Fabrizio Greco morto nello stabilimento FCA di Piedimonte San Germano, l’ultimo (purtroppo solo in ordine cronologico) omicidio da sfruttamento…!

 

 

Fabrizio Greco

 

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Fabrizio Greco morto nello stabilimento FCA di Piedimonte San Germano, l’ultimo (purtroppo solo in ordine cronologico) omicidio da sfruttamento…!

FCA Piedimonte San Germano, l’ultimo omicidio  da sfruttamento

Alle prime ore di martedì 1° ottobre nello stabilimento FCA di Piedimonte San Germano a Cassino è stato perpetrato l’ennesimo omicidio sul lavoro. Fabrizio Greco, addetto alla manutenzione, è stato schiacciato da una pressa a freddo che si era bloccata, lavorando cioè a un’operazione pericolosa che andava attuata rispettando le norme e le procedure di messa in sicurezza dei mezzi e delle parti, impedendo che questi colpiscano l’operaio addetto agli interventi a elevato rischio.
Non ci si può rassegnare all’omicidio  di questo giovane lavoratore. Mentre esprimiamo cordoglio alla famiglia, esprimiamo tutta la nostra rabbia nei confronti degli alibi e delle parole di circostanza che sempre si levano in queste occasioni. Questi omicidi hanno dei responsabili  e sono legati a condizioni di sfruttamento che vanno combattute e rimosse.
Lo stabilimento di Piedimonte San Germano nel tempo è stato colpito pesantemente da ristrutturazioni e tagli, e in questi giorni FCA ha chiesto altre ore di CIG.  In questi casi, prima di attivare la CIG, le aziende serrano i ritmi per saturare gli impianti e rispettare le commesse in chiusura. I tempi quindi si stringono, le macchine devono andare ad ogni costo e ci si deve sbrigare a rimettere a posto i macchinari. Quest’omicidio poteva accadere in qualsiasi stabilimento FCA e del suo indotto, dove le condizioni di sicurezza sono ancora più drammatiche.
Nel gruppo FCA c’è un solo livello contrattuale: il CCSL che al suo interno prevede ritmi di lavorazione che saturano oltre il 95% le operazioni dei lavoratori, cui si aggiunge il taglio delle pause di 10 minuti che ha portato l’aumento di 6 giorni lavorativi… senza aumento di salario.
Denunciamo la struttura e l’inefficacia della Commissione Sicurezza che in FCA vede al suo interno RLS e rappresentanti aziendali di FIM e UILM ed è convocata dal Presidente ossia un uomo scelto dall’azienda. L’USB con scioperi e iniziative da sempre denuncia le condizioni durissime dei lavoratori interni ed esterni, una condizione che nonostante il calo di ore lavorate a causa della CIG, vede l’aumento costante dei lavoratori con ridotte capacità lavorative.
Negli stabilimenti del gruppo FCA molte attività sono svolte da ditte che con appalti al ribasso acquisiscono attività centrali come: manutenzione, controllo qualità, approvvigionamento delle linee, logistica. L’USB ha denunciato la condizione dei lavoratori delle ditte in appalto sottoposti a orari estenuanti, con salari bassi, con le ferie in molti casi gestite dal padroncino di turno e dove c’è mancanza di sicurezza a partire dai DPI.
Dietro l’omicidio di un lavoratore, non c’è mai casualità, piuttosto c’è l’organizzazione del lavoro che mette al centro il profitto e c’è la mancanza di un’efficace struttura di prevenzione e controllo.  In questo caso la dinamica, e la situazione dispotica che rende i lavoratori più ricattabili, ci dice che questo è l’ennesimo omicidio da sfruttamento.
Lunedì 23 l’USB ha partecipato al tavolo ministeriale sulla sicurezza e sulla salute nei luoghi di lavoro, in quella sede abbiamo denunciato che le condizioni dei lavoratori sono peggiorate proprio a causa di leggi, come il Jobs Act, le normative inapplicate, i contratti vergognosi siglati da CGIL, CISL e UIL, l’allungamento dell’età pensionabile, e i tagli agli enti di prevenzione e controllo che hanno messo le aziende in una condizione di forza e di arbitrio nei confronti dei lavoratori.
La difesa della salute e della sicurezza dei lavoratori e dell’ambiente ci vedrà sempre più impegnati a organizzare conflitto e conoscenza e difesa degli interessi dei lavoratori e del territorio.

