica e fondatrice del movimento Exit Greek che quest’anno, per la prima volta, è stato candidato alle elezioni europee.

 “La Germania ha perso le due guerre mondiali, ma sta vincendo questa guerra che io chiamo una “guerra silenziosa”. Ed è molto più subdola perché non si vede il nemico, è difficile vedere chi c’è dall’altra parte, però è una guerra a tutti gli effetti dove i vincitori – in qualche modo – colonizzano il Paese. Voi state assistendo a una colonizzazione, ma tu mi parli di una vera e propria conquista. Non esiste più libertà nel vostro Paese?” -ha dichiarato la giornalista greca. E alla richiesta di conferma della presunta notizia riguardante l’acquisto di circa 25 mila case ad Atene da parte del noto speculatore finanziario Soros,la donna ha risposto affermativamente:

“Sì, è vero, ha comprato queste case. Molte ONG hanno costituito un’mpresa immensa per l’accoglienza dei migranti che, però, una volta arrivati, non sanno dove andare, perché non ci sono spazi e strutture sufficienti per ospitarli. Esiste poi il problema dei trafficanti di esseri umani e degli sciacalli che sfruttano, attraverso lo scambio di denaro e i massicci investimenti nel mercato immobiliare, la condizione dei migranti. Comprano case per questa gente, per poi lasciarle vuote, senza dargliele. Questo giro di soldi immenso entra nelle tasche dei collaboratori di Soros e della sua istituzione. Soros stesso, spesse volte, scrive articoli sui giornali greci per cercare di persuadere i greci che “l’unica soluzione è lasciare spazio a questo nuovo mondo, dove non ci sono differenze di nazionalità, di fede, dove siamo tutti uguali, ecc. E che dobbiamo capire che, se vogliamo sopravvivere, dobbiamo lasciare la sovranità”. Ha scritto esattamente così! È proprio questa la politica del nuovo ordine della globalizzazione, del mondo che rappresenta lui e i suoi dipendenti. E Tsipras e anche Mītsotakīs, naturalmente, lavorano per lui”.

Il video diffuso da Byoblu.com:

fonte: https://www.byoblu.com/2019/05/31/tsipras-il-traditore-giorgia-bitakou-intervistata-da-tiziana-alterio/

Nazifascismo, quelle le stragi impunite per preservare le relazioni italo-tedesche – Decine di migliaia di vittime che non avranno mai giustizia, ancora sacrificate, questa volta all’altare della politica…

 

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Nazifascismo, quelle le stragi impunite per preservare le relazioni italo-tedesche – Decine di migliaia di vittime che non avranno mai giustizia, ancora sacrificate, questa volta all’altare della politica…

Molti, tanti, troppi eccidi dei nazifascisti non sono stati oggetto di alcuna indagine. I casi furono archiviati per non danneggiare le relazioni italo-tedesche. E aspettano ancora giustizia.

Parliamo di circa 5.550 episodi solo in Italia (poi vi è una lunga lista di massacri avvenuti fuori confine), compresi nell’arco cronologico che va dal luglio 1943 al maggio 1945, con oltre 23.000 morti, perlopiù civili, con altissime percentuali di anziani, donne e bambini…

La verità sui crimini nazifascisti ha fatto e fa ancora paura. Non si può spiegare altrimenti quello che è successo al tribunale militare di Roma tra la fine degli Novanta e l’inizio del nuovo secolo e che è raccontato in uno studio della storica Isabella Insolvibile .

Stiamo parlando delle decine di migliaia di italiani (civili e militari) trucidati dai tedeschi e dai fascisti in Italia e all’estero e delle centinaia di processi chiusi per decenni nell’archivio segreto scoperto nel 1994 nelle stanze della procura generale militare. Franco Giustolisi, che per primo ne parlò sull’Espresso, lo definì l’ “Armadio della vergogna” e in un libro con questo titolo ne descrisse nel dettaglio il contenuto.

Nell’armadio della vergogna vi erano 695 fascicoli “archiviati provvisoriamente” nel 1960 e dalle intestazioni capaci di evocare, al solo leggerle, terrore, sangue, morte: Cefalonia, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Fosse Ardeatine… Sono le stragi impunite, nascoste per decenni perché la ricerca dei responsabili non interferisse nella costruzione dei nuovi rapporti italo-tedeschi.

L’armadio venne aperto, molti processi celebrati, decine di condanne all’ergastolo comminate. Sembrava, insomma, che la giustizia avesse fatto qualche passo. Anche se con decenni di ritardo, anche se nessun criminale ha fatto poi un solo giorno di prigione.

Lo scrupoloso lavoro della Insolvibile (Archiviazione “definitiva”, la sorte dei fascicoli esteri dopo il rinvenimento dell’armadio della vergogna, in Giornale di storia contemporanea, XVIII, 1,. 2015) dimostra invece che quell’armadio, in realtà, è rimasto in parte chiuso perché molti fascicoli sono stati aperti solo formalmente per poi essere richiusi frettolosamente, senza reali indagini.

Tra il 1994 e il 1995, dopo la scoperta dell’armadio, le carte vennero mandate alle procure militari competenti ma i processi “sono stati istruiti e si sono svolti perlopiù solo dal 2003 a oggi: su 695 fascicoli rinvenuti, infatti, le più di 300 indagini istruite e portate a compimento sono state effettuate quasi tutte dalla procura militare di La Spezia tra il 2002 e il 2008, da quella di Verona dal 2008 al 2010 e da quella di Roma dal 2010 a oggi. Limitandosi a un computo banale, c’è evidentemente un buco lungo almeno 8 anni, che va dal 1994 al 2002-2003”.

CEFALONIA ARCHIVIATA – La Insolvibile ha concentrato il proprio studio sui cosiddetti “casi esteri”. Sono gli eccidi di militari italiani compiuti dalle truppe tedesche subito dopo l’8 settembre, soprattutto nelle isole greche, nei Balcani, nei campi di prigionia. Il caso più famoso è quello dell’ isola di Cefalonia dove i soldati della divisione Acqui, che si rifiutarono di arrendersi, vennero sterminati. Ed è da Cefalonia, per capire concretamente quello che è successo negli uffici giudiziari militari romani, che parte la Insolvibile. “La documentazione relativa alla strage avvenuta nell’isola ionica”, scrive, “spettava, per competenza, alla procura militare di Roma. A capo di tale procura c’era, fino al 2010, colui che è unanimemente considerato lo “scopritore” dell’archivio segreto, Antonino Intelisano, che rinvenne i fascicoli durante le indagini del 1994 relative al caso Priebke.

L’indagine di Intelisano su Cefalonia partì però solo nel 2007, dopo le sollecitazioni provenienti dalla stampa, da un’assai opinabile decisione della corte di Monaco di Baviera (nel 2006 aveva archiviato l’inchiesta su Cefalonia per prescrizione, ndr) e da un’istanza presentata da alcuni parenti delle vittime”. L’unico indagato, l’allora sottotenente Otmar Mühlhauser, venne rinviato a giudizio nel 2009, ma poco tempo dopo morì e l’indagine condotta dalla procura romana si concluse. “Sarebbe stato solo il successore di Intelisano, Marco De Paolis, a riprendere in mano il caso, includendo sottufficiali e truppa tra i possibili responsabili, e portando finalmente Cefalonia in aula, con la condanna all’ergastolo (in contumacia) del caporale Störk nell’ottobre 2013”.

NOMI SBAGLIATI – Ma Cefalonia, scrive Isabella Insolvibile, non è l’unico caso “a ricevere un’attenzione quanto meno frettolosa e inadeguata”. Ha contato 41 episodi riconducibili ai “casi esteri” e sui quali “era ancora necessaria un’indagine e possibile un processo” in 26 dei quali vi erano “i nomi di alcuni dei presunti responsabili”. Solo per 18 di questi si è tentato un “qualche tipo di indagine” che non ha portato a nulla. Come nel caso delle stragi di Kos (vennero uccisi almeno 89 ufficiali italiani, ndr) e Leros (almeno 12 morti) il cui percorso giudiziario dopo il 1994 è ricostruito dettagliatamente nel saggio. L’allora pubblico ministero militare Intelisano chiede l’archiviazione del fascicolo quasi subito, nel 1995, per prescrizione. Ma il giudice respinge la richiesta ricordando che si tratta di reati imprescrittibili. Dopo otto mesi parte la prima lettera per la Germania con la richiesta, tra l’altro, di individuare un generale, Friedrich Wilhelm Muller , di cui si fornisce un nome errato e di cui era nota l’esecuzione ad Atene nel 1947. Le ricerche, ovviamente, non ebbero esito, e così il 12 ottobre 1999 Intelisano chiede nuovamente l’archiviazione del fascicolo intestato a “Muller Franz Ferdinando” che questa volta venne concessa.

