Il Venezuela di Maduro? Il 70% del PIL va in spesa sociale (in Italia siamo sotto il 14%) – Questa e tutte le altre verità sul dittatore (eletto democraticamente con il 68% dei voti) che gli autoploclamati padroni del mondo americani vogliono deporre a tutti i costi…!

 

Maduro

 

 

.

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

 

Il Venezuela di Maduro? Il 70% del PIL va in spesa sociale (in Italia siamo sotto il 14%) – Questa e tutte le altre verità sul dittatore (eletto democraticamente con il 68% dei voti) che gli autoploclamati padroni del mondo americani vogliono deporre a tutti i costi…!

Più che il solo petrolio: perché gli Usa hanno fretta con il Venezuela

Intervistato da The Wall Street Journal, il golpista Juan Guaidò ha dichiarato di non credere che Russia e Cina siano veramente dalla parte di Nicolas Maduro: “Essi semplicemente difendono i propri investimenti in Venezuela. A poco a poco però cominceranno a capire che Maduro non può offrire loro né stabilità, né garanzie”.

Appena un paio di giorni fa, la Tass riferiva che il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov, commentando le notizie diffuse da Bloomberg secondo cui Mosca comincerebbe a dubitare della necessità di continuare a sostenere il presidente venezuelano, aveva ribadito che la “posizione del Cremlino riguardo l’appoggio a Maduro non è cambiata”. Inoltre, smentendo indirettamente voci su presunti piani russi per una operazione come quella che nel 2014 aveva sottratto il presidente ucraino Viktor Janukovich al sicuro linciaggio da parte delle bande naziste, Peskov aveva detto anche che il Cremlino “non sta allestendo alcuna operazione per l’evacuazione del presidente Nicolas Maduro dal Venezuela”, sottolineando “l’inammissibilità di qualsiasi interferenza dall’esterno e le possibili conseguenze catastrofiche di qualsiasi intromissione di forza da parte di paesi terzi”.

Intromissione che, però, nella stessa intervista, Guaidò dà praticamente come certa: “l’intervento militare può essere la forma più efficace di pressione” per costringere “il dittatore ad andarsene” e per la quale il Ministero degli esteri russo afferma di disporre di informazioni secondo cui Washington avrebbe già preso la decisione, pianificando bombardamenti aerei su diverse aree del paese.

Dylan Malyasov scrive poi su Defence Blog che “il Venezuela ha 90 giorni di tempo. È stato diramato l’ordine per la preparazione di attacchi aerei sui principali centri militari e politici del paese, su basi di difesa aerea e forze navali. Contemporaneamente, avanzeranno truppe di terra dalla Colombia”.

In tale situazione, non priva di spunti originali sembra l’analisi condotta da Ruslan Khubiev sulla russa iarex.ru. [nota: con il termine di “rivoluzionari” si intendono i golpisti]

*****

Più che il solo petrolio: perché gli USA in realtà hanno fretta con il Venezuela

Il mondo dell’uomo moderno è fatto di informazioni che gli vengono trasmesse. Si può essere ovunque, senza varcare la soglia di casa; ma, in tal caso, si deve guardare il mondo con gli occhi degli altri: attraverso gli occhi dei media occidentali, della stampa e soprattutto della propaganda anglosassone.

Nicolas Maduro, presidente venezuelano in carica, dal 2013 ha messo a disposizione circa 1.500.000 di case gratuitamente, ma i media occidentali lo accusano ostinatamente di “gettare la gente in strada”. Caracas, da città delle favelas, si è trasformata in una megalopoli pacifica e tranquilla, ma ciò non impedisce ai media americano-britannici di calunniare il “regime” di connivenza col crimine.

Le merci, importate nel paese dagli Stati Uniti, vengono vendute in Venezuela a prezzi dieci volte più bassi e la differenza di prezzo è coperta dalle sovvenzioni governative. Tre quarti del bilancio del paese sono destinati a investimenti nella sfera sociale, ma la stampa occidentale continua a sostenere che Maduro sottrae redditi alla popolazione.

Il paese ha sempre acquistato prodotti agricoli, principalmente dagli Stati Uniti, in cambio dell’oro nero. Con l’embargo, le sanzioni e il blocco economico, Washington rifiuta anche di vendere prodotti alimentari, ma ciononostante la stampa incolpa di tutto Caracas. Secondo il suo tipico modo, la propaganda anglo-sassone si erge a portavoce dell’ostilità rivoluzionaria, ma non è chiaro come si spieghi tanta fretta.

La società venezuelana è divisa in due. Nel 2016, l’opposizione neoliberale ha vinto le elezioni agli organi legislativi. I prezzi del petrolio, a causa della guerra fredda tra Stati Uniti e Russia sono bruscamente calati, mentre la Casa Bianca diramava una risoluzione in cui si parlava di una “eccezionale minaccia” da parte del Venezuela.

A metà dell’anno scorso, a questi problemi si è aggiunta una grave siccità, nonostante il fatto che il 70% dell’elettricità del paese sia generata da grandi centrali idroelettriche. Subito dopo, l’opposizione venezuelana è stata invitata negli Stati Uniti e la situazione ha cominciato a peggiorare.

L’atmosfera di disinformazione, intensificata dall’Occidente, ha portato confusione persino tra gli amici della repubblica, mentre i “rivoluzionari” si riempivano di così tanto coraggio da dare a Maduro esattamente 6 mesi di vita. L’opposizione ha iniziato a preparare sabotaggi, danneggiamenti elettrici, interruzioni dell’acqua potabile, mentre le sovvenzioni alimentari venivano utilizzate per il mercato nero.

Le persone venivano spinte a vendere i prodotti sovvenzionati agli speculatori che, a loro volta, li commercializzavano massicciamente per l’esportazione. In altre parole, il Venezuela veniva intenzionalmente e artificialmente dissanguato, perdendo flussi di dollari, subiva il sabotaggio interno, il blocco americano e il ricatto.

Come è dunque che gli Stati Uniti non hanno raggiunto lo scopo? Il fatto è che mentre sui media l’opposizione celebrava la vittoria, la leadership del Venezuela stabiliva nel 2017 un nuovo record. Per la prima volta nel mondo, gli investimenti sociali superavano il 70%. Vale a dire che circa tre quarti del bilancio statale venivano indirizzati ai bisogni sociali. In un anno, la popolazione ha ricevuto gratuitamente 359.000 edifici residenziali nuovi e 335.000 ristrutturati; i servizi sanitari gratuiti sono aumentati di 10 volte: e questa è solo una parte delle misure adottate dal governo.

Nel momento critico, è intervenuta la Russia, con lo storico accordo dell’OPEC+. La diplomazia russa ha riportato il prezzo a un livello accettabile, il che ha contribuito in buona parte a salvare il Venezuela, accollatosi un corso sociale molto pesante.

Nel maggio 2018, poi, gli USA si sono sentiti offesi nei loro migliori sentimenti. Per anni Washington ha cercato di persuadere il mondo che il socialismo possa arrivare al potere solo sulle baionette della rivoluzione, ma nessuno lo sceglierebbe per via democratica. Ciononostante, alle elezioni dello scorso anno, a dispetto dell’opposizione, è avvenuto proprio questo. Il “dittatore” Maduro ha ottenuto il 68% dei voti. In qualsiasi altra “democrazia” occidentale sarebbe stato considerato un grande trionfo, ma la Casa Bianca ha intravisto nuove opportunità nel restante 32%.

Disgraziatamente, in gran parte è stato lo stesso Maduro a permettere che ciò avvenisse, essendosi confermato al potere per mezzo di un aperto voto democratico. Il leader venezuelano ha aggirato il normale stadio dell’epurazione rivoluzionaria delle élite, cosa che Hugo Chavez a suo tempo non ha mai fatto. Come risultato, il neo-eletto presidente è rimasto uno contro uno di fronte alla crisi economica, al doppio sistema di conversione valutaria, al mercato nero e, soprattutto, con solo il 15-20% di economia nazionalizzata, mentre il restante 80% del patrimonio del paese rimaneva in mano all’impresa privata e all’opposizione.

Sono proprio queste “mani” che ora spingono al colpo di stato, con gli americani che li usano per indirizzare la protesta. Formalmente, al Venezuela si oppone un parlamento di opposizione, disciolto per violazione delle norme costituzionali e non riconosciuto nel paese; tuttavia, in realtà,il problema principale di Caracas è la guerra economica totale con l’America.

Il 90% delle esportazioni venezuelane è costituito dal petrolio “pesante” – una sostanza altamente viscosa, che non scorre attraverso le tubazioni e che perciò deve essere diluita prima di venir esportata. Nel passato, per superare il problema, per anni i giacimenti sono stati dati in concessione ad altri stati, col risultato che, attraverso questo “giro”, gli Stati Uniti ottenevano un ventaglio di opportunità. Contro la PDVSA, la compagnia gas-petrolifera venezuelana e principale importatore degli additivi necessari al paese, sono state imposte pesanti sanzioni. La nafta, ottenuta dalla distillazione del petrolio, era fornita dagli Stati Uniti e, senza di essa, era impossibile liquefare e trasportare la materia prima attraverso le condotte.

Washington lo sa perfettamente e sa anche che senza le entrate petrolifere non si sarebbero potuti adempiere gli estesi impegni sociali; perciò, insieme al blocco delle petroliere nel Golfo del Messico, scientemente si è dato luogo contro Caracas a un deficit di “olii combustibili”. In altre parole, l’America, nel suo “sincero” desiderio di “aiutare” il Venezuela, ha fatto di tutto affinché i problemi del popolo venezuelano aumentassero.

Non bisogna dimenticare che la seconda metà del gioco degli anglosassoni è incentrata sul fatto che il Venezuela è una società estremamente polarizzata. Manca nel paese una classe media, mentre lo strato dei ricchi è nettamente separato dalla maggioranza dei cittadini comuni. Con Chavez e Maduro, milioni di persone della seconda categoria hanno ottenuto l’accesso alle prestazioni sociali, mentre la minoranza costituita dall’élite è stata allontanata dalla “mangiatoia”.

Questa minoranza è composta di persone completamente americanizzate, da tempo avvezze a odiare la propria patria; i loro figli studiano nelle università britanniche e americane; sono schizzinose su tutto ciò che è venezuelano e nei loro quartieri hanno creato piccoli “paradisi” pro-americani. Ed è questa la principale forza trainante dell’attuale rivoluzione “colorata”.

Negli anni 2000, Washington aveva già usato queste forze e aveva creato i presupposti per causare problemi economici nel paese. Aveva formato esattamente gli stessi golpisti ed era riuscita addirittura a far loro eseguire un arresto. Arrestando Hugo Chávez, la Casa Bianca, allo stesso modo di oggi, si era affrettata a riconoscere quale nuovo leader la marionetta dell’opposizione, ma gli eventi si erano sviluppati lungo un percorso diverso.

