Salvini avverte Saviano: “Stiamo rivedendo i criteri per l’assegnazione delle scorte”. D’altra parte è del tutto inutile impiegare 2000 agenti per la sicurezza di chi combatte le mafie, quando ci sono tutti quegli striscioni da staccare…

 

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Salvini avverte Saviano: “Stiamo rivedendo i criteri per l’assegnazione delle scorte”. D’altra parte è del tutto inutile impiegare 2000 agenti per la sicurezza di chi combatte le mafie, quando ci sono tutti quegli striscioni da staccare…

Matteo Salvini “avvisa” di nuovo Roberto Saviano: “Sto rivedendo l’assegnazione delle scorte”

Matteo Salvini torna ad affermare la volontà di “rivedere i criteri per l’assegnazione delle scorte che impegnano gli uomini e le donne delle forze dell’ordine”. Nessuna ragione politica, ci tiene a precisare il ministro, spiegando che non si interverrà sui casi personali ma “ci saranno criteri oggettivi per verificare chi corre un rischio e chi no”.

Intanto però manda un bacione a Roberto Saviano.

“Un bacione a Saviano. Sto lavorando, insieme a tutti gli uomini del ministero dell’Interno e della polizia di Stato anche per la revisione dei criteri per le scorte che impegnano ogni giorno in Italia più di 2.000 donne e uomini delle forze dell’ordine”: così il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, annuncia di voler rivedere i criteri che determinano l’assegnazione della protezione personale in una diretta Facebook.

E il capitano ha ragione!

Sapete quanto ci costano 2000 agenti impegnati a difendere 4 deficienti che non hanno niente di meglio da fare che andare a rompere le palle alle mafie?

…E poi, con tutti quegli striscioni da tirare giù! Quella sì che è emergenza.

Forza Capitano, non ti fermare, siamo tutti con TE…!

 

By Eles

 

Il 9 maggio del ’78 – 41 anni fa – la magia uccideva Peppino Impastato. Le parole pesanti come il piombo del fratello Giovanni: “La mafia non è l’anti-stato, è proprio nel cuore delle istituzioni”

 

Impastato

 

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Il 9 maggio del ’78 – 41 anni fa – la magia uccideva Peppino Impastato. Le parole pesanti come il piombo del fratello Giovanni: “La mafia non è l’anti-stato, è proprio nel cuore delle istituzioni”

La storia di Giuseppe Impastato è quella di una battaglia iniziata 50 anni fa dal fratello maggiore, Peppino, che lui ha scelto di portare avanti per «restituire dignità alla sua memoria».

È un uomo che negli anni ha visto morire lo zio, il padre ed il fratello, e nonostante tutto ha continuato a combattere con accanto la mamma Felicia, fino al 2004 anno della scomparsa, gli amici di sempre e tante persone comuni che hanno scelto di schierarsi, di prendere una posizione netta.

Un uomo nato in una famiglia mafiosa, che quando ha visto il fratello ribellarsi e morire per le sue idee che facevano paura per la loro portata rivoluzionaria, era un ragazzo che ha trovato la forza di seguire le sue orme, sfidando il proprio temperamento e la società che lo circondava, prendendo in mano il testimone di una lotta che tocca vette altissime per morale, etica e sacrifici.

Un racconto scritto nero su bianco nel libro “Oltre i cento passi”, in cui rievoca la rivoluzione culturale iniziata da Peppino, che non solo ha usato strumenti nuovi e dissacranti per smitizzare il potere mafioso, ma lo ha fatto «operando una rottura storica e culturale perché non avviene solo all’interno della società in cui ha vissuto, ma soprattutto all’interno della propria famiglia, di origine mafiosa». Non lo hanno fermato il ripudio del padre, le minacce di morte e nemmeno la morte del padre stesso, ucciso dalla stessa mafia di cui faceva parte e che aveva tentato di proteggerlo, dopo aver capito che non si sarebbe mai fermato.

Una testimonianza profonda e quanto mai attuale, dopo la recente sentenza sulla trattativa stato-mafia che ha dimostrato come la criminalità organizzata non sia un corpo estraneo in lotta con le istituzioni, ma un’organizzazione che è riuscita a far parte dello stato stesso, condizionandone le decisioni per il proprio tornaconto.

Per la prima volta ha fatto il punto della situazione su mafia e antimafia in Italia con il libro “Oltre i cento passi”. Quali sono le sue principali considerazioni?
La prima è quella di dare la giusta identità alla storia di Peppino, che non è un eroe, non è un mito né un’icona: lo dobbiamo considerare un punto di riferimento. All’interno della sua storia c’è un messaggio che non è solo di impegno civile, di lotta e di speranza, è soprattutto un messaggio educativo per le nuove generazioni. Poi ho voluto chiarire che la mafia non è mai stata l’anti-stato, anzi, è nel cuore dello stato per quanto riguarda la realizzazione delle grandi opere pubbliche, del sistema degli appalti, la gestione del denaro pubblico ed i rapporti con la politica. Le morti di Falcone, Borsellino, del generale Dalla Chiesa e degli uomini delle loro scorte, sono avvenute perché queste persone hanno cercato di bloccare un processo di appropriazione illegale all’interno dello stato. 
La nuova mafia di oggi è la borghesia mafiosa, non più persone con la quinta elementare: oggi la strategia della mafia viene dettata da persone che per estrazione sociale e professione fanno parte della borghesia. I mandamenti ci sono ancora ma si limitano ad eseguire gli ordini.

Ha anche chiarito cos’è per lei il concetto di legalità…
Non è solo il rispetto delle leggi, ma si tratta innanzitutto del rispetto dell’uomo e della vita umana. Questi sono i concetti del libro oltre al racconto del mondo che è nato dopo la realizzazione del film con una serie di incontri con insegnanti e studenti, tutte le iniziative fatte con il coinvolgimento dei giovani che oggi ci troviamo a fianco.

Lei ha raccontato di non aver avuto il coraggio di ribellarsi come suo fratello, ricordando l’episodio in cui si Peppino rifiutò di stringere la mano al boss Badalamenti, ma oggi ha raccolto a pieno il testimone e si batte in prima persona girando l’Italia in modo instancabile…
Abbiamo raccolto il testimone e io sono stato aiutato da tante persone che ho avuto vicino in questi anni: abbiamo camminato con il suo coraggio. Nessuno me l’ha imposto, è stata una scelta mia che sono orgoglioso di avere fatto. Mi sono sentito coinvolto in pieno ed ho voluto lottare per dare dignità alla figura di Peppino che addirittura all’inizio era stato definito come un terrorista.

Si è appena concluso il processo sulla trattativa stato-mafia, che ne pensa?
Sono solidale con i giudici e credo sia stata una sentenza che ha fatto giustizia. Anche se forse il problema va oltre la trattativa perché, come dicevo, la mafia oggi si trova all’interno dello stato e a volte svolge ruoli importanti rendendosi protagonista in negativo di ciò che avviene nel nostro paese. Stiamo molto attenti: non consideriamo la mafia come un corpo estraneo o come un’organizzazione criminale che contrasta lo stato, nulla di tutto questo e questa sentenza ha dimostrato pure che oltre alla trattativa ci sono stati favoritismi e connivenze, per una vicenda scorretta da tutti i punti di vista.