Sorte simile a quella di Kos-Leros anche per gli altri fascicoli sui casi esteri dell’armadio della vergogna di competenza della procura romana e analizzati da Isabella Insolvibile. Le statistiche che si ricavano dalla dettagliata appendice, che analizza i procedimenti uno per uno, dimostrano a sufficienza la “frettolosa e inadeguata attenzione” riservata alle indagini sui massacri dei soldati italiani. I procedimenti per i quali non è stata svolta alcuna attività di indagine (in tutto 22) sono stati archiviati entro il 1996 (ad eccezione di un fascicolo archiviato nel 1999). Gli altri 18, per i quali qualche indagine, del tipo di quelle fatte per Kos e Leros, sono state svolte, sono stati archiviati nel 1999. Ma con una singolare concentrazione dei provvedimenti in pochi giorni. La procura della Repubblica militare chiede l’archiviazione dei 18 procedimenti in 11 giorni: per cinque l’8 ottobre 1999, per otto il 12 e per gli ultimi cinque il 19 ottobre. Il giudice per le indagini preliminari risponde con grande velocità. Archivia 11 procedimenti il 5 novembre, sei il 9 novembre e solo per uno la decisione slitterà al 28 luglio del 2000. Insomma tra l’8 ottobre e il 9 novembre 1999 è come se un’anta dell’armadio della vergogna si fosse richiusa, negando ancora una volta giustizia a migliaia di morti.

AUTORIZZAZIONE NEGATA – Alla procura militare di Roma, dopo l’assegnazione, tra il 1994 e il 1995, dei processi alle procure competenti, non restarono solo i fascicoli sui casi esteri ma anche quelli sulle stragi di centinaia e centinaia di civili massacrati dai nazifascisti nel centro Italia durante il periodo dell’occupazione. Per tentare di capirne la sorte avevo chiesto personalmente e formalmente, al Gip militare di Roma, il permesso di visionare i fascicoli archiviati da anni. La procura militare, guidata adesso da Marco De Paolis, aveva dato parere positivo spiegando che non sussiste “alcun impedimento”. Il gip Isacco Giorgio Giustiniani ha invece rigettato la richiesta perché “generica, relativa alla totalità degli atti, di una serie sostanzialmente indeterminata di procedimenti”. Eppure la richiesta non era per nulla generica, era accompagnata dall’elenco dettagliato dei processi fornito ufficialmente dalla procura. Processi su stragi famose e sanguinose su cui segreti e riservatezza dovrebbero essere spariti da tempo.

Ma cosa è successo alle indagini su queste stragi? Incrociando l’elenco fornito dalla procura e gli atti della commissione parlamentare che indagò sull’occultamento dei fascicoli si capisce facilmente come anche i fascicoli sui “casi italiani” abbiano subito la sorte dei quelli studiati da Isabella Insolvibile. Ricorrono, ad esempio, le stesse date. Il 5 novembre 1999, il giorno in cui il gip firma l’archiviazione di 11 “casi esteri” viene archiviato anche il fascicolo 536 relativo a fatti avvenuti a Capistrello e lo stesso giorno cade il silenzio anche su omicidi commessi a Tagliacozzo, sempre nell’aquilano. Tre anni prima ci fu un altro giorno di grande attività per il gip militare di Roma. Il 18 aprile 1996 archivia senza nessuna attività investigativa, come documenta la Insolvibile, quattro “casi esteri”. Lo stesso giorno, verosimilmente anche in questi casi senza nessuna attività investigativa, torna la pietra tombale sulla strage di Calvi, in Umbria (12 morti), di Tolfa, in provincia di Roma (quattro morti), dell’Aquila (nove morti).

NESSUNA VERITA’ – Tutto questo dimostra che l’archivio segreto scoperto nel 1994, l’armadio della vergogna, alla fine non è mai stato aperto del tutto. In poco più di un lustro quasi un terzo dei fascicoli che vi erano contenuti sono tornati a chiudersi dopo nessuna indagine o dopo indagini come quelle descritte. Proprio come se, davvero, la verità su quei crimini facesse ancora paura e rischiasse di creare tensioni nei rapporti tra Italia e Germania.

Conclude il suo saggio Isabella Insolvibile: “Il lavoro giudiziario che avrebbe dovuto essere fatto sulle stragi riscoperte, avrebbe potuto creare problemi, oltre a rappresentare un onere notevole per uno Stato, il nostro, da sempre a corto di risorse. Si scelse, quindi, di dichiarare la prescrizione e in ogni caso di archiviare, trasformando così una decisione illegale quale quella dell’archiviazione provvisoria in una sentenza storica definitiva, chiusa dal sigillo di una formale legalità”.

tratto da: http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/08/04/news/stragi-nazifasciste-quei-fascicoli-archiviati-dell-armadio-della-vergogna-1.223928

Pignorare i beni tedeschi in Italia per il risarcimento delle vittime del nazismo, che la Germania si è sempre guardata bene di pagare: il caso – sollevato da un avvocato tedesco che risiede in Italia – è ora arrivato in Cassazione

 

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Pignorare i beni tedeschi in Italia per il risarcimento delle vittime del nazismo, che la Germania si è sempre guardata bene di pagare: il caso – sollevato da un avvocato tedesco che risiede in Italia – è ora arrivato in Cassazione

Pignorare i beni tedeschi in Italia per risarcire le vittime del nazismo: il caso in Cassazione

A tentare la strada è Joachim Lau, avvocato tedesco residente in Italia. Il caso nasce all’inizio degli anni ’90 in Grecia e oggi è arrivato fino alla Cassazione italiana.

L’avvocato tedesco ma residente in Toscana Joachim Lau ta muovendo guerra al suo paese per assicurare che Berlino paghi i risarcimenti alle famiglie delle vittime della strage nazista di Distomo: oggi Lau ha portato la causa in Cassazione per portare avanti la procedura esecutiva per i risarcimenti, instaurata presso il tribunale civile di Roma.
Berlino finora è sempre riuscita a evitare i risarcimenti; adesso i parenti delle vittime cercano una sponda dai giudici italiani, tentando l’esecuzione forzata. Tutto comincia con una sentenza del tribunale della città di Livadia (in Grecia), che alla fine degli anni ’90 aveva condannato la Germania a risarcire i familiari di 218 vittime della strage di Distomo, commessa dalla Wehrmacht nel giugno 1944. Quella vittoria in tribunale è però rimasta lettera morta.
“La sentenza – spiega infatti l’avvocato Lau – non era eseguibile in Grecia, in quanto la legge lì prevede che una tale azione debba essere autorizzata dal governo, che però ha fermato l’esecuzione” per questioni attinenti ai rapporti tra i due Paesi e in relazione al forte debito pubblico greco. Un avvocato ha allora portato tutto davanti alla corte di Strasburgo, ma senza successo.
“Nella decisione europea, però” spiega Lau, “c’era scritto che la sentenza di risarcimento poteva essere eseguita in un altro Paese. Abbiamo indagato e abbiamo chiesto e ottenuto il riconoscimento del titolo esecutivo greco in Italia e con questo titolo abbiamo pignorato i crediti della ferrovia tedesca Deutsche Bahn nei confronti delle ferrovie italiane, milioni che le due società ripartiscono dalla vendita dei biglietti”.
Si è scelto l’Italia perché la Corte costituzionale nel 2014 ha dichiarato incostituzionale la legge che (recependo una decisione della Corte internazionale dell’Aia) aveva bloccato ogni esecuzione contro la Germania, aprendo alla causa per risarcimento. In gioco ci sono 50 milioni di euro e Lau ha seguito la strada della procedura esecutiva presso il tribunale di Roma, ora interrotta perché la Deutsche Bahn ha presentato ricorso in Cassazione, ritenendo illegittimo il procedimento.
Nell’udienza, tenuta questa mattina davanti alla Terza sezione civile della Cassazione, fa sapere il legale, la procura generale ha chiesto di respingere il ricorso tedesco. E se la Suprema Corte dovesse decidere allo stesso modo, non sarebbe la vittoria finale ma significherebbe che il procedimento di esecuzione può continuare. Un nuovo piccolo colpo per abbattere il muro. Il verdetto si conoscerà solo nelle prossime settimane, con le motivazioni.
“Questo è un processo pilota – osserva Lau – ci sono altre sentenze in attesa del procedimento esecutivo, ma è difficile individuare il patrimonio tedesco in Italia e una delle possibilità è la Deutsche Bahn, perché secondo la Costituzione tedesca, le ferrovie fanno parte del patrimonio della Germania federale”.
A Roma è venuto anche il neo sindaco di Distomo, Iannis Stathas, ex deputato di Syriza, a testimoniare l’importanza dei risarcimenti per la sua comunità: “Vogliamo che sia resa giustizia alle vittime contro tutti quelli che hanno perpetrato crimini contro l’umanità, a prescindere da quanto tempo sia passato. Siamo cresciuti nel ricordo di queste stragi e diciamo ‘mai più fascismo, mai più nazismo’. Vogliamo che la sentenza sia positiva anche per dare un segnale a nuovi rigurgiti fascisti”.

