Salvini: “Mi sento molto meglio se chi puzza di mafia sta lontano da me. E i voti dei mafiosi mi fanno schifo” …Ora la domanda nasce spontanea: ma cos’è che questo deficiente non ha capito della sentenza di condanna di dell’Utri?

 

Salvini

 

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Salvini: “Mi sento molto meglio se chi puzza di mafia sta lontano da me. E i voti dei mafiosi mi fanno schifo” …Ora la domanda nasce spontanea: ma cos’è che questo deficiente non ha capito della sentenza di condanna di dell’Utri?

Salvini lo ha detto davvero: “Mi sento molto meglio se chi puzza di mafia sta lontano da me. E i voti dei mafiosi mi fanno schifo”

Leggi Qui, se ti interessa, l’articolo de Il Fatto Quotidiano.

Ora, come diceva tanti anni fa il grande Antonio Lubrano, la domanda nasce spontanea…

Cos’è che questo idiota non ha capito della sentenza con cui Dell’Utri sta in carcere?

Giusto come pro-memoria Vi riportiamo di seguito un breve passo delle motivazioni della sentenza di condanna di Dell’Utri.

Leggete e rabbrividite:

Tra il 16 ed il 19 maggio 1974 si svolgeva a Milano un incontro cui prendevano parte Marcello Dell’Utri, Silvio Berlusconi, Gaetano Cinà (legato alla “famiglia” mafiosa Malaspina) Stefano Bontade (capo della “famiglia” mafiosa S. Maria del Gesù ed esponente, fino a poco prima, insieme con Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio, del “triunvirato” massimo organo di vertice di “cosa nostra”), Mimmo Teresi (sottocapo della “famiglia” mafiosa S. Maria del Gesù), Francesco Di Carlo (“uomo d’onore” della “famiglia” mafiosa Altofonte, di cui, all’epoca, era consigliere e di cui, in seguito, sarebbe diventato capo).

In tale occasione veniva raggiunto l’accordo di reciproco interesse, in precedenza ricordato, tra “cosa nostra” rappresentato dai boss mafiosi Bondante e Telesi, e l’imprenditore Berlusconi, accordo realizzato grazie alla mediazione di Dell’Utri che aveva coinvolto l’amico Gaetano Cinà, il quale, in virtù dei saldi collegamenti con i vertici della consorteria mafiosa, aveva garantito la realizzazione di tale incontro.

L’assunzione di Mario Mangano (all’epoca dei fatti affiliato alla “famiglia” mafiosa di Porta Nuova, formalmente aggregata al mandamento di S. Maria del Gesù, comandato da Stefabo Bondante) ad Arcore, nel maggio-giugno del 1974 costituiva l’espressione dell’accorso concluso, grazie alla mediazione di Dell’Utri, tra gli esponenti palermitani di cosa nostra e Silvio Berlusconi ed era funzionale a garantire un presidio mafioso all’interno della villa di quest’ultimo.

In cambio della protezione assicurata Silvio Berlusconi aveva cominciato a corrispondere, a partire dal 1974, agli esponenti di “cosa nostra” palermitana, per il tramite di Dell’Utri, cospicue somme di denaro che venivano materialmente riscosse da Gaetano Cinà.

QUI la sentenza completa

Il passaggio che Vi abbiamo riportato è a pagina 48.

La sentenza, invece la trovate QUI

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Trattativa, assolto Mancino? Non fatevi prendere in giro: si è salvato solo perchè il sig. Napolitano, “l’emerito”, ha fatto secretare le telefonate intercorse con lui e come testimone al processo è stato colto da improvvisa, fulminante amnesia!

Trattativa

 

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Trattativa, assolto Mancino? Non fatevi prendere in giro: si è salvato solo perchè il sig. Napolitano, “l’emerito”, ha fatto secretare le telefonate intercorse con lui e come testimone al processo è stato colto da improvvisa, fulminante amnesia!

 

Trattativa, gravissime parole Napolitano su Mancino

Trattativa. C’è una parte dell’Italia che, dopo la storica sentenza della settimana scorsa sulla trattativa Stato-mafia, inizia a sperare in un reale cambiamento. Quella parte pulita, onesta di cittadini, che si stanno riaccostando ad un mondo marcio finora, con fiducia nel fatto che esso possa essere ripulito. Penso alle parole di Angela Manca, che si augura (e noi con lei, ndr) che, ora, la verità sulla morte brutale di suo figlio Attilio, possa venir fuori.

Resta, però, una parte di Paese irrimediabilmente marcia. Quella che ha decretato la vittoria del centro destra in Molise, per fare un esempio. Due le ipotesi: o l’ingenuità dei cittadini non è arrivata a capire le pesantissime accuse che gravano sulla testa di Berlusconi, che sul centro destra ci mette la faccia, oppure quei voti sono stati comprati. In entrambi i casi, non si vede nulla di buono all’orizzonte.

Non parliamo poi dell’emerito presidente, “integerrimo” politico, Giorgio Napolitano, che, ieri, durante la trasmissione di Fazio, Che tempo che fa, su Rai 1, in collegamento da casa, ha detto, testuale:  “Non posso dire alcunché su una sentenza di cui nessuno conosce le motivazioni. Il punto che ho apprezzato di più è stato quello dell’assoluzione del senatore Mancino per non aver commesso il fatto: si è  restituita serenità e si è riconosciuto il corretto operato di un uomo delle Istituzioni a cui grossolanamente si erano addossate delle colpe”. Corretto operato, presidente Napoloitano? Un po’ come il suo, che, non solo ha fatto secretare le telefonate intercorse tra lei ed il senatore in questione, ma, chiamato a testimoniare al processo trattativa, prima ha tentato in ogni modo di evitare la cosa, per poi, pateticamente, dire una serie di non so, non ricordo.

L’impressione, insomma, è che, purtroppo, siamo ancora lontani dal raggiungimento di una reale giustizia. I pm non si fermano, questo ci consola, ma ci devasta il fatto che ancora qualcuno metta in discussione quella sentenza della Corte d’Assise che dovrebbe modificare il Paese, pulirlo dai rami marci e secchi di una politica corrotta, di Forze dell’ordine asservite al potere, di servizi segreti deviati.

Confesso di non aver seguito la puntata di Fazio di ieri, ma di aver visto solo pochi stralci ed in tutta franchezza, le uniche parole serie riguardo politica ed istituzioni sono state quelle della Litizzetto. Già, le parole di una delle comiche più brave di tutti i tempi. “Voi vi siete accorti del fatto che manca il governo?” ha detto la Lucianina nazionale “io no, non è cambiato niente”. Qualcuno può darle torto? Sicuramente non noi…

fonte: http://www.danilasantagata.it/trattativa-grave-vittoria-centro-destra-in-molise-quanto-parole-napolitano-mancino/

Berlusconi con disprezzo: “I 5stelle nelle mie aziende potrebbero solo pulire i cessi” …Ma viene umiliato dalla fiera lettera di un figlio: “Caro Berlusconi, sono orgoglioso di mia madre che puliva i cessi per farci crescere”

Berlusconi

 

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Berlusconi con disprezzo: “I 5stelle nelle mie aziende potrebbero solo pulire i cessi” …Ma viene umiliato dalla fiera lettera di un figlio: “Caro Berlusconi, sono orgoglioso di mia madre che puliva i cessi per farci crescere”

 

Caro Berlusconi, sono orgoglioso di mia madre che puliva i cessi per farci crescere

Lettera aperta di un figlio che ha vissuto in una famiglia umile e che ringrazia per i sacrifici fatti per la famiglia.

