Pignorare i beni tedeschi in Italia per il risarcimento delle vittime del nazismo, che la Germania si è sempre guardata bene di pagare: il caso – sollevato da un avvocato tedesco che risiede in Italia – è ora arrivato in Cassazione

 

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Pignorare i beni tedeschi in Italia per il risarcimento delle vittime del nazismo, che la Germania si è sempre guardata bene di pagare: il caso – sollevato da un avvocato tedesco che risiede in Italia – è ora arrivato in Cassazione

Pignorare i beni tedeschi in Italia per risarcire le vittime del nazismo: il caso in Cassazione

A tentare la strada è Joachim Lau, avvocato tedesco residente in Italia. Il caso nasce all’inizio degli anni ’90 in Grecia e oggi è arrivato fino alla Cassazione italiana.

L’avvocato tedesco ma residente in Toscana Joachim Lau ta muovendo guerra al suo paese per assicurare che Berlino paghi i risarcimenti alle famiglie delle vittime della strage nazista di Distomo: oggi Lau ha portato la causa in Cassazione per portare avanti la procedura esecutiva per i risarcimenti, instaurata presso il tribunale civile di Roma.
Berlino finora è sempre riuscita a evitare i risarcimenti; adesso i parenti delle vittime cercano una sponda dai giudici italiani, tentando l’esecuzione forzata. Tutto comincia con una sentenza del tribunale della città di Livadia (in Grecia), che alla fine degli anni ’90 aveva condannato la Germania a risarcire i familiari di 218 vittime della strage di Distomo, commessa dalla Wehrmacht nel giugno 1944. Quella vittoria in tribunale è però rimasta lettera morta.
“La sentenza – spiega infatti l’avvocato Lau – non era eseguibile in Grecia, in quanto la legge lì prevede che una tale azione debba essere autorizzata dal governo, che però ha fermato l’esecuzione” per questioni attinenti ai rapporti tra i due Paesi e in relazione al forte debito pubblico greco. Un avvocato ha allora portato tutto davanti alla corte di Strasburgo, ma senza successo.
“Nella decisione europea, però” spiega Lau, “c’era scritto che la sentenza di risarcimento poteva essere eseguita in un altro Paese. Abbiamo indagato e abbiamo chiesto e ottenuto il riconoscimento del titolo esecutivo greco in Italia e con questo titolo abbiamo pignorato i crediti della ferrovia tedesca Deutsche Bahn nei confronti delle ferrovie italiane, milioni che le due società ripartiscono dalla vendita dei biglietti”.
Si è scelto l’Italia perché la Corte costituzionale nel 2014 ha dichiarato incostituzionale la legge che (recependo una decisione della Corte internazionale dell’Aia) aveva bloccato ogni esecuzione contro la Germania, aprendo alla causa per risarcimento. In gioco ci sono 50 milioni di euro e Lau ha seguito la strada della procedura esecutiva presso il tribunale di Roma, ora interrotta perché la Deutsche Bahn ha presentato ricorso in Cassazione, ritenendo illegittimo il procedimento.
Nell’udienza, tenuta questa mattina davanti alla Terza sezione civile della Cassazione, fa sapere il legale, la procura generale ha chiesto di respingere il ricorso tedesco. E se la Suprema Corte dovesse decidere allo stesso modo, non sarebbe la vittoria finale ma significherebbe che il procedimento di esecuzione può continuare. Un nuovo piccolo colpo per abbattere il muro. Il verdetto si conoscerà solo nelle prossime settimane, con le motivazioni.
“Questo è un processo pilota – osserva Lau – ci sono altre sentenze in attesa del procedimento esecutivo, ma è difficile individuare il patrimonio tedesco in Italia e una delle possibilità è la Deutsche Bahn, perché secondo la Costituzione tedesca, le ferrovie fanno parte del patrimonio della Germania federale”.
A Roma è venuto anche il neo sindaco di Distomo, Iannis Stathas, ex deputato di Syriza, a testimoniare l’importanza dei risarcimenti per la sua comunità: “Vogliamo che sia resa giustizia alle vittime contro tutti quelli che hanno perpetrato crimini contro l’umanità, a prescindere da quanto tempo sia passato. Siamo cresciuti nel ricordo di queste stragi e diciamo ‘mai più fascismo, mai più nazismo’. Vogliamo che la sentenza sia positiva anche per dare un segnale a nuovi rigurgiti fascisti”.

fonte: https://www.globalist.it/economy/2019/06/25/pignorare-i-beni-tedeschi-in-italia-per-risarcire-le-vittime-del-nazismo-il-caso-in-cassazione-2043403.html

L’economista Prof. Antonio Maria Rinaldi: “La Germania non ha mai dato una lira all’Italia, mentre gli italiani hanno sanato i buchi delle banche tedesche e francesi”

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L’economista Prof. Antonio Maria Rinaldi: “La Germania non ha mai dato una lira all’Italia, mentre gli italiani hanno sanato i buchi delle banche tedesche e francesi”

“Posso fare un commento alla stampa tedesca? Io sarei molto più preoccupato non tanto come italiano, quanto come tedesco, della situazione ad esempio della Deutsche Bank ma perché lo dicono loro”.

Così l’economista Antonio Maria Rinaldi intervenendo ad “Agorà”, su Raitre, giovedì scorso.

“Poi vorrei anche sottolineare una cosa – ha proseguito – è stato detto, per l’ennesima volta, che i tedeschi hanno paura di perdere soldi per l’Italia, vorrei tranquillizzare gli amici tedeschi che la Germania, nell’ambito dell’Unione Europea, non ha mai speso e mai dato una sola lira all’Italia”.

“Hanno paura di perdere soldi per darli all’Italia, non hanno dato neanche una lira, lo posso garantire” ha ribadito l’economista.

“Il problema è un altro, perché i soldi nel caso li hanno dati gli italiani per sanare i buchi delle banche tedesche e francesi con i fondi ‘salva stati’ e questo è un dato di fatto e lo dice anche D’Alema giustamente” ha spiegato.

“Quindi nel caso, siamo preoccupati noi del loro sistema bancario, perché fino ad adesso chi ha tirato fuori i soldi siamo stati noi e quindi i tedeschi non hanno tirato fuori una lira, si sappia, si documenti” ha concluso.

Qui il video

 

 

 

Migranti, quelli rispediti in Italia da Germania e Ue sono più di quelli che sbarcano… Cortesemente, qualcuno glie lo va a spiegare al nostro Ministro degli Interni…?

 

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Migranti, quelli rispediti in Italia da Germania e Ue sono più di quelli che sbarcano… Cortesemente, qualcuno glie lo va a spiegare al nostro Ministro degli Interni…?

 

Migranti, quelli rispediti in Italia da Germania e Ue sono più di quelli che sbarcano

Secondo la convenzione di Dublino, i migranti devono chiedere asilo nel primo paese di sbarco, rimanendovi per tutta la durata della procedura. In base a questo regolamento la Germania rispedisce in Italia sempre più migranti che riescono ad attraversare il confine a nord. E i migranti rispediti in Italia sono più di quelli che sbarcano sulle coste del nostro Paese.

Da gennaio a inizio maggio 2019 la Germania avrebbe rispedito in Italia centinaia di migranti che, dopo essere sbarcati sulle coste italiane, avevano attraversato il confine raggiungendo l’Europa centrale. Lo scorso anno Berlino avrebbe trasferito 2.848 persone in Italia, in base alle procedure stabilite dal regolamento di Dublino, per cui un richiedente asilo deve inoltrare la sua domanda di protezione internazionale nel primo paese di arrivo. Per questo motivo, i migranti rispediti nel primo paese di sbarco vengono definiti “Dublinanti”.

Non si tratta solamente della Germania. A quanto riporta il Sole 24 Ore, citando fonti confermate anche dal ministero dell’Interno tedesco, anche Austria e Francia rimanderebbero in Italia un numero di migranti ancora più alto rispetto a quelli che sbarcano direttamente nel nostro Paese. Spesso queste persone vengono intercettate verso il confine a Ventimiglia o a Bolzano e costrette a tornare indietro. Una pratica legittima secondo la normativa di Dublino.

La maggior parte dei migranti torna in Italia
Berlino ha deciso di rendere noti questi numeri in seguito ad un’inchiesta, pubblicata sul Suddeutsche Zeitung lo scorso gennaio, e alle pressioni della deputata di Linke, Ulla Jelpke. Secondo il giornale, da gennaio a novembre 2018, su circa 51.558 casi presi in esame, il governo federale ha richiesto ad altri Paesi dell’Unione europea di riaccogliere i migranti arrivati in Germania da altri Stati membri, e almeno 35.375 domande sono state accettate, come previsto dai trattati. In Italia sarebbe rientrato un migrante espulso su tre. A quanto rimarca il giornale, il numero dei richiedenti asilo che vengono allontanati dalla Germania è in aumento, passando da un 15,1% nel 2017 a un 24,5% nel 2018.

