Il 29 aprile di 103 anni fa nacque Enrico Mattei – Cari italiani non dimenticate mai l’Uomo che visse lottando per la libertà e per questo motivo fu assassinato!

Enrico Mattei

 

 

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Quando Enrico Mattei e l’Italia facevano paura al mondo

Il 29 aprile di 103 anni fa nacque Enrico Mattei – Cari italiani non dimenticate mai l’Uomo che visse lottando per la libertà e per questo motivo fu assassinato!

Enrico Mattei, un Uomo che visse lottando per la libertà, per il benessere di tutti, contro ogni forma di sfruttamento, di sottomissione. Un visionario nella posizione di poter risolvere la gran parte dei problemi del mondo semplicemente proponendo un modello diverso di gestire il petrolio.

Un Uomo che voleva un capitalismo diverso, etico, funzionale per tutti, anche per i più deboli.  Un uomo che voleva trattare con i paesi arabi in modo pacifico, alla pari. Che voleva creare la possibilità di rendere liberi ed indipendenti i paesi del terzo mondo. Un uomo che aveva la visione di un mondo dove le risorse energetiche sono di tutti, non di poche ricche società.

Ed il 27 Ottobre del 1962 fu assassinato. Fu assassinata l’Italia, fu assassinata la libertà.

La sua storia

Enrico Mattei nasce il 29 aprile del 1906 ad Acqualagna, nelle Marche Primo di cinque fratelli. La famiglia è modesta, il padre brigadiere dei carabinieri.

Finite le scuole elementari, Enrico frequenta la scuola tecnica inferiore. Diplomato, è assunto in una fabbrica di letti di Scuriatti come verniciatore. Nel 1923 entra come garzone alla Conceria Fiore. La carriera di Mattei nell’Azienda è rapida: prima operaio, poi, a soli vent’anni, direttore del laboratorio e infine collaboratore principale del padrone della Conceria.

 Nel 1929, per la crisi economica, la Conceria chiude. Si trasferisce a Milano dove continua la sua attività industriale; nel 1934 fonda l’industria Chimica Lombarda. Lo sviluppo dell’impresa assume un ritmo veloce, cresce rapidamente anche il fabbisogno di materie prime. Mattei tenta di trovare una propria fonte attraverso l’integrazione verticale dell’impresa, ma il progetto viene insabbiato per l’opposizione del regime e degli altri operatori italiani del settore.

Mattei si diploma ragioniere e si iscrive all’Università Cattolica. Nel maggio 1943  entra in contatto con i circoli antifascisti milanesi. Viene creato, nel 1944, un Comando militare Alta Italia del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) di cui Enrico Mattei fa parte per la Dc.

Terminata la guerra , Enrico Mattei venne incaricato di liquidare le attività dell’Agip ma Mattei sceglie di disattendere questa indicazione; nel 1953 fonda l’Eni.

Con la stessa intraprendenza e tenacia che lo aveva caratterizzato tutta la vita, Mattei riesce ad affermare il ruolo strategico dell’energia nello sviluppo economico italiano e a ispirare fiducia nel possibile miracolo dell’indipendenza energetica.
E’ abile nel costituire una rete di collaboratori capaci di muoversi sulla scena internazionale e questo diverrà uno dei punti di forza che la società, oltre gli interessi specifici, saprà offrire all’azione diplomatica dell’Italia. E’ tra i primi a coltivare lo spirito di frontiera e il rispetto delle culture diverse.
Nel film “Il caso Mattei” il protagonista dice a un giornalista: “Il petrolio fa cadere i governi, fa scoppiare le rivoluzioni, i colpi di stato, condiziona l’equilibrio nel mondo…se l’Italia ha perso l’autobus del petrolio è perché gli industriali italiani, questi grandi industriali, non se ne sono mai occupati…non volevano disturbare la digestione dei potenti… Il destino di milioni e milioni di uomini nel mondo in questo momento dipende da 4 o 5 miliardari americani… La mia ambizione è battermi contro questo monopolio assurdo. E se non ci riuscirò io, ci riusciranno quei popoli che il petrolio ce l’hanno sotto i piedi“.

Il 27 ottobre 1962 il “Morane Saulnier 760” di Mattei proveniente da Catania e diretto a Linate precipita a Bascapè (Pavia). Ad oggi sono ancora discordi le opinioni sulla natura dell’incidente mortale occorso a Mattei, da varie ipotesi confermate da testimonianze di mafiosi pentiti negli anni ’90, sembrerebbe che fosse stata piazzata una bomba sull’aereo e che si fosse trattato quindi di un sabotaggio. Totale incertezza si ha sui possibili mandanti, si va da ipotesi che vanno dalla CIA, alle “Sette Sorelle” (le sette grandi multinazionali del petrolio nate per lo più alla fine dell’Ottocento ad opera di alcuni famosi petrolieri), a interessi politici italiani rivali di Mattei.

 

Quando Enrico Mattei e l’Italia facevano paura al mondo – In ricordo di un Grande Italiano nato il 29 aprile di 103 anni fa!

 

Enrico Mattei

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Quando Enrico Mattei e l’Italia facevano paura al mondo – In ricordo di un Grande Italiano nato 103 anni fa!

 

QUANDO ENRICO MATTEI E L’ITALIA FACEVANO PAURA AL MONDO

Alle 18,40 del 27 ottobre 1962, in Lombardia, il sole è appena tramontato e c’è una pioggia leggera. Il bireattore Morane-Saulnier 760, con due passeggeri a bordo, è pilotato da Irnerio Bertuzzi, ex capitano dell’Aeronautica con due medaglie d’argento, una di bronzo e una croce al merito. È un pilota oltre l’eccezionale. Bertuzzi, da un’altitudine di 2000 metri, comunica alla torre di controllo di Linate di essere in dirittura d’arrivo: è l’ultima volta che sentono la sua voce.

Bescapè è un paesino di contadini, in provincia di Pavia. Pompieri, Carabinieri e giornalisti accorrono per quello che sembra un incendio, ma sono i resti brucianti del bireattore. I testimoni vengono intervistati; Mario Ronchi, un contadino, dice: “Il cielo rosso bruciava come un grande falò, e le fiammelle scendevano tutt’attorno… l’aeroplano si era incendiato e i pezzi stavano cadendo sui prati, sotto l’acqua”. Un’altra contadina di Bascapè, Margherita Maroni, dichiara: “Nel cielo una vampata, uno scoppio, e delle scintille venivano giù che sembravano stelle filanti, piccole comete”. Sugli alberi attorno al relitto vengono trovati resti umani. Appena si viene a sapere chi c’era a bordo dell’aereo, però, cambia tutto: i testimoni ritrattano, sostengono di aver visto le fiamme a terra, e di averlo detto fin dall’inizio. I Carabinieri vanno nella sede della RAI per sequestrare i filmati delle interviste, ma li trovano privi di traccia audio. L’inchiesta si apre e chiude molto velocemente: si è trattato di un incidente aereo.

Ma chi c’era a bordo del Morane-Saulner?

Enrico Mattei nasce nel 1906 ad Acqualagna, nelle Marche, uno di quei paesi graziosi, in mezzo al nulla. Primo di cinque fratelli in una famiglia modesta – suo padre è un brigadiere dell’Arma e sua madre una casalinga – è uno studente brillante, ma che non si applica, come tutti i ragazzi che non sanno ancora con certezza cosa vorrebbero fare nella vita. Un giorno, in una casa di campagna, Mattei assiste a questa scena: due cani enormi si avventano su una ciotola di cibo. Un gattino spelacchiato e malconcio si avvicina alla ciotola nel tentativo di mangiare qualcosa, ma uno dei cani gli tira una zampata talmente forte da farlo volare contro il muro e spaccargli la spina dorsale.

Enrico Mattei ha appena compiuto tredici anni quando capisce cosa vuole fare nella vita.

