15 febbraio del 1936 – La battaglia di Amba Aradam in Etiopia… per noi solo un intercalare, un modo di dire. Per la storia un genocidio, uno dei peggiori crimini di guerra dell’Italia fascista.

 

Amba Aradam

 

 

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15 febbraio del 1936 – La battaglia di Amba Aradam in Etiopia… per noi solo un intercalare, un modo di dire. Per la storia un genocidio, uno dei peggiori crimini di guerra dell’Italia fascista.

“Ambaradan”, quando una parola nasce da un genocidio
Lo hanno coniato i reduci dalla campagna in Etiopia, una guerra che ha violato la Convenzione di Ginevra ed è stata portata avanti anche grazie a tribù mercenarie

 

«Tutto l’ambaradan». Probabilmente vi sarà capitato di sentire questa parola, o magari di pronunciarla, almeno una volta. Nel corso degli anni sono nate anche pizzerie, case editrici, negozi di articoli da regalo o di antiquariato con questo nome. Ma che cos’è l’ambaradan?

Deriva da un massacro compiuto nel ’36 dall’eserciro Italo-fascista in Etriopia. febbraio del 1936 l’esercito italiano, in piena fase di espansionismo coloniale, è in guerra contro quello d’Etiopia. Il territorio è ricco di risorse e Mussolini pensa che l’Italia possa far valere la sua presunta superiorità, culturale ma soprattutto tecnologica, in poco tempo. La realtà è un’altra. Quello etiope è un impero millenario, ricco di storia, e il suo esercito riesce a dar filo da torcere agli invasori. Così, le truppe di Badoglio fanno ricorso alle armi chimiche.

È il 15 febbraio del 1936 quando l’esercito italiano, nei pressi del massiccio montuoso dell’Amba Aradam, prova a piegare la resistenza locale una volta per tutte. Si rivolge anche a delle tribù mercenarie, che però passano da una fazione all’altra a seconda della cifra offerta. Nei fatti, non si riesce a capire contro chi si stia combattendo. Insomma, «è tutto un ambaradan».

L’espressione nasce alla fine della guerra, quando i reduci la usano per descrivere situazioni di confusione durante una battaglia. «Proprio come ad Amba Radam». Da lì, per crasi, è diventata una parola unica. E per dei difetti di pronuncia, protrattisi negli anni, la “m” finale si è trasformata in “n”.

CRONACA DI UN GENOCIDIO: L’USO DELL’IPRITE

La battaglia dell’Amba Radam si risolve grazie al gas iprite rilasciato a bassa quota dall’aviazione. Anche sui civili. A terra, i soldati sparano proiettili all’arsina e al fosgene, fortemente tossici. Di fatto, si tratta di una evidente, ma rinnegata per decenni, violazione della Convenzione di Ginevra del 1928. L’iprite attacca le cellule con cui entra in contatto, distruggendole completamente. Causa infiammazioni, vesciche e piaghe, agisce anche sulle mucose oculari e sulle vie polmonari. La sofferenza è disumana. Nel luglio del 1936 l’imperatore deposto, Hailé Selassié, denuncia tutto all’assemblea della Società delle Nazioni, la mamma dell’Onu. L’Italia riconoscerà le sue colpe solo nel 1996, ammettendo l’utilizzo di armi chimiche in Etiopia, grazie alla desecretazione degli archivi voluta dal ministro della Difesa, il torinese Domenico Corcione.

Prove di genocidio anche nell’aprile del 1939, quando vengono chiuse le vie d’uscite delle grotte dell’Amba Aradam. All’interno vengono localizzati alcuni partigiani etiopi. La loro resistenza si sgretola sotto le bombe al veleno. Muoiono soldati e civili, donne e bambini. Chi sopravvive all’iprite è arso vivo con i lanciafiamme. Le sofferenze continuano fino al 1941, quando gli inglesi prendono il controllo della colonia italiana. Sono cinque anni di violenza indiscriminata, nascosta dal fumo dei gas: esecuzioni, stupri, campi di concentramento, torture. Nessuno ha pagato per aver violato i diritti umani. Uno dei responsabili, il governatore fascista dell’Etiopia Rodolfo Graziani, è stato inserito nella lista dei criminali di guerra senza venire mai processato.

«ITALIANI, BRAVA GENTE»

Sulle violenze in Etiopia sono stati scritti tantissimi saggi, firmati da fior di antropologi. Documenti che hanno sconfessato il mito degli «Italiani brava gente», nato già all’epoca delle prime guerre coloniali (1885). Un falso storico. Sì, in Etiopia si sono costruite strade e scuole: le prime necessarie per i trasporti e gli autocarri, le seconde riservate inizialmente solo ai bianchi.

Un colonialismo breve, estremamente violento, conclusosi con un nulla di fatto. Oggi pesa nel conto delle accise sulla benzine, destinate a ripagare quella spedizione. L’Etiopia non ha mai capito il perché di quella guerra. Non è stata una colonizzazione, bensì un’invasione crudele, sprezzante di tutti i trattati internazionali. A distanza di oltre 80 anni è ancora inspiegabilmente ricordata dalla toponomastica di alcune città italiane. Da Roma a Genova, c’è “via dell’Amba Aradam”. Una testimonianza stradale di un revisionismo persistente. Per capire il paradosso, cosa pensereste se vi ritrovaste a percorrere un’ipotetica “via Auschwitz” nel cuore di Berlino?

tratto da: https://www.lastampa.it/2017/02/15/cultura/ambaradan-quando-una-parola-nasce-da-un-genocidio-VJH151SisQGoBRJpqPGqXK/pagina.html

La Giornata della Memoria è andata. Abbiamo riflettuto sui crimini dei nazisti? Ora vogliamo pensare ai nostri? Quelli commessi negli oltre 150 lager in Libia, Eritrea ed Etiopia? Come, non ne sapete niente…?