Ci racconta qualcosa del Centro siciliano di documentazione?
È stata la prima associazione antimafia che si è costituita al mondo ed è nato nel 1977, quando Peppino era ancora vivo e poi nel 1980 è stato dedicato alla sua memoria. Ha avuto un ruolo importantissimo in tutti questi anni seguendo la vicenda giudiziaria in modo dettagliato con un grande lavoro di studio e di testimonianza, anche nelle scuole. Il centro Impastato è stato protagonista di tutte le battaglie che abbiamo portato avanti con importanti pubblicazioni come quelle di Umberto Santino, che si può considerare come uno tra i più grandi studiosi e conoscitori della mafia, per cui lascio immaginare a voi il valore di questo centro.

Mentre Casa memoria?

È un’altra cosa: è un’associazione che lavora in concomitanza ed assume un ruolo diverso, finalizzato direttamente alla memoria di Peppino.

Di recente ha scritto una lettera al direttore generale della Rai dopo l’invito a Porta a Porta del figlio di Totò Riina che presentava il libro scritto sul padre…
Sì, e ho anche deciso di pubblicarla nel libro, perché la ritengo importante. Un giornalista come Vespa, che non è la prima volta che si comporta in questo modo in una televisione pubblica pagata con i nostri soldi, aveva deciso di presentare un libro di uno scagnozzo mafioso, figlio di Totò Riina. È una cosa inqualificabile, anche perché il figlio non ha rinnegato il percorso del padre o le sue scelte, e alla domanda di Vespa: “Lei crede nello stato?”, ha risposto: “Lo stato mi ha rubato mio padre”, come se non fosse stato giusto condannarlo per i reati commessi: credo che la Rai non si possa permettere di fare pubblicità al figlio di un mafioso.

In questa battaglia che è innanzitutto culturale, quali sono gli strumenti necessari e i valori che cerca di trasmettere ai giovani?
Io cerco sempre di trasmettere il messaggio di Peppino. Ai ragazzi spiego sempre che bisogna partire dal basso, dal controllo del territorio perché è importante e dobbiamo difenderlo da ogni forma di speculazione e salvare la bellezza delle nostre terre denunciando le persone che commettono illeciti e gli amministratori se fanno male, ricordandosi di appoggiarli se invece fanno bene.

Poi è chiaro che Peppino sia stata una figura unica nella storia del movimento antimafia perché lui non era un poliziotto, non era un carabiniere né un giudice, non era pagato per svolgere questo ruolo e addirittura era figlio di un mafioso: lui opera una rottura storica e culturale perché non avviene solo all’interno della società in cui ha vissuto, ma soprattutto all’interno della propria famiglia, di origine mafiosa. È un messaggio importante. E poi il mezzo: Peppino si scaglia contro la mafia con quell’arma micidiale che è l’ironia; la famosa trasmissione Onda pazza metteva in ridicolo i mafiosi, li ha dissacrati e smitizzati.

Per finire mi riallaccio al contesto attuale ed ai mezzi mediatici di oggi, tra i reality e vari programmi che logorano i cervelli, con la De Filippi che sta facendo rimbecillire intere generazioni: sono cose dannose, oltre che deprimenti; non dico di morire sui libri, o d’impegno, ma ai ragazzi non fa bene passare le giornate davanti a computer e televisione e ci vuole qualcuno che lo dica, visto che non lo fa nessuno.

fonte: https://www.dolcevitaonline.it/giovanni-impastato-la-mafia-non-e-lanti-stato-e-nel-cuore-delle-istituzioni/

A 41 anni dalla morte di Peppino Impastato, vogliamo ricordare una Grande, Grande, Grande Donna: Felicia Bartolotta Impastato, la fantastica mamma di Peppino!

 

Peppino Impastato

 

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A 41 anni dalla morte di Peppino Impastato, vogliamo ricordare una Grande, Grande, Grande Donna: Felicia Bartolotta Impastato, la fantastica mamma di Peppino!

Chi era Felicia Impastato

La storia della madre di Peppino Impastato, che ottenne che si sapesse chi aveva ucciso suo figlio

Felicia Impastato era la madre di Peppino Impastato, il militante di estrema sinistra che venne ucciso dalla mafia a Cinisi, in provincia di Palermo, il 9 maggio 1978: lo stesso giorno in cui in tutt’altra storia altrettanto drammatica le Brigate Rosse uccidevano a Roma il leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Felicia Impastato ebbe un ruolo determinante e appassionato nella lunga ricerca della verità sull’assassinio di suo figlio, verità che fu a lungo depistata e nascosta dai responsabili dell’omicidio e dalle trascuratezze delle indagini.

“La mafia in casa mia”

Felicia Bartolotta era nata a Cinisi il 24 maggio 1915, in una famiglia di piccola borghesia: il padre era impiegato al Municipio e la madre casalinga. Nel 1947 sposò Luigi Impastato, che proveniva da una famiglia di piccoli allevatori legati alla mafia di Cinisi. Durante il fascismo Impastato era stato condannato a tre anni di confino e nell’ultimo periodo delle Seconda guerra mondiale aveva praticato il contrabbando di generi alimentari. Una sorella di Impastato era la moglie di Cesare Manzella, il capomafia di Cinisi. Il matrimonio con Impastato fu una scelta di Felicia che lei raccontò in un libro intervista del 1986, La mafia in casa mia: «Prima si stava all’obbedienza… e mi feci fidanzata con uno onesto… ma non lo volevo. Arrivai ad esporre il corredo ma quando dovevo andare a sposarmi dissi: Non lo voglio sposare». Decise quindi di sposare l’uomo di cui si era innamorata, Luigi Impastato, del quale però non conosceva i legami con la mafia: «Io allora non ne capivo niente di mafia, altrimenti non avrei fatto questo passo». Dal matrimonio con Impastato, Felicia ebbe tre figli: Giuseppe (Peppino) nel 1948, Giovanni nel 1949, morto a tre anni nel 1952, e un nuovo Giovanni nel 1953.

Presto però, a causa delle amicizie mafiose del marito, i rapporti tra lui e Felicia si fecero difficili: «Attaccava lite per tutto e non si doveva mai sapere quello che faceva, dove andava» raccontò Felicia. «Io gli dicevo: “Stai attento, perché gente dentro casa non ne voglio. Se mi porti qualcuno dentro, che so, un mafioso, un latitante, io me ne vado da mia madre”».

Nel 1963 il cognato di Felicia Impastato, Cesare Manzella, fu ucciso con un’autobomba durante la cosiddetta “Prima guerra di mafia”. Fu una cosa che fece una grande impressione su Peppino, il quale interruppe i rapporti con il padre, che lo cacciò di casa: e Peppino ancora adolescente si impegnò sempre più in politica nei movimenti di sinistra e contro la mafia. Al contrario, Luigi Impastato continuò a mantenere buoni rapporti con il nuovo boss di Cinisi, Gaetano Badalamenti, che poi sarebbe stato condannato come mandante dell’omicidio del figlio.

Negli anni seguenti, Felicia Impastato difese sempre Peppino dal padre, ma cercò anche di proteggerlo dalle possibili reazioni dei mafiosi ai suoi scritti. Quando il figlio scriveva articoli contro la mafia sul foglio ciclostilato che aveva fondato assieme ai compagni, “L’Idea socialista”, Felicia faceva di tutto per evitarne la diffusione a Cinisi, e cercava di dissuadere in ogni modo Peppino dal parlare di mafia durante i suoi comizi pubblici.