Si trasferisce a Matelica, un altro piccolo paese in cui vengono lavorati pelle, pietra, ferro; entra come fattorino in una conceria, a diciassette anni diventa operaio, a diciannove è già vicedirettore, a venti direttore. Nel 1928, complici le politiche economiche del fascismo, la conceria fallisce. Così Mattei si trasferisce a Milano e si reinventa come venditore di vernici: in tre mesi diventa rappresentante per un’azienda tedesca. Studia chimica e viaggia molto per l’Italia. Nel 1931 apre una propria azienda con appena due operai, che in tre anni diventano venti.

Grazie all’aiuto e alle lezioni private del vicino di casa, Marcello Boldrini, riesce a laurearsi in ragioneria. Nel 1936 sposa una ballerina; poi, nel 1944, in pieno ventennio fascista, gli viene chiesto di entrare nella Resistenza per occupare nel comando militare del CLN il posto di rappresentante per la Democrazia Cristiana. Mattei accetta: affida l’azienda a due dei suoi fratelli e si mette all’opera. Cura i collegamenti interni, trova soldi, risorse e armi. Sotto di lui le forze partigiane democristiane passano da 2mila uomini a 65mila unità. I fascisti lo arrestano, ma lui riesce a evadere e a guerra finita gli viene concesso l’onore di marciare in prima fila nel corteo per la Liberazione di Milano. La Resistenza gli conferisce la medaglia d’oro e il generale USA Mark Wayne la stella di bronzo.

È ora di ricostruire l’Italia. Mattei torna a vestire i panni del civile e viene nominato commissario speciale all’Agip, una piccola azienda fondata durante il ventennio che si occupasse di “cercare, acquistare, trattare e commerciare petrolio”. L’Agip è sempre stata sfortunata: aveva scavato oltre 350 pozzi tra Italia, Albania, Ungheria e Romania senza trovarne una goccia. Aveva avuto delle microscopiche concessioni in Iran, ma le aveva cedute. Nei corridoi si mormora che Agip sia l’acronimo di Associazione Gerarchi In Pensione. Mattei dovrebbe semplicemente liquidarla, ma, appena entrato, si pone una domanda che nessuno si è fatto prima: perché abbattere l’unica azienda petrolifera statale? Chi lo vuole?

Be’, molta gente. Innanzitutto gli americani, perché ci hanno appena liberato e puntano a espandere il loro dominio petrolifero. Lo vogliono anche le aziende private Edison e Montecatini, per evitare la concorrenza statale. In questo clima di guerriglia, Mattei contatta il suo predecessore, allontanato per motivi non chiari. Si chiama Zanmatti. Lui gli rivela che con le ultime trivellazioni del 1944 era stato trovato del metano a Caviaga, in provincia di Lodi, ma il fascicolo era stato subito chiuso e secretato: il fronte avanzava e non ci si poteva permettere che il gas finisse in mani sbagliate. Mattei vola a Caviaga, dove trova ancora attrezzature, macchinari e i vecchi operai disoccupati. Perché, finita la guerra, non è ripartito niente?

Dal nulla riceve la telefonata di Giorgio Valerio, presidente di Edison, che si offre di comprare tutte le attrezzature dell’Agip per 60 milioni di lire. È un’offerta esorbitante: perché qualcuno dovrebbe acquistare dei rottami a peso d’oro? Mattei rifiuta. Riassume Zanmatti e tutti i vecchi tecnici, chiede un prestito in banca, unifica Agip Roma e Agip Milano. Il 17 ottobre 1945 diventa vicepresidente dell’azienda e riapre gli impianti di Caviaga. Nel marzo 1946, dal pozzo numero 2 esce metano.

Ora bisogna solo portarlo nelle case degli italiani.

A livello di burocrazia sarebbe un inferno, ma Enrico ragiona da cattolico e agisce da partigiano: scava viadotti durante la notte, posa i tubi, e la mattina dopo li ricopre, chiedendo scusa. Quando arrivano avvocati, multe e processi, li paga – se avesse fatto tutto legalmente avrebbe dovuto pagare il doppio e perdere il quadruplo del tempo, forse senza ottenere nulla. Ora Enrico non è più solo un imprenditore, di fatto è diventato un condottiero. Se trovasse il petrolio renderebbe l’Italia autosufficiente dal punto di vista energetico; indipendenza energetica significherebbe indipendenza economica, che significherebbe a sua volta indipendenza politica. Mattei ha la visione di un’Italia che rialza la testa dopo la guerra e che va avanti sulle proprie gambe, senza dover rendere conto a nessuno.

Questo mette in grave difficoltà il piano di colonizzazione che altre potenze avevano messo in atto fin dal 1928 con l’accordo della linea rossa e gli accordi di Achnacarry. Sette aziende avevano stabilito quali sarebbero state le zone d’estrazione e i prezzi di vendita del greggio: di fatto si trattava di un cartello, che prevedeva di spartirsi il 75% del petrolio estratto da Africa e Medioriente. C’erano dentro le statunitensi Esso, Mobil, Texaco, Chevron e Gulf oil, la Shell dall’Olanda, e la British Petroleum. Mattei le chiamava le “sette sorelle”. Sorellastre: oltre a imporre clausole contrattuali vergognose, trattavano gli operai locali alla stregua di schiavi e si imponevano ai governi, considerandoli miserabili. Avevano già deciso di fare dell’Italia un cliente: tra loro e i portafogli nazionali c’era solo Mattei.

Iniziano così a fargli la guerra. Grazie agli agganci con la politica italiana, il 9 maggio 1947 riescono a infilare nel cda Eugenio Cefis, il suo uomo di fiducia Raffaele Girotti e un avvocato siciliano, Vito Guarrasi, detto “Don Vito”. Personaggio spaventosamente controverso, cugino di Enrico Cuccia, Guarrasi, ha mani dappertutto – sul lotto di una banca, sul quotidiano comunista L’Ora (dove lavora il giornalista Mauro De Mauro) – ed è socio della Ra.Spe.Me, che opera nel settore medico. Il suo socio è Alfredo Dell’Utri, padre di Marcello. I nuovi membri rimuovono Mattei dalla carica di vicepresidente, ma non riescono a estrometterlo. Ottengono l’accesso agli archivi segreti delle ricerche Agip e fanno chiudere Caviaga, mentre una raffineria di Marghera viene venduta alla British Petroleum. La Edison si prepara a trasformare l’Agip in una società divisa un terzo a lei, un terzo all’AGIP e un terzo alla società Metano, che poi è un nome fittizio per coprire una partecipata Edison. Mattei ha bisogno di più forza per difendersi, così nel 1948 entra in politica. Tramite agganci e conoscenze arriva fino a De Gasperi in persona. Quando la Democrazia Cristiana vince le elezioni, De Gasperi spazza via il CDA dell’AGIP e nomina presidente Marcello Boldrini. Lui mette vicepresidente Mattei, che sceglie i suoi uomini tra vecchi commilitoni e compaesani. Gli USA contrattaccano e stanno per far approvare una legge mineraria capestro, quando succede qualcosa che nessuno avrebbe potuto prevedere: a Cortemaggiore l’Agip trova il petrolio.

È una sacca da pochissimi ettolitri, ma a Mattei basta. Contatta la stampa e i fotografi. Da bravo venditore ingigantisce talmente tanto la questione che le azioni salgono, la legge sullo sfruttamento minerario cade e, anzi, il Parlamento decide di riservare allo Stato le ricerche nel sottosuolo della Val Padana. Mattei estrae metano a Cornegliano, Pontenure, Bordolano, Correggio e Ravella. Indice un concorso per il logo e sceglie il cane a sei zampe che sputa fuoco. Lo slogan “il miglior amico dell’italiano a quattro ruote” è di Ettore Scola. Inventa le stazioni di servizio coi gabinetti, la pulitura vetri gratis, il controllo di olio e pneumatici; dove non arrivano i metanodotti, porta il gas con le bombole; vende l’idrogeno derivato dal metano alle aziende di fertilizzanti, facendone crollare i prezzi del 70% e permettendo a chiunque di coltivare campi. Abbassa anche il prezzo della benzina, mettendo in crisi la Edison e la Montecatini. Nel 1952 fonda l’Eni (con vicepresidente sempre Boldrini) e trasforma la vita degli italiani.

