Ma quanto siamo furbi noi Italiani… Regaliamo navi alla Libia per i soccorsi in mare… Ma loro interrompono i soccorsi, lasciano i migranti in mare e usano le navi italiane per la guerra…

 

Libia

 

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Ma quanto siamo furbi noi Italiani… Regaliamo navi alla Libia per i soccorsi in mare… Ma loro interrompono i soccorsi, lasciano i migranti in mare e usano le navi italiane per la guerra…

Aveva ragione l’Organizzazione marittima internazionale (Imo) a esprimere «preoccupazione per la situazione in Libia». Seppure da Tripoli si rifiutano di ufficializzarlo, l’area di ricerca e soccorso libica da giorni non è più interamente operativa. Non bastasse, si paventa il rischio di una violazione dell’embargo Onu sulle armi da guerra a causa delle motovedette fornite dall’Italia e «modificate» dai militari della Tripolitania.

Da ieri vengono fatte circolare immagini di mitragliatori pesanti, fissati sulle torrette delle navi. Prima della consegna, però, i cantieri navali della Penisola a cui era stato affidato il rinnovamento, avevano completamente eliminato ogni arma dagli scafi, conformemente all’embargo stabilito dall’Onu e prorogato nel luglio 2018 per altri dodici mesi. Gli scatti vengono fatti circolare da quanti, proprio a Tripoli, vogliono smentire che la Guardia costiera non sia operativa. Un boomerang, perché secondo gli accordi le navi di fabbricazione italiana avrebbero dovuto essere usate solo per il pattugliamento marittimo e non per operazioni militari.

Nelle foto pubblicate su Twitter da sostenitori di Serraj, si vedono le navi donate dall’Italia in asseto da combattimento

Una conferma indiretta arriva da Roma. «La prosecuzione del conflitto potrebbe distogliere la Guardia costiera libica – spiega un portavoce del ministero delle Infrastrutture – dalle attività di pattugliamento e intervento nella loro area Sar, per orientarsi su un altro genere di operazioni». A cosa si riferiscano lo spiegano proprio i post pubblicati in rete attraverso profili vicini all’esercito del presidente Serraj: militari in tenuta da combattimento sul ponte delle navi che mostrano mitragliatori fissati sulle torrette. In passato i guardacoste libici avevano usato sistemi analoghi, il 26 maggio 2017 addirittura sparando «per errore» contro una motovedetta italiana. Subito dopo i cannoncini furono rimossi e mai più visti a bordo, dove di tanto in tanto apparivano militari con mitragliatori a spalla.

«Non abbiamo notizie ufficiali circa una riduzione delle capacità Sar della Guardia costiera libica», spiegano dal ministero guidato da Danilo Toninelli dopo avere approfondito la questione anche con il Coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso (Mrcc) di Roma. La Libia, dunque, non ha ufficializzato all’Italia alcun abbandono della propria Sar.

Farlo, del resto, avrebbe comportato l’immediata cancellazione della registrazione della competenza libica, costringendo l’Italia e l’Europa a decidere se tornare a coprire, come avveniva in passato, quel tratto di Mediterraneo. Oppure abbandonare nel nulla i migranti che continuano a partire. Le autorità italiane, però, sembrano non fidarsi affatto dei colleghi tripolini, la cui operatività «è quella che sappiamo tutti», aggiungono dalle Infrastrutture. Perciò «la nostra attenzione sulla Sar libica è alta». Nel corso di alcune interviste era stato anche il ministro dell’Interno libico a confermare che «la Guardia costiera è focalizzata sulla protezione della popolazione e della Tripolitania e ha dovuto interrompere le operazioni di intercettazione degli immigrati».

Ci sono però anche difficoltà tecniche. «Negli ultimi giorni – spiega un operatore umanitario di un’agenzia internazionale – scarseggia il carburante e le navi della Guardia costiera sono a secco». Testimonianza confermata anche da alcuni addetti alla sicurezza di aziende italiane presenti nel porto di Tripoli.

fonte: https://raiawadunia.com/gravissimo-la-libia-interrompe-i-soccorsi-in-mare-e-usa-le-navi-italiane-per-la-guerra/

L’agghiacciante reportage di Piazza Pulita sull’inferno dei lager libici – Ora non possiamo più dire che non sapevamo – Ecco il prezzo dei VOSTRI porti chiusi! Ecco il prezzo della VOSTRA tranquillità!

 

lager libici

 

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L’agghiacciante reportage di Piazza Pulita sull’inferno dei lager libici – Ora non possiamo più dire che non sapevamo – Ecco il prezzo dei VOSTRI porti chiusi! Ecco il prezzo della VOSTRA tranquillità!

Le telecamere di La7 l’interno dei campi di schiavitù libici: poche immagini, scorci d’inferno di cui siamo tutti complici.

È difficile far uscire delle immagini dai lager libici. E quelle poche che riusciamo a vedere, come giustamente spiega Gad Lerner ospite a Piazza Pulita, sono quelle che gli schiavisti vogliono far vedere. Perché il messaggio sia chiaro: chi non lavora verrà torturato, stuprato e ucciso.
Le poche immagini che riusciamo a recuperare, però, sono sufficienti. E non ci potranno assolvere, perché noi sappiamo cosa sta succedendo al di là del Mediterraneo. Non solo lo sappiamo, ma ne siamo complici: perché grazie agli accordi con la Libia, le tasse degli italiani vanno a riempire le tasche di chi finanzia queste carceri, questi campi di sterminio.

Nel servizio di Piazza Pulita viene specificato: “schiavi non è un errrore di traduzione”. Le telecamere di la7 riescono a intervistare, a volto copertissimo, due di questi trafficanti che spiegano con atroce schiettezza: “finché il loro debito non è estinto, noi li facciamo lavorare. Se sbagliano, saranno torturati. Alcuni li uccidiamo, per dare un esempio agli altri. Le donne le facciamo prostituire”.

Proprio le donne sono la merce di scambio più preziosa ed è per questo che su quei barconi che vediamo, ormai inerti, nei telegiornali vediamo quasi sempre solo uomini: perché non le fanno partire facilmente. Molte di loro rimangono incinte a causa delle violenze subite, ma nessuno si occupa di loro: coloro che riescono a partorire vedono morire i loro figli di fame.

“Questo Governo ha aggiunto a questa narrazione un’atrocità” continua Gad Lerner, “l’atrocità di dire che i migranti che vengono qui sono ‘alti, belli, palestrati e vaccinati’ quando non è palesemente vero. L’atrocità di dire che chi li andava a salvare, le Ong, erano ‘taxi del mare’. E ci si mettono anche i governi precedenti: le Ong sono andate a riempire un vuoto della Marina Militare, che il governo Renzi ha deciso non potevamo più sostentare, perché nove milioni di euro al mese erano troppi”.

Siamo tutti colpevoli, insomma. E davanti a queste immagini, non riusciamo a fare altro che rimanere in silenzio.