Negli anni Settanta Impastato si impegnò in diverse esperienze politiche nei movimenti di estrema sinistra, tra cui Lotta Continua e Democrazia Proletaria, con cui si candidò alle elezioni nel 1978. Nel 1977 aveva fondato “Radio Aut”, una radio libera e autofinanziata, da cui denunciava gli affari dei mafiosi di Cinisi e del vicino paese Terrasini (in particolare quelli di Badalamenti, chiamato da Impastato “Tano seduto”), che avevano un ruolo di primo piano nel traffico di droga attraverso il controllo dell’aeroporto di Punta Raisi. Nel settembre dello stesso anno Luigi Impastato era morto investito da un’auto, e ai suoi funerali Peppino aveva rifiutato di stringere la mano ai mafiosi di Cinisi.

Quasi al termine di una campagna elettorale in cui attaccò molte volte Badalamenti, nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 Impastato fu rapito e poi legato ai binari della ferrovia Palermo-Trapani, dove fu ucciso con una bomba al tritolo.

Le indagini sulla morte di Peppino Impastato

Da subito le indagini seguirono, anche contro l’evidenza, l’ipotesi di un attentato terroristico fatto dallo stesso Impastato e finito male, e quella di un suicidio: furono perquisite la casa di Impastato e quelle dei suoi compagni. Dopo qualche giorno, non credendo a nessuna delle due versioni, Felicia Impastato decise di costituirsi parte civile per cercare i colpevoli della morte del figlio e per proteggere l’altro, Giovanni (a quel tempo era possibile chiedere di costituirsi parte civile anche durante la fase istruttoria). Con questa scelta Felicia Impastato ruppe definitivamente con i parenti del marito. Felicia Impastato aprì la sua casa a tutti coloro che volevano conoscere la storia del figlio: «Mi piace parlarci, perché la cosa di mio figlio si allarga, capiscono che cosa significa la mafia. E ne vengono, e con tanto piacere per quelli che vengono! Loro si immaginano: “Questa è siciliana e tiene la bocca chiusa”. Invece no. Io devo difendere mio figlio, politicamente, lo devo difendere. Mio figlio non era un terrorista. Lottava per cose giuste e precise».

Nei giorni successivi all’omicidio, i compagni di Peppino ritrovarono nel casolare in cui lui era stato portato e ucciso delle pietre macchiate di sangue, e il 16 maggio Felicia e Giovanni Impastato inviarono un esposto alla Procura di Palermo, nel quale indicavano come mandante dell’assassinio Gaetano Badalamenti. Per arrivare a una sentenza che riconoscesse la natura mafiosa dell’omicidio, si dovette aspettare il 1984: in maggio il Consigliere istruttore Antonino Caponnetto, proseguendo l’inchiesta avviata dal suo predecessore Rocco Chinnici (ucciso da un’autobomba nel 1983), stabilì che Peppino Impastato era stato ucciso dalla mafia, ma l’omicidio venne attribuito ad ignoti, per mancanza di prove.

Nel 1988 il Tribunale di Palermo inviò una comunicazione giudiziaria a Badalamenti, nel frattempo condannato per mafia negli Stati Uniti a 45 anni di carcere, ma nel maggio 1992 il fascicolo fu di nuovo archiviato: i giudici stabilirono che non era possibile individuare i colpevoli dell’omicidio di Peppino Impastato, ma ipotizzarono la responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei corleonesi.

Due anni dopo Felicia e Giovanni Impastato chiesero la riapertura delle indagini e che venisse interrogato sull’omicidio Impastato il mafioso “pentito” Salvo Palazzolo, originario di Cinisi, che indicò come responsabili dell’omicidio Badalamenti e il suo vice, Vito Palazzolo. Nel giugno 1996 l’inchiesta fu formalmente riaperta. Il 5 marzo del 2001 Vito Palazzolo venne condannato a trent’anni di prigione. L’11 aprile del 2002 Gaetano Badalamenti venne condannato all’ergastolo: morì due anni dopo. La giornalista dell’Unità Sandra Amurri scrisse, in un articolo del 2004 sulla morte di Badalamenti:

“È ancora viva nella memoria dei cronisti che hanno assistito al processo, quella piccola donna, che gli anni hanno reso curva, vestita di nero, mentre saliva sul pretorio accompagnata dagli avvocati per rendere la sua coraggiosa testimonianza. Don Tano la osservava, muto, in video conferenza, mentre se ne stava seduto in una stanza del carcere americano: ‘È stato Badalamenti ad uccidere mio figlio. A Cinisi lo sanno tutti’, ha tuonato la signora Felicia”.

Ne frattempo, nel 1998, la Commissione parlamentare antimafia aveva istituito un comitato speciale sul caso Impastato che nel dicembre 2000 approvò una relazione in cui parlava del depistaggio delle indagini sull’omicidio organizzato da alcuni carabinieri che avevano partecipato alle perquisizioni avvenute subito dopo il delitto. L’indagine della procura di Palermo sul depistaggio è iniziata nel 2011 ed è ancora in corso.
Felicia Impastato è morta il 7 dicembre 2004, a 88 anni, per un attacco d’asma. Dopo la sua morte, la casa dove ha vissuto è diventata la “Casa memoria Felicia e Peppino Impastato”.

 

 

Dedicata a Peppino Impastato, e a tutte le persone di buona volontà, perché non dimentichino mai, il passato cosa ha scavato
nei cuori della povera gente!

Quei cento passi

Quei cento passi
separarono
senza esitare
la vita
dalla morte
furono sangue
versato all’istante
nelle vie
del baratro fondo
dell’animo umano
colpirono stelle
uccisero speranze.
Quei cento passi
calpestarono
giorni di risveglio
addosso al cuore
scintille e fuoco
di dolore e lutti
inaspettatamente
incisero
con fredda
insulsa
mano invisibile
grondante sangue
lasciando a terra
il sogno di un uomo
la voce del libero
vivere
in un mondo
migliore.

 

 

fonti:

Youtube

https://www.ilpost.it/2016/05/10/felicia-impastato/

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=191749678129127&id=165276967443065&hc_location=ufi

Il 6 maggio 2013 moriva Giulio Andreotti – Ma non è che se uno muore, di colpo diventa santo… Ecco perché beatificare Andreotti é beatificare la MAFIA

 

 

Andreotti

 

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Il 6 maggio 2013 moriva Giulio Andreotti – Ma non è che se uno muore, di colpo diventa santo… Ecco perché beatificare Andreotti é beatificare la MAFIA

“Di feste in mio onore – disse una volta Giulio Andreotti al Corriere – ne riparleremo quando compirò cent’anni”. Oggi il Divo non c’è più, eppure avrebbe motivo di orgoglio nel vedere come l’Unione europea celebrerà il centenario della sua nascita. Il grande evento si è tenuto il 6 marzo: “Celebration of 100 years since the birth of President Giulio Andreotti”, nella sede del Parlamento di Bruxelles. A fare gli onori di casa è stato il Partito Popolare Europeo, il gruppo a cui appartengono anche Forza Italia e Udc.