Carissimo Presidente Silvio Berlusconi,
chi Le scrive è un figlio orgoglioso (in maiuscole, ndr)di avere una madre che con umiltà e dignità, nella vita “ha pulito i cessi” (uso una Sua triste frase) pur di crescere una famiglia con sacrifici.
Perché vede Presidente, quando non si ha la fortuna di nascere e crescere in una famiglia come la Sua per esempio, tocca rimboccarsi le maniche e darsi fa fare soprattutto quando ci sono dei figli da sfamare.
Vede Presidente, “pulire i cessi” non è cosa di cui vergognarsi, è semplicemente un umile ed onesto lavoro, che centinaia di persone nel nostro Paese ogni giorno con dignità svolgono. 
Presidente, forse durante la Sua triste frase, per un attimo ha probabilmente dimenticato che se non ci fosse chi pulisse “i cessi”, Lei, sarebbe costretto ad entrare non nei bagni dorati come forse è abituato, ma al contrario in ambienti ripugnanti. 
Tanto quanto la Sua frase.
Forse rimarrà deluso nell’apprendere che in passato l’ho votato, io e tutta la mia famiglia, compresa mia madre, la stessa Donna che ha “pulito i cessi”.
Non mi pare Presidente che Lei abbia rifiutato il voto. 
Non mi pare di aver sentito in campagna elettorale parole del tipo: “non voglio i voti di chi pulisce i cessi”. 
Da persona educata che mi reputo, può notare il modo elegante e rispettoso con cui mi sono rivolto a Lei, chiamandola Presidente. 
Le assicuro che questa volta ho fatto molta fatica, ma io non sono Lei, peso le parole e soprattutto i termini perché ho rispetto anche di chi non mi rispetta.
Spero che avrà il coraggio di chiedere scusa Presidente, perché in fondo una battutaccia può scappare a chiunque, l’importante è rendersene conto. 
La Saluto Presidente, e laddove Vorrà sarò disponibile ad insegnarLe come pulire un “cesso”, Le garantisco che non nuoce gravemente alla salute, anzi, insegna l’umiltà ed il rispetto per il prossimo, quello che forse Lei ha dimenticato.
La Saluto.
Ferdinando Tripodi

tratto da: http://www.globalist.it/politics/articolo/2018/04/21/caro-berlusconi-sono-orgoglioso-di-mia-madre-che-puliva-i-cessi-per-farci-crescere-2023091.html

Trattativa Stato-mafia, condanne pesanti. Altri 12 anni al co-fondatore di Forza Italia Dell’Utri- Ma ora i Pm puntano a Berlusconi (Sì, proprio quello che Mattarella ha ricevuto al Quirinale per parlare del futuro del Paese)…!

 

Trattativa

 

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Trattativa Stato-mafia, condanne pesanti. Altri 12 anni al co-fondatore di Forza Italia Dell’Utri- Ma ora i Pm puntano a Berlusconi (Sì, proprio quello che Mattarella ha ricevuto al Quirinale per parlare del futuro del Paese)…!

 

Trattativa Stato-mafia, condanne pesanti. E ora i pm puntano a Berlusconi.

Assolto l’ex-ministro dc dell’Interno, Mancino “perché il fatto non sussiste”, condannati tutti gli altri imputati nel processo per la trattativa Stato-mafia: mafiosi, come Leoluca Bagarella, il cognato di Totò Riina e Antonino Cinà, politici come l’ex-senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, e uomini dei carabinieri come i generali del Ros, Antonio Subranni e Mario Mori e l’ex-colonnello Giuseppe De Donno. Ma condanna, pesante, anche per il supertestimone del processo, Massimo Ciancimino, figlio dell’ex-sindaco mafioso di Palermo, Vito. Prescritte le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca. E’ clamorosa e inattesa la sentenza con la quale, al termine di un procedimento durato 5 anni e 6 mesi, la Corte d’Assise di Palermo ha condannato in primo grado nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo 8 dei 9 imputati a pene variabili fra gli 8 e i 28 anni di carcere. Ma non è finita qui. Perché i pm ora puntano direttamente a Silvio Berlusconi. Non il Berlusconi imprenditore che hanno già cercato di processare, ma il Berlusconi politico. Lo dice a chiare lettere il pm Nino Di Matteo, candidato come ministro della Giustizia dall’M5S.

«E’ una sentenza inaspettata sicuramente e peraltro in controtendenza con le assoluzioni che ci sono state per il senatore Mannino e il generale Mori  – annota il legale di Marcello Dell’Utri, Giuseppe Di Peri – C’è un periodo nel quale Dell’Utri è stato assolto, che sembrerebbe quello precedente al governo Berlusconi, e un altro in cui ha riportato una condanna estremamente pesante a 12 anni. Sono state accolte le richieste della Procura. E’ una sentenza che porremo nel nulla nel momento in cui formuleremo l’impugnazione».

La pena più pesante è toccata al boss Leoluca Bagarellacognato di Totò Riina: 28 anni di carcere con l’accusa di minaccia a corpo politico dello Stato. Lo stesso reato contestato a tutti gli altri, escluso l’ex-democristiano Nicola Mancino che è andato assolto dall’accusa di falsa testimonianza e schiva, così, la condanna a 6 anni di carcere richiesta, invece, a gran voce dalla pubblica accusa.

Una condanna a 12 anni unisce i generali ed ex-capi del Ros, Mario Mori e Antonio Subranni, l’ex-senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, e il boss Antonino Cinà. L’ex-ufficiale dei Ros, Giuseppe De Donno, viene riconosciuto colpevole per le stesse imputazioni di minaccia a corpo politico dello Stato, e condannato ad 8 anni. Una pena identica a quella che la Corte d’Assise del processo trattativa Stato-mafia ha ritenuto di irrogare a Massimo Ciancimino, assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e condannato per calunnia dell’ex capo-della polizia Gianni De Gennaro ma, soprattutto, supertestimonedell’accusa nel processo trattativa Stato-mafia. Ed è qui che ben si comprende il cortocircuito e l’impianto ideologico di una vicenda che ha dell’irreale e che basa perlopiù proprio sulle dichiarazioni di uno, come Ciancimino, condannato, due volte, per calunnia, una volta per porto e detenzione di esplosivi e un’altra volta per riciclaggio dei soldi della mafia.

I giudici del processo trattativa Stato-mafia erano entrati in Camera di consiglio alle 10.30 di lunedì scorso per decidere la sorte dei nove imputati, in realtà dieci con il boss Totò Riina, morto lo scorso novembre.
Al termine della requisitoria i pm Nino Di MatteoFrancesco Del BeneRoberto Tartaglia e Vittorio Teresi avevano chiesto condanne alte ma, in qualche caso, come per Ciancimino, avevano cercato di “preservare” la “verginità” del supertestimone: per lui erano stati costretti dagli eventi a chiedere una condanna ma, comunque, a 5 anni. Tre di meno, come si è visto, di quelli che gli ha rifilato, invece, la Corte d’Assise. E non ci si può non chiedere, ora, come possa reggersi in piedi una vicenda come questa dove il principale supertestimone è considerato un calunniatore seriale e i suoi fantasiosi racconti sono alla base del castello accusatorio. Sarà interessante, da questo punto di vista, leggere le motivazioni.

I pm del processo trattativa Stato-mafia avevano sollecitato 15 anni per l’ex-generale Mario Mori, 12 anni per l’ex-generale Antonio Subranni e l’ex-colonnello Giuseppe De Donno, e altrettanti anche per Marcello Dell’Utri tutti accusati di minaccia a corpo politico dello Stato.
Per l’ex-ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza dopo la sua deposizione al precedente processo Mori, la Procura ha chiesto una condanna a 6 anni. E ora, inevitabilmente, con la sua assoluzione di oggi, si pone non solo il problema dell’attendibilità di Ciancimino, che accusava apertamente Mancino, ma, anche, la ricostruzione di una serie di episodi, fra cui un colloquio con l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli sui Ros, i retroscena dell’avvicendamento al ministero fra lo stesso Mancino e il suo compagno di partito Vincenzo Scotti e anche un colloquio fra l’ex-titolare del Viminale e Paolo Borsellino.
Con l’assoluzione di oggi di Mancino nel processo trattativa Stato-mafia diventa ancor più difficile far incastrare perfettamente tutte le tessere di un puzzle che non è mai andato veramente a posto ad iniziare, proprio, dalle presunte rivelazioni di Ciancimino considerato, da moltissime Procure italiane, totalmente inattendibile. E posto dai magistrati palermitani alla base del castello accusatorio.