Tensioni fra Roma e Berlino
La scorsa estate, il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer aveva fatto pressione su Italia e Grecia affinché accogliessero nuovamente i migranti che si erano registrati in prima istanza all’interno dei loro confini. Ad ottobre 2018 le tensioni fra Berlino e Roma era salite, in quanto il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini aveva deciso di bloccare i voli che dalla Germania riportavano indietro i “Dublinanti”. Il Viminale aveva affermato che “la programmazione di questi voli non è frutto di accordi politici sottoscritti dall’attuale governo”.

In quell’occasione la Repubblica aveva spiegato che, per questioni di ordine e sicurezza, normalmente si programmano al mese due voli di questo tipo, trasferendo circa 50 migranti in totale, ma che la Germania aveva iniziato ad utilizzare anche voli di linea per mandare indietro un numero di richiedenti asilo sempre maggiore. “Sono già 2.300 i migranti rispediti indietro dalla Germania e, con le riammissioni programmate, a fine anno il numero potrebbe arrivare a 4.000, raddoppiando la cifra totale dello scorso anno. Un’accelerazione su cui il ministro dell’Interno tedesco Seehofer punta molto in vista delle elezioni di domenica prossima”, aveva scritto il giornale.

continua su: https://www.fanpage.it/migranti-quelli-rispediti-in-italia-da-germania-e-ue-sono-piu-di-quelli-che-sbarcano/
http://www.fanpage.it/

 

 

fonte: https://www.fanpage.it/migranti-quelli-rispediti-in-italia-da-germania-e-ue-sono-piu-di-quelli-che-sbarcano/

 

 

Gli smemorati di Berlino (tutti i debiti che la Germania non ha mai pagato)

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Gli smemorati di Berlino (tutti i debiti che la Germania non ha mai pagato)

La Germania, che fa tanto la moralizzatrice con gli altri Paesi europei, è andata in default due volte in un secolo e le sono stati condonati i debiti di due guerre mondiali per consentirle di riprendersi. Fra i Paesi che le hanno condonato i debiti, la Grecia, prima di tutto, che pure era molto povera, e l’Italia.

Dopo la Grande Guerra, John Maynard Keynes sostenne che il conto salato chiesto dai Paesi vincitori agli sconfitti avrebbe reso impossibile alla Germania di avviare la rinascita. L’ammontare del debito di guerra equivaleva, in effetti, al 100% del Pil tedesco. Fatalmemte, nel 1923 si arrivò al grande default tedesco, con l’iperinflazione che distrusse la repubblica di Weimar. Adolf Hitler si rifiutò di onorare i debiti, i marchi risparmiati furono investiti per la rinascita economica e il riarmo, concluso, come si sa, con una seconda guerra, ben peggiore, in seguito alla quale a Berlino si richiese un secondo, enorme quantitativo di denaro da parte di numerosi Paesi. L’ammontare complessivo aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari (di allora!)

La Germania sconfitta non avrebbe mai potuto pagare i debiti accumulati in due guerre, peraltro da essa stessa provocate.

Mentre i sovietici pretesero e ottennero il pagamento della somma loro spettante, fino all’ultimo centesimo, ottenuta anche facendo lavorare a costo zero migliaia di civili e prigionieri, il 24 agosto 1953 ben 21 Paesi, Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Repubblica francese, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Unione Sudafricana e Jugoslavia, con un trattato firmato a Londra le consentirono di dimezzare il debito del 50%, da 23 a 11,5 miliardi di dollari, dilazionato in 30 anni. In questo modo, la Germania poté evitare il default, che c’era di fatto. L’altro 50% avrebbe dovuto essere rimborsato dopo l’eventuale riunificazione delle due Germanie, ma nel 1990 l’allora cancelliere Kohl si oppose alla rinegoziazione dell’accordo, che avrebbe procurato un terzo default alla Germania. Italia e Grecia acconsentirono di non esigere il dovuto.

Nell’ottobre 2010 la Germania ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato del 1953 con il pagamento dell’ultimo debito per un importo di 69,9 milioni di euro.

Senza l’accordo di Londra che l’ha favorita come pochi, la Germania dovrebbe rimborsare debiti per altri 50 anni. E non ci sarebbe stata la forte crescita del secondo dopoguerra dell’economia tedesca, né Berlino avrebbe potuto entrare nella Banca Mondiale, nel Fondo Monetario Internazionale e nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Quindi: che cos’ha da lamentare la Merkel, dal momento che il suo Paese ha subito e procurato difficoltà ben maggiori e che proprio dall’Italia e dalla Grecia ha ottenuto il dimezzamento delle somme dovute per i disastri provocati con la prima e la seconda guerra mondiale? La Grecia nel 1953 era molto povera, aveva un grande bisogno di quei soldi, e ne aveva sicuramente diritto, perché aggredita dalla Germania. Eppure… Perché nessun politico italiano ricorda ai tedeschi il debito non esigito?

Roberto Schena su Informare per resistere

…E questa volta i crucchi dovranno pagare – Rivelati da Codacons i risultati della perizia ordinata dal Tribunale di Verona su Dieselgate Volkswagen “Manipolazione accertata, porta aperta ai risarcimenti”

 

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…E questa volta i crucchi dovranno pagare – Rivelati da Codacons i risultati della perizia ordinata dal Tribunale di Verona su Dieselgate Volkswagen “Manipolazione accertata, porta aperta ai risarcimenti”

Dieselgate: «Manipolazione accertata, porta aperta ai risarcimenti»

Sono stati rivelati da Codacons i risultati della perizia ordinata dal Tribunale di Verona in merito allo scandalo che ha investito la Volkswagen

Sono stati rivelati da Codacons risultati della perizia ordinata dal Tribunale di Verona in merito al processo Dieselgate, lo scandalo che ha investito la Volkswagen. La casa automobilistica che in Italia ha sede a Verona è accusata di aver falsificato le emissioni di alcune auto alimentate a diesel e nella causa il Codacons è parte offesa in rappresentanza di alcuni automobilisti italiani.

L’incidente probatorio si è concluso con il riconoscimento indiscutibile da parte dei periti nominati dal Tribunale dell’esistenza di un dispositivo di manipolazione in tutte le autovetture sequestrate – ha fatto sapere il Codacons – Si tratta di una modalità di intervento sul funzionamento del motore, classificata come illegale.
In alcuni modelli di autovettura è stato osservato un aumento dei consumi evidente anche se non quantificabile con totale accuratezza dopo i richiami eseguiti dalla Volkswagen. Ed è anche emersa nella discussione, a fronte delle domande dei legali Codacons, la possibilità che le operazioni di richiamo messe in atto dalla casa automobilistica possano avere conseguenze negative sulla affidabilità, in termini di maggiore frequenza di guasti e di un aumento dei costi di manutenzione a carico dei proprietari.
Grazie a questa perizia si apre ora la strada ai risarcimenti in favore dei proprietari delle auto coinvolte nello scandalo, poiché è stata accertata in modo definitivo la manomissione delle emissioni e, quindi, il danno subito dagli automobilisti.

Automobilisti che possono costituirsi parte civile nel procedimento penale attraverso i moduli messi a disposizione sul sito www.codacons.it.

fonte: http://www.veronasera.it/attualita/dieselgate-codacons-risarcimenti-28-marzo-2019.html

 

Ma la volete sapere la verità? I governi tedeschi, quelli che si ergono a giudici implacabili contro la Grecia, NON HANNO MAI PAGATO I LORO DEBITI !!

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Ma la volete sapere la verità? I governi tedeschi, quelli che si ergono a giudici implacabili contro la Grecia, NON HANNO MAI PAGATO I LORO DEBITI !!

 

I governi tedeschi, quelli che si ergono a giudici implacabili contro la Grecia e che cercano di destabilizzarla per impedire il referendum popolare, sono specialisti nel non pagare i loro debiti. Lo hanno già fatto tre volte nel corso dell’ultimo secolo. La prima volta dopo la Prima guerra mondiale, la seconda nel 1953 e la terza nel 1990 dopo la riunificazione. Vediamo brevemente.

Nel 1923 l’iperinflazione portò alla totale perdita di valore della moneta tedesca, al default e all’interruzione del pagamento del Debito che il governo tedesco stava pagando per le riparazioni di guerra. Il piano statunitense (Daves), che impose nel 1924 una nuova moneta, previde che i tedeschi avrebbero potuto onorare i loro debiti emettendo un prestito obbligazionario da collocare sul mercato della finanza mondiale per una somma totale di 800 milioni di marchi oro. Si trattò a tutti gli effetti di un enorme prestito internazionale dato ai tedeschi per permettergli di pagare il debito.

Nel 1928 avvenne però anche una ricontrattazione del debito, con la riduzione delle quote da pagare e un enorme allungamento dei tempi di restituzione a 60 anni! (Piano Young).

Nel 1933. Dopo aver vinto le elezioni, i nazisti smisero di pagare i debiti e le riparazioni dovute. Negli anni successivi cominciarono ad invadere i loro vicini, non dimenticando mai, appena arrivati, di svuotare le casseforti degli altri.

