La tragedia del popolo curdo per il capriccio di un estremista di destra miliardario

 

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La tragedia del popolo curdo per il capriccio di un estremista di destra miliardario

In questi giorni, nel pieno della tragedia del popolo curdo, tornano in mente le immagini di Nadia Murad che con altri attivisti venne ricevuta da Trump nello Studio Ovale.

Ricordate Nadia Murad, la ragazza yazida fatta prigioniera e schiava dall’Isis che nel 2018 per il suo grande impegno sui diritti umani ha ricevuto il premio Nobel per la pace?

In questi giorni, nel pieno della tragedia del popolo curdo, tornano in mente le immagini di Nadia Murad che con altri attivisti venne ricevuta da Trump nello Studio Ovale.

Bisognerebbe rivedere quelle immagini, che all’epoca suscitarono numerose polemiche, per vedere come Trump disinformato e annoiato sentisse senza provare alcuna empatia quei racconti dell’orrore e interloquisse senza avere la minima cognizione di quale fosse stato il dramma degli yazidi e dei grandissimi problemi che questa comunità continuava ad avere nell’Iraq “liberato” dallo Stato islamico.

Quel video rappresenta in maniera tristemente perfetta il tristo figuro che è alla Casa Bianca, dai capricci del quale dipende la vita o la morte di tante persone. Ed è solo rivedendo quel video con Nadia Murad che si comprende fino in fondo perché una mattina quell’estremista di destra si sia svegliato e abbia deciso, con motivazioni ridicole, di dare in pasto a Erdogan un intero popolo.

(NOTA: i video con sottotitoli in Italiano sono tutti soariti dal web)

Erdogan che da tempo premeva e che aveva detto in tutti i modi che avrebbe voluto le mani libere per dare vita a una pulizia etnica contro quelli che impropriamente definisce terroristi.

Ma il miliardario xenofobo della Casa Bianca, senza curarsi delle sofferenze che avrebbe provocato, all’improvviso si è messo a farneticare di stupide guerre tribali (per un razzista come lui i curdi e gli arabi sono morti di serie B) e del mancato aiuto della Nazione curda ai tempi dello sbarco in Normandia.

Oggi i frutti del capriccio del padrone che da riccastro è abituato solo a dare ordini senza ascoltare nessuno, li rivediamo nei volti dei bambini uccisi, delle attiviste per i diritti umani barbaramente giustiziate, delle donne passate per le armi dalle bande di mercenari jihadisti al soldo di Ankara, degli anziani sventrati dalle bombe e di 300mila disperati che sono in fuga e hanno perso tutto.

Va detto e ripetuto: questa catastrofe umanitaria per il capriccio di un mezzo fascista xenofobo, lo stesso che si inebria e si vanta delle sofferenze inflitte ai migranti del Sud America e che separa i bambini dai genitori.
Continuerà a vivere nelle sue residenze dorate e nel lusso che mortifica la ragione mentre famiglie intere sono nella polvere, quando non già sottoterra per colpa sua.

Non ci sarà mai alcun tribunale internazionale che lo condannerà per questi crimini contro l’umanità.

Ma di fronte alla storia e di fronte all’umanità le sue responsabilità sono già acclarate. Dietro ogni bambino morto nel Rojava c’è il suo ghigno. Non ce lo dimenticheremo, né ora né mai.

 

 

fonte: https://www.globalist.it/intelligence/2019/10/14/la-tragedia-del-popolo-curdo-per-il-capriccio-di-un-estremista-di-destra-miliardario-2047617.html

Ezio Bosso: “Donald Trump è umanamente imbarazzante”

 

Ezio Bosso

 

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Ezio Bosso: “Donald Trump è umanamente imbarazzante”

Ezio Bosso intervistato da Diego Bianchi a Propaganda Live: “La dichiarazione di Trump sui Curdi? Il problema è il linguaggio perennemente aggressivo. Trovo tutto umanamente imbarazzante. Il problema è che uno degli uomini più potenti del mondo basa la realtà su questo noi dovremmo reagire al contrario” 

Ospite a Propaganda Live, il maestro Ezio Bosso ha avuto una lunga conversazione con Diego Bianchi, commentando la scena attuale mondiale e italiana. L’intervista è partita ovviamente dalla situazione curda, precisamente dalla frase di Trump che ha detto che “I curdi non hanno aiutato gli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale”.

“Che cosa si può dire” ha detto Bosso, “Trump è umanamente imbarazzante. Se l’uomo più potente del mondo dice una cosa del genere, se questa è la sua realtà, noi come dovremmo reagire. Questa è un’evidente sciocchezza, una corbelleria da ragazzini. Stiamo parlando della guerra, dovremmo parlare di come fare per far sì che quelle persone non vengano massacrate. Non dovremmo parlare di Trump, eppure è lui che parla, lui che ha un seguito, lui che dice cose del genere”.

Bosso ha poi condiviso il suo pensiero sui social network: “La capacità di sintesi del tweet è diventata una forma di aggressione. Se si parla per slogan, l’elettorato si trasforma in tifoseria, e io ho una paura tremenda delle tifoserie. Non si ascolta più, è un continuo parlarsi addosso. Lo scontro verbale non mi interessa, perché non è più uno scontro, sono due muri che si incontrano. Lo schermo è diventato un muro, e fa paura, su internet succede di tutto, tutto parte da una frase e non dal suo contenuto”.

Robert De Niro senza freni: “Trump è un idiota, dobbiamo liberarcene”

 

De Niro

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Robert De Niro senza freni: “Trump è un idiota, dobbiamo liberarcene”

L’attore continua: “È una disgrazia e un danno per il nostro Paese”

«Scusate, non è che sono ossessionato dalla politica, ma questo idiota proprio non riesco a digerirlo. È una disgrazia e un danno per il nostro Paese». In teoria, Robert De Niro è venuto all’organizzazione culturale di Manhattan 92Y per presentare Robert De Niro Sr.: Painting, Drawnings and Writings 1949-1993, il libro dedicato alla memoria padre pittore.
Già nel 2016 la star aveva attaccato a testa bassa il neopresidente degli Stati Uniti con un video diventato un ‘cult’: “E’ così stupido. E’ un cane, un maiale. Un artista della stronzata. Non paga le tasse, è un disastro nazionale. Mi fa arrabbiare il fatto che questo paese sia arrivato al punto di consentire a quest’idiota di arrivare sin qui”, diceva De Niro. Ad un mese di distanza, l”idiota’ è diventato presidente dopo il trionfo su Hillary Clinton.
“Prenderlo a pugni? Non posso, è il presidente”, disse De Niro ospite dello show di Jimmy Kimmel. La chiacchierata virò sull’Italia: anche Jimmy Kimmel ha origini italiane, visto che i suoi nonni sono arrivati negli Stati Uniti da Ischia. “Sono più italiano di te!”, dice Kimmel. “La mia famiglia è di Ferrazzano, dalle parti di Campobasso. Ho la cittadinanza italiana? Sì, probabilmente dovrò trasferirmi lì…”