QUI il servizio di Piazzapilita: dentro la Libia

 

Fonti:

https://www.globalist.it/world/2019/03/07/non-possiamo-dire-che-non-sapevamo-mostrato-l-inferno-dei-lager-libici-2038418.html

http://www.la7.it/piazzapulita/video/esclusivo-dentro-la-libia-07-03-2019-265343

La Giornata della Memoria è andata. Abbiamo riflettuto sui crimini dei nazisti? Ora vogliamo pensare ai nostri? Quelli commessi negli oltre 150 lager in Libia, Eritrea ed Etiopia? Come, non ne sapete niente…?

 

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La Giornata della Memoria è andata. Abbiamo riflettuto sui crimini dei nazisti? Ora vogliamo pensare ai nostri? Quelli commessi negli oltre 150 lager in Libia, Eritrea ed Etiopia? Come, non ne sapete niente…?
La Giornata della Memoria selettiva: ricordiamo i lager tedeschi ma non quelli italiani

La Giornata della Memoria selettiva: ricordiamo Auschwitz, la Shoah e i lager tedeschi ma non conosciamo la storia dei nostri campi di concentramento italiani in Libia, Eritrea ed Etiopia. Una giornata della Vergogna per i crimini coloniali fascisti sarebbe doverosa nell’epoca di “Prima gli Italiani”

La Senatrice a vita Liliana Segre ha ancora una cicatrice sotto l’ascella. È il ricordo lasciatole da un’infermiera ad Auschwitz. Con delle grosse forbici le tagliò un enorme ascesso purulento senza anestesia né medicazioni. L’unica raccomandazione fu quella di non svenire lì “altrimenti non so che fine fai.” Liliana, nonostante fosse una bambina, non svenne. Tornò alla sua baracca così mal ridotta, che una prigioniera di cui non seppe mai neppure la nazionalità, tirò fuori da una tasca di tela lurida una fettina di carota cruda e gliela donò.
Conobbe episodi peggiori, ma quel gesto di umanità fu così grande da non poter essere dimenticato. Dei 776 bambini italiani ad Auschwitz ne sopravvissero solo 25. Tra cui lei.

Il suo racconto è prezioso perché si può ancora sentire dalla viva voce di una diretta protagonista.
La memoria sopravvive finché se ne portano addosso le cicatrici.
Ma se quelle cicatrici invece si nascondessero, cosa accadrebbe domani?

“Da domani sarà triste, da domani.
Ma oggi sarò contento,
a che serve essere tristi, a che serve.
Perché soffia un vento cattivo.
Perché dovrei dolermi, oggi, del domani.
Forse il domani è buono, forse il domani è chiaro.
Forse domani splenderà ancora il sole.
E non vi sarà ragione di tristezza.
Da domani sarà triste, da domani.
Ma oggi, oggi sarò contento,
e ad ogni amaro giorno dirò,
da domani, sarà triste,
Oggi no.”

Questa è una meravigliosa poesia anonima trovata su un muro del Ghetto di Varsavia nel 1941. Chissà che fine ha fatto il suo autore.
In fondo ci illudiamo di sapere tutto di quelle cataste di occhiali, dei corpi ammucchiati come legna secca, dei capelli usati per farne tessuti.

Ma dei nostri campi di concentramento italiani in Libia, cosa sappiamo?
A scuola e in tv non se ne parla.
I film vengono censurati, i documenti messi in discussione. E così ancora oggi gli italiani dubitano che in Libia possano esistere lager, ignorando che quella cultura l’abbiamo esportata noi ormai cento anni fa.
I fascisti ne costruirono sedici in Libia, e altre decine – tra campi di concentramento, di prigionia e di “punizione” – in Eritrea ed Etiopia
I più grandi a Soluch (a sud di Bengasi), a Sidi el Magrum (a ovest di Bengasi), ad Agedabia, a Marsa el Brega, ad El Abiar, ad El Agheila.
Nomi dimenticati, che non ci dicono nulla.
Ospitavano oltre centocinquanta mila internati, comprese molte migliaia di donne e di bambini.

“Dovevamo sopravvivere con un pugno di riso o di farina e spesso si era troppo stanchi per lavorare. Ricordo la miseria e le botte, le esecuzioni avvenivano al centro del campo e gli italiani portavano tutta la gente a guardare. Ci costringevano a guardare mentre morivano i nostri fratelli. Ogni giorno uscivano 50 cadaveri.”
Questa e altre testimonianze sono contenute nel libro di Gustavo Ottolenghi, “Gli Italiani e il colonialismo” ma esistono migliaia di documenti nella storiografia mondiale.

Se cercate “Libia” nel sito dell’Istituto Luce troverete 68 pagine di filmati di invasione e colonizzazione.
Oppure guardate il film “Il leone nel deserto”, girato a Hollywood nel 1981 e censurato per oltre trent’anni, che racconta la storia dei crimini di guerra italiani e la resistenza del patriota libico Omar al-Mukhtar.
Magari ricorderete l’enorme foto sulla divisa con cui si presentò all’aeroporto di Ciampino nel 2009 il leader libico Gheddafi, accolto da Berlusconi. Molti pensarono a una pagliacciata. Invece è la stessa fotografia di questo articolo, che ritrae l’arresto di Omar al-Mukhtar. Da quel viaggio in Italia Gheddafi tornò con 5 miliardi di euro di risarcimenti per i nostri misfatti coloniali. Soldi che ancora dobbiamo dare.

Oggi, dunque non siate tristi, ma adesso sapete cosa fare da domani: andate con coraggio in cerca della verità. Una giornata della Vergogna per i crimini coloniali fascisti sarebbe doverosa nell’epoca di “Prima gli Italiani”.
Solo tenendo vivo il ricordo delle nostre atrocità saranno irripetibili.
Andateci con in tasca una poesia piccola come una fettina di carota:

“Sappiamo tutto dei peccati altrui
e nulla dei nostri:
dai buchi della memoria
riemergeranno i mostri”

Fonte: https://www.fanpage.it/la-giornata-della-memoria-selettiva-ricordiamo-i-lager-tedeschi-ma-non-quelli-italiani/

La Mussolini: “Imbarcate la Boldrini per la Libia”… Ora, con tutta la poca stima che abbiamo per la Boldrini, almeno lei in Libia, come nel resto di Africa, SudAmerica e Asia, c’è stata per 25 anni, in coerenza con quanto dice oggi. A differenza di chi parla di pedofilia e si tiene in casa il marito che patteggia per prostituzione minorile!

 

Mussolini

 

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La Mussolini: “Imbarcate la Boldrini per la Libia”… Ora, con tutta la poca stima che abbiamo per la Boldrini, almeno lei in Libia, come nel resto di Africa, SudAmerica e Asia, c’è stata per 25 anni, in coerenza con quanto dice oggi. A differenza di chi parla di pedofilia e si tiene in casa il marito che patteggia per prostituzione minorile!

Alessandra Mussolini appoggia il Governo sulla questione immigrazione ed attacca Laura Boldrini per aver visitato i migranti sulla nave Diciotti e non Genova dopo il crollo del Ponte Morandi. «Lasciamola sulla nave ed imbarchiamola per la Libia» ha detto l’europarlamentare a L’aria che tira su La7. Le puntate della trasmissione sono visibili su RivediLa7

… Ora, con tutta la poca stima che abbiamo per la Boldrini, almeno lei in Libia, come nel resto dell’Africa, in SudAmerica ed in Asia, c’è stata veramente per 25 anni, in coerenza con quanto dice oggi.

