Il Presidente Conte: “il Governo vigila su Banca Carige ma neanche un euro di soldi pubblici. I tempi di Renzi e Gentiloni dei soldi a perdere per le banche sono finiti”…!

 

Banca Carige

 

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Il Presidente Conte: “il Governo vigila su Banca Carige ma neanche un euro di soldi pubblici. I tempi di Renzi e Gentiloni dei soldi a perdere per le banche sono finiti”…!

La storia di ordinaria follia e di sperperi e di truffe di ogni genere oltreché di un management incapace in Banca Carige è lunga.

La crisi inizia in effetti nel 2008, sebbene il primo bilancio in perdita sia quello relativo al 2012, ma a partire da questo tutti i bilanci sono stati chiusi in perdita fino all’ultimo.

La banca ha finora drenato risorse finanziarie dagli investitori per oltre 2 miliardi di euro. Un primo ricorso al mercato nel 2014 per 800 milioni, un secondo nell’anno seguente per 850 milioni, e, in successive sottoscrizioni fino all’anno scorso, circa altri 200 milioni. A partire dal 2015 il principale azionista, la famiglia Malacalza, ha investito circa 400 milioni di euro che oggi, alle ultime quotazioni di borsa di qualche giorno fa poiché la quotazione è stata sospesa a tempo indeterminato, vale poco poco più di 25 milioni per avere il controllo di poco oltre il 27% del capitale sociale.

Per dare un’idea di quanto finora ci abbiano rimesso i risparmiatori investendo nelle azioni di Banca Carige basta questo dato impressionante: chi ha investito 100.000 euro nel 2008 oggi si trova con un valore di 20 euro. Praticamente ci ha rimesso tutti i suoi risparmi.

Da quando è finita malamente l’epoca del padre padrone della banca – l’ex presidente Giovanni Berneschi, condannato in appello per associazione a delinquere finalizzata a truffa, riciclaggio e falso a otto anni e sette mesi – si sono succeduti diversi top manager che non sono riusciti a risollevare le sorti dell’istituto.

In ultimo la crisi ha avuto una portata così forte da costringere ieri la Vigilanza Bancaria in capo alla BCE – in accordo con quella italiana, che ormai però è priva di poteri decisionali – a commissariare Banca Carige, nominando tre commissari.

Sarà ora forte la pressione sul Governo per costringerlo a metterci soldi pubblici per salvare la banca. Ma il presidente Conte ha già messo le mani avanti con parole chiare e inequivocabili: neanche un euro dal Governo del Cambiamento a Banca Carige o a qualsiasi altra banca!

E come potrebbe essere diversamente? Quando mai il Governo Conte proseguirà nelle politiche dissennate dei governi a trazione PD con supporto di FI da Monti a Gentiloni, passando per Letta e Renzi?

I tempi di Berlusconi e Renzi sono finiti. Amen!

 

fonte: https://www.silenziefalsita.it/2019/01/04/il-presidente-conte-il-governo-vigila-su-banca-carige-ma-neanche-un-euro-di-soldi-pubblici-i-tempi-di-renzi-e-gentiloni-dei-soldi-a-perdere-per-le-banche-son-finiti/

Leggo due vecchi articoli ed è subito “trova le differenze”: Mujica rinuncia al seggio (e al vitalizio) – Napolitano pensione da 15.000 Euro NETTI al mese, chauffeur, maggiordomo, ufficio da 100 mq e tanti altri privilegi… A noi chi poteva capitare come presidente?

 

Mujica

 

 

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Leggo due vecchi articoli ed è subito “trova le differenze”: Mujica rinuncia al seggio (e al vitalizio) – Napolitano pensione da 15.000 Euro NETTI al mese, chauffeur, maggiordomo, ufficio da 100 mq e tanti altri privilegi… A noi chi poteva capitare come presidente?

Leggo due vecchi articoli dal web, uno dopo l’altro è mi sono chiesto… Chi poteva mai capitare a noi come Presidente?

Josè “Pepe” Mujica rinuncia al seggio (e al vitalizio): “Ma finché la mia mente funziona, non rinuncerò a lottare”

E’ questo il titolo di un articolo di agisto di Huffington Post, che continua: l‘ex presidente uruguaiano ha giustificato le dimissioni dal Senato per motivi personali e per “stanchezza dopo un lungo viaggio”

‘Pepe’ Mujica precisa anche che “il carattere di rinuncia volontaria e la legislazione vigente segnalano che non mi spetta il sussidio previsto (per gli ex senatori)”, e che quindi “mi sottometterò al sistema pensionistico” normale…

Le parole di Mujica – che già da presidente rinunciava all’85% del suo stipendio – mi hanno subito ricordato un’altro presidente…

