La profezia di Bettino Craxi: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”

Craxi

 

 

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La profezia di Bettino Craxi: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”

Benedetto Craxi, detto Bettino (Milano, 24 febbraio 1934 – Hammamet, 19 gennaio 2000), è stato un politico italiano, Presidente del Consiglio dei Ministri dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987 e Segretario del Partito Socialista Italiano dal 1976 al 1993. È stato uno degli uomini politici più rilevanti della cosiddetta Prima Repubblica: intraprese un’azione di rinnovamento del PSI e della sinistra italiana che lo portò a scontrarsi, anche duramente, con le resistenze al cambiamento da parte del Partito Comunista Italiano e all’interno del suo stesso partito. È stato il primo socialista ad aver rivestito l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri: la sua attività di governo portò il Paese al di fuori della grave situazione economica e finanziaria dovuta alla “crisi del petrolio” e all’inserimento dell’Italia nel ristretto novero delle nazioni del G7.

“Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”.

“Il regime avanza inesorabilmente. Lo fa passo dopo passo, facendosi precedere dalle spedizioni militari del braccio armato. La giustizia politica è sopra ogni altra l’arma preferita. Il resto è affidato all’informazione, in gran parte controllata e condizionata, alla tattica ed alla conquista di aree di influenza. Il regime avanza con la conquista sistematica di cariche, sottocariche, minicariche, e con una invasione nel mondo della informazione, dello spettacolo, della cultura e della sottocultura che è ormai straripante.

Non contenti dei risultati disastrosi provocati dal maggioritario, si vorrebbe da qualche parte dare un ulteriore giro di vite, sopprimendo la quota proporzionale per giungere finalmente alla agognata meta di due blocchi disomogenei, multicolorati, forzati ed imposti. Partiti che sono ben lontani dalla maggioranza assoluta pensano in questo modo di potersi imporre con una sorta di violenta normalizzazione. Sono oggi evidentissime le influenze determinanti di alcune lobbies economiche e finanziarie e di gruppi di potere oligarchici.

A ciò si aggiunga la presenza sempre più pressante della finanza internazionale, il pericolo della svendita del patrimonio pubblico, mentre peraltro continua la quotidiana, demagogica esaltazione della privatizzazione. La privatizzazione è presentata come una sorta di liberazione dal male, come un passaggio da una sfera infernale ad una sfera paradisiaca. Una falsità che i fatti si sono già incaricati di illustrare, mettendo in luce il contrasto che talvolta si apre non solo con gli interessi del mondo del lavoro ma anche con i più generali interessi della collettività nazionale. La “globalizzazione” non viene affrontata dall’Italia con la forza, la consapevolezza, l’autorità di una vera e grande nazione, ma piuttosto viene subìta in forma subalterna in un contesto di cui è sempre più difficile intravedere un avvenire, che non sia quello di un degrado continuo, di un impoverimento della società, di una sostanziale perdita di indipendenza.
I partiti dipinti come congreghe parassitarie divoratrici del danaro pubblico, sono una caricatura falsa e spregevole di chi ha della democrazia un’idea tutta sua, fatta di sé, del suo clan, dei suoi interessi e della sua ideologia illiberale.

George Soros, ebreo ungherese nato il 12 agosto 1930, denominato lo squalo da Bettino Craxi, nel 1992 si pappò da solo più di 15mila miliardi di debito pubblico italiano.

Fa meraviglia, invece, come negli anni più recenti ci siano state grandi ruberie sulle quali nessuno ha indagato. Basti pensare che solo in occasione di una svalutazione della lira, dopo una dissennata difesa del livello di cambio compiuta con uno sperpero di risorse enorme ed assurdo dalle autorità competenti, gruppi finanziari collegati alla finanza internazionale, diversi gruppi, speculando sulla lira (Soros) evidentemente sulla base di informazioni certe, che un’indagine tempestiva e penetrante avrebbe potuto facilmente individuare, hanno guadagnato in pochi giorni un numero di miliardi pari alle entrate straordinarie della politica di alcuni anni. Per non dire di tante inchieste finite letteralmente nel nulla.

