Trump dichiara di non aver rinunciato a bombardare l’Iran e state tranquilli: lo farà! – Anche per i nostri giornalisti è “la giusta risposta per l’abbattimento del drone americano”… E nessuno che si faccia la domanda più ovvia: che cazzo ci faceva un drone americano nei cieli dell’Iran?

 

Iran

 

 

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Trump dichiara di non aver rinunciato a bombardare  l’Iran e state tranquilli: lo farà! – Anche per i nostri giornalisti è “la giusta risposta per l’abbattimento del drone americano”… E nessuno che si faccia la domanda più ovvia: che cazzo ci faceva un drone americano nei cieli dell’Iran?

I nostri giornalisti, da sempre schiavi dei vari “padroni”, riportano con enfasi le notizie della guerra che Trump a tutti i costi vuole scatenare contro l’Iran. L’ultima scusa sarebbe quella del drone abbattuto… E mentre mi chiedevo “che cazzo ci faceva un drone americano nei cieli dell’Iran?” mi imbatto in un bel articolo a firma Marat su L’Antidiplomatico che di seguito vi riporto:

Legittima difesa a pro del ladro

Mi è capitato stamani di sentire per caso e distrattamente le prime parole della rassegna stampa di un “notiziario” radio (non so quale fosse) di oggi. “Leggiamo le prime pagine dei principali quotidiani nazionali”, a proposito della decisione di Trump di fermare i “bombardieri già in volo, dieci minuti prima dell’attacco all’Iran, sembra la trama di un film” – ha detto proprio così l’annunciatore, tutto eccitato… e poi ha continuato, aggiungendo di suo che quella doveva essere “la giusta risposta” a Teheran “che ha abbattuto un drone americano” e dunque gli Stati Uniti “giustamente stavano per rispondere” … e poi “giustamente” mi sono allontanato da quel rumore che disturbava le mie orecchie…

E (mi sembra) altrettanto “giustamente” mi è venuto di pensare che a quel povero annunciatore non è passato affatto per la mente (sarà stata involontaria…?) di far parola su cosa ci facesse da quelle parti un drone americano. Lui ha detto solo che c’era un drone nel cielo blu, che volava, che se ne andava tranquillamente nell’aere, da qualche parte, e i suoi ascoltatori, “giustamente”, ne dovevano dedurre: «ma guarda che banditi che sono quei pasdaran, che buttano giù un pacifico drone americano che non fa male a nessuno»…

Ma non è che quel drone che volteggiava leggiadro tra i candidi cirri sarà partito da una italica base? Che so, Sigonella? Non è che un ascoltatore avrebbe potuto domandarlo a quell’annunciatore? Non è che quel drone avrà voluto fare un tranquillo giro sopra l’Iran, come altri esemplari degli stessi volatili fanno spesso sopra il Donbass, dopo di che le artiglierie ucraine prendono meglio la mira per bombardare i civili e le milizie delle Repubbliche popolari…?

E che diamine: perché offendere con tali illazioni i “giusti fra i giusti” pacifisti yankee? Il loro drone era lì per far del bene, e così come i preti entrano nelle case a portare l’acquasanta, quello portava la lieta novella nella casa dei pasdaran!

Il bello è che quei “principali quotidiani nazionali”, tanto “giustamente” cari al nostro annunciatore, sono quegli stessi che parlano con stile “asettico” – ma spirito entusiastico – di quella italica legge sulla “legittima” difesa, per cui da ora in poi, se entra un ladro in casa e qualcuno reagisce in base a uno “stato di grave turbamento derivante da una situazione di pericolo”, quel qualcuno è autorizzato a far fuoco sul ladro e se per caso il ladro è così agile da schivare le pallottole, allora per lui si inaspriscono anche le pene per furto e violazione di domicilio.

 “Con questa riforma l’Italia diventa lo Stato dove l’uso delle armi è più libero”, chiosava un paio di mesi fa uno di quei “principali quotidiani nazionali”.

E allora, quasi a trasbordare l’antico Graeca per Ausoniae fines sine lege vagantur, con cui molto pacificamente si concedeva libertà di accento alle parole greche e latine entro i confini italici, anche per quel “pacifico” drone americano i nostri “principali quotidiani nazionali” scelgono, a seconda delle latitudini, di trasbordare la “legittima” difesa dal derubato al ladro. Così che, nell’aere iraniano, il ladro americano, “gravemente turbato” perché il derubando, in casa propria, non gli ha permesso di fare il suo porco comodo, prende il fucile e si prepara a sparare. “Giustamente”, fate proprio schifo.
Marat

Ancora accuse pesanti di Papa Francesco all’Europa ed a Salvini: “Porti aperti allearmi e chiusi alle persone” – “Lʼira di Dio si scatenerà su chi parla di pace e vende munizioni”

 

Papa Francesco

 

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Ancora accuse pesanti di Papa Francesco all’Europa ed a Salvini: “Porti aperti allearmi e chiusi alle persone” – “Lʼira di Dio si scatenerà su chi parla di pace e vende munizioni”

Il Papa striglia l’Europa (e Salvini) “Porti aperti alle armi e chiusi alle persone”

Il jʼaccuse del Pontefice: “Lʼira di Dio si scatenerà su chi parla di pace e vende munizioni”. Poi rivela: “Il prossimo anno voglio andare in Iraq”

“Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, in cerca di speranza, non sapendo quali porti potranno accoglierli, nell’Europa che pero’ apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini”. Lo ha detto il Papa all’udienza con la Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali.
“Non posso qui non menzionare i migranti e i profughi che raggiungono i maggiori aeroporti con la speranza di poter chiedere asilo o trovare un rifugio, o che sono bloccati in transito”. Lo ha detto Papa Francesco ai partecipanti all`Incontro mondiale dei Cappellani dell`Aviazione civile. “Invito sempre le Chiese locali alla dovuta accoglienza e sollecitudine nei loro confronti, pur se si tratta di una responsabilità diretta delle Autorità civili. Fa parte anche della vostra cura pastorale vigilare che sia sempre tutelata la loro dignità umana e siano salvaguardati i loro diritti, nel rispetto della dignità e delle credenze di ciascuno. Le opere di carità nei loro confronti costituiscono una testimonianza della vicinanza di Dio a tutti i suoi figli”.
L’Iraq – ha detto il Papa nell’udienza alla Roaco, la Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali – “possa guardare avanti attraverso la pacifica e condivisa partecipazione alla costruzione del bene comune di tutte le componenti anche religiose della societa’, e non ricada in tensioni che vengono dai mai sopiti conflitti delle potenze regionali”. “E non dimentico l’Ucraina – ha aggiunto il Papa ripercorrendo le aree piu’ ‘calde’ del pianeta -, perche’ possa trovare pace la sua popolazione, le cui ferite provocate dal conflitto ho cercato di lenire con l’iniziativa caritativa alla quale molte realta’ ecclesiali hanno contribuito. In Terra Santa – ha proseguito il pontefice -, auspico che il recente annuncio di una seconda fase di studio dei restauri del Santo Sepolcro, che vede fianco a fianco le comunita’ cristiane dello Statu quo, si accompagni agli sforzi sinceri di tutti gli attori locali ed internazionali perche’ giunga presto una pacifica convivenza nel rispetto di tutti coloro che abitano quella Terra, segno per tutti della benedizione del Signore”

fonte: https://www.globalist.it/news/2019/06/10/il-papa-striglia-l-europa-e-salvini-porti-aperti-alle-armi-e-chiusi-alle-persone-2042658.html

Ed ora la Grecia chiede i danni di guerra alla Germania… Mi sa che i crucchi dovranno restituire, con gli interessi, tutto quello che hanno rubato alla Grecia con la scusa dell’austerity…!

 

Grecia

 

 

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Ed ora la Grecia chiede i danni di guerra alla Germania… Mi sa che i crucchi dovranno restituire, con gli interessi, tutto quello che hanno rubato alla Grecia con la scusa dell’austerity…!

Atene chiede alla Germania un risarcimento miliardario: “È per i danni di guerra”

La richiesta di risarcimento avanzata da Tsipras a carico di Berlino ha subito ricevuto elogi da parte delle autorità polacche.

Il parlamento della Grecia ha avanzato formalmente alla Germania un’ingente richiesta di risarcimento in merito ai danni arrecati al Paese ellenico dalle truppe hitleriane.

L’assemblea legislativa di Atene ha ultimamente approvato il documento presentatole da una commissione parlamentare istituita appositamente per calcolare le riparazioni che Berlino dovrebbe pagare per l’invasione nazista del territorio greco, avvenuta durante la Seconda guerra mondiale. Tale relazione quantifica il risarcimento a carico dell’esecutivo tedesco in oltre 300 miliardi di euro.

I membri della commissione sono pervenuti a stabilire tale cifra dopo avere valutato tutti i danni causati alla Grecia dalla Wermacht: distruzione di infrastrutture, abbattimento di edifici, smantellamento di fabbriche, decimazione di manodopera. L’indennizzo addossato alle autorità tedesche da Atene viene quindi presentato dalla stessa relazione come “ragionevole e doveroso”.

Con l’approvazione parlamentare del documento redatto dalla commissione sulle responsabilità storiche della Germania, il governo Tsipras è stato autorizzato dallo stesso organo legislativo ad attivare tutti i canali diplomatici e giudiziari disponibili per costringere Berlino a corrispondere allo Stato ellenico la somma miliardaria. Il primo ministro greco ha poi giustificato con le seguenti parole le pretese finanziarie della sua nazione verso la Repubblica federale: “Questa richiesta è un nostro dovere storico e morale. Per costruire un futuro migliore dobbiamo chiudere al più presto le ferite del passato e la Germania deve fare lo stesso.”

L’esecutivo Merkel ha reagito all’iniziativa di Atene affermando di avere “già abbondantemente indennizzato” le autorità elleniche. Jörg Kukies, sottosegretario al ministero delle Finanze, ha infatti precisato che la questione delle riparazioni per i danni causati dalla Wermacht è stata già risolta da Germania e Grecia nel 1960.

In quell’anno, Berlino, spiega Kukies, versò al Paese di Tsipras un risarcimento di 50,8 milioni di dollari, al fine di chiudere in maniera definitiva la controversia relativa ai danni di guerra arrecati dalle truppe hitleriane. Le istituzioni elleniche di allora, a detta del sottosegretario, avrebbero giudicato la somma in questione come “più che adeguata”. Dopo avere rispolverato l’accordo siglato dalle due nazioni nel 1960, l’esecutivo Merkel ha quindi, sempre per bocca di tale alto funzionario, bollato come una “mera provocazione” la richiesta di oltre 300 miliardi di euro avanzata recentemente dal leader di Syriza.

