L’analisi impietosa del quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung: i giovani Italiani guadagnano meno dei coetanei Polacchi. Al Sud 1 su 2 è senza lavoro.

 

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L’analisi impietosa del quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung: i giovani Italiani guadagnano meno dei coetanei Polacchi. Al Sud 1 su 2 è senza lavoro.

 

GIORNALI TEDESCHI: ”NEL SUD ITALIA DISOCCUPAZIONE AL 46,6%. I GIOVANI ITALIANI GUADAGNANO MENO DEI COETANEI POLACCHI”

“Nel Sud Italia la disoccupazione giovanile e’ del 46,6 per cento, il doppio rispetto al resto del paese. Con i loro mini-lavori precari – scrive oggi in prima pagina il quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung – i giovani italiani guadagnano meno dei coetanei polacchi”.

L’articolo prosegue così: “Dei 716.000 italiani meridionali che si sono trasferiti al Nord negli ultimi 15 anni, oltre il 70 per cento aveva meno di 34 anni. Luca di Montezemolo, ex capo della Ferrari, avverte: “Il Sud e’ oggi il problema numero uno in Italia”. Il trionfo populista alle elezioni del 4 marzo e’ stato uno shock. Nel ricco Nord, coloro che si sentono esclusi dal processo della globalizzazione hanno scelto la Lega, che promette tariffe punitive e la drastica riduzione delle tasse al 15 per cento”.

“Il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio – prosegue il Sueddeutsche Zeitung  – ha invece trionfato al Sud con lo slogan “piu’ Stato”. Cio’ dimostra che il divario tra le due parti del paese e’ aumentato drasticamente durante la crisi economica. Il nuovo parlamento riflette questa divisione. Tuttavia il risultato delle elezioni sembra non essere stato un shock per il produttore di freni Brembo che il giorno dopo ha registrato un aumento azionario alla Borsa di Milano. Ad aiutare la buona situazione e’ anche la Bce che sta ancora utilizzando il suo programma di acquisto per aiutare gli italiani troppo indebitati. Un altro fattore stabilizzante e’ che la quota di creditori stranieri e’ diminuita drasticamente dopo la quasi bancarotta nel 2011″.

“Ma soprattutto – aggiunge il giornale – la ripresa ha cambiato l’Italia. Il deficit di bilancio nel 2017 e’ stato inferiore dell’1,9 per cento rispetto a quanto pianificato. Entro il 2018, il disavanzo e’ destinato a ridursi all’1,6 per cento. Il rapporto debito – Pil e’ sceso leggermente per la prima volta in dieci anni, al 131,5 per cento. “Lasciamo un budget ordinato”, ha twittato il ministro delle Finanze uscente, Pier Carlo Padoan. Ottimista anche il capo di Uni Credit Jean Pierre Mustier: “Riteniamo che la crescita continuera’ in Italia e il paese sara’ tra i vincitori in Europa”, ha affermato il francese”.

“Mario Draghi – scrive ancora il Sueddeutsche Zeitung – ha parlato piu’ cautamente da Francoforte. “Un’instabilita’ politica duratura puo’ minare la fiducia”, ha avvertito il capo della Bce, senza menzionare l’Italia. Allo stato attuale, il clima di fiducia nell’economia italiana e’ migliore di quanto lo sia stato dalla crisi del 2008. Il surplus commerciale dell’industria metalmeccanica ha raggiunto i 52 miliardi di euro. L’ex primo ministro Mario Monti confida nell’Unione europea e nelle sue regole, che limita il margine di manovra dei governi. Gli ottimisti, conclude pero’ la “Sueddeutsche Zeitung”, ignorano quanto l’Italia stia andando alla deriva. Nel Nord-Est la produzione industriale e’ in crescita, ma la Sicilia ha perso in termini di competitivita’. Tra il 2001 e il 2016, l’economia italiana del Sud si e’ ridotta del 7,2 per cento”.  E’ un’Italia divisa politicamente in due parti che puntano in direzioni opposte.

 

tratto da: http://www.ilnord.it/c-5498_GIORNALI_TEDESCHI_NEL_SUD_ITALIA_DISOCCUPAZIONE_AL_466_I_GIOVANI_ITALIANI_GUADAGNANO_MENO_DEI_COETANEI_POLACCHI

 

Aboubakar Soumahoro, il sindacalista nero che urla cose scomode – “Noi migranti uguali a voi italiani: sfruttati dai padroni…!”

 

 

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Aboubakar Soumahoro, il sindacalista nero che urla cose scomode – “Noi migranti uguali a voi italiani: sfruttati dai padroni…!”

Aboubakar Soumahoro: noi migranti uguali a voi italiani sfruttati dai padroni

Forse la Puglia ha trovato un altro Giuseppe Di Vittorio. Ed è nero. E sa ricordare i morti di oggi e quelli di ieri, a Marcinelle. Sa dedicare la protesta a Paola Clemente, uccisa in quei campi dalla fatica.