D’Alema ha detto che con la caduta del Muro di Berlino si aprirono le porte ad un nuovo sistema politico. Noi non abbiamo la memoria corta. Nell’anno della caduta del Muro, nel 1989, venne varata dal Parlamento italiano una amnistia con la quale si cancellavano i reati di finanziamento illegale commessi sino ad allora. La legge venne approvata in tutta fretta e alla chetichella. Non fu neppure richiesta la discussione in aula. Le Commissioni, in sede legislativa, evidentemente senza opposizioni o comunque senza opposizioni rumorose, diedero vita, maggioranza e comunisti d’amore e d’accordo, a un vero e proprio colpo di spugna. La caduta del Muro di Berlino aveva posto l’esigenza di un urgente “colpo di spugna”. Sul sistema di finanziamento illegale dei partiti e delle attività politiche, in funzione dal dopoguerra, e adottato da tutti anche in violazione della legge sul finanziamento dei partiti entrata in vigore nel 1974, veniva posto un coperchio.

La montagna ha partorito il topolino. Anzi il topaccio. Se la Prima Repubblica era una fogna, è in questa fogna che, come amministratore pubblico, il signor Prodi si è fatto le ossa. I parametri di Maastricht non si compongono di regole divine. Non stanno scritti nella Bibbia. Non sono un’appendice ai dieci comandamenti. I criteri con i quali si è oggi alle prese furono adottati in una situazione data, con calcoli e previsioni date. L’andamento di questi anni non ha corrisposto alle previsioni dei sottoscrittori. La situazione odierna è diversa da quella sperata. Più complessa, più spinosa, più difficile da inquadrare se si vogliono evitare fratture e inaccettabili scompensi sociali. Poiché si tratta di un Trattato, la cui applicazione e portata è di grande importanza per il futuro dell’Europa Comunitaria, come tutti i Trattati può essere rinegoziato, aggiornato, adattato alle condizioni reali ed alle nuove esigenze di un gran numero ormai di paesi aderenti.

Questa è la regola del buon senso, dell’equilibrio politico, della gestione concreta e pratica della realtà. Su di un altro piano stanno i declamatori retorici dell’Europa, il delirio europeistico che non tiene contro della realtà, la scelta della crisi, della stagnazione e della conseguente disoccupazione.
Affidare effetti taumaturgici e miracolose resurrezioni alla moneta unica europea, dopo aver provveduto a isterilire, rinunciare, accrescere i conflitti sociali, è una fantastica illusione che i fatti e le realtà economiche e finanziarie del mondo non tarderanno a mettere in chiaro.

La pace si organizza con la cooperazione, la collaborazione, il negoziato, e non con la spericolata globalizzazione forzata. Ogni nazione ha una sua identità, una sua storia, un ruolo geopolitico cui non può rinunciare. Più nazioni possono associarsi, mediante trattati per perseguire fini comuni, economici, sociali, culturali, politici, ambientali. Cancellare il ruolo delle nazioni significa offendere un diritto dei popoli e creare le basi per lo svuotamento, la disintegrazione, secondo processi imprevedibili, delle più ampie unità che si vogliono costruire. Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare.”

(Bettino Craxi, estratti dal libro “Io parlo, e continuerò a parlare”, ripresi da “Il Blog di Lameduck” il 19 maggio 2015. Il libro, edito da Mondadori nel 2014, cioè 14 anni dopo la morte di Craxi, raccoglie scritti del leader socialista risalenti alla seconda metà degli anni ‘90. Scritti che oggi appaiono assolutamente profetici).

33 anni fa il dirottamento dell’Achille Lauro che sfociò nella famosa “Notte di Sigonella ” – Segnò la fine di Bettino Craxi che ebbe la grave “colpa” di mostrare le palle opponendosi alla prepotenza degli Stati Uniti, facendosi rispettare e, per una volta, facendo rispettare l’Italia…!

 

Achille Lauro

 

 

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33 anni fa il dirottamento dell’Achille Lauro che sfociò nella famosa “Notte di Sigonella ” – Segnò la fine di Bettino Craxi che ebbe la grave “colpa” di mostrare le palle opponendosi alla prepotenza degli Stati Uniti, facendosi rispettare e, per una volta,  facendo rispettare l’Italia…!