Quando il petrolio di Cortemaggiore sta per finire, Mattei si rende conto che è ora di cercarlo all’estero. Nel dicembre del 1959 incontra a Montecarlo un rappresentante della Shell: gli propone di aprire insieme una raffineria in Tunisia, ma il rappresentate rifiuta: “Tratto coi petrolieri, non coi venditori”. È guerra aperta. Mattei finanzia Il Giorno, un quotidiano da cui diffonde le idee per una politica estera che si distingua da quella colonialista degli altri Paesi.

È una filosofia che prende il nome di “Neoatlantismo” e che alle sette sorelle non piace – perché ci vuol poco a capire che vincerà. Mattei offre ai Paesi produttori di diventare suoi partner e si impegna a estrarre solo il 50% del greggio. Non guarda il terzo mondo dall’alto in basso, ma come se si trattassero di pari – anche lui, una volta, era povero e ignorante. Offre tecnologia, borse di studio, addirittura scuole di formazione a Metanopoli, la città che ha fatto edificare in Val Padana. E non truffa mai, perché Mattei è un venditore e sa che gli accordi capestro all’inizio fruttano, ma poi non fanno che crearti nemici.

Visita del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi a Metanopoli

Nel 1957 ottiene l’autorizzazione a cercare petrolio in tre zone dell’Iran. Il dipartimento di Stato americano scrive che “Gli obiettivi di Mattei in Italia e all’estero dovrebbero destare preoccupazioni. Mattei rappresenta una minaccia per gli obiettivi della politica che gli Stati Uniti intendono perseguire in Italia”. L’anno successivo Mattei arriva anche in Giordania. Il 9 settembre 1960 nasce l’Organisation of Petroleum Exporting Countries, detta OPEC. Ne fanno parte Venezuela, Iraq, Iran, Kuwait, Arabia. Il suo sogno è un’unificazione mondiale del patrimonio energetico: ricreare un cartello, ma in maniera equa ed etica. Il mondo sta abbracciando la sua visione.

A Metanopoli ormai ci sono studenti provenienti da tutto il mondo. Nello stesso anno Mattei osa ciò che nemmeno le sette sorelle potevano prevedere: chiude un accordo con l’URSS per ottenere “quantitativo molto considerevole di petrolio”, grazie al quale copre il 25% del fabbisogno dell’Eni e a un prezzo mai visto prima. È il colpo definitivo al cartello delle sette sorelle. Il 12 novembre, sul New York Times, un articolo accusa lui di essere filosovietico e l’Italia “di non rispettare i patti del dopoguerra”, oltre ad aver compromesso “futuri equilibri politici”.

Nel 1962 Mattei muore, a bordo del suo aereo. L’inchiesta si chiude “nell’impossibilità di accertare le cause dell’incidente”. Ma non è un incidente. Qualcuno ha messo 100 grammi di esplosivo Compound-B nel cruscotto, perché detonasse all’attivazione del carrello: chi? Il regista Francesco Rosi decide di girare un film sulla vicenda e si avvale dell’aiuto del giornalista de L’Ora, Mauro De Mauro. Dopo alcune indagini, il reporter confessa a un collega di avere in mano “una roba grossa che farà tremare l’Italia”. Ed è per questo che viene neutralizzato. Non viene ucciso per strada com’è tipico degli omicidi mafiosi: viene sequestrato senza rivendicazioni, né richieste di riscatto. Anche le indagini sulla sparizione di De Mauro subiscono depistaggi. Nel 1973 esce un libro chiamato Questo è Cefis – L’altra faccia dell’onorato presidente. Lo pubblica la AMI di Graziano Verzotto, uomo di Enrico Mattei e informatore di Mauro De Mauro. Il libro è scritto da un misterioso Giorgio Steimetz, sul cui vero nome ancora oggi si nutrono dubbi. Il libro subisce l’opera di censura più potente che si sia vista in epoca moderna. Viene ritirato da tutte le librerie, persino dalla Biblioteca nazionale di Roma e da quella di Firenze – che per legge dovrebbero ricevere una copia di ogni libro stampato in Italia. Dentro pare ci sia una biografia non autorizzata del presidente, che dopo la morte di Mattei è passato alla Montedison – frutto della fusione di Edison e Montecatini. Ma qualcuno riesce a leggere il libro, ed è Pier Paolo Pasolini. Quando viene assassinato nel 1975 sta scrivendo Petrolio: il personaggio di Cefis avrebbe il nome di Troya. Purtroppo il libro è incompleto, si arresta al capitolo “Lampi sull’Eni” di cui esisteva solo una nota, chiamata “appunto 21”.

Scena dal film “Il Caso Mattei” di Francesco Rosi

Francesco Rosi Nel film “Il Caso Mattei”

Scena dal film “Il Caso Mattei”

Mattei e il suo Jet personale

Passano gli anni. Arriva la crisi energetica del 1973, poi quella del 1979. Le sette sorelle vacillano, mentre l’Occidente scopre che affidare il proprio fabbisogno energetico a una risorsa presente nei luoghi più instabili del pianeta non è una buona idea. Negli anni ’90, il pentito Gaetano Iannì, ex capomafia, rivela che il misterioso sabotatore dell’aereo di Mattei sarebbe Peppe Di Cristina, all’epoca criminale potentissimo, dietro incarico di Cosa Nostra. Anche il boss Tommaso Buscetta conferma e ricostruisce le ultime ore di Mattei in maniera ben dettagliata e credibile. Stando alla sua versione, la richiesta sarebbe provenuta dalle famiglie mafiose di Philadelfia, con cui Cosa Nostra voleva stringere di nuovo i rapporti. Nel 1995 il sostituto procuratore Vincenzo Calia apre nuove indagini sul delitto Mattei, dopo aver scoperto che le prime erano state fatte a dir poco male. Trova nella sede dei servizi segreti due note, scritte a mano: dicono che il fondatore della P2 è stato un certo Eugenio Cefis, il quale avrebbe poi passato il comando a Licio Gelli quando le cose già stavano andando male. Di recente il senatore Marcello Dell’Utri è stato interrogato in merito al famigerato “appunto 21” del libro di Pasolini. Perché sembra sia uno dei pochi ad averlo letto.

Nel 1909, nel libro The meaning of truth, William James scrisse che il più grande nemico di qualsiasi nostra verità è il resto, della nostra verità. Probabilmente non sapremo mai cos’è successo davvero. Erano gli anni di piombo, in cui poteri immensi avevano scelto di combattersi sul nostro territorio. C’erano petrolieri, CIA, KGB, SISDE, SISMI, Gladio nera, Gladio rossa, israeliani, palestinesi, ex fascisti, ex partigiani, massoni, anarchici, politici comprati, preti. Districare quella matassa, o cercarvi una logica, è difficile. E spesso ha un risultato parziale. Mattei oggi è ricordato dall’Eni con affetto, rispetto e nostalgia. Quel gattino è diventato una tigre capace di cavarsela dove gli eredi delle sette sorelle annaspano. E tutto perché l’Eni ha messo in pratica quello che Mattei aveva insegnato: che i contratti capestro creano solo nemici.

O terroristi.

 

 

fonte: https://thevision.com/cultura/enrico-mattei-eni/

Legittima difesa? Solo un inchino agli amici della potente lobby delle armi… Un doveroso tributo, in stile americano, ad una delle lobby più potenti e ricca … E, come al solito, il tutto sulla pelle della gente…!