«Aspettiamo di leggere le motivazioni però è chiaro che 12 anni di condanna la dicono lunga sulla decisione della Corte – reagisce alla sentenza l’avvocato Basilio Milio, legale dell’ex-generale dei carabinieri Mario Mori – C’è però in me un barlume di contentezza, in un mare di sconforto. Sono contento perché so che la verità è dalla nostra parte. E’ un giorno di speranza. Possiamo sperare che in appello ci sarà un giudizio perché questo è stato un pregiudizio».
«Questo processo è stato caratterizzato dalla mancata ammissione di tante prove da noi presentate. La prova del nove? Non sono stati ammessi – fa notare l’avvocato Milio – oltre 200 documenti alla difesa e venti testimoni, tra i quali magistrati come la dottoressa Boccassini, il dottor Di Pietro e il dottor Ayala. E’ stata una sentenza dura che non sta né in cielo né in terra perché questi sono stati già smentiti da quattro sentenze definitive».

Cosa succederà ora? Cosa sta preparando la Procura di Palermo? Lo fa capire in maniera piuttosto esplicita il pm Nino Di Matteo che si lamenta di essere stato accusato di essere politicizzato e di seguire finalità eversive: «Prima si era messa in correlazione Cosa nostra con il Silvio Berlusconi imprenditore, adesso questa sentenza per la prima volta la mette in correlazione col Berlusconi politico. Le minacce subite attraverso Dell’Utri non risulta che il governo Berlusconi le abbia mai denunciate e Dell’Utri ha veicolato tutto. I rapporti di Cosa nostra con Berlusconi vanno dunque oltre il ’92. Ci sono spunti per proseguire le indagini su quella stagione…».

tratto da: http://www.secoloditalia.it/2018/04/trattativa-stato-mafia-assolto-mancino-condannati-tutti-gli-altri-imputati/

Agghiacciante dichiarazione del Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia Nino Di Matteo (insomma, non un coglione qualsiasi): “Patto Berlusconi-mafia per 18 anni” …Parole che dovrebbero scatenare un terremoto, ma i nostri Tg, non potendo parlare della Raggi, ci informano con dovizia di dettagli delle beghe sull’Isola dei famosi…!

Di Matteo

 

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Agghiacciante dichiarazione del Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia Nino Di Matteo (insomma, non un coglione qualsiasi): “Patto Berlusconi-mafia per 18 anni” …Parole che dovrebbero scatenare un terremoto, ma i nostri Tg, non potendo parlare della Raggi, ci informano con dovizia di dettagli delle beghe sull’Isola dei famosi…!

Signore e Signori questa è l’Italia: il Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia Nino Di Matteo (insomma, non proprio un coglione qualsiasi) senza peli sulla lingua dichiara: “Patto Berlusconi-mafia per 18 anni”…

Parole che avrebbero dovuto scatenare un terremoto. Come minimo il sedicente Presidente della Repubblica Italiana si sarebbe dovuto rifiutare di programmare il futiro del Paese con un amico della mafia…

Ma Signore e Signori, siamo in Italia.

Persino i nostri Tg, non potendo parlare della Raggi, hanno ritenuto prioritario informano con dovizia di dettagli delle beghe sull’Isola dei famosi…!

Signore e Signori, siamo in Italia…!

By Eles

Da Il Fatto Quotidiano:
Ivrea, Nino Di Matteo: “Patto Berlusconi-mafia per 18 anni”. Standing ovation di Di Maio e Bonafede. Poi il piano giustizia.

Il sostituto procuratore nazionale antimafia parla dal palco del convegno organizzato dall’associazione Gianroberto Casaleggio. Applausi quando attacca il leader di Forza Italia ed ex Cavaliere, poi lancia le sue proposte di intervento. Tra cui: ampliamento dell’uso delle intercettazioni e uso degli agenti sotto copertura. Alla politica si rivolge per la garanzia dell’indipendenza della magistratura. Chiede poi verità sulle stragi e parla di un sistema che ha interesse che la giustizia non funzioni

L’applauso quando Nino Di Matteo parla della “compenetrazione tra mafia e potere” in Italia, a Ivrea, davanti alla platea dei 5 stelle, fa più rumore del solito. “Cito le sentenze, è stato stipulato un patto con Cosa nostra, intermediato da Marcello dell’Utri, che è stato mantenuto dal 1974 fino al 1992 dall’allora imprenditore Silvio Berlusconi”. In prima fila batte le mani il Capo politico M5s Luigi Di Maio, al suo fianco Alfonso Bonafede, ministro designato alla Giustizia in un ipotetico governo a 5 stelle. Quando finisce di parlare c’è la standing-ovation del pubblico di Sum02#, l’evento organizzato dall’associazione Gianroberto Casaleggio. Non finisce più. La frase su Berlusconi, il sostituto procuratore nazionale antimafia, l’ha detta simile anche pochi giorni in Campidoglio, ma questa volta il segnale è importante: nel bel mezzo delle trattative per la formazione del governo, i 5 stelle riuniti per parlare di “futuro” ribadiscono la loro distanza dall’ex Cavaliere e leader di Forza Italia. E non solo. Perché il magistrato Nino Di Matteo va avanti e attacca con la sua proposta per riformare la giustizia in Italia. “Serve una riforma copernicana delle norme per la prescrizione”, dice. E qui Di Maio e Bonafede alzano le mani in alto e applaudono per farsi vedere da tutta la platea. “Li avete visti?”, dicono dalla folla rivolti ai giornalisti. Il magistrato va oltre e, mentre legge a braccio i suoi appunti, elenca gli interventi secondo lui necessari per ridare credibilità alla giustizia in Italia. Tra cui: “l’ampliamento dell’uso delle intercettazioni e la previsione dell’uso degli operatori sotto copertura anche per i reati di corruzione”. E alla politica si rivolge per “la garanzia dell’indispensabile autonomia della magistratura”. Chiude chiedendo “la verità sulle stragi” perché “non ci possiamo accontentare di verità parziali”. Ma soprattutto dice: “Nel nostro Paese è ancora forte il partito di chi ha interesse che il sistema giustizia non funzioni”.

Video: Ivrea, Nino Di Matteo: “Patto Berlusconi-mafia per 18 anni”.

Siamo alle Officine H a Ivrea, tempio dell’evento dedicato al fondatore Gianroberto Casaleggio, oggi arrivato alla seconda edizione. Per tutto il giorno, il figlio e padrone di casa Davide ha ribadito che “qui non si parla di politica”. Ma il momento è caldissimo e ogni frase pronunciata tra un intervento e l’altro sposta gli equilibri giù a Roma. Nino Di Matteo sale sul palco nel pomeriggio, ospite tra i più attesi anche perché già semi-annunciato l’anno scorso e poi cancellato per evitare un’eccessiva esposizione. Oggi è diverso. E a lui viene affidato il più politico degli interventi: parla della sua idea per riforma la giustizia e quelle parole entrano in una difficile fase di trattative in vista della formazione del governo. Parla sotto gli occhi vigili del Capo politico M5s, inchiodato in prima fila dall’inizio dei lavori, e dei suoi uomini più fidati, Bonafede in primis poi i membri della commissione Rousseau Max Bugani Pietro Dettori e pure Giulia Sarti, già in commissione antimafia nella scorsa legislatura. Intorno una folla di parlamentari M5s, simpatizzanti, ma anche imprenditori e curiosi venuti qui solo per ascoltare gli interventi degli esperti.