Aboubakar Soumahoro, sindacalista della Usb, ha la voce ferma quando chiama i braccianti di Puglia a scioperare. Nella piazza di San Severo chiede un minuto di silenzio per ricordare i 16 “compagni, i fratelli morti”. Fratelli uccisi in due differenti incidenti che aprono uno squarcio sulle condizioni inaccettabili dei braccianti in Italia, a nord come a sud.

Aboubakar Soumahoro urla in un megafono e per prima cosa ricorda le vittime di Marcinelle, i minatori italiani uccisi in Belgio. “Siete stati emigranti anche voi. Eravamo sfruttati ieri, siamo sfruttati oggi”. E’ un discorso forte, potente, vibrante. Quando Aboubakar dice che lo sciopero di oggi in Puglia è in memoria di Paola Clemente, la bracciante uccisa dalla fatica, si alza un applauso. “Perché il suo sacrifico è il nostro, perché la sua fatica è la nostra, tutti i giorni sui campi a spaccarci la schiena. Prendiamo un euro l’ora. I pomodori che trovate nei supermercati li abbiamo colti noi, ma la grande distribuzione ci schiaccia, i padroni ci sfruttano. Non date la colpa agli autisti che guidavano i pullmini, andate a cercare in alto, più sopra di noi”.

Aboubakar Soumahoro urla: stesso lavoro, stessa paga, e i migranti africani, i lavoratori della terra urlano con lui. Poi si rivolge al ministro Di Maio. Dice: “Lei parla di dignità ma si metta gli stivali e venga nei campi con noi. Non chiuda i centri di occupazione ma semmai le agenzie interinali. Sono anche loro i caporali, quelli che sfruttano, ci sfruttano”. E infine manda un messaggio a Salvini: “Chi lavora, come lavoriamo noi migranti, va regolarizzato. Noi produciamo per voi”

Forse la Puglia ha trovato un altro Giuseppe Di Vittorio, il sindacalista dalla parte degli invisibili, dei contadini, degli sfruttati. E’ un Giuseppe Di Vittorio nero che non ha paura di chiamare le cose con il loro nome, di ricordare all’Italia che non accoglie ma che sfrutta che la strada dei diritti è uguale per tutti.

fonte: https://www.globalist.it/news/2018/08/08/aboubakar-soumahoro-noi-migranti-uguali-a-voi-italiani-sfruttati-dai-padroni-2029171.html

Luigi Paragone alza la voce in aula: ‘Non esiste la dignità del lavoro senza la dignità dei lavoratori’

 

Paragone

 

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Luigi Paragone alza la voce in aula: ‘Non esiste la dignità del lavoro senza la dignità dei lavoratori’

“Non pensavo onestamente che la parola ‘dignità’ creasse il panico e che addirittura scatenasse terrore l’espressione ‘dignità dei lavoratori’, e invece a quanto pare siamo a questi livelli”.

Così il senatore del M5S Gianluigi Paragone intervenendo ieri in aula.

“È vero” ha proseguito “il lavoro non si crea attraverso una legge, non si crea attraverso un decreto, ma pessime leggi hanno cancellato la dignità dei lavoratori, questo è accaduto. Pessime leggi hanno di fatto reso invisibile il lavoratore, come se si dovesse piegare ogni volta ad un modello low-cost anche del lavoro, e quindi anche il lavoratore diventa un soggetto interscambiabile”.

Paragone ha poi spiegato che “la potenza del decreto dignità è che per la prima volta proprio attraverso la parola dignità il lavoratore ricompare. Perché è impossibile pensare di poter rimettere a fuoco il concetto del lavoro quando è fuori fuoco il concetto di lavoratore, ma è il lavoratore che è agganciato al lavoro. È il lavoratore che è carico di diritti. E quando si parla di diritti del lavoratore non si può pensare che il contratto a tempo indeterminato sia un colpo di fortuna che capita nella vita, ecco perché è importante cominciare a rimasticare il concetto di un contratto solido, di un contratto che dà prospettiva”.

“E invece” ha proseguito Paragone “devo registrare delle frasi incredibili, come quelle di Zoppas, il presidente di Confindustria Veneto, che evidentemente parla lo stesso linguaggio di alcuni senatori appartenenti a quest’aula. Ma lui è andato oltre, ha detto: ‘Il Decreto Dignità per noi imprenditori è un cappio al collo’. Cioè il presidente di Confindustria sta citando una drammatica situazione che imprenditori del Veneto hanno purtroppo vissuto. E quegli imprenditori del Veneto si sono suicidati perché non volevano licenziare”.