A differenza di chi parla di pedofilia e si tiene in casa il marito che patteggia per prostituzione minorile!

by Eles

Ricapitoliamo: Giorgia Meloni attacca Macron per l’intervento in Libia del 2011. In realtà Macron nel 2011 ancora non c’era, mentre la Meloni SÌ. Era al governo e votò a favore. È c’è gente che a questi cialtroni gli dà pure il voto!

 

Giorgia Meloni

 

 

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Ricapitoliamo: Giorgia Meloni attacca Macron per l’intervento in Libia del 2011. In realtà Macron nel 2011 ancora non c’era, mentre la Meloni SÌ. Era al governo e votò a favore. È c’è gente che a questi cialtroni gli dà pure il voto!

 

Il fantastico spettacolo di Giorgia Meloni che attacca Macron sulla Libia

Qualche giorno fa Giorgia Meloni, che sta vivendo un periodo di arbitrario oscuramento a causa dell’interventismo del ministro Salvini sulle questioni a lei care, ha deciso che era cosa buona e giusta andare all’attacco del presidente francese Emmanuel Macron. La Francia dice che l’Italia è “irresponsabile”? Allora la Meloni ci butta il carico da undici: «Irresponsabile semmai è chi nel 2011 è andato a bombardare la Libia per interessi economici». Vale a dire la Francia (poco importa che Macron non fosse presidente all’epoca).

Il disco rotto di Giorgia Meloni sugli interessi economici della Francia in Libia

La leader di Fratelli d’Italia lo aveva detto già un mese fa durante una conferenza stampa alla Camera. Lo ha ribadito il 16 luglio a “Liguria D’Autore” a Montemarcello. Dal palco della rassegna è tornata a punzecchiare la Francia, colpevole a suo dire di aver voluto l’intervento militare ONU in Libia unicamente per salvaguardare i propri interessi economici. Sono in molti nel centrodestra a prendersela con i francesi additandoli come colpevoli della caduta di Gheddafi e quindi della crisi migratoria successiva. Altri invece preferiscono dare la colpa a “Re Giorgio” Napolitano, quasi che sia stato l’allora Presidente della Repubblica a volere – da solo – che l’Italia appoggiasse l’intervento in Libia.

La storia però ci racconta un’altra versione dei fatti. Quella andata in scena alla Camera il 24 luglio 2011 (al governo c’erano ancora Berlusconi, la Meloni e la Lega) quando l’Aula approvò la mozione presentata dal deputato del Fabrizio Cicchitto (Popolo della Libertà) e Marco Reguzzoni (Lega Nord). Mozione nella quale si affermava che «la partecipazione dell’Italia all’intervento internazionale non poteva mancare» in ragione della «reciproca fedeltà e fondamentale comunanza di principi che lega l’Italia ai nostri alleati storici impegnati sullo stesso fronte, dal rispetto che essa nutre nei confronti dei consessi multilaterali di cui fa parte, dalle particolari condizioni geografiche, storiche, economiche e politiche che vedono un primario interesse del nostro Paese nel tutelare la stabilità dell’area mediterranea».

Nella mozione leggiamo che il primo punto a favore della risoluzione ONU che sanciva la liceità di un intervento militare per deporre Gheddafi c’era la constatazione del fatto che l’Italia «riceve il 25 per cento del petrolio e il 14 per cento del gas naturale di cui ha bisogno dalla Libia».  Si chiedeva quindi al governo di adoperarsi nelle opportune sedi internazionali affinché venissero riattivati quanto prima, non appena le circostanze e le decisioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU lo avessero reso possibile «gli accordi bilaterali, in particolare quelli in materia energetica, stipulati dall’Italia con la Libia». Insomma anche all’Italia premeva mantenere i rapporti economici con la Libia.

Quando l’Italia appoggiò l’intervento militare per difendere i propri interessi economici (e Meloni votò sì)

Non solo. Si chiedeva anche l’attuazione di un embargo sulle esportazioni di armi (proprio quello che ora Salvini giudica inutile) e si impegnava il governo a «ottenere dai partners europei e dalla Commissione un apporto di mezzi, anche finanziari, per condividere l’onere della gestione degli sbarchi di immigrati» nonché «ad attivarsi nelle sedi proprie affinché l’Europa si doti al più presto di un «sistema unico di asilo», che fin da subito preveda un sistema di burden sharing teso a redistribuire la presenza degli immigrati tra i paesi membri e fornisca una maggiore assistenza nelle operazioni di riconoscimento e identificazione di coloro che si dirigono verso le coste italiane». Insomma già nel 2011 si parlava di una modifica del sistema di asilo.

giorgia meloni libia macron bombardamento - 3

Fonte 

La mozione Cicchitto fu la prima ad essere votata quel giorno. Giorgia Meloni, che oggi se la prende con chi andò a bombardare la Libia per difendere i propri interessi economici votò a favore. E che gli interessi economici italiani fossero in cima alla lista delle preoccupazioni lo dimostra l’intervento del leghista Reguzzoni:  «Quali sono questi motivi di preoccupazione? Sono fondamentalmente quattro: gli equilibri internazionali, il rischio profughi e l’emergenza umanitaria che si possono venire a creare, l’aumento del numero dei clandestini e le questioni dell’energia e del petrolio». Anche Cicchitto ribadì che uno dei punti a favore dell’Intervento «consiste nel tutelare anche gli interessi economici dell’Italia. Se lo fa la Francia non capisco perché non dobbiamo farlo noi». Insomma la Francia è andata in Libia a bombardare per difendere i suoi interessi economici, come dice la Meloni. Il punto è che anche l’intervento italiano fu deciso in base alla difesa degli interessi economici nazionali. L’unica differenza era che probabilmente i francesi alle elementari avevano studiato meglio la geografia, intuendo che avrebbero potuto salvaguardare i propri interessi senza farsi carico dell’arrivo dei migranti. Lo stesso giorno l’onorevole Meloni votò contro alla proposta di risoluzione avanzata dal deputato Radicale Matteo Mecacci che avrebbe impegnato il governo a «mettere in atto tutte le misure necessarie al fine di fornire assistenza a tutti coloro che fuggono via mare verso l’Italia coordinando coi partner europei eventuali distribuzioni straordinarie anche in altri Stati membri dell’Unione europea in deroga alla Convenzione di Dublino del 1990». La seconda mozione, che ottenne il voto favorevole della Meloni, era quella presentata dall’onorevole Franceschini (Partito Democratico) che impegnava il governo alla concessione di basi militare per l’intervento in Libia.

 

 

fonte: https://www.nextquotidiano.it/meloni-macron-libia/

Ecco come vengono torturati i migranti in Libia: i referti shock sulla “pacchia” di questi poveri cristi – E TU che ti volti dall’altra parte, SEI COMPLICE!

 

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Ecco come vengono torturati i migranti in Libia: i referti shock sulla “pacchia” di questi poveri cristi – E TU che ti volti dall’altra parte, SEI COMPLICE!