fonte: https://www.globalist.it/economy/2019/06/25/pignorare-i-beni-tedeschi-in-italia-per-risarcire-le-vittime-del-nazismo-il-caso-in-cassazione-2043403.html

L’economista Prof. Antonio Maria Rinaldi: “La Germania non ha mai dato una lira all’Italia, mentre gli italiani hanno sanato i buchi delle banche tedesche e francesi”

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L’economista Prof. Antonio Maria Rinaldi: “La Germania non ha mai dato una lira all’Italia, mentre gli italiani hanno sanato i buchi delle banche tedesche e francesi”

“Posso fare un commento alla stampa tedesca? Io sarei molto più preoccupato non tanto come italiano, quanto come tedesco, della situazione ad esempio della Deutsche Bank ma perché lo dicono loro”.

Così l’economista Antonio Maria Rinaldi intervenendo ad “Agorà”, su Raitre, giovedì scorso.

“Poi vorrei anche sottolineare una cosa – ha proseguito – è stato detto, per l’ennesima volta, che i tedeschi hanno paura di perdere soldi per l’Italia, vorrei tranquillizzare gli amici tedeschi che la Germania, nell’ambito dell’Unione Europea, non ha mai speso e mai dato una sola lira all’Italia”.

“Hanno paura di perdere soldi per darli all’Italia, non hanno dato neanche una lira, lo posso garantire” ha ribadito l’economista.

“Il problema è un altro, perché i soldi nel caso li hanno dati gli italiani per sanare i buchi delle banche tedesche e francesi con i fondi ‘salva stati’ e questo è un dato di fatto e lo dice anche D’Alema giustamente” ha spiegato.

“Quindi nel caso, siamo preoccupati noi del loro sistema bancario, perché fino ad adesso chi ha tirato fuori i soldi siamo stati noi e quindi i tedeschi non hanno tirato fuori una lira, si sappia, si documenti” ha concluso.

Qui il video

 

 

 

Migranti, quelli rispediti in Italia da Germania e Ue sono più di quelli che sbarcano… Cortesemente, qualcuno glie lo va a spiegare al nostro Ministro degli Interni…?

 

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Migranti, quelli rispediti in Italia da Germania e Ue sono più di quelli che sbarcano… Cortesemente, qualcuno glie lo va a spiegare al nostro Ministro degli Interni…?

 

Migranti, quelli rispediti in Italia da Germania e Ue sono più di quelli che sbarcano

Secondo la convenzione di Dublino, i migranti devono chiedere asilo nel primo paese di sbarco, rimanendovi per tutta la durata della procedura. In base a questo regolamento la Germania rispedisce in Italia sempre più migranti che riescono ad attraversare il confine a nord. E i migranti rispediti in Italia sono più di quelli che sbarcano sulle coste del nostro Paese.

Da gennaio a inizio maggio 2019 la Germania avrebbe rispedito in Italia centinaia di migranti che, dopo essere sbarcati sulle coste italiane, avevano attraversato il confine raggiungendo l’Europa centrale. Lo scorso anno Berlino avrebbe trasferito 2.848 persone in Italia, in base alle procedure stabilite dal regolamento di Dublino, per cui un richiedente asilo deve inoltrare la sua domanda di protezione internazionale nel primo paese di arrivo. Per questo motivo, i migranti rispediti nel primo paese di sbarco vengono definiti “Dublinanti”.

Non si tratta solamente della Germania. A quanto riporta il Sole 24 Ore, citando fonti confermate anche dal ministero dell’Interno tedesco, anche Austria e Francia rimanderebbero in Italia un numero di migranti ancora più alto rispetto a quelli che sbarcano direttamente nel nostro Paese. Spesso queste persone vengono intercettate verso il confine a Ventimiglia o a Bolzano e costrette a tornare indietro. Una pratica legittima secondo la normativa di Dublino.

La maggior parte dei migranti torna in Italia
Berlino ha deciso di rendere noti questi numeri in seguito ad un’inchiesta, pubblicata sul Suddeutsche Zeitung lo scorso gennaio, e alle pressioni della deputata di Linke, Ulla Jelpke. Secondo il giornale, da gennaio a novembre 2018, su circa 51.558 casi presi in esame, il governo federale ha richiesto ad altri Paesi dell’Unione europea di riaccogliere i migranti arrivati in Germania da altri Stati membri, e almeno 35.375 domande sono state accettate, come previsto dai trattati. In Italia sarebbe rientrato un migrante espulso su tre. A quanto rimarca il giornale, il numero dei richiedenti asilo che vengono allontanati dalla Germania è in aumento, passando da un 15,1% nel 2017 a un 24,5% nel 2018.

Tensioni fra Roma e Berlino
La scorsa estate, il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer aveva fatto pressione su Italia e Grecia affinché accogliessero nuovamente i migranti che si erano registrati in prima istanza all’interno dei loro confini. Ad ottobre 2018 le tensioni fra Berlino e Roma era salite, in quanto il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini aveva deciso di bloccare i voli che dalla Germania riportavano indietro i “Dublinanti”. Il Viminale aveva affermato che “la programmazione di questi voli non è frutto di accordi politici sottoscritti dall’attuale governo”.

In quell’occasione la Repubblica aveva spiegato che, per questioni di ordine e sicurezza, normalmente si programmano al mese due voli di questo tipo, trasferendo circa 50 migranti in totale, ma che la Germania aveva iniziato ad utilizzare anche voli di linea per mandare indietro un numero di richiedenti asilo sempre maggiore. “Sono già 2.300 i migranti rispediti indietro dalla Germania e, con le riammissioni programmate, a fine anno il numero potrebbe arrivare a 4.000, raddoppiando la cifra totale dello scorso anno. Un’accelerazione su cui il ministro dell’Interno tedesco Seehofer punta molto in vista delle elezioni di domenica prossima”, aveva scritto il giornale.

continua su: https://www.fanpage.it/migranti-quelli-rispediti-in-italia-da-germania-e-ue-sono-piu-di-quelli-che-sbarcano/
http://www.fanpage.it/

 

 

fonte: https://www.fanpage.it/migranti-quelli-rispediti-in-italia-da-germania-e-ue-sono-piu-di-quelli-che-sbarcano/

 

 

Gli smemorati di Berlino (tutti i debiti che la Germania non ha mai pagato)

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Gli smemorati di Berlino (tutti i debiti che la Germania non ha mai pagato)

La Germania, che fa tanto la moralizzatrice con gli altri Paesi europei, è andata in default due volte in un secolo e le sono stati condonati i debiti di due guerre mondiali per consentirle di riprendersi. Fra i Paesi che le hanno condonato i debiti, la Grecia, prima di tutto, che pure era molto povera, e l’Italia.

