33 anni fa il dirottamento dell’Achille Lauro che sfociò nella famosa “Notte di Sigonella ” – Segnò la fine di Bettino Craxi che ebbe la grave “colpa” di mostrare le palle opponendosi alla prepotenza degli Stati Uniti, facendosi rispettare e, per una volta, facendo rispettare l’Italia…!

 

Achille Lauro

 

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

33 anni fa il dirottamento dell’Achille Lauro che sfociò nella famosa “Notte di Sigonella ” – Segnò la fine di Bettino Craxi che ebbe la grave “colpa” di mostrare le palle opponendosi alla prepotenza degli Stati Uniti, facendosi rispettare e, per una volta,  facendo rispettare l’Italia…!

 

 

Il dirottamento dell’Achille Lauro fu un atto terroristico avvenuto il 7 ottobre1985, con il sequestro, da parte di un gruppo di 4 terroristi palestinesi, dei passeggeri della nave da crociera italiana e l’uccisione di Leon Klinghoffer, cittadino statunitense paralitico e di fede ebraica.

Il 7 ottobre 1985, mentre compiva una crociera nel Mediterraneo, al largo delle coste egiziane, venne dirottata da un commando di Palestinesi aderenti al Fronte per la Liberazione della Palestina (FLP): Bassām al-ʿAskar, Aḥmad Maʿrūf al-Asadī, Yūsuf Mājid al-Mulqī e ʿAbd al-Laṭīf Ibrāhīm Faṭāʾir.

A bordo erano presenti circa 550 persone (201 passeggeri e 344 uomini di equipaggio). I quattro terroristi erano partiti da Genova mentre la nave stava per salpare le ancore, ed erano muniti di passaporti ungheresi e greci. All’ora di pranzo i quattro sbucarono sul ponte di comando armati di Kalašnikov, e intimarono al comandante Gerardo De Rosa di far rotta verso il porto di Tartus, in Siria.

Giulio Andreotti, ministro degli esteri, mobilitò l’egiziano Boutros Boutros-Ghali (che assicurò piena collaborazione) e il siriano Hafiz al-Asad, che inizialmente era disposto a consentire l’attracco della nave nel porto di Tartus ma poi rifiutò a causa delle pressioni degli Stati Uniti.

La sera stessa 60 incursori italiani del Colonnello Moschin arrivarono alla base militare di Akrotiri, a Cipro, pronti a intervenire, seguendo un piano sviluppato insieme all’UNIS del COMSUBIN, presenti in fase di pianificazione. Si decise però alla fine la via diplomatica.

Dopo frenetiche trattative diplomatiche si giunse, in un primo momento, ad una felice conclusione della vicenda, grazie all’intercessione dell’Egitto, dell’OLP di Arafat (che in quel periodo aveva trasferito il quartier generale dal Libano a Tunisi a causa della guerra del Libano) e dello stesso Abu Abbas (uno dei due negoziatori, proposti da Arafat, insieme a Hani al-Hassan, un consigliere dello stesso Arafat), che convinse i terroristi alla resa in cambio della promessa dell’immunità.

Dopo il divieto di sbarcare in Siria, l’Achille Lauro approdò nelle acque egiziane.

Due giorni dopo si scoprì tuttavia che a bordo era stato ucciso un cittadino statunitense, Leon Klinghoffer, ebreo e paralitico a causa di un ictus: l’episodio provocò la reazione degli Stati Uniti che volevano l’estradizione dei dirottatori per processarli nel loro Paese.

Ad uccidere il passeggero fu il terrorista Yūsuf Mājid al-Mulqī.

L’11 ottobre un Boeing 737 egiziano si alzò in volo per portare a Tunisi i membri del commando di dirottatori, assieme allo stesso Abu Abbas, Hani al-Hassan (l’altro mediatore dell’OLP) e ad agenti dei servizi e diplomatici egiziani, secondo gli accordi raggiunti (salvacondotto per i dirottatori e la possibilità di essere trasportati in un altro Stato arabo): mentre era in volo, alcuni caccia statunitensi lo intercettarono costringendolo a dirigersi verso la Naval Air Station Sigonella, in Italia, dove fu autorizzato ad atterrare poco dopo la mezzanotte.

L’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi si oppose tuttavia all’intervento degli Stati Uniti, chiedendo il rispetto del diritto internazionale e sia i VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) che i carabinieridi stanza all’aeroporto si schierarono a difesa dell’aereo contro la Delta Force statunitense che nel frattempo era giunta su due C-141. A questa situazione si aggiunse un altro gruppo di carabinieri, fatti giungere da Catania dal comandante generale dei Carabinieri  Riccardo Bisogniero.

A quel punto la questione centreale riguardava Abu Abbas: pur di proteggerlo il governo italiano sembrò disposto a rischiare uno scontro armato con gli Stati Uniti. Craxi disse che la giustizia italiana avrebbe processato i sequestratori e aggiunse che non era possibile indagare su persone ospiti del governo egiziano a bordo di quel Boeing, dal momento che era protetto con l’extraterritorialità.

Si trattò della più grave crisi diplomatica del dopoguerra tra l’Italia e gli Stati Uniti, che si risolse cinque ore dopo con la rinuncia degli Stati Uniti ad un attacco all’aereo sul suolo italiano.

I quattro membri del commando terrorista furono presi in consegna dalla polizia e rinchiusi nel carcere di Siracusa e furono in seguito condannati, scontando la pena in Italia. Per il resto della giornata vi furono numerose trattative diplomatiche tra i rappresentanti del governo italiano, di quello egiziano e dell’OLP.

Il governo italiano chiese all’ambasciatore egiziano lo spostamento del Boeing 737 dalla base di Sigonella all’aeroporto di Ciampino per «poter esplorare la possibilità di compiere ulteriori accertamenti». Craxi spiegò che il Boeing era trasferito a Roma per rispondere all’impegno preso con Reagan di «concedere il tempo necessario» affinché il governo italiano potesse disporre «di elementi o evidenze che dimostrassero […] il coinvolgimento dei due dirigenti palestinesi nella vicenda». Alla ripartenza dell’aereo con destinazione Ciampino si unirono al velivolo egiziano un velivolo del SISMI che era nel frattempo giunto con l’ammiraglio Fulvio Martini (che nelle prime ore della crisi era stato costretto a seguire le trattative solo per via telefonica) e a una piccola scorta di due F-104S decollati dalla base di Gioia del Colle e altri due decollati da Grazzanise, voluta dallo stesso Martini. Nel frattempo un F-14 statunitense decollò dalla base di Sigonella senza chiedere l’autorizzazione e senza comunicare il piano di volo, e cercò di rompere la formazione del Boeing e dei velivoli italiani, sostenendo di voler prendere in consegna il velivolo con Abbas a bordo, venendo però respinto dagli F-104 di scorta.

Una volta giunti a Ciampino, intorno alle 23:00, un secondo aereo statunitense, fingendo un guasto, ottenne l’autorizzazione per un atterraggio di emergenza e si posizionò sulla pista davanti al velivolo egiziano, impedendone un’eventuale ripartenza. Su ordine di Martini al caccia venne allora dato un ultimatum di cinque minuti per liberare la pista, in caso contrario sarebbe stato spinto fuori pista da un Bulldozer: dopo tre minuti il caccia statunitense ridecollò, liberando la pista. Per questo episodio il governo italiano protestò con l’ambasciatore Maxwell M. Rabb.

Gli Stati Uniti richiesero nuovamente la consegna di Abu Abbas, in base agli accordi di estradizione esistenti con l’Italia, senza tuttavia portare prove del reale coinvolgimento del negoziatore nel dirottamento. I legali del Ministero di Grazia e Giustizia e gli esperti in diritto internazionale consultati dal governo ritennero comunque non valide le richieste statunitensi.