 

tratto da: https://www.globalist.it/dolce-vita/2019/10/11/de-niro-senza-freni-trump-e-un-idiota-dobbiamo-liberarcene-2047509.html

Tutta la feccia del fascismo in un semplice esempio: Giorgia Meloni si indigna per lo spazzolone a forma di Trump… Mica si indigna per i bambini che Trump mette in gabbia…!

 

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Tutta la feccia del fascismo in un semplice esempio: Giorgia Meloni si indigna per lo spazzolone a forma di Trump… Mica si indigna per i bambini che Trump mette in gabbia…!

Inorridita, sgomenta, ferita nei sentimenti profondi, quella scopetta per pulire il watercon i capelli di Donald Trump grida vendetta. Al punto da sollecitare l’invocazione: «nessuno della sinistra ha da ridire?

E’ la signora Giorgia Meloni, fascista.

I fascisti prima di indignarsi tanto facilmente dovrebbero (semprechè ne siano capaci) leggere questo:

Come animali, peggio degli animali.

E’ questa la politica anti immigrati voluta da Donald Trump. Bambini trattati come bestie feroci e rinchiusi in gabbia.

Chi ha documentato questi orrori racconta il pianto disperato di tante povere creature. Cure ridotte a niente, sporcizia e pidocchi ovunque. Occhi persi nel vuoto.

Nei giorni scorsi Alexandria Ocasio-Cortez, membro democratico del Congresso degli Stati Uniti, era andata insieme a un gruppo di deputati, a Clint, in Texas, dove si trova un centro di detenzione per migranti catturati al confine con il Messico.
La deputata ha denunciato che le guardie di confine, le Control Border Patrols (Cbp) sono state “fisicamente e sessualmente minacciose” anche nei suoi confronti e degli altri deputati, arrivando anche a ridere di loro. Ocasio-Cortez ha raccontato che dopo aver riportato la vicenda ai loro superiori, si è sentita rispondere che “i soldati sono sottoposti a forte stress”.
“Gli agenti tengono le donne nelle celle senza acqua e le costringono a bere l’acqua del water” , ha denunciato la deputata. 
”Questi sono crimini contro l’umanità. Non degni di una democrazia”.

Questa denuncia, insieme a tante altre, è costata alla deputata Ocasio-Cortez, e a tre sue colleghe, l’accusa di essere anti americane. ” Se non vi piace il nostro modo di vivere, tornatevene a casa vostra, nello schifo dei vostri paesi di origine. Non avete niente da insegnarci”, ha bestemmiato, recitando il mantra universale dei razzisti e degli xenofobi, il presidente americano riferendosi alle origini delle rappresentanti democratiche e dimenticando che tutti gli americani hanno origini “straniere”.

Tutto il mondo è paese…

 

Trump dichiara di non aver rinunciato a bombardare l’Iran e state tranquilli: lo farà! – Anche per i nostri giornalisti è “la giusta risposta per l’abbattimento del drone americano”… E nessuno che si faccia la domanda più ovvia: che cazzo ci faceva un drone americano nei cieli dell’Iran?

 

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Trump dichiara di non aver rinunciato a bombardare  l’Iran e state tranquilli: lo farà! – Anche per i nostri giornalisti è “la giusta risposta per l’abbattimento del drone americano”… E nessuno che si faccia la domanda più ovvia: che cazzo ci faceva un drone americano nei cieli dell’Iran?

I nostri giornalisti, da sempre schiavi dei vari “padroni”, riportano con enfasi le notizie della guerra che Trump a tutti i costi vuole scatenare contro l’Iran. L’ultima scusa sarebbe quella del drone abbattuto… E mentre mi chiedevo “che cazzo ci faceva un drone americano nei cieli dell’Iran?” mi imbatto in un bel articolo a firma Marat su L’Antidiplomatico che di seguito vi riporto:

Legittima difesa a pro del ladro

Mi è capitato stamani di sentire per caso e distrattamente le prime parole della rassegna stampa di un “notiziario” radio (non so quale fosse) di oggi. “Leggiamo le prime pagine dei principali quotidiani nazionali”, a proposito della decisione di Trump di fermare i “bombardieri già in volo, dieci minuti prima dell’attacco all’Iran, sembra la trama di un film” – ha detto proprio così l’annunciatore, tutto eccitato… e poi ha continuato, aggiungendo di suo che quella doveva essere “la giusta risposta” a Teheran “che ha abbattuto un drone americano” e dunque gli Stati Uniti “giustamente stavano per rispondere” … e poi “giustamente” mi sono allontanato da quel rumore che disturbava le mie orecchie…

E (mi sembra) altrettanto “giustamente” mi è venuto di pensare che a quel povero annunciatore non è passato affatto per la mente (sarà stata involontaria…?) di far parola su cosa ci facesse da quelle parti un drone americano. Lui ha detto solo che c’era un drone nel cielo blu, che volava, che se ne andava tranquillamente nell’aere, da qualche parte, e i suoi ascoltatori, “giustamente”, ne dovevano dedurre: «ma guarda che banditi che sono quei pasdaran, che buttano giù un pacifico drone americano che non fa male a nessuno»…

Ma non è che quel drone che volteggiava leggiadro tra i candidi cirri sarà partito da una italica base? Che so, Sigonella? Non è che un ascoltatore avrebbe potuto domandarlo a quell’annunciatore? Non è che quel drone avrà voluto fare un tranquillo giro sopra l’Iran, come altri esemplari degli stessi volatili fanno spesso sopra il Donbass, dopo di che le artiglierie ucraine prendono meglio la mira per bombardare i civili e le milizie delle Repubbliche popolari…?