Il sostituto procuratore antimafia, chiamato per parlare di giustizia, parte dalla situazione italiana. “Il sistema mafioso è il più grave fattore di inquinamento e compromissione nella nostra democrazia”, attacca. “La questione mafiosa riguarda tutto il Paese e riguarda la nostra classe dirigente. E’ ormai evidente la compenetrazione tra la mafia e il potere, anche istituzionale e politico”. In “un desolante silenzio dei partiti sulla mafia”. L’attacco è al sistema politica in generale: “Ancora oggi gran parte della politica non capisce o finge di non capire la gravità della questione perché accerta il sistema mafioso come parte necessaria, per certi perfino utile, del sistema Paese. Nell’ultima campagna elettorale c’è stato un desolante silenzio da parte dei partiti sul tema mafia e Giustizia a due velocità, forte e spietata con i deboli, timida e timorosa con i forti. Su oltre 50mila detenuti pochissimi stanno scontano una pena detentiva per corruzione”.

Quasi fosse lui a dover scrivere il programma, Di Matteo fa un elenco di interventi che ritiene prioritari per un intervento sulla giustizia in Italia: “Vi confesso che non ho alcuna certezza e non mi sento di prevedere nulla, ma a 70 anni dall’entrata in vigore della Costituzione ci troviamo di fronte  a un bivio”, dice. “Bisogna restituire al sistema giustizia la credibilità che sta perdendo. Sogno una giustizia che muova in questa direzione”. Ovvero: “Rafforzamento degli strumenti investigativi più efficaci e quindi ampliamento dei mezzi per consentire le intercettazioni; previsione dell’utilizzo degli operatori sotto copertura anche per i reati di corruzione; depenalizzazione di condotte che dovrebbero essere sanzionate con una pena amministrativa”. Poi un intervento sulla velocità dei procedimenti: “Serve impegno affinché i processi si possano celebrare in tempi ragionevoli, che si concludano con un intervento nel merito”. E sulla prescrizione appunto, dice: “Serve una riforma copernicana delle norme sulla prescrizioneche prevede che il decorso del termine cessi nel momento in cui lo Stato azioni la sua pretesa”. E ancora: “Parallelamente penso alla necessità di un affievolimento del processo accusatorio. Innalzamento delle pene del sistema sanzionatorio dei reati di corruzione, del voto di scambio e di tutti i delitti tipici della criminalità dei colletti bianchi. E non si tratta di essere manettari o giustizialisti”. “Sogno una svolta per un rafforzamento delle tutele processuali delle vittime dei reati, per tutelare chi ha il coraggio di denunciare. Infine penso alla certezza della pena. Il nostro non può continuare a essere il Paese delle amnistie e degli indulti mascherati”. Il sostituto procurato non si è risparmiato un passaggio sull’autonomia della magistratura: “L’indispensabile difesa dell’autonomia della magistratura, non privilegio di casta deve partire dalla politica. Vado in controtendenza, non considero un buon segno pochi magistrati in parlamento. Abbiamo bisogno di politici che hanno a cuore l’indipendenza della magistratura”.

Di Matteo si rivolge infine direttamente alla politica, quella del primo partito politico italiano intanto e i cui esponenti lo ascoltano in prima fila: “In questa strada, questo sogno per recupero della credibilità della giustizia, c’è un elemento che non riguarda i cambi legislativi. Mi riferisco al recupero della primizia della politica nella lotta ai sistemi criminali. Nel solco di Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Tina Anselmi, persone che hanno anticipato la forza della magistratura. Non stando a rimorchio, ma anticipando l’azione dei giudici”. Questo perché, dice: “Ci sono condotte che dovrebbero costituire il presupposto per attivare quei meccanismi che invece nel nostro Paese restano perennemente disattesi”.

Il magistrato conclude chiedendo la “verità sulle stragi”: “Il governo”, dice, “deve fare tutto il possibile per completare il percorso di verità sulle stragi e su tanti delitti eccellenti. Non ci possiamo accontentare di verità parziali. Dobbiamo dare un nome a quelle entità che hanno condiviso con i mafiosi l’esecuzione delle stragi. Uno Stato autorevole, un governo libero, una commissione antimafia decisiva non possono fermarsi temendo che sia troppo scomoda e scabrosa. La sfida che ci attende va molto al di là. Non ne posso più di sentire parlare solo di produttività e statistiche”. Una partita che lui stesso sa quasi impossibile. “La strada è piena di insidie e tranelli. Nel nostro Paese è ancora forte il partito di chi ha interesse che il sistema giustizia non funzioni. A questi soggetti, che sono tanti e spregiudicati e trasversalmente presenti, dobbiamo, dovete saper contrapporre con tenacia il suono della giustizia”. E’ una standing-ovation. Il pubblico di Ivrea si alza in piedi e acclama quello che è il suo ministro mancato, ma resta uno dei personaggi simbolo più importanti per il Movimento. Per tutto il giorno la stampa e i partecipanti hanno cercato a fatica le risposte politiche nei corridoi e nei discorsi a margine del convegno. Ma la parole capaci di influenzare un’intesa per il prossimo governo, sono arrivate, persino un po’ a sorpresa, da Nino Di Matteo. A destra del palco Davide Casaleggio ha voluto mettere una scala contro un muro con un cartello dalla scritta “futuro”. Prima di salutare spiega che quella è la direzione, ma ora dipende tutto da chi accetterà di salire sulla scala insieme al M5s.

Video: Nino Di Matteo – Italia 2030, una giustizia da (ri)scrivere?

Fonti:

  • https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/07/ivrea-nino-di-matteo-patto-berlusconi-mafia-per-18-anni-standing-ovation-di-di-maio-e-bonafede-poi-il-piano-giustizia/4278470/
  • Youtube

 

 

Capaci, lo striscione contro Berlusconi dove fu ucciso Falcone: “Ha finanziato la mafia. Non può essere gradito al Quirinale”

 

Berlusconi

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Capaci, lo striscione contro Berlusconi dove fu ucciso Falcone: “Ha finanziato la mafia. Non può essere gradito al Quirinale”

L’iniziativa dell’associazione Scorta Civica, nata per testimoniare solidarietà al pm Nino Di Matteo, ha protestato contro la presenza al Colle del leader di Forza Italia, ricevuto per le consultazioni per la formazione del governo dal capo dello Stato.

Presidente chi ha finanziato la mafia non può essere gradito al Quirinale“. Con questo striscione appeso al ponte sull’autostrada Palermo – Trapani, all’altezza di Capaci – dove 26 anni fa Cosa nostra uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti di scorta – l’associazione Scorta Civica, nata per testimoniare solidarietà al pm Nino Di Matteo, ha protestato contro la presenza al Quirinale di Silvio Berlusconi, ricevuto per le consultazioni per la formazione del governo dal capo dello Stato.

‘’Sergio Mattarella si sarebbe dovuto rifiutare di accogliere Berlusconi – sostiene Alfredo Russo di Scorta Civica – un condannato di cui si legge nelle sentenze che è uno atto a delinquere frequentemente e che ha finanziato la mafia dagli anni ’70 al ’92. Vorremmo che si desse risonanza a questo gesto perché il capo dello Stato deve sapere che non siamo d’accordo con questa scelta. E poi c’è la la tracotanza e la sfacciataggine di Berlusconi, è un paese alla rovescia, se sei un delinquente puoi avere successo, ma non tutti ci stanno”.