Il Boeing egiziano venne quindi trasferito a Fiumicino, dove Abu Abbas e l’altro mediatore dell’OLP furono fatti salire su un diverso velivolo, un volo di linea di nazionalità jugoslava la cui partenza era stata appositamente ritardata. Solo il giorno successivo, grazie alle informazioni raccolte dai servizi segreti israeliani (che tuttavia non erano state consegnate al SISMI durante la crisi, pur essendo già disponibili), si ottennero alcuni stralci di intercettazioni che potevano legare Abu Abbas al dirottamento. La CIA consegnò solo alcuni giorni dopo (16 ottobre) i testi completi delle intercettazioni, effettuate da mezzi statunitensi, che provavano con certezza le responsabilità di Abu Abbas, il quale venne processato e condannato all’ergastolo in contumacia.

Il ministro della difesa Giovanni Spadolini e altri due ministri repubblicani (Oscar Mammì e Bruno Visentini) presentarono le dimissioni in segno di protesta contro Craxi, provocando una crisi di governo successivamente rientrata.

Il governo Craxi, nonostante le prepotenti sollecitazioni americane, mostrò fermezza e determinazione.

Craxi mostrò di avere le palle facendosi risoettare e non permettendo ancora una volta agli americani di trattarci come un loro zerbino…

Ma probabilmente tutto questo segnò anche la fine della sua carriera politica… Gli americani hanno bisogno di leccaculo e non di gente con le palle.

Tratto da Wikipedia

 

6 agosto 1945, Hiroshima – 73 anni fa uno dei più gravi e schifosi crimini contro l’umanità: gli Americani, quelli che oggi si ergono a giudici del mondo, lanciarono l’attacco atomico contro i civili di un paese che si era gia arreso!

 

Hiroshima

 

.

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

6 agosto 1945, Hiroshima – 73 anni fa uno dei più gravi e schifosi crimini contro l’umanità: gli Americani, quelli che oggi si ergono a giudici del mondo, lanciarono l’attacco atomico contro i civili di un paese che si era gia arreso!

 

Il 6 agosto 1945 alle ore 8:15, un aereo statunitense sganciò la bomba all’uranio Little Boy sulla città giapponese di Hiroshima. Quella mattina, uomini, donne e bambini si apprestavano a vivere una nuova giornata, del tutto ignari dell’orrore che stava per abbattersi su di loro. A Hiroshima, l’esplosione della bomba generò in dieci secondi un’onda d’urto che rase al suolo la città per un raggio di due chilometri, uccidendo all’istante 70mila persone. In seguito, 70mila persone transitarono dalla vita alla morte senza rendersene conto, travolti da una vera e propria tempesta rovente che avanzò a 800 km all’ora.

Forse, in quel giorno, i primi morti furono i più fortunati. Dei privilegiati rispetto alle tante migliaia di civili che morirono in un secondo momento. È davvero difficile pensare cosa abbiano provato quegli uomini e quelle donne che si accingevano ad andare a lavorare o ad accompagnare i bambini a scuola. Non esistevano neppure le immagini di esplosioni atomiche, nessuno dei cittadini di Hiroshima aveva visto una tale luce o udito un tale suono così improvviso e devastante. Senza più la città intorno, senza punti di riferimento in un caldo torrido e colpiti da una forte pioggia radioattiva nera, i sopravvissuti vagarono senza meta, poi molti, sperando di fermare le terribili scottature, si gettarono nel fiume che però in alcuni punti ribolliva e ben presto si riempì dicadaveri che galleggiavano.

Tre giorni dopo, gli americani attaccano un’altra città giapponese, quella di Nagasaki: sganciano una bomba al plutonio, Fat man. Lo sgancio però non fu preciso e la bomba brillò in una zona della città difesa dai monti. Nonostante ciò, morirono subito 40mila persone e molte altre migliaia rimasero ustionate. Molte altre morirono in seguito.

Oltre 70 anni dopo, è risaputo che questi crimini contro l’umanità furono del tutto inutili al fine della vittoria statunitense. Hitler e Mussolini erano già morti, il Giappone era sul punto di arrendersi. Lo stesso Winston Churchill, primo ministro britannico, affermò: “Sarebbe un errore supporre che il destino del Giappone fu suggellato dalla bomba atomica. La sua sconfitta era certa prima che fosse sganciata la prima bomba”. In realtà, quelle bombe furono sganciate per due ragioni. La prima era di mandare un messaggio a Mosca; già durante il secondo conflitto mondiale si comprese che l’antagonismo futuro sarebbe stato tra le due potenze vincitrice della guerra, Usa e Urss. Secondo motivo era giustificare l’immensa spesa del progetto Manhattan, da cui scaturì la bomba atomica.

Dopo quelle due esplosioni (le uniche vere armi di distruzione di massa mai usate dall’uomo) gli Usa, sostituendo quello britannico, divennero un nuovo, tracotante, impero che in 70 anni ha sottomesso con la violenza militare ed economica quasi l’intero pianeta. Corea, Nicaragua, Congo, Vietnam, Laos, Cambogia, Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria sono soltanto alcune guerre dirette o per procura che hanno imposto il dominio a stelle e strisce. A partire da quel 6 agosto, gli Usa sono diventati un’economia di guerra, un keynesismo militarista difficile da disinnescare per l’immensa rete di interessi che ha svuotato del significato etimologico i termini come pace e democrazia.

Se proprio dovevano manifestare la loro potenza malefica, quei due ordigni atomici potevano essere fatti brillare in zone disabitate del Giappone, il mondo intero comunque avrebbe saputo di tale nuova arma. Invece, si sono colpiti i civili prima a Hiroshima replicando poi, pur avendo visto gli effetti di tale mostruosità, a Nagasaki. Circa 300mila civili furono uccisi, molti sono sopravvissuti tra immense sofferenze fisiche e psicologiche.

Il presidente Obama, addirittura premio Nobel per la pace (anche se nei suoi otto anni di mandato gli Usa sono sempre stati in guerra), è stato il primo presidente a visitare Hiroshima. Egli, ai superstiti presenti, non ebbe l’umanità non dico di chiedere perdono, ma nemmeno scusa. Non l’ha fatto lui e non lo faranno altri presidenti, perché gli Stati Uniti, come tutti gli imperi, si basano sulla guerra rendendo di conseguenza le cerimonie di questi giorni inutili parate che non rendono il nostro futuro più sicuro da probabili nuove esplosioni.

La Casellati va in visita negli Stati Uniti in coincidenza col concerto del figlio. E gli italiani, guarda le coincidenze, le pagano il viaggio…

 

Casellati

 

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

La Casellati va in visita negli Stati Uniti in coincidenza col concerto del figlio. E gli italiani, guarda le coincidenze, le pagano il viaggio…

 

Casellati tour negli Usa col concerto del figlio

(di Carlo Tecce – Il Fatto Quotidiano) – Succede. “Una coincidenza”, per dirla con Leonardo Sciascia. Maria Elisabetta Alberti Casellati va negli Stati Uniti per una visita ufficiale, tre giorni a Washington, tre giorni a New York. Il presidente del Senato gira in lungo e largo, stringe mani autorevoli di qua, rende omaggi e saluta con affetto di là. E succede. Il figlio Alvise, ex avvocato negli Usa, direttore d’orchestra, si esibisce al Central Park di New York e la mamma, la seconda carica dello Stato, assiste compiaciuta. Succede. Anzi, è successo lunedì pomeriggio.

Casellati è partita martedì 26 giugno per gli Stati Uniti, prima tappa a Washington per incontri misti: “Alcuni giudici della Corte Suprema, la leadership del Congresso, presidenti delle Commissioni del Senato”, si legge nel comunicato di Palazzo Madama. Poi si trasferisce a New York, venerdì viene ricevuta alle Nazioni Unite da Miroslav Lajcak, presidente dell’assemblea e da Antonio Guterres, segretario generale. Cena dal console Francesco Genuardi, tra i commensali gli italiani all’estero. Il viaggio dagli alleati – parecchio intenso, con “un’agenda fittissima” (cit. Palazzo Madama) – rallenta nel weekend: inaugura il padiglione Italia al “Summer fancy food show” e va al museo Frick Collection per un’esposizione sul “George Washington di Canova”. Lunedì, la mattina è frenetica: un salto a Wall Street per l’apertura della Borsa, corona di fiori al memoriale dell’11 settembre e pranzo da Eataly.