tratto da: http://contropiano.org/news/lavoro-conflitto-news/2019/10/01/fca-piedimonte-san-germano-lultimo-omicidio-da-sfruttamento-0119193?fbclid=IwAR0qIHitvtXBevzk5FLLeBo7eoJ3Ivqk6h29H_Rv7C8cnXyTciDDIguW2uY

FCA, sede fiscale in Olanda, sede legale a Londra, investirà 4,5 miliardi di euro in USA, creando là 21.000 posti di lavoro. Lo dico per quelli che prendono una Fiat al grido di “Io compro italiano”.

 

FCA

 

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FCA, sede fiscale in Olanda, sede legale a Londra, investirà 4,5 miliardi di euro in USA, creando là 21.000 posti di lavoro. Lo dico per quelli che prendono una Fiat al grido di “Io compro italiano”.

 

Fiat Chrysler investirà 4,5 miliardi in Michigan per nuovi suv di Jeep

Il gruppo italo americano ha annunciato un investimento da 4,5 miliardi di dollari per la costruzione di nuovi suv Jeep in Michigan

Alcuni mesi fa la Fiat Chrysler aveva annunciato l’intenzione di investire 4,5 miliardi di dollari in cinque stabilimenti creando dai 6.500 ai 21.000 posti di lavoro nel Michigan. Tra l’altro era prevista la trasformazione di una fabbrica di motori a Detroit in un impianto di assemblaggio per espandere la sua popolare linea di modelli Jeep e produrre modelli ibridi e completamente elettrici.

La mossa arrivava in un momento in cui il mercato statunitense sembrava destinato a calare, con le vendite di nuovi veicoli del 2019 che dovrebbero scendere al di sotto dei livelli del 2018.

L’amministratore delegato di Fiat Chrysler, Mike Manley, aveva dichiarato in una conference call con i giornalisti che gli investimenti della società sono focalizzati sui SUV, un’area “destinata a continuare a crescere”. I piani di FCA includono la trasformazione di una fabbrica di motori a Detroit in un impianto di assemblaggio. Il gruppo italo americano ha detto che i piani includono investimenti per consentire a tre stabilimenti del Michigan di produrre modelli Jeep ibridi e completamente elettrici. Manley ha detto che questi modelli ibridi o modelli elettrici potrebbero essere disponibili entro la fine del 2021.

Tutto questo è successo pochi mesi fa, ma sulla stampa nostrana di tutti questi pii intenti se ne è parlato pochissimo.

E ancor meno risalto ha la notizia che Fiat Chrysler oggi ha già iniziato la costruzione del nuovo impianto a Detroit da 1,6 miliardi di dollari. In questo stabilimento FCA inizierà la produzione di un nuovo SUV a tre file entro la fine del 2020, seguito da una versione rinnovata del Grand Cherokee nella prima metà del 2021. E presyo al via il progetto di un investimento di 900 milioni di dollari per modernizzare e riorganizzare un altro stabilimento di Detroit per realizzare Dodge Durango e Jeep Grand Cherokee.

Tutto bello no? E l’Italia?

Ripeto, dico tutto questo per quelli che prendono una Fiat al grido di “Io compro italiano”.

Un anno fa moriva Sergio Marchionne – L’altro volto del menager di cui oggi nessuno parla? Ce lo racconta un operaio della Maserati… Perchè non è che se muori, diventi automaticamente un santo…!

 

Marchionne

 

 

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Un anno fa moriva Sergio Marchionne – L’altro volto del menager di cui oggi nessuno parla? Ce lo racconta un operaio della Maserati… Perchè non è che se muori, diventi automaticamente un santo…!

 

L’altro volto di Marchionne: il racconto di un operaio della Maserati

Se subito dopo la morte in molti hanno lodato le indubbie capacità manageriali di Sergio Marchionne, c’è anche un altro lato, quello degli operai, da ascoltare con attenzione

In molti, subito dopo la morte, avvenuta il 25 luglio del 2018,  hanno sottolineato le indubbie capacità manageriali di Marchionne, del suo salvataggio della Fiat e della nascita della Fca, che ha dato un volto internazionale allo storico marchio italiano.