 

Ecco come vengono torturati i migranti in Libia: i referti shock della “pacchia”

Profughi in catene, ustionati e denutriti, aggrediti con acido, picchiati con martelli e tubi. Siamo in grado di farvi leggere i documenti medici sulle ferite delle persone che fuggono dall’Africa e la prova delle violenze nei luoghi di detenzione

DI FABRIZIO GATTI
Da medici hanno semplicemente fatto il loro lavoro. Ma oggi, davanti al sonno della ragione verso cui si sta incamminando ancora una volta l’Europa, i loro referti sono la testimonianza più forte: la prova della tortura sistematica degli stranieri in Libia. Queste anamnesi e queste diagnosi sono state compilate dai dottori italiani a bordo delle navi delle Ong, le organizzazioni non governative che hanno colmato l’assenza degli Stati nel Mediterraneo.

Nei dodici mesi del 2017, giorno dopo giorno durante la navigazione verso i porti indicati dalla centrale operativa di Roma della Guardia costiera, hanno visitato circa diecimila persone soccorse al largo. Da gennaio a dicembre: praticamente dall’intesa con Tripoli dell’allora ministro dell’Interno, Marco Minniti, fino alla vigilia dell’ascesa del suo successore Matteo Salvini. Due governi, una linea di continuità: vista dalla parte delle vittime, c’è poca differenza tra il patto del Viminale con i trafficanti, che in cambio di denaro hanno ridotto le partenze dei gommoni, e il respingimento collettivo dei profughi in acque internazionali, come è avvenuto con la nave Aquarius.

I governi europei, a cominciare da quello italiano prima guidato da Paolo Gentiloni e oggi da Giuseppe Conte, non si sono mai posti troppe domande su cosa accada a uomini, donne e bambini rimasti bloccati al di là del mare. Ora esistono risposte cliniche che confermano le violenze. Aggressioni con catene, tubi di gomma, ferri roventi, scariche elettriche, acido sulla pelle sono la quotidianità. Spesso per estorcere altro denaro o solo per imporre la legge del più forte nei campi di detenzione. È tutto scritto nella carne dei richiedenti asilo visitati.

Sono cittadini di Nigeria, Palestina, Eritrea, Mali, Togo, Ghana, Senegal, Guinea Conakry, Marocco, Sierra Leone. In quattro casi le vittime hanno dichiarato di essere state torturate già nelle loro città di provenienza in Senegal, Nigeria e Palestina. I medici, che chiedono l’anonimato perché dalle loro diagnosi nessuno possa risalire ai pazienti, hanno tradotto nel linguaggio scientifico quello che vedevano: cicatrici, ustioni, esiti di fratture.

«I nostri referti», racconta un chirurgo, «sono la minima punta dell’iceberg per svariate ragioni: a volte, per i tempi stretti della navigazione o per le condizioni a bordo non sufficienti a garantire la privacy. Riuscivamo a visitare il trenta per cento delle persone. I certificati di vittime di tortura li abbiamo compilati soltanto per coloro che hanno avuto la forza e l’urgenza di raccontare il perché di certe ferite fin dalle prime ore dopo il soccorso».

I certificati, conformi al protocollo di Istanbul per l’accertamento delle torture, sono stati poi consegnati agli interessati perché possano così documentare la loro domanda di protezione umanitaria. E, se richiesti allo sbarco, sono stati depositati agli Uffici di sanità marittima del ministero della Salute. Il governo italiano è quindi informato. Ecco alcuni dei casi, così come sono stati descritti dai medici nei loro referti.

Ragazzo, 18 anni. Il paziente riferisce di essere vittima di tortura/maltrattamenti, occorsi in Libia in un periodo di circa due mesi di prigionia. Riferisce episodi di maltrattamenti/violenza inflitti con diversi strumenti (bastone, martello, attrezzi per saldatura), in cui ha riportato lesioni contusive e ustioni. All’esame obiettivo il paziente si presenta lucido e coerente nel suo racconto. Si sono riscontrate le seguenti lesioni – Torace: a livello pettorale e dorsale diverse cicatrici compatibili con esiti di ustione. Arti: ad entrambi gli arti superiori e inferiori diverse lesioni cicatriziali, alcune ad evoluzione cheloidea (crescita anormale di tessuto, ndr), compatibili con esiti di ustione.

Ragazzo, 21 anni. Il paziente riferisce di essere stato vittima di tortura/maltrattamenti durante il viaggio in Libia. Riferisce in particolare di essere stato colpito con scariche elettriche multiple a livello del torace, circa tre settimane fa. Si sono riscontrate le seguenti lesioni – Torace: a livello emitoracico destro si rileva cicatrice cutanea compatibile con ferita da elettrocuzione (scarica elettrica nel corpo umano, ndr).

Ragazzo, 22 anni. Il paziente riferisce di essere vittima di tortura/maltrattamenti, occorsi durante la prigionia in Libia circa un anno fa. Riferisce in particolare di essere stato torturato con pratica di contusioni multiple e ripetute sulle piante dei piedi con tubo di gomma. Si sono riscontrate le seguenti lesioni – Arti inferiori: deficit funzionale di entrambi i piedi associato a sindrome dolorosa cronica e deficit contrattile, postumo di lesioni contusive a carico della pianta di entrambi i piedi, compatibili con il racconto del paziente (pratica della falanga). Si indica valutazione ortopedica ed eventuale studio elettromiografico per inquadramento diagnostico del deficit degli arti inferiori e approccio terapeutico mirato. Necessita altresì di supporto nutrizionale per severo stadio carenziale da malnutrizione cronica.

Ragazzo, 22 anni. Il paziente riferisce di essere vittima di tortura/maltrattamenti, occorsi in Libia in un periodo di circa dodici mesi di prigionia. Riferisce episodi di maltrattamenti/violenza inflitti con diversi strumenti (bastone, ferro), in cui ha riportato lesioni contusive agli arti e al dorso. Si sono riscontrate le seguenti lesioni – Arti: ad entrambi gli arti superiori (in particolare braccio e gomito sinistri) diverse lesioni cicatriziali, lineari, compatibili con esiti di contusione; inoltre tumefazione dorsale senza segni di sicure fratture della mano sinistra da recente lesione contusiva (due giorni fa), compatibile con il racconto del paziente; deficit funzionale dell’arto inferiore sinistro per dolore riferito subcronico postumo a lesioni contusive a carico del dorso e dell’arto stesso.

Ragazza, 23 anni. La paziente riferisce di essere stata vittima di tortura/maltrattamenti, occorsi in Libia circa tre settimane fa. Riferisce di maltrattamenti/violenza inflitti con diversi strumenti (lame, tubo di gomma), in cui ha riportato lesioni contusive al volto e agli arti. Si sono riscontrate le seguenti lesioni – Capo: cicatrice ipertrofica frontale, compatibile con lesione da punta. Arti: a livello del braccio sinistro, cicatrice lineare compatibile con lesione da lama; al braccio destro lesioni lineari cicatriziali-ecchimotiche compatibili con lesioni da tubo di gomma.