Il programma del pomeriggio è inesistente per l’impegno al Central Park. Il figlio Alvise ha un concerto pagato pure da Brooks Brothers e dalla multinazionale Eni, un evento gratuito per avvicinare le comunità italiane e americane e far risuonare il Rigoletto, la Traviata, il Barbiere di Siviglia nella caotica metropoli. Si chiama “Opera italiana is in the air”, patrocini di prestigio e contribuiti di Banca Intesa. E mamma è in platea. Oggi Casellati rientra in Italia, non digiuna di arte perché ha trascorso il martedì del congedo tra i musei Metropolitan e Guggenheim.

Palazzo Madama ha omesso il concerto di Alvise finché il Fatto non ha chiesto spiegazioni, incuriosito da una bizzarra coincidenza. Così ieri sera, in una nota, il Senato ha informato gli italiani che la “visita di Casellati negli Stati Uniti va verso la conclusione” e, sorpresa, c’è pure il distensivo pomeriggio al Central Park col figlio Alvise: “In forma strettamente privata”. Succede.

Non vale la pena rievocare il passato. La figlia Ludovica assunta al ministero per la Salute con un contratto da capo della segretaria del sottosegretario – non è uno scioglilingua – Elisabetta Alberti Casellati. Robe di una dozzina di anni fa. Oppure la consulenza sempre di Ludovica – ex dipendente di Publitalia, la cassaforte pubblicitaria di Mediaset – per curare i rapporti con i media di Barbara Degani, sottosegretaria all’Ambiente nei governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, amica di famiglia. Il giorno dell’elezione al vertice di Palazzo Madama, Casellati ha commosso la stampa con la corsa a Genova – in volo di linea – per vedere il figlio Alvise al teatro “Carlo Felice”. Adesso ha soltanto sfruttato una coincidenza, di quelle talmente perfette che non ammettono retropensieri. Semmai, ossequi.

fonte: https://infosannio.wordpress.com/2018/07/04/casellati-tour-negli-usa-col-concerto-del-figlio/

Il pianto dei bambini strappati alle madri da Trump? Di che cazzo Vi meravigliate? Qui parliamo di una nazione nata sul GENOCIDIO degli indigeni… Ecco come De André che ci racconta il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito USA riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini!!

 

Trump

 

.

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

Il pianto dei bambini strappati alle madri da Trump? Di che cazzo Vi meravigliate? Qui parliamo di una nazione nata sul GENOCIDIO degli indigeni… Ecco come De André che ci racconta il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito USA riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini!!

Il pianto della piccola migrante trattata come una terrorista e strappata ai genitori

Le scelte disumane di Trump fanno orrore. Ma adesso lo stato di New York vuole fare causa al miliardario xenofobo: diola i diritti costituzionali

Senza pietà, senza umanità. Lui è il ricco che difende i ricchi. Lui è il ricco che sfrutta i poveri ma non ne ha misericordia. Lui è il ricco che un giorno – speriamo – sarà ricordato sui libri di storia per essere il simbolo dell’egoismo, dello sfruttamento e dell’intolleranza.
Ma qualcuno si oppone: lo stato di New York intende fare causa al governo per la separazione delle famiglie al confine con il Messico. Lo afferma il governatore Andrew Cuomo, sottolineando come a suo avviso il governo stia violando i diritti costituzionali degli immigrati.
La presa di posizione di Cuomo è legata al fatto che oltre 70 bambini separati dalle loro famiglie si trovano in istituti a Long Island, nello stato di New York.
Secondo Cuomo l’amministrazione Trump sta violando anche l’accordo di Flores del 1997 che determina gli ”standard nazionali riguardo la detenzione, il rilascio e il trattamento dei bambini immigrati detenuti in complessi” pubblici ”dando priorità al principio dell’unità familiare”.

Leggi: Per non dimenticare – 29 novembre 1864, il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito degli Stati Uniti d’America riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini indigeni !!

Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura….
 
Chi, come me, ha amato Fabrizio De André conosce molto bene questa canzone.

La musica incalzante accompagna parole che suonano come una poesia, ma che in realtà raccontano una vicenda terribile, vista con gli occhi di un bambino indiano che il 29 novembre 1864 morì per mano dell’esercito americano in quella infame pagina di storia ricordata come il massacro di Sand Creek. Scrivendo queste righe sono molto commossa. Non vi racconterò di una battaglia fra eserciti di uomini adulti e valorosi, che si fronteggiano all’ultimo sangue ad armi pari. Vi racconterò la storia di un esercito di bambini, donne e anziani che furono nel sonno trucidati senza pietà. Partiamo dall’inizio, facciamo un passo indietro per meglio comprendere cosa accadde. Durante la metà del XIX secolo, molti coloni provenienti dall’Europa iniziarono a spostarsi verso California e Oregon dell’ovest, territori conquistati in seguito alla fine della guerra fra Messico e Stati Uniti. Una vera fortuna, vista la scoperta di numerosi giacimenti auriferi, che diede vita alla corsa all’oro Californiana.  I territori delle Grandi Pianure settentrionali, fino ad allora poco colonizzati, erano prevalentemente popolati da tribù nomadi o seminomadi di nativi americani.  Ma cosa si intende per nativi americani? Con l’espressione Nativi americani si intende indicare le popolazioni che abitavano il continente americano prima della colonizzazione europea e i loro odierni discendenti. Le tribù vivevano senza confini sparse sul territorio. Con l’arrivo dei colonizzatori e dei primi scontri, si rese necessario un accordo fra le parti, che non fu certo vantaggioso per i Nativi. Il 17 settembre 1851, commissari del governo statunitense siglarono con i rappresentanti delle principali tribù dei nativi della regione il trattato di Fort Laramie, che prevedeva in cambio del passaggio libero delle carovane dirette a ovest, della costruzione di strade e forti dell’esercito nella regione, il pagamento di un’indennità annuale di 50.000 dollari per quindici anni, poi ridotti a dieci. L’accordo, inoltre, circoscriveva con precisione i territori da assegnare in proprietà esclusiva alle tribù, sui quali avrebbero potuto transitare liberamente, cacciare e pescare.  Qualcosa di fondo secondo me stride: da liberi nelle Grandi Pianure, a liberi in aree con confini delimitati. Ma questa è la storia.  I territori riconosciuti ai Cheyenne e agli Arapaho erano compresi tra le Montagne Rocciose e i fiumi North Platte e Arkansas, zona che oggi ospita l’odierno Colorado. La firma del trattato garantì la pace, almeno apparente, fino al luglio 1858, anno in cui iniziò la “corsa all’oro del Pike’s Peak”, adiacente alle Montagne Rocciose. La scoperta di immensi giacimenti d’oro causò l’arrivo nella regione di quasi 100.000 cercatori, che senza badare agli accordi siglati, invasero indiscriminatamente i territori dei nativi, cominciando a costruire insediamenti stabili, tra cui il primo nucleo della città di Denver.

