Buon compleanno Euro: vent’anni di guai, ma non per tutti. Ha distrutto imprese e famiglie, la povertà dilaga ed i suicidi neanche si contano più, ma c’è chi festeggia… Lobby, multinazionali e alta finanza brindano alla nostra faccia e sulla nostra pelle!

 

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Buon compleanno Euro: vent’anni di guai, ma non per tutti. Ha distrutto imprese e famiglie, la povertà dilaga ed i suicidi neanche si contano più, ma c’è chi festeggia… Lobby, multinazionali e alta finanza brindano alla nostra faccia e sulla nostra pelle!

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su Libero, 02/01/2019

L’euro è stato un disastro per i Paesi del Sud Europa e in particolare per l’Italia, ma non tanto – come spesso si sente dire – perché non ha consentito di svalutare come ai tempi della Lira. In realtà l’euro è stato ed è un meccanismo per gonfiare il credito e il debito delle famiglie e delle imprese e poi anche degli Stati e delle banche. La prova è che negli anni della moneta comune l’indebitamento dell’economia nel suo complesso è esploso, al punto che il rimborso del debito e degli interessi (complessivamente, da parte di famiglie, imprese, Stato) è arrivato al 70% del PIL! Questo è il vero motivo per cui il sistema dell’euro ha provocato la stagnazione economica in gran parte d’Europa e la depressione in Italia.

L’euro, sotto la cortina fumogena dei famosi limiti al debito pubblico, in realtà è un meccanismo per far crescere il debito privato (di famiglie, imprese e banche) e poi alla fine anche quello pubblico.

Grazie all’euro il potere economico vero è passato dagli Stati alle grandi banche e alla finanza (e alla Banca centrale che le protegge). Ma procediamo con ordine.

Noi non lo ricordiamo, ma prima dell’introduzione della moneta comune la produzione industriale cresceva in Italia di più che in Germania e in linea con la Francia. Dopo il 2000 sia la Francia che la Germania hanno prima rallentato e poi smesso di crescere. L’Italia ha perso fino al -23% di produzione dal picco del 2007 fino al minimo causato dall’austerità di Monti nel 2013 e anche ora ha recuperato molto poco.

La Francia ha perso meno, ma è stata comunque distanziata dalla Germania. Partendo dal 1990 (usandolo come base uguale per tutti a 100) si ha che la Germania è oggi a 130, la Francia a 100 e l’Italia a 88. L’euro è stato un disastro per l’economia italiana (e anche francese). Ci sono stati negli anni dell’euro ovviamente anche altri fattori concomitanti, come l’apertura alla Cina nel 2001, ma l’interscambio con la Cina anche oggi è una quota del PIL intorno al 2% in eurozona, per cui è difficile sostenere che abbia causato un crollo della produzione industriale del 20%.

IL CROLLO

Il crollo della produzione è stato dovuto invece a due fattori. In primo luogo la tassazione che per entrare nell’euro è stata aumentata pesantemente e poi di nuovo aumentata dopo il 2011 con Monti (sempre per evitare un default del debito in euro dato che non si poteva svalutare). Il peso della tassazione sul PIL è aumentato dal 1998, quando è iniziata la “convergenza” all’euro, di 5 punti percentuali. Prima della moneta comune questo non era necessario perché lo Stato poteva, se necessario, anche finanziare i deficit emettendo moneta e non tassando, come fanno in Giappone dove il debito pubblico è il doppio del nostro.

In secondo luogo c’è stato il crollo verticale dopo il 2008 del credito alle imprese che è stato tagliato da 910 a 710 miliardi, un crollo del credito mai verificatosi in tempo di pace. Questa contrazione violenta del credito a sua volta ha provocato il crollo degli investimenti del 30%.

La tassazione soffocante e il taglio drastico del credito hanno comportato il crollo degli investimenti che però poi a sua volta ha comportato la perdita di produttività, dato che per aumentarla occorrono investimenti (in macchinari, software, ricerca…).

Come mai allora non c’è stata una rivolta contro l’euro, se è stato così negativo per l’economia industriale? Perché l’euro è stato invece un grosso affare per l’economia finanziaria. Questo è il fatto che sia gli apologeti sia i critici dell’euro non notano quasi mai. Con l’arrivo dell’euro c’è stata un esplosione del credito (e quindi del debito), che è raddoppiato da 5 mila a 10 mila miliardi e si riversato sugli immobili gonfiando la bolla immobiliare fino al 2008 e poi sul credito al consumo e sugli investimenti finanziari e speculazione (incluse fusioni e acquisizioni).

Mentre tutti parlavano sempre del famoso deficit e debito pubblico in realtà esplodeva il debito privato. Come mai? Innanzitutto dal Trattato di Maastricht del 1992 in poi si è impedito formalmente ai governi di emettere moneta. Di conseguenza tutto l’aumento del denaro nell’economia è avvenuto solo tramite il credito e quindi l’emissione di debito. Se imponi di ridurre i deficit pubblici e poi di finanziarli con debito, il risultato è che arrivano meno soldi nell’economia privata dallo Stato e quei soldi vengono tutti riassorbiti per comprare titoli di stato emessi.

LE BANCHE

In questo modo l’unica creazione di denaro per l’economia avviene tramite le banche, i cui bilanci in pochi anni sono raddoppiati. Questo accumulo di debito per le imprese e le famiglie però non poteva continuare all’infinito, anche perché era in gran parte improduttivo, finiva soprattutto negli immobili. Nell’eurozona solo un quarto del credito finisce alle imprese, cioè è credito produttivo, i tre quarti vanno a finanziare immobili, credito al consumo e investimenti finanziari vari. Basta pensare che le banche francesi avevano comprato quasi 300 miliardi di Btp. La bolla immobiliare si è gonfiata ovunque (tranne che in Germania), in particolare in Irlanda e Spagna, ma anche in Italia, fino a quando c’è stato il crac nel 2008 simultaneamente in America ed Europa.

Nel 2008 è scoppiata la crisi finanziaria globale che tutti ricordiamo innescata da Lehman, la crescita del credito si è incagliata, ci sono stati default e buona parte delle banche (in America e Europa) sono state salvate dai governi. In Italia a causa dei vincoli sul deficit pubblico lo Stato non è intervenuto a tappare i buchi delle banche e queste, oberate da investimenti e prestiti immobiliari, hanno tagliato indiscriminatamente il credito alle imprese. Dato che in tutto il mondo occidentale veniva a mancare liquidità e le banche erano tutte in crisi queste hanno di colpo liquidato i titoli di stato creando la “crisi dello spread”.