Ragazzo, 24 anni. Il paziente riferisce di essere stato vittima di tortura/maltrattamenti nel proprio Paese dalla fine del 2014, ragione per cui ha affrontato il viaggio in Libia e in mare. Riferisce in particolare di essere stato sottoposto a sospensione per incatenamento degli arti inferiori e a pratica ripetuta di contusione dei piedi (falanga). Si sono riscontrate le seguenti lesioni – Arti inferiori: a livello sovramalleolare di entrambi i piedi si riscontrano esiti cicatriziali di lesioni ulcerative. Riferisce dolore cronico a carattere neuropatico a livello plantare di entrambi i piedi, compatibile con lesioni croniche indotte da pratiche riferite dal racconto del paziente.

Ragazzo, 25 anni. Il paziente riferisce di essere stato vittima di tortura/maltrattamenti nel proprio Paese circa un anno fa. Riferisce in particolare di essere stato ferito con lama a livello dell’orecchio sinistro e di aver riportato ustioni da contatto con ferro incandescente a livello della caviglia destra. Si sono riscontrate le seguenti lesioni – Orecchio sinistro: a livello del margine superiore del padiglione auricolare sinistro si apprezza cicatrice compatibile con ferita da taglio. Arto inferiore destro: a livello di caviglia destra, apprezzabile cicatrice circolare compatibile con pregressa ustione da oggetto incandescente.

Ragazzo, 27 anni. Il paziente riferisce di essere vittima di torture/maltrattamenti, occorsi in Libia negli ultimi due mesi, in seguito ai quali ha riportato contusioni multiple e in particolare al ginocchio sinistro; ferita d’arma da fuoco al polso sinistro e perdita ungueale da estrazione cruenta al terzo dito della mano destra. Si sono riscontrate le seguenti lesioni – Arti: all’arto superiore sinistro presenza di cicatrice lineare al polso compatibile con esito di ferita da arma da fuoco; al terzo dito della mano destra, assenza di unghia compatibile con quanto riferito dal paziente; ginocchio sinistro normoatteggiato, tumefatto al comparto mediale e dolente alla flessione e al carico, compatibile con esiti di trauma contusivo.

Ragazzo, 29 anni. Il paziente riferisce di essere vittima di tortura/maltrattamenti, occorsi nel proprio paese d’origine circa un mese fa, ragione per cui ha affrontato il viaggio. Riferisce in particolare di aver riportato ustioni a livello di entrambi i piedi da contatto con liquido bollente. Si sono riscontrate le seguenti lesioni – Piedi: a livello dorsale di entrambi i piedi si confermano esiti di lesioni compatibili con ustioni, in attuale evoluzione di guarigione. Arto inferiore destro: ginocchio destro tumefatto e dolente, non deformità articolari, carico mantenuto; verosimile contusione compatibile con trauma distorsivo da caduta (riferito da altezza del muro di cinta).

Uomo, 30 anni. Il paziente riferisce di essere stato vittima di tortura/maltrattamenti nel proprio Paese circa dieci anni fa, motivo per cui è partito. Riferisce in particolare di essere stato ferito con lama a livello del viso e dell’arto superiore destro, inoltre riferisce percosse con corpo contundente a livello della volta cranica. Viene riferito inoltre trauma da caduta da altezza circa un anno fa durante imprigionamento in centro libico in cui ha riportato trauma agli arti inferiori. Si sono riscontrate le seguenti lesioni – Capo: a livello della volta cranica parietale sinistra, cicatrice compatibile con ferita da corpo contundente; a livello del mento inoltre cicatrice lineare compatibile con ferita da lama. Arti inferiori: caviglia sinistra dolente al carico (riferito dolore cronico conseguente alla caduta); gamba destra in asse, dolente dopo deambulazione prolungata. Sintomi compatibili con esiti di fratture misconosciute conseguenti al trauma riferito dal paziente. Regione lombare: dolore cronico riferito conseguente alla caduta da altezza, compatibile con lesione vertebrale misconosciuta.

Uomo, 32 anni. Il paziente riferisce di essere stato vittima di tortura/maltrattamenti, occorsi in Libia in almeno due episodi, uno nel novembre 2016 e uno circa tre settimane fa. Riferisce diversi episodi di maltrattamenti/violenza inflitti con diversi strumenti (lame, tubo di gomma, sospensione, falanga, strozzamento con corda) in cui ha riportato lesioni contusive agli arti, al dorso e al collo. Si sono riscontrate le seguenti lesioni – Capo: dolore alla pressione in regione periauricolare in sede di contusione. Collo: dolore sottomandibolare e anteriore dove si apprezzano esiti ecchimotici in evoluzione lineare; ipofonia marcata e dolore alla deglutizione concomitanti, compatibili con le lesioni subite. Dorso: multiple lesioni lineari ecchimotiche compatibili con lesioni da tubo di gomma. Arti: a livello di spalla sinistra cicatrice lineare compatibile con lesione da tubo di gomma; terzo dito mano destra: escara (necrosi del tessuto, ndr) ungueale e deficit funzionale tendineo compatibile con lesione secondaria a percosse riferite; braccio destro: esito cicatriziale cheloide compatibile con lesione da punta. Ginocchio sinistro: al cavo popliteo, esiti cicatriziali da ferita lacera compatibile con lesione da punta. Piedi: multiple lesioni ecchimotiche a entrambi i piedi, dolore cronico al carico del piede sinistro.

Uomo, 33 anni. Il paziente riferisce di essere stato vittima di tortura/maltrattamenti, occorsi in Libia circa due mesi fa. Riferisce in particolare aggressione con acido in cui ha riportato ustioni chimiche agli arti. Si sono riscontrate le seguenti lesioni – Arti: a livello del gomito sinistro, estesa area cicatriziale ad evoluzione retraente-cheloidea; a livello della gamba sinistra cicatrice lineare compatibile con quanto riferito dal paziente.

Uomo, 35 anni. Il paziente riferisce di essere vittima di tortura/maltrattamenti, occorsi in Libia circa una settimana prima del viaggio in mare, in seguito ai quali ha riportato ferite multiple da contusione, elettrocuzione, incatenamento, contatto con sostante corrosive. Nel corso dell’esame fisico si sono riscontrate le seguenti lesioni – Capo: dolore emicranico sinistro esacerbato dalla digitopressione compatibile con trauma contusivo riferito (percosse); cicatrice frontale destra compatibile con lesione ulcerativa da contatto con sostanza corrosiva; cicatrice labbro superiore esito di ferita lacero-contusa compatibile con percosse riferite. Collo: a livello cervicale, lesione ulcerata infetta compatibile con lesione da contatto con sostanza corrosiva. Torace: a livello dorsale destro, esiti ecchimotici lineari compatibili con percosse. Arti: a livello di avambraccio sinistro, multiple lesioni ulcerative compatibili con contatto con sostanza corrosiva; piede destro: a livello perimalleolare mediale, ferite ulcerate infette compatibili con contatto con sostanza corrosiva; a livello di entrambi i piedi, esiti ecchimotici da sfregamento (catene). Riferita immersione in acqua ed elettrocuzione.