Coloni e minatori, com’era naturale si unirono in un fronte comune, iniziando a chiedere al governo i territori della valle del fiume Platte, di importanza fondamentale per le tribù native, in quanto zona di pascolo di mandrie di bisonti. Il governo non cedette alla richiesta, ma le autorità locali, spinte dalla pressione crescente della popolazione, decisero di creare nel 1859 il cosiddetto “Territorio di Jefferson”, un’entità amministrativa extralegale e non riconosciuta dal governo statunitense.
Alla fine del 1860 le crescenti richieste dei coloni, spinsero il governo ad iniziare i negoziati per ridefinire i confini dei territori assegnati alle tribù dei Cheyenne meridionali e agli Arapaho.
Il 18 febbraio 1861 venne siglato il trattato di Fort Wise tra il Commissario agli Affari indiani Alfred Greenwood e un gruppo di capi Cheyenne e Arapaho. I nativi rinunciarono a quasi due terzi del territorio a loro assegnato in precedenza, accettando di insediarsi in un’area molto più piccola compresa tra i fiumi Arkansas e Big Sandy Creek. Il nuovo insediamento era scarso di selvaggina e difficilmente coltivabile. I capi tribù accettarono la nuova sistemazione solo a patto che potessero liberamente circolare e cacciare nei territori che avevano lasciato, ne andava della sussistenza della loro gente. Questo punto del trattato però, come era prevedibile rimase in sospeso, senza una definizione precisa. Sarebbe stato solo questione di tempo prima dell’inizio di un aperto conflitto fra le parti, che vedeva contrapposta la sopravvivenza di un popolo agli interessi economici.
Gli stessi capi tribù non furono tutti unanimi sulla firma del trattato. Pentola Nera, Antilope Bianca, Orso Magro, Lupo Piccolo e Orso Alto siglarono l’accordo per i Cheyenne. Per gli Arapaho, Piccola Cornacchia, Bocca Grande, Bufera, Barba-in-Testa e Mano Sinistra.
Il 28 febbraio 1861, il “Territorio di Jefferson” divenne lo stato del Colorado. I coloni avevano vinto.
Le premesse per ciò che successe in seguito erano state poste.
Tra i più oltranzisti vi furono i Hotamétaneo’o, i Soldati Cane, una società guerriera cheyenne divenuta autonoma e ferocemente ostile alla presenza dei coloni che cercavano di insediarsi nelle terre della tribù.
La situazione diventava ogni giorno più difficile, il malcontento fra le tribù era ormai diffuso. Le notizie di una ribellione in Minnesota dei Dakota Santee, che facevano parte del gruppo dei Sioux, sedata nel sangue dall’esercito, degli attacchi alle tribù Navajo ad opera dei coloni che cercavano di farsi largo nei loro territori, crearono un clima di generale malcontento, controllato a fatica dagli anziani.
Il 12 aprile 1861 scoppiò la guerra di secessione. La minaccia di invasione da parte delle truppe confederate dal Texas e dal Nuovo Messico, portarono al pattugliamento del territorio da parte dei soldati dell’unione, che spesso si scontravano con i giovani guerrieri nativi impegnati nella caccia del bisonte.

Quale linea scelsero di seguire i soldati dell’unione? La linea dura. Fautori principali dell’intransigenza furono il nuovo governatore del Territorio John Evans e il colonnello John Chivington, veterano della guerra contro i confederati e comandante del 1st Colorado Volunteer Regiment of Cavalry, il braccio armato in questa vicenda.

Fu un generale di vent’anni Occhi turchini e giacca uguale Fu un generale di vent’anni Figlio d’un temporale …
 

Dopo quasi quattro anni di guerra, di scontri e di reciproci “dispetti”, la situazione precipitò inesorabilmente quando una pattuglia di Chivington attaccò un gruppo di Soldati Cane Cheyenne, accusati di aver rubato dei cavalli e due giorni dopo uccise, per rappresaglia, due donne e due bambini in seguito all’attacco nel campo di Cedar Bluff. Furono incendiante più di settanta tende, almeno 10% dell’intero campo Cheyenne. Soldati contro popolazione inerme.  Chivington si divertiva a seminare scompiglio, a dimostrare con atti di forza la propria superiotà.  Il 16 maggio inviò, senza autorizzazione governativa, una compagnia ad attaccare un grosso campo estivo di Cheyenne nei pressi del torrente Ask.  Capo Orso Magro, uno dei firmatari del trattato di Fort Wise andò incontro ai soldati che imbracciavano fucili carichi, armato solo di una copia del trattato. Un colpo in pieno petto lo lasciò a terra agonizzante. I Cheyenne reagirono, accorrendo anche dai campi vicini, assalendo i soldati.  Pentola Nera, uno degli anziani, fu il solo in grado di fermare i nativi, permettendo ai soldati di rifugiarsi a Fort Larned.

C’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek. I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte…
 