Sono andato subito a rileggere un vecchio articolo del 2015 de Il Fatto Quotidiano che titolava così:

Napolitano, pensione dorata: chauffeur, maggiordomo. E ufficio da 100 mq

L’articolo continua… Nonostante i tagli annunciati nel 2007, per i presidenti emeriti della Repubblica rimane una lunga lista di benefit: una segreteria di almeno una decina di persone, un assistente “alla persona”, una serie di linee telefoniche dedicate. Ridurre i privilegi? Il suo ufficio stampa: “Ha avuto impegni tali da non consentirgli di deliberare sulla materia”

Il Fatto poi si dilunga su segreteria, guardarobiere, scorta, telefoni satellitari, collegamenti televisivi e telematici, uno staff nutritissimo, maggiordomo,  auto con autista, cento metri quadrati di ufficio privato in Palazzo Giustiniani con vista su San Ivo, 15mila euro mensili netti e tanti altri ammennicoli e benefit…

Beh, comunque, paragonare Mujica a Napolitano ricorda tanto quella storia della merda e la cioccolata…

By Eles

 

15 ottobre 1987 – 31 anni fa la fine sogno africano. Assassinato Thomas Sankara, il Presidente eroe che lottò per il riscatto del continente contro lo sfruttamento economico dell’occidente

 

Sankara

 

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15 ottobre 1987 – 31 anni fa la fine sogno africano. Assassinato Thomas Sankara, il Presidente eroe che lottò per il riscatto del continente contro lo sfruttamento economico dell’occidente

 

Sankara e il sogno africano
Presidente per quattro anni del Burkina Faso, alla ricerca del riscatto per un intero continente.
Un ricordo di Thomas Sankara.