 

 

Il dirottamento dell’Achille Lauro fu un atto terroristico avvenuto il 7 ottobre1985, con il sequestro, da parte di un gruppo di 4 terroristi palestinesi, dei passeggeri della nave da crociera italiana e l’uccisione di Leon Klinghoffer, cittadino statunitense paralitico e di fede ebraica.

Il 7 ottobre 1985, mentre compiva una crociera nel Mediterraneo, al largo delle coste egiziane, venne dirottata da un commando di Palestinesi aderenti al Fronte per la Liberazione della Palestina (FLP): Bassām al-ʿAskar, Aḥmad Maʿrūf al-Asadī, Yūsuf Mājid al-Mulqī e ʿAbd al-Laṭīf Ibrāhīm Faṭāʾir.

A bordo erano presenti circa 550 persone (201 passeggeri e 344 uomini di equipaggio). I quattro terroristi erano partiti da Genova mentre la nave stava per salpare le ancore, ed erano muniti di passaporti ungheresi e greci. All’ora di pranzo i quattro sbucarono sul ponte di comando armati di Kalašnikov, e intimarono al comandante Gerardo De Rosa di far rotta verso il porto di Tartus, in Siria.

Giulio Andreotti, ministro degli esteri, mobilitò l’egiziano Boutros Boutros-Ghali (che assicurò piena collaborazione) e il siriano Hafiz al-Asad, che inizialmente era disposto a consentire l’attracco della nave nel porto di Tartus ma poi rifiutò a causa delle pressioni degli Stati Uniti.

La sera stessa 60 incursori italiani del Colonnello Moschin arrivarono alla base militare di Akrotiri, a Cipro, pronti a intervenire, seguendo un piano sviluppato insieme all’UNIS del COMSUBIN, presenti in fase di pianificazione. Si decise però alla fine la via diplomatica.

Dopo frenetiche trattative diplomatiche si giunse, in un primo momento, ad una felice conclusione della vicenda, grazie all’intercessione dell’Egitto, dell’OLP di Arafat (che in quel periodo aveva trasferito il quartier generale dal Libano a Tunisi a causa della guerra del Libano) e dello stesso Abu Abbas (uno dei due negoziatori, proposti da Arafat, insieme a Hani al-Hassan, un consigliere dello stesso Arafat), che convinse i terroristi alla resa in cambio della promessa dell’immunità.

Dopo il divieto di sbarcare in Siria, l’Achille Lauro approdò nelle acque egiziane.

Due giorni dopo si scoprì tuttavia che a bordo era stato ucciso un cittadino statunitense, Leon Klinghoffer, ebreo e paralitico a causa di un ictus: l’episodio provocò la reazione degli Stati Uniti che volevano l’estradizione dei dirottatori per processarli nel loro Paese.

Ad uccidere il passeggero fu il terrorista Yūsuf Mājid al-Mulqī.

L’11 ottobre un Boeing 737 egiziano si alzò in volo per portare a Tunisi i membri del commando di dirottatori, assieme allo stesso Abu Abbas, Hani al-Hassan (l’altro mediatore dell’OLP) e ad agenti dei servizi e diplomatici egiziani, secondo gli accordi raggiunti (salvacondotto per i dirottatori e la possibilità di essere trasportati in un altro Stato arabo): mentre era in volo, alcuni caccia statunitensi lo intercettarono costringendolo a dirigersi verso la Naval Air Station Sigonella, in Italia, dove fu autorizzato ad atterrare poco dopo la mezzanotte.

L’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi si oppose tuttavia all’intervento degli Stati Uniti, chiedendo il rispetto del diritto internazionale e sia i VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) che i carabinieridi stanza all’aeroporto si schierarono a difesa dell’aereo contro la Delta Force statunitense che nel frattempo era giunta su due C-141. A questa situazione si aggiunse un altro gruppo di carabinieri, fatti giungere da Catania dal comandante generale dei Carabinieri  Riccardo Bisogniero.