La pace era definitivamente compromessa. La morte di Orso Magro minò l’autorità degli altri anziani firmatari del trattato. Diversi gruppi di nativi ribelli Cheyenne e Sioux si riunirono e decisero di attaccare i coloni che erano entrati nei loro territori.  La reazione del governatore Evans non tardò ad arrivare. A fine giugno 1864 intimò ai ribelli di rientrare nella loro riserva e di deporre le armi, in caso contrario sarebbero stati considerati ostili. Ad agosto autorizzò la popolazione ad attaccare i nativi sorpresi fuori dalla riserva. Pentola Nera riuscì, con la mediazione di William Bent, colono spesato a una nativa, a creare un tavolo della trattativa con il maggiore Edward W. Wynkoop, comandante della guarnigione di Fort Lyon. Le buone intenzioni del capo indiano non corrispondevano a quelle del soldato, mostratosi ostile fin dall’inizio. Anche Chivington si mostrò ambiguo, minacciando una guerra totale in un primo momento e poi invitando i nativi ad accamparsi nei pressi di Fort Lyon, per godere della protezione dell’esercito. Fiducia. I nativi si fidavano delle parole degli uomini del governo. Perché avrebbero dovuto mentire? “Cerchiamo la pace”, pensavano gli anziani, il territorio è grande, possiamo vivere tutti insieme. Ma la caccia al bisonte non andava d’accordo con il corso all’oro, con la nascita delle prime città. I nativi non lo sapevano. Con l’arrivo dell’autunno le tribù Cheyenne dei capi Pentola Nera e Antilope Bianca lasciarono gli insediamenti estivi di Smoky Hill per accamparsi in un’ansa del fiume Sand Creek, a circa 64 chilometri a nord-est di Fort Lyon. Erano circa ottocento. Gli Arapaho dei capi Piccola Cornacchia e Mano Sinistra, si accamparono nelle immediate vicinanze del forte, tanto da iniziare rapporti commerciali stabili con gli abitanti del Forte. Il governo dell’unione non gradì l’apertura del maggiore Wynkoop, che permise l’inizio del commercio, tanto da trasferirlo il 5 novembre 1864 a Fort Riley in Kansas. Il suo posto fu occupato da un uomo di fiducia, fautore della linea dura, il maggiore Scott J. Anthony.  Il nuovo maggiore fece sentire subito la sua presenza sospendendo i rifornimenti ai nativi: la condizione era molto chiara, dovevano consegnare tutte le armi. Gli Arapaho obbedirono, ma nonostante questo, il soldato non revocò l’ordine. Pentola nera fece un altro tentativo di mediazione. Alcuni testimoni, chiamati durante le numerose inchieste successive, raccontarono che il maggiore rassicurò l’anziano che se i nativi fossero rimasti nel loro campo di Sand Creek, nulla di male sarebbe loro accaduto. Gli Arapaho si divisero: la tribù di Mano Sinistra raggiunse i Cheyenne sul Sand Creek, mentre quella di Piccola Cornacchia si rifugiò oltre il fiume Arkansas. Subito dopo la loro partenza il maggiore Scott J. Anthony chiese rinforzi ai suoi superiori con un dispaccio perché una banda di nativi ostili era accampata a circa 60 chilometri dal forte. Si riferiva al campo di Sand Creek.
Il 27 novembre arrivarono le truppe di rinforzo in gran segreto, condotte sul posto dal il colonnello Chivington. In totale 600 uomini, fra cui alcuni volontari che si erano offerti per combattere gli indiani ostili.
Un piccolo gruppo di soldati rinchiuse la famiglia di William Bent nel loro ranch, con lo scopo di impedire loro di dare l’allarme.
Non tutti i soldati erano d’accordo di attaccare il campo, sapevano che erano presenti solo donne, vecchi e bambini. Gli uomini erano tutti a caccia.
Alle 20:00 del 28 novembre la colonna di Chivington, ulteriormente rinforzata da altri volontari, lasciò Fort Lyon. Tutto era stato organizzato, avrebbero solo dovuto agire, punire i nativi e la loro sfrontata voglia di circolare liberi sul territorio.
Armati di tutto punto, i soldati si diressero verso il Sand Creek. Trasportavano anche quattro obici da montagna, necessari per meglio offendere l’accampamento.
È l’alba. 29 novembre 1864.
E quella musica distante diventò sempre più forte Chiusi gli occhi per tre volte Mi ritrovai ancora lì Chiesi a mio nonno è solo un sogno Mio nonno disse sì 
A volte I pesci cantano sul fondo del Sand Creek Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso Il lampo in un orecchio nell’altro il paradiso Le lacrime più piccole Le lacrime più grosse…
Ma non era una musica, erano le urla di quasi mille uomini ubriachi, feroci e ben armati, che al galoppo piombarono sul campo Cheyenne e Arapaho. Il fattore sorpresa fu determinante. Gli anziani erano certi che nulla avrebbero dovuto temere, gli accordi erano chiari le parole rassicuranti del maggiore Scott J. Anthony avevano avuto l’effetto desiderato. Sorpresa. I guerrieri erano tutti a caccia. Il campo era composto per due terzi da donne e bambini. La tribù di Pentola Nera era accampata al centro, con a ovest i Cheyenne di Antilope Bianca e Copricapo di Guerra e a est, un poco più distanti, gli Arapaho di Mano Sinistra. Gli eventi che seguirono lasciano poco spazio all’immaginazione. Nel campo erano presenti anche commercianti bianchi con le loro famiglie meticce, che testimoniarono gli orrori vissuti. La bandiera degli Stati Uniti d’America sventolava alta sul tipi di Pentola Nera, dono ricevuto il giorno della firma del trattato di Fort Wise. I soldati entrarono al campo sparando indiscriminatamente. Pentola Nera cercò di radunare la sua gente attorno alla bandiera. Furono un bersaglio ancora più facile. Antilope Bianca, un vecchio di 75 anni, avanzò disarmato e a mani alzate verso le truppe pazze di rabbia. Fu ucciso a fucilate. Il massacro era iniziato, il sangue che scorreva esaltava i soldati festanti. Molti dei corpi dei nativi furono mutilati: donne e bambini scalpati, mani e dita tagliate per prendere miseri gioielli, nasi asportati, orecchie, organi sessuali, usati poi come trofei da esporre sui cappelli o sulle selle dei cavalli, donne incinta sventrate, arti amputati. Nei giorni successivi questi macabri trofei furono esposti senza vergogna nel saloon intorno a Denver. I racconti dei superstiti e dei testimoni furono agghiaccianti. L’orrore strisciava sulle sponde del Sand Creek. Qualcuno riuscì a fuggire, nascondendosi in buche e trincee nella riva sabbiosa del torrente in secca. Tra questi anche Pentola Nera.
Tirai una freccia in cielo Per farlo respirare Tirai una freccia al vento Per farlo sanguinare…
Appagati da tanto orrore, i soldati fecero rientro a Fort Lyon, guidati da Chivington. Il numero esatto delle perdite non fu mai precisato. Ciò che fu chiaro fin dall’inizio fu la volontà di Chivington di far passare questa azione come un atto di difesa contro guerrieri nativi ostili. Ciò che giocò a suo sfavore furono i numerosi testimoni che raccontarono la verità su quell’alba maledetta, compresi alcuni soldati che fin dall’inizio si era dimostrati contrari a questo attacco. Ciò che avvenne dopo fu una naturale conseguenza dei fatti di Sand Creek. Gli anziani persero completamente la loro credibilità verso le tribù. Una volta dato l’allarme, i guerrieri che erano a caccia fecero ritorno, iniziando una serie di rappresaglie sulla popolazione civile. Sangue chiama sangue.  Cacciati dai loro territori, rinchiusi in riserve, massacrati, umiliati.
La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura…
Nel tentativo di riportare ordine, nell’ottobre 1865 una delegazione del governo statunitense si recò da Pentola Nera per negoziare un nuovo trattato con gli Cheyenne e gli Arapaho. La questione più complicata era ritenuta quella della proprietà delle terre. Molti coloni rivendicavano appezzamenti che legalmente appartenevano in realtà ai nativi, tra cui la zona dove sorgeva l’intera città di Denver.  Il 14 ottobre 1865 Pentola Nera, Piccola Cornacchia e un’altra decina di capi Cheyenne e Arapaho, siglarono il trattato del Little Arkansas: in cambio di una riserva a sud dell’Arkansas e della promessa di compensazioni monetarie per i sopravvissuti al massacro, le tribù dei nativi rinunciarono per sempre a qualsiasi diritto sulle loro terre originarie nel Colorado. Due anni dopo l’accordo fu abrogato unilateralmente dagli Stati Uniti e rimpiazzato dal trattato del Medicine Lodge del 21 ottobre 1867, che cancellò la riserva a sud dell’Arkansas e obbligò Cheyenne e Arapaho a trasferirsi ancora più a sud, nel poco ospitale “Territorio indiano”, l’odierno Stato dell’Oklahoma. Tutto le inchieste che furono successivamente fatte non riuscirono comunque a dare giustizia alle vittime di Sand Creek. Nessuna punizione fu prevista per Chivington o per gli altri partecipanti al massacro. Chivington lasciò l’esercito nel febbraio 1865, alla scadenza del suo regolare periodo di servizio.
 
Fu un generale di vent’anni Occhi turchini e giacca uguale Fu un generale di vent’anni Figlio d’un temporale…
 
I suoi tentativi di farsi un nome nella politica furono ostacolati dalle accuse a lui rivolte circa i fatti di Sand Creek. Dopo essere rientrato a Denver, lavorò come sceriffo locale fino alla sua morte, avvenuta il 4 ottobre 1894. Il 27 aprile 2007 il luogo del massacro fu proclamato parco nazionale storico degli Stati Uniti come “Sand Creek Massacre National Historic Site”, sotto la protezione del National Park Service. I miei pensieri su questi accadimenti sono molto grevi. Un popolo è stato cacciato da casa sua, derubato delle tradizioni, della terra, della vita.  Il forte ha schiacciato il debole.  L’oro ha scacciato il bisonte.  Le città hanno sostituito gli accampamenti.  Dopo quel giorno il sole non è stato più lo stesso sul Colorado, nell’aria c’era l’odore acre del sangue degli innocenti che si fidavano della parola dell’uomo bianco venuto da lontano.
Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek
fonti:
http://www.globalist.it/world/2018/06/19/il-pianto-della-piccola-migrante-trattata-come-una-terrorista-e-strappata-ai-genitori-2026518.html
 https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/2017/03/ora-i-bambini-dormono-sul-fondo-del.html

Indignatevi – nella foto: come l’Isis a insegna ai bambini ad amare e poi usare le armi… Ah, no, scusate. Sono solo i figli dei ricchi e democratici americani. Come non detto, niente indignazione!

armi

 

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

Indignatevi – nella foto: come l’Isis a insegna ai bambini ad amare e poi usare le armi… Ah, no, scusate. Sono solo i figli dei ricchi e democratici americani. Come non detto, niente indignazione!

Non è solo l’Isis a insegnare ai bambini ad amare e poi usare le armi

La convention della lobby delle armi è stata un festival dei muscoli e della morte. Con adoratori di mitra, pistole e pallottole.

Non sono lo fanatici delle armi. Sono dei veri e propri adoratori di questi strumenti di morti dietro le quali c’è un cinico business. La Nra (National rifle association) è potentissima. Ha finanziato generosamente la campagna elettorale di Trump che li ha subito ricompensati togliendo tutti i pochi vincoli a vendite e uso.