E che diamine: perché offendere con tali illazioni i “giusti fra i giusti” pacifisti yankee? Il loro drone era lì per far del bene, e così come i preti entrano nelle case a portare l’acquasanta, quello portava la lieta novella nella casa dei pasdaran!

Il bello è che quei “principali quotidiani nazionali”, tanto “giustamente” cari al nostro annunciatore, sono quegli stessi che parlano con stile “asettico” – ma spirito entusiastico – di quella italica legge sulla “legittima” difesa, per cui da ora in poi, se entra un ladro in casa e qualcuno reagisce in base a uno “stato di grave turbamento derivante da una situazione di pericolo”, quel qualcuno è autorizzato a far fuoco sul ladro e se per caso il ladro è così agile da schivare le pallottole, allora per lui si inaspriscono anche le pene per furto e violazione di domicilio.

 “Con questa riforma l’Italia diventa lo Stato dove l’uso delle armi è più libero”, chiosava un paio di mesi fa uno di quei “principali quotidiani nazionali”.

E allora, quasi a trasbordare l’antico Graeca per Ausoniae fines sine lege vagantur, con cui molto pacificamente si concedeva libertà di accento alle parole greche e latine entro i confini italici, anche per quel “pacifico” drone americano i nostri “principali quotidiani nazionali” scelgono, a seconda delle latitudini, di trasbordare la “legittima” difesa dal derubato al ladro. Così che, nell’aere iraniano, il ladro americano, “gravemente turbato” perché il derubando, in casa propria, non gli ha permesso di fare il suo porco comodo, prende il fucile e si prepara a sparare. “Giustamente”, fate proprio schifo.
Marat

In Venezuela il rischio della prima “guerra civile internazionale”

 

Venezuela

 

 

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In Venezuela il rischio della prima “guerra civile internazionale”

Lo scontro in Venezuela proposto al mondo nelle figure del legittimo ma autoritario governo di Maduro e l’autoproclamato presidente Guaidó dagli sponsor internazionali sospetti. Ma ciò che sta accadendo è molto altro.
-Parte della partita si gioca oltre i confini venezuelani, e si inserisce nelle guerre asimmetriche che attraversano il mondo, spiega Emiliano Teran Mantovani, sociologo dell’Università centrale del Venezuela sentito dal Manifesto a Barcellona.

Prima guerra civile internazionale

Troppe tifoserie anche giornalistiche attorno alla crisi venezuelana, da cui è difficile salvarsi in un minimo di oggettività. Maduro despota persino troppo facile con forzature quasi caricaturali, e contro, la guida politica della crisi del doppio presidente di espressione Usa segnata dalla grossolanità di Trump. Opposizione interna inconsistente e ora l’improvviso autoproclamato presidente alternativo, colpo di teatro con troppi pupi e pochi protagonisti credibili. Quindi ricerca di spunti, spesso frammenti tra tante verità possibili. Tipo l’allarme -questo molto più serio e temibile- per quella che sta configurandosi e potrebbe diventare «guerra civile internazionale»

Il sociologo e la situazione oggi

I fatti, letti dal sociologo dell’Università centrale del Venezuela Emiliano Teran Mantovani, sentito da Andrea Cegnas, del Manifesto a Barcellona. «Il livello di malcontento è il più alto mai raggiunto nei 20 anni di rivoluzione bolivariana, tanto che le proteste riguardano anche i quartieri popolari. Questo ne cambia il colore, perché, fino ad ora, le proteste avvenivano solo nei quartieri benestanti. Inoltre ora vi partecipano anche bande criminali, e ciò riflette la complessità della situazione». Sintesi massima: gigantesco malcontento sociale contro il governo Maduro; una repressione vista solo ai tempi della dittatura; una profonda crisi economica, forse senza precedenti in tutto il Latinoamerica; un’opposizione screditata e divisa guidata da gruppi di destra radicale, collegata al governo americano e ai peggiori governi continentali della destra.

Rischio ‘Stato parallelo’

«Si rischia la creazione di uno stato parallelo, accompagnato dal frazionamento delle forze armate, o dall’intervento militare straniero. Una sorta di guerra civile internazionale. Le conseguenze sarebbero irreparabili non solo per il Venezuela, ma per tutto il continente. Maduro pare non voglia cedere, potrebbe quindi esplodere la violenza e potrebbe essere deposto. Se questo dovesse accadere, andrebbe contro l’interesse del popolo e attraverso un processo di ristrutturazione economica neo-liberista e con un governo repressivo. Un dialogo potrebbe evitare il conflitto armato, ma dipende da quali settori si rendono disponibili per la trattativa».

Chi nelle piazze?

«Chi è per le strade oggi segue le convocazioni dei partiti politici. La maggioranza sta con le opposizioni, ma questo non significa che non vi siano rivendicazioni altre e che non ci sia distacco dai partiti. Prima del 21 gennaio, tante e frammentate proteste per chiedere servizi, accesso all’acqua, trasporti, sicurezza, diritti sul lavoro, terre e rispetto delle territorialità indigene. Questo il vero cuore sociale della protesta.
Le mobilitazioni governative sono state più discrete, e rappresentano una comunità politica molto fedele e unita. Il livello di malcontento è il più alto mai raggiunto nei 20 anni di rivoluzione bolivariana, tanto che le proteste riguardano anche i quartieri popolari. Questo ne cambia il colore, perché, fino ad ora, le proteste avvenivano solo nei quartieri benestanti. Inoltre ora vi partecipano anche bande criminali, e ciò riflette la complessità della situazione».

Come questa crisi economica?

Malattia antica, denuncia il docente, con tutte le infrastrutture del capitalismo venezuelano in frantumi, il crollo dell’industria petrolifera che si sommano «al collasso politico-istituzionale del paese, alla corruzione, al vandalismo e ad altri fattori. A questo occorre aggiungere che la corruzione, in tutte le sfere del paese, ha fatto sì che l’economia informale illegale fosse dominante nel paese. Le rivolte di estrema destra hanno accresciuto l’instabilità politica e commerciale del Venezuela. Gli Usa hanno attaccato il paese con sanzioni economiche che, almeno dal 2017, hanno indebolito la capacità venezuelana di acquisire nuova liquidità e crediti. L’embargo su 7000 milioni di dollari è una sentenza di morte per milioni di venezuelani. La Cina, e in maniera minore la Russia, hanno costretto il Venezuela alla dipendenza. Anche ci fosse un cambio di governo, ci saranno anni di conflitti prima della ricomposizione dei cocci della crisi».