 

Legittima difesa

 

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Legittima difesa? Solo un inchino agli amici della potente lobby delle armi… Un doveroso tributo, in stile americano, ad una delle lobby più potenti e ricca … E, come al solito, il tutto sulla pelle della gente…!

Sembra proprio un bel regalo alle lobby delle armi che tanti bei soldini portano nelle casse dello Stato… Abbiamo davvero bisogno di più legittima difesa e più armi in giro?

Vedete quello che succede quasi tutti i giorni negli Stati Uniti. R non è che noi siamo “migliori”… Avete visto quanti danni è riuscito a fare da noi un semplice spray al peperoncino…

Leggiamo da Fanpage:

Le armi italiane fra lobby, politica ed export in tutto il mondo

Con la riforma della legittima difesa si torna a parlare di vendita di armi in Italia e dei rapporti della Lega con le lobby dei produttori. Il partito di Matteo Salvini non ha mai nascosto l’intesa con un mercato che è decisamente generoso con le casse italiane. Il nostro paese è infatti il nono esportatore di armi nel mondo intero. Ma dove finiscono queste armi?

C’è chi dice che la riforma della legittima difesa, approvata alla Camera e presto all’esame del Senato, non cambi in modo sostanziale il decreto-legge già esistente. La specificazione per cui la difesa sia sempre legittima, con l’aggiunta dell’avverbio, non toglie ai magistrati la propria discrezionalità giuridica, così come il parametro di proporzionalità offesa-difesa non cade con la riforma. C’è invece chi sostiene che la Lega stia avvicinando l’Italia ad una sorta di far west, aprendo all’utilizzo della violenza privata e rendendo più accessibile la compravendita di armi nel nostro paese.

Il dibattito sull’uso delle armi non è nuovo al Parlamento, specialmente da quando il segretario della Lega e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, strizza pubblicamente l’occhio alle lobby delle armi. Lo scorso 11 febbraio, in piena campagna elettorale, Salvini, candidato premier del Carroccio, avrebbe firmato un impegno alla fiera delle armi di Vicenza con i rappresentanti della lobby per cui prometteva di coinvolgerli direttamente ogni volta che fosse arrivato in Parlamento un provvedimento sulle armi. Più specificatamente, l’accordo era stato preso con il Comitato Direttiva 477, un’associazione che tutela i cittadini in possesso di armi da fuoco e che lavora fianco a fianco con i più importanti fabbricanti in Italia.

Le armi in Italia tra politica ed economia
A settembre 2018 è arrivato il decreto legislativo che rende più facile possedere un’arma da fuoco. Secondo il provvedimento viene allargato il gruppo di modelli detenibili da un privato, in cui vengono inclusi ora anche esempi di derivazione militare. Inoltre, aumenta il numero di proiettili consentiti, sebbene comunque non sarà possibile avere caricatori che contengano il numero più alto di colpi legali. Infine, si può compilare la denuncia di detenzione attraverso una semplice e-mail mentre non è più obbligatorio informare il partner della presenza di armi in casa.

Il Comitato Direttiva 477 collabora direttamente con Anpam, Conarmi e Assoarmieri, che si occupano rispettivamente dell’industria, del settore artigianale e della rappresentanza dei commercianti. Questi sono i punti di riferimento di un mercato che rappresenta quasi l’1% del Pil italiano e che, solo in ambito sportivo, genera affari per circa cento milioni di euro all’anno. Il Comitato, facendo da ponte tra politica e mercati, con il sostegno aperto di Salvini porterebbe in Parlamento importanti interessi economici legati al mondo delle armi.

L’export delle armi italiane
Del resto, il nostro paese non è estraneo al business degli armamenti. L’Italia occupa infatti il nono posto nella top 10 della vendita di armi nell’intero pianeta. La classifica è stata stilata nell’ultimo rapporto del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). Quello delle armi è un mercato consolidato e in continua crescita che nutre ormai da anni le casse di Roma, responsabile dell’export del 2,5% delle armi di tutto il mondo. In cima alla classifica vi sono gli Stati Uniti, che esportano il 34% delle armi internazionali, seguiti dalla Russia con un 22% e dalla Francia con il 6,7%. Seguono Germania (5,8%), Cina (5,7%), Regno Unito (4,8%), Spagna (2,9%) e Israele (2,9%). Troviamo quindi l’Italia, davanti all’Olanda che chiude la classifica con il 2,1%. La classifica si riferisce ad armi utilizzate in campo bellico, vale a dire aerei, navi, carri armati e missili, e riguarda gli anni fra il 2013 e il 2017.

Ma chi compra queste armi? La maggior parte dell’equipaggiamento bellico prodotto in Italia finisce negli Emirati Arabi Uniti, in Turchia e Algeria. Si tratta dei paesi che acquistano più armi a livello internazionale. Altri paesi che usufruiscono della produzione italiana sono poi Israele, Marocco, Qatar, Kuwait, Pakistan, Giordania, Taiwan, India e Singapore, ma anche le più vicine Polonia e Norvegia. La maggior parte delle armi che l’Italia produce finiscono quindi tra Medio Oriente e Nord Africa, nelle zone geopolitiche fra le più instabili al mondo.

La tendenza ad esportare sempre più verso paesi che non appartengono alla Ue o alla Nato spesso ha significato vendere armi a regimi per cui il rispetto dei diritti umani è pressoché inesistente. In particolare, si è parlato molto delle armi italiane vendute all’Arabia Saudita, implicata in una guerra che sta devastando lo Yemen e in cui le violazioni di diritti umani e i crimini di guerra contro civili sono stati ampiamente documentati. La vendita di armi a Riad piuttosto che ad Abu Dhabi grava su una delle emergenze umanitarie più tragiche dei giorni nostri, per cui il Parlamento europeo ha già sollecitato un embargo sugli armamenti destinati all’Arabia, condannando fortemente i finanziamenti ad una tale carneficina.

Lo scorso anno, la Rete Italiana per il Disarmo, insieme all’European Center for Constitutional and Human Rights, ha presentato alla procura della Repubblica Italiana una denuncia perché si avvii un’indagine sulla responsabilità penale degli amministratori della produttrice di armi Rwm Italia che hanno esportato in Yemen. La società produce bombe aeree del tipo MK82, MK83 e MK84 in Sardegna per conto della multinazionale tedesca Rheinmetall. La denuncia fa particolare riferimento ad un bombardamento avvenuto nel 2016 diretto contro una casa privata. Sul luogo dell’attacco, in cui sono morti sei civili, sarebbero stati rinvenuti resti di bombe prodotte proprio da Rwm Italia.

Fonte: https://www.fanpage.it/le-armi-italiane-fra-lobby-politica-ed-export-in-tutto-il-mondo/

Buon compleanno Euro: vent’anni di guai, ma non per tutti. Ha distrutto imprese e famiglie, la povertà dilaga ed i suicidi neanche si contano più, ma c’è chi festeggia… Lobby, multinazionali e alta finanza brindano alla nostra faccia e sulla nostra pelle!

 

Euro

 

 

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Buon compleanno Euro: vent’anni di guai, ma non per tutti. Ha distrutto imprese e famiglie, la povertà dilaga ed i suicidi neanche si contano più, ma c’è chi festeggia… Lobby, multinazionali e alta finanza brindano alla nostra faccia e sulla nostra pelle!

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su Libero, 02/01/2019

L’euro è stato un disastro per i Paesi del Sud Europa e in particolare per l’Italia, ma non tanto – come spesso si sente dire – perché non ha consentito di svalutare come ai tempi della Lira. In realtà l’euro è stato ed è un meccanismo per gonfiare il credito e il debito delle famiglie e delle imprese e poi anche degli Stati e delle banche. La prova è che negli anni della moneta comune l’indebitamento dell’economia nel suo complesso è esploso, al punto che il rimborso del debito e degli interessi (complessivamente, da parte di famiglie, imprese, Stato) è arrivato al 70% del PIL! Questo è il vero motivo per cui il sistema dell’euro ha provocato la stagnazione economica in gran parte d’Europa e la depressione in Italia.