Il popolo del Venezuela aveva dimostrato di essere capace di fare ciò che gli ucraini non sono stati in grado di fare nel 2014 e che sono stati capaci di realizzare i cittadini del nostro paese.

A Caracas nel 2002 e a Mosca nel 2012, la gente non è rimasta a guardare in silenzio, mentre nella capitale veniva tentato un colpo di stato, ma è invece scesa in strada per protestare contro i manifestanti. Di conseguenza, rendendosi conto di dove soffiasse il vento e vedendo come la gente sostenesse i leader, i membri dubbiosi dell’élite politica si associarono alla maggioranza. Nel caso di Hugo Chavez, egli fu rilasciato; nel caso della Russia, Vladimir Putin rimase al potere. I leader dell’opposizione creati dagli Stati Uniti non si erano rivelati all’altezza.

Memore della storia, Maduro nei giorni scorsi ha dichiarato che, come all’epoca di Chavez, il paese sta creando 50.000 unità di milizia popolare e che entro maggio ci saranno 2 milioni di uomini organizzati. “Il popolo” ha detto Maduro, “non permetterà all’impero nordamericano di toccare un palmo del territorio del paese”. A tal fine, ogni mese arrivano in Venezuela armi dalla Russia. Il paese è già protetto da una possibile variante di intervento americano, con sistemi di difesa antiaerea russi, complessi antiaerei S-300, artiglieria, aerei e tecnologia missilistica.

Caracas dispone di cinque divisioni complete, per un totale di 90.000 uomini, e anche la filoamericana Colombia si rifiuta di mettere a disposizione degli USA una propria area come testa di ponte.

A partire dal 2006, il nostro paese e nostre società statali hanno fornito al Venezuela prestiti e linee di credito per circa 17 miliardi di dollari e la Cina ha investito ancora di più. Con ciò, Mosca e Pechino difendono non solo i propri interessi finanziari, ma anche quelli geopolitici: è ormai evidente come, negli ultimi anni, quando i media internazionali lanciano inviti ad “andarsene”, significa che l’Occidente si prepara a compiere un’altra rapina.

Da un lato, il Venezuela è ostaggio delle proprie condizioni climatiche: l’80% del territorio non è adatto per viverci. D’altro canto, è proprio in questa parte che c’è la ricchezza del paese. Per riserve di gas naturale nell’emisfero occidentale, il Venezuela è secondo solo agli Stati Uniti e li raggiunge anche per riserve di carbone, ferro, manganese, titanio, nichel, rame, piombo-zinco e altri minerali. Presenti anche bauxite, cobalto, oro, diamanti, argento, amianto, fosforite e altri elementi della tavola di Mendeleev: compagnie cinesi e russe operano in molti di questi settori.

Secondo l’Europa, il Canada e l’America, tale situazione è “estremamente ingiusta”; quindi, il burattino degli anglosassoni, Guaidò, ha già dichiarato che per il Venezuela “non è vantaggioso cooperare con Cina e Russia”, perché entrambi questi stati “depredano” il suo paese.

Nel mondo moderno, il primo elemento per le invasioni dirette o indirette è la presenza di risorse energetiche nel paese. Inoltre, il Venezuela è la chiave per Nicaragua e Cuba. Nel primo paese, la Cina si stava apprestando a costruire un analogo del Canale di Panama, mentre nel secondo sono in gioco interessi del nostro stato. Oltretutto, la realizzazione del canale sarebbe impossibile senza l’ombrello militare di Mosca, mentre Cuba rimane nell’orbita del Cremlino con il sostegno finanziario di Pechino.

Per gli Stati Uniti, è necessario disporre delle riserve petrolifere venezuelane per garantirsi un fattore quale leva sul prezzo del greggio, così che il crollo artificiale del prezzo del petrolio possa essere utilizzato contro Mosca e, d’altro lato, il divieto di esportazione di risorse energetiche venezuelane verso la Cina, contro Pechino. L’urgenza di agire in questa direzione è data dal fatto che il successo della Russia in Siria ha infranto i piani americani a lungo termine, che avevano l’obiettivo di isolare la Cina dalle risorse energetiche del Medio Oriente.

In fin dei conti, il controllo sui flussi di gas e petrolio, la creazione di eserciti terroristici “manovrabili” e molto altro, non sono andati come voluto; avrebbe dovuto essere avviato un potente strumento per la determinazione dei prezzi del petrolio, per esercitare pressioni su Russia e Cina. La minaccia del crollo delle esportazioni e dell’economia cinese, bloccandone l’accesso alle risorse energetiche, doveva diventare un’arma pesante nella guerra “commerciale”, mentre il dumping sui prezzi dell’energia avrebbe dovuto costituire lo strumento principale di un golpe “colorato” in Russia.

Con la vittoria di Mosca, è cambiato tutto. Di più: la Russia non solo è riuscita a cancellare i piani statunitensi in Siria, ma ha anche ottenuto non piccoli successi con un altro elemento. Il principale meccanismo degli Stati Uniti per il crollo dei prezzi del petrolio, vale a dire la Casa dei Saud, con l’entrata della Russia nell’OPEC+ si è indebolito. Al contrario, gli accordi conclusi da Mosca nell’ambito di questa organizzazione, hanno bloccato i tentativi USA di abbattere di nuovo i prezzi dei prodotti energetici.

In altre parole, nelle condizioni attuali, senza il Venezuela è impossibile abbattere a lungo il prezzo del petrolio e, senza far ciò, è difficile eliminare la Russia dal “duumvirato” con la Cina, e, senza eliminare Mosca, non si può far niente con Pechino.

In questo contesto, appare estremamente ironico l’elenco dei paesi occidentali che sostengono l’opposizione venezuelana. Particolarmente ironico è lo zelo della Parigi ufficiale, dove, sullo sfondo dei blindati a difesa dell’Arco di Trionfo dai manifestanti, l’illogico Macron dichiara il sostegno agli insorti contro il “regime venezuelano”. Nel 2016 si era già assistito a una simile isteria, finita fortunatamente nel nulla.

Lo scorso 6 febbraio, una grande quantità di armi e equipaggiamenti, in arrivo dagli Stati Uniti, è stata sorprendentemente intercettata dalle forze di sicurezza venezuelane. Non a caso, dunque, i cecchini, tipici elementi di ogni “rivoluzione” occidentale, avvezzi a sparare su entrambi i lati della piazza (come nell’ucraina Majdan), non sono ancora comparsi in Venezuela.

Anche le compagnie militari private americane e britanniche e gli agenti di influenza, non di per sé vengono catturati da “certi” agenti di un certo paese; e l’esercito, non casualmente è istruito da consiglieri militari di un “certo” stato. E gli “aiuti” americani al Venezuela”, in formato USAID, e le “missioni” ONU con ambulanze e camion pieni di denaro e armi, nonostante la corruzione, non casualmente sono bloccati alle frontiere del paese. E il tentativo di attacco armato al potere a fine gennaio, contando sugli arsenali militari, è stato sventato non senza l’aiuto di “un certo” controspionaggio di una terza parte.

In poche parole, un attacco di forza a imitazione di un sollevamento militare, con il contemporaneo riconoscimento di Guaidò, un paio di settimane fa, non ha avuto luogo grazie agli sforzi congiunti di Caracas, Mosca e Pechino. Quindi, gli Stati Uniti hanno tutte le chances per incorrere in un nuovo fallimento.

(traduzione di F. Po)

tratto da: http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/02/11/piu-che-il-solo-petrolio-perche-gli-usa-hanno-fretta-con-il-venezuela-0112312?fbclid=IwAR1jeK4R7Q8E_RrfRm2bVpBclQ9cB8MJXOX4VyHPowMyVMIVtoFGV1o8rYw

La vera ragione del golpe in Venezuela: l’opposizione ha offerto agli USA il 50% dell’industria petrolifera nazionale. Ma Gianni Minà aveva previsto tutto già 2 anni fa: “Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela che gli Stati Uniti VOGLIONO”

 

Venezuela

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

La vera ragione del golpe in Venezuela: l’opposizione ha offerto agli USA il 50% dell’industria petrolifera nazionale. Ma Gianni Minà aveva previsto tutto già 2 anni fa: “Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela che gli Stati Uniti VOGLIONO”

Gianni Minà, grande esperto delle questioni dell’america latina, aveva previsto tutto già 2 anni fa:

Cosa sta succedendo in Venezuela? La risposta ce l’ha data Gianni Minà già 2 anni fa: “Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela che gli Stati Uniti VOGLIONO”

La vera ragione del golpe in Venezuela: l’opposizione ha offerto agli USA il 50% dell’industria petrolifera nazionale

Il primo golpe in Venezuela ordito in quel di Washington risale al 2002. Fallì miseramente con il Comandante Chavez che torna in sella a furor di popolo. Le ingerenze di Washington sono state e rimangono una costante nella politica di Caracas. La ricchezza di petrolio e risorse naturali fanno troppo gola all’ingombrante vicino di casa nordamericano che vorrebbe tornare ad avere in quel di Caracas delle figure fantoccio che rispondono agli ordini USA.

Possiamo così spiegare brevemente la grottesca autoproclamazione di Juan Guaidò a presidente ad interim e il tentativo di rovesciare il governo Maduro. Trump, insieme ai falchi stunitensi, ha deciso di impossessarsi del petrolio venezuelano. Costi quel che costi. Con il beneplacito dell’opposizione venezuelana.

Anzi, quest’ultima vista l’incapacità di raggiungere il potere per via democratica è giunta ad offrire il 50% dell’industria petrolifera di Caracas agli USA.

Il ministro del Potere Popolare per il Petrolio e presidente di PDVSA, Manuel Quevedo, ha accusato le forze di opposizione di aver offerto il 50% dell’industria petrolifera nazionale agli Stati Uniti. «L’opposizione vuole mettere in vendita tutte le risorse del popolo venezuelano. Hanno offerto il 50% del settore petrolifero agli Stati Uniti», ha denunciato ai microfoni dell’emittente Venezolana de Televisión (VTV).

Quevedo è intervenuto a una mobilitazione organizzata dai lavoratori del settore petrolifero presso la sede della compagnia statale PDVSA, dove ha sottolineato che l’opposizione di concerto con il presidente statunitense Donald Trump cerca di montare in Venezuela uno scenario simile a quello già visto in Libia.

«Vogliono che la gestione di tutte le risorse sia dell’amministrazione Trump. Vogliono applicare lo stesso copione della Libia, nominare un governo parallelo, intervenire e appropriarsi delle risorse».

Il ministro ha inoltre evidenziato che l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), riconosce il termine 2019-2025 presidenziale del presidente Nicolas Maduro: «L’OPEC ci riconosce, così come molti di quei paesi che hanno ricevuto sanzioni ingiuste dagli Stati Uniti, che perseguono come obiettivo la distruzione economica e l’appropriazione delle loro risorse».