Dopo la Grande Guerra, John Maynard Keynes sostenne che il conto salato chiesto dai Paesi vincitori agli sconfitti avrebbe reso impossibile alla Germania di avviare la rinascita. L’ammontare del debito di guerra equivaleva, in effetti, al 100% del Pil tedesco. Fatalmemte, nel 1923 si arrivò al grande default tedesco, con l’iperinflazione che distrusse la repubblica di Weimar. Adolf Hitler si rifiutò di onorare i debiti, i marchi risparmiati furono investiti per la rinascita economica e il riarmo, concluso, come si sa, con una seconda guerra, ben peggiore, in seguito alla quale a Berlino si richiese un secondo, enorme quantitativo di denaro da parte di numerosi Paesi. L’ammontare complessivo aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari (di allora!)

La Germania sconfitta non avrebbe mai potuto pagare i debiti accumulati in due guerre, peraltro da essa stessa provocate.

Mentre i sovietici pretesero e ottennero il pagamento della somma loro spettante, fino all’ultimo centesimo, ottenuta anche facendo lavorare a costo zero migliaia di civili e prigionieri, il 24 agosto 1953 ben 21 Paesi, Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Repubblica francese, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Unione Sudafricana e Jugoslavia, con un trattato firmato a Londra le consentirono di dimezzare il debito del 50%, da 23 a 11,5 miliardi di dollari, dilazionato in 30 anni. In questo modo, la Germania poté evitare il default, che c’era di fatto. L’altro 50% avrebbe dovuto essere rimborsato dopo l’eventuale riunificazione delle due Germanie, ma nel 1990 l’allora cancelliere Kohl si oppose alla rinegoziazione dell’accordo, che avrebbe procurato un terzo default alla Germania. Italia e Grecia acconsentirono di non esigere il dovuto.

Nell’ottobre 2010 la Germania ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato del 1953 con il pagamento dell’ultimo debito per un importo di 69,9 milioni di euro.

Senza l’accordo di Londra che l’ha favorita come pochi, la Germania dovrebbe rimborsare debiti per altri 50 anni. E non ci sarebbe stata la forte crescita del secondo dopoguerra dell’economia tedesca, né Berlino avrebbe potuto entrare nella Banca Mondiale, nel Fondo Monetario Internazionale e nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Quindi: che cos’ha da lamentare la Merkel, dal momento che il suo Paese ha subito e procurato difficoltà ben maggiori e che proprio dall’Italia e dalla Grecia ha ottenuto il dimezzamento delle somme dovute per i disastri provocati con la prima e la seconda guerra mondiale? La Grecia nel 1953 era molto povera, aveva un grande bisogno di quei soldi, e ne aveva sicuramente diritto, perché aggredita dalla Germania. Eppure… Perché nessun politico italiano ricorda ai tedeschi il debito non esigito?

Roberto Schena su Informare per resistere

…E questa volta i crucchi dovranno pagare – Rivelati da Codacons i risultati della perizia ordinata dal Tribunale di Verona su Dieselgate Volkswagen “Manipolazione accertata, porta aperta ai risarcimenti”

 

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…E questa volta i crucchi dovranno pagare – Rivelati da Codacons i risultati della perizia ordinata dal Tribunale di Verona su Dieselgate Volkswagen “Manipolazione accertata, porta aperta ai risarcimenti”

Dieselgate: «Manipolazione accertata, porta aperta ai risarcimenti»

Sono stati rivelati da Codacons i risultati della perizia ordinata dal Tribunale di Verona in merito allo scandalo che ha investito la Volkswagen

Sono stati rivelati da Codacons risultati della perizia ordinata dal Tribunale di Verona in merito al processo Dieselgate, lo scandalo che ha investito la Volkswagen. La casa automobilistica che in Italia ha sede a Verona è accusata di aver falsificato le emissioni di alcune auto alimentate a diesel e nella causa il Codacons è parte offesa in rappresentanza di alcuni automobilisti italiani.

L’incidente probatorio si è concluso con il riconoscimento indiscutibile da parte dei periti nominati dal Tribunale dell’esistenza di un dispositivo di manipolazione in tutte le autovetture sequestrate – ha fatto sapere il Codacons – Si tratta di una modalità di intervento sul funzionamento del motore, classificata come illegale.
In alcuni modelli di autovettura è stato osservato un aumento dei consumi evidente anche se non quantificabile con totale accuratezza dopo i richiami eseguiti dalla Volkswagen. Ed è anche emersa nella discussione, a fronte delle domande dei legali Codacons, la possibilità che le operazioni di richiamo messe in atto dalla casa automobilistica possano avere conseguenze negative sulla affidabilità, in termini di maggiore frequenza di guasti e di un aumento dei costi di manutenzione a carico dei proprietari.
Grazie a questa perizia si apre ora la strada ai risarcimenti in favore dei proprietari delle auto coinvolte nello scandalo, poiché è stata accertata in modo definitivo la manomissione delle emissioni e, quindi, il danno subito dagli automobilisti.

Automobilisti che possono costituirsi parte civile nel procedimento penale attraverso i moduli messi a disposizione sul sito www.codacons.it.

fonte: http://www.veronasera.it/attualita/dieselgate-codacons-risarcimenti-28-marzo-2019.html

 

Ma la volete sapere la verità? I governi tedeschi, quelli che si ergono a giudici implacabili contro la Grecia, NON HANNO MAI PAGATO I LORO DEBITI !!

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Ma la volete sapere la verità? I governi tedeschi, quelli che si ergono a giudici implacabili contro la Grecia, NON HANNO MAI PAGATO I LORO DEBITI !!

 

I governi tedeschi, quelli che si ergono a giudici implacabili contro la Grecia e che cercano di destabilizzarla per impedire il referendum popolare, sono specialisti nel non pagare i loro debiti. Lo hanno già fatto tre volte nel corso dell’ultimo secolo. La prima volta dopo la Prima guerra mondiale, la seconda nel 1953 e la terza nel 1990 dopo la riunificazione. Vediamo brevemente.

Nel 1923 l’iperinflazione portò alla totale perdita di valore della moneta tedesca, al default e all’interruzione del pagamento del Debito che il governo tedesco stava pagando per le riparazioni di guerra. Il piano statunitense (Daves), che impose nel 1924 una nuova moneta, previde che i tedeschi avrebbero potuto onorare i loro debiti emettendo un prestito obbligazionario da collocare sul mercato della finanza mondiale per una somma totale di 800 milioni di marchi oro. Si trattò a tutti gli effetti di un enorme prestito internazionale dato ai tedeschi per permettergli di pagare il debito.

Nel 1928 avvenne però anche una ricontrattazione del debito, con la riduzione delle quote da pagare e un enorme allungamento dei tempi di restituzione a 60 anni! (Piano Young).

Nel 1933. Dopo aver vinto le elezioni, i nazisti smisero di pagare i debiti e le riparazioni dovute. Negli anni successivi cominciarono ad invadere i loro vicini, non dimenticando mai, appena arrivati, di svuotare le casseforti degli altri.

Nel 1953, dopo la Seconda guerra mondiale, la Germania ha nuovamente battuto cassa per non pagare il suo debito. Il 27 febbraio 1953, la conferenza di Londra, ha infatti deciso l’annullamento di circa i due terzi del debito tedesco (62,6%). Il debito di prima della guerra è stato ridotto da 22,6 a 7,5 miliardidi marchi e il debito del dopoguerra è stato ridotto da 16,2 a 7 miliardi di marchi. Oltre al taglio del debito la Germania ottenne anche un forte dilazionamento: oltre 30 anni di tempo per pagare la quota di debito rimanente. L’accordo è stato firmato dalla repubblica federale tedesca con 22 Paesi, tra cui la Grecia.

La conferenza di Londra aveva però messo una clausola: la parte di debito relativo ai danni provocati dalla guerra veniva posticipato ad un ipotetico periodo futuro nel caso in cui si fosse verificata la riunificazione della Germania.