Nel 1953, dopo la Seconda guerra mondiale, la Germania ha nuovamente battuto cassa per non pagare il suo debito. Il 27 febbraio 1953, la conferenza di Londra, ha infatti deciso l’annullamento di circa i due terzi del debito tedesco (62,6%). Il debito di prima della guerra è stato ridotto da 22,6 a 7,5 miliardidi marchi e il debito del dopoguerra è stato ridotto da 16,2 a 7 miliardi di marchi. Oltre al taglio del debito la Germania ottenne anche un forte dilazionamento: oltre 30 anni di tempo per pagare la quota di debito rimanente. L’accordo è stato firmato dalla repubblica federale tedesca con 22 Paesi, tra cui la Grecia.

La conferenza di Londra aveva però messo una clausola: la parte di debito relativo ai danni provocati dalla guerra veniva posticipato ad un ipotetico periodo futuro nel caso in cui si fosse verificata la riunificazione della Germania.

Nel 1990, quando vi è stata la riunificazione, la Germania non tenuto in alcun conto i suoi impegni presi nella conferenza di Londra del 1953 riguardo alle riparazioni di guerra. Il Cancelliere di allora, Helmut Kohl, si è rifiutato di applicare l’accordo di Londra del 1953 sui debiti esterni della Germania là dove veniva previsto che le le riparazioni destinate a rimborsare i disastri causati durante la seconda guerra mondiale dovevano essere versati alla riunificazione. Qualche acconto è stato versato ma si tratta disomme minime. La Germania non ha regolato i suoi conti dopo il 1990, ad eccezione delle indennità versate ai lavoratori forzati. I soldi prelevati con la forza nei paesi occupati durante la seconda guerra mondiale e i danni legati all’occupazione non sono stati rimborsati a nessuno. Tantomeno alla Grecia.

Da notare che i nazisti, al tempo dell’occupazione militare, hanno imposto alla Grecia il pagamento dei costi della loro occupazione. Insomma non solo hanno distrutto e ucciso, ma hanno letteralmente saccheggiato il Paese… Tenuto conto dell’inflazione dopo il 1945, la Germania ha un enorme debito con la Grecia che è stato calcolato in 162 miliardi di euro. Non proprio noccioline….

Questi sono i governanti tedeschi, che si ergono ad autorità morale contro il popolo greco e il suo governo. Governano una nazione che è stata rimessa in piedi dal Piano Marshall dopo che aveva scatenato una guerra, distrutto il continente e fatto decine di milioni di morti. Una nazione, un governo e un popolo che non hanno mai pagato i propri debiti e che proprio grazie a questo e agli aiuti sono potuti ridiventare una potenza mondiale. E’ bene ricordarglielo mentre stanno cercando di assassinare il popolo greco per la seconda volta.

 

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/06/29/grexit-i-governi-tedeschi-non-hanno-mai-pagato-i-loro-debiti/1824300/

20 anni di Euro: vincitori e vinti …E provate ad indovinare chi c’è tra i “vinti”, all’ultimo posto tra i “vinti”…!

 

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20 anni di Euro: vincitori e vinti …E provate ad indovinare chi c’è tra i “vinti”, all’ultimo posto tra i “vinti”…!

 

Pubblichiamo ora integralmente lo studio del Centre for European Policy di cui avevamo dato notizia il 26 febbraio nell’articolo di Giuseppe Masala “la non valutabilità della Tragedia dell’Euro” e quindi in quello di Francesco Piccioni, ringraziando Francesco Spataro per la traduzione.

Lo studio in questione non ha trovato molto spazio nei media italiani, per lo meno in quelli principali, se non per dar conto di polemiche tra economisti sul metodo utilizzato.

Scelta curiosa,  certamente, perché il Cep non è un istituto secondario dove magari si annidano “sovranisti populisti” intenti a fabbricare fake news. Al contrario, è un seriosissimo think tank tedesco che si è dato il compito di analizzare i progetti di legge e la legislazione dell’Unione Europea sulla base dei criteri fissati dall’ordoliberismo in materia di “libero mercato”. Insomma, vi si può trovare qualche espressione di soddisfazione per il risultato raggiunto, non certo indignazione per il saccheggio operato ai danni di alcuni paesi.

Per i non addetti ai lavori in teoria economica: l’ordoliberismo “è una variante del pensiero socio-liberale nata e sviluppata dalla scuola economica di Friburgo: l’ordoliberalismo si basa sul presupposto che il libero mercato ed il laissez faire da soli non risultano in grado di garantire l’equità sociale e che senza di essa i singoli individui non possono operare in condizioni di pari opportunità; lo Stato, pertanto, deve tutelare la proprietà privata, la libera iniziativa privata e deve assicurare un livello minimo ed universale di protezione sociale, in tal modo facendosi garante del fatto che ogni cittadino possa effettivamente godere di un pari trattamento di fronte alla legge“.

Establishment tedesco puro, insomma, tanto che si usa definire ordoliberale lo stesso impianto dei trattati costitutivi dell’Unione Europea. A riprova, l’istituto è attualmente guidato da  Lüder Gerken, presidente del comitato esecutivo dello Stiftung Ordnungspolitik and the Friedrich-August-von-Hayek Foundation. Il consiglio direttivo riunisce economisti ed ex ministri o ex commissari della Ue, come Roman HerzogLeszek BalcerowiczFrits BolkesteinUdo Di FabioJürgen Stark, Holger Steltzner and Hans Tietmeyer. Il Gotha della Ue, insomma…

Di certo ricorderete almeno Bolkestein che, da Commissario al mercato interno della Ue, fu l’autore della famosa “direttiva” Ue che avrebbe permesso – se non fosse stata respinta – di pagare un lavoratore straniero (anche se “comunitario”) assunto in un qualsiasi paese Ue secondo lo standard salariale del paese di origine. In Francia la sua direttiva divenne occasione di una ferocissima e anche spassosissima polemica pubblica contro l’”invasione degli idraulici polacchi” che ne sarebbe derivata…

Dunque, se un istituto che più “europeista” e germanocentrico non potrebbe essere pubblica uno studio in cui si spiega, dati alla mano, che la Germania è il paese che più ha guadagnato dall’introduzione dell’euro, mentre Francia e Italia quelli che ci hanno rimesso di più, in termini di ricchezza, vuol dire che le cose stanno davvero così. Al massimo potrebbero essere rimproverati di scarso senso dell’opportunità, visto che un studio del genere rischia di diventare benzina sul fuoco della propaganda in vista delle elezioni europee.

Non a caso, nelle “conclusioni” dedicate al percorso di ciascun paese, segue sempre l’indicazione tipica degli euroburocrati di Bruxelles: proseguire con il percorso di riforme strutturali per aumentare la competitività senza mai aumentare le perdite economiche.

Ma sapete come sono certi tecnocrati, sono così convinti di essere superiori e strapotenti, che se ne fottono dell’opportunità, anche quando confessano – anzi: rivendicano – di esser stati autori di una rapina che sarebbe stato più vantaggioso, per loro, nascondere. I media italici si sono impegnati a fare proprio questo, per evidente paura di incrementare l’ostilità pubblica contro Ue e moneta unica.

Noi, ovviamente, no. Anzi sollecitiamo tutti i compagni – a partire da quelli che ancora pensano che “la Ue sbaglia in molte cose, ma meglio che i nazionalismi”, oppure che “il problema sono alcuni trattati, non l’euro” – a studiarsi questo report e tutti i grafici (almeno quelli relativi a Germania, Francia e Italia). Potranno così evitare di essere pesantemente sbugiardati per manifesta ignoranza o, al contrario, di essere ringraziati dall’establishment per lo stesso motivo.

Perché la domanda da porsi, semplicissima, è: anche nell’eventualità onirica che una “coalizione di estrema sinistra” vinca le elezioni politiche con più del 51%, come diavolo faresti a mettere in atto politiche di miglioramento delle condizioni di vita mantenendo però una moneta che brucia sistematicamente quote rilevanti di ricchezza prodotta?

Buona lettura.

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20 anni di Euro: vincitori e vinti

Uno studio empirico

Febbraio 2019

Tabella 1

A 20 anni dalla sua introduzione l’Euro rimane una misura monetaria controversa. Il CEP ha usato il metodo di controllo sintetico per esaminare quali sono paesi che hanno guadagnato e quali hanno perso dal momento della sua introduzione come moneta unica.

  • La Germania ha guadagnato in assoluto più degli altri paesi dall’introduzione dell’Euro; quasi 1.900 miliardi fra il 1999 ed il 2017. Equivale ad € 23.000 per abitante. Esaminando gli altri casi, soltanto i Paesi Bassi hanno ricavato benefici sostanziali dall’introduzione della moneta unica.
  • Nei primissimi anni subito dopo la sua introduzione, la Grecia guadagnò enormemente, ma dal 2011 ha subito solo ingenti perdite. Durante l’intero periodo il bilancio finale di 2 miliardi di Euro e di € 190 pro-capite è a stento positivo.
  • In tutti gli altri Paesi analizzati a causa dell’Euro c’è stato un calo della ricchezza: 3,6 miliardi di Euro in Francia, fino ad arrivare all’Italia con una perdita di € 4.3 miliardi. Se ragioniamo per singolo abitante abbiamo una perdita pro capite di € 56,000 in Francia e di € 74.000 in Italia.