Ha pagato scuole, insegnanti perché ai giovani venisse insegnato fin dai piccoli l’amore per le armi.

Ha opinion leader e opinion maker pagati per influenzare l’opinione pubblica sui media, sui social, tra la gente.

Eppure vedere armi (che servono a uccidere o a far male) nelle mani dei bambini fa ribrezzo. Queste cose tanti pensano siano solo prerogativa dell’Isis o di altri gruppi militari di fanatici.
Non è così. Le armi uccidono. Meno ne girano, meno assassini potenziali saranno in mezzo a noi.

fonte: http://www.globalist.it/world/articolo/2018/05/08/non-e-solo-l-isis-a-insegnare-ai-bambini-ad-amare-e-poi-usare-le-armi-2023955.html

Quando parlò Oliver Stone: “Dimenticate l’ISIS, è l’America la vera minaccia per il mondo”

 

Oliver Stone

 

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

Oliver Stone: “Dimenticate l’ISIS, è l’America la vera minaccia per il mondo”

“Abbiamo destabilizzato il Medio Oriente, creato il caos. E poi diamo la colpa all’ISIS per il caos che abbiamo creato”

Molta gente pensava che i giorni in cui Oliver Stone scalava le classifice fossero finiti. Molte persone si sbagliavano. Il suo libro del 2012 e la serie TV, “The Untold History of the United States”, suggeriscono che il regista rinnova gli sforzi per sfidare la narrazione tradizionale per quanto riguarda l’eccezionalismo americano, l’imperialismo economico e il “coinvolgimento nefasto” del governo americano in Medio Oriente, si legge su TheAntiMedia.org.

A completare la serie di documentari in 10 parti e le 750 pagina del libro, Stone ha collaborato con lo studioso della Seconfa Guerra Mondiale, Peter Kuznick. Il regista sostiene che nel valutare la storia americana dal 1930, è il coinvolgimento americano in Medio Oriente che in realtà ha catturato la sua attenzione.

“Abbiamo destabilizzato l’intera regione, creato il caos. E poi diamo la colpa all’ISIS per il caos che abbiamo creato”, ha detto Stone.

Secondo Stone, il ruolo destabilizzante del governo degli Stati Uniti in realtà risale a ben oltre l’ISIS. La sua nuova serie individua momenti di intrusione americana nella regione nel lontano 1930 e lo segue fino al colpo di stato iraniano appoggiato dalla CIA nel 1953, il supporto per i militanti in Afghanistan in funzione anti-Unione Sovietica nel 1980, l’invasione dell’Iraq di George HW Bush del 1990, e gli sforzi attuali in Iran, Siria e altri paesi.

L’ultimo episodio della serie “The Untold History of the United States” si intitola “Bush e Obama: Age of Terror”. Vengono trattati i seguenti argomenti:

Il Progetto per un Nuovo Secolo Americano, un think tank neoconservatore che ha invocato un evento come Pearl Harbor che faccia da catalizzare per l’azione militare in Medio Oriente

La tirannia di neoconservatori che ha spinto gli Usa in guerra con l’Iraq usando un’intelligence difettosa

Il Patriot Act, che spogliato gli americani di una vasta gamma di libertà civili, mentre ha legalizzato un nuovo stato di sorveglianza

Il lavaggio del cervello nazionalista e l’allarmismo per la guerra al terrorismo

Invadere l’Afghanistan per sconfiggere alcuni degli stessi terroristi che gli Stati Uniti hanno armato e addestrato due decenni prima

Tattiche di tortura e interrogatori incostituzionali a Guantanamo

Il lavoro dei media tradizionali a favore della guerra attraverso la propaganda e la collusione delle imprese

Obama che si è svenduto a JP Morgan Chase, Goldman Sachs, Citigroup, General Electric, e Big Pharma

Il piano di salvataggio finanziario da 700 miliardi di dollari pagato da lavoratori, pensionati, proprietari di case, piccoli imprenditori, e gli studenti con prestiti

L’aumento dei compensi per i CEO in mezzo al crollo della classe media

Il fallimento di Obama nell’offrire speranza, cambiamento, o la trasparenza, la persecuzione di informatori del governo. Anche se ha ripudiato l’unilateralismo di Bush, ha raddoppiato le truppe e, secondo Stone, “manca del coraggio di un John F. Kennedy ”

Gli attacchi dei droni di Obama su Afghanistan, Iraq, Pakistan, Yemen, Libia e Somalia (che include una clip sulle sue parole alle truppe: “A differenza dei vecchi imperi, non facciamo questi sacrifici per territori o per le risorse … .Noi lo facciamo perché è giusto. ”

Stone dice che la sua serie di documentari è un approccio alternativo alla storia americana, e spera di combattere il “crimine educativo” di esporre gli scolari di oggi alla propaganda dei libri di testo e programmi televisivi.

Su questa nota, Stone non usa mezzi termini:

“Non siamo in pericolo. Noi siamo la minaccia. “

fonte: www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=12742

Trump not welcome: la protesta del piccolo rifugiato contro il miliardario xenofobo

 

 

Trump

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

Trump not welcome: la protesta del piccolo rifugiato contro il miliardario xenofobo

Su ordine del presidente i richiedenti asilo provenienti dall’America centrale sono stati respinti alla frontiera con il Messico: la Casa Bianca li considera una minaccia

La loro protesta ha fatto il giro del mondo: “Resteremo qui fino a quando anche l’ultimo di noi non sarà passato”. E’ il gridoCentinaia di migranti centroamericani premono alla frontiera fra Messico e Stati Uniti. Sono i richiedenti asilo giunti in carovana dopo un viaggio lungo un mese, su treni merci, bus, a piedi.

Ci sono donne e bambini, alcuni di loro fuggono da paesi dove rischiano la vita. Ma sono stati fermati ala frontiera Usa, dopo che la autorità americane hanno temporaneamente bloccato gli ingressi in quanto il centro per le richieste del passaggio di San Ysidro, all’altezza di San Diego, è sovraffollato.

Uno dei molti ‘viaggi della speranza’ che diverse simili carovane di migranti hanno negli anni compiuto inseguendo sognando una nuova vita negli Stati Uniti. Ma questa volta la marcia dei migranti è stata seguita passo dopo passo dall’amministrazione Trump, che l’ha tacciata di essere una minaccia per gli Usa.

La migliore risposta è di questo bambino: Trump non è il benvenuto…!

 

tratto da: http://www.globalist.it/world/articolo/2018/05/01/trump-not-welcome-la-protesta-del-piccolo-rifugiato-contro-il-miliardario-xenofobo-2023565.html

Donald Trump nominato per il Nobel per la Pace (…e non è uno scherzo, ormai nominano cani, presidenti Usa e porci)

 

Trump

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

Donald Trump nominato per il Nobel per la Pace (…e non è uno scherzo, ormai nominano cani, presidenti Usa e porci)

Donald Trump nominato per il Nobel per la Pace (e non è uno scherzo)

Alcuni deputati Repubblicani hanno candidato Donald Trump al Nobel per la Pace per il suo impegno nel normalizzare i rapporti in Corea.

Donald Trump è in corsa per l’assegnazione del Nobel per la Pace. Non si tratta dello scherzo di qualche sito burlone ma è tutto vero, visto che la candidatura è stata promossa dall’azione di diciotto deputati Repubblicani.

Mettendo da parte per un attimo le problematiche del Russiagate e della crisi in Medio Oriente, a Trump verrebbe riconosciuto il merito dell’avvio del processo di pacificazione e di denuclearizzazione della penisola coreana.

Donald Trump e il Nobel per la Pace

Fino a qualche anno fa in pochi avrebbero scommesso un solo penny sul fatto che Donald Trump fosse diventato presidente degli Stati Uniti. Neanche il più incallito giocatore d’azzardo però si sarebbe immaginato di puntare sul tycoon insignito del Nobel per la Pace.