L’euro, sotto la cortina fumogena dei famosi limiti al debito pubblico, in realtà è un meccanismo per far crescere il debito privato (di famiglie, imprese e banche) e poi alla fine anche quello pubblico.

Grazie all’euro il potere economico vero è passato dagli Stati alle grandi banche e alla finanza (e alla Banca centrale che le protegge). Ma procediamo con ordine.

Noi non lo ricordiamo, ma prima dell’introduzione della moneta comune la produzione industriale cresceva in Italia di più che in Germania e in linea con la Francia. Dopo il 2000 sia la Francia che la Germania hanno prima rallentato e poi smesso di crescere. L’Italia ha perso fino al -23% di produzione dal picco del 2007 fino al minimo causato dall’austerità di Monti nel 2013 e anche ora ha recuperato molto poco.

La Francia ha perso meno, ma è stata comunque distanziata dalla Germania. Partendo dal 1990 (usandolo come base uguale per tutti a 100) si ha che la Germania è oggi a 130, la Francia a 100 e l’Italia a 88. L’euro è stato un disastro per l’economia italiana (e anche francese). Ci sono stati negli anni dell’euro ovviamente anche altri fattori concomitanti, come l’apertura alla Cina nel 2001, ma l’interscambio con la Cina anche oggi è una quota del PIL intorno al 2% in eurozona, per cui è difficile sostenere che abbia causato un crollo della produzione industriale del 20%.

IL CROLLO

Il crollo della produzione è stato dovuto invece a due fattori. In primo luogo la tassazione che per entrare nell’euro è stata aumentata pesantemente e poi di nuovo aumentata dopo il 2011 con Monti (sempre per evitare un default del debito in euro dato che non si poteva svalutare). Il peso della tassazione sul PIL è aumentato dal 1998, quando è iniziata la “convergenza” all’euro, di 5 punti percentuali. Prima della moneta comune questo non era necessario perché lo Stato poteva, se necessario, anche finanziare i deficit emettendo moneta e non tassando, come fanno in Giappone dove il debito pubblico è il doppio del nostro.

In secondo luogo c’è stato il crollo verticale dopo il 2008 del credito alle imprese che è stato tagliato da 910 a 710 miliardi, un crollo del credito mai verificatosi in tempo di pace. Questa contrazione violenta del credito a sua volta ha provocato il crollo degli investimenti del 30%.

La tassazione soffocante e il taglio drastico del credito hanno comportato il crollo degli investimenti che però poi a sua volta ha comportato la perdita di produttività, dato che per aumentarla occorrono investimenti (in macchinari, software, ricerca…).

Come mai allora non c’è stata una rivolta contro l’euro, se è stato così negativo per l’economia industriale? Perché l’euro è stato invece un grosso affare per l’economia finanziaria. Questo è il fatto che sia gli apologeti sia i critici dell’euro non notano quasi mai. Con l’arrivo dell’euro c’è stata un esplosione del credito (e quindi del debito), che è raddoppiato da 5 mila a 10 mila miliardi e si riversato sugli immobili gonfiando la bolla immobiliare fino al 2008 e poi sul credito al consumo e sugli investimenti finanziari e speculazione (incluse fusioni e acquisizioni).

Mentre tutti parlavano sempre del famoso deficit e debito pubblico in realtà esplodeva il debito privato. Come mai? Innanzitutto dal Trattato di Maastricht del 1992 in poi si è impedito formalmente ai governi di emettere moneta. Di conseguenza tutto l’aumento del denaro nell’economia è avvenuto solo tramite il credito e quindi l’emissione di debito. Se imponi di ridurre i deficit pubblici e poi di finanziarli con debito, il risultato è che arrivano meno soldi nell’economia privata dallo Stato e quei soldi vengono tutti riassorbiti per comprare titoli di stato emessi.

LE BANCHE

In questo modo l’unica creazione di denaro per l’economia avviene tramite le banche, i cui bilanci in pochi anni sono raddoppiati. Questo accumulo di debito per le imprese e le famiglie però non poteva continuare all’infinito, anche perché era in gran parte improduttivo, finiva soprattutto negli immobili. Nell’eurozona solo un quarto del credito finisce alle imprese, cioè è credito produttivo, i tre quarti vanno a finanziare immobili, credito al consumo e investimenti finanziari vari. Basta pensare che le banche francesi avevano comprato quasi 300 miliardi di Btp. La bolla immobiliare si è gonfiata ovunque (tranne che in Germania), in particolare in Irlanda e Spagna, ma anche in Italia, fino a quando c’è stato il crac nel 2008 simultaneamente in America ed Europa.

Nel 2008 è scoppiata la crisi finanziaria globale che tutti ricordiamo innescata da Lehman, la crescita del credito si è incagliata, ci sono stati default e buona parte delle banche (in America e Europa) sono state salvate dai governi. In Italia a causa dei vincoli sul deficit pubblico lo Stato non è intervenuto a tappare i buchi delle banche e queste, oberate da investimenti e prestiti immobiliari, hanno tagliato indiscriminatamente il credito alle imprese. Dato che in tutto il mondo occidentale veniva a mancare liquidità e le banche erano tutte in crisi queste hanno di colpo liquidato i titoli di stato creando la “crisi dello spread”.

Le banche estere con l’euro avevano infatti comprato la maggioranza dei Btp facendo enormi guadagni in conto capitale, perché con i rendimenti che scendevano dal 6-7% al 3-4% ovviamente i prezzi dei Btp aumentavano. Nel 2008 dato che il mercato finanziario era paralizzato da perdite su derivati di mutui in America e da perdite su immobili in Irlanda o Spagna le banche hanno tutte tagliato di colpo provocando il cedimento delle quotazioni dei Btp. Dato che lo Stato italiano non poteva intervenire tramite Banca d’Italia per calmierare il mercato come faceva prima dell’euro, i BTP hanno perso un 20% circa e questo è stato usato come pretesto per invocare le dimissioni di Berlusconi e installare Monti che ha imposto più austerità, vale a dire più tasse. Monti – per salvare l’euro – ha dato il colpo di grazia all’economia produttiva provocando un crollo della domanda interna del 10% circa e a sua volta poi un ulteriore taglio del credito alle imprese in difficoltà.

IL PUNTO

Come si vede in tutta questa discussione il tasso di cambio della Lira o dell’euro non è menzionato, perché non è in realtà importante. Quello che conta veramente è quanto denaro circola nell’economia e se viene creato tutto come debito e infine se viene usato per scopi produttivi o per finanziare immobili, investimenti finanziari e speculazioni.

Con la moneta unica le banche hanno avuto via libera innanzitutto per fondersi sempre di più e poi per far esplodere il credito improduttivo, quello che va a immobili, credito al consumo e investimenti finanziari come comprare titoli greci o italiani o turchi. È vero che le banche hanno fatto crac ovunque, anche quelle inglesi, svizzere o americane perché non era un problema solo dell’Euro, ma di tutta l’economia occidentale che è oggi finanziarizzata. La differenza però è che fuori dall’eurozona lo Stato può finanziarsi con la Banca centrale e intervenire a tappare i buchi delle banche, mentre nell’eurozona le “regole” penalizzano Paesi come l’Italia e glielo impediscono. Come misura in extremis, per evitare l’implosione dell’euro nel 2012 la Banca Centrale Europea alla fine ha anche lei finanziato i deficit pubblici fino a quest’anno comprando 2,600 miliardi di titoli sui mercati e questo ha stabilizzato la situazione. Ma il problema è stato solo rinviato perché ora smette e l’Italia non può usare la sua Banca Centrale.