Le banche estere con l’euro avevano infatti comprato la maggioranza dei Btp facendo enormi guadagni in conto capitale, perché con i rendimenti che scendevano dal 6-7% al 3-4% ovviamente i prezzi dei Btp aumentavano. Nel 2008 dato che il mercato finanziario era paralizzato da perdite su derivati di mutui in America e da perdite su immobili in Irlanda o Spagna le banche hanno tutte tagliato di colpo provocando il cedimento delle quotazioni dei Btp. Dato che lo Stato italiano non poteva intervenire tramite Banca d’Italia per calmierare il mercato come faceva prima dell’euro, i BTP hanno perso un 20% circa e questo è stato usato come pretesto per invocare le dimissioni di Berlusconi e installare Monti che ha imposto più austerità, vale a dire più tasse. Monti – per salvare l’euro – ha dato il colpo di grazia all’economia produttiva provocando un crollo della domanda interna del 10% circa e a sua volta poi un ulteriore taglio del credito alle imprese in difficoltà.

IL PUNTO

Come si vede in tutta questa discussione il tasso di cambio della Lira o dell’euro non è menzionato, perché non è in realtà importante. Quello che conta veramente è quanto denaro circola nell’economia e se viene creato tutto come debito e infine se viene usato per scopi produttivi o per finanziare immobili, investimenti finanziari e speculazioni.

Con la moneta unica le banche hanno avuto via libera innanzitutto per fondersi sempre di più e poi per far esplodere il credito improduttivo, quello che va a immobili, credito al consumo e investimenti finanziari come comprare titoli greci o italiani o turchi. È vero che le banche hanno fatto crac ovunque, anche quelle inglesi, svizzere o americane perché non era un problema solo dell’Euro, ma di tutta l’economia occidentale che è oggi finanziarizzata. La differenza però è che fuori dall’eurozona lo Stato può finanziarsi con la Banca centrale e intervenire a tappare i buchi delle banche, mentre nell’eurozona le “regole” penalizzano Paesi come l’Italia e glielo impediscono. Come misura in extremis, per evitare l’implosione dell’euro nel 2012 la Banca Centrale Europea alla fine ha anche lei finanziato i deficit pubblici fino a quest’anno comprando 2,600 miliardi di titoli sui mercati e questo ha stabilizzato la situazione. Ma il problema è stato solo rinviato perché ora smette e l’Italia non può usare la sua Banca Centrale.

Con l’Euro, dietro la cortina fumogena dei limiti al debito pubblico, si è creato un enorme debito privato che poi ha creato una bolla e un crac bancario e alla fine anche il debito pubblico è aumentato di conseguenza perché si sono salvate tutte le banche. Così alla fine il potere economico vero è passato dagli Stati alle grandi banche (e alla Banca centrale che le protegge sempre) e ai mega fondi che sono ora in grado di ricattare i governi.

Questo è oggi il problema vero, il potere delle grandi banche, dei grandi fondi e della banca centrale (che è composta da personaggi che vanno e vengono da banche e fondi) che ha sostituito quello dello Stato. Potete pure votare quello che cazzo volete intanto ormai il potere grazie all’euro è della finanza e quella non la elegge nessuno.

Dal Blog di Paolo Becchi

L’economista Prof. Antonio Maria Rinaldi: “La Germania non ha mai dato una lira all’Italia, mentre gli italiani hanno sanato i buchi delle banche tedesche e francesi”

Rinaldi

 

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L’economista Prof. Antonio Maria Rinaldi: “La Germania non ha mai dato una lira all’Italia, mentre gli italiani hanno sanato i buchi delle banche tedesche e francesi”

“Posso fare un commento alla stampa tedesca? Io sarei molto più preoccupato non tanto come italiano, quanto come tedesco, della situazione ad esempio della Deutsche Bank ma perché lo dicono loro”.

Così l’economista Antonio Maria Rinaldi intervenendo ad “Agorà”, su Raitre, giovedì scorso.

“Poi vorrei anche sottolineare una cosa – ha proseguito – è stato detto, per l’ennesima volta, che i tedeschi hanno paura di perdere soldi per l’Italia, vorrei tranquillizzare gli amici tedeschi che la Germania, nell’ambito dell’Unione Europea, non ha mai speso e mai dato una sola lira all’Italia”.

“Hanno paura di perdere soldi per darli all’Italia, non hanno dato neanche una lira, lo posso garantire” ha ribadito l’economista.

“Il problema è un altro, perché i soldi nel caso li hanno dati gli italiani per sanare i buchi delle banche tedesche e francesi con i fondi ‘salva stati’ e questo è un dato di fatto e lo dice anche D’Alema giustamente” ha spiegato.

“Quindi nel caso, siamo preoccupati noi del loro sistema bancario, perché fino ad adesso chi ha tirato fuori i soldi siamo stati noi e quindi i tedeschi non hanno tirato fuori una lira, si sappia, si documenti” ha concluso.

Qui il video

 

 

 

L’analisi de Il Sole 24 Ore – Italia? No, è la Francia il Paese più indebitato dell’area euro

Francia

 

 

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L’analisi de Il Sole 24 Ore – Italia? No, è la Francia il Paese più indebitato dell’area euro

Nella classifica del debito pubblico in rapporto al Pil (che in Italia fa 130%, in Francia e Usa 100%, e nella media dell’Eurozona 90%) l’Italia ne esce, da tempo, come tra le economie più “a leva” del pianeta. Ma se si amplia lo sguardo al debito aggregato, ovvero ai livelli di indebitamento di tutti gli attori economici (Stato, imprese, banche e famiglie) l’Italia si rivela d’emblée un Paese nella media, senza grossi problemi di debito.

Sempre seguendo questa classifica – che però al momento non fa parte delle griglie con cui l’Unione europea giudica l’operato dei suoi membri – si scopre che è la Francia il Paese più esposto finanziariamente; il Paese che ricorrendo al debito sta vivendo l’oggi più di tutti con i mezzi del domani. È vero, il debito pubblico in rapporto al Pil è più contenuto rispetto all’Italia ma se si somma l’esposizione delle società (circa 160% del Pil), delle banche (90% ) e delle famiglie (60%) vien fuori che il sistemaFrancia viaggia con una leva enorme, che supera il 400% del Pil, pari a 9mila miliardi di debiti cumulati. L’Italia, sommando tutti gli attori economici, supera di poco il 350% a fronte del 270% della Germania.

IL CONFRONTO
Dati in % del Pil (Fonte: Bloomberg)

Questi numeri devono far riflettere, in particolare i tecnocrati europei che elaborano le soglie che stabiliscono se un Paese è virtuoso o no. Ignorare – o non pesare come probabilmente meriterebbe – il debito privato è un doppio errore. Sia perché c’è una stretta correlazione storica tra debito pubblico e debito privato (è dimostrato che laddove i Paesi sono chiamati a ridurre il debito pubblico con forme di austerità, sono quasi costretti ad andare a “pescare” la crescita attraverso l’aumento della leva privata). E sia perché, se con l’introduzione del bail-in (che stabilisce che i privati partecipano con i propri risparmi ai salvataggi delle banche) passa il principio che il risparmio privato è un “asset istituzionale”, allora forse sarebbe più logico considerare tale anche il debito privato.