La mossa del congelamento dei conti bancari all’estero di PDVSA e Citgo oltre ad attivi e beni per 7 miliardi di dollari rappresenta un «furto palese» nei confronti del popolo venezuelano. Lo stesso che Stati Uniti e opposizione dicono di voler difendere dal tiranno Maduro.

tratto da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_vera_ragione_del_golpe_in_venezuela_lopposizione_ha_offerto_agli_usa_il_50_dellindustria_petrolifera_nazionale/5694_26975/

Cosa sta succedendo in Venezuela? La risposta ce l’ha data Gianni Minà già 2 anni fa: “Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela che gli Stati Uniti VOGLIONO”

Venezuela

 

 

.

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

Cosa sta succedendo in Venezuela? La risposta ce l’ha data Gianni Minà già 2 anni fa: “Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela che gli Stati Uniti VOGLIONO”

Che succede in Venezuela? La risposta ce l’ha data Gianni Minà già 2 anni fa: “Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela che gli Stati Uniti VOGLIONO”…

Ve ne avevamo già parlato qui:

Gianni Minà: “Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela che gli Usa vogliono”

Già all’epoca si capòiva come sarebbe finita… Perché gli americani, quando si tratta di business se ne passano per il cazzo di democrazia, libertà, umanità e cazzate del genere…

Gianni Minà: “Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela che gli Usa vogliono”

 

Il più grande conoscitore dell’America Latina in Italia: “Io ce li ho questi dati e dicono che di morti ammazzati l’opposizione ne ha fatti molti più del governo. Intellettuali e combattenti come l’argentino Adolfo Pèrez Esquivel (premio Nobel per la Pace nel 1980) o il brasiliano Frei Beto hanno espresso solidarietà a Maduro: sono forse amici dei criminali? C’è un bel pezzo di propaganda”.

 
Chi oggi con il massacro mediatico in corso contro il Venezuela non vorrebbe intervistare l’indiscusso massimo conoscitore dell’America Latina in Italia? Tutti, chiaramente.

Succede che il Corriere della Sera abbia lo scoop. E Fabrizio Caccia intervista Gianni Minà.

Voi, a questo punto, direte: darà il Caccia il massimo risalto alle parole di chi come nessuno conosce quelle terre, la loro storia politica, le loro popolazioni?

Non proprio. L’operazione è questa. Nel titolo e nel sottotitolo neanche si capisce che sia un’intervista a Minà e continua l’operazione di propaganda oltre la vergogna di questi giorni.

Invece di dare risalto alle parole di Gianni Minà e alla sua intervista, il Caccia preferisce dare massimo riferimento ad un appello lanciato pensate da niente meno che…. Rossana Miranda. Vi domanderete chi è Rossana Miranda per finire citata nel Corriere della Sera? Non riusciamo neanche noi a sciogliervi questo dubbio amletico, possiamo solo segnalarvi che da mesi fa propaganda contro il governo venezuelano attraverso un portale italiano, Formiche, e un giornale della destra venezuelana, El Universal.

Siamo arrivati al punto che il Corriere della Sera debba fare propaganda attraverso Formiche?

Si, signori miei, siamo proprio arrivati a questo punto.

Ma torniamo a Gianni Minà. Lo scoop di Caccia viene presentato senza un’introduzione, senza niente, addirittura si ha oggettiva difficoltà a capire che sia un’intervista sui fatti di adesso.

Abbiamo ascoltato telefonicamente Minà che ci ha confermato che si tratta solo di una minima parte delle sue parole. Ma non importa tanto questo, quel che rileva è riportare per intero le parole riprese da Caccia: «Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela, che gli Stati Uniti vogliono”. E ancora: «Bisogna avere in mano i dati dei morti, prima di parlare. Io ce li ho questi dati e dicono che di morti ammazzati l’opposizione ne ha fatti molti più del governo. Intellettuali e combattenti come l’argentino Adolfo Pèrez Esquivel (premio Nobel per la Pace nel 1980) o il brasiliano Frei Beto hanno espresso solidarietà a Maduro: sono forse amici dei criminali? C’è un bel pezzo di propaganda dietro alla storia che Maduro affami il popolo. Il chavismo ha vinto, altroché! Oggi l’esperienza bolivariana ha pure un canale televisivo (TeleSur) e una banca intercontinentale…».

Parole che si perdono nel testo del Caccia tra l’appello di Rossanda, la solita propaganda interna e Paolo Cento. Si avete capito bene. Paolo Cento. Ora mettere nella stessa intervista sull’America Latina Gianni Minà e Paolo Cento, è come mettere nello stesso campo di calcio Diego Armando Maradona e Egidio Calloni o Van Basten e Luther Blissett.

Miracoli della propaganda.

E poi mentre Gianni Minà cita un Premio Nobel del calibro di Esquivel e un gigante come Frei Betto – torturati e arrestati dalle vere dittature dell’America Latina che piacevano tanto a quello stesso occidente che oggi non a caso combatte il governo venezuelano – Paolo Cento invita a fare chiarezza sui fatti di Caracas «già quest’estate nelle feste dell’Unità, di Sinistra Italiana, Articolo 1».  Ora mettere insieme nella stessa intervista Esquivel e Betto con le attuali feste dell’Unità è più o meno come mettere sullo stesso palco i Pink Floyd con Giggione.

Ma per fortuna vostra in questo disastrato mondo dell’informazione italiana avete l’AntiDiplomatico che, nel titolo, nel sottotitolo e nella foto, rende giustizia ad un gigante tra lillipuziani della professione, Gianni Minà.

P.s. Il Frei Beto citato dal Caccia in realtà è Frei Betto,  Teologo della liberazione brasiliano, imprigionato e torturato nel 1969 dalla dittatura militare brasiliana per il suo impegno politico. Ma questo, probabilmente, il Caccia non lo sa.

 

tratto da: https://ilfastidioso.myblog.it/2017/08/07/gianni-mina-il-problema-non-e-maduro-il-problema-e-il-petrolio-del-venezuela-che-gli-usa-vogliono/

Riscaldamento globale ed inquinamento? Per Trump nessun problema: più petrolio e più carbone – Perchè agli americani non bastano più solo le armi per distruggere il Pianeta…!

 

Trump

 

.

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

Riscaldamento globale ed inquinamento? Per Trump nessun problema: più petrolio e più carbone – Perchè agli americani non bastano più solo le armi per distruggere il Pianeta…!

Via libera ad esplorazioni petrolifere e trivellazioni in aree protette e costruzione di nuove centrali elettriche a carbone. Di nuova generazione, certo. Ma sempre a carbone. Una dote che nessuno può negare al presidente degli Stati Uniti, è la solida (o stolida?) certezza nelle sue convinzioni. Al netto di tutto, anche della realtà.

Il riscaldamento globale? Esagerazioni di scienziati progressiti.

L’unica cosa che conta è il rilancio dell’economia.

Coerente con questa visione, ha permeato questi due anni di presidenza di scelte, atteggiamenti e dichiarazioni tutte volte alla massimizzazione del profitto delle lobby industriali e alla minimizzazione dei diritti di chi, negli Usa e nel mondo intero, vorrebbero un ambiente meno inquinato e pericoloso.

Non stupiscono, dunque, le due recenti proposte di legge che vanno ad annullare o quasi quanto il predecessore Obama aveva fatto in tema di tutela dell’ambiente, come racconta anche il Sole 24 Ore in un recente articolo.

La prima è un omaggio alle grandi aziende petrolifere, a cui verrà concesso di procedere ad esplorazioni e trivellazioni in cerca di petrolio e gas in aree fino ad oggi tutelate. L’obiettivo è quello di massimizzare la produzione di combustibili fossili, di cui gli Stati Uniti sono già tra i più grandi al mondo. I motivi di queste politiche vanno ricercati in più direzioni: più indipendenza dall’importazione estera e quindi da “amicizie pericolose” come quella con l’Arabia Saudita, forse incremento dell’export, aumento delle scorte interne e creazione di posti di lavoro.

Inutile commentare quanto possa essere surreale incrementare la produzione di petrolio e derivati in una fase di sconvolgimenti climatici, riscaldamento globale ed inquinamento.

Ma a Trump, e a chi lo sostiene (parliamo delle lobby industriali, ovviamente), evidentemente non interessa.

Più complessa la questione relativa alla seconda proposta di legge, che prevede lo sviluppo di nuove centrali elettriche a carbone “pulito”.

Gli Stati Uniti sono produttori di tecnologie innovative in questo settore, oltre ad essere grandi esportatori di carbone.

Questo a fronte di un calo della produzione interna di elettricità per mezzo di centrali a carbone, sostituite da quelle che utilizzano il gas da argille o shale gas, che però richiede un prezzo molto alto rispetto ai danni prodotti all’ambiente per estrarlo.

Ridare fiato ad un settore in forte calo? Incrementare la produzione di tecnologia da vendere all’estero, puntando sulla riconversione delle “vecchie” centrali a carbone in nuove strutture meno inquinanti?

Qualunque sia la motivazione politica ed economica, stiamo parlando di carbone. Di petrolio. Di gas. Di fonti energetiche non pulite, non rinnovabili ed inquinanti.

Non un buon servizio al mondo, in ogni caso.

 

fonte: http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/12/27/riscaldamento-globale-ed-inquinamento-per-trump-nessun-problema-piu-petrolio-e-piu-carbone-0110986?fbclid=IwAR2VVyP4NZmaLKTj5HsSLg02ZRY0LGj_q5gAqM2Nyo4synTnC7_hPMCbwxY

15 ottobre 1987 – 31 anni fa la fine sogno africano. Assassinato Thomas Sankara, il Presidente eroe che lottò per il riscatto del continente contro lo sfruttamento economico dell’occidente

 

Sankara

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

15 ottobre 1987 – 31 anni fa la fine sogno africano. Assassinato Thomas Sankara, il Presidente eroe che lottò per il riscatto del continente contro lo sfruttamento economico dell’occidente

 

Sankara e il sogno africano
Presidente per quattro anni del Burkina Faso, alla ricerca del riscatto per un intero continente.
Un ricordo di Thomas Sankara.