Nel 1990, quando vi è stata la riunificazione, la Germania non tenuto in alcun conto i suoi impegni presi nella conferenza di Londra del 1953 riguardo alle riparazioni di guerra. Il Cancelliere di allora, Helmut Kohl, si è rifiutato di applicare l’accordo di Londra del 1953 sui debiti esterni della Germania là dove veniva previsto che le le riparazioni destinate a rimborsare i disastri causati durante la seconda guerra mondiale dovevano essere versati alla riunificazione. Qualche acconto è stato versato ma si tratta disomme minime. La Germania non ha regolato i suoi conti dopo il 1990, ad eccezione delle indennità versate ai lavoratori forzati. I soldi prelevati con la forza nei paesi occupati durante la seconda guerra mondiale e i danni legati all’occupazione non sono stati rimborsati a nessuno. Tantomeno alla Grecia.

Da notare che i nazisti, al tempo dell’occupazione militare, hanno imposto alla Grecia il pagamento dei costi della loro occupazione. Insomma non solo hanno distrutto e ucciso, ma hanno letteralmente saccheggiato il Paese… Tenuto conto dell’inflazione dopo il 1945, la Germania ha un enorme debito con la Grecia che è stato calcolato in 162 miliardi di euro. Non proprio noccioline….

Questi sono i governanti tedeschi, che si ergono ad autorità morale contro il popolo greco e il suo governo. Governano una nazione che è stata rimessa in piedi dal Piano Marshall dopo che aveva scatenato una guerra, distrutto il continente e fatto decine di milioni di morti. Una nazione, un governo e un popolo che non hanno mai pagato i propri debiti e che proprio grazie a questo e agli aiuti sono potuti ridiventare una potenza mondiale. E’ bene ricordarglielo mentre stanno cercando di assassinare il popolo greco per la seconda volta.

 

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/06/29/grexit-i-governi-tedeschi-non-hanno-mai-pagato-i-loro-debiti/1824300/

20 anni di Euro: vincitori e vinti …E provate ad indovinare chi c’è tra i “vinti”, all’ultimo posto tra i “vinti”…!

 

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20 anni di Euro: vincitori e vinti …E provate ad indovinare chi c’è tra i “vinti”, all’ultimo posto tra i “vinti”…!

 

Pubblichiamo ora integralmente lo studio del Centre for European Policy di cui avevamo dato notizia il 26 febbraio nell’articolo di Giuseppe Masala “la non valutabilità della Tragedia dell’Euro” e quindi in quello di Francesco Piccioni, ringraziando Francesco Spataro per la traduzione.

Lo studio in questione non ha trovato molto spazio nei media italiani, per lo meno in quelli principali, se non per dar conto di polemiche tra economisti sul metodo utilizzato.

Scelta curiosa,  certamente, perché il Cep non è un istituto secondario dove magari si annidano “sovranisti populisti” intenti a fabbricare fake news. Al contrario, è un seriosissimo think tank tedesco che si è dato il compito di analizzare i progetti di legge e la legislazione dell’Unione Europea sulla base dei criteri fissati dall’ordoliberismo in materia di “libero mercato”. Insomma, vi si può trovare qualche espressione di soddisfazione per il risultato raggiunto, non certo indignazione per il saccheggio operato ai danni di alcuni paesi.

Per i non addetti ai lavori in teoria economica: l’ordoliberismo “è una variante del pensiero socio-liberale nata e sviluppata dalla scuola economica di Friburgo: l’ordoliberalismo si basa sul presupposto che il libero mercato ed il laissez faire da soli non risultano in grado di garantire l’equità sociale e che senza di essa i singoli individui non possono operare in condizioni di pari opportunità; lo Stato, pertanto, deve tutelare la proprietà privata, la libera iniziativa privata e deve assicurare un livello minimo ed universale di protezione sociale, in tal modo facendosi garante del fatto che ogni cittadino possa effettivamente godere di un pari trattamento di fronte alla legge“.

Establishment tedesco puro, insomma, tanto che si usa definire ordoliberale lo stesso impianto dei trattati costitutivi dell’Unione Europea. A riprova, l’istituto è attualmente guidato da  Lüder Gerken, presidente del comitato esecutivo dello Stiftung Ordnungspolitik and the Friedrich-August-von-Hayek Foundation. Il consiglio direttivo riunisce economisti ed ex ministri o ex commissari della Ue, come Roman HerzogLeszek BalcerowiczFrits BolkesteinUdo Di FabioJürgen Stark, Holger Steltzner and Hans Tietmeyer. Il Gotha della Ue, insomma…

Di certo ricorderete almeno Bolkestein che, da Commissario al mercato interno della Ue, fu l’autore della famosa “direttiva” Ue che avrebbe permesso – se non fosse stata respinta – di pagare un lavoratore straniero (anche se “comunitario”) assunto in un qualsiasi paese Ue secondo lo standard salariale del paese di origine. In Francia la sua direttiva divenne occasione di una ferocissima e anche spassosissima polemica pubblica contro l’”invasione degli idraulici polacchi” che ne sarebbe derivata…

Dunque, se un istituto che più “europeista” e germanocentrico non potrebbe essere pubblica uno studio in cui si spiega, dati alla mano, che la Germania è il paese che più ha guadagnato dall’introduzione dell’euro, mentre Francia e Italia quelli che ci hanno rimesso di più, in termini di ricchezza, vuol dire che le cose stanno davvero così. Al massimo potrebbero essere rimproverati di scarso senso dell’opportunità, visto che un studio del genere rischia di diventare benzina sul fuoco della propaganda in vista delle elezioni europee.

Non a caso, nelle “conclusioni” dedicate al percorso di ciascun paese, segue sempre l’indicazione tipica degli euroburocrati di Bruxelles: proseguire con il percorso di riforme strutturali per aumentare la competitività senza mai aumentare le perdite economiche.

Ma sapete come sono certi tecnocrati, sono così convinti di essere superiori e strapotenti, che se ne fottono dell’opportunità, anche quando confessano – anzi: rivendicano – di esser stati autori di una rapina che sarebbe stato più vantaggioso, per loro, nascondere. I media italici si sono impegnati a fare proprio questo, per evidente paura di incrementare l’ostilità pubblica contro Ue e moneta unica.

Noi, ovviamente, no. Anzi sollecitiamo tutti i compagni – a partire da quelli che ancora pensano che “la Ue sbaglia in molte cose, ma meglio che i nazionalismi”, oppure che “il problema sono alcuni trattati, non l’euro” – a studiarsi questo report e tutti i grafici (almeno quelli relativi a Germania, Francia e Italia). Potranno così evitare di essere pesantemente sbugiardati per manifesta ignoranza o, al contrario, di essere ringraziati dall’establishment per lo stesso motivo.

Perché la domanda da porsi, semplicissima, è: anche nell’eventualità onirica che una “coalizione di estrema sinistra” vinca le elezioni politiche con più del 51%, come diavolo faresti a mettere in atto politiche di miglioramento delle condizioni di vita mantenendo però una moneta che brucia sistematicamente quote rilevanti di ricchezza prodotta?

Buona lettura.

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20 anni di Euro: vincitori e vinti

Uno studio empirico

Febbraio 2019

Tabella 1

A 20 anni dalla sua introduzione l’Euro rimane una misura monetaria controversa. Il CEP ha usato il metodo di controllo sintetico per esaminare quali sono paesi che hanno guadagnato e quali hanno perso dal momento della sua introduzione come moneta unica.

  • La Germania ha guadagnato in assoluto più degli altri paesi dall’introduzione dell’Euro; quasi 1.900 miliardi fra il 1999 ed il 2017. Equivale ad € 23.000 per abitante. Esaminando gli altri casi, soltanto i Paesi Bassi hanno ricavato benefici sostanziali dall’introduzione della moneta unica.
  • Nei primissimi anni subito dopo la sua introduzione, la Grecia guadagnò enormemente, ma dal 2011 ha subito solo ingenti perdite. Durante l’intero periodo il bilancio finale di 2 miliardi di Euro e di € 190 pro-capite è a stento positivo.
  • In tutti gli altri Paesi analizzati a causa dell’Euro c’è stato un calo della ricchezza: 3,6 miliardi di Euro in Francia, fino ad arrivare all’Italia con una perdita di € 4.3 miliardi. Se ragioniamo per singolo abitante abbiamo una perdita pro capite di € 56,000 in Francia e di € 74.000 in Italia.

