4 luglio – Buon compleanno don Peppe Diana. Se non ci fosse stata quella montagna di merda dei casalesi, oggi avresti compiuto 61 anni!

 

don Peppe Diana

 

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4 luglio – Buon compleanno don Peppe Diana. Se non ci fosse stata quella montagna di merda dei casalesi, oggi avresti compiuto 61 anni!

 Il 4 luglio 1958, a Casal di Principe, nasceva Don peppe Diana… Se non ci fosse stata quella montagna di merda dei casalesi, oggi avrebbe compiuto 60 anni…

Ricordiamolo…

La mattina del 19 marzo 1994, don Giuseppe Diana era nella sala riunioni della sua chiesa a Casal di Principe, mentre si apprestava a indossare gli abiti per celebrare la prima messa, come di consueto. Era il giorno del suo onomastico quando in chiesa entrarono due uomini gridando: “Chi è don Peppino?”, “Sono io” rispose il parroco. I sicari non se lo fecero ripetere due volte e spararono contro il prete cinque colpi di pistola calibro 7.65. Don Peppe cadde sul pavimento sporco di terriccio. Chi lo soccorse per primo provò inutilmente a rianimarlo, ma Don Peppe non c’era più. La sua voce libera e incapace al silenzio fu zittita dai colpi di pistola. Solo la morte poteva far tacere le parole di chi come lui osò sfidare con estremo coraggio, a quel tempo, la mafia.

Parole di denuncia

Don Giuseppe Diana nacque a Casal di Principe, città antica di camorra, dove la mafia era l’unico “organo di potere” che gli abitanti riconoscevano, dove l’omertà concedeva la dignità. Nel 1968, don Peppe entrò in seminario, si laureò in Filosofia, diventò un capo scout e nel 1982 venne ordinato sacerdote. Il prete aveva studiato a Roma, dove gli aspettava una brillante carriera, lontana dalle vicende del paese dove era nato. Ma d’improvviso decise di tornare indietro e nel 1989 fu ordinato parroco della parrocchia di San Nicola di Bari nella sua città. Don Peppino aveva una grande forza di volontà, iniziò subito a lavorare, realizzando un centro di accoglienza per i primi immigrati africani. Doveva impedire che quelle persone diventassero soldati della camorra. Don Diana non era un prete come tanti, che presenziavano i funerali dei “morti ammazzati” nelle diverse guerre di successione dei boss della camorra, senza nulla dire; che consolavano le moglie ai funerali dei figli assassinati con un semplice “fatevi coraggio”. Il parroco voleva rompere quello stato di cose, voleva porre fine allo strapotere mafioso. Così scrisse un documento nel dicembre 1991, firmato insieme a tutti i parroci delle parrocchie di Casal di Principe, in cui era racchiuso il suo fondamento pastorale con parole di estrema integrità morale, che resero quel documento un testamento spirituale di valori universali. Il suo titolo? “Per amore del mio popolo non tacerò”. Era uno spaccato che descriveva cos’era la camorra, cosa causava e sopratutto era un appello alle istituzioni e ai cristiani. “Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno – scriveva don Diana – Dio ci chiama ad essere profeti. Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18); Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43); Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23); Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5). Coscienti che “il nostro aiuto è nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che è la fonte della nostra Speranza”.
Le parole e le azioni del prete divennero poi bersaglio dei Casalesi, che non potevano accettare questo smacco. Così lo condannarono a morte.