 

tratto da: https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-08-30/italia-no-e-francia-paese-piu-indebitato-dell-area-euro-202718.shtml?uuid=AE2nIVKC&fbclid=IwAR0PsaBYEJPQrQWFPDG5uLaIeYh38OiDC-JVONTR-9LJ2WD0iX16YmlZ-ik

UN VERGOGNOSO SCIACALLAGGIO – In Grecia si muore, ma la Germania non ha scrupoli a incassare 1,34 miliardi di Euro l’anno di profitti sui prestiti – E non dimenticate che queste carogne hanno definito noi Italiani “scrocconi”…!

 

Germania

 

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UN VERGOGNOSO SCIACALLAGGIO – In Grecia si muore, ma la Germania non ha scrupoli a incassare 1,34 miliardi di Euro l’anno di profitti sui prestiti – E non dimenticate che queste carogne hanno definito noi Italiani “scrocconi”…!

 

Da Il Sole 24 Ore

La Germania incassa 1,34 miliardi di euro di profitti su prestiti ad Atene

a notizia rischia di riaprire vecchie ferite tra Berlino e Atene perché arriva proprio il giorno dopo la concessione di una laurea honoris causa al presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, all’Università Aristotele di Salonicco che ha provocato dimostrazioni di protesta con spiegamento di forze di polizia a difesa della cerimonia. La Germania ha incassato 1,34 miliardi di euro dall’inizio della crisi greca nel 2009. Lo ha indicato il quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung. Si tratta dei profitti ottenuti grazie agli interessi dei prestiti ad Atene. In sostanza, la banca di sviluppo tedesca Kfw (Kreditanstalt fur Wiederaufbau) ha incassato 393 milioni di euro sui prestiti di 15,2 miliardi alla Grecia nel 2010. Tra il 2010 e il 2012, il programma di riacquisto di titoli ellenici da parte delle banche centrali della zona euro ha fatto registrare alla Bundesbank profitti per 952 milioni di euro.

Un bel gruzzoletto. I numeri sono emersi grazie a un’interrogazione parlamentare presentata al Bundestag dal movimento dei Verdi al ministero delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble. I Verdi, attraverso le parole di Sven-Christian Kindler, hanno criticato il comportamento tedesco nei confronti della Grecia: «Sarà anche legale che la Germania guadagni sulla crisi della Grecia, ma non è legittimo nel senso morale della solidarietà».

 I profitti sono arrivati alla Bundesbank, la banca centrale tedesca, per aver partecipato come le altre banche dell’eurozona, al programma Securities Market Programme (SPM) dal 2010 al 2012 sotto l’egida della Banca centrale europeaall’epoca diretta da Jean-Claude Trichet. La Bce ha incassato più di 1,1 miliardi di euro nel 2016 in interessi su un ammontare di 20 miliardi di bond greci acquistati attraverso lo SMP, bond che erano stati venduti sul mercato secondario da banche soprattutto francesi, olandesi e tedesche timorose di un haircut, un taglio del valore facciale delle obbligazioni. Quest’anno i profitti ammonteranno a 901 milioni di euro quando verranno ancora distribuiti ai 19 stati dell’eurozona. Dal 2015 la Germania ha raccolto 952 milioni di euro come profitti del programma SMP.

Il bilancio tedesco ha registrato, sotto l’attenta regìa del ministro conservatore e artefice dell’austerità nell’eurozona, Wolfgang Schaeuble, un surplus di 6,2 miliardi di euro nel 2016. I Verdi tedeschi hanno sottolineato che anche i profitti ricavati dalla crisi greca hanno aiutato a raggiungere questo obiettivo. Ma questa osservazione non sembra aver scalfito la posizione di Schaeuble.

Nel biennio tra il 2013 e il 2015 l’Ue aveva deciso che i profitti generati dai bond greci fossero restituiti da Francoforte alle banche centrali di ogni Paese, che poi li avrebbero rigirati ad Atene per alleggerire il suo pesante fardello del debito che viaggia al 179% del Pil. Ma poi nel 2015 a seguito di un referendum e uno scontro tra Governo Tsipras e creditori internazionali questa procedura è stata interrotta e gli stati si sono tenuti gli interessi del 2015 e 2016.

Nell’ultimo eurogruppo tenutosi a Lussemburgo dopo aver trovato l’accordo per l’esborso di una tranche di aiuti per 8,5 miliardi (serviti a pagare 7 miliardi di euro di bond in scadenza e in mano alla Bce) i creditori hanno manifestato l’intenzione di restituire i profitti guadagnati dai bond greci se Atene avrà rispettato tutti gli impegni prioritari entro il 2018, ma solo quelli realizzati nel 2017.

Il Fmi pur restando nel programma non ha partecipato all’esborso della quota relativa alla tranche di 8,5 miliardi di euro perché non ritiene sostenibile l’attuale livello del debito greco.

tratto da: https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-07-14/la-germania-incassa-134-miliardi-euro-profitti-prestiti-ad-atene-195033.shtml?uuid=AE8XAjxB&fbclid=IwAR3bJE_2PGzfuDjinZ6VHWvSyL0QR-H4Kfyoc0_Ky8HQhY7YBOVxUVyClDU

Il ministro tedesco: se l’Italia esce dall’Euro la Germania crolla, e l’Italia vola!

 

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Il ministro tedesco: se l’Italia esce dall’Euro la Germania crolla, e l’Italia vola!

Theo Waigel è stato per dieci anni Ministro delle Finanze di Helmut Kohl. Il 21 giugno scorso ha rilasciato un’intervista a T-Online. Questo è un frammento delle sue dichiarazioni.