 

1 — INTRODUZIONE

Quest’anno l’Euro celebra il suo ventesimo compleanno; è dal 1° gennaio 1999, infatti, che è stato adottato come moneta unica dalla BCE. Alle commemorazioni per ricordare questo evento è stata però messa la sordina per effetto della crisi che la moneta sta subendo e che continua a covare sotto la cenere.

La crisi dell’Euro è iniziata in Grecia alla fine del 2009, ma subito dopo ha travolto numerose altri paesi dell’eurozona. All’apice di questa crisi, a metà del 2012, 5 dei 17 paesi appartenenti allora all’eurozona — Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Cipro — hanno avuto bisogno di un aiuto finanziario. Con il contributo dei fondi di assistenza espressamente creati (EFSM, EFSF ed ESM) e di prestiti bilaterali, questi paesi ricevettero rispettivamente, € 261,9 mld la Grecia, l’Irlanda € 45 mld, la Spagna € 41,3 mld, il Portogallo € 50,3 mld e Cipro € 6,3 mld.

Le preoccupazioni si ridussero solo il 26 luglio 2012, quando Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, promise che durante il suo mandato avrebbe fatto il possibile per tutelare l’Unione Monetaria: “Durante il nostro mandato, la BCE è pronta a fare qualsiasi tentativo necessario a preservare l’Euro.” (1) Con questa dichiarazione era stata appena scongiurata una dissoluzione dell’Euro.

Sebbene il Presidente Draghi sia stato capace di rassicurare tutti gli operatori finanziari dei mercati globali, questa promessa non riuscì a fare nulla per cambiare i principali problemi dell’eurozona. In particolare rimase senza soluzione il problema legato alle differenze di competitività tra i paesi dell’area.

Il problema nasce dal fatto che i singoli paesi dell’eurozona non sono stati più in grado di svalutare la propria moneta per rimanere competitivi a livello internazionale, un metodo usato comunemente prima dell’introduzione della moneta unica. Da quel momento l’erosione della competitività internazionale porta ad una crescita economica minore, e di contro ad un aumento della disoccupazione simultaneo ad un crollo del gettito fiscale. In particolare Italia e Grecia si trovarono a registrare notevoli difficoltà dovute al fatto, come si diceva, di non poter svalutare la propria moneta.

Nella pratica, questa tendenza ha portato ad una riflessione su pro e contro della moneta unica in ogni paese dell’eurozona. Da un lato i cittadini di alcuni paesi lamentano difficoltà per la scarsa crescita economica ed un alto tasso di disoccupazione, dall’altro la popolazione di altri paesi dell’eurozona critica l’intervento di Draghi ed il fatto che il sostegno finanziario li faccia sentire responsabili per i paesi in difficoltà. Venti anni dopo la sua introduzione la questione dell’euro è pertanto più controversa che mai.

Mancano ancora parecchi dati empirici attendibili riguardanti i paesi che hanno guadagnato dall’introduzione dell’euro e quelli che invece ne sono usciti sconfitti; sebbene siano stati pubblicati diversi studi sulla validità dell’Euro come incentivo al commercio fra i paesi dell’eurozona (2) i risultati non sono così netti. Inoltre, concentrarsi esclusivamente sugli scambi commerciali getta luce solo su un aspetto poco rilevante dell’introduzione dell’Euro, mentre viene trascurato il fatto che gli svantaggi maggiori dell’introduzione della moneta unica nascono proprio dal fatto che i paesi dell’eurozona non possono più svalutare la propria moneta.

Un indicatore significativo per capire se la moneta unica ha, nel complesso, portato ad una crescita o ad una flessione in termini di ricchezza e benessere per i singoli paesi della zona euro è l’andamento del PIL pro-capite della popolazione. Questo infatti è alla base dell’analisi empirica che segue, nella quale il metodo del controllo sintetico viene utilizzato nei confronti dei paesi dell’eurozona selezionati per determinare come il PIL pro-capite si sarebbe evoluto se questi non avessero aderito all’eurozona.

Mettendo a confronto questo dato con la tendenza attuale del PIL pro-capite si dimostra l’impatto che ha avuto sulla ricchezza l’adesione all’Euro. L’analisi può essere condotta anche solo nei confronti dei paesi della zona euro nei quali c’è stato un lungo gap, un intervallo fra l’accesso alla UE e l’introduzione della moneta unica, dato che questo è il solo modo per essere sicuri che il risultato dell’analisi non sia stato alterato dall’annessione alla UE e al suo mercato interno.

L’analisi è perciò stata condotta solo con riferimento a Belgio, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna. Sebbene, come membri fondatori dell’Unione Europea, abbiano un intervallo congruo tra l’accesso alla UE e l’introduzione dell’Euro anche Lussemburgo ed Irlanda, i dati disponibili non permettono un risultato attendibile per questi ultimi due Paesi. (3)

La sezione 2 contiene una breve nota esplicativa su cosa è il metodo di controllo sintetico. La sezione 3 fornisce una sintesi degli effetti che l’introduzione della moneta unica ha avuto sulla ricchezza dei Paesi appartenenti alla zona euro esaminati. La sezione 4, infine, contiene il profilo, specificando gli effetti dell’introduzione dell’Euro nell’ intervallo che va dal1999 al 2007, di questi ultimi Paesi.

 

2 — METODOLOGIA: IL METODO DI CONTROLLO SINTETICO

La domanda che ci si è posti è stata: quanto sarebbe stato elevato il PIL pro-capite di uno specifico paese della zona euro se quello stesso paese non avesse introdotto la moneta unica a suo tempo?A questa domanda si è risposto con gli strumenti del metodo di controllo sintetico.(4)

Il metodo permette di quantificare gli effetti di una misura politica – in questo caso l’introduzione dell’Euro — in base ad una valutazione specifica, in questo caso il PIL nazionale pro-capite.(5) Usando il metodo di controllo sintetico, l’andamento reale del PIL pro-capite di un paese dell’eurozona può essere messo a confronto con un andamento ipotetico, supponendo che il paese in esame non abbia introdotto la moneta unica (scenario controfattuale).

Lo scenario controfattuale, o alternativo, è generato estrapolando l’evoluzione del PIL pro-capite in quei paesi che non aderirono all’Euro e che negli anni precedenti avevano segnalato orientamenti economici molto simili a quelli dei paesi dell’eurozona presi in considerazione, il cosiddetto gruppo di controllo.

Un algoritmo assegna uno specifico coefficiente detto di correzione (da 0% a 100%) ad ogni paese del gruppo di controllo al fine di ottenere la migliore fotografia del paese, assunto che la somma dei coefficienti correttori sia 100%. A tal proposito, gli specifici coefficienti di correzione sono selezionati in modo tale che la media ponderata dell’andamento del PIL pro-capite dei paesi del gruppo di controllo richiami il più possibile la tendenza del PIL pro-capite del paese della zona euro prima dell’introduzione della moneta unica.(6) I coefficienti di correzione non si basano su valutazioni di verosimiglianza, ma sono determinati attraverso un processo di ottimizzazione econometrico.

Il metodo di controllo sintetico è migliore di altri metodi che usano come strumento di confronto solo un singolo paese della zona non-euro, perché le probabilità di ottenere un andamento comparabile per il periodo antecedente l’introduzione dell’euro, e dunque uno scenario controfattuale, alternativo per il periodo seguente, sarebbe di gran lunga superiore se, piuttosto che un solo paese, venisse preso in considerazione l’insieme di diversi paesi, a ciascuno dei quali sia stato dato un differente coefficiente di correzione.

Determinare una media ponderata del gruppo di controllo è l’asse portante del metodo di controllo sintetico. Include due fasi: la prima è selezionare i paesi nel mondo che andranno a costituire ilgruppo di controllo per ogni singolo paese dell’eurozona; i paesi devono soddisfare i seguenti requisiti:

Punto uno, devono essere paesi che durante l’intero periodo di riferimento — dal 1980 al 2017 — non sono stati interessati da importanti shocks nazionali specifici che potrebbero distorcere i risultati. Secondariamente, non possono appartenere all’eurozona e, terzo il PIL pro-capite negli anni precedenti l’introduzione dell’Euro (cosiddetto periodo pre-adesione) di un paese del gruppo di controllo non può divergere significativamente dal PIL del paese dell’eurozona cha va ad esaminare (sia verso l’alto che verso il basso). (7)

Questa condizione assicura che i paesi con un livello di sviluppo significativamente alto o basso non distorcano i risultati per lo scenario controfattuale.