“L’Africa agli africani!”, urlava a un mondo sordo Thomas Sankara alla metà degli anni Ottanta. La guerra fredda era agli sgoccioli, le speranze sorte dopo l’affrancamento dal dominio coloniale – il 1960 era stato dipinto come l’anno dell’Africa tra proclami e belle parole – erano state ormai strozzate da decenni di sfruttamento economico, disarticolazione sociale e inerzia politica. Le multinazionali invadevano le ricche terre d’Africa, mentre gli Stati del Nord del mondo imponevano condizioni commerciali che impedivano lo sviluppo dei Paesi africani, schiacciati tra debito estero e calamità naturali.
Il 4 agosto 1983, in Alto Volta, iniziava l’esperienza rivoluzionaria di Thomas Sankara, capitano dell’esercito voltaico giunto al potere con un colpo di stato incruento e senza spargimento di sangue. Il Paese, ex colonia francese, abbandonò subito il nome coloniale e divenne Burkina Faso, che in due lingue locali, il moré e il dioula, significa “Paese degli uomini integri”. Ed è dall’integrità morale che Sankara partì per tagliare i ponti con un triste passato e con deprimente presente. Pochi dati illustrano quanto grave fosse la situazione: tasso di mortalità infantile del 187 per mille (ogni cinque bambini nati, uno non arrivava a compiere un anno), tasso di alfabetizzazione al 2%, speranza di vita di soli 44 anni, un medico ogni 50.000 abitanti.
“Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”, era solito ripetere Sankara, che visse un’infanzia di miseria (“Quante volte i miei fratelli e io abbiamo cercato qualcosa da mangiare nelle pattumiere dell’Hotel Indépendance”) e povero, come gli altri burkinabè, è sempre rimasto. Le auto blu destinate agli alti funzionari statali, dotate di ogni comfort, vennero sostituite con utilitarie, ai lavori pubblici erano tenuti a partecipare anche i ministri. Sankara stesso viveva in una casa di Ouagadougou, la capitale del Paese, che per nulla si differenziava dalle altre; nella sua dichiarazione dei redditi del 1987 i beni da lui posseduti risultavano essere una vecchia Renault 5, libri, una moto, quattro biciclette, due chitarre, mobili e un bilocale con il mutuo ancora da pagare.
“È inammissibile”, sosteneva, “che ci siano uomini proprietari di quindici ville, quando a cinque chilometri da Ouagadougou la gente non ha i soldi nemmeno per una confezione di nivachina contro la malaria”. Negli stessi anni i suoi omologhi si trinceravano in lussuose ville o agli ultimi piani dei migliori hotel, lontani anni luce dai bisogni quotidiani della popolazione. Per esempio il presidente della Costa d’Avorio, Felix HouphouëtBoigny, aveva fatto costruire in pieno deserto una pista di pattinaggio su ghiaccio per i propri figli. Quando alcuni capi di Stato si offrirono per donare a Sankara un aereo presidenziale, la risposta fu che era meglio fare arrivare in Burkina Faso macchinari agricoli. E la terra burkinabè non è mai stata particolarmente fertile, inaridita dall’Harmattan, il vento secco proveniente dal deserto del Sahara che lambisce i confini settentrionali del Paese.
Per ridare impulso all’economia si decise di contare sulle proprie forze, di vive re all’africana, senza farsi abbagliare dalle imposizioni culturali provenienti dall’Europa: “Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni”. “Consumiamo burkinabè”, si leggeva sui muri di Ouagadougou, mentre per favorire l’industria tessile nazionale i ministri erano tenuti a vestire il faso dan fani, l’abito di cotone tradizionale, proprio come Gandhi aveva fatto in India con il khadi.
Le magre risorse vennero impiegate per mandare a scuola i bambini e le bambine – nel 1983 la frequenza scolastica era attorno al 15% – e per fornire cure mediche ai malati, organizzando campagne di alfabetizzazione e di vaccinazione capillare contro le infermità più diffuse come la febbre gialla, il colera e il morbillo. L’obiettivo era di fornire 10 litri di acqua e due pasti al giorno a ogni burkinabè, impedendo che l’acqua finisse nelle avide mani delle multinazionali francesi o statunitensi e cercando finanziamenti che fossero funzionali allo sviluppo idrogeologico del Paese, non al profitto di pochi uomini d’affari.
Il Burkina Faso divenne un esempio per le altre nazioni, governate da élitecorrotte e supine ai dettami provenienti dagli istituti economici internazionali. Se un piccolo Paese, condannato anche dalla geografia (il deserto avanzava verso sud di sette chilometri all’anno mangiandosi campi coltivati; esiste un solo corso fluviale e non c’è alcuno sbocco sul mare) riusciva a levare il proprio grido di dolore e di insofferenza e a dimostrare che i problemi che affliggevano l’Africa si potevano risolvere, cosa avrebbero potuto fare Paesi con immense risorse naturali? Il 15 ottobre 1987 Sankara, che a dicembre avrebbe compiuto 38 anni, veniva ucciso: troppo scomodo, troppo generoso, troppo attento alle esigenze della povera gente. Quando i giovani africani cominciarono a chiedere ai propri governanti di seguire l’esempio di Sankara, il complotto prese forma e coinvolse chi, in Burkina Faso, in Africa e in Europa, non poteva tollerare la sua indisciplina e la sua semplicità.
In quattro anni Sankara aveva invitato i Paesi africani a non pagare il debito estero per concentrare gli sforzi su una politica economica che colmasse il ritardo imposto da decenni di dominazione coloniale. Dominazione che era anche culturale: “Per l’imperialismo”, affermava, “è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.
Ecco così spiegato l’impulso dato al Festival Panafricaine du Cinéma de Ouagadougou (Fespaco), la più importante rassegna continentale, con il fine di sviluppare la cinematografia locale a scapito di quella europea, uno dei tanti strumenti per legittimare la superiorità dei “bianchi” e l’inferiorità degli Africani. Nel 1986, durante i lavori della 25esima sessione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) tenutasi a Addis Abeba, Sankara espresse in modo molto semplice perché il pagamento del debito doveva essere rifiutato: “Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo. […] Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata con perizia. […] Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”.
Sempre a Addis Abeba, Sankara invocò il disarmo, proponendo ai Paesi africani di smettere di acquistare armi e di dissanguarsi in dispute fomentate dall’estero per protrarre l’arretratezza e la dipendenza del continente. L’invito era di adottare misure a favore dell’occupazione, della tutela ambientale, della pace tra i popoli, della salute. A New York, qualche mese prima, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Sankara aveva tuonato contro l’ipocrisia di chi fornisce aiuti ai Paesi in via di sviluppo (mentre per altre vie si inviano armi) e contro l’egoismo di chi, per esempio, si rifiuta di investire nella ricerca contro la malaria – che in Africa provoca ogni anno milioni di morti – solo perché è una malattia che non riguarda i Paesi del nord del mondo. “Ci sentiamo una persona sola con il malato che ansiosamente scruta l’orizzonte di una scienza monopolizzata dai mercanti di armi. […] Quanto l’umanità spreca in spese per gli armamenti a scapito della pace!”.
Sankara espresse la convinzione che per eliminare i lasciti coloniali fosse indispensabile avviare un processo di unione di tutti gli Stati (dal Maghreb al Capo di Buona Speranza) del continente, che doveva diventare un’entità politica coesa e rispettata sul piano internazionale: “Mentre moriamo di fame e nel nostro Paese ci sono migliaia di disoccupati, altrove non si riescono a sfruttare le risorse della terra per mancanza di manodopera. Se ci fosse maggiore cooperazione, potremmo arrivare all’autosufficienza alimentare e non dovremmo più dipendere dagli aiuti internazionali”.
Primo passo era la fine dell’apartheid in Sudafrica, dove la minoranza “bianca” godeva in realtà del sostegno economico dei Paesi occidentali. Sankara ebbe parole di rimprovero per tutti, a partire da François Mitterrand: “Che senso ha organizzare marce contro l’apartheid, mentre si producono e si vendono armi al Sudafrica?”.
Forse non è un caso che Sankara venne ucciso quattro giorni dopo che a Ouagadougou si era tenuta una Conferenza panafricana contro l’apartheid. Il “Président du Faso”, come viene ancora oggi ricordato dai burkinabè, si è sacrificato dimostrando che è possibile rispondere, all’africana, ai problemi dell’Africa, con chiarezza e talvolta ingenuità, come quando chiese che “almeno l’1% delle somme colossali destinate alla ricerca spaziale sia destinato a progetti per salvare la vita umana”.
Dinanzi alle Nazioni Unite Sankara liberò davanti al mondo intero, ponderando con attenzione ogni singola parola, il grido di dolore di miliardi di esseri umani che soffrono sotto un sistema crudele e ingiusto: “Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel”.

di Carlo Batà

fonte: https://www.peacelink.it/mosaico/a/6192.html

La rivincita Italiana sulla Francia – I Francesi hanno provocato una guerra e assassinato Gheddafi per strapparci il petrolio Libico. Ma uno strategico accordo commerciale tra Eni e British Petroleum fa fuori la francese Total… ITALIA 1 FRANCIA 0…!

 

petrolio

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

La rivincita Italiana sulla Francia – I Francesi hanno provocato una guerra e assassinato Gheddafi per strapparci il petrolio Libico. Ma uno strategico accordo commerciale tra Eni e British Petroleum fa fuori la francese Total… ITALIA 1 FRANCIA 0…!

 

Eni si allea con British Petroleum. E la Francia è la prima vittima in Libia

 

Eni e British Petroleum si alleano in Libia. E l’azienda italiana strappa alla BP il 42,5% deigiacimenti di idrocarburi libici detenuti dalla controparte britannica. La notizia, già di per sé, è importantissima. Ma lo è ancora di più se si ragiona su quanto possa essere utile analizzarla nel quadro del conflitto che interessa la Libia. Una guerra (e una transizione politica) in cui l’Italia è protagonista. E in cui Eni rappresenta inevitabilmente una delle armi migliori possedute dal governo.

L’accordo

L’accordo fra le due aziende è stato formalizzato in una lettera di intenti firmata dall’amministratore delegato del gruppo Eni, Claudio Descalzi, l’a.d. di British Petroleum, Bob Dudley, e il presidente della National Oil Corporation Mustafa Sanalla.

Come spiegato da Repubblica, nell’intesa è previsto che la società italiana rilevi il 42,5% dei giacimenti del gruppo inglese in Libia. L’altro 42,5% rimarrà a Bp, mentre il 15% sarà trattenuto dalla libica Noc. Una cifra molto importante ,in quanto in pratica sarà la società del “cane a sei zampe” a riattivare le attività estrattive nei giacimenti sulla terraferma e off-shore posseduti dal gigante britannico ma bloccate da quasi quattro anni. Giacimenti che non solo saranno riattivati da Eni, ma in cui la stessa azienda diventerà l’operatore principale. Obiettivo: la ripresa dell’esplorazione e del resto delle attività nel 2019.

Nell’oggetto dell’accordo non c’è solo questo. L’impegno infatti riguarda chiaramente in maniera principale il gas e il petrolio dei giacimenti detenuti dai britannici. Ma c’è anche un altro intento, molto politico, e che riguarda l’impegno “a contribuire allo sviluppo sociale del Paese attraverso l’attuazione di iniziative sociali, compresi programmi specifici di istruzione e formazione tecnica”. Un modo anche per penetrare a livello politico nel territorio libico e aprire la strada a una diversa percezione delle imprese internazionali che investono nel Paese.

L’importanza strategica dell’accordo

Il patto fra i due giganti degli idrocarburi rappresenta una svolta non indifferente per la Libia, ma anche per i rapporti fra Italia e Regno Unito nel settore petrolifero e in particolare per il contesto libico.