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/06/capaci-lo-striscione-contro-berlusconi-dove-fu-ucciso-falcone-ha-finanziato-la-mafia-non-puo-essere-al-quirinale/4276508/

Ancora pesantissime accuse ai politici dal Pm Di Matteo: ”Su lotta a mafia e corruzione un silenzio assordante della politica”

 

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Ancora pesantissime accuse ai politici dal Pm Di Matteo: ”Su lotta a mafia e corruzione un silenzio assordante della politica”

Di Matteo: ”Su lotta a mafia e corruzione un silenzio assordante della politica”

Il magistrato ricorda la sentenza Dell’Utri al Campidoglio intervenendo al convegno con Travaglio e la Raggi

“La lotta alla mafia dovrebbe essere il primo obiettivo di ogni governo e così finora non è stato. Un ulteriore segnale di preoccupazione è emerso dalla desolante assenza del tema dal tavolo della campagna elettorale con qualche eccezione, di tutto si è parlato e si continua a parlare, ma il silenzio sulle politiche antimafia in questi casi assume le caratteristiche del silenzio assordante”. E’ con queste parole che il sostituto procuratore nazionale antimafia, Antonino Di Matteo è intervenuto nel corso del convegno “Mafia 2.0 – Azioni di contrasto da parte dello Stato” che si è tenuto nella Sala della Piccola Protomoteca in Campidoglio. Un evento organizzato dall’associazione “Themis & Metis” in collaborazione con l’Aiga, l’Ordine degli Avvocati di Roma e la Presidenza dell’Assemblea Capitolina. “Se tutti abbiamo ormai capito quanto mafia e corruzione siano segmenti di un sistema criminale integrato, ci dobbiamo porre un problema – ha aggiunto ancora Di Matteo – Oltre 50 mila detenuti affollano le nostre strutture carcerarie, solo un numero irrilevante, credo non superino una decina di unità, sta scontando una pena definitiva per reati di corruzione o per reati tipici del crimine dei colletti bianchi: dieci su 55mila. Immaginate le conseguenze dell’entrata in vigore della legge di riforma dell’ordinamento penitenziario recentemente approvata dal Governo che dà la possibilità di scontare in regime diverso da quello carcerario una pena fino a un massimo di 4 anni o gli ultimi 4 anni di una pena più alta – ha proseguito -, anche quei dieci soggetti che stanno espiando una pena per corruzione lascerebbero immediatamente il carcere. Se la situazione è questa dobbiamo avere il coraggio di dire che sostanzialmente il fenomeno della corruzione in Italia è impunito”. Il magistrato, pm di punta dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, ha evidenziato come il rapporto tra mafia e potere sia da sempre una prerogativa delle criminalità organizzate e che lo stesso, da sempre, non può essere circoscritto ad un fenomeno prettamente meridionale.

Le sentenze dimenticate
“Ho sempre lavorato in Sicilia e mi indignavo e tuttora mi indigno quando viene relegata la questione mafiosa al solo territorio siciliano o al meridione. La questione mafiosa è una questione nazionale – ha detto Di Matteo -. Come si fa a pensare e sostenere che la questione mafiosa sia una questione locale quando abbiamo avuto delle conclusioni anche di sentenze passate in giudicato in ordine ai rapporti significativi del sette volte presidente del Consiglio Andreotti con le famiglie mafiose palermitane o all’intermediazione assicurata per almeno 20 anni dal senatore Dell’Utri e alla stipula dei patti a cui ha contribuito il senatore Dell’Utri tra l’allora imprenditore Silvio Berlusconi e i capi delle famiglie mafiose siciliane? – ha detto Di Matteo – Come si fa a relegare a questioni marginali questioni che hanno riguardato ad altissimo livello l’esercizio del potere non solo in Sicilia ma in tutto il Paese? Ecco perché il silenzio mi preoccupa”.
Di Matteo ha quindi evidenziato la necessità della “primazìa della politica nella lotta alla mafia. Da cittadino che ha fatto una determinata esperienza nella lotta alla mafia io continuo a sognare una politica che sia in prima linea nella lotta alla mafia e non come avviene oggi nella migliore delle ipotesi solo al traino dell’azione repressiva della magistratura”. La conseguenza, ha spiegato Di Matteo, è che “la magistratura accerta le eventuali responsabilità penali e la sussistenza di reati ma naturalmente il principio della presunzione di innocenza riguarda le responsabilità penali. Ci sono dei comportamenti che ancor prima di essere descritti in una sentenza definitiva sono accertati e dovrebbero fare scattare delle responsabilità di tipo politico che invece nel nostro Paese troppe poche volte sono state azionate”.Tra le conseguenze di questo “atteggiamento della politica”, Di Matteo ha citato anche il fatto che “comunque nonostante quello che è stato accertato si è assistito alla santificazione di Andreotti e che nel 2008 il senatore Dell’Utri e il senatore Cuffaro sono stati ricandidati”. E ricordando le parole della sentenza contro l’ex senatore di Forza Italia, condannato in via definitiva per Concorso esterno in associazione mafiosa, ha evidenziato come “nonostante in una sentenza definitiva ci sia scritto cheSilvio Berlusconi ha mantenuto e rispettato almeno dal 1974 al 1992 quei patti stipulati con Cosa Nostra grazie all’intermediazione di Dell’Utri ancora oggi questa persona esercita un ruolo assolutamente importante e assume ruoli decisivi nella politica nazionale anche di stretta attualità (tanto da essere ascoltato al Quirinale nelle consultazioni per la formazione del nuovo Governo, ndr)”.

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Bontà codice etico
Nel suo intervento Di Matteo ha anche voluto tornare su quanto disse in riferimento al codice etico approvato in particolare dal Movimento cinque stelle. Una presa di posizione che fece discutere. “In un convegno – ha ricordato il magistrato – intervenni per sottolineare il carattere positivamente innovativo del codice etico che il M5S aveva approvato. E’ stata considerata come una apertura di credito nei confronti del M5S in quanto organismo politico. In realtà il dato è certamente molto più importante: l’approvazione di quel codice rappresentava finalmente un momento di separazione tra il concetto di responsabilità penale e il concetto di responsabilità politica. Quello era, e mi auguro che sia ancora, il fattore più apprezzabile di quel codice”.

Riforme
Il sostituto procuratore nazionale antimafia ha anche affrontato temi importanti come quello delle intercettazioni telefoniche, della riforma penitenziaria ribadendo la necessità di “mantenere fermi certi strumenti giuridici” rilanciando il contrasto contro la mafia e la corruzione anche prevedendo strumenti ulteriori come ad esempio l’utilizzo dell’agente provocatore “già previsto dal nostro codice in materia di reati come il traffico di stupefacenti, traffico di armi o la pedopornografia”. Inoltre ha chiesto che da parte delle istituzioni vi sia l’impegno a salvaguardare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura a cominciare dalla nomina dei membri laici del Csm: “Io condivido la preoccupazione di Davigo quando sostenne il pericolo di una magistratura genuflessa rispetto al potere politico. Una magistratura che ha mutuato dalla peggiore politica gli odiosi sistemi di sparizione del potere con il sistema delle correnti con il rischio che si ragioni in criteri di opportunità politica anziché rispetto alla doverosità del nostro agire. Anche la politica dovrebbe combattere la burocratizzazione e la gerarchizzazione dell’attività giudiziaria perché la difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura è una lotta di libertà del popolo. Un esempio: la Costituzione prevede che nell’elezione dei membri laici del Csm la scelta vada fatta tra professori ed avvocati. Non sta scritto da nessuna parte che debbano essere membri di un partito politico. I parlamentari devono nominare personalità che si pongano il problema di tutelare l’autonomia e l’indipendenza del Csm, non di portarci dentro i desiderata dei loro referenti politici”.