 

1 — INTRODUZIONE

Quest’anno l’Euro celebra il suo ventesimo compleanno; è dal 1° gennaio 1999, infatti, che è stato adottato come moneta unica dalla BCE. Alle commemorazioni per ricordare questo evento è stata però messa la sordina per effetto della crisi che la moneta sta subendo e che continua a covare sotto la cenere.

La crisi dell’Euro è iniziata in Grecia alla fine del 2009, ma subito dopo ha travolto numerose altri paesi dell’eurozona. All’apice di questa crisi, a metà del 2012, 5 dei 17 paesi appartenenti allora all’eurozona — Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Cipro — hanno avuto bisogno di un aiuto finanziario. Con il contributo dei fondi di assistenza espressamente creati (EFSM, EFSF ed ESM) e di prestiti bilaterali, questi paesi ricevettero rispettivamente, € 261,9 mld la Grecia, l’Irlanda € 45 mld, la Spagna € 41,3 mld, il Portogallo € 50,3 mld e Cipro € 6,3 mld.

Le preoccupazioni si ridussero solo il 26 luglio 2012, quando Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, promise che durante il suo mandato avrebbe fatto il possibile per tutelare l’Unione Monetaria: “Durante il nostro mandato, la BCE è pronta a fare qualsiasi tentativo necessario a preservare l’Euro.” (1) Con questa dichiarazione era stata appena scongiurata una dissoluzione dell’Euro.

Sebbene il Presidente Draghi sia stato capace di rassicurare tutti gli operatori finanziari dei mercati globali, questa promessa non riuscì a fare nulla per cambiare i principali problemi dell’eurozona. In particolare rimase senza soluzione il problema legato alle differenze di competitività tra i paesi dell’area.

Il problema nasce dal fatto che i singoli paesi dell’eurozona non sono stati più in grado di svalutare la propria moneta per rimanere competitivi a livello internazionale, un metodo usato comunemente prima dell’introduzione della moneta unica. Da quel momento l’erosione della competitività internazionale porta ad una crescita economica minore, e di contro ad un aumento della disoccupazione simultaneo ad un crollo del gettito fiscale. In particolare Italia e Grecia si trovarono a registrare notevoli difficoltà dovute al fatto, come si diceva, di non poter svalutare la propria moneta.

Nella pratica, questa tendenza ha portato ad una riflessione su pro e contro della moneta unica in ogni paese dell’eurozona. Da un lato i cittadini di alcuni paesi lamentano difficoltà per la scarsa crescita economica ed un alto tasso di disoccupazione, dall’altro la popolazione di altri paesi dell’eurozona critica l’intervento di Draghi ed il fatto che il sostegno finanziario li faccia sentire responsabili per i paesi in difficoltà. Venti anni dopo la sua introduzione la questione dell’euro è pertanto più controversa che mai.

Mancano ancora parecchi dati empirici attendibili riguardanti i paesi che hanno guadagnato dall’introduzione dell’euro e quelli che invece ne sono usciti sconfitti; sebbene siano stati pubblicati diversi studi sulla validità dell’Euro come incentivo al commercio fra i paesi dell’eurozona (2) i risultati non sono così netti. Inoltre, concentrarsi esclusivamente sugli scambi commerciali getta luce solo su un aspetto poco rilevante dell’introduzione dell’Euro, mentre viene trascurato il fatto che gli svantaggi maggiori dell’introduzione della moneta unica nascono proprio dal fatto che i paesi dell’eurozona non possono più svalutare la propria moneta.

Un indicatore significativo per capire se la moneta unica ha, nel complesso, portato ad una crescita o ad una flessione in termini di ricchezza e benessere per i singoli paesi della zona euro è l’andamento del PIL pro-capite della popolazione. Questo infatti è alla base dell’analisi empirica che segue, nella quale il metodo del controllo sintetico viene utilizzato nei confronti dei paesi dell’eurozona selezionati per determinare come il PIL pro-capite si sarebbe evoluto se questi non avessero aderito all’eurozona.

Mettendo a confronto questo dato con la tendenza attuale del PIL pro-capite si dimostra l’impatto che ha avuto sulla ricchezza l’adesione all’Euro. L’analisi può essere condotta anche solo nei confronti dei paesi della zona euro nei quali c’è stato un lungo gap, un intervallo fra l’accesso alla UE e l’introduzione della moneta unica, dato che questo è il solo modo per essere sicuri che il risultato dell’analisi non sia stato alterato dall’annessione alla UE e al suo mercato interno.

L’analisi è perciò stata condotta solo con riferimento a Belgio, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna. Sebbene, come membri fondatori dell’Unione Europea, abbiano un intervallo congruo tra l’accesso alla UE e l’introduzione dell’Euro anche Lussemburgo ed Irlanda, i dati disponibili non permettono un risultato attendibile per questi ultimi due Paesi. (3)

La sezione 2 contiene una breve nota esplicativa su cosa è il metodo di controllo sintetico. La sezione 3 fornisce una sintesi degli effetti che l’introduzione della moneta unica ha avuto sulla ricchezza dei Paesi appartenenti alla zona euro esaminati. La sezione 4, infine, contiene il profilo, specificando gli effetti dell’introduzione dell’Euro nell’ intervallo che va dal1999 al 2007, di questi ultimi Paesi.

 

2 — METODOLOGIA: IL METODO DI CONTROLLO SINTETICO

La domanda che ci si è posti è stata: quanto sarebbe stato elevato il PIL pro-capite di uno specifico paese della zona euro se quello stesso paese non avesse introdotto la moneta unica a suo tempo?A questa domanda si è risposto con gli strumenti del metodo di controllo sintetico.(4)

Il metodo permette di quantificare gli effetti di una misura politica – in questo caso l’introduzione dell’Euro — in base ad una valutazione specifica, in questo caso il PIL nazionale pro-capite.(5) Usando il metodo di controllo sintetico, l’andamento reale del PIL pro-capite di un paese dell’eurozona può essere messo a confronto con un andamento ipotetico, supponendo che il paese in esame non abbia introdotto la moneta unica (scenario controfattuale).

Lo scenario controfattuale, o alternativo, è generato estrapolando l’evoluzione del PIL pro-capite in quei paesi che non aderirono all’Euro e che negli anni precedenti avevano segnalato orientamenti economici molto simili a quelli dei paesi dell’eurozona presi in considerazione, il cosiddetto gruppo di controllo.

Un algoritmo assegna uno specifico coefficiente detto di correzione (da 0% a 100%) ad ogni paese del gruppo di controllo al fine di ottenere la migliore fotografia del paese, assunto che la somma dei coefficienti correttori sia 100%. A tal proposito, gli specifici coefficienti di correzione sono selezionati in modo tale che la media ponderata dell’andamento del PIL pro-capite dei paesi del gruppo di controllo richiami il più possibile la tendenza del PIL pro-capite del paese della zona euro prima dell’introduzione della moneta unica.(6) I coefficienti di correzione non si basano su valutazioni di verosimiglianza, ma sono determinati attraverso un processo di ottimizzazione econometrico.

Il metodo di controllo sintetico è migliore di altri metodi che usano come strumento di confronto solo un singolo paese della zona non-euro, perché le probabilità di ottenere un andamento comparabile per il periodo antecedente l’introduzione dell’euro, e dunque uno scenario controfattuale, alternativo per il periodo seguente, sarebbe di gran lunga superiore se, piuttosto che un solo paese, venisse preso in considerazione l’insieme di diversi paesi, a ciascuno dei quali sia stato dato un differente coefficiente di correzione.

Determinare una media ponderata del gruppo di controllo è l’asse portante del metodo di controllo sintetico. Include due fasi: la prima è selezionare i paesi nel mondo che andranno a costituire ilgruppo di controllo per ogni singolo paese dell’eurozona; i paesi devono soddisfare i seguenti requisiti:

Punto uno, devono essere paesi che durante l’intero periodo di riferimento — dal 1980 al 2017 — non sono stati interessati da importanti shocks nazionali specifici che potrebbero distorcere i risultati. Secondariamente, non possono appartenere all’eurozona e, terzo il PIL pro-capite negli anni precedenti l’introduzione dell’Euro (cosiddetto periodo pre-adesione) di un paese del gruppo di controllo non può divergere significativamente dal PIL del paese dell’eurozona cha va ad esaminare (sia verso l’alto che verso il basso). (7)

Questa condizione assicura che i paesi con un livello di sviluppo significativamente alto o basso non distorcano i risultati per lo scenario controfattuale.