Non è un mistero che le grandi aziende che operano nel settore di gas e petrolio siano “armi” dei governi, o comunque parte integrante delle diplomazie dei singoli Stati. E il fatto che la Bp ceda all’Eni quasi la metà dei propri giacimenti e che si appoggi ad essa per tornare a produrre , sono segnali chiari che fra Londra e Roma ci sono delle sinergie nell’affaire-Libia.

Questa sinergia chiaramente aiuta per primi entrambi i produttori. La British Petroleum avrà modo di riattivare i propri giacimenti tornando a produrre in Libia. Dall’altra parte, Eni ha tutto l’interesse ad aumentare la propria leadership negli idrocarburi del Paese con un accordo che fa sì che intensifichi la produzione ma anche il suo peso nelle gerarchie dei produttori internazionali.

Aiuta anche la Noc libica, che, attraverso questo patto rende operativi di nuovo gli impianti Bp ottenendo il controllo del loro 15% e trovando utili per la società ma anche per la stessa libia, in cui la Noc rappresenta fondamentalmente l’unica istituzione che realmente unisce tutto il Paese, essendo la referente sia del governo riconosciuto di Tripoli, sia della parte orientale della Libia sia delle milizie più importanti.

L’esclusione della Francia

Il fatto che Italia e Regno Unito si uniscano per fare asse in Libia attraverso Eni e Bp, di fatto ha anche uno sconfitto: la francese Total. Ed è evidente che a Parigi non abbiano appreso con gioia della notizia dell’accordo fra le due aziende.

Total si è autoesclusa dall’Iran per via delle sanzioni americane e ha deciso di abbandonare lo sviluppo del giacimento South Pars perdendo potenziali incassi per miliardi di dollari. E adesso, con questo accordo, si vede anche ridurre le possibilità di crescita in Libia. Da una parte con l’esclusione dallo sfruttamento dei giacimenti dei britannici, ma dall’altro lato con l’aumento del peso degli italiani, vero obiettivo della politica libica di Emmanuel Macron.

E questa esclusione ha un peso anche per quanto riguarda non solo gli idrocarburi, ma anche la politica. Il fatto che la Gran Bretagna scelga l’Italia per il petrolio e il gas in Libia, di fatto è un segnale che a Londra considerino Roma l’interlocutore per l’energia del Paese nordafricano. Un segnale che fa seguito anche alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza redatta proprio dalla delegazione britannica e che evitava di inserire la data del dicembre come traguardo per le elezioni. Una decisione che ha avuto il pieno appoggio degli Stati Uniti e che di fatto è stata una sconfitta politica per Macron, che si ostina a volere il voto in Libia prima di Natale.

 

 

fonte: http://www.occhidellaguerra.it/libia-eni-british-petroleum/

Perché l’attentato a Maduro? Gianni Minà cercò di spiegarcelo già un anno fa: “Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela che gli Usa vogliono”

 

Maduro

 

.

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

Perché l’attentato a Maduro? Gianni Minà cercò di spiegarcelo già un anno fa: “Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela che gli Usa vogliono”

 

Un attentato realizzato con droni usati come bombardieri è fallito contro il presidente Maduro.

Un gruppo di fascisti pare rivendichi l’azione, ma dietro di essi ci sono le forze interne ed internazionali che vogliono rovesciare il governo bolivariano e socialista del Venezuela. È un salto di qualità eversivo della cosiddetta opposizione, che dopo aver perso sia le battaglie di strada sia quelle elettorali ora tenta la via del terrorismo.

Via che prepara la guerra d’invasione, quella sulla quale sta lavorando l’amministrazione Trump usando la Colombia. Con il vergognoso appoggio della UE e dei suoi principali governi, che come sempre coprono con l’ipocrisia dei diritti democratici le più sporche operazioni contro la libertà e l’indipendenza dei popoli.

È chiaro che i fascisti venezuelani, le multinazionali del petrolio, i governi reazionari dell’America Latina, il governo USA, non accettano che il Venezuela voglia proseguire sulla via dell’indipendenza nazionale e del socialismo. Dopo il blocco economico, che continua ma che non ha sconfitto la rivoluzione bolivariana , dopo le guarimbas eversive, ora si passa alle bombe coi droni.

Ovviamente il motivo principale è il petrolio come già un anno fa ci ricordava Gianni Minà:

Agosto 2017:

Gianni Minà: “Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela che gli Usa vogliono”

Il più grande conoscitore dell’America Latina in Italia: “Io ce li ho questi dati e dicono che di morti ammazzati l’opposizione ne ha fatti molti più del governo. Intellettuali e combattenti come l’argentino Adolfo Pèrez Esquivel (premio Nobel per la Pace nel 1980) o il brasiliano Frei Beto hanno espresso solidarietà a Maduro: sono forse amici dei criminali? C’è un bel pezzo di propaganda”.

 
Chi oggi con il massacro mediatico in corso contro il Venezuela non vorrebbe intervistare l’indiscusso massimo conoscitore dell’America Latina in Italia? Tutti, chiaramente.

Succede che il Corriere della Sera abbia lo scoop. E Fabrizio Caccia intervista Gianni Minà.

Voi, a questo punto, direte: darà il Caccia il massimo risalto alle parole di chi come nessuno conosce quelle terre, la loro storia politica, le loro popolazioni?

Non proprio. L’operazione è questa. Nel titolo e nel sottotitolo neanche si capisce che sia un’intervista a Minà e continua l’operazione di propaganda oltre la vergogna di questi giorni.

Invece di dare risalto alle parole di Gianni Minà e alla sua intervista, il Caccia preferisce dare massimo riferimento ad un appello lanciato pensate da niente meno che…. Rossana Miranda. Vi domanderete chi è Rossana Miranda per finire citata nel Corriere della Sera? Non riusciamo neanche noi a sciogliervi questo dubbio amletico, possiamo solo segnalarvi che da mesi fa propaganda contro il governo venezuelano attraverso un portale italiano, Formiche, e un giornale della destra venezuelana, El Universal.

Siamo arrivati al punto che il Corriere della Sera debba fare propaganda attraverso Formiche?

Si, signori miei, siamo proprio arrivati a questo punto.

Ma torniamo a Gianni Minà. Lo scoop di Caccia viene presentato senza un’introduzione, senza niente, addirittura si ha oggettiva difficoltà a capire che sia un’intervista sui fatti di adesso.

Abbiamo ascoltato telefonicamente Minà che ci ha confermato che si tratta solo di una minima parte delle sue parole. Ma non importa tanto questo, quel che rileva è riportare per intero le parole riprese da Caccia: «Il problema non è Maduro, il problema è il petrolio del Venezuela, che gli Stati Uniti vogliono”. E ancora: «Bisogna avere in mano i dati dei morti, prima di parlare. Io ce li ho questi dati e dicono che di morti ammazzati l’opposizione ne ha fatti molti più del governo. Intellettuali e combattenti come l’argentino Adolfo Pèrez Esquivel (premio Nobel per la Pace nel 1980) o il brasiliano Frei Beto hanno espresso solidarietà a Maduro: sono forse amici dei criminali? C’è un bel pezzo di propaganda dietro alla storia che Maduro affami il popolo. Il chavismo ha vinto, altroché! Oggi l’esperienza bolivariana ha pure un canale televisivo (TeleSur) e una banca intercontinentale…».

Parole che si perdono nel testo del Caccia tra l’appello di Rossanda, la solita propaganda interna e Paolo Cento. Si avete capito bene. Paolo Cento. Ora mettere nella stessa intervista sull’America Latina Gianni Minà e Paolo Cento, è come mettere nello stesso campo di calcio Diego Armando Maradona e Egidio Calloni o Van Basten e Luther Blissett.

Miracoli della propaganda.

E poi mentre Gianni Minà cita un Premio Nobel del calibro di Esquivel e un gigante come Frei Betto – torturati e arrestati dalle vere dittature dell’America Latina che piacevano tanto a quello stesso occidente che oggi non a caso combatte il governo venezuelano – Paolo Cento invita a fare chiarezza sui fatti di Caracas «già quest’estate nelle feste dell’Unità, di Sinistra Italiana, Articolo 1».  Ora mettere insieme nella stessa intervista Esquivel e Betto con le attuali feste dell’Unità è più o meno come mettere sullo stesso palco i Pink Floyd con Giggione.

Ma per fortuna vostra in questo disastrato mondo dell’informazione italiana avete l’AntiDiplomatico che, nel titolo, nel sottotitolo e nella foto, rende giustizia ad un gigante tra lillipuziani della professione, Gianni Minà.

P.s. Il Frei Beto citato dal Caccia in realtà è Frei Betto,  Teologo della liberazione brasiliano, imprigionato e torturato nel 1969 dalla dittatura militare brasiliana per il suo impegno politico. Ma questo, probabilmente, il Caccia non lo sa.

Alessandro Bianchi

QUI L’aricolo completo dell’anno scorso

Avete idea di cos’era l’Italia, quando aveva la Montedison? – Ecco come gli sciacalli della politica hanno distrutto un colosso che oggi ci avrebbe dato un milione di posti lavoro in più!

 

Montedison

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

 

Avete idea di cos’era l’Italia, quando aveva la Montedison? – Ecco come gli sciacalli della politica hanno distrutto un colosso che oggi ci avrebbe dato un milione di posti lavoro in più!

 

Avete idea di cos’era l’Italia, quando aveva la Montedison?

Probabilmente ci sarebbero un milione di posti lavoro in più in Italia, se non fosse stata “suicidata” la Montedison di Raul Gardini. Era il primo gruppo industriale privato italiano, ricorda Mitt Dolcino: la Fiat, all’epoca, era ben lontana dalle vette dei grandi gruppi di Stato come Eni, Stet (Telecom), Enel e forse la stessa Sme (agroindustriale). «Oggi che si è insediato il primo governo eletto non a seguito di influenze esterne – inclusa l’ingerenza della magistratura (ossia Tangentopoli) – dobbiamo ragionare freddamente su cosa successe veramente con Raul Gardini», scrive Dolcino su “Scenari Economici”. «La situazione oggi è talmente grave che qui ci giochiamo l’italianità». Infatti non è un caso – aggiunge l’analista – che Montedison alla fine fu conquistata e spolpata proprio dai francesi, guardacaso gli stessi che, secondo il giudice Rosario Priore, attentarono alla sovranità italiana durante “l’incidente” di Ustica, e che oggi «sembrano distribuire la Legion d’Onore ad ogni notabile italiano che va contro gli interessi del Belpaese». Caduto il Muro di Berlino, di fatto, l’Italia perse la protezione degli Usa. «E l’Europa, la stessa che oggi ci bastona, organizzò il banchetto dato dalle privatizzazioni italiane a saldo (con Draghi, che casualmente fece una fulgida carriera, ad organizzare il piano sul Britannia)».