Uomo, 37 anni. Il paziente riferisce di essere stato vittima di tortura/maltrattamenti durante la detenzione in Libia. Riferisce in particolare di essere stato sottoposto a diverse pratiche di violenza tra cui sospensione per stiramento degli arti superiori, lesioni multiple e ripetute da taglienti, contusione da punta agli arti e al volto e a livello dorso-lombare, bruciature da sigarette. Si sono riscontrate le seguenti lesioni – Volto e collo: cicatrici lineari multiple compatibili con lesioni da tagliente; lesioni contusive orali con perdita di alcuni elementi dentari. Torace: a livello dell’emitorace anteriore sinistro, cicatrici da ustione compatibili con lesioni da bruciatura di sigaretta. Addome: lesione lineare circonferenziale, compatibile con lesione da tagliente. Arti superiori: multiple lesioni lineari al braccio e avambraccio destro compatibili con lesioni da arma da taglio. Arti inferiori: a livello delle cosce, cicatrici compatibili con lesione da tagliente; a livello della gamba sinistra, in regione pretibiale, cicatrice compatibile con ferita lacero-contusa da punta, come riferito dal paziente.

Stupro e malnutrizione. I casi di stupro sono stati trattati una volta a terra: «Pressoché la totalità delle donne africane, anche se sposate o madri», raccontano i medici. Alle torture si aggiunge la “malnutrizione severa critica in adolescenti e adulti”: «Rappresenta un indice di mancato accesso al cibo ed è necessario il ricovero urgente», spiega un’operatrice della missione umanitaria: «Ricordo sette somali adulti con grave disabilità associata: anchilosi degli arti inferiori da postura fetale obbligata, prolungata per mesi, per lo spazio limitatissimo nella prigione libica. In altre parole, non era più loro possibile distendere le gambe. Ce ne siamo accorti quando li abbiamo visti strisciare sui gomiti con gli arti inferiori fissi in quella posizione. Per il resto del viaggio sono stati portati in braccio dall’equipaggio. Allo sbarco in Italia ci aspettava il medico dell’Ufficio sanità marittima. Quel giorno l’ho visto piangere».

fonte: http://m.espresso.repubblica.it/inchieste/2018/06/27/news/ecco-come-vengono-torturati-i-migranti-in-libia-i-referti-shock-della-pacchia-1.324217?ref=HEF_RULLO

Macché migranti, ecco il vero piano di Macron: via l’Italia dalla Libia. Ed è sempre una questione di petrolio!

 

Macron

 

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Macché migranti, ecco il vero piano di Macron: via l’Italia dalla Libia. Ed è sempre una questione di petrolio!

Macché migranti: via l’Italia dalla Libia, il vero piano Macron

Altro che migranti. Dietro lo scontro Francia-Italia c’è il piano di Macron per mettere l’Italia fuori dalla Libia, a partire dal summit di Vienna di fine giugno. Lo sostiene un analista geopolitico come Giulio Sapelli, sul “Sussidiario”, all’indomani dello scontro fra Roma e Parigi sulla nave Aquarius carica di migranti, da cui l’aggettivo “vomitevole” utilizzato sal partito di Macron per definire la nuova politica italiana incarnata da Matteo Salvini. «La politica estera è un gioco di specchi», premette Sapelli: è fatta di miraggi, «dove ciò che appare non è ciò che è», tanto più «laddove lo spazio di potenza è stretto, ossia non si svolge tra cieli e terre immense, l’uno dall’altra lontano». Questo, sostiene Sapelli, «spiega la differenza tra la politica estera e la relazione di potenza tra gli Usa e la Russia, o tra gli Usa e la Cina: si solcano oceani, si parla attraverso cavi sottomarini e satelliti, senza vedersi l’un l’altro se non con le tecnologie». Tutto è diverso, invece, quando lo spazio della politica di potenza è stretto, ossia tra nazioni confinanti, tra mari condivisi, dove ci si può vedere e parlare a viva voce, o con un viaggio che dura una manciata di ore. Faccia a faccia, come sono Italia e Francia, «tutti i fondamenti della potenza si presentano insieme: dal potere politico al potere economico, in un intreccio fortissimo ma che spesso non appare così evidente».

A rompere l’equilibrio è bastata una nuova, drammatica vicenda migratoria, con il ministro degli interni italiano che ha tenuto il punto sulla necessità di far condividere gli arrivi dei migranti in una sorta di “misericordia transfrontaliera”. La Spagna, cheli ha improvvisamente accolti? Il nuovo governo di Madrid «vuole scrollarsi di dosso l’ipoteca tedesca che il partito popolare di Rajoy gli ha imposto e riallacciare un rapporto con gli Stati Uniti, indispensabile dopo la crisi catalana». Tanto è bastato, comunque, «perché il sistema di potereoggi dominante in Francia cominciasse il suo gioco di specchi». Un insulto gratuito da parte di un dirigente di “En Marche” ed ecco le pietre che rotolano, scrive Sapelli, con le richieste di scuse della nostra Farnesina e del muso duro di Macron, «che si rifà il trucco con una sceneggiata nazionalistica, per fronteggiare le critiche da sinistra del suo mentore Pisany, che guida un gruppone di economisti francesi preoccupati dello smantellamento dello stato sociale e della burocrazia weberiana che Macron ha sin da subito iniziato a evocare».

La politica migratoria è importantissima, ma attenti agli specchietti per le allodole, avverte Sapelli: «In quel lago atlantico che è il Mediterraneo, in cui tutto è maledettamente stretto, il problema vero oggi è quello della Libia, e del silenzio che avvolge i preparativi della conferenza viennese del 28-29 giugno, organizzata dalla Noc, ossia dalla compagnia di Stato libica, o di ciò che ne rimane». Attenzione: a rimettere insieme la società petrolifera della Libia sono stati in larga misura dagli italiani, cje però oggi sono estranei alla preparazione di quel congresso, «che oltre alla compagnia energetica austriaca vedrà la partecipazione, udite!udite!, della spagnola Repsol e di una delle più grandi compagnie mondiali di servizi gasiferi e petroliferi, ossia l’immensa Schumberger, certo public company quotata a New York, ma dalle profonde radici francesi, come francese è il suo fondatore». Capito? Una conferenza, quella di Vienna, «che scaturisce dall’incontro parigino tra Haftar e Serraj, chiusosi solo apparentemente con un nulla di fatto, ma in realtà con l’instaurazione di rapporti franco-russi-egiziani che dovrebbero essere decisivi, dopo le prossime elezioni libiche, per cacciare definitivamente gli italiani dalla Libia».

Il tutto – continua Sapelli – incardinato, di silenzio in silenzio, «nei lavori avvolti di mistero del cosiddetto Trattato del Quirinale, ossia del trattato italo-francese che il governo Gentiloni aveva cominciato a scrivere in una quanto mai sbilanciata architettura di potenza: da un lato un fuoriclasse come il ministro Le Maire, per la gloriosa Francia, e dall’altro lato due professionisti stimatissimi ma pur sempre privati cittadini, come l’avvocato Severino e il prof. onorevole Bassanini, in rappresentanza dell’Italia». Una sconcertante «asimmetria dei poteri, sottratta a ogni controllo o iniziativa parlamentare». Sapelli pensa a come si è scritto il più recente trattato franco-tedesco: trasparenza e procedure parlamentari concordate. Basta questo, «per capire che quello che sta avvenendo non è che la parte di un gioco di specchi su cui sarebbe opportuno gettare il fascio di luce dell’argomentazione pubblica: ecco un grande banco di prova per il nuovo governo del cambiamento».

via Libreidee

Quando parlò Oliver Stone: “Dimenticate l’ISIS, è l’America la vera minaccia per il mondo”

 

Oliver Stone

 

 

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Oliver Stone: “Dimenticate l’ISIS, è l’America la vera minaccia per il mondo”

“Abbiamo destabilizzato il Medio Oriente, creato il caos. E poi diamo la colpa all’ISIS per il caos che abbiamo creato”

Molta gente pensava che i giorni in cui Oliver Stone scalava le classifice fossero finiti. Molte persone si sbagliavano. Il suo libro del 2012 e la serie TV, “The Untold History of the United States”, suggeriscono che il regista rinnova gli sforzi per sfidare la narrazione tradizionale per quanto riguarda l’eccezionalismo americano, l’imperialismo economico e il “coinvolgimento nefasto” del governo americano in Medio Oriente, si legge su TheAntiMedia.org.