 Intervistatore: “I sondaggi sull’uscita dalla UE mostrano che se si chiedesse ai francesi e ad altri, vincerebbe chi vuole uscire, con uno scarto minimo. Secondo lei da dove viene questa disaffezione per l’UE?
Theo Waigel: “Al grado di sviluppo della globalizzazione e dei mercati aperti cui siamo arrivati – che non è più reversibile -, ci sono forze che si oppongono, sostenendo la necessità di ritornare ai confini e alle regolamentazioni nazionali, che prima funzionavano bene, per tornare ad appropriarsi delle proprie capacità decisionali“.
Intervistatore: “E cosa gli si può rispondere?
Theo Waigel: Gli si può rispondere in modo del tutto chiaro quali svantaggi ne scaturirebbero. Se la Germania oggi uscisse dall’unione monetaria, allora avremmo immediatamente, il giorno dopo, un apprezzamento tra il 20% e il 30% del marco tedesco – che tornerebbe nuovamente in circolazione -. Chiunque si può immaginare che cosa significherebbe per il nostro export, per il nostro mercato del lavoro, o per il nostro bilancio federale“.
L’euro conviene alla Germania, ecco perché ci restiamo dentro. Va da sè che se il marco diventasse sconveniente, la lira diventerebbe conveniente per i mercati, per gli investitori e per i consumatori. Queste cose i commentatori nazionali non ve lo dicono. Queste notizie ai telegiornali non passano. Per chi lavora la stampa italiana? Per chi lavora la politica italiana? Per l’Italia o per Berlino? Se lavorasse per gli italiani, interviste come queste sarebbero in prima pagina su tutti i quotidiani, in luogo dello spettro dell’inflazione, e la gente inizierebbe a trarne le conclusioni.
In Germania, invece, non si fanno problemi a dirlo con chiarezza. Anche perché hanno interessi opposti. Ci fu anche un pezzo dello Spiegel Online datato 13 giugno 2012 (ben 4 anni fa), che lo disse con altrettanta chiarezza:
« Con un’uscita dall’Euro e un taglio netto dei debiti la crisi interna italiana finirebbe di colpo. La nostra invece inizierebbe proprio allora. Una gran parte del settore bancario europeo si troverebbe a collassare immediatamente. Il debito pubblico tedesco aumenterebbe massicciamente perché si dovrebbe ricapitalizzare il settore bancario e investire ancora centinaia di miliardi per le perdite dovute al sistema dei pagamenti target 2 intraeuropei.
E chi crede che non vi saranno allora dei rifiuti tra i paesi europei, non s’immagina neanche cosa possa accadere durante una crisi economica così profonda.
Un’uscita dall’euro da parte dell’Italia danneggerebbe probabilmente molto più noi che non l’Italia stessa e questo indebolisce indubbiamente la posizione della Germania nelle trattative. Non riesco ad immaginarmi che in Germania a parte alcuni professori di economia statali e in pensione qualcuno possa avere un Interesse a un crollo dell’euro. »
Fonte: https://www.essere-informati.it/ministro-tedesco-se-litalia-esce/

L’analisi DEMOSKOPIKA – Il “sistema Italia” spende 40 mln di Euro al giorno per l’Unione Europea. Ogni italiano per “sostenere” l’Europa ha paga in media 875 euro ricevendone soltanto 585…!

 

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L’analisi DEMOSKOPIKA – Il “sistema Italia” spende 40 mln di Euro al giorno per l’Unione Europea. Ogni italiano per “sostenere” l’Europa ha paga in media 875 euro ricevendone soltanto 585…!

 

Il “sistema Italia” spende 40 mln di euro al giorno per UE
DEMOSKOPIKA: CIASCUN ITALIANO PER “SOSTENERE” L’EUROPA HA PAGATO IN MEDIA 875 EURO RICEVENDONE SOLTANTO 585

Nell’ultimo triennio, il sistema regionale italiano ha versato nella casse dell’Unione europea ben 44 miliardi di euro incassando soltanto 35, con un saldo “in rosso” pari a 8,5 miliardi di euro. Nel 2017 l’ammontare complessivo generato dai territori per “restare” in Europa è stato pari a 14.881 milioni, con un incremento del 3,9% rispetto all’anno precedente quando il monte contributi aveva raggiunto i 14.328 milioni di euro. È quanto emerge dalle stime contenute nello studio “Europa Bicefala. Analisi dei rapporti finanziari del sistema regionale italiano con le istituzioni comunitarie” realizzato dall’Istituto Demoskopika che ha osservato il periodo 2015-2017..

Secondo il report, l’Italia è divisa in due nella distribuzione dei rapporti finanziari con le istituzioni comunitarie: tutte le regioni rientranti nell’ex “obiettivo convergenza” (regioni meno sviluppate e regioni in transizione), eccezion fatta per l’Abruzzo, presentano un saldo positivo pari a 7 miliardi di euro mentre, al contrario, le regioni più sviluppate (ex “obiettivo competitività”) hanno versato decisamente più di quanto incassato con un “credito” maturato pari a oltre 15 miliardi di euro.

Una dicotomia probabilmente “condizionata” – si legge nello studio – dall’attuazione della politica di coesione con cui l’Unione europea, attraverso l’impiego dei fondi strutturali, punta a riequilibrare i divari esistenti, a livello di sviluppo economico e di tenore di vita, tra le diverse realtà regionali.

In questo scenario, inoltre, è la Lombardia a risultare il maggiore finanziatore italiano con oltre 10 miliardi di euro di contributo stimato ma anche la realtà più penalizzata considerato un saldo negativo pari a ben 5,5 miliardi di euro. Situazioni significativamente più convenienti per Sicilia e Campania che hanno ricevuto circa 4 miliardi di euro in più di quanto hanno versato.

“Lo studio, seppur non esaustivo in quanto incentrato principalmente nella relazione dicotomica del dare/avere – commenta il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio – conferma le criticità generate dalla complessità del sistema di finanziamento dell’Unione europea che, principalmente negli attuali meccanismi di riscossione e di calcolo delle risorse, come più volte evidenziato dalla Corte dei Conti europea, risulta poco leggibile disincentivando processi di controllo diretto da parte dei cittadini”.

“È auspicabile – continua Raffaele Rio – nell’ottica del raggiungimento dell’autonomia finanziaria dell’Unione europea, un’accelerazione  delle istituzioni comunitarie nella valutazione del progetto di riforma presentato dal Gruppo di alto livello istituito dai presidenti della Commissione, del Parlamento europeo e del Consiglio europeo nel 2017. Proposta che prevede l’introduzione di tasse e imposte direttamente connesse alla dimensione europea.  In questo quadro, riformare l’attuale meccanismo di partecipazione al bilancio dell’Unione europea – conclude il presidente di Demoskopika – produrrebbe, senza alcun dubbio, un cambiamento della percezione dei cittadini in direzione di una maggiore consapevolezza collettiva circa la capacità di metter in comune risorse in modo economicamente più efficace e di una minore convinzione che finanziare l’Europa rappresenti principalmente un fattore di costo per il “sistema Italia’”.

Versamenti all’UE: 44 miliardi da reddito nazionale lordo, IVA e dazi

È stato pari a 43.998 milioni di euro, la somma dei contributi europei versati dall’Italia all’Unione europea nel periodo 2015-2017 che l’Istituto Demoskopika ha potuto stimare su base regionale partendo dalla cosiddette “risorse proprie”.