Con l’Euro, dietro la cortina fumogena dei limiti al debito pubblico, si è creato un enorme debito privato che poi ha creato una bolla e un crac bancario e alla fine anche il debito pubblico è aumentato di conseguenza perché si sono salvate tutte le banche. Così alla fine il potere economico vero è passato dagli Stati alle grandi banche (e alla Banca centrale che le protegge sempre) e ai mega fondi che sono ora in grado di ricattare i governi.

Questo è oggi il problema vero, il potere delle grandi banche, dei grandi fondi e della banca centrale (che è composta da personaggi che vanno e vengono da banche e fondi) che ha sostituito quello dello Stato. Potete pure votare quello che cazzo volete intanto ormai il potere grazie all’euro è della finanza e quella non la elegge nessuno.

Dal Blog di Paolo Becchi

Bavaglio al web – L’Europa dei banchieri e dei lobbisti ce l’hanno fatta, presto la direttiva sui diritti d’autore sarà legge. E sarà la fine del web libero…!

 

Bavaglio

 

 

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Bavaglio al web – L’Europa dei banchieri e dei lobbisti ce l’hanno fatta, presto la direttiva sui diritti d’autore sarà legge. E sarà la fine del web libero…!

 

Bavaglio al web: alla fine ce l’hanno fatta. Il Parlamento Europeo ha dato il via libera alla proposta di direttiva sui diritti d’autore nel mercato unico digitale. La proposta sul copyright avanzata da Axel Voss è stata adottata con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astensioni, modificando leggermente i contestatissimi articoli 11 e 13, che furono bersaglio – a luglio – di una rumorosa campagna a favore della libertà di Internet. L’articolo 11, ricorda il “Corriere della Sera”, è quello che coinvolge anche la stampa e introduce l’obbligo del pagamento, da parte delle piattaforme come Google e Facebook, per l’utilizzo delle notizie, anche sotto forma di “snippet”, l’anteprima formata da titolo, sommario e immagini che i motori di ricerca catturano automaticamente. «Quindi: non si tratta più di riconoscere solo i diritti dell’intero testo, ma anche della sua presentazione online, che spesso è l’unica a essere consultata dai lettori». L’articolo 13 introduce invece l’obbligo per le piattaforme di mettere dei filtri per bloccare il caricamento dei contenuti protetti. YouTube, ad esempio, sarà direttamente responsabile delle copie e degli spezzoni pirata che vengono caricati dagli utenti. Il via libera della plenaria (arrivato il 12 settembre) apre ora la strada ai negoziati con il Consiglio.

«Con la scusa della riforma del copyright, il Parlamento Europeo ha di fatto legalizzato la censura preventiva. Una pagina nera per la democrazia e la libertà dei cittadini», protesta Isabella Adinolfi, europarlamentare 5 Stelle. «Il testo approvato oggi dall’aula di Strasburgo contiene l’odiosa “link tax” e filtri ai contenuti pubblicati dagli utenti. È vergognoso, ha vinto il partito del bavaglio». Purtroppo, aggiunge la Adinolfi, sono stati respinti tutti gli emendamenti che il Movimento 5 Stelle aveva presentato, «in particolare l’articolo 11, che prevede l’introduzione della cosiddetta “link tax”, e il 13, che mira a introdurre una responsabilità assoluta per le piattaforme, nonché un meccanismo di filtraggio dei contenuti caricati dagli utenti», conclude. Che tirasse brutta aria, a Strasburgo, lo si capiva dalle premesse, anticipate di prima mattina dal “Blog delle Stelle”: «L’Europa dei banchieri e dei lobbisti ha scelto la sua preda: il web libero. Anziché scardinare i paradisi fiscali e salvare in modo serio il diritto d’autore, il Parlamento Europeo rischia di usare il copyright come una mannaia dei diritti dei cittadini».

Non sono in pochi a ritenere che la riforma – avanzata nel 2016 dall’allora commissario Ue alla Digital Economy Günther Oettinger – potrebbe «distruggere Internet per come lo conosciamo». Per gli europarlamentari rappresentati da Julia Reda, relatrice per il Parlamento Europeo del dossier sulla riforma del copyright e membro del Partito Pirata tedesco, «il progetto limita la libertà di espressione online e mette in difficoltà i piccoli editori e le startup innovative». Di fatto, il divieto di citare liberamente le fonti (con l’introduzione della “link tax”) equivale alla censura preventiva sul web: fine della libera circolazione di contenuti, come finora è stato nella Rete. Gioele Magaldi, massone progressista e presidente del Movimento Roosevelt, punta il dito contro lo stesso Oettinger, il tedesco secondo cui sarebbero stati “i mercati” a “insegnare agli italiani come votare”. Proprio quell’Oettinger, dice Magaldi, milita nei circuiti supermassonici reazionari che hanno trasformato l’Ue in un mostro giuridico, gestito da tecnocrati al soldo di interessi privatistici che mirano a svuotare le democrazie e privatizzare Stati non più sovrani, a cui viene impedito di investire (sotto forma di deficit) per creare occupazione.

Comunque lo si legga, l’attacco al web finisce per colpire uno strumento di comunicazione potentissimo, cercando di riportarlo sotto il completo controllo dei media mainstream, spesso protagonisti di un uso pressoché criminale di autentiche “fake news”. Il voto del Parlamento Europeo è stato salutato con soddisfazione da Antonio Tajani, coinvolto – secondo il saggista Gianfranco Carpeoro – nell’operazione che ha portato (premendo su Berlusconi) a bloccare la nomina, alla presidenza della Rai, di Marcello Foa, autorevole giornalista, autore del volume “Gli stregoni della notizia”, che smaschera le tante imposture del mainstream. Secondo Carpeoro, la manovra anti-Foa è nata dalle parti dell’Eliseo: Jacques Attali (mentore di Macron ed esponente della superloggia reazionaria “Three Eyes”) si sarebbe rivolto al massone Tajani e poi allo stesso Berlusconi, dopo essersi consultato con Giorgio Napolitano, che nel libro “Massoni” lo stesso Magaldi presenta come esponente della “Three Eyes”, la medesima superloggia nella quale milita Attali, contigua al mondo supermassonico di cui fa fa parte, da molti anni, il tedesco Oettinger, vero e proprio “architetto” del bavaglio europeo imposto al web.

E’ noto a tutti che le oligarchie al potere, in Europa e non solo, hanno sviluppato un’enorme diffidenza nei confronti della Rete: un network che si ritiene abbia avuto un ruolo assai rilevante in tutti i “dispiaceri” che gli elettori hanno rifilato, negli ultimi anni, all’establishment – la Brexit e il referendum di Renzi, quindi l’elezione di Trump e infine il boom dei “gialloverdi” in Italia. «Se Grillo vuole fare politica fondi un partito, se ne è capace», disse Piero Fassino, non immaginando che l’ex comico non solo ce l’avrebbe fatta, ma sarebbe finito praticamente al governo, scalzando il Pd. Il Movimento 5 Stelle è stato creato proprio via web, a partire dalle candidature. Colpire il web in Europa, proprio oggi, significa predisporre contromisure in vista delle elezioni europee 2019, in cui i grandi poteri economici e oligarchici che si nascondono dietro la tecnocrazia Ue temono l’exploit dei partiti “sovranisti” e “populisti”, o meglio democratici. Mentre le televisioni sono letteralmente “militarizzate” dall’establishment, le vendite dei giornali sono in caduta libera. Ecco dunque la necessità, per gli oligarchi, di silenziare in ogni modo il web.

 

 

fonte: http://www.libreidee.org/2018/09/bavaglio-al-web-in-europa-ce-lhanno-fatta-ora-sara-legge/

Addio Sergio Marchionne – Ma se i media di regime Vi prendono per i fondelli con servizi strappalacrime, noi vogliamo dire la verità sul manager del sistema che, nel silenzio della politica neoliberista, ha brutalmente smantellamento i diritti del lavoro (sulla pelle della Gente) in nome del Dio Profitto!