A completare la serie di documentari in 10 parti e le 750 pagina del libro, Stone ha collaborato con lo studioso della Seconfa Guerra Mondiale, Peter Kuznick. Il regista sostiene che nel valutare la storia americana dal 1930, è il coinvolgimento americano in Medio Oriente che in realtà ha catturato la sua attenzione.

“Abbiamo destabilizzato l’intera regione, creato il caos. E poi diamo la colpa all’ISIS per il caos che abbiamo creato”, ha detto Stone.

Secondo Stone, il ruolo destabilizzante del governo degli Stati Uniti in realtà risale a ben oltre l’ISIS. La sua nuova serie individua momenti di intrusione americana nella regione nel lontano 1930 e lo segue fino al colpo di stato iraniano appoggiato dalla CIA nel 1953, il supporto per i militanti in Afghanistan in funzione anti-Unione Sovietica nel 1980, l’invasione dell’Iraq di George HW Bush del 1990, e gli sforzi attuali in Iran, Siria e altri paesi.

L’ultimo episodio della serie “The Untold History of the United States” si intitola “Bush e Obama: Age of Terror”. Vengono trattati i seguenti argomenti:

Il Progetto per un Nuovo Secolo Americano, un think tank neoconservatore che ha invocato un evento come Pearl Harbor che faccia da catalizzare per l’azione militare in Medio Oriente

La tirannia di neoconservatori che ha spinto gli Usa in guerra con l’Iraq usando un’intelligence difettosa

Il Patriot Act, che spogliato gli americani di una vasta gamma di libertà civili, mentre ha legalizzato un nuovo stato di sorveglianza

Il lavaggio del cervello nazionalista e l’allarmismo per la guerra al terrorismo

Invadere l’Afghanistan per sconfiggere alcuni degli stessi terroristi che gli Stati Uniti hanno armato e addestrato due decenni prima

Tattiche di tortura e interrogatori incostituzionali a Guantanamo

Il lavoro dei media tradizionali a favore della guerra attraverso la propaganda e la collusione delle imprese

Obama che si è svenduto a JP Morgan Chase, Goldman Sachs, Citigroup, General Electric, e Big Pharma

Il piano di salvataggio finanziario da 700 miliardi di dollari pagato da lavoratori, pensionati, proprietari di case, piccoli imprenditori, e gli studenti con prestiti

L’aumento dei compensi per i CEO in mezzo al crollo della classe media

Il fallimento di Obama nell’offrire speranza, cambiamento, o la trasparenza, la persecuzione di informatori del governo. Anche se ha ripudiato l’unilateralismo di Bush, ha raddoppiato le truppe e, secondo Stone, “manca del coraggio di un John F. Kennedy ”

Gli attacchi dei droni di Obama su Afghanistan, Iraq, Pakistan, Yemen, Libia e Somalia (che include una clip sulle sue parole alle truppe: “A differenza dei vecchi imperi, non facciamo questi sacrifici per territori o per le risorse … .Noi lo facciamo perché è giusto. ”

Stone dice che la sua serie di documentari è un approccio alternativo alla storia americana, e spera di combattere il “crimine educativo” di esporre gli scolari di oggi alla propaganda dei libri di testo e programmi televisivi.

Su questa nota, Stone non usa mezzi termini:

“Non siamo in pericolo. Noi siamo la minaccia. “

fonte: www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=12742

Su tutti i giornali – Gentiloni: “Migranti, in sei mesi arrivi diminuiti del 69%, Italia a testa alta”. Ma nessuno parla dell’accusa di Amnesty International: “Tortura in Libia, l’Italia è complice”…! E questa sarebbe la “testa alta”?

Migranti

 

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Su tutti i giornali – Gentiloni: “Migranti, in sei mesi arrivi diminuiti del 69%, Italia a testa alta”. Ma nessuno parla dell’accusa di Amnesty International: “Tortura in Libia, l’Italia è complice”…! E questa sarebbe la “testa alta”?

Un rapporto di Amnesty International riferisce che i governi europei continuano a sostenere attivamente un “sofisticato sistema di abuso e sfruttamento di rifugiati e migranti” da parte delle autorità libiche. Amnesty sostiene che i paesi dell’Unione, in particolare l’Italia, siano “consapevolmente complici della #tortura e degli abusi su decine di migliaia di rifugiati e migranti detenuti in Libia”, poiché essi forniscono supporto tecnico al Dipartimento libico per la lotta alla migrazione illegale (DCIM), responsabile della gestione dei centri di detenzione: in tali centri rifugiati e migranti sono, nella maggior parte dei casi, arbitrariamente e indefinitamente detenuti ed esposti a torture e altre gravi violazioni dei diritti umani.

Come riportato dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, l’11 settembre di quest’anno, si parla di “uccisioni extra-giudiziarie, schiavitù, tortura, stupro, tratta di esseri umani e fame”.

La tortura nel mondo e in Libia

A partire dalla “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani“, il sistema giuridico internazionale proibisce la tortura. Ciò nonostante essa persiste e si è anzi perfezionata fino ad avvalersi di tecniche sempre più sofisticate. E dopo l’11 settembre 2001, nel nome della cosiddetta “guerra al terrorismo“, la tortura è stata praticata anche in molte democrazie occidentali: un esempio è il tentativo dell’esecutivo statunitense di erodere, tramite una lettura restrittiva, la portata del divieto di tortura al fine di legittimare almeno forme di tortura lite o di interrogatorio coercitivo a carico dei sospetti terroristi.

La critica si rivolge soprattutto ad alcuni giuristi ai quali Jeremy Waldron, docente universitario neozelandese di giurisprudenza e filosofia, addebita di aver alimentato un clima favorevole a quelle pratiche brutali sui prigionieri in AfghanistanIraq e a Guantanamo Bay che hanno destato scandalo nel mondo occidentale. Il movente della tortura è il più delle volte il desiderio, da parte dell’autorità-torturatore, di carpire informazioni dal prigioniero-torturato: in tale scenario rientrano ovviamente i sospetti terroristi citati precedentemente. Di tutt’altro genere però sembra essere la tortura che si protrae in Libia a discapito di chi non riesce a partire o viene intercettato dal DCIM prima dello sbarco: in questo caso non si tratta di scoprire le strategie di un nemico, ma semplicemente di annichilire e deumanizzare ulteriormente chi viene avvertito dai più non come un essere umano (e pertanto portatore di una dignità intoccabile), ma come un mero oggetto, inutile e fastidioso.