Domanda finale, come se ne esce?

Prima della risposta certamente saggia dello studioso, la fotografia cinica del reale che si sta imponendo guidato passo passo dagli Stati uniti. «Si può negoziare solo l’uscita dalla dittatura, affinché avvenga in maniera democratica e ordinata», ha dichiarato Carlos Vecchio, l’incaricato d’affari nominato a Washington da Juan Guaidó. Rilancio di Emiliano Teran Mantovani: «Un referendum consultivo per rinnovare tutti i vari poteri politici. Il dialogo per evitare la guerra deve essere vigilato dall’Uruguay, dal Messico o dall’Onu, cioè da chi si è reso disponibile. Ciò che pare certo all’orizzonte è l’instaurazione di una governance repressiva neoliberista. A questo dovremmo pensare dopodomani, per capire come promuovere forme più solide di organizzazione popolare dove costruire autonomie e potere dal basso».

Guaidò a guida Usa sul NYT

«Tutti i venezuelani devono restare uniti e premere, fino alla rottura finale del regime», ha scritto Guaidó sul New York Times. Campagna promozionale. Più seria la convocazione da parte del Messico e dell’Uruguay di una conferenza internazionale a Montevideo, il 7 febbraio. «Più di dieci paesi e organismi internazionali schierati su una posizione di non intervento». In controtendenza il parlamento europeo che approva una risoluzione non vincolante che riconosce Juan Guaidó come presidente legittimo ad interim del Venezuela. Una misura contestata da più parti, soprattutto in Francia e in Italia. Qualche problema in casa per l’autoproclamato presidente Guaidò che ha visto una partecipazione decisamente ridotta alla manifestazione di mercoledì che avrebbe dovuto paralizzare Caracas. Ed ecco che torna il timore espresso dal sociologo Teran Mantovani di ‘analisi’ esterne irreali, col rischio di trascinare il Venezuela nel dramma di una «guerra civile internazionale».

 

tratto da:

https://ilmanifesto.it/in-venezuela-rischiamo-una-guerra-civile-internazionale/

Riscaldamento globale ed inquinamento? Per Trump nessun problema: più petrolio e più carbone – Perchè agli americani non bastano più solo le armi per distruggere il Pianeta…!

 

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Riscaldamento globale ed inquinamento? Per Trump nessun problema: più petrolio e più carbone – Perchè agli americani non bastano più solo le armi per distruggere il Pianeta…!

Via libera ad esplorazioni petrolifere e trivellazioni in aree protette e costruzione di nuove centrali elettriche a carbone. Di nuova generazione, certo. Ma sempre a carbone. Una dote che nessuno può negare al presidente degli Stati Uniti, è la solida (o stolida?) certezza nelle sue convinzioni. Al netto di tutto, anche della realtà.

Il riscaldamento globale? Esagerazioni di scienziati progressiti.

L’unica cosa che conta è il rilancio dell’economia.

Coerente con questa visione, ha permeato questi due anni di presidenza di scelte, atteggiamenti e dichiarazioni tutte volte alla massimizzazione del profitto delle lobby industriali e alla minimizzazione dei diritti di chi, negli Usa e nel mondo intero, vorrebbero un ambiente meno inquinato e pericoloso.

Non stupiscono, dunque, le due recenti proposte di legge che vanno ad annullare o quasi quanto il predecessore Obama aveva fatto in tema di tutela dell’ambiente, come racconta anche il Sole 24 Ore in un recente articolo.

La prima è un omaggio alle grandi aziende petrolifere, a cui verrà concesso di procedere ad esplorazioni e trivellazioni in cerca di petrolio e gas in aree fino ad oggi tutelate. L’obiettivo è quello di massimizzare la produzione di combustibili fossili, di cui gli Stati Uniti sono già tra i più grandi al mondo. I motivi di queste politiche vanno ricercati in più direzioni: più indipendenza dall’importazione estera e quindi da “amicizie pericolose” come quella con l’Arabia Saudita, forse incremento dell’export, aumento delle scorte interne e creazione di posti di lavoro.

Inutile commentare quanto possa essere surreale incrementare la produzione di petrolio e derivati in una fase di sconvolgimenti climatici, riscaldamento globale ed inquinamento.

Ma a Trump, e a chi lo sostiene (parliamo delle lobby industriali, ovviamente), evidentemente non interessa.

Più complessa la questione relativa alla seconda proposta di legge, che prevede lo sviluppo di nuove centrali elettriche a carbone “pulito”.

Gli Stati Uniti sono produttori di tecnologie innovative in questo settore, oltre ad essere grandi esportatori di carbone.

Questo a fronte di un calo della produzione interna di elettricità per mezzo di centrali a carbone, sostituite da quelle che utilizzano il gas da argille o shale gas, che però richiede un prezzo molto alto rispetto ai danni prodotti all’ambiente per estrarlo.

Ridare fiato ad un settore in forte calo? Incrementare la produzione di tecnologia da vendere all’estero, puntando sulla riconversione delle “vecchie” centrali a carbone in nuove strutture meno inquinanti?

Qualunque sia la motivazione politica ed economica, stiamo parlando di carbone. Di petrolio. Di gas. Di fonti energetiche non pulite, non rinnovabili ed inquinanti.

Non un buon servizio al mondo, in ogni caso.

 

fonte: http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/12/27/riscaldamento-globale-ed-inquinamento-per-trump-nessun-problema-piu-petrolio-e-piu-carbone-0110986?fbclid=IwAR2VVyP4NZmaLKTj5HsSLg02ZRY0LGj_q5gAqM2Nyo4synTnC7_hPMCbwxY

Il pianto dei bambini strappati alle madri da Trump? Di che cazzo Vi meravigliate? Qui parliamo di una nazione nata sul GENOCIDIO degli indigeni… Ecco come De André che ci racconta il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito USA riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini!!

 

Trump

 

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Il pianto dei bambini strappati alle madri da Trump? Di che cazzo Vi meravigliate? Qui parliamo di una nazione nata sul GENOCIDIO degli indigeni… Ecco come De André che ci racconta il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito USA riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini!!