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Infine, a quasi 26 anni dalle commemorazioni delle stragi, Di Matteo ha anche auspicato che lo sforzo per la ricerca della verità su quel delicato periodo storico non sia solo “sulle spalle di pochi magistrati o investigatori” ma riparta proprio dalla politica e dalle considerazioni della Commissione Parlamentare antimafia in cui si afferma come “probabile o concretamente possibile il dato di partecipazione di altri soggetti oltre Cosa nostra alla campagna stragista”.
All’incontro hanno anche partecipato il sindaco di Roma, Virginia Raggi, ed il giornalista e direttore de Il Fatto QuotidianoMarco Travaglio. La prima ha voluto ribadire la bontà dell’operato della propria amministrazione: “Cercare di fare le cose nel rispetto della legge implica dei tempi. E’ intollerabile sentirsi dire ‘prima si stava meglio’”. “Si stava meglio cosa?” ha incalzato la Raggi parlando di “appalti truccati” e del fatto che “si facevano favori. Noi stiamo pagando i debiti di chi ‘faceva le cose meglio’. In apparenza era tutto bello poi qualcuno ha alzato il tappeto. E bisogna avere un po’ di coraggio e onestà per farlo e a volte si resta soli. Ma si va avanti lo stesso. Noi lo stiamo facendo e andiamo avanti”.
Poi a prendere la parola è stato Marco Travaglio che con la solita chiarezza ha evidenziato le mille contraddizioni della politica che “scientemente” legifera seguendo criteri che alla fine non sono mai per la tutela di tutti ma di pochi.

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“Lo Stato è disorganizzato non perché non sa organizzarsi ma sceglie di non organizzarsi scientemente contro la criminalità – ha detto il giornalista – E ci sono norme da cialtroni. Leggi spot che in realtà presentano buchi enormi e che vanno incontro alle esigenze specifiche di qualcuno”. Travaglio ha anche fatto degli esempi come la legge sul voto di scambio politico-mafioso (416 ter) che ha portato alla dissoluzione di interi processi come ad esempio il caso del deputato siciliano Antinoro “condannato nei primi due gradi di giudizio e poi assolto dopo l’arrivo della nuova legge che prevede che si dimostri che vi sia il procacciamento di voti con le modalità mafiose”. Poi ancora la normativa sull’Antiriciclaggio definito come un “vero cabaret, laddove si prevede che questo non è punibile quando il denaro e le altre utilità vengono destinati al godimento personale”. Ed infine la legge sulle intercettazioni telefoniche. “In questo caso – ha detto Travaglio – è da anni che si pensa a come fermarle. All’inizio pensavano di toglierle dalle mani dei magistrati oggi invece si punta a toglierle dalla disponibilità dei giornalisti e quindi dei cittadini. Una legge assurda che rischia di togliere dagli occhi dei cittadini le informazioni indecenti sui potenti ma anche di privare i pm e gli avvocati di prove importantissime perché ci sarà un soggetto delle forze dell’ordine che arbitrariamente deciderà cosa è rilevante e cosa no”.

Travaglio ha anche evidenziato come sia bassissimo il numero di articoli di giornale che hanno pubblicato intercettazioni che non erano penalmente rilevanti a dimostrazione che “non c’è alcuna gogna mediatica e per colpire questi reati ci sono già le leggi a tutela della privacy e il reato di diffamazione”. L’auspicio finale è che da queste considerazioni un prossimo governo possa concretamente legiferare contro mafia e corruzione senza che il diritto di pochi sia anteposto a quello dei molti.

 

TRATTO DA: http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/69742-di-matteo-su-lotta-a-mafia-e-corruzione-un-silenzio-assordante-della-politica.html

 

Trattativa, le agghiaccianti dichiarazioni di Luca Cianferoni, l’Avvocato di Totò Riina: “Borsellino assassinato dallo Stato come Matteotti”

 

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Trattativa, le agghiaccianti dichiarazioni di Luca Cianferoni, l’Avvocato di Totò Riina: “Borsellino assassinato dallo Stato come Matteotti”

Trattativa, Avvocato di Totò Riina: “Borsellino assassinato dallo Stato come Matteotti”

Trattativa Stato mafia, Arringa difensiva dell’Avvocato di Totò Riina “Anche da morto Riina deve fare da parafulmine”

Siamo avvocati o siamo caporali?”. Con questa premessa degna di Totò, l’avvocato Luca Cianferoni ha esordito oggi nella sua personalissima arringa pronunciata in difesa del suo assistito Salvatore Riina, conclusasi con la richiesta di piena assoluzione, invece che quella di non doversi procedere per intervenuta morte dell’imputato.

Subito un’ardita affermazione: la mafia siciliana e’ stata favorita dagli Stati Uniti fin dal 1945 perche’ speculare all’Armata Partigiana del maresciallo Tito, la prima per il suo viscerale anticomunismo, i secondi  ( Tito ed il suo esercito), per la fiera opposizione all’Unione Sovietica.

Il suo assistito? Parafulmine perfin da morto, oggetto e non soggetto di trattativa. Di chi, di che cosa? Dei boiardi di stato, ansiosi di restare nei loro posti di potere, passando trasformisticamente ad una nuova formazione politica, Forza Italia.

In questo quadro i carabinieri della Gestapo (il ROS), “da sempre connotati a destra e un pochino legionari”,  ed il Sismi, contrapposti al Sisde ed alla polizia di Gianni de Gennaro, “sinistrorsi”.

Qui mi permetto di eccepire con un ricordo contraddittorio. De Gennaro, conseguita la maturità classica al prestigioso collegio privato Massimo di Roma, si iscrisse alla facoltà  di Giurisprudenza della Statale, insieme con il mio collega di corso Raffaello Parente (fratello del piu’ noto Mario), il quale, quando frequentammo alla Scuola di Guerra, nel 1989/90, il corso di Stato Maggiore e le cronache parlavano già del questore De Gennaro, ci racconto’ di quell’episodio in cui, durante i moti studenteschi, De Gennaro, attivista del FUAN, era finito in Questura.

Mi direte voi, “un peccato di gioventù”. Oggi e’ presidente del Centro Studi Americani, e di Leonardo (gia’Finmeccanica). Pensate che sarebbe consentito tutto ciò, da oltre oceano, ad un uomo  di sinistra?

Perdonate la divagazione. Torno all’arringa di Cianferoni, che dipinge fra l’altro un quadro del carcerario allucinante, Pianosa specializzata nella creazione di pentiti “guidati”, grazie a torture e sevizie sistematiche che ricordano quelle inflitte dagli ammiragli argentini ai desaparesidos, opera in mano ai servizi, anche ora che non c’e’ piu’ Siciliano Giacinto, direttore.

“Gian Carlo Caselli, perche’ non anche lui fra gli imputati? In cosa il suo comportamento differì da quello di Mori?”.

Prosegue – l’ avvocato Cianferoni – quest’ultimo comunque succubo del generale  Ganzer, specializzato nella creazione  di raffinerie di eroina che poi scopriva “vizio anche del colonnello Riccio”.

Il top dell’arringa, è riservato a Giorgio Napolitano “che mangiava cento milioni al mese  dei fondi neri del Sisde da ministro degli interni”.

Solo su una cosa l’avvocato conviene con l’ex Presidente della Repubblica, “l’intima consunzione di un intero assetto politico istituzionale” la tubercolosi che ha ucciso la prima Rerpubblica.

Giova pero’ concludere con una rivelazione sull’attentato di via dei Georgofili voluto – ci narra l’avvocato – per colpire la piu’ importante loggia massonica fiorentina, quella di cui era membro Spadolini quando fece cadere il governo Craxi, colpevole di aver resistito agli americani a Sigonella.