Da ciò avviene in automatico la reiterazione delle stesse pratiche, condannate dall’umanità da anni, di deumanizzazione delineate dalla Arendt in “Le origini del totalitarismo” nel 1948: distruzione della personalità giuridica(ovvero ledere i diritti civili della persona), annientamento della personalità morale (distruggendo ogni convinzione e ogni distinzione tra bene e male nella vittima) e infine la distruzione della personalità individuale (animalizzando i prigionieri, trasformandoli in numeri, rendendoli massa anonima).

Luigi Manconi: “Il rapporto di Medici Senza Frontiere su stupri e torture in Libia è la brutale risposta alle domande che avevamo posto al Governo” – “Non ha risolto il problema sbarchi, lo ha solo tolto dalla nostra vista”

Medici Senza Frontiere

 

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Luigi Manconi: “Il rapporto di Medici Senza Frontiere su stupri e torture in Libia è la brutale risposta alle domande che avevamo posto al Governo” – “Non ha risolto il problema sbarchi, lo ha solo tolto dalla nostra vista”

“Se gli sbarchi si sono dimezzati nel mese di agosto, dove sono finiti quei tanti che non si sono affidati agli scafisti per attraversare il Mediterraneo?”. La domanda di Luigi Manconi pesa come un macigno sulle spalle del governo. Il senatore del Partito Democratico e Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, fa seguito alla denuncia di Medici senza frontiere, secondo la quale le condizioni di chi non riesce a imbarcarsi dalle coste della Libia sono disumane, con migliaia di persone trattenute in vere e proprie carceri a cielo aperto.

Senatore, la responsabilità di quello che succede sulle coste meridionali del Mediterraneo è anche nostra?
Fino a questo momento nessuno, proprio nessuno, ha smentito una sola delle informazioni contenute nel rapporto di Medici senza frontiere sui campi di detenzione in Libia. Quel rapporto che definisce “orrende” le condizioni dei profughi là reclusi, e che parla di un vero e proprio sistema criminale, fatto di stupri e torture, è la risposta brutale all’interrogativo che qualcuno di noi poneva nelle scorse settimane. Mentre trionfava uno stolido ottimismo sulla riduzione del numero degli sbarchi sulle coste italiane, abbiamo provato a domandare: se gli sbarchi si sono dimezzati nel mese di agosto, dove sono finiti quei tanti che non si sono affidati agli scafisti per attraversare il Mediterraneo? E dove si trovano ora coloro che non hanno raggiunto le coste italiane?

Sono domande che si pongono in tanti…
Gran parte dei non partiti e dei non sbarcati affolla quei campi di detenzione così drammaticamente descritti da Andrea Segre nel suo bel film, L’ordine delle cose, presentato alla Mostra del cinema di Venezia. In altre parole, e il calcolo non è affatto rozzo, il dimezzamento degli sbarchi si deve alla crescita dei prigionieri nei campi in Libia (secondo fonti autorevoli, circa 400 mila).

Stringendo, il nostro esecutivo deve sentirsi corresponsabile?
Dunque, l’esito – almeno quello rilevabile oggi – di tanto recente attivismo del nostro governo sembra essere questo: l’applicazione di un gigantesco tappo, una barriera fisica, e un blocco materiale che ostruisce il canale d’accesso dal Nord Africa al Mediterraneo e alle coste italiane. È come se, alla fine di un concerto o di una partita, mentre la folla defluisce, venissero chiusi i cancelli e serrate le porte. Chi si trova nelle vie adiacenti non si accorge di nulla perché il massacro si consuma all’interno di quello stadio. Tappo è la definizione che, nelle stesse ore, usavamo Emma Bonino ed io e che non è piaciuta a tanti, ma sembra corrispondere esattamente alla realtà. Il risultato è che quella dolente schiera di fuggiaschi che attraversava il mare, quelle barche precarie e quegli esuli spossessati di tutto ora sono sottratti, in gran parte, al nostro sguardo. È esattamente ciò che si chiama rimozione: spostarli dalla nostra vista e, di conseguenza, dalla nostra mente.

Il ministro dell’Interno Marco Minniti ha recentemente garantito, “mettendoci la faccia”, che i diritti umani dei migranti in Libia saranno tutelati. Può bastare?
Il governo italiano attraverso il presidente del Consiglio e il ministro dell’Interno, annuncia che “ora si penserà alla tutela dei diritti umani dei profughi” in Libia. Ma questo compito è spostato avanti nel tempo. E prevede, comunque, una serie di condizioni che devono essere ancora tutte realizzate. Innanzitutto una presenza adeguata delle strutture e degli uomini delle Nazioni unite in Libia (e non solo di personale libico) e, a loro difesa, un numero consistente di caschi blu. E poi accordi con i soggetti del sistema statuale e politico libico, la cui profonda instabilità rende quegli stessi accordi così difficili e così poco vincolanti: col rischio molto serio di assumere impegni con interlocutori la cui attività non è sempre agevolmente distinguibile da quella delle organizzazioni dei trafficanti di esseri umani.

L’Italia ha sbagliato a fidarsi dei leader libici?
Perché un progetto così arduo abbia una qualche possibilità di successo, condizione preliminare sarebbe quella di non adottare in alcun modo una strategia dei due tempi: prima bloccare i flussi e ridurre gli sbarchi e poi controllare gli standard di tutela dei diritti nei campi di detenzione. Rinviando a chissà quando questa ultima attività, il pericolo è che si ottenga il solo risultato di affidare tante vite umane alle milizie che controllano i campi di detenzione anziché agli scafisti che controllano i viaggi in mare. Ne sarà migliorata l’estetica del nostro paesaggio nazionale e quella dei nostri confini marittimi, non certo la gestione dei flussi migratori.

C’è stato un passaggio da politiche di accoglienza e integrazione alla difesa dei confini tout court, dice lei. Eppure l’integrazione appare quanto mai necessaria visti i recenti drammatici casi degli sgomberi in particolare a Roma… 
Siamo alle solite: la missione italiana in Libia evidenzia un modello di politica dell’immigrazione che già è stato applicato nei mesi scorsi all’interno del contesto nazionale. Il governo dice: mettiamo ordine e controlliamo il territorio, garantiamo la sicurezza e il decoro delle città, combattiamo l’occupazione delle case e la micro-criminalità, poi applicheremo strategie di integrazione. E nel frattempo? Nel frattempo, temo, si saranno fatti tanti di quei guai che sarà difficile porvi rimedio. E, in realtà, è stato proprio il ministro dell’Interno Marco Minniti a rivelare – inavvertitamente o forse no – questo pericolo, quando mi ha detto che, d’ora in poi, non avrebbe autorizzato alcuno sgombero senza che – prima – venissero trovate adeguate soluzioni abitative. Ma, nei fatti, si agisce in maniera esattamente opposta.

fonte: http://www.huffingtonpost.it/2017/09/08/luigi-manconi-allhuffpost-il-rapporto-di-msf-su-stupri-e-torture-in-libia-e-la-brutale-risposta-alle-domande-che-avevamo-posto-al-governo_a_23201736/?utm_hp_ref=it-homepage