L’iniziativa di Tsipras, etichettata dai media internazionali come una “ripicca” per le misure di austerità ai danni della Grecia promosse finora da Berlino, ha però subito ricevuto elogi da parte delle istituzioni di Varsavia. Arkadiusz Mularczyk, presidente della commissione parlamentare polacca sulle riparazioni di guerra, ha infatti definito la mossa di Atene come un “atto di estremo coraggio” e ha poi assicurato che a breve anche il suo Paese presenterà ufficialmente alla Germania un’ingente pretesa di risarcimento per le devastazioni subite dalla Polonia durante l’occupazione nazista.

Ma quanto siamo furbi noi Italiani… Regaliamo navi alla Libia per i soccorsi in mare… Ma loro interrompono i soccorsi, lasciano i migranti in mare e usano le navi italiane per la guerra…

 

Libia

 

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Ma quanto siamo furbi noi Italiani… Regaliamo navi alla Libia per i soccorsi in mare… Ma loro interrompono i soccorsi, lasciano i migranti in mare e usano le navi italiane per la guerra…

Aveva ragione l’Organizzazione marittima internazionale (Imo) a esprimere «preoccupazione per la situazione in Libia». Seppure da Tripoli si rifiutano di ufficializzarlo, l’area di ricerca e soccorso libica da giorni non è più interamente operativa. Non bastasse, si paventa il rischio di una violazione dell’embargo Onu sulle armi da guerra a causa delle motovedette fornite dall’Italia e «modificate» dai militari della Tripolitania.

Da ieri vengono fatte circolare immagini di mitragliatori pesanti, fissati sulle torrette delle navi. Prima della consegna, però, i cantieri navali della Penisola a cui era stato affidato il rinnovamento, avevano completamente eliminato ogni arma dagli scafi, conformemente all’embargo stabilito dall’Onu e prorogato nel luglio 2018 per altri dodici mesi. Gli scatti vengono fatti circolare da quanti, proprio a Tripoli, vogliono smentire che la Guardia costiera non sia operativa. Un boomerang, perché secondo gli accordi le navi di fabbricazione italiana avrebbero dovuto essere usate solo per il pattugliamento marittimo e non per operazioni militari.

Nelle foto pubblicate su Twitter da sostenitori di Serraj, si vedono le navi donate dall’Italia in asseto da combattimento

Una conferma indiretta arriva da Roma. «La prosecuzione del conflitto potrebbe distogliere la Guardia costiera libica – spiega un portavoce del ministero delle Infrastrutture – dalle attività di pattugliamento e intervento nella loro area Sar, per orientarsi su un altro genere di operazioni». A cosa si riferiscano lo spiegano proprio i post pubblicati in rete attraverso profili vicini all’esercito del presidente Serraj: militari in tenuta da combattimento sul ponte delle navi che mostrano mitragliatori fissati sulle torrette. In passato i guardacoste libici avevano usato sistemi analoghi, il 26 maggio 2017 addirittura sparando «per errore» contro una motovedetta italiana. Subito dopo i cannoncini furono rimossi e mai più visti a bordo, dove di tanto in tanto apparivano militari con mitragliatori a spalla.

«Non abbiamo notizie ufficiali circa una riduzione delle capacità Sar della Guardia costiera libica», spiegano dal ministero guidato da Danilo Toninelli dopo avere approfondito la questione anche con il Coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso (Mrcc) di Roma. La Libia, dunque, non ha ufficializzato all’Italia alcun abbandono della propria Sar.

Farlo, del resto, avrebbe comportato l’immediata cancellazione della registrazione della competenza libica, costringendo l’Italia e l’Europa a decidere se tornare a coprire, come avveniva in passato, quel tratto di Mediterraneo. Oppure abbandonare nel nulla i migranti che continuano a partire. Le autorità italiane, però, sembrano non fidarsi affatto dei colleghi tripolini, la cui operatività «è quella che sappiamo tutti», aggiungono dalle Infrastrutture. Perciò «la nostra attenzione sulla Sar libica è alta». Nel corso di alcune interviste era stato anche il ministro dell’Interno libico a confermare che «la Guardia costiera è focalizzata sulla protezione della popolazione e della Tripolitania e ha dovuto interrompere le operazioni di intercettazione degli immigrati».

Ci sono però anche difficoltà tecniche. «Negli ultimi giorni – spiega un operatore umanitario di un’agenzia internazionale – scarseggia il carburante e le navi della Guardia costiera sono a secco». Testimonianza confermata anche da alcuni addetti alla sicurezza di aziende italiane presenti nel porto di Tripoli.

fonte: https://raiawadunia.com/gravissimo-la-libia-interrompe-i-soccorsi-in-mare-e-usa-le-navi-italiane-per-la-guerra/

Migranti – Ricordiamoci di quello che diceva Gino Strada solo poco tempo fa: “Soltanto dei cretini potevano pensare di continuare a fare guerre in giro per il mondo, senza che questo avesse delle ricadute sull’Europa e sul nostro Paese. Purtroppo i cretini ci sono e sono spesso in posizioni molto alte della società” !!