C’e’ un punto per cui Cianferoni e la sua arringa entreranno nella storia d’Italia: quando ascrive totalmente allo stato’l’assassinio di Paolo Borsellino: “Borsellino assassinato come Matteotti”

Conclude addebitando ai magistrati che indica come  “i nuovi padroni d’Italia, che usano la giustizia come i militari facevano una volta con i carri armati”, l’imperdonabile ipocrisia di non averlo mai dichiarato in aula.

 

 

tratto da: https://www.themisemetis.com/mafia/trattativa-mafia-borsellino-assassinato-dallo-come-matteotti/1570/

Dell’Utri resta in carcere e la moglie urla: bisogna vergognarsi di essere italiani… Ma vergognarsi di essere mafiosi proprio NO, vero?

 

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Dell’Utri resta in carcere e la moglie urla: bisogna vergognarsi di essere italiani… Ma vergognarsi di essere mafiosi proprio NO, vero?

Sono proprio senza vergogna…

Leggiamo su Il Giornale:

Il dolore della moglie di Dell’Utri: “Vergognarsi di essere italiani”

Lo sfogo di Miranda Ratti: “Quando c’è un accanimento nel negare il diritto alla salute non c’è niente da fare ma è una vergogna”

“C’è da vergognarsi ad essere italiani”: sono parole pesanti come macigni quelle pronunciate da Miranda Ratti, moglie di Marcello Dell’Utri, all’indomani della sentenza che nega la scarcerazione del marito, da tempo malato.

Parlando ai microfoni di TgCom 24, la moglie dell’ex senatore di Forza Italia confessa tutta la propria amarezza per una decisione che la lascia a un tempo stupita e addolorata: “Se viene negato il diritto alla salute bisogna vergognarsi di essere italiani. Ci stupiamo di Turchia e Venezuela, ma evidentemente non sappiano guardare in casa nostra”.

Una staffilata ai giudici che hanno ritenuto che Dell’Utri non potesse lasciare il carcere nonostante un tumore e una cardiopatia. La signora Ratti parla di un “accanimento contro cui non c’è nulla da fare”, senza riuscire a capacitarsi di come sia stata la respinta di trasferire il marito “in una struttura adeguata, polifunzionale e ben strutturata” per curarlo.

“Sembra inutile dire – aggiunge la moglie di Dell’Utri – che nella magistratura non ho nessuna fiducia perché anche quest’ultima istanza dimostra un accanimento, e contro l’accanimento, se uno è prevenuto, non c’è nulla da fare. È una sentenza assurda che va a nuocere non solo alla salute di mio marito e alla nostra famiglia, ma allo Stato di diritto, perché i principi della Costituzione non vengono assolutamente rispettati”.

Il Giornale

Io, fossi in loro, mi vergognerei più ad essere mafiosi!

Vi consigliamo di leggere:

Trattativa, i Pm: “Nel ’94 Cosa Nostra appoggiò Forza Italia. Tra la mafia, Dell’Utri e Berlusconi rapporto paritario” …Ma ora non fatevi distrarre: Di Maio ha sbagliato un altro congiuntivo!

 Per non dimenticare – Il pentito di mafia Spatuzza: “Incontrai il boss Graviano, era felice come se avesse vinto al Superenalotto, mi fece il nome di Berlusconi. Aggiunse che in mezzo c’era anche il compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani”…!

Berlusconi contro i Cinquestelle: “Noi abbiamo un passato di cui essere fieri” – Sì, è vero, e si chiama MAFIA…!

Elezioni politiche: Avete fatto caso che la mafia non esiste nei programmi dei partiti? Troppo utile per mettersela contro??

 

Elezioni

 

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Elezioni politiche: Avete fatto caso che la mafia non esiste nei programmi dei partiti? Troppo utile per mettersela contro??

Elezioni politiche: la mafia non esiste nei programmi dei partiti

La criminalità organizzata continua a intimidire e infiltrarsi nel tessuto sociale, economico e democratico del paese, ma i partiti in corsa per le elezioni politiche non sembrano interessati al tema.

Sono passati tre anni da quando, nel suo discorso di insediamento, Mattarella annunciava: “La lotta contro la mafia e quella contro la corruzione sono priorità assolute”. Più di trenta secondi di applausi incorniciavano quelle parole, anche se i programmi elettorali che avevano portato deputati e senatori in Parlamento non sembravano particolarmente attenti al tema.

Né la coalizione centrista Monti per l’Italia, né il Movimento 5 stelle affrontavano il problema con proposte programmatiche. Lega Nord e Popolo della Libertà trattavano il tema nel capitolo sulla sicurezza (ventesimo punto di ventitré), proponendo “prosecuzione dell’opera del Governo Berlusconi nel contrasto totale alla criminalità organizzata e piena e totale implementazione dell’Agenzia per i beni confiscati”. Mentre Sinistra Ecologia e Libertà accennava al tema riguardo alla legalizzazione delle droghe leggere e dedicava alla lotta alla criminalità organizzata l’intera pagina 35 (di 45), lo stesso interesse non era dimostrato dal Partito Democratico. Otto righe e mezzo a pagina tre di cinque nel programma per le politiche con Bersani segretario e, nel documento congressuale per la candidatura di Matteo Renzi alle primarie 2013, si accennava alla mafia a pagina 11 di 17 per proporre la riforma della giustizia e, alla pagina successiva, tra i vari interventi per il Sud, si annunciava un “efficace controllo del territorio contro l’illegalità diffusa e la criminalità organizzata”.

Quel lungo applauso alle parole di Mattarella poteva però rappresentare una dichiarazione d’intenti, una presa di coscienza di un problema colpevolmente ignorato in campagna elettorale ma vivo nelle intenzioni del legislatore. È stato davvero così?

Dopo il discorso di Mattarella gli interventi normativi nella lotta contro la criminalità organizzata sono stati scarsi. La riforma del voto di scambio politico-mafioso, art. 416-ter del codice penale, era infatti precedente all’insediamento del Presidente della Repubblica e al suo applaudito intervento, essendo stata approvata nell’aprile 2014. Peraltro, pur definendo meglio il reato in questione, non pare aver risolto i problemi di effettività dell’illecito.

Un intervento contro la criminalità organizzata, comunque, c’è stato, anche se approvato non senza polemiche quasi al termine della legislatura: si tratta della riforma del Codice antimafia. In realtà, più che sulla mafia, le modifiche sembrano mirare alla corruzione (e non solo), aggiungendo un nuovo tipo di confisca e modificando in parte i procedimenti per le misure di prevenzione. Non sono mancate critiche, anche autorevoli: l’ex ministro della giustizia e presidente emerito della Consulta Flick ha rilevato, ad esempio, come l’ampliamento delle figure di confisca possa aumentare la confusione rispetto a un numero già alto di misure simili.

Intanto, un’altra campagna elettorale è ormai entrata nel vivo e, finalmente, sono stati pubblicati su alcuni siti, o comunque depositati al Ministero degli Interni, i programmi dei diversi partiti. La lotta alla mafia sembra però anche questa volta un tema marginale, quando non proprio ignorato.

Il programma unitario di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia non cita la questione: né una proposta, né una parola. La stessa assenza si registra nei programmi di Casapound, Forza Nuova e Destre Unite Forconi. Il Popolo della famiglia cita invece il tema nella mezza pagina di programma: alla terzultima riga, si indica come il reperimento delle risorse per i progetti di finanziamento alle famiglie (in particolare alla donna madre, contro l’aborto, il gender, le unioni civili, il biotestamento…) debba avvenire anche attraverso “la confisca dei beni derivanti da una guerra senza tregua alla criminalità organizzata”. Non è dato sapere il come.