Invece i bookmakers inglesi da tempo stanno raccogliendo scommesse a riguardo, soprattutto dopo che a caldeggiare per prima questa ipotesi era stato il presidente della Corea del Sud Moon Jae-in.

Dopo che nei mesi scorsi il mondo sembrava essere sull’orlo di una guerra nucleare vista la crisi tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti, negli ultimi tempi il clima si è molto disteso. Niente più minacce e lanci di missili ma tanta diplomazia, fino allo storico incontro tra Kim Jong-un e Moon Jae-in.

Di colpo quindi la Corea del Nord dopo anni di minacce si è detta disponibile a smantellare il proprio arsenale nucleare, iniziando un percorso di normalizzazione dei rapporti con i cugini sudcoreani iniziati in occasione delle Olimpiadi Invernali di Pyeongchang.

Una svolta il cui merito secondo il premier della Corea del Sud, democratico e da sempre fervente sostenitore del dialogo con Pyongyang, deve essere attribuito in toto a Donald Trump, asserendo poi che il Presidente meriterebbe il Nobel per la Pace per questo suo impegno.

Pochi giorni dopo diciotto deputati Repubblicani lo hanno preso in parola, proponendo Trump per l’assegnazione del prestigioso riconoscimento. Essendo i promotori facenti parte delle categorie che secondo lo statuto del Nobel possono avanzare candidature, il tycoon è quindi in lizza per entrare a far parte della cerchia ristretta dalla quale verrà scelto il vincitore.

 Fa comunque strano immaginare una persona che voleva armare gli insegnanti americani per evitare le stragi nelle scuole, che gira con una pistola perché “gli piace” e che ogni tanto lancia qualche missile in Siria, come un possibile Nobel per la Pace.

Nel caso comunque Trump non sarebbe il primo inquilino della Casa Bianca a essere insignito del riconoscimento: il primo fu Thomas Woodrow Wilsonnel 1919, seguito poi da Jimmy Carter nel 2002 e da Barack Obama nel 2009.

Se comunque fece discutere l’assegnazione del Nobel ad Obama, è facile immaginare il vespaio di polemiche che si scatenerebbe in caso di vittoria di Trump. Per i bookmakers però il Presidente degli Stati Uniti è il grande favorito insieme a un altro insospettabile, il leader nordcoreano Kim Jong-un, tanto che si vocifera anche di un possibile ex aequo. Mandela e Madre Teresa di Calcutta, nel caso perdonateci.

 

tratto da: https://www.money.it/Donald-Trump-Nobel-Pace

Wikipedia dice che la guerra in Vietnam è cessata il 30 aprile 1975. Ma non è così. Non è così almeno per chi ha subito gli effetti dei crimini americani…!

Vietnam

 

.

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

Wikipedia dice che la guerra in Vietnam è cessata il 30 aprile 1975. Ma non è così. Non è così almeno per chi ha subito gli effetti dei crimini americani…!

 

La guerra in Vietnam non è ancora finita

A oltre quarant’anni dalla guerra in Vietnam, gli effetti degli agenti chimici utilizzati dagli Stati Uniti sono ancora ben visibili. Il fotoreportage di Damir Sagolj.

In 15 anni di guerra, dal 1960 al 1975, in Vietnam furono sganciate oltre cinque milioni di bombe: quasi il doppio di quelle lanciate dagli Alleati durante la seconda guerra mondiale. Ma le forze aeree americane non sganciarono solo esplosivi.

Il Vietnam fu bombardato con il napalm, sostanza incendiaria che si incolla alla pelle e la ustiona; con il fosforo bianco, che corrode i tessuti sino alle ossa; con bombe a frammentazione, le cui schegge esplodono in ogni direzione; e con 73 milioni di litri di agenti tossici, tra cui 43 milioni di litri del diserbante Agente Arancio, prodotto soprattutto dalla multinazionale americana Monsanto.

Sono passati 40 anni dalla guerra, ma le cicatrici – fisiche e psicologiche – sono ancora ben visibili. Il fotografo dell’agenzia giornalistica Reuters Damir Sagolj è stato in Vietnam per documentare gli effetti dei bombardamenti con armi chimiche. Tra i vietnamiti e i veterani statunitensi che hanno combattuto in Vietnam, sono comuni i problemi mentali, respiratori e dermatologici.

Dopo quattro decenni, l’Agente Arancio continua a provocare vittime. Gli effetti letali dell’erbicida sono passati da una generazione all’altra. I nipoti di chi respirò l’aria avvelenata dagli agenti chimici nascono ancora con gravi deformazioni fisiche. L’associazione vietnamita delle Vittime dell’Agente Arancio e della Diossina (Vava)ha dichiarato che oltre 4,8 milioni di persone nel Paese sono state contaminate dall’erbicida e che, fra queste, tre milioni circa sono morte a causa degli effetti dell’Agente Arancio.

“L’ex soldato vietnamita Do Duc Diu mi ha mostrato il cimitero che ha costruito per i suoi dodici bambini: morirono tutti poco dopo la nascita”, racconta il fotoreporter Damir Sagolj. “Vicino c’è lo spazio per seppellire le sue figlie, che sono ancora vive ma gravemente malate”.

“L’uomo, che combatteva nel Vietnam del Nord, era stato esposto all’erbicida tossico. Per oltre vent’anni lui e sua moglie hanno cercato di avere un bambino che fosse sano. Ma i figli morivano uno dopo l’altro. Pregavano sempre e provarono a far visita persino a un leader spirituale, ma non servì a nulla. Scoprirono gli effetti dell’Agente Arancio solo dopo la nascita del loro quindicesimo figlio”.

Gli Stati Uniti hanno smesso di utilizzare l’Agente Arancio nel 1971, quattro anni prima della fine della guerra. Per venti anni molti vietnamiti sono rimasti all’oscuro di cosa fosse successo nel loro Paese.

fonte: https://www.tpi.it/2015/07/16/effetti-conseguenze-guerra-vietnam-deformazioni-agente-arancio/

La colpa di Assad è quella di giacere sulla più grande faglia petrolifera del mondo. Ma non Vi preoccupare, un crimine del genere non può restare impunito. Ecco perchè la Siria ha l’impellente bisogno della “democrazia” Americana!

 

Assad

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

La colpa di Assad è quella di giacere sulla più grande faglia petrolifera del mondo. Ma non Vi preoccupare, un crimine del genere non può restare impunito. Ecco perchè la Siria ha l’impellente bisogno della “democrazia” Americana!

Muticentro: la colpa di Assad è di giacere sulla più grande faglia petrolifera mondiale

“L’unico originale del quotidiano del ventennio, ristrutturato/declassificato dal NARA nel 2007, dimostra che la Seconda Guerra Mondiale non iniziò, come sostiene RAI STORIA “a causa della Germania che invase la Polonia nel settembre del 1939”, ma in Siria nel Febbraio del 1939, con scontri precedenti in Palestina”. Lo scrive, dopo una circostanziata analisi, lo studio legale romano Muticentro.

“Leggendo questi articoli del primo semestre 1939, il semestre e l’anno occultato dagli archivi, sembra di tornare oggi indietro di circa 80 anni. Quanto sta avvenendo oggi con l’attacco in Siria di Regno Unito, Francia e Stati Uniti, attacco preceduto da incidenti e morti in Palestina, è quanto già esattamente avvenuto circa 80 anni fa portando dritto allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Dopo pochi mesi nel 1939, anche il governo della Turchia orientale, in realtà, si schierò nell’INTESA con i governi di Francia e Regno Unito. Nel 1939 gli atei fondi petroliferi georgiani-arzrbajani-turco orientali erano riusciti a mettere dei loro uomini (i georgiani/arzebajnai Yankovich Churchill, Yankovich Roosevelt e Deadlier ) a capo dei governi di Regno Unito, Stati Uniti e Francia, uomini che costrinsero i rispettivi governi con pretesti provocati a far entrare in guerra i rispettivi eserciti.