 

Gino Strada

 

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Migranti – Ricordiamoci di quello che diceva Gino Strada solo poco tempo fa: “Soltanto dei cretini potevano pensare di continuare a fare guerre in giro per il mondo, senza che questo avesse delle ricadute sull’Europa e sul nostro Paese. Purtroppo i cretini ci sono e sono spesso in posizioni molto alte della società” !!

MIGRANTI, STRADA: ‘GUERRE HANNO RICADUTE SU ITALIA? SOLO I CRETINI PENSANO IL CONTRARIO’

 

 

“Soltanto dei cretini potevano pensare di continuare a fare guerre in giro per il mondo, pensando che questo non avesse delle ricadute sull’Europa e sull’Italia. Purtroppo i cretini ci sono e sono spesso in posizioni molto alte della società”. Così Gino Strada, fondatore diEmergency, a margine del 15° incontro nazionale che si sta tenendo a Genova dal 30 giugno al 3 luglio 2016. L’organizzazione non governativa offre cure medico-chirurgiche gratuite alle vittime della guerra e della povertà, da dieci anni è presente in Italia, oggi con sei poliambulatori, ambulatori mobili, salvataggio e assistenza in mare con il Migrant Offshore Aid Station (MOAS). “La logica è la stessa che ci porta a intervenire dal 1994negli scenari di guerra, inoltre la povertà e la miseria di certe situazioni che vediamo in Italia – afferma Strada – sono conseguenze di guerre che siamo andati a portare in altri paesi. Il problema della mancanza di assistenza medica non riguarda solo i migranti: oggi ci sono circa 11 milioni di italiani che non si curano più come dovrebbero per questioni economiche”. Nessuna richiesta in particolare al Governo italiano: “Certo, mi piacerebbe vivere in un Paese che non esporta armi perché non ne produce, che decide davvero di ripudiare la guerra, che non partecipa a operazioni militari di occupazione o di guerra. Purtroppo non è così, ma sono convinto che gli italiani abbiano ancora la coscienza e la morale per far rimangiare tutte queste scelte assurde alla politica, e sono convinto che andremo incontro a un periodo di grandi cambiamenti, anche abbastanza veloci”

15 febbraio del 1936 – La battaglia di Amba Aradam in Etiopia… per noi solo un intercalare, un modo di dire. Per la storia un genocidio, uno dei peggiori crimini di guerra dell’Italia fascista.

 

Amba Aradam

 

 

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15 febbraio del 1936 – La battaglia di Amba Aradam in Etiopia… per noi solo un intercalare, un modo di dire. Per la storia un genocidio, uno dei peggiori crimini di guerra dell’Italia fascista.

“Ambaradan”, quando una parola nasce da un genocidio
Lo hanno coniato i reduci dalla campagna in Etiopia, una guerra che ha violato la Convenzione di Ginevra ed è stata portata avanti anche grazie a tribù mercenarie

 

«Tutto l’ambaradan». Probabilmente vi sarà capitato di sentire questa parola, o magari di pronunciarla, almeno una volta. Nel corso degli anni sono nate anche pizzerie, case editrici, negozi di articoli da regalo o di antiquariato con questo nome. Ma che cos’è l’ambaradan?

Deriva da un massacro compiuto nel ’36 dall’eserciro Italo-fascista in Etriopia. febbraio del 1936 l’esercito italiano, in piena fase di espansionismo coloniale, è in guerra contro quello d’Etiopia. Il territorio è ricco di risorse e Mussolini pensa che l’Italia possa far valere la sua presunta superiorità, culturale ma soprattutto tecnologica, in poco tempo. La realtà è un’altra. Quello etiope è un impero millenario, ricco di storia, e il suo esercito riesce a dar filo da torcere agli invasori. Così, le truppe di Badoglio fanno ricorso alle armi chimiche.

È il 15 febbraio del 1936 quando l’esercito italiano, nei pressi del massiccio montuoso dell’Amba Aradam, prova a piegare la resistenza locale una volta per tutte. Si rivolge anche a delle tribù mercenarie, che però passano da una fazione all’altra a seconda della cifra offerta. Nei fatti, non si riesce a capire contro chi si stia combattendo. Insomma, «è tutto un ambaradan».

L’espressione nasce alla fine della guerra, quando i reduci la usano per descrivere situazioni di confusione durante una battaglia. «Proprio come ad Amba Radam». Da lì, per crasi, è diventata una parola unica. E per dei difetti di pronuncia, protrattisi negli anni, la “m” finale si è trasformata in “n”.

CRONACA DI UN GENOCIDIO: L’USO DELL’IPRITE

La battaglia dell’Amba Radam si risolve grazie al gas iprite rilasciato a bassa quota dall’aviazione. Anche sui civili. A terra, i soldati sparano proiettili all’arsina e al fosgene, fortemente tossici. Di fatto, si tratta di una evidente, ma rinnegata per decenni, violazione della Convenzione di Ginevra del 1928. L’iprite attacca le cellule con cui entra in contatto, distruggendole completamente. Causa infiammazioni, vesciche e piaghe, agisce anche sulle mucose oculari e sulle vie polmonari. La sofferenza è disumana. Nel luglio del 1936 l’imperatore deposto, Hailé Selassié, denuncia tutto all’assemblea della Società delle Nazioni, la mamma dell’Onu. L’Italia riconoscerà le sue colpe solo nel 1996, ammettendo l’utilizzo di armi chimiche in Etiopia, grazie alla desecretazione degli archivi voluta dal ministro della Difesa, il torinese Domenico Corcione.