Il pianto della piccola migrante trattata come una terrorista e strappata ai genitori

Le scelte disumane di Trump fanno orrore. Ma adesso lo stato di New York vuole fare causa al miliardario xenofobo: diola i diritti costituzionali

Senza pietà, senza umanità. Lui è il ricco che difende i ricchi. Lui è il ricco che sfrutta i poveri ma non ne ha misericordia. Lui è il ricco che un giorno – speriamo – sarà ricordato sui libri di storia per essere il simbolo dell’egoismo, dello sfruttamento e dell’intolleranza.
Ma qualcuno si oppone: lo stato di New York intende fare causa al governo per la separazione delle famiglie al confine con il Messico. Lo afferma il governatore Andrew Cuomo, sottolineando come a suo avviso il governo stia violando i diritti costituzionali degli immigrati.
La presa di posizione di Cuomo è legata al fatto che oltre 70 bambini separati dalle loro famiglie si trovano in istituti a Long Island, nello stato di New York.
Secondo Cuomo l’amministrazione Trump sta violando anche l’accordo di Flores del 1997 che determina gli ”standard nazionali riguardo la detenzione, il rilascio e il trattamento dei bambini immigrati detenuti in complessi” pubblici ”dando priorità al principio dell’unità familiare”.

Leggi: Per non dimenticare – 29 novembre 1864, il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito degli Stati Uniti d’America riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini indigeni !!

Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura….
 
Chi, come me, ha amato Fabrizio De André conosce molto bene questa canzone.

La musica incalzante accompagna parole che suonano come una poesia, ma che in realtà raccontano una vicenda terribile, vista con gli occhi di un bambino indiano che il 29 novembre 1864 morì per mano dell’esercito americano in quella infame pagina di storia ricordata come il massacro di Sand Creek. Scrivendo queste righe sono molto commossa. Non vi racconterò di una battaglia fra eserciti di uomini adulti e valorosi, che si fronteggiano all’ultimo sangue ad armi pari. Vi racconterò la storia di un esercito di bambini, donne e anziani che furono nel sonno trucidati senza pietà. Partiamo dall’inizio, facciamo un passo indietro per meglio comprendere cosa accadde. Durante la metà del XIX secolo, molti coloni provenienti dall’Europa iniziarono a spostarsi verso California e Oregon dell’ovest, territori conquistati in seguito alla fine della guerra fra Messico e Stati Uniti. Una vera fortuna, vista la scoperta di numerosi giacimenti auriferi, che diede vita alla corsa all’oro Californiana.  I territori delle Grandi Pianure settentrionali, fino ad allora poco colonizzati, erano prevalentemente popolati da tribù nomadi o seminomadi di nativi americani.  Ma cosa si intende per nativi americani? Con l’espressione Nativi americani si intende indicare le popolazioni che abitavano il continente americano prima della colonizzazione europea e i loro odierni discendenti. Le tribù vivevano senza confini sparse sul territorio. Con l’arrivo dei colonizzatori e dei primi scontri, si rese necessario un accordo fra le parti, che non fu certo vantaggioso per i Nativi. Il 17 settembre 1851, commissari del governo statunitense siglarono con i rappresentanti delle principali tribù dei nativi della regione il trattato di Fort Laramie, che prevedeva in cambio del passaggio libero delle carovane dirette a ovest, della costruzione di strade e forti dell’esercito nella regione, il pagamento di un’indennità annuale di 50.000 dollari per quindici anni, poi ridotti a dieci. L’accordo, inoltre, circoscriveva con precisione i territori da assegnare in proprietà esclusiva alle tribù, sui quali avrebbero potuto transitare liberamente, cacciare e pescare.  Qualcosa di fondo secondo me stride: da liberi nelle Grandi Pianure, a liberi in aree con confini delimitati. Ma questa è la storia.  I territori riconosciuti ai Cheyenne e agli Arapaho erano compresi tra le Montagne Rocciose e i fiumi North Platte e Arkansas, zona che oggi ospita l’odierno Colorado. La firma del trattato garantì la pace, almeno apparente, fino al luglio 1858, anno in cui iniziò la “corsa all’oro del Pike’s Peak”, adiacente alle Montagne Rocciose. La scoperta di immensi giacimenti d’oro causò l’arrivo nella regione di quasi 100.000 cercatori, che senza badare agli accordi siglati, invasero indiscriminatamente i territori dei nativi, cominciando a costruire insediamenti stabili, tra cui il primo nucleo della città di Denver.

Coloni e minatori, com’era naturale si unirono in un fronte comune, iniziando a chiedere al governo i territori della valle del fiume Platte, di importanza fondamentale per le tribù native, in quanto zona di pascolo di mandrie di bisonti. Il governo non cedette alla richiesta, ma le autorità locali, spinte dalla pressione crescente della popolazione, decisero di creare nel 1859 il cosiddetto “Territorio di Jefferson”, un’entità amministrativa extralegale e non riconosciuta dal governo statunitense.
Alla fine del 1860 le crescenti richieste dei coloni, spinsero il governo ad iniziare i negoziati per ridefinire i confini dei territori assegnati alle tribù dei Cheyenne meridionali e agli Arapaho.
Il 18 febbraio 1861 venne siglato il trattato di Fort Wise tra il Commissario agli Affari indiani Alfred Greenwood e un gruppo di capi Cheyenne e Arapaho. I nativi rinunciarono a quasi due terzi del territorio a loro assegnato in precedenza, accettando di insediarsi in un’area molto più piccola compresa tra i fiumi Arkansas e Big Sandy Creek. Il nuovo insediamento era scarso di selvaggina e difficilmente coltivabile. I capi tribù accettarono la nuova sistemazione solo a patto che potessero liberamente circolare e cacciare nei territori che avevano lasciato, ne andava della sussistenza della loro gente. Questo punto del trattato però, come era prevedibile rimase in sospeso, senza una definizione precisa. Sarebbe stato solo questione di tempo prima dell’inizio di un aperto conflitto fra le parti, che vedeva contrapposta la sopravvivenza di un popolo agli interessi economici.
Gli stessi capi tribù non furono tutti unanimi sulla firma del trattato. Pentola Nera, Antilope Bianca, Orso Magro, Lupo Piccolo e Orso Alto siglarono l’accordo per i Cheyenne. Per gli Arapaho, Piccola Cornacchia, Bocca Grande, Bufera, Barba-in-Testa e Mano Sinistra.
Il 28 febbraio 1861, il “Territorio di Jefferson” divenne lo stato del Colorado. I coloni avevano vinto.
Le premesse per ciò che successe in seguito erano state poste.
Tra i più oltranzisti vi furono i Hotamétaneo’o, i Soldati Cane, una società guerriera cheyenne divenuta autonoma e ferocemente ostile alla presenza dei coloni che cercavano di insediarsi nelle terre della tribù.
La situazione diventava ogni giorno più difficile, il malcontento fra le tribù era ormai diffuso. Le notizie di una ribellione in Minnesota dei Dakota Santee, che facevano parte del gruppo dei Sioux, sedata nel sangue dall’esercito, degli attacchi alle tribù Navajo ad opera dei coloni che cercavano di farsi largo nei loro territori, crearono un clima di generale malcontento, controllato a fatica dagli anziani.
Il 12 aprile 1861 scoppiò la guerra di secessione. La minaccia di invasione da parte delle truppe confederate dal Texas e dal Nuovo Messico, portarono al pattugliamento del territorio da parte dei soldati dell’unione, che spesso si scontravano con i giovani guerrieri nativi impegnati nella caccia del bisonte.