In particolare, la contribuzione degli Stati membri al Bilancio dell’Unione europea, per come ben evidenziato nell’ultima relazione della sezione di controllo per gli affari comunitari e internazionali della Corte dei Conti, è finanziato principalmente attraverso tre tipologie di “risorse proprie”: la risorsa basata sul Reddito nazionale lordo (RNL), la risorsa propria basata su un’aliquota uniforme (pari allo 0,3%) applicata alle basi imponibili IVA armonizzate e, infine, le risorse proprie tradizionali, costituite dai dazi doganali sulle importazioni e dai contributi sulla produzione dello zucchero, detratta una ritenuta per oneri di accertamento e riscossione.

Entrando nel dettaglio dei dati rilevati, emerge che la quota del contributo ascrivibile alla risorsa basata sul RNL è stata pari 33.895 milioni di euro rappresentando ben il 77% delle entrate da risorse proprie analizzate. A seguire 5.087 milioni di euro, pari all’11,6%, di dazi sulle merci provenienti importate dall’Italia e provenienti da fuori Unione europea e, infine, 5.016 milioni di euro, pari all’11,4%, quale quota proveniente dall’IVA.

Finanziamenti dal “basso”: in testa Lombardia, Lazio, Veneto ed Emilia Romagna

Sono quattro i principali finanziatori del bilancio comunitario. Lombardia, Lazio, Veneto ed Emilia Romagna, nel triennio osservato, hanno versato nella casse europee ben 23 miliardi di euro pari alla metà del finanziamento complessivo italiano: la Lombardia ha contribuito con 10.047 milioni di euro pari al 22,8%, il Lazio con 4.711 milioni di euro (10,7%), il Veneto con 4.198 milioni di euro (9,5%) e l’Emilia Romagna con 4.006 milioni di euro (9,1%). Seguono con un livello di contribuzione rilevante altre quattro realtà territoriali: Piemonte con 3.470 milioni di euro (7,9%), Toscana con 2.924 milioni di euro (6,6%), Campania con 2.652 milioni di euro (6,0%) e Sicilia con 2.264 milioni di euro (5,1%).

Sono quattro, inoltre, i sistemi regionali analizzati che presentano valori assoluti di partecipazione al bilancio dell’Unione Europea superiore al miliardo di euro: Puglia con 1.838 milioni di euro (4,2%), Liguria con 1.241 milioni di euro (2,8%), Marche con 1.057 milioni di euro (2,4%) e Trentino Alto Adige  con 1.034 milioni di euro (2,3%).

Le rimanenti regioni, infine, si caratterizzano per livelli osservati significativamente minori: Friuli Venezia Giulia con 958 milioni di euro (2,2%), Sardegna con 887 milioni di euro (2,0%), Calabria con 802 milioni di euro (1,8%), Abruzzo con 799 milioni di euro (1,8%), Umbria con 539 milioni di euro (1,8%), Basilicata con 308 milioni di euro (0,7%), Molise con 155 milioni di euro (0,4%) e, infine, Valle d’Aosta con 107 milioni di euro (0,2%).

Accrediti dall’UE: tre regioni del Sud tra le prime quattro

Campania, Sicilia e Puglia hanno ricevuto un castelletto di pagamenti europei per circa 12 miliardi di euro nel periodo che va dal 2015 al 2017. Un dato che colloca le tre regioni del Sud rispettivamente al primo posto (Campania), con 4.903 milioni di euro, al terzo posto (Sicilia) con 3.996 milioni di euro e al quarto posto (Puglia) con 3.071 milioni di euro nella graduatoria dei sistemi regionali maggiormente beneficiari di risorse comunitarie. Tra loro, collocandosi al secondo posto, si affaccia la Lombardia che ha ricevuto 4.521 milioni di euro.

A seguire, nell’analisi degli accrediti in valore assoluto stimati su base regionale, si posizionano, in ordine decrescente, il Lazio con 2.786 milioni di euro, il Veneto con 2.310 milioni di euro, il Piemonte con 2.210 milioni di euro, la Calabria con 2.156 milioni di euro e l’Emilia Romagna con 2.077 milioni di euro. E, ancora, la Toscana con 1.860 milioni di euro, la Sardegna con 1.105 milioni di euro, la Liguria con 795 milioni di euro, le Marche con 743 milioni di euro, l’Abruzzo, con 709 milioni di euro e il Friuli Venezia Giulia con 594 milioni di euro. In coda, per pagamenti in valore assoluto ricevuti dall’Unione Europea si collocano i rimanenti cinque sistemi regionali: Trentino Alto Adige con 491 milioni di euro, l’Umbria con 462 milioni di euro, la Basilicata con 408 milioni di euro, il Molise con 177 milioni di euro e, infine, la Valle d’Aosta con 73 milioni di euro.

“Relazioni finanziarie”: per il sistema regionale, saldo negativo di 8,5 miliardi di euro

Per il sistema delle regioni analizzato, la differenza tra i versamenti e gli accrediti stimati da Demoskopika mostra complessivamente un saldo negativo pari a 8.548 milioni di euro: 43.998 milioni di euro di contributi al bilancio europea a fronte di 35.450 milioni di euro ricevuti.

Dallo studio emerge un’Italia divisa in due nella distribuzione dei rapporti finanziari con le istituzioni comunitarie: tutte le regioni rientranti nell’ex “obiettivo convergenza” (regioni meno sviluppate e regioni in transizione), eccezion fatta per l’Abruzzo, presentano un saldo positivo pari a 7 miliardi di euro mentre, al contrario, le regioni più sviluppate (ex “obiettivo competitività”) hanno versato decisamente più di quanto incassato con un “credito” maturato pari a oltre 15 miliardi di euro.

È la Lombardia ad avere il saldo negativo più rilevante: 5.526 milioni di euro pari al 65% dell’intero credito generato dall’intero sistema italiano secondo le stime dell’Istituto Demoskopika. Immediatamente dopo si collocano altre cinque sistemi regionali che presentano un bilancio “in rosso” rilevanti nel rapporto tra dare e avere con l’Unione europea: Emilia Romagna (-1.929 milioni di euro), Lazio (-1.925 milioni di euro), Veneto (-1.887 milioni di euro), Piemonte (-1.259 milioni di euro) e Toscana (-1.064 milioni di euro).

Saldo negativo anche Trentino Alto Adige (-542 milioni di euro), Liguria (-446 milioni di euro), Friuli Venezia Giulia (-364 milioni di euro) e Marche (-314 milioni di euro). Contrassegnati dal “segno rosso”, seppur con livelli meno significativi, anche il saldo dell’Abruzzo (-90 milioni di euro), dell’Umbria (-77 milioni di euro) e della Valle d’Aosta (-34 milioni di euro).