Più lungo sarà il periodo di pre-adesione scelto, più affidabili saranno i risultati. Riferiamo i nostri calcoli nel periodo che va dal 1980 al 1996. Suona strano che, terminando la forbice di tempo nel 1996, il tasso di conversione sia stato fissato improrogabilmente non prima del 1 gennaio 1999, tre anni dopo. Si può ipotizzare, o quantomeno non escludere che a causa dell’imminente introduzione dell’Euro gli operatori di mercato avessero già cambiato atteggiamento prima del 1999. (8)

Infine la terza condizione: i gruppi di controllo per i vari paesi dell’eurozona presi in esame sono costituiti ciascuno da paesi differenti e sono qui riportati nell’Allegato.

Il secondo passo è determinare un coefficiente, fra 0% e 100% per ogni paese nel gruppo di controllo, utilizzando un algoritmo econometrico, così che la media ponderata del gruppo di controllo riproduca nel modo più accurato possibile la tendenza del PIL pro-capite nel paese dell’eurozona preso in esame, prima dell’introduzione della moneta unica.

Più grande sarà la corrispondenza tra un paese nel gruppo di controllo e quello preso in esame nell’eurozona prima dell’introduzione dell’Euro, più grande sarà il suo coefficiente. Per ottenere il coefficiente, anzitutto viene comparato l’andamento del PIL pro-capite nei paesi del gruppo di controllo (prezzi stabiliti dal 2010 in US $)(9) con quello dei paesi dell’eurozona presi in esame; in un secondo momento viene tenuto conto di dati economici aggiuntivi con grande influenza sul PIL pro-capite; e specificatamente il tasso di inflazione, la produzione industriale e quella del comparto dell’edilizia (in % di PIL), la formazione di capitale fisso (in % di PIL) e le importazioni ed esportazioni totali di materie prime e servizi (in % di PIL).(10)

Nell’interpretare i risultati si deve considerare che il metodo di controllo sintetico presuppone implicitamente che né il paese dell’eurozona preso in esame, né i paesi corrispondenti del gruppo di controllo con un coefficiente < di 0 abbiano adottato, dopo l’introduzione dell’Euro, delle riforme per accrescere il PIL pro-capite, né abbiano preso misure per ridurlo.

Raramente questa ipotesi è vera, ma comunque non invalida il metodo di controllo sintetico: punto uno, i risultati risultano così fondati che nessuna timida riforma avrebbe potuto metterli in discussione e, in secondo luogo, in caso di riforme sostanziali, dipende da come sarebbero state attuate. Ad esempio, se un paese dell’eurozona preso in esame avesse realizzato una riforma sostanziale che avrebbe incrementato il PIL pro-capite dopo l’introduzione dell’Euro, ma i paesi nel gruppo di controllo non lo avessero fatto, in linea di principio si sarebbe tradotto in una sovrastima dei benefici dell’introduzione della moneta unica.

L’esperienza ha comunque dimostrato che, di fatto era l’Euro stesso che stimolava alcuni paesi dell’eurozona ad attuare riforme che, con tutta probabilità, in altre condizioni, non avrebbero mai attuato. Ovviamente in questo caso il risultato non risulterebbe alterato dall’attuazione o meno di una riforma che dir si voglia.

 

3 — SINTESI DEI RISULTATI SUGLI EFFETTI DELL’INTRODUZIONE DELL’EURO

Per ciascuno dei paesi dell’eurozona presi in esame, la Tabella 1 indica in Euro quanto sarebbe stato minore o maggiore il PIL pro-capite nel 2017 (colonna 2) e quello complessivo (colonna 3), se la moneta unica non fosse stata introdotta.

Tab.1: Effetti dell’introduzione dell’Euro sul PIL nel 2017

Nel 2017, fra tutti i paesi dell’eurozona presi in esame, soltanto la Germania ed i Paesi Bassi hanno guadagnato con l’introduzione della moneta unica. In Germania il PIL complessivo salì fino a 280 miliardi e quello pro-capite ad € 3.390. L’Italia invece ci ha rimesso più di tutti. Con l’avvento dell’Euro il PIL italiano ha perso 530 miliardi, che corrisponde ad una perdita di quello pro-capite di € 8.756. Anche in Francia l’Euro ha portato ad una significativa perdita di ricchezza: 374 miliardi sul PIL complessivo, che corrisponde ad € 5.570 di quello pro-capite.

La Tabella 2 mostra gli effetti dell’introduzione dell’Euro sulla ricchezza pro-capite (colonna 2) e complessiva (colonna 3) sull’intero periodo che va dall’introduzione della moneta unica – il 1999 per tutti i paesi, eccetto la Grecia che lo adottò nel 2001 – fino al 2017. Gli effetti sulla ricchezza vengono determinati sommando il valore del PIL annuale pro-capite e moltiplicando il risultato per la media nazionale del tasso di consumo (11) del paese dell’eurozona comparandola con il dato del periodo pre-adesione (12).

Tab.2: Effetti complessivi dell’introduzione dell’Euro sulla ricchezza 1999/2017

Pertanto in Italia nel periodo 1999/2017 l’introduzione dell’Euro ha causato una perdita di circa € 74.000 per abitante e di 4.300 miliardi per l’economia complessiva. Per la Francia la perdita complessiva è ammontata a circa € 56.000 pro-capite ed ad una complessiva di 3.600 miliardi. La Germania invece ci ha guadagnato circa € 23.000 pro-capite e circa 1.900 miliardi nel complessivo.

La dimostrazione che gli effetti dell’Euro sula ricchezza in Grecia siano ancora di segno positivo è dovuta al fatto che la Grecia nei primi anni subito dopo l’adesione alla moneta unica ha guadagnato enormemente. La situazione è cambiata nel 2011 due anni dopo che la bolla creata nel 2009 era scoppiata. Da allora l’Euro ha avuto un’influenza negativa anche sulla ricchezza della Grecia.

 

4 — RISULTATI PER PAESE DI APPARTENENZA

Questa sezione contiene i profili dell’andamento dei paesi appartenenti all’eurozona presi in esame: Belgio, Germania, Francia, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna.

Ciascun profilo inizia mostrando gli effetti dell’introduzione dell’euro sulla ricchezza di ogni paese, prendendo in esame l’intero periodo da quando è stata utilizzata la nuova moneta unica, sia per l’aspetto pro-capite che per quello dell’economia in generale.

Ogni profilo contiene anche due grafici: il primo mostra l’andamento attuale del PIL pro-capite nel paese dell’eurozona preso in esame dal momento dell’introduzione dell’euro (linea blu) e lo scenario alternativo (controfattuale) che mostra l’andamento ipotetico se il paese non avesse introdotto l’euro (linea arancio).

Il secondo grafico mostra l’influenza che annualmente ha avuto l’adozione dell’euro sul PIL pro-capite nel paese dell’eurozona preso in esame. I valori si riferiscono agli anni corrispondenti e quelli espressi in rosso (negativi) mostrano una riduzione del PIL pro-capite mentre quelli espressi in verde (positivi) mostrano un incremento. A complemento, ogni profilo contiene una conclusione che riassume i risultati principali per ciascun paese dell’eurozona interessato.

4.1 Belgio

Fig. 1.1: Andamento PIL pro-capite con e senza Euro (cifre espresse in €)

Fig.1.2: Influenza dell’introduzione dell’euro sul PIL pro-capite (cifre espresse in €)

Conclusioni: dal 2009 al 2012 il Belgio ha guadagnato dall’adesione all’euro mentre prima e dopo questo periodo ha subito delle perdite; nei dati aggregati con riferimento al periodo 1999/2017, l’euro ha prodotto perdite per 69 miliardi sul PIL complessivo e per € 6370 su quello pro-capite.