 

tratto da: https://www.silenziefalsita.it/2018/08/07/paragone-non-esiste-la-dignita-del-lavoro-senza-la-dignita-dei-lavoratori/

 

Addio Sergio Marchionne – Ma se i media di regime Vi prendono per i fondelli con servizi strappalacrime, noi vogliamo dire la verità sul manager del sistema che, nel silenzio della politica neoliberista, ha brutalmente smantellamento i diritti del lavoro (sulla pelle della Gente) in nome del Dio Profitto!

 

Sergio Marchionne

 

 

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Addio Sergio Marchionne – Ma se i media di regime Vi prendono per i fondelli con servizi strappalacrime, noi vogliamo dire la verità sul manager del sistema che, nel silenzio della politica neoliberista, ha brutalmente smantellamento i diritti del lavoro (sulla pelle della Gente) in nome del Dio Profitto!

 

Le verità di Marchionne, il silenzio della politica neoliberista

 

 

Agganciando il mercato americano con lo sbarco negli Usa attraverso la Chrysler, ha evitato che il tramonto storico della Fiat si trasformasse in una catastrofe. Ha impedito quindi che l’Italia uscisse dal club dei produttori di auto, cioè da quella che nei decenni passati è stata anche un’aristocrazia operaia e sindacale, avanguardia di importanti diritti sociali. Il super-manager improvvisamente scomparso a 66 anni ha saputo guardare oltre l’orizzonte, lo piange Sergio Mattarella, trascurando lo scontro con la Fiom di Landini che a Marchionne contestò il drastico, brutale smantellamento dei diritti del lavoro, il prezzo (salatissimo) per rilanciare un marchio come l’Alfa Romeo da opporre al dominio tedesco, e per paracadutare la Jeep nel mercato cinese. Ma il problema di fondo – ripeteva Marchionne – è il declino della classe media: chi se la compra più, la Panda, se crolla il potere d’acquisto delle famiglie italiane? Interamente neoliberista il credo globale del salvatore provvisorio dell’ex Fiat: al mercato non si comanda, il lavoro sparisce e deve necessariamente emigrare là dove ci sono compratori. L’alternativa sarebbe una sola, la politica: e proprio la scomparsa della politica, fondata sull’investimento pubblico, ha scolpito la grandezza di Marchionne in un Occidente desolatamente solo e impoverito, esposto al ricatto finanziario dello spread – quello che decreta, anche, il tracollo delle vendite di auto in Europa e in Italia.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storianazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storiadella “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democraziadi mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politicae della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potereforte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisicome emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politicasottomessa al potereeconomico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politicadel condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europacalasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il poterefinanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politicaridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.Agganciando il mercato americano con lo sbarco negli Usaattraverso la Chrysler, ha evitato che il tramonto storico della Fiat si trasformasse in una catastrofe. Ha impedito quindi che l’Italia uscisse dal club dei produttori di auto, cioè da quella che nei decenni passati è stata anche un’aristocrazia operaia e sindacale, avanguardia di importanti diritti sociali. Il super-manager improvvisamente scomparso a 66 anni ha saputo guardare oltre l’orizzonte, lo piange Sergio Mattarella, trascurando lo scontro con la Fiom di Landini che a Marchionne contestò il drastico, brutale smantellamento dei diritti del lavoro, il prezzo (salatissimo) per rilanciare un marchio come l’Alfa Romeo da opporre al dominio tedesco, e per paracadutare la Jeep nel mercato cinese. Ma il problema di fondo – ripeteva Marchionne – è il declino della classe media: chi se la compra più, la Panda, se crolla il potered’acquisto delle famiglie italiane? Interamente neoliberista il credo globale del salvatore provvisorio dell’ex Fiat: al mercato non si comanda, il lavoro sparisce e deve necessariamente emigrare là dove ci sono compratori. L’alternativa sarebbe una sola, la politica: e proprio la scomparsa della politica, fondata sull’investimento pubblico, ha scolpito la grandezza di Marchionne in un Occidente desolatamente solo e impoverito, esposto al ricatto finanziario dello spread – quello che decreta, anche, il tracollo delle vendite di auto in Europae in Italia.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storianazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storiadella “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democraziadi mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politicae della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potereforte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisicome emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politicasottomessa al potereeconomico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politicadel condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europacalasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il poterefinanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politicaridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.