Le realtà territoriali che, al contrario, hanno ricevuto più risorse comunitarie rispetto al loro contributo sono, ad eccezione dell’Abruzzo, tutte le regioni rientranti nella ex priorità della cosiddetta “Convergenza” verso la quale sono canalizzati la maggior parte dei fondi che gestiscono risorse per investimenti a favore della crescita e dell’occupazione. E, in particolare, presentano saldi positivi le quattro regioni meno sviluppate, ossia quelle con un PIL pro capite inferiore al 75% della media comunitaria: Puglia (+1.233 milioni di euro), Calabria (+1.354 milioni di euro), Sicilia (+1.732 milioni di euro) e Campania (+2.251 milioni di euro). Infine, tra le regioni cosiddette in transizione, ossia con un PIL pro capite compreso tra il 75% e il 90% della media comunitaria, registrano un saldo positivo il Molise (+22 milioni di euro), la Basilicata (+100 milioni di euro) e la Sardegna (+218 milioni di euro).

 Classifica per contributo pro-capite: lombardi primi, calabresi ultimi

Quanto ha pagato ciascun cittadino italiano per “sostenere” l’Europa dal 2015 al 2017? In media circa 875 euro ricevendone soltanto 585 euro.

Dall’analisi dei dati, a livello regionale,  emerge che a contribuire maggiormente all’Unione europea sono i cittadini che, in proporzione, hanno ricevuto meno risorse comunitarie.  Calcolando, infatti, l’ammontare della contribuzione in base al numero dei cittadini residenti in ciascuna regione italiana, il quadro che emerge è abbastanza evidente: ogni lombardo, nell’ultimo triennio, ha sborsato ben 1.003 euro a fronte dei 408 euro di un calabrese.  Un andamento, ancora più evidente, se confrontato alle somme ricevute: 451 euro per ogni cittadino residente in Lombardia a fronte di 1.097 euro di un cittadino residente in Calabria.

Continuando nell’analisi del livello di contribuzione pro-capite, immediatamente dopo i lombardi si posizionano i residenti del Trentino Alto Adige con 973 euro per cittadino ricevendone 462 euro, gli emiliano-romagnoli con 900 euro di versamenti all’Unione europea in cambio di 467 euro e i veneti con 855 contributi versati per ciascun cittadino a fronte di soli 471 ricevuti. E, ancora, lo studio di Demoskopika ha rilevato un ammontare di versamenti pro-capite per la Valle d’Aosta pari a 847 euro (579 euro ricevuti), per il Lazio pari a 799 euro (472 euro ricevuti), per la Liguria pari a 793 euro (508 euro ricevuti), per il Piemonte pari a 790 euro (503 euro ricevuti), per il Friuli Venezia Giulia pari a 787 euro (488 euro ricevuti), per la Toscana pari a 781 euro (497 euro ricevuti).

E, ancora, dal 2015 al 2017, i marchigiani hanno versato 687 euro pro-capite a fronte di trasferimenti dall’Unione Europea monitorati per 483 euro, gli umbri 606 euro di pagamenti effettuati in cambio di 520 euro e gli abruzzesi 605 euro (536 euro ricevuti).

Infine, sono sette le regioni i cui residenti, in termini pro-capite, hanno ricevuto dall’Unione europea più di quanto hanno versato: i lucani con 540 di versamenti effettuati a fronte di 716 euro di pagamenti ricevuti, i sardi con 536 euro versati a fronte di 668 euro ricevuti, i molisani con 499 euro versati a fronte di 571 euro ricevuti, i campani con 454 euro versati a fronte di 840 euro ricevuti,  i pugliesi con 452 euro versati a fronte di 756 euro ricevuti, i siciliani e i calabresi rispettivamente con 448 e 408 euro di contributi al bilancio comunitario in cambio di 790 euro e ben 1.097 euro “incassati”.

 

fonte: https://ofcs.report/economia/il-sistema-italia-spende-40-mln-di-euro-al-giorno-per-ue/

Le parole dell’economista francese, Jacques Mazier: “L’Euro arricchisce Berlino. Se l’Italia forza la mano sarà punita a colpi di spread”

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Le parole dell’economista francese, Jacques Mazier: “L’Euro arricchisce Berlino. Se l’Italia forza la mano sarà punita a colpi di spread”

“L’euro arricchisce Berlino. Se l’Italia forza la mano sarà punita a colpi di spread”

Le parole dell’economista francese, Jacques Mazier, sull’euro: “L’Italia non è la Grecia. Berlino dovrebbe essere sensibile alle richieste italiane”

L’economista francese Jacques Mazier, docente del il centro di studi economici dell’ università Paris-Nord (CEPN), ne è convinto.

La crisi italiana – ha detto in una intervista al Giorno -sta mettendo dolorosamente in luce le contraddizioni della costruzione Europa: dimostra che con queste regole la moneta unica è vantaggiosa per i Paesi che fanno capo alla Germania, ma non per gli altri“.

Per Mazier “il sistema”, quello che sembra aver messo sotto attacco l’Italia mentre da 80 giorni è senza governo, è “aberrante”. “Si è creato l’euro senza affiancarlo a un potere politico europeo – è la sua tesi – È chiaro che i più forti ne approfittano: la Germania farà di tutto per tenere in vita un meccanismo che l’arricchisce ogni giorno di più. Ha vinto un terno al lotto e non ha la minima intenzione di cambiare“.

Berlino ancora al centro del dibattito. E non potrebbe essere altrimenti, visti gliattacchi rivolti dalla Germania all’Italia in questi giorni e alle posizioni del possibile ministro dell’Economia, Paolo Savona, sul “piano della Germania che è quello nazista” e sull’euro, definito una “gabbia tedesca”. Oggi Savona, ancora nella lista dei ministri, ha emesso un comunicato in cui afferma che la sua idea è quella di avere un’Europa più forte ma più solidale. Un modo per ammorbidire la posizione, ma le distanze dal “modello tedesco” restano.

Il suo nome, è la speranza di Salvini e Di Maio, dovrebbe dar peso a Lega M5S nel loro tentativo di ridiscutere i Trattati europei. “Ci sarà una prova di forza – dice Mazier – Ognuno cercherà di fiaccare le capacità di resistenza dell’altro. Fin dove potrà (o vorrà) realmente spingersi il nuovo governo italiano? In che modo i poteri forti dell’ Europa potranno neutralizzare le richieste? Quali misure saranno prese?“. La risposta è chiara: “La cosa più verosimile – ipotizza l’economista – se l’Italia forzerà la mano, è che l’Europa risponda con un ‘no’ secco e punisca il nuovo governo italiano a colpi di spread e rialzo dei tassi d’interesse. Potrebbe sferrare nei vostri confronti attacchi economici talmente duri da obbligare il governo Lega-M5S a scelte più ragionevoli. E nel caso non bastasse, se non si arriverà a un compromesso, adotterebbe misure capaci di mettere in ginocchio il governo e farlo cadere per ritornare allo status quo. Si creerebbe una situazione pericolosa, un derapage che porterebbe a una crisi senza controllo. E questo non è nell’interesse di nessuno“.