In quell’occasione, l’omertà sulle ombre politiche e giudiziarie di Andreotti, ormai accertate da sentenze definitive è stata d’obbligo…! Come quelle relative ai rapporti con la mafia, che hanno portato la Corte d’appello di Palermo ad assolvere il Divo per i fatti successivi al 1980, riconoscendolo però colpevole – seppur prescritto – del reato di associazione a delinquere per il periodo precedente, come poi ribadito in Cassazione.

Tutti argomenti per i quali Ignazio Corrao, eurodeputato 5 Stelle, si ribellò: “Un convegno su Andreotti significa beatificare la mafia, chiudere gli occhi su una delle pagine più buie del nostro Paese e per altro mai chiusa”.

Quella di Giulio Andreotti è stata, sì, una vita costellata di incarichi prestigiosi. Ma come ogni storia di vicende umane, il lato oscuro non è mancato. Al netto delle supposizioni, delle dietrologie, delle dicerie che tra corridoi e redazioni sono filtrate a volte incontrollate, il nome del Divo, oltre a una serie pressoché infinita di personalità spesso finite alla sbarra, è stato associato alla responsabilità certa di alcuni crimini nel corso della sua pluridecennale esperienza in politica.

Vediamo, dunque, i processi che hanno portato alla condanna, o quantomeno alla prescrizione, dell’imputato illustre Giulio Andreotti, assieme a qualche frequentazione poco nobile comprovata nelle ricostruzioni storiche e dibattimentali.

Innanzitutto, naturalmente, l’odissea giudiziaria del processo per mafia. Come noto, Andreotti evitò il carcere anche dopo la concessione dell’autorizzazione a procedere arrivata dal Senato nel 1993, grazie all’intercorrere della prescrizione, scattata il 21 dicembre 2002. La sentenza della Corte di Cassazione infatti venne pronunciata quasi due anni dopo il via all’estinzione del reato, il 15 ottobre 2004. L’impianto accusatorio, che vedeva Andreotti come referente delle cosche mafiose nelle istituzioni, venne confermato fino alla primavera del 1980, data entro la quale Andreotti sarebbe stato riconosciuto colpevole per associazione semplice, visto che l’aggravante mafiosa venne inclusa nel Codice penale soltanto a partire dal 1982. Nel 1985, però, stando alle ricostruzioni del sovrintendente capo Francesco Stramandino, già responsabile della sicurezza di Andreotti alla Farnesina, si sarebbe tenuto un incontro tra Andreotti e il capo mafioso Andrea Manciaracina (vicino a Totò Riina), circostanza confermata dall’imputato che, però, giustificò il faccia a faccia come un confronto sulla legislazione della pesca. Dunque, dopo un’assoluzione in primo grado e una sentenza in cui veniva riconosciuto all’imputato di aver commesso il reato di associazione per delinquere, a scombinare i piani dell’accusa intervenne la prescrizione. Nella sentenza, si parla di “un’autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi”. Sugli incontri provati anche a seguito del 1980 tra Andreotti e uomini affiliati a Cosa nostra, la Corte ravvisò la totale assenza di prove per poter ricostruire i contenuti dei dialoghi intercorsi.

Così, la sentenza definitiva conferma che “la Corte palermitana non si è limitata ad affermare la generica e astratta disponibilità di Andreotti nei confronti di Cosa Nostra e di alcuni dei suoi vertici, ma ne ha sottolineato i rapporti con i suoi referenti siciliani (del resto in armonia con quanto ritenuto dal Tribunale), individuati in Salvo Lima, nei cugini Salvo e, sia pure con maggiori limitazioni temporali, in Vito Ciancimino, per poi ritenere (in ciò distaccandosi dal primo giudice) l’imputato compartecipe dei rapporti da costoro sicuramente intrattenuti con Cosa Nostra, rapporti che, nel convincimento della Corte territoriale, sarebbero stati dall’imputato coltivati anche personalmente (con Badalamenti e, soprattutto, con Bontate) e che sarebbero stati per lui forieri di qualche vantaggio elettorale”. VAI AL TESTO COMPLETO DELLA SENTENZA

Piena di colpi di scena è invece stata la vicenda processuale sulla morte del giornalista Mino Pecorelli,ucciso a Roma nel 1979. Secondo le testimonianze del pentito Tommaso Buscetta, infatti, le inchieste di Pecorelli, direttore del giornale Osservatorio politico, avrebbero messo a serio rischio la carriera politica di Andreotti – forse per le informazioni che stava raccogliendo circa il memoriale in cui Aldo Moro aveva rilasciato le sue confessioni alle Brigate Rosse che lo avevano imprigionato – ragion per cui il suo omicidio “fu commissionato dai cugini Salvo per conto di Giulio Andreotti”. Fu questo il primo procedimento in ordine temporale in cui Andreotti si trovò coinvolto – quello per cui palazzo Madama concesse l’autorizzazione a procedere nel 1993. Sei anni più tardi, nel 1999, la sentenza di primo grado riconobbe Andreotti innocente ma le ricostruzioni dei pentiti “attendibili”. Quindi, nel 2002, l’Appello ribaltò l’esito del primo giudizio, condannando il politico 83enne a 24 anni di reclusione in qualità di mandante dell’assassinio. Infine, l’ultima parola venne pronunciata dalla Cassazione, che nel 2003 annullò senza rinvio la sentenza di Appello, rendendo così definitiva l’assoluzione di primo grado.

Da ultimo, Andreotti annovera, una sentenza di condanna, questa sì definitiva, emanata nel 2010, dove fu riconosciuto colpevole di diffamazione per aver “oltrepassato il limite della continenza e del diritto di critica”, nei confronti del giudice Mario Almerighi, in alcune interviste rilasciate nel 1999.

Tra le innumerevoli, e ben poco raccomandabili, conoscenze ascritte al curriculum dello stesso Andreotti, è confermata quella con Michele Sindona, iscritto alla loggia P2 e implicato in numerosi crimini, tra cui il delitto Ambrosoli, di cui è riconosciuto in qualità di mandante. A favore di Sindona, secondo le ricostruzioni, Andreotti si sarebbe speso in prima persona per evitare l’estradizione nel periodo in cui si trovava latitante a New York.

 

Imane Fadil: omicidio per custodire segreti. Il copione è sempre lo stesso

 

 

Imane Fadil

 

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Imane Fadil: omicidio per custodire segreti. Il copione è sempre lo stesso

Imane Fadil: “Questo signore – Berlusconi – fa parte di una setta che invoca il demonio. Sì lo so che sto dicendo una cosa forte, ma è così. E non lo so solo io, lo sanno tanti altri”.  In quella casa “Ho visto presenze strane, sinistre. Là dentro c’è il Male, io l’ho visto, c’è Lucifero”

Questa è una parte di intervista che la giovane Imane ha rilasciato un anno fa a Il Fatto Quotidiano 

A questo punto, il giornalista le dice: “Lo sa che raccontando cose di questo tipo potrebbe essere presa per pazza?” Imane: “Certo che lo so, ma non mi importa niente di cosa dirà la gente. Non l’ho mai raccontato perché non avevo prove, mentre ora le ho, inequivocabili… non manca molto, devo solo finire questo libro. E poi il mondo saprà…”

Imane Fadil è morta avvelenata e il libro che stava scrivendo è stato sequestrato. Confidiamo da fedeli uomini di Stato e non dai consueti corruttibili figuri che compaiono sulla scena dei delitti italiani quando in gioco ci sono verità troppo grosse da digerire.