Coraggioso, spietato, infaticabile. Geniale, nel tornare a scommettere sul made in Italy valorizzando la nostalgia dell’italianità che fu. La morte prematura di Sergio Marchionne, scrive Nicola Berti sul “Sussidiario”, chiude in modo traumatico un pezzo di storia nazionale, non soltanto “l’era Marchionne” alla Fiat. Quest’ultima, rileva, non è più solo italiana da anni: Fca, Fiat Chrysler Automobiles, è una holding di diritto olandese con quartier generale a Detroit. La scomparsa del manager italo-canadese appare una tappa per molti versi conclusiva di 119 anni di storia della “Fabbrica Italiana Automobili Torino”. «Poco importa se, quando e come Fca procederà a un riassetto, peraltro già largamente annunciato con Marchionne ancora in vita e al comando. Ai mercati, sicuramente, interessa principalmente questo: le operazioni straordinarie che potranno puntellare il tonfo in Borsa degli ultimi giorni», osserva Berti. «L’area “Emea” di Fca – cioè la “vecchia Fiat” – verrà ceduta a un gigante orientale (la coreana Hyundai in testa – in questa fase geopolitica – su ogni alternativa cinese)? La “vecchia Chrysler” (affidata

al capo anglosassone della Jeep, Mike Manley) è pronta per essere incorporata in Ford o in Gm, comunque nell’America First trumpiana? La Ferrari – questa è l’unica certezza – resterà in Exor, la cassaforte familiare degli Agnelli».

Il sistema-Italia, naturalmente – aggiunge Berti – non può essere disinteressato al destino della piattaforma industriale di Melfi o delle residue attività di Mirafiori, della Cnh, della Comau o di Magneti Marelli, o anche della Juventus o della partecipazione nel polo editoriale Gedi. «Sono decine di migliaia di posti di lavoro, sono pezzi di Made in Italy. Ma c’è dell’altro con cui fare i conti e non sarà soltanto una questione per addetti ai lavori: analisti finanziari, uomini di governo, sindacalisti, editorialisti e storici». Il minuto di silenzio osservato in Parlamento per Marchionne non è stato fuori luogo: la “fine della Fiat” è un avvenimento civile per il paese. «Il vuoto di leadership lasciato dal Ceo scomparso in Fca è per molti versi il vuoto politico-economico lasciato dalla Fiat in Italia. Un vuoto che alcuni, non senza qualche ragione, misurano nei posti di lavoro bruciati negli ultimi decenni a Mirafiori: da oltre 50mila a poche migliaia. Ma questo – scrive sempre Berti – sarebbe al massimo tentare un bilancio (rozzo e riduttivo) del lungo tramonto Fiat: quello che proprio Marchionne ha evitato si trasformasse in un disastro, anche per l’azienda-Italia». Figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada e tornato a Torino per tenere a galla lo storico gruppo-leader del suo paese, Marchionne «lascia in eredità scelte di cambiamento che interpellano in fondo l’intero paese: i suoi cittadini di oggi e la loro memoria contemporanea».

Un paese, il nostro, per il quale “grande industria” e “automobile” sono state a lungo sinonimo di “Fiat”: la ricostruzione postbellica e il boom economico, la nascita della repubblica come democrazia di mercato, la motorizzazione di massa. Relazioni sindacali, dallo Statuto dei Lavoratori alla Marcia dei Quarantamila. In prima linea sempre loro, i metalmeccanici del Lingotto e di Mirafiori, «mentre Gianni Agnelli è stato per mezzo secolo una sorta di re senza corona, l’unico italiano che poteva davvero permettersi di girare il mondo non da emigrante, trattando alla pari con i potenti della politica e della finanza». Per Berti, il lascito storico di «un uomo che non ha fatto altro che lavorare duramente ogni giorno fino all’ultimo», appare scabro e spigoloso come il suo stile manageriale: «Marchionne ha detto all’Italia che nel ventunesimo secolo non avrebbe potuto più contare sulla mega-industria fordista e novecentesca». Sempre Marchionne, insiste Berti, ha detto all’Italia che la Fiat non era più un potere forte, e che l’Italia avrebbe dovuto cavarsela senza più poteri forti: «Per lui non c’era Mediobanca, non c’era il network mediatico, non c’era lobbismo politico». Finita l’epoca del posto di lavoro garantito: la crisi come emergenza reale, in un mondo ormai reso irriconoscibile dalla globalizzazione.

«Prima di porre domande a parole, Marchionne ha provato a dare risposte nei fatti», conclude Berti. «Le domande possono restare sgradevoli e le sue risposte possono essere contestate. Ma quelle domande e quelle risposte restano. E le ha poste lui». A rendere assordante il silenzio attorno a Marchionne, il mutismo della politicasottomessa al potere economico delle multinazionali finanziarizzate: purtroppo, dichiara Gioele Magaldi a “Colors Radio” in morte del grande manager, non è stato mai possibile condividere nulla, della drastica visione politica del condottiero della Fiat, tristemente segnata dalla rassegnazione “cosmica” al neoliberismo come sistema senza alternative. Negli anni Ottanta, prima che sull’Europa calasse il grande freddo, la Svezia di Olof Palme salvava aziende traballanti ingaggiando il potere finanziario dello Stato e coinvolgendo i lavoratori, trasformandoli in azionisti. Morto Palme, assassinato da killer tuttora ignoti (a trent’anni di distanza dall’agguato) non sono soltanto crollate le industrie tradizionali europee, ma anche e soprattutto gli Stati sovrani, dotati di facoltà finanziarie indipendenti dai mercati: così è finita la mitica classe media, che ha smesso di comparare anche le Panda di Marchionne fabbricate da operai messi alla frusta per non perdere il posto di lavoro. Risuonano nel silenzio, oggi, le dure verità che Marchionne ha snocciolato in mezzo alle bugie di una politica ridotta a trascurabile servitrice di poteri economici fortissimi e mercenari, senza più bandiere nazionali.