A quel punto la questione centreale riguardava Abu Abbas: pur di proteggerlo il governo italiano sembrò disposto a rischiare uno scontro armato con gli Stati Uniti. Craxi disse che la giustizia italiana avrebbe processato i sequestratori e aggiunse che non era possibile indagare su persone ospiti del governo egiziano a bordo di quel Boeing, dal momento che era protetto con l’extraterritorialità.

Si trattò della più grave crisi diplomatica del dopoguerra tra l’Italia e gli Stati Uniti, che si risolse cinque ore dopo con la rinuncia degli Stati Uniti ad un attacco all’aereo sul suolo italiano.

I quattro membri del commando terrorista furono presi in consegna dalla polizia e rinchiusi nel carcere di Siracusa e furono in seguito condannati, scontando la pena in Italia. Per il resto della giornata vi furono numerose trattative diplomatiche tra i rappresentanti del governo italiano, di quello egiziano e dell’OLP.

Il governo italiano chiese all’ambasciatore egiziano lo spostamento del Boeing 737 dalla base di Sigonella all’aeroporto di Ciampino per «poter esplorare la possibilità di compiere ulteriori accertamenti». Craxi spiegò che il Boeing era trasferito a Roma per rispondere all’impegno preso con Reagan di «concedere il tempo necessario» affinché il governo italiano potesse disporre «di elementi o evidenze che dimostrassero […] il coinvolgimento dei due dirigenti palestinesi nella vicenda». Alla ripartenza dell’aereo con destinazione Ciampino si unirono al velivolo egiziano un velivolo del SISMI che era nel frattempo giunto con l’ammiraglio Fulvio Martini (che nelle prime ore della crisi era stato costretto a seguire le trattative solo per via telefonica) e a una piccola scorta di due F-104S decollati dalla base di Gioia del Colle e altri due decollati da Grazzanise, voluta dallo stesso Martini. Nel frattempo un F-14 statunitense decollò dalla base di Sigonella senza chiedere l’autorizzazione e senza comunicare il piano di volo, e cercò di rompere la formazione del Boeing e dei velivoli italiani, sostenendo di voler prendere in consegna il velivolo con Abbas a bordo, venendo però respinto dagli F-104 di scorta.

Una volta giunti a Ciampino, intorno alle 23:00, un secondo aereo statunitense, fingendo un guasto, ottenne l’autorizzazione per un atterraggio di emergenza e si posizionò sulla pista davanti al velivolo egiziano, impedendone un’eventuale ripartenza. Su ordine di Martini al caccia venne allora dato un ultimatum di cinque minuti per liberare la pista, in caso contrario sarebbe stato spinto fuori pista da un Bulldozer: dopo tre minuti il caccia statunitense ridecollò, liberando la pista. Per questo episodio il governo italiano protestò con l’ambasciatore Maxwell M. Rabb.

Gli Stati Uniti richiesero nuovamente la consegna di Abu Abbas, in base agli accordi di estradizione esistenti con l’Italia, senza tuttavia portare prove del reale coinvolgimento del negoziatore nel dirottamento. I legali del Ministero di Grazia e Giustizia e gli esperti in diritto internazionale consultati dal governo ritennero comunque non valide le richieste statunitensi.

Il Boeing egiziano venne quindi trasferito a Fiumicino, dove Abu Abbas e l’altro mediatore dell’OLP furono fatti salire su un diverso velivolo, un volo di linea di nazionalità jugoslava la cui partenza era stata appositamente ritardata. Solo il giorno successivo, grazie alle informazioni raccolte dai servizi segreti israeliani (che tuttavia non erano state consegnate al SISMI durante la crisi, pur essendo già disponibili), si ottennero alcuni stralci di intercettazioni che potevano legare Abu Abbas al dirottamento. La CIA consegnò solo alcuni giorni dopo (16 ottobre) i testi completi delle intercettazioni, effettuate da mezzi statunitensi, che provavano con certezza le responsabilità di Abu Abbas, il quale venne processato e condannato all’ergastolo in contumacia.