Prove di genocidio anche nell’aprile del 1939, quando vengono chiuse le vie d’uscite delle grotte dell’Amba Aradam. All’interno vengono localizzati alcuni partigiani etiopi. La loro resistenza si sgretola sotto le bombe al veleno. Muoiono soldati e civili, donne e bambini. Chi sopravvive all’iprite è arso vivo con i lanciafiamme. Le sofferenze continuano fino al 1941, quando gli inglesi prendono il controllo della colonia italiana. Sono cinque anni di violenza indiscriminata, nascosta dal fumo dei gas: esecuzioni, stupri, campi di concentramento, torture. Nessuno ha pagato per aver violato i diritti umani. Uno dei responsabili, il governatore fascista dell’Etiopia Rodolfo Graziani, è stato inserito nella lista dei criminali di guerra senza venire mai processato.

«ITALIANI, BRAVA GENTE»

Sulle violenze in Etiopia sono stati scritti tantissimi saggi, firmati da fior di antropologi. Documenti che hanno sconfessato il mito degli «Italiani brava gente», nato già all’epoca delle prime guerre coloniali (1885). Un falso storico. Sì, in Etiopia si sono costruite strade e scuole: le prime necessarie per i trasporti e gli autocarri, le seconde riservate inizialmente solo ai bianchi.

Un colonialismo breve, estremamente violento, conclusosi con un nulla di fatto. Oggi pesa nel conto delle accise sulla benzine, destinate a ripagare quella spedizione. L’Etiopia non ha mai capito il perché di quella guerra. Non è stata una colonizzazione, bensì un’invasione crudele, sprezzante di tutti i trattati internazionali. A distanza di oltre 80 anni è ancora inspiegabilmente ricordata dalla toponomastica di alcune città italiane. Da Roma a Genova, c’è “via dell’Amba Aradam”. Una testimonianza stradale di un revisionismo persistente. Per capire il paradosso, cosa pensereste se vi ritrovaste a percorrere un’ipotetica “via Auschwitz” nel cuore di Berlino?

tratto da: https://www.lastampa.it/2017/02/15/cultura/ambaradan-quando-una-parola-nasce-da-un-genocidio-VJH151SisQGoBRJpqPGqXK/pagina.html

Per capire veramente il problema dell’Africa: Quando Sankara invitò tutti gli Stati africani a non pagare il debito pubblico… 2 mesi dopo fu ucciso!

 

Sankara

 

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Per capire veramente il problema dell’Africa: Quando Sankara invitò tutti gli Stati africani a non pagare il debito pubblico… 2 mesi dopo fu ucciso!

A trent’anni dalla morte del rivoluzionario leader del Burkina Faso, manca ancora la verità su chi l’ha ucciso

Era il pomeriggio del 15 ottobre 1987 quando Thomas Sankara, da tre anni alla guida dell’ex colonia francese Alto Volta, da lui rinominata Burkina Faso (ovvero “Patria degli Uomini di valore”), viene falciato da una raffica di mitra in un agguato ordito da un gruppo di uomini armati nei pressi della sede del Consiglio Nazionale della Rivoluzione, nella capitale Ouagadougou. Insieme a lui vengono uccisi anche altri dodici ufficiali e membri del suo governo.

Chi era Thomas Sankara? E da chi e perché è stato ucciso? Alla prima domanda è possibile rispondere, ma rispetto altre due, trent’anni dopo la sanguinosa imboscata di cui il presidente e fondatore del Burkina Faso è rimasto vittima, non tutto è stato ancora chiarito.

Per capire perché ancora oggi la volontà di far luce sull’omicidio di Sankara sia ancora tanto forte e radicata soprattutto nei giovani africani, è utile ripercorrere la vita dell’ex presidente. Nato nel 1949, era figlio di un militare che aveva servito nell’esercito francese durante la Seconda guerra mondiale.

Dopo gli studi, intraprende la carriera militare e nel 1976 viene assegnato al centro di Po, dove – ricorda Daniele Bellocchio su Gli occhi della Guerra – ha inizio anche il suo percorso politico. Oltre a formare militari ben addestrati, infatti, Sankara si preoccupa anche di dare ai soldati sotto il suo comando una cultura civica, impiegandoli per esempio in servizi di pubblica utilità come scavare pozzi e occuparsi del rimboschimento. Amatissimo dai suoi uomini, la popolarità dell’ufficiale con il basco rosso inizia a diffondersi anche in larga parte della popolazione.

Dopo i golpe del 1980 e del 1982, Sankara diventa primo ministro nel governo di Ouédrago, che poco dopo però, a fronte della sua sempre maggiore fama, lo fa arrestare. Ottenendo però l’effetto contrario a quello sperato: la popolazione infatti si ribella e nel 1983 Thomas Sankara diventa presidente.

Il Paese che eredita – ricorda ancora Bellocchio – è soffocato da una situazione economica disastrosa. La risposta del neo capo dello Stato, che intende dimostrare che anche il Paese più povero dell’Africa può riuscire a farcela senza gli aiuti internazionali, è decisa: sono infatti messe in atto una serie di riforme radicali, tra cui la costituzione del Consiglio Nazionale della Rivoluzione e dei Comitati per la difesa della Rivoluzione (che hanno il compito di estendere ad ampi strati della popolazione il potere decisionale), una riforma agraria che ha come risultato un notevole aumento della produzione di cereali e cotone, una riorganizzazione dell’industria finalizzata alla produzione di beni di prima necessità e una riduzione delle spese superflue.