 

 

 

fonte:http://www.libreidee.org/2018/07/le-verita-di-marchionne-e-il-silenzio-della-politica-neoliberista/

Solo oggi altri 4 operai morti sul lavoro. Ma non Vi preoccupate, Salvini sta lavorando sodo per imporre il crocefisso in TUTTI i luoghi pubblici…!

 

morti sul lavoro

 

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Solo oggi altri 4 operai morti sul lavoro. Ma non Vi preoccupate, Salvini sta lavorando sodo per imporre il crocefisso in TUTTI i luoghi pubblici…!

Oggi sono morti 4 operai: l’emergenza vera d’Italia che il governo neppure considera

Se questo è lavoro: morti schiacciati, morti d’infarto, morti per cadute. Oggi quattro, quattro padri di famiglia, hanno perso la vita. Per loro neppure una prece dal governo della paura

Quattro morti in un giorno. Abbiamo messo solo le notizie flash. Quattro: Cuneo, Genova, Catanzaro, Pavia. Perché le morti sul lavoro non hanno geografia, non hanno età. E una strage quotidiana. Quando il governo parla di emergenze e dimentica questa, la più grave, dimostra solo la pochezza di un esecutivo, caricato a pallettoni su propaganda e false urgenze. Parlerete voi di Palazzo Chigi con le vedove , i figli di questi operai? O non avranno neppure un piccolo aiuto? Neanche un necrologio di Stato?
Segue la feroce cronaca.
Cuneo: E’ morto travolto dal crollo di un mucchio di terra mentre controllava uno scavo appena eseguito nel centro di Busca, e non a causa di una caduta, Aldo Taricco. L’uomo, originario di Tarantasca, è stato subito soccorso, ma per lui non c’è stato nulla da fare. Sull’esatta dinamica dell’incidente sono in corso gli accertamenti dello Spresal e delle forze dell’ordine. L’incidente sul lavoro è avvenuto in un cantiere del centrale corso Romita.
Genova: Il dipendente di una azienda florovivaistica è morto stamani nel giardino di Villa Banfi, a Genova Pegli, schiacciato da un mezzo agricolo. L’uomo, operaio manutentore del verde, è morto sul colpo. Sul posto Vigili del fuoco, 118, carabinieri e ispettorato del lavoro. La vittima è un genovese di 46 anni, Matteo Marré Brunenghi. Lavorava per la ditta Vivai Carbone, una piccola azienda che da anni si occupa della potatura del verde in subappalto per Aster, l’azienda comunale di manutenzioni. L’incidente è avvenuto questa mattina: il 46enne è rimasto schiacciato da un trattore che si è ribaltato. Il magistrato di turno, il sostituto procuratore Chiara Maria Paolucci, è stata informata dell’ accaduto e nelle prossime ore aprirà un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti e darà l’incarico per eseguire l’autopsia.
Catanzaro: Un operaio di 50 anni, O.D., è morto in un incidente su lavoro a Borgia, un centro a pochi chilometri da Catanzaro. L’operaio, secondo quanto si  è appreso,  è caduto, per cause in corso d’accertamento, da un’impalcatura sulla quale stava lavorando per la realizzazione di un muro. O.D. è deceduto sul colpo anche perché un pezzo di ferro, nella caduta, gli si è conficcato nello sterno. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, che hanno avviato le indagini per ricostruire la dinamica dell’incidente ed accertare eventuali responsabilità.
Pavia: Un operaio di 54 anni è morto la scorsa notte, stroncato da un infarto, in un’azienda di Parona, un comune della Lomellina a pochi chilometri da Vigevano nel Pavese. L’uomo, che abitava a Cilavegna (Pavia), stava svolgendo un turno notturno nella ditta (specializzata nella realizzazione di lamine di metallo) quando si è improvvisamente accasciato. I suoi colleghi hanno cercato subito di rianimarlo, utilizzando anche il defibrillatore. Sul posto è arrivato, nel giro di pochi minuti, il 118. Il lavoratore è stato trasportato al Pronto Soccorso dell’ospedale di Vigevano, ma ogni tentativo di salvarlo purtroppo è risultato vano. Al momento non si sa se, quando è stato colto da malore, l’operaio stesse svolgendo mansioni particolari. Sul fatto è stata aperta un’inchiesta.

 

tratto da: https://www.globalist.it/news/2018/07/25/oggi-sono-morti-4-operai-l-emergenza-vera-d-italia-che-il-governo-neppure-considera-2028490.html

Milano – Morire a 70 anni, facendo l’operaio appeso in aria mentre maledici la Fornero…!