Oggi come allora, per impossessarsi dei beni pregiati del paese, secondo Dolcino vengono utilizzati «pochi cooptati locali, foraggiati con carriere e soldi affinché tradiscano gli interessi nazionali». Impressionante l’elenco delle privatizzazioni – record mondiale – realizzate dall’Italia negli anni ‘90, quando tra Bankitalia e Palazzo Chigi si alternarono Draghi, Ciampi, Prodi, Amato e D’Alema. Motta e Alemagna finite a Nestlè, Gs a Carrefour, Telecom alla famiglia Agnelli (poi a Pirelli e Benetton, quindi a Telefonica). Benetton acquisì anche Autogrill e Autostrade per l’Italia, mentre finirono privatizzate al 70% sia Eni che Enel. Quindi la finanza: il Credito Italiano al gruppo Unicredit, Bnl a Bnp Paribas, la Banca Commerciale Italiana a Intesa Sanpaolo, senza contare il Banco di Roma (Unicredit) e l’Imi (Intesa). Idem l’industria: l’Alfa Romeo alla Fiat e Finsider all’Ilva, mentre lo Stato (gruppo Iri) ha ceduto ad aziende private il 70% di Finmeccanica. Sempre per un obietto che Dolcino considera di fatto neo-coloniale, l’Italia è diventata il laboratorio anticipatore di importanti, sinistri trend futuri: «Dalla strategia della tensione (pensate che oggi gli attentati “islamici” e affini nel mondo occidentale vengono riferiti della stampa specializzata utilizzando un nome che in Italia conosciamo bene, Gladio II) all’uso distorto della magistratura per fini politici, che oggi vediamo negli Usa contro Trump».

Di mezzo c’è stato anche il berlusconismo, «con un businessman non-politico diventato capo del governo», nonché la trattativa Stato-mafia, «con la mafia (italoamericana) che avrebbe voluto sostituirsi con George Bush al potere alla rappresentanza ufficiale Usa in un’Italia in via di smantellamento post-caduta del Muro». Ma anche i cosiddetti populismi di oggi sono ormai “made in Italy”, dato che il nostro è il primo paese europeo «dove guardacaso è arrivato al potere un governo in gran parte slegato dagli interessi tradizionali, oltre che davvero vicino alle esigenze di una cittadinanza giunta ormai allo stremo». Per Dolcino, in ogni caso, il discrimine emblematico tra l’Italia prospera e relativamente sovrana della Prima Repubblica e la post-Italia “euroschiava” della Seconda resta la morte di Raul Gardini, frettolosamente archiviata come suicidio. Fu invece omicidio, secondo il magistrato Mario Almerighi, autore del saggio “Suicidi”, edito dall’università La Sapienza. Se il patron della Montedison non fosse stato assassinato, scrive Dolcino, evocando un’altra morte in apparenza accidentale, quella di Enrico Mattei, oggi l’Italia sarebbe un paese molto più forte.

Da capogiro la ricognizione che Dolcino compie sull’allora pianeta Montedison, vera e propria galassia industriale di prima grandezza a livello mondiale. Probabilmente, scrive l’analista, oggi Montedison sarebbe ancora il leader agroindustriale europeo, con Eridania Beghin Say accanto al gruppo Ferruzzi, leader mondiale nella soia. Montedison sarebbe anche un attore primario nel settore cemento grazie a Calcestruzzi, un leader petrolifero verde con il biodiesel Enimont e un protagonista nell’industria della plastica e della chimica: ad esempio con Ausimont, produttrice di fluoro, e con Himont, attuale leader mondiale del polipropilene, “erede” del Premio Nobel Giulio Natta. E non è tutto: la stessa Montedison sarebbe un rilevante produttore di medicinali (Carlo Erba, Farmitalia, Antibioticos), un leader europeo nei fertilizzanti (Agrimont) e un leader mondiale nella bio-plastica (Novamont). Ancora: il gruppo che fu di Gardini sarebbe un primario attore della cantieristica (grazie all’expertise del Moro di Venezia), un grande operatore telefonico (EdisonTel), un protagomnista del settore elettrico e del gas (Edison), un primario operatore assicurativo (La Fondiaria) e dei servizi finanziari (Agos) e infine un leader europeo nelle fibre sintetiche (Montefibre).

«Un colosso in grado di occupare circa un milione di persone con l’indotto». Invece fu svenduto, a partire dalla morte del “Contadino” e al coma pluriannuale che ne seguì: «Uccisero la “testa” e lasciarono un bellissimo aereo senza pilota, affinché si schiantasse e fosse venduto a prezzo di saldo – grazie ad una tangente percepita da un magistrato di Milano – a quelli che facilmente organizzarono la morte di Gardini». Chi ha perso, in tutto questo scempio immane, «sono i lavoratori italiani, oltre allo Stato in termini di tasse», scrive Dolcino. «Le aziende vendute dai “pontieri” italiani cooptati che organizzarono l’acquisto di Montedison», ossia il gruppo Fiat, «furono di norma sfasciate, ad eccezione di Edison che venne conquistata e riempita di manager di Stato francesi, visto che Edf di fatto rappresenta il ministero della difesa d’oltralpe». In sostanza: «Vennero bruciati occupazione e utili in Italia, a favore di valore portato all’estero». Vale anche per Edison, il cui cuore – ossia il trading  – è stato spostato tra Parigi e Londra. Che fare? «La verità è che prima di tutto bisogna mettere in sicurezza il sistema da altri attacchi esterni», sottolinea Dolcino, pensando alla decapitazione di Montedison, pilotata a colpi di tangenti.

Lo stesso Dolcino ricorda che l’azienda «fallì in modo non dovuto – e dunque venne acquisita dai francesi – grazie ad una tangente pagata ad un giudice e a sua moglie, che mai risposero civilmente per i danni civili arrecati». Il giudice era Diego Curtò, marito di Antonia Di Pietro. Una volta in carcere, ammise di aver interferito nella crisi Enimont grazie a montagne di soldi che gli furono versati su conti svizzeri e panamensi. Una tangente «la cui genesi mai è stata ben spiegata», osserva Dolcino: «Forse bisognava solo guardare al lato di coloro che poi hanno acquisito il gruppo». Al momento della “resa” alla Francia, scrive Dolcino, il famoso pm di Mani Pulite e il capo dei legali di Edf «avevano lo stesso cognome ed erano cugini: un caso del destino che fa pensare». Per questo, sempre Dolcino ritiene «impellente» la riforma della magistratura italiana, «non tanto per difendere Berlusconi o i politici in genere, quanto per preservare il paese nella sua interezza». Operazione forse finalmente possibile oggi, visto che «abbiamo l’occasione di poter discutere con il dominus Usa una riallocazione delle sfere di influenza – in forza della sfida mossa a Washington dall’Ue franco-tedesca per sostituirsi al dominus americano nel Vecchio Continente». Uno scontro tellurico tra Usa ed Europa «come non succedeva dai tempi della guerra fredda».

Stop, dice Dolcino, alla magistratura che fa politica, lasciando che si usino le indagini «come macchina del fango per rovinare chi non si riesce a incriminare». Dolcino cita gli auspici di Govanni Falcone e Giuseppe Pignatone, nel dare il benvenuto al giudice Davigo in funzioni di governo: «Sono certo che capirà l’urgenza dei correttivi». Messo in sicurezza il sistema, sarà urgente fare occupazione, con utili e tasse riportate in Italia. «In particolare bisognerà creare un ambiente consono alla crescita delle imprese, abbassando le tasse». Servono anche decise spallate, «ad esempio facendo rientrare le aziende che hanno (forzatamente) delocalizzato in paesi Ue». Pragmatismo: «Meglio prendere solo il 7% di tasse dalle aziende che rientrano dal Lussemburgo, creando indotto locale, che non prendere nulla». Avvertenza: «La speranza del rientro dei cervelli senza il rientro delle aziende è un’utopia che solo la sinistra più becera e corrotta può alimentare». Serve un’alta scuola statale di amministrazione, come quella francese. E serve una diga per proteggere le aziende rimaste dal rischio-acquisizioni. Occorre un fondo statale per le piccole e medie imprese, e un sistema universitario per la promozione dei brevetti, in tandem con le aziende. «A voler fare cose serie – conclude Dolcino – l’Italia non ha paura di nessuno, basta volerlo. Siamo ancora capaci di esprimere grandi competenze», anche se i veri leader dell’italianità – come Gardini – sono stati uccisi. Rinascere è possibile, «ma dobbiamo crederci: oggi forse è l’ultima occasione».

 

tratto da: http://www.libreidee.org/2018/06/avete-idea-di-cosera-litalia-quando-aveva-la-montedison/

Per non dimenticare – Il caso del tenente Di Bello “Io rovinato per aver fatto il mio dovere”… Scopre che l’acqua potabile viene da un lago inquinato: SOSPESO. Continua a non farsi i “fatti suoi” e scopre un altro caso di terreni inquinati con cancerogeni… LICENZIATO !!!

Di Bello

 

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

Per non dimenticare – Il caso del tenente Di Bello “Io rovinato per aver fatto il mio dovere”… Scopre che l’acqua potabile viene da un lago inquinato: SOSPESO. Continua a non farsi i “fatti suoi” e scopre un altro caso di terreni inquinati con cancerogeni… LICENZIATO !!!

 

“Io rovinato per aver fatto il mio dovere. E per aver raccontato i veleni del petrolio in Basilicata prima di tutti”

In un colloquio con Il Fatto Quotidiano lo sfogo di Giuseppe Di Bello, tenente di polizia provinciale ora spedito a fare il custode al museo di Potenza per le sue denunce sull’inquinamento all’invaso del Pertusillo.

“Mi chiamo Giuseppe Di Bello, sono tenente della polizia provinciale ma attualmente faccio il custode del Museo di Potenza. Da sei anni sono stato messo alla guardia dei muri, trasferito per punizione perché ho disonorato la divisa che porto. L’ho disonorata nel gennaio del 2010 quando mi accorgo che la ghiaia dell’invaso del Pertusillo si tinge di un colore opaco. Da bianca che era la ritrovo marrone. Affiora qualche pesciolino morto. L’invaso disseta la Puglia e irriga i campi della Lucania. Decido, nel mio giorno di riposo dal lavoro, di procedere con le analisi chimiche. Evito di far fare i prelievi all’Arpab, l’azienda regionale che tutela la salute, perché non ho fiducia nel suo operato. Dichiara sempre che tutto è lindo, che i parametri sono rispettati e io so che non è così. L’Eni pompa petrolio nelle proprie tasche, e lascia a noi lucani i suoi veleni. Chiedo la consulenza di un centro che sia terzo e abbia tecnologia affidabile e validata. Pago con soldi miei. Infatti le analisi confermano i miei sospetti. C’è traccia robusta di bario, c’è una enorme concentrazione di metalli pesanti, tutti derivati da idrocarburi. E’ in gioco la salute di tutti e scelgo di non attendere, temo che quei documenti in mano alla burocrazia vadano sotterrati, perduti, nascosti. Perciò le analisi le affido a Maurizio Bolognetti, segretario dei radicali lucani, affinchè le divulghi subito. Tutti devono sapere, e prima possibile!