 

4.2 Germania

Conclusioni: in conseguenza dell’adesione all’euro la Germania ha guadagnato ogni anno, specialmente dalla crisi della moneta nel 2011, con l’eccezione del 2004 e del 2005. Nei dati aggregati con riferimento al periodo 1999/2017, l’euro ha prodotto un incremento di 19 miliardi sul PIL complessivo e di €23116 sul pro-capite. Pertanto la Germania ha guadagnato più di ogni altra nazione dall’euro.

 

4.3 Francia

Conclusioni: in Francia l’adesione all’eurozona ha portato a perdite annuali. Queste perdite si sommano ai 36 miliardi dall’introduzione della moneta unica. In totale corrisponde ad una perdita per € 55 996 pro-capite. Dopo l’Italia, la Francia quindi è il paese in cui l’euro ha prodotto le perdite più grandi. Questo andamento mostra che la Francia non ha ancora trovato un modo per rafforzare la propria competitività all’interno dell’eurozona. Nei dieci anni precedenti l’introduzione dell’euro, la Francia, a tal fine, ha regolarmente svalutato la sua divisa, ma dopo l’introduzione dell’euro non è stato più possibile; in luogo della svalutazione sono state necessarieriforme strutturali. Allo scopo di beneficiare in qualche modo della nuova moneta unica la Francia deve assolutamente perseverare sulla via delle riforme che il presidente Macron sta perseguendo.

 

4.4 Grecia

Conclusioni: in Grecia l‘accesso all’eurozona ha portato grandi benefici economici tra il 2001 ed il 2010. Nel 2011, dopo la bolla immobiliare scoppiata nel 2009, tutto è cambiato. Da allora l’euro ha determinato una caduta nell’economia e ne è conseguito che, dopo i guadagni nei primi anni dall’introduzione dell’euro, il bilancio complessivo alla fine del 2017 era appena positivo per circa 2 milioni di euro, mentre quello pro-capite per solo € 190. Per garantire che questo rimanga un’ipotesi di medio termine, il governo greco deve intraprendere una serie di riforme che includono misure per accrescere la competitività e per aumentare il clima degli investimenti per aumentare il PIL pro-capite. L’esempio della Spagna mostra che le riforme strutturali possono capovolgere il trend negativo senza mai aumentare le perdite economiche.

 

4.5 Italia

Conclusioni: fra i paesi presi in esame l’euro ha portato perdite economiche così elevate solo in Italia. Le perdite registrate dall’introduzione dell’euro sono attestate intorno ai 4300 miliardi per il PIL nazionale e intorno ad € 73605 per quello pro-capite. Tutto questo perché il PIL pro-capite italiano è in stagnazione da quando è stato introdotto l’euro. L’Italia non ha ancora trovato un modo per diventare competitiva all’interno dell’eurozona; nei decenni antecedenti l’introduzione della moneta unica aveva svalutato regolarmente la propria moneta a questo fine, ma dopo l’adesione all’euro non è stato più possibile ed è stato necessario ricorrere a riforme strutturali. L’esempio della Spagna dimostra come questo tipo di riforme possa ribaltare un trend negativo senza per questo aumentare mai le perdite economiche.

 

4.6 Paesi Bassi

Conclusioni: i Paesi Bassi hanno tratto profitto dall’euro ogni anno, sin dalla sua introduzione; specialmente nel 2008 e nel 2009. I dati aggregati mostrano una crescita di 346 miliardi nel nazionale e di € 21.003 per il PIL pro-capite. Solo la Germania, fra i paesi presi in esame ha guadagnato di più.

 

4.7 Portogallo

Conclusioni: il Portogallo ha tratto beneficio marginalmente dall’euro solo nei primissimi anni dopo la sua introduzione. Negli anni seguenti l’euro ha progressivamente portato a perdite economiche. I dati aggregati mostrano un aumento delle perdite nell’ordine di 424 miliardi nel bilancio complessivo e di € 40.604 in quello pro-capite. Solo Francia ed Italia hanno fatto peggio. Il Portogallo deve ricorrere anch’esso ad una serie di riforme quanto prima per accrescere il PIL pro-capite, se vuole giovarsi di qualche beneficio nel medio termine. Pertanto le condizioni generali per gli investimenti devono essere migliorate e la spesa pubblica utilizzata in misura maggiore per gli investimenti piuttosto che per i consumi.

 

4.8 Spagna

Conclusioni: la Spagna ha guadagnato dall’adesione all’euro dal 1999 al 2010; dal 2011 l’introduzione dell’euro si è tradotta in una riduzione della ricchezza nazionale, raggiungendo il suo apice nel 2014. Da quel momento il calo è stato costante. Le riforme che hanno intrapreso hanno ripagato i governi ma, dal momento che le perdite annuali tra il 2011 ed il 2017 sono state più ingenti dei guadagni della prima ora, attualmente il bilancio complessivo rimane negativo e si attesta a 224 miliardi e € 5.031 pro-capite. Tutto ciò terminerebbe in pochissimi anni se la Spagna seguisse decisamente la via delle riforme strutturali.

 

Allegato

Le tavole qui di seguito indicano quali nazioni fanno parte del “gruppo di controllo” per ciascuno dei paesi dell’eurozona preso in esame, e la misura utilizzata per creare uno scenario controfattuale (alternativo). I grafici seguenti mostrano l’andamento del PIL pro-capite attuale (linea blu) e quello ipotetico (linea arancio) dal 1980 al 2017.

Seguono i grafici di ciascun paese messi a confronto

A.1 Belgio

A.2 Germania

A.3 Francia

A.4 Grecia

A.5 Italia

A.6 Paesi Bassi

A.7 Portogallo

A.8 Spagna

Gli autori:

*Dr. Matthias Kullas, Capo del Dipartimento di Politiche economiche e fiscali

Alessandro Gasparotti, Analista politico del Dipartimento Politiche economiche e fiscali

Note

  1. Discorso di Mario Draghi Presidente della BCE alla Conferenza per gli investimenti globali a Londra del 26 luglio 2012 online all’ indirizzo web:https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2012/html/sp120726.en.html
  2. Consultare per esempio Berger e Nitsch (2005) Ceslfo Working Paper 1435, Bun e Klaassen (2007) Oxford Bulletin of Economics and Statistics, Faruqee (2004) IMF Working Paper 154, Rose e Stanley (2005) Journal of Economic Surveys o Baldwin (2006) ECB Working Paper 594.
  3. Per I dettagli vedere sezione 2
  4. Vedi Abadie e Gardeazabal (2003) The American Economic Review, Abadie et al.(2010) Journal of the American Statistical Association e Abadie et al. (2015) American Journal of Political Science
  5. Il fascicolo statistico su MATLAB, STATA e R. Abbiamo usato STATA nei nostri calcoli. Il fascicolo è disponibile all’indirizzo web: https://web.stanford.edu/jhain/synthpage.html
  6. Per un quadro generale dei paesi del gruppo di controllo e dei loro coefficienti, vedere l’allegato
  7. I parametri per appartenere al gruppo di controllo sono stati stabiliti da Puzzello e Gomis-Porqueras (2018). Per maggiori dettagli Puzzello e Gomis-Porqueras (2018) European Economic Review.
  8. La Grecia, che ha introdotto l’euro con due anni di ritardo rispetto gli altri paesi, il periodo di pre adesione si estende dal 1980 al 1998
  9. Al fine di mostrare i risultati in euro (usando il metodo della Banca Mondiale) il tasso di cambio $/€ è 1.324.
  10. Dati Banca Mondiale (http://data.worldbank.org/)
  11. Tassi di consumo usati: BE 77.55%, DE 77.83%, FR 77.86%, GR 81.88%, IT 77.59%, NL 72.52%, PT 81.09%, e SP 78.7%. Dati Banca Mondiale (http://data.worldbank.org/).
  12. I valori nella colonna 2 sono stati stimati sulla base dei dati annuali sulla popolazione, al fine di neutralizzarne le fluttuazioni che hanno avuto luogo nel periodo in particolare in Grecia. Dati di Banca Mondiale (http://data.worldbank.org/).
  13. Per la Grecia il periodo copre gli anni dal 2001 al 2017, avendo aderito all’eurozona nel 2001.