 

 

Fornero

 

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Milano – Morire a 70 anni, facendo l’operaio appeso in aria mentre maledici la Fornero…!

 

Ennesimo incidente sul lavoro. Sembrerebbe una notizia di cui non occuparsi più, tante ne dobbiamo registrare (circa tre morti al giorni, più una decina di feriti, quando va tutto, ma proprio tutto bene).

Ma in quello che è avvenuto a Milano, a Palazzo Reale, c’è quel dettaglio in più che ha costretto molte testate ad occuparsene: l’operaio aveva 70 anni.

La vergogna mostruosa della normativa sul lavoro e la pensione, in questo paese, lo registra come “libero professionista e titolare di una ditta individuale”. Una partita Iva, insomma, per poter continuare a lavorare visto che la pensione non può bastare.

A questa giovane età l’operaio ballava su una scala a cinque metri d’altezza, durante gli ultimi lavori di allestimento della mostra dedicata ad Agostino Bonalumi.

Attendiamo con pazienza che l’ex ministro Elsa Fornero sia chiamata in qualche trasmissione televisiva a spiegare che, in fondo, è giusto così, che i conti dello stato ne trarranno giovamento (con la morte cessa anche l’erogazione di quella miseria di pensione), magari mostrando una lacrima tra un ditino alzato e un sorrisetto sprezzante.

Cara Elsa, anche questo ce l’hai sulla coscienza…

 

by Eles

 

Luigi Di Maio stronca Silvio Berlusconi: “Mi critica per i miei lavori umili? …Però io capisco cosa stanno passando i giovani”

 

Luigi Di Maio

 

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Luigi Di Maio stronca Silvio Berlusconi: “Mi critica per i miei lavori umili? …Però io capisco cosa stanno passando i giovani”

 

Luigi Di Maio contro Silvio Berlusconi: “Mi critica per i miei lavori umili? Io però capisco cosa stanno passando i giovani”

“Mi meraviglia che Berlusconi non riconosca lavori umili come lavori. Non credo di dovermi scusare per aver fatto lavori umili… Invece proprio quelle esperienze mi possono servire per aiutare tanti giovani che non trovano lavoro o sono disposti ad accettare anche senza essere pagati pur di avere un lavoro”, ha replicato Luigi Di Maio alle critiche di Silvio Berlusconi sul decreto dignità.

Luigi Di Maio torna a polemizzare con Silvio Berlusconi sulla questione lavoro. Pochi giorni fa, l’ex cavaliere ha criticato il decreto dignità voluto dal ministro del Lavoro, scagliandosi in particolare contro le norme a contrasto del precariato e della localizzazione: “Di Maio vuole regolare per decreto una cosa che non ha mai conosciuto, il mondo del lavoro. Non avendo idee originali, rispolvera ricette vecchieche sono fallite in tutto il mondo: sembra incredibile ma il ministro del Lavoro ripropone nel 2018 soluzioni vetero-comuniste già sconfitte nel ‘900 e alle quali non credono più nemmeno i sindacati seri”.

Di Maio, ospite a In Onda, ha risposto e attaccato il leader di Forza Italia per una serie di uscite relative ai lavori umili che l’attuale vicepremier ha svolto prima di diventare parlamentare: “Mi meraviglia che Berlusconi non riconosca lavori umili come lavori. Non credo di dovermi scusare per aver fatto lavori umili… Invece proprio quelle esperienze mi possono servire per aiutare tanti giovani che non trovano lavoro o sono disposti ad accettare anche senza essere pagati pur di avere un lavoro”.

Nel corso della campagna elettorale, l’ex cavaliere ha più volte attaccato Luigi Di Maio sostenendo fosse un candidato inadeguato in quanto prima di diventare parlamentare della Repubblica aveva svolto solamente lavori umili come il muratore o lo steward allo stadio San Paolo di Napoli. “Si è iscritto a legge e ha fallito e ha fatto un solo mestiere: lo stewardal San Paolo per vedere gratis le partite del Napoli”, disse lo scorso novembre.

fonte: https://www.fanpage.it/luigi-di-maio-contro-silvio-berlusconi-mi-critica-per-i-miei-lavori-umili-io-pero-capisco-cosa-stanno-passando-i-giovani/

Morire a 70 anni, facendo l’operaio appeso in aria …Cara Elsa, C’HAI PURE QUESTO SULLA COSCIENZA…!

 

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Morire a 70 anni, facendo l’operaio appeso in aria …Cara Elsa, C’HAI PURE QUESTO SULLA COSCIENZA…!

Milano. Morire a 70 anni, facendo l’operaio appeso in aria

Ennesimo incidente sul lavoro. Sembrerebbe una notizia di cui non occuparsi più, tante ne dobbiamo registrare (circa tre morti al giorni, più una decina di feriti, quando va bene).