Il ministro della difesa Giovanni Spadolini e altri due ministri repubblicani (Oscar Mammì e Bruno Visentini) presentarono le dimissioni in segno di protesta contro Craxi, provocando una crisi di governo successivamente rientrata.

Il governo Craxi, nonostante le prepotenti sollecitazioni americane, mostrò fermezza e determinazione.

Craxi mostrò di avere le palle facendosi risoettare e non permettendo ancora una volta agli americani di trattarci come un loro zerbino…

Ma probabilmente tutto questo segnò anche la fine della sua carriera politica… Gli americani hanno bisogno di leccaculo e non di gente con le palle.

Tratto da Wikipedia

 

Dagli Usa: “con Craxi l’Italia era un paese rispettato e sovrano”

 

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Dagli Usa: “con Craxi l’Italia era un paese rispettato e sovrano”

A 18 anni dalla morte di Bettino Craxi, ricordare una delle più importanti figure politiche del dopoguerra può essere utile per cogliere la parabola di un paese un tempo protagonista della scena internazionale, e metterlo a confronto con la sua irrilevanza politica nel contesto attuale. Se prima era impensabile che l’Italia craxiana rimanesse fuori dalla porta dei consessi internazionali che contano, oggi purtroppo questo è una amara realtà. Per capire come veniva considerata l’Italia prima del suo declino sulla scena internazionale è interessante vedere cosa ne pensava il suo storico alleato, gli Usa, in un documento – analizzato in passato da ricercatori e storici di Craxi – del Dipartimento di Stato Usa intitolato “Il fattore Craxi nella politica estera italiana”, nel quale Washington si sofferma ad analizzare l’appiglio del tutto peculiare di Bettino Craxi nella conduzione delle relazioni internazionali dell’Italia. Sono i diplomatici americani stessi di stanza all’ambasciata Usa in Italia, a rendersi conto della personalità forte dell’ex segretario socialista. Un atteggiamento che dapprima sorprende gli americani, abituati più ai modi pacati e misurati dei predecessori di Craxi a Palazzo Chigi. Il suo stile, nel documento, viene definito «determinato e diretto», tanto da portarlo occasionalmente «fuori dai margini».

Washington guarda con curiosità ma anche con preoccupazione a questo nuovo interlocutore italiano, il quale non sembra temere lo scontro con lo storico alleato. L’amicizia e il rapporto con gli Usa non sono mai in discussione, ma non si respira affatto un’aria di sudditanza nei confronti degli americani. Al contrario Craxi durante la sua esperienza a Palazzo Chigi dal 1983 al 1987, ha delineato chiaramente i confini dei rapporti bilaterali tra i due paesi. In nessun momento, l’amicizia Italia-Usa andava nella direzione di piegare gli interessi nazionali ad esclusivo vantaggio di quelli del partner statunitense. Sigonella è solamente l’apogeo di uno tra i momenti più importanti di Craxi a Palazzo Chigi, e segna un chiaro trionfo geopolitico italiano che non mancò di suscitare un certo scalpore negli ambienti internazionali. Quando il segretario socialista arriva a schierare nella drammatica notte del 10 ottobre 1985 i carabinieri contro i Navy Seals che nella base di Sigonella volevano prendere in custodia i terroristi dell’Achille Lauro, nonostante la competenza giurisdizionale sui loro reati fosse chiaramente italiana, gli americani capiscono che il primo ministro italiano fa sul serio.