Imane, come Ruby, Maristhelle e decine di altre ragazze schedate dai magistrati, sono note per essere frequentatrici abituali di una villa in cui si consumava prostituzione anche con minorenni, la villa di Silvio Berlusconi.

Come abbia potuto la Cassazione ribaltare la sentenza di primo grado in cui furono provati fatti di prostituzione con compensi, proprio non ce lo spieghiamo e, utilizzando le parole del procuratore generale che ha chiesto l’annullamento dell’assoluzione, “L’episodio nel quale Silvio Berlusconi racconta che Ruby è la nipote di Mubarak è degno di un film di Mel Brooks e tutto il mondo ci ha riso dietro”.

Istituzioni mortificate da mafia, massoneria e da reati di ogni tipo; si va dalla frode all’accusa di mandante occulto per le stragi del 93 passando per corruzione – fondamento di tutti i reati – sia privata che in atti giudiziari. E’ questa la storia dell’uomo che condiziona la vita democratica del nostro Paese dal 94.

Fondamentale evidenziare l’estrema ricattabilità di questo individuo che, secondo la povera Imane, ospita Lucifero presso la sua villa da sogno.

Immaginate la compostezza che un primo ministro dovrebbe avere – lui nemmeno questa ha mai avuto, basti pensare allo sguardo della regina Elisabetta sentendo le urla di Berlusconi durante un consesso pubblico o le corna durante fotografie di gruppo dei vertici europei – e poi immaginate questo individuo sotto le pressioni di giovani donne affamate di soldi:

“Non abbiamo più una lira! Devi darci 50 sacchi a testa”. Chi chiedeva soldi, chi case, chi posti di lavori in Mediaset, chi parti importanti nei film…

B. pagava e concedeva e a suo dire, lo faceva per estrema generosità nei confronti di donne rovinate dalla cattiva fama di escort guadagnata prostituendosi durante le sue “cene eleganti”. 

Secondo la procura di Milano invece: “Assegni circolari, bonifici, contanti, affitti di casa, automobili, spese mediche, contratti di lavoro fittizi e altre forme di ricompensa per le olgettine. Un totale di dieci milioni, sette soltanto a Karima el Mahroug. Agli atti dell’inchiesta anche audio e video in cui le ragazze sono al telefono mentre chiedono ricompense in cambio del silenzio”

La questione è indubbiamente losca ma B. manifesta al pubblico la sua francescana natura e ancora, c’è chi ci crede.

Uno scenario privo di dignità e di umanità; quello che conta è trovare pezze d’appoggio per sostenere che persona di alto spessore morale sia B. e nonostante la storia continui a indicarci la verità, le sue televisioni e i suoi giornali, anche quelli apparentemente in contrasto, fanno una narrazione diversa, di quelle che generano frasi tipo “ognuno in camera da letto fa ciò che vuole”

Frasi scolpite fra i luoghi comuni più intrisi di inconsapevolezza e mancanza di senso critico. Quanto vale la vita di una donna per B. si evince dalle sue conversazioni pubbliche e intercettate. Si va dall’invito a sposare il figlio o ricconi simili al fine di garantirsi tranquillità economica alla soddisfazione di avere “bambine fra le mani”, come dice all’amico/corriere di droga e prostitute Gianpaolo Tarantini.

“Comunque, ieri sera bene mi sembra, no? Forse … così tante, sono troppe…al massimo averne 2 a testa, però adesso voglio che tu abbia anche tu.. quelle tue, perché se no, mi sento sempre in debito, io, no? .. ehh., e scusa, portatele per te, e poi io mi.. porto le mie.. poi ce le prestiamo, insomma…, la patonza deve girare..”

“Poi ce le prestiamo”. Frasi che impongono un serio esame di coscienza a chiunque manifesti stima nei suoi riguardi. Alle donne maggiormente.

Frasi come quelle rivolte alla modella Belen Rodriguez: “Mi sono dato da fare per farti ottenere il programma…ho dovuto anche litigare con Briatore per mettere la sua… se un giorno avessi voglia, quando vuoi puoi passare a trovarmi per una cena…sai che hai sempre un estimatore”. Un concentrato di meritocrazia.

E’ questo il terreno in cui si è consumata la vita di Imane; la procura indaga sull’ipotesi di avvelenamento riscontrato dalla sua “anomala” cartella clinica redatta da medici che non hanno ritenuto di informare i magistrati su quello che hanno riscontrato nel sangue della giovane donna durante un lungo mese di agonia.  Perché ?

Emilio Randacio, giornalista di giudiziaria che seguiva da vicino la vicenda delle “cene eleganti” a base di orge, è morto a causa di un malore  il 13 febbraio scorso. Era in casa da solo quando è successo.

Morto anche l’avvocato di Ruby, l’allora minorenne frequentatrice di Arcore, Egidio Verzini, dopo aver rilasciato scottanti dichiarazioni su cospicue somme di denaro, 5 milioni di euro, versate da Silvio Berlusconi alla sua assistita ed al   suo compagno.

Il commento di Silvio Berlusconi sulla morte di Imane è “Non l’ho mai conosciuta” coerentemente con la condotta da menzognero ormai nota anche fra chi continua ad apprezzarlo e votarlo nelle varie competizioni elettorali lasciando che il nostro Paese, continui ad essere influenzato da chi ha il brand della mafia e della criminalità stampato in volto.

Il silenzio non fa domande, ma può darci una risposta a tutto
(Ernst Ferstl). Soprattutto il silenzio indotto.

 

Fonte: https://www.themisemetis.com/politica/imane-fadil-omicidio-custodire-segreti-copione-sempre/2802/?fbclid=IwAR34NvOSte9cMJlrJiVnPCRnL32UVHBgDRmker2-eJzLNi7ovc_Owt9cDHg

La Banda del Buco: ditte fallite, i soliti noti di Tangentopoli fino alle inchieste per corruzione e mafia. Ecco a Voi la Tav…!

 

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La Banda del Buco: ditte fallite, i soliti noti di Tangentopoli fino alle inchieste per corruzione e mafia. Ecco a Voi la Tav…!

La Banda del Buco: ditte fallite e i soliti noti di Tangentopoli
I lavori per 1,4 miliardi. Da Cmc a Condotte a Gavio, fino ai piccoli appalti coinvolti dalle inchieste per corruzione e mafia: a chi sono finiti i soldi

Lavorare per il Tav non porta benissimo, si racconta in Valle di Susa. Tutte e tre le aziende locali impegnate nella Torino-Lione sono fallite: la Geomont di Bussoleno, la Martina e la Lazzaro di Susa. Anche le imprese più grandi che hanno partecipato ai primi appalti non sono messe benissimo: la Cmc, Cooperativa muratori e cementisti di Ravenna, ha chiesto il concordato preventivo. Condotte è in amministrazione straordinaria. Sta meglio il gruppo Gavio, che controlla il 36,5 per cento di Sitaf (al 51 per cento di Anas) che ha lavorato per lo svincolo di Chiomonte (88 milioni di euro) e altre commesse (per un totale di 93 milioni). Sitaf – ironia della sorte – è la diretta concorrente del tunnel ferroviario, visto che gestisce il traforo autostradale del Fréjus.