Ma questa trasformazione ha comportato una grande durezza sia nei rapporti dei lavoratori che con i sindacati, ben raccontata in questa lettera di un operaio della Maserati, pubblicata su InfoAut, che riportiamo: 

“Lavoro alla Maserati di Grugliasco Torino, ex officina Bertone, annessa dalla Fiat per produrre la nuova vettura. Ci lavorano circa 1000 operai su due turni (per adesso). Nel turno di notte ci sono pochi operai per recuperare qualche vettura e mettere a posto le postazioni e i magazzini. Si producono 35 vetture al giorno, ma molto probabilmente la produzione è destinata a salire fino a 50 vetture per turno.
Le condizioni lavorative sono da caserma, per noi della logistica (riforniamo le linee di produzione con il materiale) i carichi di lavoro sono a dir poco asfissianti. Nel turno di lavoro non si smette mai di lavorare, non esistono tempi morti, ci sono tre pause di 10 minuti, ma la gran parte degli operai della logistica le sfrutta per mettere a posto le postazioni per non rimanere indietro quando riparte la produzione. C’è mezzora di pausa mensa, ma tra lavarsi le mani, raggiungere la mensa e la lunga coda per prendere il vassoio e farsi servire dagli addetti… ci si gioca la metà del tempo, quindi si mangia di corsa. I primi tempi ho visto anche operai che iniziavano a mangiare in piedi prima di sistemarsi nei tavoli.
Varcato il cancello, prima di entrare in officina, hanno messo un tabellone digitale dove c’è scritta la data dell’ultimo infortunio (che se non erro è dicembre 2012) e sotto la data corrente con il numero zero _infortuni_, però anche lì ci sono forzature da parte dei capi e direttori sugli operai. In pratica, chi si fa male non deve denunciare l’infortunio, altrimenti finisce in cassa integrazione. Per l’azienda quel tabellone deve rimanere sullo zero per la bella figura del marchio FIAT.
In officina, durante le ore lavorative ci sono parecchie visite esterne di gentaglia vestita come manichini che osserva le lavorazioni e ci sono tantissime riunioni tra capi capetti ecc. ecc. per far funzionare meglio la lavorazione del prodotto.
Sono stato addetto alla meccanica. Il personale è carente e andando alla velocità’ che vogliono loro si rischiava di farsi male o, peggio, di far male a qualcuno. I capi fanno pressione per andare più veloce, per non rischiare di fermare la produzione. Praticamente, uscendo dal magazzino, per entrare in officina, bisogna attraversare una strada dove passano tir e furgoni che hanno lo stop, ma che raramente osservano: si rischia spesso di esser investiti. Ci sarebbe bisogno di semafori, ma, a quanto pare, l’azienda non vuole affrontare questa spesa, per il momento, sostiene che ci sono altre priorità! Quali, se l’azienda fa tanta pubblicità sia con il tabellone elettronico e sulle continue raccomandazioni per evitare gli infortuni?! Tutta ipocrisia! Esiste una vera e propria contraddizione: se si va a 6 chilometri orari sei a norma ma fermi la produzione, mentre se vai a 12 km orari non sei più a norma e superi la velocità consentita in officina, quello che fanno tutti, per non rischiare di fermare e prendere richiami dai capi.
Non esistono organizzazioni sindacali che si occupano veramente delle nostre condizioni. Fim Uil e Fismic sono latitanti e la Fiom che, aveva la maggioranza dei consensi, anzi praticamente erano tutti iscritti alla Fiom, è stata sfrattata; con essa sono rimasti fuori i delegati e molti operai loro simpatizzanti. D’altronde, la stessa Fiom, quando era presente in fabbrica, non ha mai portato avanti forme reali di lotta.
Molti operai sono rientrati dopo 10 anni di cassa integrazione, in officina ci sono molti operai e capi di Mirafiori che sostituiscono quelli del ex Bertone.
Questo è il sistema e il metodo Marchionne degli stabilimenti Fiat in Italia e all’estero. Chi si ribella veramente, chi fa mutua o va in infortunio dopo che si è fatto male lavorando, viene parcheggiato in cassa integrazione a disposizione dell’azienda per un eventuale prossima chiamata per rientrare a lavorare”.