Senza contare una persuasiva opera di sensibilizzazione dei cittadini in merito alle questioni ambientali, una diffusa opera di rimboschimento con funzione anti-desertificazione, la battaglia per l’alfabetizzazione, una campagna di vaccinazione dei bambini che fra crollare il tasso di mortalità e l’impegno a favore dei diritti delle donne, alcune delle quali sono anche chiamate anche a far parte dell’esecutivo.

Quanto alla politica estera, Sankara non ha ottimi rapporti né con l’Unione Sovietica, né con gli Stati Uniti. E nemmeno con la Francia di Mitterand, di cui il Burkina Faso è stato una colonia. Per il presidente comunque, il nemico principale dell’Africa – scrive ancora Bellocchio – è il debito pubblico. Nel suo ultimo intervento all’assemblea dell’Organizzazione per l’Unità africana, che molti ritengono il suo testamento e il motivo della sua morte, Sankara ha invitato tutti gli Stati del continente a rifiutarsi di pagare il debito, “per evitare di farci assassinare individualmente. Se il Burkina Faso lo fa da solo, io non sarò presente alla prossima conferenza”.

Parole profetiche perché appena due mesi dopo, infatti, Sankara viene assassinato. Secondo le indagini il (presunto) responsabile della sua morte è Blaise Compaore, amico e compagno d’armi dell’amato presidente, del quale prende il posto e lo detiene per 27 anni. Anni nei quali anche solo parlare di Sankara (il cui omicidio, nel 1987, fu archiviato come “morte naturale”) è stato un tabù.

Negli ultimi anni però le cose sono cambiate: nel 2014, infatti, una rivoluzione di piazza – nella quale sono stati spesso scanditi slogan tratti dai discorsi di Sankara – ha posto fine alla dittatura totalizzante di Compaore (fuggito in Costa d’Avorio) ed è iniziata, nel Paese, una fase di transizione democratica. Quanto al leader del panafricanismo e icona di un’Africa libera e indipendente, nel 2015 è stata avviata un’inchiesta ufficiale sulla sua morte: il corpo dell’ex presidente è stato riesumato e l’autopsia effettuata ha dimostrato che il padre della Patria del Burina Faso è stato crivellato di colpi. Sulla base delle risultanze dell’indagine, sono inoltre stati emessi due mandati d’arresto in capo a Blaise Compaore e al fratello Francois.

Non è però tutto. Perché meno di due mesi fa (il 28 novembre), il presidente francese Emmanuel Macron, in un discorso pronunciato (non a caso) di fronte agli studenti dell’università di Ouagadougou, ha dichiarato di aver “preso la decisione, in risposta alle richieste della giustizia burkinabè, che tutti i documenti prodotti dalle amministrazioni francesi durante il regime di Sankara e dopo il suo assassinio, coperti dal segreto nazionale, siano declassificati”. Tale passaggio potrebbe risultare decisivo per la scrittura del capitolo finale della storia del capitano Sankara (alla memoria del quale, proprio nel luogo dove è stato ucciso, dovrebbe presto essere eretto un Memoriale), perché significa – sottolinea Bellocchio – impegnarsi a far emergere la verità sul suo assassinio (sia quanto alle responsabilità interne al Burkina Faso, con particolare riferimento a Compaore, sia quanto ai suoi alleati internazionali), fino ad oggi rimasto coperto da una cortina di omertà e paura.

 

 

tratto da: http://www.politicamentescorretto.info/2019/02/11/quando-sankara-invito-tutti-gli-stati-africani-a-non-pagare-il-debito-pubblico-2-mesi-dopo-fu-ucciso/

Gli Stati Uniti? Quelli che dicono di esportare democrazia? Forniscono aiuti e assistenza militare al 73% delle dittature nel mondo!

 

Stati Uniti

 

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Gli Stati Uniti? Quelli che dicono di esportare democrazia? Forniscono aiuti e assistenza militare al 73% delle dittature nel mondo!

Promotori della democrazia? Gli USA forniscono assistenza militare al 73% delle dittature nel mondo
Una ONG, finanziata però da Washington, afferma che ci sono 49 paesi nel mondo in cui mancano libertà politiche e civili. Di questi, 35 hanno continuato a ricevere il sostegno militare degli Stati Uniti recentemente.
Un’organizzazione non governativa statunitense ha pubblicato un rapporto in cui descrive dozzine di paesi del mondo come “non liberi”. I lettori più attenti hanno subito sottolineato che la stragrande maggioranza di quelle nazioni riceve il supporto militare da Washington.

L’ONG Freedom House, fondata nel 1941, nel suo rapporto annuale dal titolo ‘La libertà nel mondo’ categorizza i diversi stati del mondo come “liberi”, “parzialmente liberi” o “non liberi” in termini di libertà e diritti politici e civili dei suoi abitanti.

Finanziato quasi interamente dal governo degli Stati Uniti, Freedom House considera gli Stati Uniti e i suoi alleati come “liberi” e designati come “non liberi” in 49 paesi per un totale di circa 2.700 milioni di abitanti, compresi la Russia e la Cina.