Ma in quello che è avvenuto stamattina a Milano, a Palazzo Reale, c’è quel dettaglio in più che ha costretto molte testate ad occuparsene: l’operaio aveva 70 anni.

La vergogna mostruosa della normativa sul lavoro e la pensione, in questo paese, lo registra come “libero professionista e titolare di una ditta individuale”. Una partita Iva, insomma, per poter continuare a lavorare visto che la pensione non può bastare.

A questa giovane età l’operaio ballava su una scala a cinque metri d’altezza, durante gli ultimi lavori di allestimento della mostra dedicata ad Agostino Bonalumi.

Attendiamo con pazienza che l’ex ministro Elsa Fornero sia chiamata in qualche trasmissione televisiva a spiegare che, in fondo, è giusto così, che i conti dello stato ne trarranno giovamento (con la morte cessa anche l’erogazione di quella miseria di pensione), magari mostrando una lacrima tra un ditino alzato e un sorrisetto sprezzante.

 

fonte: http://contropiano.org/news/lavoro-conflitto-news/2018/07/09/milano-morire-a-70-anni-facendo-loperaio-appeso-in-aria-0105713

Austria, il governo di estrema destra propone la giornata lavorativa a 12 ore. Perchè, se siete tanto coglioni da non averlo ancora capirlo, voi, gente comune, non siete altro che carene da macello!

 

destra

 

 

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Austria, il governo di estrema destra propone la giornata lavorativa a 12 ore. Perchè, se siete tanto coglioni da non averlo ancora capirlo, voi, gente comune, non siete altro che carene da macello!

 

 

Decine di migliaia di persone hanno riempito le strade di Vienna lo scorso 30 maggio per esprimere la loro opposizione alle nuove leggi antipopolari del governo di destra-estrema destra che includono la giornata lavorativa di 12 ore e la settimana lavorativa di 60 ore, senza che le ore in più vengano pagate come straordinario.

Secondo le autorità alla manifestazione hanno partecipato circa 80.000 persone, mentre gli organizzatori della Confederazione Sindacale Austriaca (ÖGB) parlano di 100.000-120.000 partecipanti da tutto il paese e industrie. Attualmente, la giornata lavorativa in Austria è di 8 ore con una settimana lavorativa di 40 ore; tuttavia, esiste già una disposizione che consente alle aziende di far lavorare i propri dipendenti fino a 10 ore al giorno e fino a 50 ore settimanali, ma a seguito di contrattazione coi consigli di fabbrica. Il governo “nazionalista-populista”, guidato da Sebastian Kurz sostenuto da una coalizione composta dal Partito Popolare (ÖVP) di destra e dal Partito Libertà (FPÖ) di estrema destra (alleato della Lega di Salvini), ha ammesso che le modifiche alle leggi sul lavoro sono necessarie per dare alle imprese (i capitalisti) maggiore flessibilità per migliorare la loro competitività internazionale: perfettamente in linea con le strategie del capitale e direttrici dell’UE. Per il sindacato si tratta della «cambiale che Kurz deve agli industriali per il loro sostegno alla sua campagna elettorale».

Il Partito del Lavoro d’Austria (Partei der Arbeit, PdA), membro della Iniziativa Comunista Europea, ha partecipato con un proprio blocco alla manifestazione, chiamando a continuare e intensificare la lotta, la mobilitazione e le azioni dei lavoratori «fino a quando questa legge e questo governo non cadranno!». Inoltre, ha evidenziato, come questa manifestazione abbia dimostrato «come i lavoratori sono pronti a combattere» invocando l’organizzazione degli scioperi sottolineando come sia stato il fermento nella base dei lavoratori a costringere la leadership sindacale della ÖGB a chiamare la mobilitazione. Scioperi e assemblee sono in corso nel settore dei trasporti (ferrovie e trasporto locale).

Il progetto di legge dovrebbe esser approvato dal parlamento austriaco giovedì. La mobilitazione ha portato al momento ad una parziale marcia indietro da parte del governo che ha annunciato che i singoli lavoratori potranno rifiutarsi (sulla carta) di fare “straordinari” (non pagati) senza dare una motivazione. Ma questo naturalmente non cambia la portata dell’attacco antioperaio operato dal governo nazionalista che colpisce una delle primarie e principali conquiste del movimento operaio internazionale, spostando ulteriormente i rapporti di forza dalla parte del padrone che non dovrà giustificare l’estensione dell’orario di lavoro e di conseguenza nemmeno contrattarlo con il consiglio di fabbrica ma solo col singolo lavoratore altamente ricattabile. Un attacco che volto nella direzione di rafforzare il capitale nel proprio paese include anche il taglio e la limitazione dei sussidi di disoccupazione.