Un pretesto provocato fu per esempio quello che indusse all‘entrata in guerra gli Stati Uniti. I giapponesi decisero di attaccare gli Usa a Pearl Arbour dopo avere subìto numerosi attentati in Giappone da parte di adepti delle Chiese Evangeliche del Sud degli Stati Uniti (chiese kazare) che avevano aperto sedi anche in Giappone da qualche anno, adepti che però avevano passaporto USA. I giapponesi pensarono però che fossero agenti dei servizi segreti USA.
I Documenti declassificati nel 2007 dimostrano che Roosevelt sapesse da tre giorni che le navi giapponesi stavano puntando verso Pearl Arbour, ma non le fermò per avere il pretesto (a Pearl Arbour, la flotta navale USA colta di sorpresa non fece nemmeno in tempo a improntare una risposta, morirono 10.000 marinai statunitensi) perché il Congresso (il Parlamento USA) votasse l’entrata in guerra degli Stati Uniti che fino a quel momento erano rimasti neutrali. La loro entrata in guerra cambiò le sorti della guerra che fino a quel momento i fondi petroliferi kazari stavano perdendo in Europa contro Germania e Italia.

I fondi petroliferi kazari avevano gia avviato nel 1939, come dimostrano i documenti declassificati, un imponente produzione d’armi nelle loro fabbriche negli Stati Uniti, armi che avrebbero potuto vendere ad ogni Stato in caso di scoppio di una guerra mondiale e cosi fu.
Il documento declassificato di cui sopra, dimostra nel discorso di Hiter alla nazione il 31 Dicembre 1943 che la Germania dopo esser stata costretta a intervenire in Polonia aveva più volte avanzato proposte di non belligeranza, sempre rifiutate da Churchill e da Deadlier.

La Germania era intervenuta in Polonia per fermare l’eccidio dei tedeschi di Danzica avvenuto nell’agosto del 1939 da parte di un gruppo terroristico, denominato NAZI, che ora i documenti declassificati dimostrano essere stato fondato e finanziato dai fondi petroliferi kazari proprietari della City of London avendo Hitler, nel giugno del 1939, nazionalizzato la Banca Centrale Tedesca. I suddetti documenti fanno osservare che Hitler era cattolico e, poichè i cattolici sono originari ebrei, non avrebbe mai potuto sterminare gli ebrei sefarditi nei campi di sterminio e schiavizzare gli ebrei askenaziti nei campi di concentramento, campi fatti costruire nella Polonia del Sud dai fondi petroliferi kazari quando la Germania si era già ritirata dalla Polonia del Sud. Pertanto, furono le SS, il gruppo terroristico denominato Nazi, la polizia privata dei fondi petroliferi kazari, a compiere lo sterminio e la schiavitù degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale al fine di eliminare, con un colpo alla nuca, una volta ritiratasi la Germania perdente in Russa nel 1943, tutti gli avvocati e dottori in legge ebrei che avevano costituito l’ossatura in Parlamento e in Magistratura degli Stati che nel secondo semestre del 1939 si erano autoannessi alla Germania e all’Italia.

Germania e Italia avevano già inziato ad attuare nel primo semestre del 1939 un NUOVO ORDINE MONDIALE senza petrolio, nazionalizzando nel giugno dello stesso anno le rispettive Banche Centrali (che i fondi petroliferi kazari controllavano), un NUOVO ORDINE MONDIALE fondato sulla coltivazione estensiva ed intensiva della pianta del sorgo, della pianta della gomma, della pianta della canapa, della pianta del frumento con grano di tipo unico italiano e tedesco, produzioni che avrebbero sostituito con la distillazione della pianta del sorgo il carburante auto da idrocarburo con la pianta della gomma (caucciu che la biotecnologia italiana aveva permesso che fosse coltivato anche in Italia), l’industria ferrosa per la scocca auto, quella petrolifera per gli interni auto e quella del legno da arredo, con la pianta della canapa per l’industria lenitiva del dolore fondata sugli oppiacei per la cura dell’alzahimer e con la pianta del frumento italiano per fare il pane con grano di scarto: tutte industrie che i fondi petroliferi detenevano nel 1939.
Tutti i brevetti di coltivazione frutto della biotecnologia italiana che l’Italia avrebbe presentato all’EXPO che si sarebbe tenuta a Roma nel 1942 ed i cui lavori – rivelano i su nominati documenti declassificati – erano iniziati proprio nel primo semestre del 1939, impiegando oltre 10.000 operai.

L’unica colpa della Siria e di Assad oggi è quella di giacere sulla più grande faglia petrolifera mondiale ancora quasi totalmente piena – sottolinea Muticentro -. I fondi petroliferi georgiani-arzebajani (kazari) vogliono a tutti i costi far scoppiare una TERZA GUERRA MONDIALE con cui guadagnerebbero immensamente finanziando gli Stati con le banche centrali che controllano, producendo armi con le fabbriche che controllano, producendo metadone, morfina e ketanina per i feriti di guerra con le fabbriche farmacologiche oppiacee che essi controllano.

La Terza Guerra Mondiale sarebbe per essi il più grande business mondiale, specie se tale guerra fosse anche nucleare perchè otterrebbero il risultato di eliminare anche circa 2/3 miliardi di individui e ciò permetterebbe che il petrolio non si esaurisca definitivamente nel 2080 come calcolato dal MIT di Boston nel caso in cui la popolazione mondiale rimanesse con gli attuali 7,5 miliardi di individui”.

Inoltre, osserva Muticentro, “Hanno provato prima a scatenare una guerra tra Corea del Nord e Stati Uniti compiendo attentati in Corea del Nord attraverso adepti delle Chiese Evangeliche del Sud degli Stati Uniti con passaporto USA in Corea del Nord, scambiati inizialmente dalla Corea del Nord per agenti della CIA. Chiarito l’equivoco Corea del Nord e Trump hanno iniziato a dialogare.
Poi hanno tentato attraverso il loro uomo, il Ministro egli Esteri britannico Boris Yankovich Johnson, di scatenare una guerra tra Regno Unito e Russia con la storia delle spie avvelenate.

Mantengono alta la tensione in Palestina tentando di far scoppiare ancora l’intifada infiltrando i movimenti pacifici di protesta con uomini che sparano alla polizia israeliana che ovviamente è costretta a rispondere, per scatenare lo Jihaidsmo in Europa negli Stati (Italia, Francia, Germania, Stati Uniti) in cui vi è il rischio che sia introdotta la separazione bancaria, o siano naziolizzate le banche e le compagnie petrolifere che i fondi petroliferi kazari controllano.

Ora con il pretesto dei gas chimici in Siria con filmati di bambini inalati che ha provocato l’intervento anche degli Stati Uniti che non è ancora certo che sia stato ordinato da Trump, ma sembrerebbe che sia una iniziativa personale di qualche adepto kazaro comandante in capo che ha mandato in Siria un paio di caccia da una base Nato”.

Osserva ancora Muticentro: “Le compagnie petrolifere statunitensi non essendo di proprietà del Tesoro degli Stati Uniti, quale interesse avrebbero pertanto gli Stati Uniti ad attaccare la Siria. Lo Stato degli Stati Uniti compra il petrolio dalle compagnie petrolifere kazare, se i giacimenti petroliferi in Siria fossero nazionalizzati da Assad, lo Stato statunitense comprerebbe il petrolio dalla Siria e a minor costo, anzichè dal cartello delle compagnie petrolifere kazare. Un barile di petrolio prima della Seconda Guerra Mondiale veniva venduto a 1,5 dollari ed ora, con l’attacco in Siria, le quotazioni del petrolio sono aumentate quasi di 100 dollari al barile”.

 

fonte: http://www.imolaoggi.it/2018/04/18/muticentro-la-colpa-di-assad-e-di-giacere-sulla-piu-grande-faglia-petrolifera-mondiale/