Più lungo sarà il periodo di pre-adesione scelto, più affidabili saranno i risultati. Riferiamo i nostri calcoli nel periodo che va dal 1980 al 1996. Suona strano che, terminando la forbice di tempo nel 1996, il tasso di conversione sia stato fissato improrogabilmente non prima del 1 gennaio 1999, tre anni dopo. Si può ipotizzare, o quantomeno non escludere che a causa dell’imminente introduzione dell’Euro gli operatori di mercato avessero già cambiato atteggiamento prima del 1999. (8)

Infine la terza condizione: i gruppi di controllo per i vari paesi dell’eurozona presi in esame sono costituiti ciascuno da paesi differenti e sono qui riportati nell’Allegato.

Il secondo passo è determinare un coefficiente, fra 0% e 100% per ogni paese nel gruppo di controllo, utilizzando un algoritmo econometrico, così che la media ponderata del gruppo di controllo riproduca nel modo più accurato possibile la tendenza del PIL pro-capite nel paese dell’eurozona preso in esame, prima dell’introduzione della moneta unica.

Più grande sarà la corrispondenza tra un paese nel gruppo di controllo e quello preso in esame nell’eurozona prima dell’introduzione dell’Euro, più grande sarà il suo coefficiente. Per ottenere il coefficiente, anzitutto viene comparato l’andamento del PIL pro-capite nei paesi del gruppo di controllo (prezzi stabiliti dal 2010 in US $)(9) con quello dei paesi dell’eurozona presi in esame; in un secondo momento viene tenuto conto di dati economici aggiuntivi con grande influenza sul PIL pro-capite; e specificatamente il tasso di inflazione, la produzione industriale e quella del comparto dell’edilizia (in % di PIL), la formazione di capitale fisso (in % di PIL) e le importazioni ed esportazioni totali di materie prime e servizi (in % di PIL).(10)

Nell’interpretare i risultati si deve considerare che il metodo di controllo sintetico presuppone implicitamente che né il paese dell’eurozona preso in esame, né i paesi corrispondenti del gruppo di controllo con un coefficiente < di 0 abbiano adottato, dopo l’introduzione dell’Euro, delle riforme per accrescere il PIL pro-capite, né abbiano preso misure per ridurlo.

Raramente questa ipotesi è vera, ma comunque non invalida il metodo di controllo sintetico: punto uno, i risultati risultano così fondati che nessuna timida riforma avrebbe potuto metterli in discussione e, in secondo luogo, in caso di riforme sostanziali, dipende da come sarebbero state attuate. Ad esempio, se un paese dell’eurozona preso in esame avesse realizzato una riforma sostanziale che avrebbe incrementato il PIL pro-capite dopo l’introduzione dell’Euro, ma i paesi nel gruppo di controllo non lo avessero fatto, in linea di principio si sarebbe tradotto in una sovrastima dei benefici dell’introduzione della moneta unica.

L’esperienza ha comunque dimostrato che, di fatto era l’Euro stesso che stimolava alcuni paesi dell’eurozona ad attuare riforme che, con tutta probabilità, in altre condizioni, non avrebbero mai attuato. Ovviamente in questo caso il risultato non risulterebbe alterato dall’attuazione o meno di una riforma che dir si voglia.

 

3 — SINTESI DEI RISULTATI SUGLI EFFETTI DELL’INTRODUZIONE DELL’EURO

Per ciascuno dei paesi dell’eurozona presi in esame, la Tabella 1 indica in Euro quanto sarebbe stato minore o maggiore il PIL pro-capite nel 2017 (colonna 2) e quello complessivo (colonna 3), se la moneta unica non fosse stata introdotta.

Tab.1: Effetti dell’introduzione dell’Euro sul PIL nel 2017

Nel 2017, fra tutti i paesi dell’eurozona presi in esame, soltanto la Germania ed i Paesi Bassi hanno guadagnato con l’introduzione della moneta unica. In Germania il PIL complessivo salì fino a 280 miliardi e quello pro-capite ad € 3.390. L’Italia invece ci ha rimesso più di tutti. Con l’avvento dell’Euro il PIL italiano ha perso 530 miliardi, che corrisponde ad una perdita di quello pro-capite di € 8.756. Anche in Francia l’Euro ha portato ad una significativa perdita di ricchezza: 374 miliardi sul PIL complessivo, che corrisponde ad € 5.570 di quello pro-capite.

La Tabella 2 mostra gli effetti dell’introduzione dell’Euro sulla ricchezza pro-capite (colonna 2) e complessiva (colonna 3) sull’intero periodo che va dall’introduzione della moneta unica – il 1999 per tutti i paesi, eccetto la Grecia che lo adottò nel 2001 – fino al 2017. Gli effetti sulla ricchezza vengono determinati sommando il valore del PIL annuale pro-capite e moltiplicando il risultato per la media nazionale del tasso di consumo (11) del paese dell’eurozona comparandola con il dato del periodo pre-adesione (12).

Tab.2: Effetti complessivi dell’introduzione dell’Euro sulla ricchezza 1999/2017

Pertanto in Italia nel periodo 1999/2017 l’introduzione dell’Euro ha causato una perdita di circa € 74.000 per abitante e di 4.300 miliardi per l’economia complessiva. Per la Francia la perdita complessiva è ammontata a circa € 56.000 pro-capite ed ad una complessiva di 3.600 miliardi. La Germania invece ci ha guadagnato circa € 23.000 pro-capite e circa 1.900 miliardi nel complessivo.

La dimostrazione che gli effetti dell’Euro sula ricchezza in Grecia siano ancora di segno positivo è dovuta al fatto che la Grecia nei primi anni subito dopo l’adesione alla moneta unica ha guadagnato enormemente. La situazione è cambiata nel 2011 due anni dopo che la bolla creata nel 2009 era scoppiata. Da allora l’Euro ha avuto un’influenza negativa anche sulla ricchezza della Grecia.

 

4 — RISULTATI PER PAESE DI APPARTENENZA

Questa sezione contiene i profili dell’andamento dei paesi appartenenti all’eurozona presi in esame: Belgio, Germania, Francia, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna.

Ciascun profilo inizia mostrando gli effetti dell’introduzione dell’euro sulla ricchezza di ogni paese, prendendo in esame l’intero periodo da quando è stata utilizzata la nuova moneta unica, sia per l’aspetto pro-capite che per quello dell’economia in generale.

Ogni profilo contiene anche due grafici: il primo mostra l’andamento attuale del PIL pro-capite nel paese dell’eurozona preso in esame dal momento dell’introduzione dell’euro (linea blu) e lo scenario alternativo (controfattuale) che mostra l’andamento ipotetico se il paese non avesse introdotto l’euro (linea arancio).

Il secondo grafico mostra l’influenza che annualmente ha avuto l’adozione dell’euro sul PIL pro-capite nel paese dell’eurozona preso in esame. I valori si riferiscono agli anni corrispondenti e quelli espressi in rosso (negativi) mostrano una riduzione del PIL pro-capite mentre quelli espressi in verde (positivi) mostrano un incremento. A complemento, ogni profilo contiene una conclusione che riassume i risultati principali per ciascun paese dell’eurozona interessato.

4.1 Belgio

Fig. 1.1: Andamento PIL pro-capite con e senza Euro (cifre espresse in €)

Fig.1.2: Influenza dell’introduzione dell’euro sul PIL pro-capite (cifre espresse in €)

Conclusioni: dal 2009 al 2012 il Belgio ha guadagnato dall’adesione all’euro mentre prima e dopo questo periodo ha subito delle perdite; nei dati aggregati con riferimento al periodo 1999/2017, l’euro ha prodotto perdite per 69 miliardi sul PIL complessivo e per € 6370 su quello pro-capite.

 

4.2 Germania

Conclusioni: in conseguenza dell’adesione all’euro la Germania ha guadagnato ogni anno, specialmente dalla crisi della moneta nel 2011, con l’eccezione del 2004 e del 2005. Nei dati aggregati con riferimento al periodo 1999/2017, l’euro ha prodotto un incremento di 19 miliardi sul PIL complessivo e di €23116 sul pro-capite. Pertanto la Germania ha guadagnato più di ogni altra nazione dall’euro.

 

4.3 Francia

Conclusioni: in Francia l’adesione all’eurozona ha portato a perdite annuali. Queste perdite si sommano ai 36 miliardi dall’introduzione della moneta unica. In totale corrisponde ad una perdita per € 55 996 pro-capite. Dopo l’Italia, la Francia quindi è il paese in cui l’euro ha prodotto le perdite più grandi. Questo andamento mostra che la Francia non ha ancora trovato un modo per rafforzare la propria competitività all’interno dell’eurozona. Nei dieci anni precedenti l’introduzione dell’euro, la Francia, a tal fine, ha regolarmente svalutato la sua divisa, ma dopo l’introduzione dell’euro non è stato più possibile; in luogo della svalutazione sono state necessarieriforme strutturali. Allo scopo di beneficiare in qualche modo della nuova moneta unica la Francia deve assolutamente perseverare sulla via delle riforme che il presidente Macron sta perseguendo.