Il programma del M5S nomina la mafia, ma è estremamente sintetico: il punto 14 di 20 è dedicato alla “Lotta contro corruzione, mafie e conflitti d’interesse” e prevede cinque punti: modifica 416ter sul voto di scambio politico mafioso, riforma della prescrizione, daspo per i corrotti, agente sotto copertura, intercettazioni informatiche ai reati di corruzione. Non c’è una parola più di queste per chiarire le modalità di attuazione o anche soltanto il significato delle proposte. Per cercare qualche spiegazione bisogna tornare al fascicolo del programma provvisorio sulla Giustizia, che propone come misura lo spostamento dei processi per mafia nelle Corti d’appello, misura che, peraltro, non si legge nei cinque punti ufficiali citati.

I Radicali di +Europa nominano la lotta alla mafia in due punti, prima come una delle ragioni per la legalizzazione delle droghe, poi come un punto delle politiche per il Mezzogiorno. Il Partito Democratico, invece, dedica qualche parola alla pagina 7 di 10, nel paragrafo sulle misure previste per la sicurezza contro il terrorismo e per la cultura, premettendo “mentre ribadiamo il nostro impegno in patria contro tutte le forme di illegalità, a cominciare dalla criminalità organizzata di stampo mafioso”. Nel programma pubblicato sul sito, 100 cose fatte, 100 cose da fare, il Partito democratico rivendica il Codice antimafia e propone di “valorizzare l’Agenzia per i Beni Confiscati per permettere una migliore gestione dei beni strappati alla mafia”.

Programmi un po’ più approfonditi sul tema sono quelli di Liberi e Uguali e di Potere al Popolo. Nel programma di LeU, alla lotta alla mafia sono dedicate un centinaio di parole alle pagine 12 e 13 (di 17), con proposte di intervento su tracciabilità dei pagamenti, educazione alla legalità, tutela di testimoni e collaboratori di giustizia. Differenza essenziale rispetto a Potere al Popolo è l’affermazione secondo cui “il regime del carcere duro per i mafiosi che mantengano un rapporto con i propri territori d’influenza non va mitigato”. La differenza in realtà è più apparente che sostanziale: il programma di PaP propone infatti che ci sia “abolizione del 41 bis, riconosciuto quale forma di tortura dall’ONU e da altre istituzioni internazionali”, ma specifica che si debbano adottare “al suo posto misure di controllo, per i reati di stampo mafioso, allo stesso tempo efficaci ed umane, che non permettano la continuità di rapporto con l’esterno”. Tornando alla lotta alla mafia, Potere al Popolo (a pagina 14 di 15 del programma) propone “il contrasto dei fenomeni corruttivi diffusi e della reimmissione di capitali di provenienza mafiosa, inasprendo le pene e allungando i termini di prescrizione per riciclaggio e autoriciclaggio” e “l’educazione all’antimafia, chiedendo ai Comuni di ottemperare all’obbligo di informare la cittadinanza sui beni confiscati, e favorendo le amministrazioni che risocializzino questi beni”.

Insomma, escluse queste ultime forze politiche, la lotta alla criminalità organizzata non sembra impegnare inchiostro e pensieri dei partiti in corsa per le elezioni politiche. Eppure, anche quando il paese non si interessa di mafia, la mafia si interessa del paese.

La criminalità organizzata è un fenomeno mutevole e parassitario, che si adatta alla realtà sociale che lo ospita. Non è una questione meridionale, ma raggiunge ormai una dimensione globale, sia in uscita che in ingresso, e riguarda diverse sezioni dell’economia legale e illegale, dal traffico di droga all’usura, dalla movimentazione terra allo smaltimento dei rifiuti, fino a infiltrarsi nell’edilizia, nella sanità e anche nelle decisioni politiche attraverso il voto di scambio e i diversi fenomeni corruttivi.

Non manca la caratteristica storica mafiosa di controllo del territorio e violenza intimidatoria, come dimostrano le stese di Camorra che continuano a preoccupare Napoli, ma anche “episodi di violenza posti in essere con tracotante audacia in pieno centro a volto scoperto con la finalità di affermare sul territorio la presenza di un sodalizio altrettanto prepotente e sopraffattore con il conseguente assoggettamento della popolazione”, come recitava l’ordinanza della Procura antimafia milanese per fatti avvenuti a Cantù, nel profondo nord.

Centrali sono però anche gli investimenti nel traffico di stupefacenti, il polmone finanziario della mafia, e il racket dell’usura. Secondo il rapporto di Confesercenti e Sos Impresa, L’usura dopo la crisi: tra vecchi carnefici e nuovi mercati, il giro d’affari derivante dai prestiti a tassi usurai si aggira intorno ai 24 miliardi di euro, in aumento rispetto al rapporto del 2011 che si fermava a 20 miliardi, il tutto mentre le denunce continuano a calare.

La criminalità organizzata è però anche, se non soprattutto, un problema politico e democratico. Secondo i dati di Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio sui cronisti minacciati e sulle notizie oscurate promosso da FNSI e Ordine dei Giornalisti, a oggi sono 3508 i giornalisti minacciati, sia tramite querele temerarie e pretestuose, sia attraverso minacce più evidenti, come avvertimenti, aggressioni e danneggiamenti: questa realtà, unita ad altri problemi (come il conflitto di interessi tra politica e informazione e le proposte di ridurre la libertà di espressione sul web), ha portato organizzazioni come Freedom House a declassare l’Italia come paese partly free, parzialmente libero, relativamente alla libertà di stampa. Agli effetti sull’informazione, oggetto peraltro anche di relazioni parlamentari, devono aggiungersi anche le intimidazioni dirette agli amministratori pubblici: secondo il rapporto 2016 di Avviso Pubblico, Amministratori sotto tiro, sono stati censiti 479 nuovi casi di minacce, cioè un’intimidazione ogni diciannove ore. Il dato è più che raddoppiato dal 2011 e rappresenta una stima ridotta, dal momento che conta solo i fenomeni denunciati e resi pubblici, non tutti quelli taciuti per paura o per calcolo. La mafia non è infatti sempre in lotta con lo Stato, ma spesso è a esso convergente e contigua: lo dimostrano i decreti di scioglimento per 232 amministrazioni locali, così come le condanne relative al voto di scambio che, come già segnalato, accomunano ormai nord e sud, oltre alle inquietanti questioni che emergono dal processo sulla trattativa Stato-mafia.

Ma prima ancora che giudiziario, la mafia è un problema sociale e politico, un parassita infiltrato in un corpo che sembra spesso aver rinunciato a cercare anticorpi: per questo, contro la criminalità organizzata si dovrebbero opporre reazioni anche sul piano sociale e politico. Per parafrasare un discorso di Paolo Borsellino, infatti, la politica non deve soltanto essere onesta, ma anche apparire tale, perché le sentenze possono operare solo sul piano giudiziario, identificando reati e illegalità, con tutte le dovute garanzie per gli imputati, che non possono essere condannati sulla base di sospetti; un partito, invece, deve conoscere le categorie dell’opportunità, dell’intransigenza, della trasparenza.

E, anche se sulla sezione dedicata alla criminalità organizzata sul sito del Ministero degli Interni continua a campeggiare la celebre citazione di Borsellino, «Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.», stiamo assistendo a un’altra campagna elettorale in cui l’influenza mafiosa sul sistema sociale, economico e democratico viene pressoché ignorata: forze che si candidano alla guida del governo trascurano completamente il tema, altre lo trattano in maniera superficiale o macchiettistica e soltanto pochissime dedicano alla questione qualche parola, per quanto vaga.

Si tratta di un silenzio, una rimozione, che, consapevole o inconscia, deve preoccupare: perché se la criminalità è organizzata, deve essere organizzata anche la politica antimafia. Sempre che voglia davvero opporsi alla mafia.

fonte: https://www.fanpage.it/elezioni-politiche-la-mafia-non-esiste-nei-programmi-dei-partiti/