Tuttavia, oltre il 70% di questi stati “non liberi” sono stati clienti del complesso militare-industriale statunitense o hanno ricevuto una sorta di assistenza militare dal Pentagono negli ultimi tre anni, secondo l’organizzazione di notizie indipendente Truthout, riguardante l’ultima edizione del rapporto.

Nel 2018, le nazioni “non libere” legate a Washington salgono a 35, che di solito è proclamato promotore della democrazia e oppositore delle dittature. Dodici di questi, classificati come “i peggiori dei peggiori”, ricevono finora assistenza militare USA, tra cui la Somalia, il Turkmenistan, l’Uzbekistan, la Repubblica Centrafricana e l’Arabia Saudita.

Il regno saudita, in particolare, figura tra i peggiori classificati della lista, al di sotto della Cina, della Russia, del Venezuela e persino dell’Iran. Tuttavia, continua ad essere “il più grande cliente di vendite militari straniere” negli Stati Uniti, secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

A causa dello scandalo relativo all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, l’Arabia Saudita ha cominciato a perdere contratti d’acquisto milionari con altri paesi, ampiamente attribuito all’alto comando del regno. Allo stesso tempo, Washington si aspetta un “significativo aumento” nella cooperazione militare con Riad.

Fonte: Freedom House – Truthout

LO STUDIO – Dal 1945 ad oggi gli Stati Uniti – esporta democrazia qui, esporta democrazia lì – ha ammazzato dai 20 ai 30 milioni di esseri umani…

Stati Uniti

 

 

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LO STUDIO – Dal 1945 ad oggi gli Stati Uniti – esporta democrazia qui, esporta democrazia lì – ha ammazzato dai 20 ai 30 milioni di esseri umani…

 

STUDIO. Dal 1945 ad oggi gli Stati Uniti responsabili di 20-30 milioni di morti

di Manlio Dinucci* – il manifesto, 20 novembre 2018

Nel riassunto del suo ultimo documento strategico – 2018 National Defense Strategy of the United States of America (il cui testo integrale è segretato) – il Pentagono sostiene che «dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati uniti e i loro alleati hanno instaurato un ordine internazionale libero e aperto per salvaguardare la libertà e i popoli dalla aggressione e coercizione», ma che «tale ordine viene ora minato dall’interno da Russia e Cina, le quali violano i principi e le regole dei rapporti internazionali».

Completo ribaltamento della realtà storica. Il prof. Michel Chossudovsky, direttore del Centre for Research on Globalization, ricorda che questi due paesi, classificati oggi come nemici, sono quelli che, quando erano alleati degli Stati uniti durante la Seconda guerra mondiale, pagarono la vittoria sull’Asse nazi-fascista Berlino-Roma-Tokyo con il più alto prezzo in vite umane: circa 26 milioni l’Unione Sovietica e 20 milioni la Cina, in confronto a poco più di 400 mila degli Stati uniti.

Con questa premessa Chossudovsky introduce su Global Research un documentato studio di James A. Lucas sul numero di persone uccise dalla ininterrotta serie di guerre, colpi di stato e altre operazioni sovversive effettuata dagli Stati uniti dalla fine della guerra nel 1945 ad oggi: esso viene stimato in 20-30 milioni. Circa il doppio dei caduti della Prima guerra mondiale, di cui si è appena celebrato a Parigi il centenario della fine con un «Forum della pace».

Oltre ai morti ci sono i feriti, che spesso restano menomati: alcuni esperti calcolano che, per ogni persona morta in guerra, altre 10 restino ferite. Ciò significa che i feriti provocati dalle guerre Usa ammontano a centinaia di milioni.

A quello stimato nello studio si aggiunge un numero inquantificato di morti, probabilmente centinaia di milioni, provocati dal 1945 ad oggi dagli effetti indiretti delle guerre: carestie, epidemie, migrazioni forzate, schiavismo e sfruttamento, danni ambientali, sottrazione di risorse ai bisogni vitali per coprire le spese militari.

 Lo studio documenta le guerre e i colpi di stato effettuati dagli Stati uniti in oltre 30 paesi asiatici, africani, europei e latino-americani. Esso rivela che le forze militari Usa sono direttamente responsabili di 10-15 milioni di morti, provocati dalle maggiori guerre: quelle di Corea e del Vietnam e le due contro l’Iraq. Altri 10-14 milioni di morti sono stati provocati dalle guerre per procura condotte da forze alleate armate, addestrate e comandate dagli Usa, in Afghanistan, Angola, Congo, Sudan, Guatemala  e altri paesi.

La guerra del Vietnam, estesasi a Cambogia e Laos, provocò un numero di morti stimato in 7,8 milioni (più un enorme numero di feriti e danni genetici generazionali dovuti alla diossina sparsa dagli aerei Usa).

La guerra per procura negli anni Ottanta in Afghanistan fu organizzata dalla Cia che addestrò e armò, con la collaborazione di Osama bin Laden e del Pakistan, oltre 100 mila mujaidin per combattere le truppe sovietiche cadute nella «trappola afghana» (come dopo la definì Zbigniew Brzezinski, precisando che l’addestramento dei mujaidin era iniziato nel luglio 1979, cinque mesi prima dell’invasione sovietica dell’Afghanistan).

Il colpo di stato più sanguinoso fu organizzato nel 1965 in Indonesia dalla Cia: essa fornì agli squadroni della morte indonesiani la lista dei primi 5 mila comunisti e altri da uccidere. Il numero dei trucidati viene stimato tra mezzo milione e 3 milioni.