Decido di denunciare i fatti alla magistratura accludendo le analisi che ho fatto insieme a quelle precedenti e ufficiali dell’Arpab molto più ottimistiche e tranquillizzanti ma comunque anch’esse costrette a rilevare delle anomalie. Alla magistratura si rivolge anche l’assessore regionale all’Ambiente che mi denuncia per procurato allarme. Il presidente della Regione, l’attuale sottosegretario alla Salute Vito De Filippo, dichiara pubblicamente che serve il pugno duro. Infatti così sarà. I giudici perquisiscono l’abitazione di Bolognetti alla ricerca delle analisi, che divengono corpo di reato. Io vengo denunciato per violazione del segreto d’ufficio, sospeso immediatamente dall’incarico e dallo stipendio (il prefetto mi revocherà per “disonore” anche la qualifica di agente di pubblica sicurezza) mentre l’invaso del Pertusillo si colora improvvisamente di rosso, con una morìa di pesci impensabile e incredibile. Al termine dei due mesi di sospensione vengo obbligato a consumare le ferie. Parte il procedimento disciplinare, mi contestano la lesione dell’immagine dell’ente pubblico e mi pongono davanti a un’alternativa: andare a fare l’addetto alla sicurezza del museo o attendere a casa la conclusione del processo. E’ un decreto di umiliazione pubblica. Ma non mi conoscono e non sanno cosa farò.

Infatti accetto l’imposizione, vado al museo a osservare il nulla, ma nel tempo libero continuo a fare quel che facevo prima. Costituisco un’associazione insieme a una geologa, una biologa e a un ingegnere ambientale e procedo nelle verifiche volontarie. Vado col canotto sotto al costone che ospita il pozzo naturale dove l’Eni inietta le acque di scarto delle estrazioni petrolifere. In linea d’aria sono cento metri di dislivello. Facciamo le analisi dei sedimenti, la radiografia di quel che giunge sul letto dell’invaso. Troviamo l’impossibile! Idrocarburi pari a 559 milligrammi per chilo, alluminio pari a 14500 milligrammi per chilo. E poi manganese, piombo, nichel, cadmio. E’ evidente che il pozzo dove l’Eni inietta i rifiuti non è impermeabile. Anzi, a volerla dire tutta è un colabrodo!

La striscia di contaminazione giunge fino a Pisticci, novanta chilometri a est, e tracce di radioattività molto superiori al normale e molto pericolose sono rintracciate nei pozzi rurali da dove i contadini traggono l’acqua per i campi, per dissetare gli animali quando non proprio loro stessi. La risposta delle istituzioni è la sentenza con la quale vengo condannato a due mesi e venti giorni di reclusione, che in appello sono aumentati a tre mesi tondi. Decido di candidarmi alle regionali, scelgo il Movimento Cinquestelle. Sono il più votato nella consultazione della base, ma Grillo mi depenna perché sono stato condannato, ho infangato la divisa, sporcato l’immagine della Basilicata. La Cassazioneannulla la sentenza (anche se con rinvio, quindi mi attende un nuovo processo). Il procuratore generale mi stringe la mano davanti a tutti. La magistratura lucana ora si accorge del disastro ambientale, adesso sigilla il Costa Molina. Nessuno che chieda a chi doveva vedere e non ha visto, chi doveva sapere e ha taciuto: e in quest’anni dove eravate? Cosa facevate?”.

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/04/io-rovinato-per-aver-fatto-il-mio-dovere-e-per-aver-raccontato-i-veleni-del-petrolio-in-basilicata-prima-di-tutti/2607697/

Quando Enrico Mattei e l’Italia facevano paura al mondo – In ricordo di un Grande Italiano nato 102 anni fa!

 

Enrico Mattei

.

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

Quando Enrico Mattei e l’Italia facevano paura al mondo – In ricordo di un Grande Italiano nato 102 anni fa!

 

QUANDO ENRICO MATTEI E L’ITALIA FACEVANO PAURA AL MONDO

Alle 18,40 del 27 ottobre 1962, in Lombardia, il sole è appena tramontato e c’è una pioggia leggera. Il bireattore Morane-Saulnier 760, con due passeggeri a bordo, è pilotato da Irnerio Bertuzzi, ex capitano dell’Aeronautica con due medaglie d’argento, una di bronzo e una croce al merito. È un pilota oltre l’eccezionale. Bertuzzi, da un’altitudine di 2000 metri, comunica alla torre di controllo di Linate di essere in dirittura d’arrivo: è l’ultima volta che sentono la sua voce.

Bescapè è un paesino di contadini, in provincia di Pavia. Pompieri, Carabinieri e giornalisti accorrono per quello che sembra un incendio, ma sono i resti brucianti del bireattore. I testimoni vengono intervistati; Mario Ronchi, un contadino, dice: “Il cielo rosso bruciava come un grande falò, e le fiammelle scendevano tutt’attorno… l’aeroplano si era incendiato e i pezzi stavano cadendo sui prati, sotto l’acqua”. Un’altra contadina di Bascapè, Margherita Maroni, dichiara: “Nel cielo una vampata, uno scoppio, e delle scintille venivano giù che sembravano stelle filanti, piccole comete”. Sugli alberi attorno al relitto vengono trovati resti umani. Appena si viene a sapere chi c’era a bordo dell’aereo, però, cambia tutto: i testimoni ritrattano, sostengono di aver visto le fiamme a terra, e di averlo detto fin dall’inizio. I Carabinieri vanno nella sede della RAI per sequestrare i filmati delle interviste, ma li trovano privi di traccia audio. L’inchiesta si apre e chiude molto velocemente: si è trattato di un incidente aereo.

Ma chi c’era a bordo del Morane-Saulner?

Enrico Mattei nasce nel 1906 ad Acqualagna, nelle Marche, uno di quei paesi graziosi, in mezzo al nulla. Primo di cinque fratelli in una famiglia modesta – suo padre è un brigadiere dell’Arma e sua madre una casalinga – è uno studente brillante, ma che non si applica, come tutti i ragazzi che non sanno ancora con certezza cosa vorrebbero fare nella vita. Un giorno, in una casa di campagna, Mattei assiste a questa scena: due cani enormi si avventano su una ciotola di cibo. Un gattino spelacchiato e malconcio si avvicina alla ciotola nel tentativo di mangiare qualcosa, ma uno dei cani gli tira una zampata talmente forte da farlo volare contro il muro e spaccargli la spina dorsale.

Enrico Mattei ha appena compiuto tredici anni quando capisce cosa vuole fare nella vita.

Si trasferisce a Matelica, un altro piccolo paese in cui vengono lavorati pelle, pietra, ferro; entra come fattorino in una conceria, a diciassette anni diventa operaio, a diciannove è già vicedirettore, a venti direttore. Nel 1928, complici le politiche economiche del fascismo, la conceria fallisce. Così Mattei si trasferisce a Milano e si reinventa come venditore di vernici: in tre mesi diventa rappresentante per un’azienda tedesca. Studia chimica e viaggia molto per l’Italia. Nel 1931 apre una propria azienda con appena due operai, che in tre anni diventano venti.

Grazie all’aiuto e alle lezioni private del vicino di casa, Marcello Boldrini, riesce a laurearsi in ragioneria. Nel 1936 sposa una ballerina; poi, nel 1944, in pieno ventennio fascista, gli viene chiesto di entrare nella Resistenza per occupare nel comando militare del CLN il posto di rappresentante per la Democrazia Cristiana. Mattei accetta: affida l’azienda a due dei suoi fratelli e si mette all’opera. Cura i collegamenti interni, trova soldi, risorse e armi. Sotto di lui le forze partigiane democristiane passano da 2mila uomini a 65mila unità. I fascisti lo arrestano, ma lui riesce a evadere e a guerra finita gli viene concesso l’onore di marciare in prima fila nel corteo per la Liberazione di Milano. La Resistenza gli conferisce la medaglia d’oro e il generale USA Mark Wayne la stella di bronzo.

È ora di ricostruire l’Italia. Mattei torna a vestire i panni del civile e viene nominato commissario speciale all’Agip, una piccola azienda fondata durante il ventennio che si occupasse di “cercare, acquistare, trattare e commerciare petrolio”. L’Agip è sempre stata sfortunata: aveva scavato oltre 350 pozzi tra Italia, Albania, Ungheria e Romania senza trovarne una goccia. Aveva avuto delle microscopiche concessioni in Iran, ma le aveva cedute. Nei corridoi si mormora che Agip sia l’acronimo di Associazione Gerarchi In Pensione. Mattei dovrebbe semplicemente liquidarla, ma, appena entrato, si pone una domanda che nessuno si è fatto prima: perché abbattere l’unica azienda petrolifera statale? Chi lo vuole?

Be’, molta gente. Innanzitutto gli americani, perché ci hanno appena liberato e puntano a espandere il loro dominio petrolifero. Lo vogliono anche le aziende private Edison e Montecatini, per evitare la concorrenza statale. In questo clima di guerriglia, Mattei contatta il suo predecessore, allontanato per motivi non chiari. Si chiama Zanmatti. Lui gli rivela che con le ultime trivellazioni del 1944 era stato trovato del metano a Caviaga, in provincia di Lodi, ma il fascicolo era stato subito chiuso e secretato: il fronte avanzava e non ci si poteva permettere che il gas finisse in mani sbagliate. Mattei vola a Caviaga, dove trova ancora attrezzature, macchinari e i vecchi operai disoccupati. Perché, finita la guerra, non è ripartito niente?

Dal nulla riceve la telefonata di Giorgio Valerio, presidente di Edison, che si offre di comprare tutte le attrezzature dell’Agip per 60 milioni di lire. È un’offerta esorbitante: perché qualcuno dovrebbe acquistare dei rottami a peso d’oro? Mattei rifiuta. Riassume Zanmatti e tutti i vecchi tecnici, chiede un prestito in banca, unifica Agip Roma e Agip Milano. Il 17 ottobre 1945 diventa vicepresidente dell’azienda e riapre gli impianti di Caviaga. Nel marzo 1946, dal pozzo numero 2 esce metano.

Ora bisogna solo portarlo nelle case degli italiani.

A livello di burocrazia sarebbe un inferno, ma Enrico ragiona da cattolico e agisce da partigiano: scava viadotti durante la notte, posa i tubi, e la mattina dopo li ricopre, chiedendo scusa. Quando arrivano avvocati, multe e processi, li paga – se avesse fatto tutto legalmente avrebbe dovuto pagare il doppio e perdere il quadruplo del tempo, forse senza ottenere nulla. Ora Enrico non è più solo un imprenditore, di fatto è diventato un condottiero. Se trovasse il petrolio renderebbe l’Italia autosufficiente dal punto di vista energetico; indipendenza energetica significherebbe indipendenza economica, che significherebbe a sua volta indipendenza politica. Mattei ha la visione di un’Italia che rialza la testa dopo la guerra e che va avanti sulle proprie gambe, senza dover rendere conto a nessuno.