Inizialmente rivolta contro i rifugiati e gli immigrati, mirando a dividere i lavoratori, la linea politica del governo nazionalista-populista ha svelato ben presto nella pratica tutta la sua natura di classe al servizio dei capitalisti. L’attacco ai sussidi si vuol estendere adesso anche ai disoccupati austriaci dopo aver drasticamente ridotto (cambiando anche alcuni sostanziali criteri) quelli per i rifugiati e richiedenti asilo. Attualmente, il sussidio di disoccupazione (Arbeitslosengeld), a determinate condizioni, corrisponde al 55% del reddito netto precedente e dura circa 5 mesi (20 settimane). Alla scadenza di questo periodo, viene data la cosiddetta “assistenza d’emergenza” (Notstandshilfe) che consiste nel 90%-95% del sussidio di disoccupazione per una durata illimitata ma non sufficiente per il costo della vita.

La riforma dal titolo “Nuovo sussidio di disoccupazione” (Arbeitslosengeld NEU), prevede la cancellazione dell’”assistenza d’emergenza” e i disoccupati accederanno solo al reddito minimo garantito (Mindestsicherung) legato all’accettazione di un “qualsiasi lavoro”. L’indennità di disoccupazione sarà ridotta, soprattutto per coloro che hanno lavorato per molti anni, che hanno avuto un salario decente e, quindi, un relativamente alta disoccupazione. Inoltre, i beneficiari del reddito minimo garantito non possono avere “beni” (auto, depositi ecc.) superiori ai 4.200€. Insomma, da adesso i disoccupati saranno costretti a vendere quello che hanno per accedere al reddito minimo garantito e, inoltre, i beneficiari, saranno fortemente spinti ad accettare lavori di qualsiasi natura e in qualsiasi parte del paese. Le agenzie per l’impiego assegneranno i disoccupati in tutto il paese, a seconda delle esigenze delle imprese, sotto la minaccia della perdita del sostegno.

Ma l’attacco contro i disoccupati è già in atto. Lo scorso anno il Servizio del Mercato del Lavoro (ArbeitsMarktService-AMS) ha tagliato i sussidi di disoccupazione o l’assistenza di emergenza a 111.541 disoccupati, di cui circa 19.000 per aver rifiutato il lavoro non accettando come motivazioni la “distanza” o il “basso salario” anche se prossimo alla soglia di povertà.

 

 

fonte: http://www.lariscossa.com/2018/07/02/austria-governo-estrema-destra-porta-la-giornata-lavorativa-12-ore-forti-proteste/

Paragone contro il Pd: “è imbarazzante che da sinistra arrivino critiche sul reddito di cittadinanza. Perdete perché avete tradito i lavoratori”

 

Paragone

 

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Paragone contro il Pd: “è imbarazzante che da sinistra arrivino critiche sul reddito di cittadinanza. Perdete perché avete tradito i lavoratori”

“Provo un certo imbarazzo nel sentire che proprio dai banchi di sinistra arrivano le critiche sul reddito di cittadinanza, che spazza via il ricatto di quegli imprenditori che continuano a dire ‘o prendete questo contratto, o vi adeguate a questa paga, oppure fuori c’è la fila di disoccupati pronti a fare quello che tu oggi neghi’. Magari stranieri illegali che sono così più facili da minacciare”.

Lo ha detto Gianluigi Paragone intervenendo giovedì al Senato.

“Il neoliberismo accettato dal centrosinistra, o come primo attore o come sostegno di governi tecnici – ha proseguito l’esponente pentastellato – ha fatto sì che il lavoro diventasse sinonimo di occupazione. Ma lavoro e occupazione non sono la stessa cosa, assolutamente. Il lavoro che diventa lavoretto, com’è un po’ nel predicato della frontiera della gig economy, che se non normata rischia di produrre un moderno feudalesimo”.

“Bene quindi ha fatto il ministro Di Maio – ha aggiunto Paragone – un segno evidente e marcato sui riders, cioè sui fattorini che consegnano il cibo a domicilio”.

Secondo il senatore del M5S non servono nuove leggi, ma “quelle che ci sono vanno rispettate per onorare la legge e onorare il lavoro. Investendo in sicurezza si rispetta la legge e si onora il lavoro”. “Per questo – ha continuato – premiare anche fiscalmente chi investe in sicurezza serve anche di più che intervenire con altre norme”.

“La sicurezza – ha affermato l’ex conduttore de La Gabbia rivolgendosi ai senatori di sinistra – è un fatto culturale, i cittadini e i lavoratori sono centrali. Lo dico ai banchi di sinistra: se avete perso anche nelle regioni rosse è perché forse avete tradito i lavoratori. Questo è l’insegnamento che arriva”.

Paragone ha poi invitato a fermare la pubblicità del gioco d’azzardo e ha concluso: “La sicurezza parte dai diritti e dalla dignità.”

 

Gianluigi Paragone vs Pd: “Avete tradito i lavoratori!”