Giustizia per don Diana

L’assassinio di don Diana fece tanto clamore, come quello di don Pino Puglisi l’anno precedente, che mobilitò migliaia di persone in un corteo che percorreva le strade della città dai cui balconi pendevano lenzuola bianchi in segno di lutto e di protesta. Ventimila erano le persone che scelsero di scendere in piazza e insieme a questi gli scout. Dopo pochi giorni tra le gente circolavano le voci circa il movente dell’omicidio: don Diana fu ucciso per una questione di donne. Ma i carabinieri stroncarono sul nascere questa ipotesi che alla fine si rivelò di natura denigratoria. 
Il movente dell’omicidio del prete di Casal di Principe venne alla luce nel processo di secondo grado e confermato poi in Cassazione il 4 marzo 2004. I giudici ermellini condannarono all’ergastolo come esecutori dell’omicidio, Mario Santoro e Francesco Piacenti e come mandante il boss Nunzio De Falco detto “o lupo”, che all’epoca dei fatti era in Spagna, vista la sanguinosa faida che versava tra la sua fazione e quella degli Schiavone. I giudici ribaltarono la sentenza di primo grado ed esclusero l’ipotesi della custodia da parte del prete delle armi dei clan, fatto che aveva scatenato la macchina del fango (con titoli di articoli sul Corriere di Caserta: “Don Diana era un camorrista” e “Don Diana a letto con due donne”). Dalla sentenza di Cassazione emerse senza ombra di dubbio che don Diana fu ucciso per il suo coraggioso impegno di contrasto alla camorra. Ed è per questo motivo che quest’oggi si ricorda Don Peppe per non aver taciuto la verità davanti al potere camorrista e per aver testimoniato fino alla morte l’amore di Cristo, realizzando la solidarietà in una terra ostile. Anche quest’anno il parroco sarà ricordato nella sua città, sarà ricordata la sua lotta per il riscatto della sua terra, il suo essere semplicemente un uomo che con la parola ha sfidato una delle organizzazioni mafiose più potenti al mondo. Sarà ricordato il suo impegno che ancora oggi “cammina sulle nostre gambe”.

Pier Luigi Boschi: scoperti conti cointestati con un camorrista. Ma state sereni, garantisce la figlia: anche il camorrista è una persona perbene!

 

Boschi

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Pier Luigi Boschi: scoperti conti cointestati con un camorrista. Ma state sereni, garantisce la figlia: anche il camorrista è una persona perbene!

 

Nuovi guai per la Boschi: scoperti conti del padre cointestati con un uomo vicino ai clan

I grandi giornali precisano che Pier Luigi Boschi non è indagato, ma raccontano nel dettaglio l’ennesima tegola sulla famiglia del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi. E anche stavolta, di mezzo, ci sono le banche, dei conti correnti sospetti scoperti dagli inquirenti che indagano nell’ambito dell’inchiesta sul riciclaggio dei beni del clan camorristico Mallardo. Mario Nocentini, imprenditore edile vicino al clan Mallardo, di stanza a Montevarchi, paesino in provincia di Arezzo, risulta titolare di decine di conti correnti di cui due — aperti presso la Banca del Valdarno — risultano cointestati anche a Boschi. «Oltre ai 19 arresti scattati due giorni fa che hanno portato in carcere il boss Francesco Mallardo e il cognato Antimo Liccardo, sono stati sequestrati beni per oltre 50 milioni di euro. Il gip ha negato il blocco delle proprietà di Nocentini, ma le verifiche degli investigatori proseguono proprio per ricostruire ogni passaggio di denaro e così individuare la provenienza delle somme. I Mallardo sono proprietari di un impero che spazia in diverse regioni, tra cui la Toscana. In provincia di Arezzo contano tra l’altro su una società, la Valdarno Costruzioni, e su alcune ditte che fanno parte della stessa galassia. Il ruolo di Nocentini emerge proprio da questi controlli….», scrive il Corriere della Sera.