Quale linea scelsero di seguire i soldati dell’unione? La linea dura. Fautori principali dell’intransigenza furono il nuovo governatore del Territorio John Evans e il colonnello John Chivington, veterano della guerra contro i confederati e comandante del 1st Colorado Volunteer Regiment of Cavalry, il braccio armato in questa vicenda.

Fu un generale di vent’anni Occhi turchini e giacca uguale Fu un generale di vent’anni Figlio d’un temporale …
 

Dopo quasi quattro anni di guerra, di scontri e di reciproci “dispetti”, la situazione precipitò inesorabilmente quando una pattuglia di Chivington attaccò un gruppo di Soldati Cane Cheyenne, accusati di aver rubato dei cavalli e due giorni dopo uccise, per rappresaglia, due donne e due bambini in seguito all’attacco nel campo di Cedar Bluff. Furono incendiante più di settanta tende, almeno 10% dell’intero campo Cheyenne. Soldati contro popolazione inerme.  Chivington si divertiva a seminare scompiglio, a dimostrare con atti di forza la propria superiotà.  Il 16 maggio inviò, senza autorizzazione governativa, una compagnia ad attaccare un grosso campo estivo di Cheyenne nei pressi del torrente Ask.  Capo Orso Magro, uno dei firmatari del trattato di Fort Wise andò incontro ai soldati che imbracciavano fucili carichi, armato solo di una copia del trattato. Un colpo in pieno petto lo lasciò a terra agonizzante. I Cheyenne reagirono, accorrendo anche dai campi vicini, assalendo i soldati.  Pentola Nera, uno degli anziani, fu il solo in grado di fermare i nativi, permettendo ai soldati di rifugiarsi a Fort Larned.

C’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek. I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte…
 