Per l’economista una eventuale uscita dell’Italia dall’Euro, non inserita da Lega e M5S nel contratto, ma teorizzata da Savona in una “guida pratica” diffusa su internet, non avrebbe effetti traumatici sull’economia italiana o del Vecchio Continente. “Potrebbe anzi essere interessante per Paesi come l’ Italia e la Francia – continua – ma la transizione sarebbe molto dolorosa. Comunque è chiaro che la Germania non vuole che l’ Italia esca dall’ euro. L’Italia non è la Grecia, è la terza potenza economica europea. Dunque Berlino dovrebbe essere sensibile alle richieste italiane e cercare a ogni costo un compromesso che permetta alla Germania di non perdere i suoi vantaggi“. La mossa migliore, secondo l’economista, sarebbe però “cambiare strategia, uscire dall’ impasse creato a beneficio della Germania: immaginando ad esempio che l’ euro sia conservato solo nella zona dei Paesi legati alla Germania, svincolando gli altri“. Perché il vero problema è che l’euro in allo stesso tempo sopravvalutato per i paesi del Sud e sottovalutato per quelli del Nord. “Un cambio di regime monetario – conclude Mazier – con la reintroduzione di monete nazionali articolate attorno a un euro globale, potrebbe essere un’ alternativa possibile“.

Perché l’Italia deve rimanere nell’Euro? Semplice, quando una moneta non si può svalutare si svalutano salari e stipendi… E indovinate un po’ chi lo prende a quel posto?

 

 

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Perché l’Italia deve rimanere nell’Euro? Semplice, quando una moneta non si può svalutare si svalutano salari e stipendi… E indovinate un po’ chi lo prende a quel posto?

 

La stragrande maggioranza del personale politico e media mainstream all’unisono tuonano che l’Italia non può permettersi di uscire dalla moneta unica. É quindi giunto il momento di rovesciare il paradigma ed evidenziare perché per l’Italia sia insostenibile la permanenza nella gabbia monetaria europea.

di Fabrizio Verde

Le recenti e arcinote vicende che hanno portato allo scontro istituzionale tra il presidente della Repubblica Mattarella e la maggioranza parlamentare M5S-Lega, con il conseguente veto sul nome di Paolo Savona evidentemente sgradito a Berlino e Bruxelles, hanno riportato in auge il mai sopito dibattito sulla permanenza dell’Italia nell’euro. Una forma coercitiva di governo più che una semplice moneta.

La stragrande maggioranza del personale politico e media mainstream all’unisono tuonano che l’Italia non può permettersi di uscire dalla moneta unica. É quindi giunto il momento di rovesciare il paradigma ed evidenziare perché per l’Italia sia insostenibile la permanenza nella gabbia monetaria europea.

Una situazione dove l’Italia si era già cacciata negli anni del fascismo, quando Mussolini decise che per ragioni di prestigio internazionale la Lira dovesse raggiungere e mantenere la parità con la Sterlina inglese.

Il 18 agosto del 1926 in un discorso tenuto a Pesaro, Benito Mussolini, annunciò per la Lira una politica di rivalutazione nei confronti della Sterlina, la valuta mondiale di riferimento a quel tempo. Il regime, esclusivamente per motivi di prestigio e credibilità internazionale, adottò una politica di forte rivalutazione della moneta fissando l’obiettivo alla «prestigiosa quota 90». L’obiettivo stabilito e raggiunto nel dicembre del 1927 con l’introduzione da parte di Mussolini del Gold Standard Exchange, fu quello di condurre il tasso di cambio da 153,68 Lire per una Sterlina, a 90 Lire per una Sterlina. Una rivalutazione di ben il 19% per la moneta italiana.

Passano due anni con la Lira sempre attestata sulla fatidica «quota 90», il fascismo arroccato alla strenua difesa della prestigiosa quota e la Grande Depressione del 29′ in arrivo dagli Stati Uniti d’America relegata in qualche trafiletto semi-nascosto, giacché i giornali del regime sono impegnati a narrare agli italiani le mirabolanti conquiste del corporativismo fascista. Intanto il tenore di vita degli italiani peggiora notevolmente. I forti tagli salariali sono stati già definitivamente sanciti attraverso l’approvazione della «Carta del Lavoro». Il costo della crisi e del supposto prestigio derivante dalla moneta forte è scaricato per intero sulla classe lavoratrice.

Quando non si può svalutare la moneta si svaluta il lavoro attraverso i salari.

L’analogia con l’Euro è lampante su questo punto.

La «Lira forte» è una delle bandiere del regime tanto che Mussolini di dichiara pronto a «difendere la Lira fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo sangue». Appaiono inquietanti certe analogie con i difensori dell’Euro a spada tratta, costi quel che costi. Inoltre, altra analogia (già richiamata in precedenza) con l’attuale scenario, per sostenere il rialzo della Lira si dovette ricorrere a politiche deflattive sui salari che tra il 1927 e il 1928, e senza soluzione di continuità sino ai primi anni 30′ subirono diminuzioni dal 10% al 20% a seconda delle categorie. Una scure calò sui salari degli operai che videro peggiorare le loro già miserevoli condizioni di vita.

Arriviamo così al 1930: la Lira è sempre arroccata a «quota 90» nei confronti della valuta inglese e la situazione continua a peggiorare, complice anche la Grande Depressione che porta i banchieri privati americani a richiedere indietro i milioni di dollari dati in prestito a comuni, enti e società italiane a partire dal 1925. A pagare il prezzo più alto è sempre la classe lavoratrice: i disoccupati aumentano di 140 mila unità rispetto all’anno precedente, i salari subiscono una stretta ulteriore (25% lavoratori agricoltura – 10% lavoratori industria – forti decurtazioni settore statale), tanto da divenire i più bassi dell’intero continente. Mentre la discesa dei prezzi non fu altrettanto ripida come quella dei salari. Tanto che il Corriere della Sera scriveva, «il salariato fa questo ragionamento molto semplice: se il costo della vita va giù del 5%, ed i miei salari van giù del 10%, chi gode della differenza?».

Oggi come allora: diminuzione dei salari, crollo della produzione, esponenziale aumento della disoccupazione, progressiva proletarizzazione degli strati sociali intermedi, forte crescita della povertà. Quelli appena citati sono gli effetti classici di un processo di aggancio a uno standard nominale forte.

Lo scenario deprimente a cui assistiamo dall’ingresso nell’eurozona che è equivalso sostanzialmente ad un aggancio della Lira al Marco tedesco.