L’impresa Pizzarotti di Parma (già tra i protagonisti di Tangentopoli, come Gavio, Cmc e Condotte) era nei consorzi che hanno realizzato le discenderie di Saint-Martin-la-Porte e di Villarodin-Bourget/Modane, in territorio francese. In quest’ultima, Pizzarotti ha sostituito Condotte, che aveva fatto una parte dei lavori. Cmc, con altre imprese, ha scavato invece le gallerie geognostiche di Saint-Martin-la-Porte, in alleanza con Cogeis, che ha poi lavorato anche alla discenderia di La Praz. Sul versante italiano, Cmc e Cogeis, insieme a Geotecna, hanno realizzato la galleria di La Maddalena, a Chiomonte, un lavoro da 126 milioni di euro. In totale, finora sono stati fatti lavori per 1,4 miliardi: 211 milioni per studi e indagini, il resto per le tre discenderie e la galleria geognostica sul lato francese (totale: 16 chilometri). Sul lato italiano, la galleria della Maddalena (7 chilometri). Dei soldi usciti finora, ben 789 milioni sono stati dati in concessione a Sncf, la società delle ferrovie francesi, per la realizzazione del tratto ferroviario all’aperto in Francia, che però è lungo meno di 4 chilometri. Infatti Sncf di quei 789 milioni ne ha spesi finora solo 2. A impegnare i soldi è stata Telt, la società dei governi italiano e francese.

Lunedì, se Telt darà il via ai bandi, ci sarà la vera partenza del Tav: saranno lanciate le due gare per l’intero tratto francese del tunnel di base, 45 dei 57,5 chilometri totali, del valore di 2,3 miliardi. Una bella fetta dei 9,6 miliardi di euro che è il costo totale del supertunnel.

I lavori della Torino-Lione eseguiti finora sono solo una piccolissima parte di quelli necessari per completare l’opera. Eppure sono riusciti ad attirare più volte l’attenzione della Procura di Torino. Indagini per fatti di corruzione e qualche infiltrazione mafiosa. Nel 2011 sono stati condannati per turbativa d’asta, in primo grado, Paolo Comastri, l’ex direttore generale della Lyon-Turin Ferroviaire (Ltf, la società poi sostituita dalla Telt), e l’allora responsabile della direzione costruzioni, Walter Benedetto. Insieme a loro era stata coinvolta anche Maria Rosaria Campitelli, di Mm Metropolitana milanese. La turbativa d’asta riguardava il tunnel che doveva essere scavato a Venaus (poi non realizzato). A scoprire gli interessi illeciti intorno allo scavo del tunnel geognostico italiano è poi arrivata l’inchiesta “San Michele” del Ros carabinieri e della Direzione distrettuale antimafia di Torino. Tra i tanti fatti emersi, l’estorsione ai danni dei proprietari di una cava a Sant’Antonino di Susa commessa da Gregorio Sisca, condannato in via definitiva per mafia, per conto di Giovanni Toro, imprenditore condannato per concorso esterno mafioso, che aveva preso in affitto la cava e voleva mantenerne il controllo: “Noi dobbiamo stare lì perché è lì dentro che nei prossimi dieci anni arrivano 200 milioni di euro di lavoro”, diceva Toro, intercettato. “La torta non me la mangio da solo. Me la divido con te e ricordati queste parole, che ce la mangiamo io e te la torta dell’alta velocità”.

Toro, preoccupato per le proteste dei No Tav, nella primavera 2011 diceva al telefono: “Se arrivano i No Tav, con l’escavatore ci giriamo e ne becchiamo qualcuno… E col rullo gli vado add… cioè salgo io sul rullo e accelero. Se non ti togli ti schiaccio”. Toro era in rapporti anche con un imprenditore di Susa, Ferdinando Lazzaro, a cui diceva, sui lavori nel cantiere di Chiomonte: “Prendiamo tutto noi”.

Lazzaro, titolare della Italcoge e della Italcostruzioni, ha poi patteggiato una pena per bancarotta fraudolenta ed è stato condannato (in primo grado) a 1 anno e mezzo per turbativa d’asta: fallita la sua Italcoge, per continuare a svolgere i lavori preliminari del cantiere di Chiomonte aveva fatto un accordo col curatore fallimentare e aveva presentato un’offerta per aggiudicarsi l’affitto di un ramo della sua azienda. Dall’inchiesta del Ros erano emersi anche i suoi contatti con la politica e con i Sì Tav. In un’informativa del 2012 si legge: “Sono emerse aderenze di Lazzaro con personaggi politici e della pubblica amministrazione”, a cui chiedeva aiuto per licenze e autorizzazioni. Tra questi, Antonio Ferrentino, consigliere regionale del Pd, ex sindaco No Tav passato al fronte dei favorevoli.

Il 17 settembre 2012, Lazzaro contatta addirittura Paolo Foietta, oggi commissario straordinario del governo per l’asse ferroviario Torino-Lione e allora dirigente dell’area territorio e trasporti della Provincia di Torino. Secondo i carabinieri, Foietta avrebbe garantito “il suo interessamento per addivenire a una soluzione della vicenda” che riguardava la ditta di Lazzaro: “Allora mi faccia una mail”, diceva Foietta a Lazzaro, “se mi mette anche il nome specifico del funzionario con cui avete avuto rapporti mi è più utile, così vedo di evitare giri”. Lazzaro ha replicato di aver sempre operato lecitamente: “Le gare del Tav le ho vinte regolarmente e senza alcun aiuto, tantomeno quello di Esposito o Rettighieri”. Si riferiva a Stefano Esposito, ex senatore del Pd, e Marco Rettighieri, ex direttore generale di Ltf.

Ci sono state anche quattro interdittive antimafia. Tra queste, una per i gestori del bar Gritty di Bardonecchia, che forniva la colazione agli operai del cantiere Tav: un bar con una storia, perché apparteneva alla sorella e ai nipoti di Rocco Lo Presti, il boss della ’ndrangheta le cui attività portarono al commissariamento del Comune nel 1995, prima amministrazione del nord sciolta per infiltrazioni mafiose. Lo Presti “utilizzava il bar Gritty per incontrare i propri interlocutori”. Interdittive anche alla Romea di Bologna, fornitore di carburante, in cui aveva lavorato un nipote di Totò Riina. E alla Torino Trasporti, il cui titolare è parente di un personaggio condannato nel processo antimafia “Minotauro”.

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/03/09/la-banda-del-buco-ditte-fallite-e-i-soliti-noti-di-tangentopoli/5024825/

Un secolo di Andreotti, beatificato pure dall’Ue – Ma beatificare Andreotti non è beatificare la mafia…?

 

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Un secolo di Andreotti, beatificato pure dall’Ue – Ma beatificare Andreotti non è beatificare la mafia…?

“Di feste in mio onore – disse una volta Giulio Andreotti al Corriere – ne riparleremo quando compirò cent’anni”. Oggi il Divo non c’è più, eppure avrebbe motivo di orgoglio nel vedere come l’Unione europea celebrerà il centenario della sua nascita. Il grande evento è previsto per oggi 6 maezo: “Celebration of 100 years since the birth of President Giulio Andreotti”, nella sede del Parlamento di Bruxelles. A fare gli onori di casa sarà il Partito popolare europeo, il gruppo a cui appartengono anche Forza Italia e Udc.