La pace era definitivamente compromessa. La morte di Orso Magro minò l’autorità degli altri anziani firmatari del trattato. Diversi gruppi di nativi ribelli Cheyenne e Sioux si riunirono e decisero di attaccare i coloni che erano entrati nei loro territori.  La reazione del governatore Evans non tardò ad arrivare. A fine giugno 1864 intimò ai ribelli di rientrare nella loro riserva e di deporre le armi, in caso contrario sarebbero stati considerati ostili. Ad agosto autorizzò la popolazione ad attaccare i nativi sorpresi fuori dalla riserva. Pentola Nera riuscì, con la mediazione di William Bent, colono spesato a una nativa, a creare un tavolo della trattativa con il maggiore Edward W. Wynkoop, comandante della guarnigione di Fort Lyon. Le buone intenzioni del capo indiano non corrispondevano a quelle del soldato, mostratosi ostile fin dall’inizio. Anche Chivington si mostrò ambiguo, minacciando una guerra totale in un primo momento e poi invitando i nativi ad accamparsi nei pressi di Fort Lyon, per godere della protezione dell’esercito. Fiducia. I nativi si fidavano delle parole degli uomini del governo. Perché avrebbero dovuto mentire? “Cerchiamo la pace”, pensavano gli anziani, il territorio è grande, possiamo vivere tutti insieme. Ma la caccia al bisonte non andava d’accordo con il corso all’oro, con la nascita delle prime città. I nativi non lo sapevano. Con l’arrivo dell’autunno le tribù Cheyenne dei capi Pentola Nera e Antilope Bianca lasciarono gli insediamenti estivi di Smoky Hill per accamparsi in un’ansa del fiume Sand Creek, a circa 64 chilometri a nord-est di Fort Lyon. Erano circa ottocento. Gli Arapaho dei capi Piccola Cornacchia e Mano Sinistra, si accamparono nelle immediate vicinanze del forte, tanto da iniziare rapporti commerciali stabili con gli abitanti del Forte. Il governo dell’unione non gradì l’apertura del maggiore Wynkoop, che permise l’inizio del commercio, tanto da trasferirlo il 5 novembre 1864 a Fort Riley in Kansas. Il suo posto fu occupato da un uomo di fiducia, fautore della linea dura, il maggiore Scott J. Anthony.  Il nuovo maggiore fece sentire subito la sua presenza sospendendo i rifornimenti ai nativi: la condizione era molto chiara, dovevano consegnare tutte le armi. Gli Arapaho obbedirono, ma nonostante questo, il soldato non revocò l’ordine. Pentola nera fece un altro tentativo di mediazione. Alcuni testimoni, chiamati durante le numerose inchieste successive, raccontarono che il maggiore rassicurò l’anziano che se i nativi fossero rimasti nel loro campo di Sand Creek, nulla di male sarebbe loro accaduto. Gli Arapaho si divisero: la tribù di Mano Sinistra raggiunse i Cheyenne sul Sand Creek, mentre quella di Piccola Cornacchia si rifugiò oltre il fiume Arkansas. Subito dopo la loro partenza il maggiore Scott J. Anthony chiese rinforzi ai suoi superiori con un dispaccio perché una banda di nativi ostili era accampata a circa 60 chilometri dal forte. Si riferiva al campo di Sand Creek.
Il 27 novembre arrivarono le truppe di rinforzo in gran segreto, condotte sul posto dal il colonnello Chivington. In totale 600 uomini, fra cui alcuni volontari che si erano offerti per combattere gli indiani ostili.
Un piccolo gruppo di soldati rinchiuse la famiglia di William Bent nel loro ranch, con lo scopo di impedire loro di dare l’allarme.
Non tutti i soldati erano d’accordo di attaccare il campo, sapevano che erano presenti solo donne, vecchi e bambini. Gli uomini erano tutti a caccia.
Alle 20:00 del 28 novembre la colonna di Chivington, ulteriormente rinforzata da altri volontari, lasciò Fort Lyon. Tutto era stato organizzato, avrebbero solo dovuto agire, punire i nativi e la loro sfrontata voglia di circolare liberi sul territorio.
Armati di tutto punto, i soldati si diressero verso il Sand Creek. Trasportavano anche quattro obici da montagna, necessari per meglio offendere l’accampamento.
È l’alba. 29 novembre 1864.
E quella musica distante diventò sempre più forte Chiusi gli occhi per tre volte Mi ritrovai ancora lì Chiesi a mio nonno è solo un sogno Mio nonno disse sì 
A volte I pesci cantano sul fondo del Sand Creek Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso Il lampo in un orecchio nell’altro il paradiso Le lacrime più piccole Le lacrime più grosse…
Ma non era una musica, erano le urla di quasi mille uomini ubriachi, feroci e ben armati, che al galoppo piombarono sul campo Cheyenne e Arapaho. Il fattore sorpresa fu determinante. Gli anziani erano certi che nulla avrebbero dovuto temere, gli accordi erano chiari le parole rassicuranti del maggiore Scott J. Anthony avevano avuto l’effetto desiderato. Sorpresa. I guerrieri erano tutti a caccia. Il campo era composto per due terzi da donne e bambini. La tribù di Pentola Nera era accampata al centro, con a ovest i Cheyenne di Antilope Bianca e Copricapo di Guerra e a est, un poco più distanti, gli Arapaho di Mano Sinistra. Gli eventi che seguirono lasciano poco spazio all’immaginazione. Nel campo erano presenti anche commercianti bianchi con le loro famiglie meticce, che testimoniarono gli orrori vissuti. La bandiera degli Stati Uniti d’America sventolava alta sul tipi di Pentola Nera, dono ricevuto il giorno della firma del trattato di Fort Wise. I soldati entrarono al campo sparando indiscriminatamente. Pentola Nera cercò di radunare la sua gente attorno alla bandiera. Furono un bersaglio ancora più facile. Antilope Bianca, un vecchio di 75 anni, avanzò disarmato e a mani alzate verso le truppe pazze di rabbia. Fu ucciso a fucilate. Il massacro era iniziato, il sangue che scorreva esaltava i soldati festanti. Molti dei corpi dei nativi furono mutilati: donne e bambini scalpati, mani e dita tagliate per prendere miseri gioielli, nasi asportati, orecchie, organi sessuali, usati poi come trofei da esporre sui cappelli o sulle selle dei cavalli, donne incinta sventrate, arti amputati. Nei giorni successivi questi macabri trofei furono esposti senza vergogna nel saloon intorno a Denver. I racconti dei superstiti e dei testimoni furono agghiaccianti. L’orrore strisciava sulle sponde del Sand Creek. Qualcuno riuscì a fuggire, nascondendosi in buche e trincee nella riva sabbiosa del torrente in secca. Tra questi anche Pentola Nera.
Tirai una freccia in cielo Per farlo respirare Tirai una freccia al vento Per farlo sanguinare…
Appagati da tanto orrore, i soldati fecero rientro a Fort Lyon, guidati da Chivington. Il numero esatto delle perdite non fu mai precisato. Ciò che fu chiaro fin dall’inizio fu la volontà di Chivington di far passare questa azione come un atto di difesa contro guerrieri nativi ostili. Ciò che giocò a suo sfavore furono i numerosi testimoni che raccontarono la verità su quell’alba maledetta, compresi alcuni soldati che fin dall’inizio si era dimostrati contrari a questo attacco. Ciò che avvenne dopo fu una naturale conseguenza dei fatti di Sand Creek. Gli anziani persero completamente la loro credibilità verso le tribù. Una volta dato l’allarme, i guerrieri che erano a caccia fecero ritorno, iniziando una serie di rappresaglie sulla popolazione civile. Sangue chiama sangue.  Cacciati dai loro territori, rinchiusi in riserve, massacrati, umiliati.
La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura…
Nel tentativo di riportare ordine, nell’ottobre 1865 una delegazione del governo statunitense si recò da Pentola Nera per negoziare un nuovo trattato con gli Cheyenne e gli Arapaho. La questione più complicata era ritenuta quella della proprietà delle terre. Molti coloni rivendicavano appezzamenti che legalmente appartenevano in realtà ai nativi, tra cui la zona dove sorgeva l’intera città di Denver.  Il 14 ottobre 1865 Pentola Nera, Piccola Cornacchia e un’altra decina di capi Cheyenne e Arapaho, siglarono il trattato del Little Arkansas: in cambio di una riserva a sud dell’Arkansas e della promessa di compensazioni monetarie per i sopravvissuti al massacro, le tribù dei nativi rinunciarono per sempre a qualsiasi diritto sulle loro terre originarie nel Colorado. Due anni dopo l’accordo fu abrogato unilateralmente dagli Stati Uniti e rimpiazzato dal trattato del Medicine Lodge del 21 ottobre 1867, che cancellò la riserva a sud dell’Arkansas e obbligò Cheyenne e Arapaho a trasferirsi ancora più a sud, nel poco ospitale “Territorio indiano”, l’odierno Stato dell’Oklahoma. Tutto le inchieste che furono successivamente fatte non riuscirono comunque a dare giustizia alle vittime di Sand Creek. Nessuna punizione fu prevista per Chivington o per gli altri partecipanti al massacro. Chivington lasciò l’esercito nel febbraio 1865, alla scadenza del suo regolare periodo di servizio.
 