La Procura di Napoli ha scoperto che Nocentini ha quote in nove società ed è titolare di ben 39 conti correnti. “Di questi sette, intestati alle aziende e sui quali ha la delega ad operare, risultano aperti presso Banca Etruria”. Due di questi conti, entrambi presso la Valdarno, sarebbero cointestati con papà Boschi. “Il primo, numero 604906, risulta intestato anche a Paolo Amerighi, Roberto Amerighi, Giuliano Scattolin e Pierluigi Maddii. Riguarda un investimento effettuato molti anni fa per un campeggio e secondo alcune verifiche effettuate servirebbe in particolare a pagare il mutuo ancora acceso. Boschi, avrebbero spiegato gli altri soci, fu coinvolto quando era dirigente della Coldiretti. L’altro deposito, numero 603551, è invece intestato soltanto a Nocentini e Boschi e sarebbe stato utilizzato per alcuni affari immobiliari che hanno effettuato insieme”, dettaglia ancora il Corriere della Sera.

fonte: http://www.secoloditalia.it/2017/11/nuovi-guai-per-la-boschi-scoperti-conti-del-padre-cointestati-con-un-camorrista/

Bagheria, i boss rinunciarono agli appalti: “il sindaco è inavvicinabile” …ma capita solo se il “Sindaco” è cinquestelle!!!

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Bagheria

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Bagheria, i boss rinunciarono agli appalti: “il sindaco è inavvicinabile” …ma capita solo se il “Sindaco” è cinquestelle !!!

Lo leggiamo nientepopodimeno che su La Repubblica:

Bagheria, “il sindaco è inavvicinabile”. E i boss rinunciarono agli appalti

«Il sindaco grillino di Bagheria era inavvicinabile, per questa ragione la famiglia mafiosa aveva deciso di non occuparsi più di appalti al Comune ». L’ultimo pentito di Cosa nostra, Pasquale Di Salvo, l’ex poliziotto della scorta del giudice Falcone diventato imprenditore di mafia, depone in trasferta al processo “Panta Rei”, a Milano. Racconta di aver fatto parte della famiglia mafiosa di Bagheria, parla degli affari conclusi col Comune nel settore dei rifiuti. «Ma negli anni scorsi», precisa. «Con l’arrivo di Patrizio Cinque la situazione era cambiata, perché era davvero inavvicinabile. Io avevo da riscuotere un credito lecito nei confronti del Comune, neanche quello fu possibile recuperare».
Di Salvo parla anche di estorsioni. Spiega che i supermercati Conad di Bagheria, ma anche quelli di Palermo, sono «messi a posto» con i clan, ovvero pagano il pizzo. In tempi di crisi per l’organizzazione mafiosa, sempre alla ricerca di liquidità per sostenere le famiglie dei detenuti, il clan di Bagheria aveva intensificato l’imposizione dei ricatti. Un gran lavoro per il clan: «Eravamo rimasti in tre al vertice», aggiunge Di Salvo. «Io, Nicola Testa e Carmelo D’Amico». I blitz dei carabinieri del comando provinciale avevano falcidiato le fila dell’organizzazione.

Di Salvo è finito in manette nell’ambito dell’ultima operazione disposta dalla direzione distrettuale antimafia, nel dicembre del 2015. Assieme a lui, 37 presunti mafiosi di Palermo centro e Bagheria. Adesso, nell’aula bunker dell’Ucciardone è in corso il rito abbreviato per molti degli indagati, davanti al giudice Nicola Aiello. A Milano, le sostitute procuratrici Caterina Malagoli e Francesca Mazzocco hanno citato anche l’ex boss del Borgo Vecchio Giuseppe Tantillo, pure lui oggi collaboratore di giustizia. Conferma le accuse contro la moglie del boss Tommaso Lo Presti, Teresa Marino, addetta a risistemare le finanze in crisi del clan di Porta Nuova.

Tantillo racconta anche di essere stato investito di un compito molto particolare, quello di rimproverare alcuni ultras del Borgo Vecchio che a detta di qualcuno «si comportavano male sugli spalti con le tifoserie di altri quartieri». Una questione che stava per degenerare, fu necessario l’intervento di un esponente mafioso come Tantillo per riportare ordine.
Anche Repubblica, ferocemente antigrillina, deve ammettere quest’altro grande segnale dei cinquestelle…
Nemici della Mafia …mentre i comuni retti dal Pd e dalle forze di destra sono commissariati per collusione…!