 

Sergio Marchionne

 

 

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Addio Sergio Marchionne – Ma se i media di regime Vi prendono per i fondelli con servizi strappalacrime, noi vogliamo dire la verità sul manager del sistema che, nel silenzio della politica neoliberista, ha brutalmente smantellamento i diritti del lavoro (sulla pelle della Gente) in nome del Dio Profitto!

 

Le verità di Marchionne, il silenzio della politica neoliberista

 

 

Agganciando il mercato americano con lo sbarco negli Usa attraverso la Chrysler, ha evitato che il tramonto storico della Fiat si trasformasse in una catastrofe. Ha impedito quindi che l’Italia uscisse dal club dei produttori di auto, cioè da quella che nei decenni passati è stata anche un’aristocrazia operaia e sindacale, avanguardia di importanti diritti sociali. Il super-manager improvvisamente scomparso a 66 anni ha saputo guardare oltre l’orizzonte, lo piange Sergio Mattarella, trascurando lo scontro con la Fiom di Landini che a Marchionne contestò il drastico, brutale smantellamento dei diritti del lavoro, il prezzo (salatissimo) per rilanciare un marchio come l’Alfa Romeo da opporre al dominio tedesco, e per paracadutare la Jeep nel mercato cinese. Ma il problema di fondo – ripeteva Marchionne – è il declino della classe media: chi se la compra più, la Panda, se crolla il potere d’acquisto delle famiglie italiane? Interamente neoliberista il credo globale del salvatore provvisorio dell’ex Fiat: al mercato non si comanda, il lavoro sparisce e deve necessariamente emigrare là dove ci sono compratori. L’alternativa sarebbe una sola, la politica: e proprio la scomparsa della politica, fondata sull’investimento pubblico, ha scolpito la grandezza di Marchionne in un Occidente desolatamente solo e impoverito, esposto al ricatto finanziario dello spread – quello che decreta, anche, il tracollo delle vendite di auto in Europa e in Italia.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storianazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storiadella “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democraziadi mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politicae della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potereforte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisicome emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politicasottomessa al potereeconomico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politicadel condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europacalasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il poterefinanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politicaridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.Agganciando il mercato americano con lo sbarco negli Usaattraverso la Chrysler, ha evitato che il tramonto storico della Fiat si trasformasse in una catastrofe. Ha impedito quindi che l’Italia uscisse dal club dei produttori di auto, cioè da quella che nei decenni passati è stata anche un’aristocrazia operaia e sindacale, avanguardia di importanti diritti sociali. Il super-manager improvvisamente scomparso a 66 anni ha saputo guardare oltre l’orizzonte, lo piange Sergio Mattarella, trascurando lo scontro con la Fiom di Landini che a Marchionne contestò il drastico, brutale smantellamento dei diritti del lavoro, il prezzo (salatissimo) per rilanciare un marchio come l’Alfa Romeo da opporre al dominio tedesco, e per paracadutare la Jeep nel mercato cinese. Ma il problema di fondo – ripeteva Marchionne – è il declino della classe media: chi se la compra più, la Panda, se crolla il potered’acquisto delle famiglie italiane? Interamente neoliberista il credo globale del salvatore provvisorio dell’ex Fiat: al mercato non si comanda, il lavoro sparisce e deve necessariamente emigrare là dove ci sono compratori. L’alternativa sarebbe una sola, la politica: e proprio la scomparsa della politica, fondata sull’investimento pubblico, ha scolpito la grandezza di Marchionne in un Occidente desolatamente solo e impoverito, esposto al ricatto finanziario dello spread – quello che decreta, anche, il tracollo delle vendite di auto in Europae in Italia.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storianazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storiadella “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democraziadi mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politicae della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potereforte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisicome emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politicasottomessa al potereeconomico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politicadel condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europacalasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il poterefinanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politicaridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storia nazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storia della “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata

al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democrazia di mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politica e della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potere forte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisi come emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politicasottomessa al potere economico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politica del condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europa calasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il potere finanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politica ridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.

 

 

 

fonte:http://www.libreidee.org/2018/07/le-verita-di-marchionne-e-il-silenzio-della-politica-neoliberista/

Agghiacciante dichiarazione di Monti in aula al Senato nei confronti del nuovo Governo: “attenti o arriva la Troika” …solo a me queste parole ricordano tanto, forse troppo, gli avvertimenti dei mafiosi?

Monti

 

 

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Agghiacciante dichiarazione di Monti in aula al Senato nei confronti del nuovo Governo: “attenti o arriva la Troika” …solo a me queste parole ricordano tanto, forse troppo, gli avvertimenti dei mafiosi?

 

Fonte ANSA:

Governo: Monti, umiltà o arriva Troika…

Poi fa gli auguri al nuovo esecutivo, spero abbia successo

(ANSA) – ROMA, 5 GIU – Il governo Conte “nella sua interezza” deve mostrare “più umiltà e realismo” nei confronti del Paese, altrimenti rischia di fargli subire “l’umiliazione della Troika”. Lo ha detto il senatore a vita Mario Monti nella discussione generale sulla fiducia in Senato.
Monti ha rivolto “al nuovo governo sinceri auguri nell’interesse dell’Italia” dato che “chiunque abbia avuto l’onore e l’onere di guidare il governo non può che augurarsi il successo del governo”.

Fonte QUI

Un modo più soft per dire (parafrasando il grande Sordi) “perchè noi siamo noi e voi non siete un cazzo”?

Un semplice richiamare alla memoria che la nostra sovranità è solo una favoletta che ci raccontano l’Unine Europea e le Lobby per tenerci buoni?

Un avvertimento chiaramente mafioso fattoci pervenire da chi veramente comanda?

Staremo a vedere… Ma sicuramente non è il caso di stare tranquilli… Con certi delinquenti in giro…

By Eles

Come funziona la Sanità in Italia – Correva l’anno 1979, il Ministro della Sanità Tina Anselmi decide il ritiro di migliaia di farmaci inutili o pericolosi. Le fu offerta una mazzetta da 35 miliardi (rifiutata), poi l’auto in cui doveva essere saltò in aria! …E poi venne Di Lorenzo…

Sanità

 

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Come funziona la Sanità in Italia – Correva l’anno 1979, il Ministro della Sanità Tina Anselmi decide il ritiro di migliaia di farmaci inutili o pericolosi. Le fu offerta una mazzetta da 35 miliardi (rifiutata), poi l’auto in cui doveva essere saltò in aria! …E poi venne Di Lorenzo…

RICORDANDO LA STORIA CHE INSEGNA

Nel 1979, quando Tina Anselmi è ministro della Sanità, decide il ritiro dal mercato di migliaia di farmaci che una commissione tecnica ha appena giudicato inutili o addirittura pericolosi.
Da lì a poco, viene avvicinata da un esponente delle industrie farmaceutiche che le offre 35 miliardi di lire in valuta straniera presso una banca svizzera di sua scelta, affinché ritiri quel provvedimento.
Il mattino dopo, la Anselmi rende pubblico questo tentativo di corruzione. Trascorsi pochi giorni, la sua auto salta in aria. Per pura coincidenza e per pochi attimi di ritardo, la senatrice democristiana si salva.
Comunque, dopo alcune settimane, viene rimossa dall’incarico.
Questo episodio è citato dal rimpianto Hans Ruesch nel suo Naked Emperess della Garzanti-Milano.

La clamorosa corruzione del ministro della sanità De Lorenzo da parte della Smith-Kline.