 

fonte: https://www.globalist.it/news/2018/07/24/l-altro-volto-di-marchionne-il-racconto-di-un-operaio-della-maserati-2028432.html

Addio Sergio Marchionne – Ma se i media di regime Vi prendono per i fondelli con servizi strappalacrime, noi vogliamo dire la verità sul manager del sistema che, nel silenzio della politica neoliberista, ha brutalmente smantellamento i diritti del lavoro (sulla pelle della Gente) in nome del Dio Profitto!

 

Sergio Marchionne

 

 

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Addio Sergio Marchionne – Ma se i media di regime Vi prendono per i fondelli con servizi strappalacrime, noi vogliamo dire la verità sul manager del sistema che, nel silenzio della politica neoliberista, ha brutalmente smantellamento i diritti del lavoro (sulla pelle della Gente) in nome del Dio Profitto!

 

Le verità di Marchionne, il silenzio della politica neoliberista

 

 

Agganciando il mercato americano con lo sbarco negli Usa attraverso la Chrysler, ha evitato che il tramonto storico della Fiat si trasformasse in una catastrofe. Ha impedito quindi che l’Italia uscisse dal club dei produttori di auto, cioè da quella che nei decenni passati è stata anche un’aristocrazia operaia e sindacale, avanguardia di importanti diritti sociali. Il super-manager improvvisamente scomparso a 66 anni ha saputo guardare oltre l’orizzonte, lo piange Sergio Mattarella, trascurando lo scontro con la Fiom di Landini che a Marchionne contestò il drastico, brutale smantellamento dei diritti del lavoro, il prezzo (salatissimo) per rilanciare un marchio come l’Alfa Romeo da opporre al dominio tedesco, e per paracadutare la Jeep nel mercato cinese. Ma il problema di fondo – ripeteva Marchionne – è il declino della classe media: chi se la compra più, la Panda, se crolla il potere d’acquisto delle famiglie italiane? Interamente neoliberista il credo globale del salvatore provvisorio dell’ex Fiat: al mercato non si comanda, il lavoro sparisce e deve necessariamente emigrare là dove ci sono compratori. L’alternativa sarebbe una sola, la politica: e proprio la scomparsa della politica, fondata sull’investimento pubblico, ha scolpito la grandezza di Marchionne in un Occidente desolatamente solo e impoverito, esposto al ricatto finanziario dello spread – quello che decreta, anche, il tracollo delle vendite di auto in Europa e in Italia.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storianazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storiadella “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democraziadi mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politicae della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potereforte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisicome emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politicasottomessa al potereeconomico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politicadel condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europacalasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il poterefinanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politicaridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.Agganciando il mercato americano con lo sbarco negli Usaattraverso la Chrysler, ha evitato che il tramonto storico della Fiat si trasformasse in una catastrofe. Ha impedito quindi che l’Italia uscisse dal club dei produttori di auto, cioè da quella che nei decenni passati è stata anche un’aristocrazia operaia e sindacale, avanguardia di importanti diritti sociali. Il super-manager improvvisamente scomparso a 66 anni ha saputo guardare oltre l’orizzonte, lo piange Sergio Mattarella, trascurando lo scontro con la Fiom di Landini che a Marchionne contestò il drastico, brutale smantellamento dei diritti del lavoro, il prezzo (salatissimo) per rilanciare un marchio come l’Alfa Romeo da opporre al dominio tedesco, e per paracadutare la Jeep nel mercato cinese. Ma il problema di fondo – ripeteva Marchionne – è il declino della classe media: chi se la compra più, la Panda, se crolla il potered’acquisto delle famiglie italiane? Interamente neoliberista il credo globale del salvatore provvisorio dell’ex Fiat: al mercato non si comanda, il lavoro sparisce e deve necessariamente emigrare là dove ci sono compratori. L’alternativa sarebbe una sola, la politica: e proprio la scomparsa della politica, fondata sull’investimento pubblico, ha scolpito la grandezza di Marchionne in un Occidente desolatamente solo e impoverito, esposto al ricatto finanziario dello spread – quello che decreta, anche, il tracollo delle vendite di auto in Europae in Italia.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storianazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storiadella “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democraziadi mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politicae della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potereforte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisicome emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politicasottomessa al potereeconomico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politicadel condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europacalasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il poterefinanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politicaridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storia nazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storia della “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata

al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democrazia di mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politica e della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potere forte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisi come emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politicasottomessa al potere economico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politica del condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europa calasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il potere finanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politica ridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.