Lo stesso Dipartimento di Stato Usa nel documento non può fare a meno di riconoscere che in quella circostanza, Craxi uscì chiaramente come pieno «difensore della sovranità nazionale» da quella delicata crisi diplomatica tra i due paesi, tanto che Washington si sofferma a ripensare «l’attività militare nell’area». Gli Usa, più semplicemente, si rendono conto che l’Italia non è una dépendance dove possono prendersi la libertà di intervenire senza consultare i padroni di casa. Ma non è questo l’unico momento di una politica estera tesa, dal principio alla fine, alla difesa della sovranità nazionale. Sigonella non è un episodio estemporaneo frutto di un’esplosione di orgoglio nazionale poi sopito successivamente. Solamente l’anno dopo, l’Italia si trova nel bel mezzo di un’altra crisi diplomatica ancora una volta con il suo alleato di riferimento, gli Usa, e la Libia. Il  14 aprile 1986 gli Stati Uniti bombardano la residenza di Gheddafi, il quale risponde il giorno dopo con un fallito attacco missilistico contro l’isola di Lampedusa. Craxi è furente con il suo alleato per quella decisione unilaterale di attaccare la Libia e non manca di esternarlo pubblicamente agli americani. Anche in questa circostanza, si legge nell’analisi, Washington stessa non può fare altro che prendere atto che l’Italia sotto la conduzione craxiana rivendica il suo spazio di indipendenza e sovranità, e non è disposta a sacrificare i suoi rapporti con altre potenze in nome del rapporto privilegiato con gli Stati Uniti.

Il “fattore Craxi” di cui parlano gli americani si può identificare proprio con il principio guida imprescindibile che ha accompagnato tutta l’originale esperienza di Bettino Craxi al governo, ovvero la protezione degli interessi italiani prima di ogni cosa. L’Italia non veniva umiliata dalle potenze estere proprio perché dotata di una classe dirigente che mai avrebbe permesso che il paese avesse subito affronti pari a quelli che sta subendo attualmente nei contesti europei ed internazionali. La rotta della sovranità nazionale è stata smarrita, sostituita da una volontà di asservimento di una mediocre classe dirigente genuflessa ai desiderata delle potenze estere pur di raggiungere i propri scopi personali. L’europeismo era la cifra politica di Craxi in politica estera, ma non era certamente una religione come quella attuale alla quale è impossibile opporsi “perché non c’è alternativa”. Fu proprio lui stesso dall’esilio di Hammamet negli ultimi anni della sua vita ad intuire la deriva che avrebbe portato il cieco rispetto di quei parametri di Maastricht, divenuti un tabù intoccabile che nessun premier osa rimettere in discussione. «L’Italia è un grande paese», disse Craxi, e deve far valere i suoi diritti in Europa. Quanti politici di oggi hanno il suo attaccamento alla patria? La riconquista della sovranità passa per la maturazione di una classe dirigente con una coscienza nazionale e un amor patrio. Bettino Craxi aveva tutto questo. Ecco perché va ricordato.

(Cesare Sacchetti, “Il fattore Craxi, Bettino visto dagli americani”, da “La Cruna dell’Ago” del 18 gennaio 2018).

tratto da: http://www.libreidee.org/2018/01/gli-usa-con-craxi-litalia-era-un-paese-rispettato-e-sovrano/

33 anni fa “ La notte di Sigonella ” – Su Bettino Craxi si può dire di tutto, ma nella nostra Storia è stato l’unico politico che ha avuto le palle di farsi rispettare dagli Stati Uniti! …E questa è stata anche la sua fine?

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33 anni fa “ La notte di Sigonella ” – Su Bettino Craxi si può dire di tutto, ma nella nostra Storia è stato l’unico politico che ha avuto le palle di farsi rispettare dagli Stati Uniti! …E questa è stata anche la sua fine?

Craxi, a Sigonella iniziò la sua fine

La notte di Sigonella: Su Craxi si può dire di tutto,ma nella nostra Storia è stato l’unico politico che ha avuto “il fegato” di farsi rispettare dagli USA. Seguì subito la vendetta USA con tangentopoli e Mani Pulite. Sarà stata la notte di Sigonella a decretare l’inizio della sua fine?

Nella notte tra il 10 e l’11 ottobre del 1985, Bettino Craxi osò sfidare gli Stati Uniti d’America: a Sigonella iniziò la sua fine.