Passa una decina di anni e siamo nel 1990-91.
La Smith-Kline, del gruppo Beecham, unica produttrice mondiale del vaccino Energix B che pretende di prevenire l’epatite B, al fine di realizzare un piano di vaccinazioni garantito sulla pelle dei bambini italiani, versa in segreto, in banconote da 100 mila lire, la somma di 600 milioni di lire all’allora ministro della Sanità De Lorenzo.
Seicento milioni solo per apporre una firma di approvazione ministeriale per rendere non più facoltativa ma obbligatoria la vaccinazione antiepatite B. De Lorenzo viene preso con le mani nel sacco e finisce nelle carceri della Repubblica per diversi anni.

fonte: https://debernardi.wordpress.com/2017/07/01/mafia-sanitaria/

La schifosa TRUFFA di Equitalia (sì, quella che Renzi aveva abolito): si accanisce solo sui più poveri (piccole imprese o gente comune), ma davanti ai grandi evasori (quelli dei paradisi fiscali) perde tutta la sua cattiveria e diventa docile e ubbidiente come un cagnolino…!!!.

 

Equitalia

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La schifosa TRUFFA di Equitalia (sì, quella che Renzi aveva abolito): si accanisce solo sui più poveri (piccole imprese o gente comune), ma davanti ai grandi evasori (quelli dei paradisi fiscali) perde tutta la sua cattiveria e diventa docile e ubbidiente come un cagnolino…!!!

 

Scoperta la TRUFFA di Equitalia che si accanisce solo sui più poveri…

Quando si tratta di piccole imprese o di piccoli risparmiatori, Equitalia è molto inflessibile, subito parte coi pignoramenti, le cartelle esattoriali e tutto il resto.

Quando, invece, si tratta di dover colpire i grandi evasori, quelli che scappano nei paradisi fiscali, quelli che davvero arrecano un forte danno al nostro Stato, Equitalia perde tutta la sua cattiveria.

Infatti, Equitalia, degli oltre 850 milioni spariti nei paradisi fiscali è riuscita a recuperare solo 400.000 €! Oltre 170 milioni già sono stati dati per irrecuperabili!

Così, mentre in Italia Equitalia ha il pugno di ferro, con i grandi evasori che scappano all’estero, il pugno di Equitalia diventa di piuma. E così a rimetterci sono sempre e solo i più poveri!

A pagare sono quelli che per sviste o errori su cifre irrisorie, si ritrovano a pagare more di migliaia di euro, che il più delle volte non possono permettersi nemmeno di pagare. Molti decidono piuttosto di dichiarare fallimento.

Equitalia come sempre si dimostra di essere davvero inutile e, addirittura, dannosa.
Se anche tu sei stufo di tutto ciò, ti chiediamo di aiutarci a diffondere questa notizia che le TV non ti daranno: CONDIVIDI ARTICOLO SU FACEBOOK!

Fonte: Edizione odierna de “La Verità”, pagina 9

via AdessoBasta

Scandaloso – Sanità, ecco come la Lega Nord riesce a far felice in un colpo solo mafia e CL, il tutto, ovviamente, sulla pelle della Gente!

 

Sanità

 

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Scandaloso – Sanità, ecco come la Lega Nord riesce a far felice in un colpo solo mafia e CL, il tutto, ovviamente, sulla pelle della Gente!

 

Regione Lombardia: sei malato? Non chiamare il medico, ora c’è il gestore

 

Il titolo, purtroppo, non è uno scherzo, ma è quello che sta avvenendo in Regione Lombardia.

Per ora riguarda una sola Regione ma, se dovesse realizzarsi, è probabile che in pochi anni troverà estimatori anche in molte altre parti d’Italia. E’ una vicenda (volutamente) complicata ma proverò a spiegarla nel modo più semplice possibile, convinto che ognuno abbia diritto di essere pienamente informato su quello che riguarda il presente e il futuro della sua salute.

Con due delibere, la n. 6164 del 3 gennaio e la n. 6551 del 4 maggio 2017, la giunta regionale lombarda, senza nemmeno una discussione in Consiglio regionale, sta modificando totalmente l’assistenza sanitaria in Lombardia e cancellando alcuni dei pilastri fondativi della legge di riforma sanitaria la n. 833 del ’78.

La non costituzionalità di tali delibere è stata sollevata attraverso un ricorso al Tar dall’Unione Medici Italiani ed un altro ricorso è in arrivo da Medicina Democratica. Gli Ordini dei medici di Milano e della Lombardia sono insorti: la giunta regionale si è limitata ad inserire qualche modifica di facciata proseguendo a vele spiegate verso una terza delibera attuativa attesa in questi giorni.

La vicenda riguarda, secondo le stime della Regione, circa 3.350.000 cittadini “pazienti cronici e fragili” che sono stati suddivisi in tre livelli a seconda della gravità della loro condizione clinica. Costoro riceveranno in autunno una lettera attraverso la quale la Regione li inviterà a scegliersi un gestore (la delibera usa proprio questo termine) al quale affidare, attraverso un “Patto di Cura”, un atto formale con validità giuridica, la gestione della propria salute. Il gestore potrà essere loro consigliato dal medico di base o scelto autonomamente da uno specifico elenco.

Il gestore, seguendo gli indirizzi dettati dalla Regione, predisporrà il Piano di Assistenza Individuale (Pai) prevedendo le visite, gli esami e gli interventi ritenuti da lui necessari; “il medico di medicina generale (Mmg) può eventualmente integrare il Pai, provvedendo a darne informativa al Gestore, ma non modificarlo essendo il Pai in capo al Gestore”.

La Regione ha individuato 65 malattie, per le quali ha stabilito un corrispettivo economico da attribuire al gestore a secondo della patologia presentata da ogni persona da lui gestita. Se il gestore riuscirà a spendere meno della cifra attribuitagli dalla Regione potrà mantenere per sé una quota dell’avanzo, eventualmente da condividere con il Mmg che ha creato il contatto. Il gestore non deve per forza essere un medico, può essere un ente anche privato e deve avere una precisa conformazione giuridica e societaria e può gestire fino a… 200.000 persone.

E’ facile immaginare che nelle scelte dei gestori conterà maggiormente il possibile guadagno piuttosto che la piena tutela della salute del paziente, il quale potrà cambiare gestore ma solo dopo un anno. Scomparirà ogni personalizzazione del percorso terapeutico e ogni rapporto personale tipico della relazione con il medico curante. Per una società che gestirà 100/200.000 Pai (Piani di Assistenza) ogni cittadino è un numero asettico potenziale produttore di guadagno.

Il Mmg viene quindi privato di qualunque ruolo, sostituito da un manager e da una società; ed è questa una delle ragioni che ha fatto scendere sul piede di guerra i camici bianchi. Se avesse potuto la Lombardia avrebbe cancellato la figura dei Mmg, ma per ora una Regione non può modificare i pilastri di una legge nazionale come la legge 833. Ma all’orizzonte c’è il referendum sull’autonomia regionale voluto dal presidente leghista, un referendum consultivo ma che verrà fortemente enfatizzato. Ci sentiremo dire che l’autonomia da Roma permetterà di rendere pienamente operativa questa “eccellente riforma regionale”. Di bufale sulla sanità ne abbiamo già sentite molte, da Renzi alla Lorenzin e questa non sarà l’ultima.

Una “legge eccezionale”, sosterrà la Regione, perché eviterà che cittadini malati, in maggioranza anziani, debbano impazzire con le ricette, le telefonate interminabili ai centralini regionali per fissare le visite, le code agli sportelli, le liste di attesa ecc. ecc.

La Regione Lombardia non dirà che tutti questi disagi sono stati costruiti ad arte, prima da Roberto Formigoni e poi da Roberto Maroni, per spingere i cittadini verso la sanità privata che li aspetta con gioia per lucrare ulteriormente sulla loro pelle. Se il Tar non cancellerà queste delibere e se le organizzazione della società civile non si ribelleranno è forte il rischio che molti nostri concittadini accetteranno quasi con riconoscenza il piano della Regione; salvo poi accorgersi che ad essere trascurata sarà proprio la loro salute. Ma allora sarà troppo tardi.

Scritto in collaborazione con Albarosa Rai

 

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/15/regione-lombardia-sei-malato-non-chiamare-il-medico-ora-ce-il-gestore/3586471/