Questo è «l’ordine internazionale libero e aperto» che gli Stati uniti, indipendentemente da chi siede alla Casa Bianca, perseguono per «salvaguardare i popoli dalla aggressione e coercizione».

tramite: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-studio_dal_1945_ad_oggi_gli_stati_uniti_responsabili_di_2030_milioni_di_morti/82_26130/

6 agosto 1945, Hiroshima – 73 anni fa uno dei più gravi e schifosi crimini contro l’umanità: gli Americani, quelli che oggi si ergono a giudici del mondo, lanciarono l’attacco atomico contro i civili di un paese che si era gia arreso!

 

Hiroshima

 

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6 agosto 1945, Hiroshima – 73 anni fa uno dei più gravi e schifosi crimini contro l’umanità: gli Americani, quelli che oggi si ergono a giudici del mondo, lanciarono l’attacco atomico contro i civili di un paese che si era gia arreso!

 

Il 6 agosto 1945 alle ore 8:15, un aereo statunitense sganciò la bomba all’uranio Little Boy sulla città giapponese di Hiroshima. Quella mattina, uomini, donne e bambini si apprestavano a vivere una nuova giornata, del tutto ignari dell’orrore che stava per abbattersi su di loro. A Hiroshima, l’esplosione della bomba generò in dieci secondi un’onda d’urto che rase al suolo la città per un raggio di due chilometri, uccidendo all’istante 70mila persone. In seguito, 70mila persone transitarono dalla vita alla morte senza rendersene conto, travolti da una vera e propria tempesta rovente che avanzò a 800 km all’ora.

Forse, in quel giorno, i primi morti furono i più fortunati. Dei privilegiati rispetto alle tante migliaia di civili che morirono in un secondo momento. È davvero difficile pensare cosa abbiano provato quegli uomini e quelle donne che si accingevano ad andare a lavorare o ad accompagnare i bambini a scuola. Non esistevano neppure le immagini di esplosioni atomiche, nessuno dei cittadini di Hiroshima aveva visto una tale luce o udito un tale suono così improvviso e devastante. Senza più la città intorno, senza punti di riferimento in un caldo torrido e colpiti da una forte pioggia radioattiva nera, i sopravvissuti vagarono senza meta, poi molti, sperando di fermare le terribili scottature, si gettarono nel fiume che però in alcuni punti ribolliva e ben presto si riempì dicadaveri che galleggiavano.

Tre giorni dopo, gli americani attaccano un’altra città giapponese, quella di Nagasaki: sganciano una bomba al plutonio, Fat man. Lo sgancio però non fu preciso e la bomba brillò in una zona della città difesa dai monti. Nonostante ciò, morirono subito 40mila persone e molte altre migliaia rimasero ustionate. Molte altre morirono in seguito.

Oltre 70 anni dopo, è risaputo che questi crimini contro l’umanità furono del tutto inutili al fine della vittoria statunitense. Hitler e Mussolini erano già morti, il Giappone era sul punto di arrendersi. Lo stesso Winston Churchill, primo ministro britannico, affermò: “Sarebbe un errore supporre che il destino del Giappone fu suggellato dalla bomba atomica. La sua sconfitta era certa prima che fosse sganciata la prima bomba”. In realtà, quelle bombe furono sganciate per due ragioni. La prima era di mandare un messaggio a Mosca; già durante il secondo conflitto mondiale si comprese che l’antagonismo futuro sarebbe stato tra le due potenze vincitrice della guerra, Usa e Urss. Secondo motivo era giustificare l’immensa spesa del progetto Manhattan, da cui scaturì la bomba atomica.

Dopo quelle due esplosioni (le uniche vere armi di distruzione di massa mai usate dall’uomo) gli Usa, sostituendo quello britannico, divennero un nuovo, tracotante, impero che in 70 anni ha sottomesso con la violenza militare ed economica quasi l’intero pianeta. Corea, Nicaragua, Congo, Vietnam, Laos, Cambogia, Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia, Siria sono soltanto alcune guerre dirette o per procura che hanno imposto il dominio a stelle e strisce. A partire da quel 6 agosto, gli Usa sono diventati un’economia di guerra, un keynesismo militarista difficile da disinnescare per l’immensa rete di interessi che ha svuotato del significato etimologico i termini come pace e democrazia.

Se proprio dovevano manifestare la loro potenza malefica, quei due ordigni atomici potevano essere fatti brillare in zone disabitate del Giappone, il mondo intero comunque avrebbe saputo di tale nuova arma. Invece, si sono colpiti i civili prima a Hiroshima replicando poi, pur avendo visto gli effetti di tale mostruosità, a Nagasaki. Circa 300mila civili furono uccisi, molti sono sopravvissuti tra immense sofferenze fisiche e psicologiche.

Il presidente Obama, addirittura premio Nobel per la pace (anche se nei suoi otto anni di mandato gli Usa sono sempre stati in guerra), è stato il primo presidente a visitare Hiroshima. Egli, ai superstiti presenti, non ebbe l’umanità non dico di chiedere perdono, ma nemmeno scusa. Non l’ha fatto lui e non lo faranno altri presidenti, perché gli Stati Uniti, come tutti gli imperi, si basano sulla guerra rendendo di conseguenza le cerimonie di questi giorni inutili parate che non rendono il nostro futuro più sicuro da probabili nuove esplosioni.