Oggi gli avvenimenti che precedettero e seguirono quella notte potrebbero essere un’ottima trama per una fiction a puntate, una fiction di quelle che solo gli americani sanno costruire con grande maestria quando fanno a riferimento a “fatti” veramente accaduti, ma quella notte d’autunno in quell’aeroporto di Sigonella (dove allora ancora contavano gli italiani) si rischiò tanto. Non ci sono immagini (almeno, fino ad ora, se ci sono, non sono disponibili se non in qualche spezzone Rai) che possano documentare con efficacia quanto si verificò in quelle ore drammatiche. Ore drammatiche che segnarono l’ultimo atto del sequestro della nave Achille Lauro da parte di un gruppo di terroristi palestinesi avvenuta il 7 ottobre alle ore 13.07, mentre si apprestava a lasciare le acque egiziane per approdare in Israele, al largo di Port Said, in Egitto, la nave da crociera viene dirottata dai terroristi palestinesi.

Arafat invia Abu Abbas e il 9 ottobre sembra delinearsi una soluzione senza spargimento di sangue: la nave viene liberata e i dirottatori e Abu Abbas vengono imbarcati su un Boeing dell’EgyptAir. Si scopre, nel frattempo, che un passeggero paralitico è stato ucciso e scaraventato in mare: la reazione USA è immediata.

La reazione degli USA

Il presidente statunitense Ronald Reagan, mentre era in volo da Chicago a Washington, decide di accogliere la proposta del Consiglio di sicurezza, disponendo unilateralmente di intercettare l’aereo egiziano.

Dalla portaerei USS Saratoga in navigazione nel Mediterraneo decollano quattro F-14 Tomcat che affiancano l’aereo poco sopra Malta. Alle 23.50 del 10 ottobre la Casa Bianca chiama il premier Bettino Craxi e annuncia: il Boeing dell’EgyptAir, con a bordo i dirottatori e Abu Abbas, è stato intercettato da quattro caccia F-14 e obbligato a dirigersi verso l’Italia. Di lì a pochi minuti tutti i velivoli saranno a Sigonella.

Le pretese degli USA e la reazione di Craxi

L’America vuole tutto e subito: la consegna degli assassini e dei mediatori palestinesi per trasferirli immediatamente negli Usa. Opposta la linea di Bettino Craxi: i sequestratori hanno colpito una nave italiana in acque internazionali, dunque devono essere processati a Roma e non negli Stati Uniti. Inoltre Abu Abbas è un mediatore e non un complice, anche se il commando appartiene alla sua fazione. Gli F-14 americani dirottano l’aereo egiziano sulla base di Sigonella, dove già dal 1959 esiste l’insediamento della Naval Air Facility della VI Flotta USA nel Mediterraneo. L’autorizzazione del Comando italiano all’atterraggio del volo egiziano arriva solo quando il velivolo aveva già dichiarato l’emergenza combustibile e appariva evidente che non sarebbe stato in grado materialmente di procedere oltre.

Tutti pronti a far fuoco

Il Boeing egiziano atterra a Sigonella e viene subito accerchiato da venti carabinieri e trenta avieri armati del VAM, che a loro volta vengono accerchiati dalle forze d’assalto della “Delta Force” del generale Carl Steiner in precedenza atterrati con due Lockheed C-141 Starlifter dei Navy SEAL. A loro volta i militari americani vengono circondati da altri carabinieri, che erano nel frattempo arrivati dalle caserme di Catania e Siracusa. Tutti pronti a far fuoco. Alla fine Ronald Reagan cede e sotto il controllo di quattro ufficiali USA (e cinque militari addetti al collegamento via radio), i quattro terroristi vengono consegnati agli italiani e trasferiti a Ciampino.

Una vicenda nota, questa ricordata sommariamente, che ora viene riproposta in un libro edito da Mondadori dal titolo “La notte di Sigonella”, con la firma come autore dello stesso Bettino Craxi, che raccoglie molti documenti inediti e la corrispondenza declassificata statunitense. Già nel 2001 un quaderno della Fondazione Craxi, a cura di Franco Gerardi, metteva in luce quella vicenda che, all’epoca, inorgoglì gli italiani per le decisioni prese dal loro premier. Poi, come sempre accade alle vicende umane, si è dimenticato e ogni cosa è tornata nella “normalità”. Probabilmente per Bettino Craxi “la notte di Sigonella” fu il punto di partenza del suo declino e della sua forse non meritata fine politica.

Fonte: Blog Di Eles