Fu un generale di vent’anni Occhi turchini e giacca uguale Fu un generale di vent’anni Figlio d’un temporale…
 
I suoi tentativi di farsi un nome nella politica furono ostacolati dalle accuse a lui rivolte circa i fatti di Sand Creek. Dopo essere rientrato a Denver, lavorò come sceriffo locale fino alla sua morte, avvenuta il 4 ottobre 1894. Il 27 aprile 2007 il luogo del massacro fu proclamato parco nazionale storico degli Stati Uniti come “Sand Creek Massacre National Historic Site”, sotto la protezione del National Park Service. I miei pensieri su questi accadimenti sono molto grevi. Un popolo è stato cacciato da casa sua, derubato delle tradizioni, della terra, della vita.  Il forte ha schiacciato il debole.  L’oro ha scacciato il bisonte.  Le città hanno sostituito gli accampamenti.  Dopo quel giorno il sole non è stato più lo stesso sul Colorado, nell’aria c’era l’odore acre del sangue degli innocenti che si fidavano della parola dell’uomo bianco venuto da lontano.
Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek
fonti:
http://www.globalist.it/world/2018/06/19/il-pianto-della-piccola-migrante-trattata-come-una-terrorista-e-strappata-ai-genitori-2026518.html
 https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/2017/03/ora-i-bambini-dormono-sul-fondo-del.html

Trump not welcome: la protesta del piccolo rifugiato contro il miliardario xenofobo

 

 

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Trump not welcome: la protesta del piccolo rifugiato contro il miliardario xenofobo

Su ordine del presidente i richiedenti asilo provenienti dall’America centrale sono stati respinti alla frontiera con il Messico: la Casa Bianca li considera una minaccia

La loro protesta ha fatto il giro del mondo: “Resteremo qui fino a quando anche l’ultimo di noi non sarà passato”. E’ il gridoCentinaia di migranti centroamericani premono alla frontiera fra Messico e Stati Uniti. Sono i richiedenti asilo giunti in carovana dopo un viaggio lungo un mese, su treni merci, bus, a piedi.

Ci sono donne e bambini, alcuni di loro fuggono da paesi dove rischiano la vita. Ma sono stati fermati ala frontiera Usa, dopo che la autorità americane hanno temporaneamente bloccato gli ingressi in quanto il centro per le richieste del passaggio di San Ysidro, all’altezza di San Diego, è sovraffollato.

Uno dei molti ‘viaggi della speranza’ che diverse simili carovane di migranti hanno negli anni compiuto inseguendo sognando una nuova vita negli Stati Uniti. Ma questa volta la marcia dei migranti è stata seguita passo dopo passo dall’amministrazione Trump, che l’ha tacciata di essere una minaccia per gli Usa.

La migliore risposta è di questo bambino: Trump non è il benvenuto…!

 

tratto da: http://www.globalist.it/world/articolo/2018/05/01/trump-not-welcome-la-protesta-del-piccolo-rifugiato-contro-il-miliardario-xenofobo-2023565.html

Donald Trump nominato per il Nobel per la Pace (…e non è uno scherzo, ormai nominano cani, presidenti Usa e porci)

 

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Donald Trump nominato per il Nobel per la Pace (…e non è uno scherzo, ormai nominano cani, presidenti Usa e porci)

Donald Trump nominato per il Nobel per la Pace (e non è uno scherzo)

Alcuni deputati Repubblicani hanno candidato Donald Trump al Nobel per la Pace per il suo impegno nel normalizzare i rapporti in Corea.

Donald Trump è in corsa per l’assegnazione del Nobel per la Pace. Non si tratta dello scherzo di qualche sito burlone ma è tutto vero, visto che la candidatura è stata promossa dall’azione di diciotto deputati Repubblicani.

Mettendo da parte per un attimo le problematiche del Russiagate e della crisi in Medio Oriente, a Trump verrebbe riconosciuto il merito dell’avvio del processo di pacificazione e di denuclearizzazione della penisola coreana.

Donald Trump e il Nobel per la Pace

Fino a qualche anno fa in pochi avrebbero scommesso un solo penny sul fatto che Donald Trump fosse diventato presidente degli Stati Uniti. Neanche il più incallito giocatore d’azzardo però si sarebbe immaginato di puntare sul tycoon insignito del Nobel per la Pace.

Invece i bookmakers inglesi da tempo stanno raccogliendo scommesse a riguardo, soprattutto dopo che a caldeggiare per prima questa ipotesi era stato il presidente della Corea del Sud Moon Jae-in.

Dopo che nei mesi scorsi il mondo sembrava essere sull’orlo di una guerra nucleare vista la crisi tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti, negli ultimi tempi il clima si è molto disteso. Niente più minacce e lanci di missili ma tanta diplomazia, fino allo storico incontro tra Kim Jong-un e Moon Jae-in.

Di colpo quindi la Corea del Nord dopo anni di minacce si è detta disponibile a smantellare il proprio arsenale nucleare, iniziando un percorso di normalizzazione dei rapporti con i cugini sudcoreani iniziati in occasione delle Olimpiadi Invernali di Pyeongchang.

Una svolta il cui merito secondo il premier della Corea del Sud, democratico e da sempre fervente sostenitore del dialogo con Pyongyang, deve essere attribuito in toto a Donald Trump, asserendo poi che il Presidente meriterebbe il Nobel per la Pace per questo suo impegno.

Pochi giorni dopo diciotto deputati Repubblicani lo hanno preso in parola, proponendo Trump per l’assegnazione del prestigioso riconoscimento. Essendo i promotori facenti parte delle categorie che secondo lo statuto del Nobel possono avanzare candidature, il tycoon è quindi in lizza per entrare a far parte della cerchia ristretta dalla quale verrà scelto il vincitore.

 Fa comunque strano immaginare una persona che voleva armare gli insegnanti americani per evitare le stragi nelle scuole, che gira con una pistola perché “gli piace” e che ogni tanto lancia qualche missile in Siria, come un possibile Nobel per la Pace.

Nel caso comunque Trump non sarebbe il primo inquilino della Casa Bianca a essere insignito del riconoscimento: il primo fu Thomas Woodrow Wilsonnel 1919, seguito poi da Jimmy Carter nel 2002 e da Barack Obama nel 2009.

Se comunque fece discutere l’assegnazione del Nobel ad Obama, è facile immaginare il vespaio di polemiche che si scatenerebbe in caso di vittoria di Trump. Per i bookmakers però il Presidente degli Stati Uniti è il grande favorito insieme a un altro insospettabile, il leader nordcoreano Kim Jong-un, tanto che si vocifera anche di un possibile ex aequo. Mandela e Madre Teresa di Calcutta, nel caso perdonateci.

 

tratto da: https://www.money.it/Donald-Trump-Nobel-Pace