Alla luce di una siffatta situazione la domanda è: per quale motivo l’Italia dovrebbe restare nell’Euro?

Fonte L’antidiplomatico

Marcello Foa: entro 5 anni ci portano via tutto, casa e risparmi, come in Grecia. Va fermata l’élite che ci inganna con le fake news

 

Marcello Foa

 

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Marcello Foa: entro 5 anni ci portano via tutto, casa e risparmi, come in Grecia. Va fermata l’élite che ci inganna con le fake news

Oggi credo che nelle nostre società ci sia questa percezione molto netta: o le cose cambiano nei prossimi cinque anni, oppure andremo a compromettere le conquiste economiche, sociali e anche private che noi – italiani ed europei in generale – abbiamo costruito negli ultimi 60-70 anni. Nel suo blog, Panagiotis Grigoriou descrive per filo e per segno le operazioni di ingegneria sociale che stanno applicando alla Grecia. In Grecia, i giornalisti della Tv pubblica erano i più accaniti sostenitori delle riforme che Bruxelles proponeva. Che fine hanno fatto? Hanno chiuso la Tv pubblica, sono tutti disoccupati. Andate a chiedere alla classe media greca: si illudeva, per il fatto di avere qualche centinaio di migliaia di euro in tasca, l’alloggio ad Atene che valeva 700.000 euro, la casetta sull’isola. “Che cosa può accadermi?”, pesava: “Ho abbastanza grasso”. Andate a chiedere a loro: è rimasto ben poco. Il punto è che le logiche della gestione del potereindicano che la rotta scelta da un certo establishment europeo sta portando verso una società neo-feudale, purtroppo, in cui c’è una piccola, vera casta, molto privilegiata, e gli altri diventano servi della gleba.

Puoi essere di destra o di sinistra, ma questo ti colpirà in ogni caso. Puoi essere liberista o meno, liberale o socialdemocratico: ti colpisce. Il Fondo Monetario Internazionale ha appena detto: attenzione, per rilanciare l’Italia bisogna andare a tassare le proprietà immobiliari e le ricchezze. Ed è molto significativo, il fatto che l’abbia detto in questo momento. Indica una rotta: significa che queste élite non hanno capito qual è il cuore del problema, vogliono continuare a perseguire il loro programma – che è aberrante, perché ci renderà tutti molto più poveri, e ci toglierà quella libertà che abbiamo conquistato. A questo non bisogna arrendersi, e per questo noi combattiamo. Per questo è molto importante capire i meccanismi dell’informazione e del condizionamento sociale e psicologico, perché è la cosa che più di ogni altra “loro” temono. Le “fake news” sono semplicemente un pretesto per imporre la censura, tenetelo a mente: e questo messaggio non deve passare, perché – se passa – non ci saremo neppure più noi a cercare di spiegarvi come vanno le cose. Questo è quello che vogliono.

La polemica su Facebook e Cambridge Analytica? E’ un puro pretesto: sapevamo tutti che Facebook usa e manipola i dati che noi gentilmente gli diamo. Quando li manipolava Obama andava benissimo, se invece li usa Trump allora scoppia il casino, perché si sono resi conto che il meccanismo che avevano creato era uscito dal loro controllo e quindi stanno cercando di riportarlo sotto quel controllo. Tutto questo bisogna denunciarlo con forza. Implica una lotta continua di informazione, anche una lotta politica, bisogna mantenere gli occhi aperti e la voglia di non arrendersi. Io continuo a credere che sia possibile che ci sia tutto sommato anche un “karma” che ci può aiutare, perché alla fine il “karma” è assolutamente dalla nostra parte. E questa è una ragione molto valida, per continuare ad andare avanti.

(Marcello Foa, dichiarazioni conclusive della conferenza “Gli stregoni della notizia”)

L’articolo Foa: entro 5 anni ci portano via tutto, casa e risparmi, come in Grecia. Va fermata l’élite che ci inganna con le fake news proviene da Politicamente Scorretto .

Oliver Hart, professore di Harvard e Nobel per l’Economia 2016: “L’euro è stato un errore e per sopravvivere la UE deve restituire potere agli Stati oppure rischia il fallimento” …Ora decidiamoci, o togliamo il Nobel ad Hart o mandiamo a cagare la casta pro-euro…!

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Oliver Hart, professore di Harvard e Nobel per l’Economia 2016: “L’euro è stato un errore e per sopravvivere la UE deve restituire potere agli Stati oppure rischia il fallimento” …Ora decidiamoci,  o togliamo il Nobel ad Hart o mandiamo a cagare la casta pro-euro…!

 

Premio Nobel per l’economia 2016: “L’euro è stato un errore”

Secondo il professore di Harvard, Oliver Hart, l’Unione europea ha eccessivamente centralizzato i poteri: “Se non cambia potrebbe fallire”

Bruxelles – L’euro è stato “un errore” e per sopravvivere l’Unione europea deve restituire potere agli Stati oppure rischia il fallimento. È il parere netto di Oliver Hart, professore di Harvard e vincitore, insieme a Bengt Holmström, del premio Nobel per l’Economia nel 2016. Intervistato dall’agenzia spagnola Efe, Hart non ha nascosto le critiche nei confronti della direzione assunta dal progetto europeo e in particolare della moneta unica: “L’euro è stato un errore”, si è detto convinto Hart, che ha riferito di avere questa opinione fin da quando si è cominciato a parlare di moneta unica. Per questo “non sarei affatto triste se in futuro l’Europa si liberasse dell’euro”, ha continuato il premio Nobel, secondo cui “i britannici furono molto furbi a restare fuori” dalla valuta comune. La sparizione dell’euro, secondo Hart, significherebbe che ai governi ritornerebbe “qualche autorità” in materia di politica monetaria.

La critica principale che Hart muove all’Unione è in effetti una eccessiva concentrazione di poteri. “Credo che la parola chiave sia decentralizzazione”, è convinto il premio Nobel, secondo cui “forse l’Ue è andata troppo oltre nel centralizzare il potere”. In Europa, ha sottolineato lo studioso, “abbiamo visto una preoccupazione sui diritti di decisione che sono strati trasferiti dai Paesi verso il centro, a Bruxelles, e credo che la forma da seguire adesso sia devolvere questa capacità di decisione ai singoli Paesi”. Se questo sarà fatto “l’Unione europea può sopravvivere e prosperare, ma in caso contrario, potrebbe fallire”, è stata la previsione di Hart, che considera gli stati Ue “non sufficientemente omogenei” per essere “una sola unità” che è quindi “un vero errore tentare di crearla”.

tratto da: http://www.eunews.it/2016/12/09/premio-nobel-per-leconomia-2016-leuro-e-stato-un-errore/73938