Difficile però, visti gli invitati, immaginare cenni alle ombre politiche e giudiziarie di Andreotti, ormai accertate da sentenze definitive. Come quelle relative ai rapporti con la mafia, che hanno portato la Corte d’appello di Palermo ad assolvere il Divo per i fatti successivi al 1980, riconoscendolo però colpevole – seppur prescritto – del reato di associazione a delinquere per il periodo precedente, come poi ribadito in Cassazione.

Tutti argomenti per cui Ignazio Corrao, eurodeputato 5 Stelle, non ci sta: “Un convegno su Andreotti significa quasi beatificare la mafia, chiudere gli occhi su una delle pagine più buie del nostro Paese e per altro mai chiusa”.

A ricordare Andreotti ci sarà Pier Ferdinando Casini, uno dei più longevi eredi della Dc, eletto per la prima volta alla Camera nel 1983. Una storia politica che di certo non rinnega Belzebù: “Non mi sembra una cosa così clamorosa – minimizza Casini – commemorare un signore senatore a vita, diverse volte presidente del Consiglio e ministro per cinquant’anni. È controverso, divisivo persino nel suo partito, ma è stato tra i fondatori del Ppe e celebrarlo, essendo stato lui uno degli europeisti più coerenti, mi sembra tutto meno che inappropriato”.

La versione convince poco Corrao: “Ognuno può organizzare ciò che vuole, ma riconoscano che questo convegno è assolutamente inopportuno. A questo punto, non ci stupiremmo se ne facessero uno anche su Vito Ciancimino o su Salvo Lima”.

A presentare l’evento saranno poi Lorenzo Cesa e Elisabetta Gardini. Il primo, oggi segretario dell’Udc, già esponente della Balena Bianca fino al 1994 e poi delle sue molteplici riproposizioni. La seconda, berlusconiana dopo un meno fortunato debutto alle urne con il Patto Segni, ancora ammaliata dal Divo: “Quando i processi finiscono con un nulla di fatto, che sia per assoluzione o per prescrizione, si dovrebbe smettere di parlarne. Quanti oggi maramaldeggiano su Andreotti si chiedano che cosa è diventata l’Italia dopo la sua uscita di scena e perché rimase solo contro il Trattato di Maastricht”. Presente anche Antonio Tajani, che proprio come Gardini non ha mai nascosto di rimpiangere la credibilità internazionale dell’Italia ai tempi del Divo: “Quando c’era lui – ha dichiarato lo scorso anno – funzionava, Berlusconi aveva ricominciato a tessere una tela di rapporti anche in Europa e dopo siamo scomparsi”. Altro che terza Repubblica.

 

Siamo alla VERGOGNA più totale – Tolta la scorta al giornalista Sandro Ruotolo, impegnato nelle inchieste sulle mafie – Perchè per il nostro Ministro degli Interni la MAFIA non esiste, l’importante è sequestrare 4 braccialetti agli ambulanti in spiaggia…!

 

Sandro Ruotolo

 

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Siamo alla VERGOGNA più totale – Tolta la scorta al giornalista Sandro Ruotolo, impegnato nelle inchieste sulle mafie – Perchè per il nostro Ministro degli Interni la MAFIA non esiste, l’importante è sequestrare 4 braccialetti agli ambulanti in spiaggia…!

…E poi con 49 milioni gli avremmo potuto pagare la scorta per 400 anni…

Sembra ieri che Tv, giornali e internet erano invasi da foto di poliziotti sorridenti a gruppi di 10 o 20 che mostravano orgogliosi i 4 braccialetti ed i 3 salvagente sequestrati agli ambulanti marocchini sulle spiagge…

Cazzo, questa sì che è sicurezza – E infatti la chiamarono “operazione spiagge sicure”… Centinaia di milioni buttati, mentre i MAFIOSI se la ridevano…

E mentre il nostro Governo rendeva sicure le spiagge da questi criminali… Un giornalista scriveva parole di fuoco contro la mafia… Che spreco di risorse e tempo… E vogliamo mantenere la scorta ad un fesso del genere? Con quello che costa?

Ma non Vi fate ingannare, non è solo un fatto econimico… Non dimenticate gli articoli di Sandro Ruotolo per Fanpage sulla “Bestia”, il dispositivo propagandistico di Matteo Salvini…

 

Da Fanpage:

Tolta la scorta al giornalista Sandro Ruotolo, impegnato nelle inchieste sulle mafie

È stata tolta la scorta al giornalista napoletano Sandro Ruotolo, da sempre occupato in inchieste sulla mafia. La notizia diffusa dall’ex ministro della Giustizia Orlando: “Si è occupato della “Bestia”, il dispositivo propagandistico del ministro dell’Interno. Casualità? Lo chiederò in Parlamento”.

“Hanno tolto la scorta a Sandro Ruotolo, giornalista da sempre impegnato in inchieste sulle mafie”. Così l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando ha annunciato tramite il proprio account Twitter la decisione di revocare la protezione al reporter napoletano, al momento collaboratore di Fanpage.it, che nella sua lunga carriera si è occupato, tra le altre cose, di Terra dei Fuochi e di clan camorristici. Non solo. Come ha sottolineato ancora Orlando “è anche il giornalista che si è occupato della “Bestia”, il dispositivo propagandistico del ministro dell’Interno. Casualità? Lo chiederò in Parlamento”. Sul caso è intervenuto anche Beppe Giulietti, presidente del sindacato unitario dei giornalisti italiani, la FNSI, che sempre sui social network si è chiesto: “Chi e perché ha deciso di levare la scorta a Sandro Ruotolo?”.

Classe 1955, dopo svariati anni in Rai, dal 1988 Ruotolo comincia una lunga collaborazione con Michele Santoro, collaborando a numerosi programmi televisivi di approfondimento. Nel 1997 sua cugina Silvia fu assassinata a Napoli all’età di 39 anni mentre tornava nella sua casa di salita Arenella: è una delle vittime innocenti della Camorra. Nel 2009, in corrispondenza di un’inchiesta sui rapporti tra mafia e Stato e dopo aver intervistato Massimo Ciancimino, riceve una lettera minatoria in cui viene minacciato di morte. Sempre impegnato in inchieste sulle organizzazioni criminali, nel maggio del 2015 viene messo sotto scorta dopo aver ricevuto minacce da Michele Zagaria, boss dei Casalesi, a causa delle sue inchieste sul traffico di rifiuti tossici in Campania. Dal 2017 collabora con il quotidiano online Fanpage.it, per il quale firma il format ItalianLeaks.

De Magistris: “Mi auguro arrivi la revoca della revoca”
“Ho appreso la notizia relativa alla revoca della scorta al giornalista Sandro Ruotolo, mi auguro che sia subito smentita e se invece si tratta di una revoca già adottata mi auguro possa arrivare la revoca della revoca”. Questo il commento del sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, circa la notizia secondo cui il Viminale avrebbe revocato la scorta al giornalista Ruotolo. De Magistris, nel definire Ruotolo giornalista “coraggioso, libero, autonomo e indipendente”, ha sottolineato che “negli ultimi tempi si è occupato e si sta occupando sia di inchieste delicate di criminalità organizzata anche relativamente alle sue collusioni con apparati politici e istituzionali sia di inchieste sulla politica. Mi sembra un po’ strano che proprio in un momento di forte impegno professionale di Ruotolo, da parte dei vertici del Viminale venga meno il provvedimento di protezione personale”.