 

4.4 Grecia

Conclusioni: in Grecia l‘accesso all’eurozona ha portato grandi benefici economici tra il 2001 ed il 2010. Nel 2011, dopo la bolla immobiliare scoppiata nel 2009, tutto è cambiato. Da allora l’euro ha determinato una caduta nell’economia e ne è conseguito che, dopo i guadagni nei primi anni dall’introduzione dell’euro, il bilancio complessivo alla fine del 2017 era appena positivo per circa 2 milioni di euro, mentre quello pro-capite per solo € 190. Per garantire che questo rimanga un’ipotesi di medio termine, il governo greco deve intraprendere una serie di riforme che includono misure per accrescere la competitività e per aumentare il clima degli investimenti per aumentare il PIL pro-capite. L’esempio della Spagna mostra che le riforme strutturali possono capovolgere il trend negativo senza mai aumentare le perdite economiche.

 

4.5 Italia

Conclusioni: fra i paesi presi in esame l’euro ha portato perdite economiche così elevate solo in Italia. Le perdite registrate dall’introduzione dell’euro sono attestate intorno ai 4300 miliardi per il PIL nazionale e intorno ad € 73605 per quello pro-capite. Tutto questo perché il PIL pro-capite italiano è in stagnazione da quando è stato introdotto l’euro. L’Italia non ha ancora trovato un modo per diventare competitiva all’interno dell’eurozona; nei decenni antecedenti l’introduzione della moneta unica aveva svalutato regolarmente la propria moneta a questo fine, ma dopo l’adesione all’euro non è stato più possibile ed è stato necessario ricorrere a riforme strutturali. L’esempio della Spagna dimostra come questo tipo di riforme possa ribaltare un trend negativo senza per questo aumentare mai le perdite economiche.

 

4.6 Paesi Bassi

Conclusioni: i Paesi Bassi hanno tratto profitto dall’euro ogni anno, sin dalla sua introduzione; specialmente nel 2008 e nel 2009. I dati aggregati mostrano una crescita di 346 miliardi nel nazionale e di € 21.003 per il PIL pro-capite. Solo la Germania, fra i paesi presi in esame ha guadagnato di più.

 

4.7 Portogallo

Conclusioni: il Portogallo ha tratto beneficio marginalmente dall’euro solo nei primissimi anni dopo la sua introduzione. Negli anni seguenti l’euro ha progressivamente portato a perdite economiche. I dati aggregati mostrano un aumento delle perdite nell’ordine di 424 miliardi nel bilancio complessivo e di € 40.604 in quello pro-capite. Solo Francia ed Italia hanno fatto peggio. Il Portogallo deve ricorrere anch’esso ad una serie di riforme quanto prima per accrescere il PIL pro-capite, se vuole giovarsi di qualche beneficio nel medio termine. Pertanto le condizioni generali per gli investimenti devono essere migliorate e la spesa pubblica utilizzata in misura maggiore per gli investimenti piuttosto che per i consumi.

 

4.8 Spagna

Conclusioni: la Spagna ha guadagnato dall’adesione all’euro dal 1999 al 2010; dal 2011 l’introduzione dell’euro si è tradotta in una riduzione della ricchezza nazionale, raggiungendo il suo apice nel 2014. Da quel momento il calo è stato costante. Le riforme che hanno intrapreso hanno ripagato i governi ma, dal momento che le perdite annuali tra il 2011 ed il 2017 sono state più ingenti dei guadagni della prima ora, attualmente il bilancio complessivo rimane negativo e si attesta a 224 miliardi e € 5.031 pro-capite. Tutto ciò terminerebbe in pochissimi anni se la Spagna seguisse decisamente la via delle riforme strutturali.

 

Allegato

Le tavole qui di seguito indicano quali nazioni fanno parte del “gruppo di controllo” per ciascuno dei paesi dell’eurozona preso in esame, e la misura utilizzata per creare uno scenario controfattuale (alternativo). I grafici seguenti mostrano l’andamento del PIL pro-capite attuale (linea blu) e quello ipotetico (linea arancio) dal 1980 al 2017.

Seguono i grafici di ciascun paese messi a confronto

A.1 Belgio

A.2 Germania

A.3 Francia

A.4 Grecia

A.5 Italia

A.6 Paesi Bassi

A.7 Portogallo

A.8 Spagna

Gli autori:

*Dr. Matthias Kullas, Capo del Dipartimento di Politiche economiche e fiscali

Alessandro Gasparotti, Analista politico del Dipartimento Politiche economiche e fiscali

Note

  1. Discorso di Mario Draghi Presidente della BCE alla Conferenza per gli investimenti globali a Londra del 26 luglio 2012 online all’ indirizzo web:https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2012/html/sp120726.en.html
  2. Consultare per esempio Berger e Nitsch (2005) Ceslfo Working Paper 1435, Bun e Klaassen (2007) Oxford Bulletin of Economics and Statistics, Faruqee (2004) IMF Working Paper 154, Rose e Stanley (2005) Journal of Economic Surveys o Baldwin (2006) ECB Working Paper 594.
  3. Per I dettagli vedere sezione 2
  4. Vedi Abadie e Gardeazabal (2003) The American Economic Review, Abadie et al.(2010) Journal of the American Statistical Association e Abadie et al. (2015) American Journal of Political Science
  5. Il fascicolo statistico su MATLAB, STATA e R. Abbiamo usato STATA nei nostri calcoli. Il fascicolo è disponibile all’indirizzo web: https://web.stanford.edu/jhain/synthpage.html
  6. Per un quadro generale dei paesi del gruppo di controllo e dei loro coefficienti, vedere l’allegato
  7. I parametri per appartenere al gruppo di controllo sono stati stabiliti da Puzzello e Gomis-Porqueras (2018). Per maggiori dettagli Puzzello e Gomis-Porqueras (2018) European Economic Review.
  8. La Grecia, che ha introdotto l’euro con due anni di ritardo rispetto gli altri paesi, il periodo di pre adesione si estende dal 1980 al 1998
  9. Al fine di mostrare i risultati in euro (usando il metodo della Banca Mondiale) il tasso di cambio $/€ è 1.324.
  10. Dati Banca Mondiale (http://data.worldbank.org/)
  11. Tassi di consumo usati: BE 77.55%, DE 77.83%, FR 77.86%, GR 81.88%, IT 77.59%, NL 72.52%, PT 81.09%, e SP 78.7%. Dati Banca Mondiale (http://data.worldbank.org/).
  12. I valori nella colonna 2 sono stati stimati sulla base dei dati annuali sulla popolazione, al fine di neutralizzarne le fluttuazioni che hanno avuto luogo nel periodo in particolare in Grecia. Dati di Banca Mondiale (http://data.worldbank.org/).
  13. Per la Grecia il periodo copre gli anni dal 2001 al 2017, avendo aderito all’eurozona nel 2001.

La Germania pretende che tutti paghino i debiti: I SUOI…!

 

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La Germania pretende che tutti paghino i debiti: I SUOI…!

Mentre tutti guardano alle elezioni europee come test per la tenuta dei governi nazionali, c’è qualcuno che prepara le uniche “riforme dei trattati” possibili: quelle volute dalla Germania e accettate dalla Francia.

Visto che il prossimo Parlamento continentale rischia di vedere una minoranza rilevante di deputati “euroscettici” (ce ne sono di veri e di falsi, di estrema destra e di sinistra autentica), l’establishment prepara trincee, forche caudine, trappole in grado – se l’onda cosiddetta “sovranista” (termine semplicemente infame) resterà al di sotto di una certa soglia – di aggirare ostacoli che fin qui non sono esistiti (se non sulla ripartizione dei migranti salvati in mare).

Il primo meccanismo istituzionale da rivedere è il principio dell’unanimità su una serie di materie nel Consiglio europeo. Come spiega Wolfgang Schaeuble, se si vuole arrivare a un bilancio comune bisogna unificare le politiche fiscali nazionali, fin qui caratterizzate dalla competizione nel favorire l’ingresso di capitali. Una concorrenza alla fin fine suicida (Olanda, Irlanda e altri paesi impongono tasse bassissime alle multinazionali) e che alla lunga impedisce all’Unione Europea di fare un passo verso una maggiore integrazione.

In questo modo si elimina pure il “diritto di veto” che alcuni governi potrebbero porre a decisioni sgradite perché dannose per le economie nazionali e dunque per la tenuta della coesione sociale. Un incremento del carattere “forzoso” delle prescrizioni di Bruxelles, che liquida anche la retorica sulla “condivisione” delle scelte.

Ma c’è un capitolo ancora più interessante che riguarda l’annoso ritardo nell’elaborazione di un vera “unione bancaria”. I pilastri fin qui piantati riguardano infatti aspetti rilevanti (la definizione di standard per la valutazione della solidità delle banche, la sorveglianza Bce, ecc), ma non l’assicurazione dei conti correnti.