 

 

 

fonte:http://www.libreidee.org/2018/07/le-verita-di-marchionne-e-il-silenzio-della-politica-neoliberista/

“Il tuo contratto per il momento cessa”: 530 operai interinali Fca lasciati a casa con un sms …Se vi viene da sputare in faccia a qualcuno ricordate: quello a destra fa il suo “mestiere” di padrone. Quello a sinistra dovrebbe tutelare gli interessi della Gente!

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“Il tuo contratto per il momento cessa”: 530 operai interinali Fca lasciati a casa con un sms …Se vi viene da sputare in faccia a qualcuno ricordate: quello a destra fa il suo “mestiere” di padrone. Quello a sinistra dovrebbe tutelare gli interessi della Gente!

“Il tuo contratto per il momento cessa”: 530 operai interinali Fca lasciati a casa con un sms

Da un giorno all’altro, a 530 operai dello stabilimento Fca di Cassino è stata comunicata la cessazione del rapporto di lavoro con un sms automatico inviato dall’agenzia interinale Manpower. Il motivo, stando a quanto dichiarato da Fca ai sindacati, è il mancato raggiungimento del target minimo di vendite.

Con uno scarno sms inviato dall’agenzia interinale in modo automatico, 530 operai dello stabilimenti Fca di Cassino sono stati lasciati a casa da un giorno all’altro.  A riportare la notizia è il quotidiano Huffington Post, che pubblica uno screenshot del messagino: “Il tuo contratto per il momento cessa. Ci aggiorniamo per ulteriori novità”, questa l’unica comunicazione ricevuta dagli operai che da qualche mese lavoravano nel nuovo stabilimento Fca inaugurato lo scorso anno dall’ad Sergio Marchionne e dall’allora ex presidente del Consiglio Matteo Renzi. In tutto, dall’inaugurazione dello stabilimento di Cassino, sono stati assunti 830 lavoratori, tutti con contratti di sommistrazione, cioè non assunti direttamente da Fca ma dall’azienda interinale Manpower.

I contratti di sommistrazione sono particolari contratti a termine che permettono al committente di assumere forza lavoro appaltandone la gestione alle agenzie per il lavoro, gestione che comprende anche le procedure per la cessazione delle collaborazioni. I contratti interinali possono essere rinnovati a scadenza, ma in questo caso, nonostante le promesse fatte ai lavoratori dall’agenzia per il lavoro e dalla stessa Fca, sono cessati senza preavviso. Tecnicamente non si può parlare di un vero e proprio licenziamento, i contratti sono arrivati a scadenza naturale e non rinnovati, ma gli operai che speravano in una prosecuzione del rapporto di lavoro sono stati avvertiti della cessazione del contratto solamente mediante uno scarno sms, comunicazione che peraltro – purtroppo – la legge permette.

tratto da: https://www.fanpage.it/il-tuo-contratto-per-il-momento-cessa-530-operai-interinali-fca-lasciati-a-casa-con-un-sms/

Procedura d’infrazione contro l’Italia per le emissioni truccate della 500X. Ricapitoliamo: FCA ha sede in Olanda, paga le tasse in Inghilterra, ma a prenderlo a quel posto siamo sempre noi!

 

Procedura d’infrazione

 

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Procedura d’infrazione contro l’Italia per le emissioni truccate della 500X. Ricapitoliamo: FCA ha sede in Olanda, paga le tasse in Inghilterra, ma a prenderlo a quel posto siamo sempre noi!

Titola Repubblica:

Fca, la Ue apre una procedura sull’Italia per le emissioni della 500x. Giù il titolo in Borsa

A vuoto la richiesta di Delrio, che si era detto “deluso” per la mossa di Bruxelles, nonostante tutti i dati comunicati dalle Autorità italiane e i miglioramenti prodotti autonomamente da Fiat. Intanto il numero uno di Vw finisce sotto inchiesta per il Dieselgate…

Insomma noi pagheremo per l’infrazione commessa dalla ex Fiat, quella che ha sede in Olanda e paga le tasse in Inghilterra!

Ma, come di consueto, a prenderlo a quel posto siamo sempre noi!