Morra (Antimafia): “Io sto con Sandro”
Sul caso della revoca alla scorta per Sandro Ruotolo è intervenuto anche Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia. “Ho sentito poco fa Sandro Ruotolo. Inutile dire che ha tutta la mia stima ed apprezzamento per il suo lavoro di giornalista impegnato da decenni contro le mafie – ha scritto su Facebook -. Per il suo impegno è stato minacciato, perché sta sul campo e racconta il reale, senza giri di parole. Si devono proteggere i giornalisti esposti. Sandro è uno di questi. Nel rispetto del lavoro delle istituzioni preposte, io sto con Sandro”.

Baldino (M5S): “Nessun passo indietro”
“I giornalisti impegnati contro le mafie devono essere sempre protetti. Nessun passo indietro, bisogna far sentire a Sandro #Ruotolo che lo Stato è con lui”. Cosi’ su Twitter la deputata del Movimento 5 Stelle Vittoria Baldino. Sempre su Twitter interviene anche un’altra deputata del Movimento 5 Stelle, Stefania Ascari: “Sandro Ruotolo ha tutto il nostro supporto. Chi lotta ogni giorno contro la criminalità organizzata, deve essere protetto dallo Stato. Senza se e senza ma!”.

ItalianLeaks e il giornalismo investigativo sul web
Ruotolo è il protagonista del format ItalianLeaks per Fanpage.it. Tanti i servizi pubblicati sul web e visualizzati da milioni di utenti: dalla Bestia di Salvini all’intervista alla figlia del giudice Borsellino, Fiammetta, all’inchiesta sulla strage di Bologna e ai legami con la P2 di Licio Gelli, oltre a quella sulla trattativa Stato-Camorra nella gestione dei rifiuti in Campania.

tratto da: https://www.fanpage.it/tolta-la-scorta-al-giornalista-sandro-ruotolo-impegnato-nelle-inchieste-sulle-mafie/

Oggi, il 19 gennaio di 79 anni fa, nasceva Paolo Borsellino – Lo ricordiamo con la sua ultima, toccante, intervista rilasciata poco dopo la strage di Capaci e poco prima dell’autobomba di via D’ Amelio: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano…”

 

Paolo Borsellino

 

 

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Oggi, il 19 gennaio di 79 anni fa, nasceva Paolo Borsellino – Lo ricordiamo con la sua ultima, toccante, intervista rilasciata poco dopo la strage di Capaci e poco prima dell’autobomba di via D’ Amelio:  “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano…”

Il 20 giugno 1992, trenta giorni dopo la strage di Capaci, e circa un mese prima dell’ autobomba di via D’ Amelio, Lamberto Sposini realizzò quella che sarebbe rimasta l’ ultima intervista televisiva al giudice Paolo Borsellino.

Dalla loro storica amicizia iniziata da bambini quando vivevano a pochi metri di distanza a Palermo con Giovanni Falcone, ai primi anni di scuola, la stessa ma in classi differenti poiché Falcone era più grande di un anno.

Sicuramente singolare il passaggio dove ricorda il periodo nell’estate 1985 dove, per ragioni di sicurezza,  furono trasferiti nella foresteria del carcere dell’Asinara per scrivere l’ordinanza-sentenza di 8000 pagine che rinviava a giudizio 476 indagati in base alle indagini del pool.
Per tale periodo, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria italiana richiese poi ai due magistrati un rimborso spese e il pagamento del vitto e alloggio per il soggiorno trascorso.

Si percepisce in più punti il dispiace che provava per le conseguenze indirette che il suo lavoro porta alla sua famiglia.

Alla fine condivide una storica frase: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”

Per rinfrescarvi la memoria – 6 gennaio 1980, 39 anni fa, “cosa nostra” uccise Piersanti Mattarella… Chissà se ogni tanto il Presidente Mattarella incrociando Berlusconi gli ricorda che il fratello fu ucciso da un “eroico stalliere”…

 

Berlusconi

 

 

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Per rinfrescarvi la memoria – 6 gennaio 1980, 39 anni fa, “cosa nostra” uccise Piersanti Mattarella… Chissà se ogni tanto il Presidente Mattarella incrociando Berlusconi gli ricorda che il fratello fu ucciso da un “eroico stalliere”…

Domenica 6 gennaio 1980 – In Via della Libertà a Palermo, non appena entrato in una Fiat 132 insieme con la moglie, i due figli e la suocera per andare a messa, si avvicinò un sicario al finestrino e lo freddò a colpi di pistola…

Il sicario potrebbe essere uno dei tanti eroici stallieri di cui l’Italia è silenziosamente piena. Uno dei tanti eroici stallieri di cui il nostro buon Silvio amava circondarsi…

Eroico stalliere…

Giusto come pro-memoria Vi riportiamo di seguito un breve passo delle motivazioni della sentenza di condanna di Dell’Utri.

Leggete e rabbrividite:

Tra il 16 ed il 19 maggio 1974 si svolgeva a Milano un incontro cui prendevano parte Marcello Dell’Utri, Silvio Berlusconi, Gaetano Cinà (legato alla “famiglia” mafiosa Malaspina) Stefano Bontade (capo della “famiglia” mafiosa S. Maria del Gesù ed esponente, fino a poco prima, insieme con Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio, del “triunvirato” massimo organo di vertice di “cosa nostra”), Mimmo Teresi (sottocapo della “famiglia” mafiosa S. Maria del Gesù), Francesco Di Carlo (“uomo d’onore” della “famiglia” mafiosa Altofonte, di cui, all’epoca, era consigliere e di cui, in seguito, sarebbe diventato capo).

In tale occasione veniva raggiunto l’accordo di reciproco interesse, in precedenza ricordato, tra “cosa nostra” rappresentato dai boss mafiosi Bondante e Telesi, e l’imprenditore Berlusconi, accordo realizzato grazie alla mediazione di Dell’Utri che aveva coinvolto l’amico Gaetano Cinà, il quale, in virtù dei saldi collegamenti con i vertici della consorteria mafiosa, aveva garantito la realizzazione di tale incontro.

L’assunzione di Mario Mangano (all’epoca dei fatti affiliato alla “famiglia” mafiosa di Porta Nuova, formalmente aggregata al mandamento di S. Maria del Gesù, comandato da Stefabo Bondante) ad Arcore, nel maggio-giugno del 1974 costituiva l’espressione dell’accorso concluso, grazie alla mediazione di Dell’Utri, tra gli esponenti palermitani di cosa nostra e Silvio Berlusconi ed era funzionale a garantire un presidio mafioso all’interno della villa di quest’ultimo.

In cambio della protezione assicurata Silvio Berlusconi aveva cominciato a corrispondere, a partire dal 1974, agli esponenti di “cosa nostra” palermitana, per il tramite di Dell’Utri, cospicue somme di denaro che venivano materialmente riscosse da Gaetano Cinà.

QUI la sentenza completa

Il passaggio che Vi abbiamo riportato è a pagina 48.

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Ecco due interessanti video: Telefonata tra Berlusconi e Dell’Utri intercettata dalla Polizia con commento di Marco Travaglio

…E ancora Marco Travaglio, incontenibile…!