Questo mette in grave difficoltà il piano di colonizzazione che altre potenze avevano messo in atto fin dal 1928 con l’accordo della linea rossa e gli accordi di Achnacarry. Sette aziende avevano stabilito quali sarebbero state le zone d’estrazione e i prezzi di vendita del greggio: di fatto si trattava di un cartello, che prevedeva di spartirsi il 75% del petrolio estratto da Africa e Medioriente. C’erano dentro le statunitensi Esso, Mobil, Texaco, Chevron e Gulf oil, la Shell dall’Olanda, e la British Petroleum. Mattei le chiamava le “sette sorelle”. Sorellastre: oltre a imporre clausole contrattuali vergognose, trattavano gli operai locali alla stregua di schiavi e si imponevano ai governi, considerandoli miserabili. Avevano già deciso di fare dell’Italia un cliente: tra loro e i portafogli nazionali c’era solo Mattei.

Iniziano così a fargli la guerra. Grazie agli agganci con la politica italiana, il 9 maggio 1947 riescono a infilare nel cda Eugenio Cefis, il suo uomo di fiducia Raffaele Girotti e un avvocato siciliano, Vito Guarrasi, detto “Don Vito”. Personaggio spaventosamente controverso, cugino di Enrico Cuccia, Guarrasi, ha mani dappertutto – sul lotto di una banca, sul quotidiano comunista L’Ora (dove lavora il giornalista Mauro De Mauro) – ed è socio della Ra.Spe.Me, che opera nel settore medico. Il suo socio è Alfredo Dell’Utri, padre di Marcello. I nuovi membri rimuovono Mattei dalla carica di vicepresidente, ma non riescono a estrometterlo. Ottengono l’accesso agli archivi segreti delle ricerche Agip e fanno chiudere Caviaga, mentre una raffineria di Marghera viene venduta alla British Petroleum. La Edison si prepara a trasformare l’Agip in una società divisa un terzo a lei, un terzo all’AGIP e un terzo alla società Metano, che poi è un nome fittizio per coprire una partecipata Edison. Mattei ha bisogno di più forza per difendersi, così nel 1948 entra in politica. Tramite agganci e conoscenze arriva fino a De Gasperi in persona. Quando la Democrazia Cristiana vince le elezioni, De Gasperi spazza via il CDA dell’AGIP e nomina presidente Marcello Boldrini. Lui mette vicepresidente Mattei, che sceglie i suoi uomini tra vecchi commilitoni e compaesani. Gli USA contrattaccano e stanno per far approvare una legge mineraria capestro, quando succede qualcosa che nessuno avrebbe potuto prevedere: a Cortemaggiore l’Agip trova il petrolio.

È una sacca da pochissimi ettolitri, ma a Mattei basta. Contatta la stampa e i fotografi. Da bravo venditore ingigantisce talmente tanto la questione che le azioni salgono, la legge sullo sfruttamento minerario cade e, anzi, il Parlamento decide di riservare allo Stato le ricerche nel sottosuolo della Val Padana. Mattei estrae metano a Cornegliano, Pontenure, Bordolano, Correggio e Ravella. Indice un concorso per il logo e sceglie il cane a sei zampe che sputa fuoco. Lo slogan “il miglior amico dell’italiano a quattro ruote” è di Ettore Scola. Inventa le stazioni di servizio coi gabinetti, la pulitura vetri gratis, il controllo di olio e pneumatici; dove non arrivano i metanodotti, porta il gas con le bombole; vende l’idrogeno derivato dal metano alle aziende di fertilizzanti, facendone crollare i prezzi del 70% e permettendo a chiunque di coltivare campi. Abbassa anche il prezzo della benzina, mettendo in crisi la Edison e la Montecatini. Nel 1952 fonda l’Eni (con vicepresidente sempre Boldrini) e trasforma la vita degli italiani.

Quando il petrolio di Cortemaggiore sta per finire, Mattei si rende conto che è ora di cercarlo all’estero. Nel dicembre del 1959 incontra a Montecarlo un rappresentante della Shell: gli propone di aprire insieme una raffineria in Tunisia, ma il rappresentate rifiuta: “Tratto coi petrolieri, non coi venditori”. È guerra aperta. Mattei finanzia Il Giorno, un quotidiano da cui diffonde le idee per una politica estera che si distingua da quella colonialista degli altri Paesi.

È una filosofia che prende il nome di “Neoatlantismo” e che alle sette sorelle non piace – perché ci vuol poco a capire che vincerà. Mattei offre ai Paesi produttori di diventare suoi partner e si impegna a estrarre solo il 50% del greggio. Non guarda il terzo mondo dall’alto in basso, ma come se si trattassero di pari – anche lui, una volta, era povero e ignorante. Offre tecnologia, borse di studio, addirittura scuole di formazione a Metanopoli, la città che ha fatto edificare in Val Padana. E non truffa mai, perché Mattei è un venditore e sa che gli accordi capestro all’inizio fruttano, ma poi non fanno che crearti nemici.


Visita del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi a Metanopoli

Nel 1957 ottiene l’autorizzazione a cercare petrolio in tre zone dell’Iran. Il dipartimento di Stato americano scrive che “Gli obiettivi di Mattei in Italia e all’estero dovrebbero destare preoccupazioni. Mattei rappresenta una minaccia per gli obiettivi della politica che gli Stati Uniti intendono perseguire in Italia”. L’anno successivo Mattei arriva anche in Giordania. Il 9 settembre 1960 nasce l’Organisation of Petroleum Exporting Countries, detta OPEC. Ne fanno parte Venezuela, Iraq, Iran, Kuwait, Arabia. Il suo sogno è un’unificazione mondiale del patrimonio energetico: ricreare un cartello, ma in maniera equa ed etica. Il mondo sta abbracciando la sua visione.

A Metanopoli ormai ci sono studenti provenienti da tutto il mondo. Nello stesso anno Mattei osa ciò che nemmeno le sette sorelle potevano prevedere: chiude un accordo con l’URSS per ottenere “quantitativo molto considerevole di petrolio”, grazie al quale copre il 25% del fabbisogno dell’Eni e a un prezzo mai visto prima. È il colpo definitivo al cartello delle sette sorelle. Il 12 novembre, sul New York Times, un articolo accusa lui di essere filosovietico e l’Italia “di non rispettare i patti del dopoguerra”, oltre ad aver compromesso “futuri equilibri politici”.

Nel 1962 Mattei muore, a bordo del suo aereo. L’inchiesta si chiude “nell’impossibilità di accertare le cause dell’incidente”. Ma non è un incidente. Qualcuno ha messo 100 grammi di esplosivo Compound-B nel cruscotto, perché detonasse all’attivazione del carrello: chi? Il regista Francesco Rosi decide di girare un film sulla vicenda e si avvale dell’aiuto del giornalista de L’Ora, Mauro De Mauro. Dopo alcune indagini, il reporter confessa a un collega di avere in mano “una roba grossa che farà tremare l’Italia”. Ed è per questo che viene neutralizzato. Non viene ucciso per strada com’è tipico degli omicidi mafiosi: viene sequestrato senza rivendicazioni, né richieste di riscatto. Anche le indagini sulla sparizione di De Mauro subiscono depistaggi. Nel 1973 esce un libro chiamato Questo è Cefis – L’altra faccia dell’onorato presidente. Lo pubblica la AMI di Graziano Verzotto, uomo di Enrico Mattei e informatore di Mauro De Mauro. Il libro è scritto da un misterioso Giorgio Steimetz, sul cui vero nome ancora oggi si nutrono dubbi. Il libro subisce l’opera di censura più potente che si sia vista in epoca moderna. Viene ritirato da tutte le librerie, persino dalla Biblioteca nazionale di Roma e da quella di Firenze – che per legge dovrebbero ricevere una copia di ogni libro stampato in Italia. Dentro pare ci sia una biografia non autorizzata del presidente, che dopo la morte di Mattei è passato alla Montedison – frutto della fusione di Edison e Montecatini. Ma qualcuno riesce a leggere il libro, ed è Pier Paolo Pasolini. Quando viene assassinato nel 1975 sta scrivendo Petrolio: il personaggio di Cefis avrebbe il nome di Troya. Purtroppo il libro è incompleto, si arresta al capitolo “Lampi sull’Eni” di cui esisteva solo una nota, chiamata “appunto 21”.


Scena dal film “Il Caso Mattei” di Francesco Rosi

Francesco Rosi Nel film “Il Caso Mattei”

Scena dal film “Il Caso Mattei”

Mattei e il suo Jet personale

Passano gli anni. Arriva la crisi energetica del 1973, poi quella del 1979. Le sette sorelle vacillano, mentre l’Occidente scopre che affidare il proprio fabbisogno energetico a una risorsa presente nei luoghi più instabili del pianeta non è una buona idea. Negli anni ’90, il pentito Gaetano Iannì, ex capomafia, rivela che il misterioso sabotatore dell’aereo di Mattei sarebbe Peppe Di Cristina, all’epoca criminale potentissimo, dietro incarico di Cosa Nostra. Anche il boss Tommaso Buscetta conferma e ricostruisce le ultime ore di Mattei in maniera ben dettagliata e credibile. Stando alla sua versione, la richiesta sarebbe provenuta dalle famiglie mafiose di Philadelfia, con cui Cosa Nostra voleva stringere di nuovo i rapporti. Nel 1995 il sostituto procuratore Vincenzo Calia apre nuove indagini sul delitto Mattei, dopo aver scoperto che le prime erano state fatte a dir poco male. Trova nella sede dei servizi segreti due note, scritte a mano: dicono che il fondatore della P2 è stato un certo Eugenio Cefis, il quale avrebbe poi passato il comando a Licio Gelli quando le cose già stavano andando male. Di recente il senatore Marcello Dell’Utri è stato interrogato in merito al famigerato “appunto 21” del libro di Pasolini. Perché sembra sia uno dei pochi ad averlo letto.

Nel 1909, nel libro The meaning of truth, William James scrisse che il più grande nemico di qualsiasi nostra verità è il resto, della nostra verità. Probabilmente non sapremo mai cos’è successo davvero. Erano gli anni di piombo, in cui poteri immensi avevano scelto di combattersi sul nostro territorio. C’erano petrolieri, CIA, KGB, SISDE, SISMI, Gladio nera, Gladio rossa, israeliani, palestinesi, ex fascisti, ex partigiani, massoni, anarchici, politici comprati, preti. Districare quella matassa, o cercarvi una logica, è difficile. E spesso ha un risultato parziale. Mattei oggi è ricordato dall’Eni con affetto, rispetto e nostalgia. Quel gattino è diventato una tigre capace di cavarsela dove gli eredi delle sette sorelle annaspano. E tutto perché l’Eni ha messo in pratica quello che Mattei aveva insegnato: che i contratti capestro creano solo nemici.

O terroristi.

 

 

fonte: https://thevision.com/cultura/enrico-mattei-eni/