Il problema è relativamente semplice: se una banca fallisce, con le regole vigenti, i correntisti sanno che i loro soldi saranno restituiti dallo Stato nazionale (non dall’Unione), ma solo fino a 100.000 euro (cifra rispettabile, comunque…).

La Germania è sempre stata indisponibile alla condivisione di questa assicurazione in base al noto slogan “non verseremo un euro dei tedeschi o degli olandesi per quelle cicale mediterranee che spendono tutto in donne e champagne” (Jeroen Dijsselbloem, ex presidente dell’Eurogruppo).

Purtroppo per loro, i tedeschi hanno dovuto scoprire che le banche messe peggio nel continente sono proprio quelle made in Germany. Anzi, addirittura sono sull’orlo del fallimento i due principali giganti del settore, Deutsche Bank e Commerzbank.

Banche che hanno in pancia “prodotti derivati” invendibili per un valore nominale svariate volte superiore al Pil tedesco (la sola Deutsche Bank 48,26 trilioni, ossia migliaia di miliardi di euro) e che potrebbero facilmente saltare in aria alla prossima (sia in senso di “successiva” che di “imminente”) crisi finanziaria globale.

Fatti due conti, il governo tedesco ha capito che la sola assicurazione nazionale sui conti correnti lo costringerebbe a sborsare cifre tali da far dimenticare per sempre la “stabilità di bilancio” del Reich. E dunque, voilà, si cambia idea: adesso sì, effettivamente, è meglio avere un’assicurazione europea, che redistribuisca tra tutti i paesi il costo del risarcimento ai correntisti tedeschi.

Morale: non verseremo mai un euro a favore di italiani, greci, portoghesi spagnoli, ecc, ma – quando ci serve – pretendiamo che tutti gli altri ci diano i soldi per coprire i nostri buchi.

Del resto, è stato proprio un prestigioso istituto di ricerca tedesco a spiegare – soltanto ieri – che i trattati europei, e soprattutto quel trattato che ha istituito la moneta comune, sono geneticamente sbilanciati a favore dei paesi forti. Detto in soldoni: grazie all’euro ogni cittadino italiano, anche se soltanto neonato, dal 1999 al 2017 ad oggi, ha perso reddito  per 73.600 euro. Mentre ogni cittadino tedesco, anche se in fasce o in manicomio, ne ha guadagnati 23.100.

Facendo due conti della serva: una famiglia italiana di quattro persone in questo lasso di tempo ha perso circa 294.400 euro, più o meno 1.360 euro al mese; quanto basta a comprarsi una casa più che confortevole o campare decisamente meglio…

E, in previsione del fallimento dei colossi di Francoforte, si preparano a chiederne ancora. E in contanti.

Questa è l’Unione Europea. A questo è servito l’euro. Fuor di ideologia, si è rivelato, come prevedibile,  un sistema di rapina a favore dei più ricchi.

*********

Qui di seguito l’articolo de Il Sole 24 Ore

Torna la tassa sulletransazioni finanziarie 

di Carlo Bastasin

Con una dichiarazione a sorpresa, lunedì scorso il presidente del Parlamento tedesco, Wolfgang Schäuble, ha proposto l’abolizione del voto all’unanimità nelle decisioni del Consiglio europeo che ancora lo richiedono, tra queste spiccano le politiche in materia fiscale. La logica di Schäuble è che, se non si toglie il diritto di veto, in capo a ogni governo, nelle decisioni comuni sull’imposizione fiscale, sarà molto difficile istituire una tassa comune europea, senza la quale non ci sarebbero le risorse per predisporre un bilancio per l’euro-area.

A sua volta, in assenza di un bilancio sarebbe inutile istituire il ruolo di ministro delle Finanze dell’euro-area con il quale gli stati membri dovrebbero condividere la loro sovranità di bilancio e coordinare le proprie politiche economiche.

Si tratta, come si capisce, di un passaggio cardinale nel progresso della cooperazione europea in una fase in cui l’impulso all’integrazione è frenato dalle tentazioni sovraniste in molti paesi. La possibilità che forze euroscettiche, a cominciare dalla Lega, formino una minoranza di blocco al Parlamento europeo e che la stessa Commissione europea sia composta da esponenti contrari alla cooperazione rende pericoloso uno scenario in cui il Consiglio dei capi di stato e di governo debba operare all’unanimità.

Molti ambiti di interesse dell’Ue possono continuare anche nelle condizioni attuali, ma la moneta unica è tuttora in una condizione instabile che richiede, per sopravvivere, il completamento di istituzioni di coordinamento fiscale e dell’unione bancaria.

La condivisione delle scelte fiscali è però un tema molto controverso e paralizzato dall’unanimità. Nel 2018, si è già creata una faglia senza precedenti tra la Germania e i paesi della cosiddetta Lega anseatica, guidati dall’Olanda, molti dei quali usano la bassa tassazione delle imprese per sottrarre investimenti e redditi al resto d’Europa e in particolare a Germania, Francia e Italia.

La proposta di Schäuble va inquadrata in ciò che sta succedendo dietro le quinte dei negoziati europei e in particolare di quelli franco-tedeschi. Il progetto di un bilancio dell’euro-area ha preso vigore dopo l’incontro tra Angela Merkel e Emmanuel Macron al castello di Meseberg nel giugno scorso.

Un primo intoppo era giunto a novembre quando Berlino aveva lasciato solo il governo francese nella richiesta di un’imposta sul business digitale come base delle entrate comuni. La proposta d’altronde non aveva chance di essere approvata per l’opposizione dei paesi dell’Est e del Nord Europa. Tuttavia, in una riunione parallela al Consiglio di novembre, i ministri di Francia e Germania avevano ribadito di volere un bilancio dell’euro-area ai fini di competitività, convergenza e stabilizzazione dell’euro-area.

All’Ecofin di gennaio, invece, la funzione di stabilizzazione è stata relegata al solo confronto tecnico e non riconosciuta come obiettivo politico. Si tratta di una decisione cruciale perché molto probabilmente delegherà l’intervento di stabilizzazione al solo Esm, il fondo salva-stati, che agisce prevalentemente quando è richiesta assistenza finanziaria e quindi dopo che una crisi si è presentata e dopo che sono state fissate severe condizioni per il paese che ha necessità di aiuto.

Nulla si sa inoltre delle dimensioni del futuro bilancio che probabilmente saranno indicate dall’Ecofin nella prossima riunione di giugno quando saranno discussi anche i quadri finanziari dell’Unione europea per gli anni a venire. Si ignorano in pratica tutti i dettagli su cui stanno lavorando i comitati tecnici.

Un documento confidenziale dei governi francese e tedesco, citato in un atto del Bundestag della settimana scorsa, contiene però alcuni dettagli. Da quanto riportato dal documento, datato 7 febbraio 2019, a gennaio Parigi e Berlino hanno trovato un accordo tra di loro sui contenuti tecnici. L’intesa riprende l’impostazione concordata a Meseberg e propone una tassa europea sulle transazioni finanziarie sul modello di quella francese che prevede l’imposizione su tutte le transazioni interne in azioni di società nazionali che abbiano una capitalizzazione superiore a un miliardo di euro.

Per ridurre le resistenze dei paesi contrari, la proposta franco-tedesca prevede che chi contribuisce al bilancio dell’euro-area con maggiori entrate derivanti dalla nuova tassa, possa dedurre l’eccesso dal normale contributo al bilancio Ue. In pratica, anche se in misura minima, c’è un trasferimento di importanza dal bilancio europeo a quello dell’euro-area.

Se questa fosse la tendenza, sarebbe un segnale della maggiore personalità politica che l’euro-area potrebbe assumere in futuro, soprattutto dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue.

L’avanzamento dei progetti è millimetrico e certamente condizionato al risultato delle prossime elezioni parlamentari europee. Una minoranza di blocco di forze euroscettiche, ha ammesso Schäuble, sarebbe un colpo molto duro per tutta l’Europa. Tuttavia se il risultato del voto fosse meno indigesto, a Bruxelles, Parigi e Berlino si riprenderanno in mano le fila dell’integrazione.

Perfino sul tema dell’assicurazione comune dei depositi bancari, sembra che la Germania stia finalmente cambiando posizione e aprendo la porta a una soluzione comune, dopo aver verificato alcuni problemi di sostenibilità del proprio sistema interno di assicurazione dei depositi.

Il completamento dell’unione bancaria e dell’unione dei mercati dei capitali consentirebbe di migliorare la circolazione di risparmio tra i paesi dell’euro-area e quindi di “riciclare” negli altri paesi l’eccesso di risparmio tedesco che attualmente sottrae domanda all’economia dell’euro-area. La prospettiva è di una crescente circolazione del risparmio in un’economia dell’euro-area in cui avranno sempre meno significato i confini nazionali.

Anche in considerazione della “regionalizzazione” degli scambi commerciali globali, propugnata dall’attuale Amministrazione americana, la prospettiva europea è di incoraggiare una maggiore interdipendenza al proprio interno e una maggiore corresponsabilità nelle decisioni comuni.