 

lager

 

 

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La Giornata della Memoria è andata. Abbiamo riflettuto sui crimini dei nazisti? Ora vogliamo pensare ai nostri? Quelli commessi negli oltre 150 lager in Libia, Eritrea ed Etiopia? Come, non ne sapete niente…?
La Giornata della Memoria selettiva: ricordiamo i lager tedeschi ma non quelli italiani

La Giornata della Memoria selettiva: ricordiamo Auschwitz, la Shoah e i lager tedeschi ma non conosciamo la storia dei nostri campi di concentramento italiani in Libia, Eritrea ed Etiopia. Una giornata della Vergogna per i crimini coloniali fascisti sarebbe doverosa nell’epoca di “Prima gli Italiani”

La Senatrice a vita Liliana Segre ha ancora una cicatrice sotto l’ascella. È il ricordo lasciatole da un’infermiera ad Auschwitz. Con delle grosse forbici le tagliò un enorme ascesso purulento senza anestesia né medicazioni. L’unica raccomandazione fu quella di non svenire lì “altrimenti non so che fine fai.” Liliana, nonostante fosse una bambina, non svenne. Tornò alla sua baracca così mal ridotta, che una prigioniera di cui non seppe mai neppure la nazionalità, tirò fuori da una tasca di tela lurida una fettina di carota cruda e gliela donò.
Conobbe episodi peggiori, ma quel gesto di umanità fu così grande da non poter essere dimenticato. Dei 776 bambini italiani ad Auschwitz ne sopravvissero solo 25. Tra cui lei.

Il suo racconto è prezioso perché si può ancora sentire dalla viva voce di una diretta protagonista.
La memoria sopravvive finché se ne portano addosso le cicatrici.
Ma se quelle cicatrici invece si nascondessero, cosa accadrebbe domani?

“Da domani sarà triste, da domani.
Ma oggi sarò contento,
a che serve essere tristi, a che serve.
Perché soffia un vento cattivo.
Perché dovrei dolermi, oggi, del domani.
Forse il domani è buono, forse il domani è chiaro.
Forse domani splenderà ancora il sole.
E non vi sarà ragione di tristezza.
Da domani sarà triste, da domani.
Ma oggi, oggi sarò contento,
e ad ogni amaro giorno dirò,
da domani, sarà triste,
Oggi no.”

Questa è una meravigliosa poesia anonima trovata su un muro del Ghetto di Varsavia nel 1941. Chissà che fine ha fatto il suo autore.
In fondo ci illudiamo di sapere tutto di quelle cataste di occhiali, dei corpi ammucchiati come legna secca, dei capelli usati per farne tessuti.

Ma dei nostri campi di concentramento italiani in Libia, cosa sappiamo?
A scuola e in tv non se ne parla.
I film vengono censurati, i documenti messi in discussione. E così ancora oggi gli italiani dubitano che in Libia possano esistere lager, ignorando che quella cultura l’abbiamo esportata noi ormai cento anni fa.
I fascisti ne costruirono sedici in Libia, e altre decine – tra campi di concentramento, di prigionia e di “punizione” – in Eritrea ed Etiopia
I più grandi a Soluch (a sud di Bengasi), a Sidi el Magrum (a ovest di Bengasi), ad Agedabia, a Marsa el Brega, ad El Abiar, ad El Agheila.
Nomi dimenticati, che non ci dicono nulla.
Ospitavano oltre centocinquanta mila internati, comprese molte migliaia di donne e di bambini.

“Dovevamo sopravvivere con un pugno di riso o di farina e spesso si era troppo stanchi per lavorare. Ricordo la miseria e le botte, le esecuzioni avvenivano al centro del campo e gli italiani portavano tutta la gente a guardare. Ci costringevano a guardare mentre morivano i nostri fratelli. Ogni giorno uscivano 50 cadaveri.”
Questa e altre testimonianze sono contenute nel libro di Gustavo Ottolenghi, “Gli Italiani e il colonialismo” ma esistono migliaia di documenti nella storiografia mondiale.

Se cercate “Libia” nel sito dell’Istituto Luce troverete 68 pagine di filmati di invasione e colonizzazione.
Oppure guardate il film “Il leone nel deserto”, girato a Hollywood nel 1981 e censurato per oltre trent’anni, che racconta la storia dei crimini di guerra italiani e la resistenza del patriota libico Omar al-Mukhtar.
Magari ricorderete l’enorme foto sulla divisa con cui si presentò all’aeroporto di Ciampino nel 2009 il leader libico Gheddafi, accolto da Berlusconi. Molti pensarono a una pagliacciata. Invece è la stessa fotografia di questo articolo, che ritrae l’arresto di Omar al-Mukhtar. Da quel viaggio in Italia Gheddafi tornò con 5 miliardi di euro di risarcimenti per i nostri misfatti coloniali. Soldi che ancora dobbiamo dare.

Oggi, dunque non siate tristi, ma adesso sapete cosa fare da domani: andate con coraggio in cerca della verità. Una giornata della Vergogna per i crimini coloniali fascisti sarebbe doverosa nell’epoca di “Prima gli Italiani”.
Solo tenendo vivo il ricordo delle nostre atrocità saranno irripetibili.
Andateci con in tasca una poesia piccola come una fettina di carota:

“Sappiamo tutto dei peccati altrui
e nulla dei nostri:
dai buchi della memoria
riemergeranno i mostri”

Fonte: https://www.fanpage.it/la-giornata-della-memoria-selettiva-ricordiamo-i-lager-tedeschi-ma-non-quelli-italiani/