Per la Germania, baricentro europeo della produzione industriale e dell’export di merci e di capitali, il rafforzamento delle responsabilità comuni rappresenta una prospettiva vitale. Quello che forse Schäuble ha compreso è che la strategia tedesca è inevitabilmente legata a una maggiore condivisione delle sovranità economiche è che senza l’abolizione dei diritti di veto e senza l’istituzione di un ministro delle Finanze, l’intera strategia potrebbe fermarsi a metà strada.

 

 

fonte: http://contropiano.org/news/news-economia/2019/02/27/la-germania-pretende-che-tutti-paghino-i-debiti-i-suoi-0112845?fbclid=IwAR2UxWb6QW8p6I-x3y7NB5ac2Xln9KbFXsEI2hBg4Kt3nhCIR0hDMzamcy8

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Grazie alla moneta unica in 20 anni ogni tedesco ha guadagnato 23 mila euro, ogni italiano ne ha persi 75 mila

Report del think tank tedesco Cep sui vincitori (Germania e Olanda) e i vinti (Italia e Francia) della moneta unica “oggi più controversa che mai”

Da quando c’è l’euro, ogni cittadino tedesco ha guadagnato in media 23mila euro, ogni italiano ne ha persi 74mila. La Germania è “di gran lunga” il Paese che più ha tratto profitto dall’entrata in circolazione della moneta unica, l’Italia quello che ci ha rimesso di più. Nel suo ventesimo anniversario, l’euro si mostra in tutta la sua controversa natura di generatore di diseguaglianze. È quanto emerge dal rapporto “20 anni di Euro: vincitori e vinti”, del think tank Cep (Centre for European Policy) di Friburgo. Secondo lo studio, il problema della competitività tra i vari Paesi dell’eurozona “rimane irrisolto e “deriva dal fatto che i singoli paesi non possono più svalutare la propria valuta per rimanere competitivi a livello internazionale”. Dall’introduzione dell’euro, un’erosione della competitività internazionale ha portato “a una minore crescita economica, a un aumento della disoccupazione e al calo delle entrate fiscali. La Grecia e l’Italia, in particolare, stanno attualmente attraversando gravi difficoltà a causa del fatto che non sono in grado di svalutare la propria valuta”.

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Impatto dell’introduzione dell’euro sulla prosperità per abitante e complessiva dal 1999 al 2017

I numeri. Lo studio ha verificato quanto sarebbe stato alto il Pil pro capite, se i Paesi non avessero introdotto l’euro. La Germania, dal 1999 al 2017 avrebbe guadagnato complessivamente 1.893 miliardi di euro, pari a circa 23.116 euro per abitante. Anche i Paesi Bassi hanno guadagnato circa 346 miliardi, e cioè 21mila euro pro capite. Nella maggior parte degli altri Stati si sarebbero registrate invece delle perdite: in Italia, lo Stato che più ne ha risentito, addirittura di 4300 miliardi, pari a 73.605 euro pro capite. In Francia, le perdite ammonterebbero a circa 3.591 miliardi, pari a 55.996 euro pro capite.

Nel 2017, per esempio, il Pil tedesco è aumentato di 280 miliardi di euro e il Pil pro capite di 3.390. L’Italia ha perso di più di tutti. Senza l’euro, calcolano i ricercatori del Cep, il Pil di Roma sarebbe stato più alto di 530 miliardi di euro, che corrisponde a 8.756 euro pro capite. Anche in Francia l’euro ha comportato significative perdite di benessere per 374 miliardi di euro complessivi, che corrispondono a 5.570 euro pro capite.

Nel dettaglio, la Germania ha beneficiato dalla sua appartenenza all’eurozona ogni anno, esclusi il 2004 e il 2005. I profitti maggiori si sono dispiegati soprattutto durante la crisi del 2011. Quanto all’Italia, “in nessun altro Paese tra quelli esaminati l’euro ha portato a perdite così elevate di prosperità”. E aggiunge il report: “L’Italia non ha ancora trovato un modo per diventare competitivo all’interno dell’eurozona. Nei decenni prima dell’introduzione dell’euro, l’Italia svalutava regolarmente la propria valuta con questo scopo. Dopo l’avvento dell’euro non è stato più possibile. Invece, erano necessarie riforme strutturali. La Spagna mostra come le riforme strutturali possono invertire la tendenza negativa”.

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fonte: https://www.huffingtonpost.it/2019/02/25/grazie-alla-moneta-unica-ogni-tedesco-ha-guadagnato-23mila-euro-ogni-italiano-ne-ha-persi-75mila-lo-studio-del-cep_a_23677356/

Unione Europea – Le regole valgono per tutti… Ma non se a infrangerle è Berlino… Loro possono fare come cavolo gli pare…!

 

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Unione Europea – Le regole valgono per tutti… Ma non se a infrangerle è Berlino… Loro possono fare come cavolo gli pare…!

Le regole valgono finché la Germania le rispetta. È questo quello che si evince dall’ultimo scontro tutto interno all’Unione europea sulla procedura con cui la Commissione europea ha nominato il tedesco Martin Selmayr come segretario generale. Secondo il difensore civico, l’organo guidato da Jean-Claude Juncker non ha seguito le regole previste. E le indagini dell’Ombudsmanproseguono con uno scontro infuocato fra il suo ufficio e quello della Commissione.

L’ufficio di Juncker ha risposto che la Commissione ha agito nel massimo della trasparenza e che la procedura è stata regolarissima. Replica che non è piaciuta agli “inquirente”, tanto che l’ufficio presieduto dall’irlandese Emily  O’Reilly ha comunicato: “La risposta della Commissione alla nostra indagine non presenta nessuna nuova informazione e non ne modifica i risultati, che erano basati su un’ispezione di documenti interni della Commissione”. “La nostra indagine ha dimostrato in dettaglio come la nomina del signor Selmayr non abbia seguito il diritto europeo e non abbia seguito le regole della stessa Commissione”.

La questione è particolarmente delicata. Perché Selmayr non è un semplice funzionario: è il capo di gabinetto della Commissione europea e, secondo molti, è il burocrate più potente di Bruxelles. Non è un mistero che la sua figura sia diventata in questi quattro anni a dir poco fondamentale. Tra le sue mani sono passati tutti i principali dossier degli ultimi tempi, dalla Brexit alla crisi del debito greco. E questo lo ha reso una personalità non solo importante ma anche fondamentale. Tanto che c’è chi lo ha definito il “presidente ombra”.

Ma chi è Selmayr? Tedesco, avvocato, 47 anni, la sua carriera è stata rapida e decisa, passando da portavoce a segretario generale della Commissione. Come scrive Linkiesta, “alcuni colleghi lo chiamano il ‘mostro’ di Berlaymont per come gestisce in modo autoritario e dispotico i lavori nel palazzo della Commissione a Bruxelles. Altri ancora invece l’hanno definito il ‘Rasputin di Juncker’ o il ‘Frank Underwood della politica europea’ per il cinismo unito alla spregiudicatezza politica”. E nel frattempo, ha blindato la sua posizione al’interno della Commissione. Perché il segretario generale è un ruolo amministrativo: quindi non è sottoposto alle tempeste politiche. Ed è proprio per questo che l’Unione europea ha messo sotto osservazione la sua figura.

Secondo molti osservatori, la nomina è una mossa anche spregiudicata di Juncker, per mantenere il più possibile lo status quo della Commissione europea anche dopo le elezioni europee del 2019. Il presidente della Commissione non potrà ricandidarsi per ovvi motivi. Inviso da molti governo dell’Unione europea, ma soprattutto dallo stesso elettorato continentale, la sua leadership è già abbondantemente sul viale del tramonto. Ma può dare il suo ultimi colpo di cosa: e l’ha fatto con la nomina di Selmayr.

Ma la questione non investe solo Junker. La nomina di un tedesco come segretario generale ha lasciato tutti parecchio perplessi: perché tutti i ruoli amministrativi più importanti dell’Ue sono ricoperti da tedeschi. Quindi da una parte c’è uno Juncker sempre più debole che blinda la sua Commissione. Dall’altra parte, la Germania ha praticamente invaso gli uffici burocratici dell’Unione europea. Klaus Welle è segretario generale del Parlamento europeo, Helga Schmid è segretario generale dell’Eeas, il Servizio europeo per l’azione esterna. E adesso si parla anche di Manfred Weber alla presidenza della Commissione europea e di Jens Weidmann a capo della Banca centrale europea.

La strategia tedesca è molto interessante. La Germania di Angela Merkel non ha scelto ruoli di prestigio o posizioni di comando in questi anni, ma ha scelto i posti “che contano”, quelli burocratici. È dal sottobosco dei funzionari europei che la Merkel coordina la politica dell’Unione. E in questi anni ha fatto in modo di fondere completamente i desideri di Berlino con quelli di Bruxelles grazie anche alla presidenza di Juncker. Anche infrangendo le regole.

fonte: http://www.occhidellaguerra.it/europa-germania-selmayr/