“L’Africa agli africani!”, urlava a un mondo sordo Thomas Sankara alla metà degli anni Ottanta. La guerra fredda era agli sgoccioli, le speranze sorte dopo l’affrancamento dal dominio coloniale – il 1960 era stato dipinto come l’anno dell’Africa tra proclami e belle parole – erano state ormai strozzate da decenni di sfruttamento economico, disarticolazione sociale e inerzia politica. Le multinazionali invadevano le ricche terre d’Africa, mentre gli Stati del Nord del mondo imponevano condizioni commerciali che impedivano lo sviluppo dei Paesi africani, schiacciati tra debito estero e calamità naturali.
Il 4 agosto 1983, in Alto Volta, iniziava l’esperienza rivoluzionaria di Thomas Sankara, capitano dell’esercito voltaico giunto al potere con un colpo di stato incruento e senza spargimento di sangue. Il Paese, ex colonia francese, abbandonò subito il nome coloniale e divenne Burkina Faso, che in due lingue locali, il moré e il dioula, significa “Paese degli uomini integri”. Ed è dall’integrità morale che Sankara partì per tagliare i ponti con un triste passato e con deprimente presente. Pochi dati illustrano quanto grave fosse la situazione: tasso di mortalità infantile del 187 per mille (ogni cinque bambini nati, uno non arrivava a compiere un anno), tasso di alfabetizzazione al 2%, speranza di vita di soli 44 anni, un medico ogni 50.000 abitanti.
“Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un Paese povero”, era solito ripetere Sankara, che visse un’infanzia di miseria (“Quante volte i miei fratelli e io abbiamo cercato qualcosa da mangiare nelle pattumiere dell’Hotel Indépendance”) e povero, come gli altri burkinabè, è sempre rimasto. Le auto blu destinate agli alti funzionari statali, dotate di ogni comfort, vennero sostituite con utilitarie, ai lavori pubblici erano tenuti a partecipare anche i ministri. Sankara stesso viveva in una casa di Ouagadougou, la capitale del Paese, che per nulla si differenziava dalle altre; nella sua dichiarazione dei redditi del 1987 i beni da lui posseduti risultavano essere una vecchia Renault 5, libri, una moto, quattro biciclette, due chitarre, mobili e un bilocale con il mutuo ancora da pagare.
“È inammissibile”, sosteneva, “che ci siano uomini proprietari di quindici ville, quando a cinque chilometri da Ouagadougou la gente non ha i soldi nemmeno per una confezione di nivachina contro la malaria”. Negli stessi anni i suoi omologhi si trinceravano in lussuose ville o agli ultimi piani dei migliori hotel, lontani anni luce dai bisogni quotidiani della popolazione. Per esempio il presidente della Costa d’Avorio, Felix HouphouëtBoigny, aveva fatto costruire in pieno deserto una pista di pattinaggio su ghiaccio per i propri figli. Quando alcuni capi di Stato si offrirono per donare a Sankara un aereo presidenziale, la risposta fu che era meglio fare arrivare in Burkina Faso macchinari agricoli. E la terra burkinabè non è mai stata particolarmente fertile, inaridita dall’Harmattan, il vento secco proveniente dal deserto del Sahara che lambisce i confini settentrionali del Paese.
Per ridare impulso all’economia si decise di contare sulle proprie forze, di vive re all’africana, senza farsi abbagliare dalle imposizioni culturali provenienti dall’Europa: “Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni”. “Consumiamo burkinabè”, si leggeva sui muri di Ouagadougou, mentre per favorire l’industria tessile nazionale i ministri erano tenuti a vestire il faso dan fani, l’abito di cotone tradizionale, proprio come Gandhi aveva fatto in India con il khadi.
Le magre risorse vennero impiegate per mandare a scuola i bambini e le bambine – nel 1983 la frequenza scolastica era attorno al 15% – e per fornire cure mediche ai malati, organizzando campagne di alfabetizzazione e di vaccinazione capillare contro le infermità più diffuse come la febbre gialla, il colera e il morbillo. L’obiettivo era di fornire 10 litri di acqua e due pasti al giorno a ogni burkinabè, impedendo che l’acqua finisse nelle avide mani delle multinazionali francesi o statunitensi e cercando finanziamenti che fossero funzionali allo sviluppo idrogeologico del Paese, non al profitto di pochi uomini d’affari.
Il Burkina Faso divenne un esempio per le altre nazioni, governate da élitecorrotte e supine ai dettami provenienti dagli istituti economici internazionali. Se un piccolo Paese, condannato anche dalla geografia (il deserto avanzava verso sud di sette chilometri all’anno mangiandosi campi coltivati; esiste un solo corso fluviale e non c’è alcuno sbocco sul mare) riusciva a levare il proprio grido di dolore e di insofferenza e a dimostrare che i problemi che affliggevano l’Africa si potevano risolvere, cosa avrebbero potuto fare Paesi con immense risorse naturali? Il 15 ottobre 1987 Sankara, che a dicembre avrebbe compiuto 38 anni, veniva ucciso: troppo scomodo, troppo generoso, troppo attento alle esigenze della povera gente. Quando i giovani africani cominciarono a chiedere ai propri governanti di seguire l’esempio di Sankara, il complotto prese forma e coinvolse chi, in Burkina Faso, in Africa e in Europa, non poteva tollerare la sua indisciplina e la sua semplicità.
In quattro anni Sankara aveva invitato i Paesi africani a non pagare il debito estero per concentrare gli sforzi su una politica economica che colmasse il ritardo imposto da decenni di dominazione coloniale. Dominazione che era anche culturale: “Per l’imperialismo”, affermava, “è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.
Ecco così spiegato l’impulso dato al Festival Panafricaine du Cinéma de Ouagadougou (Fespaco), la più importante rassegna continentale, con il fine di sviluppare la cinematografia locale a scapito di quella europea, uno dei tanti strumenti per legittimare la superiorità dei “bianchi” e l’inferiorità degli Africani. Nel 1986, durante i lavori della 25esima sessione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) tenutasi a Addis Abeba, Sankara espresse in modo molto semplice perché il pagamento del debito doveva essere rifiutato: “Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo. […] Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata con perizia. […] Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”.
Sempre a Addis Abeba, Sankara invocò il disarmo, proponendo ai Paesi africani di smettere di acquistare armi e di dissanguarsi in dispute fomentate dall’estero per protrarre l’arretratezza e la dipendenza del continente. L’invito era di adottare misure a favore dell’occupazione, della tutela ambientale, della pace tra i popoli, della salute. A New York, qualche mese prima, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Sankara aveva tuonato contro l’ipocrisia di chi fornisce aiuti ai Paesi in via di sviluppo (mentre per altre vie si inviano armi) e contro l’egoismo di chi, per esempio, si rifiuta di investire nella ricerca contro la malaria – che in Africa provoca ogni anno milioni di morti – solo perché è una malattia che non riguarda i Paesi del nord del mondo. “Ci sentiamo una persona sola con il malato che ansiosamente scruta l’orizzonte di una scienza monopolizzata dai mercanti di armi. […] Quanto l’umanità spreca in spese per gli armamenti a scapito della pace!”.
Sankara espresse la convinzione che per eliminare i lasciti coloniali fosse indispensabile avviare un processo di unione di tutti gli Stati (dal Maghreb al Capo di Buona Speranza) del continente, che doveva diventare un’entità politica coesa e rispettata sul piano internazionale: “Mentre moriamo di fame e nel nostro Paese ci sono migliaia di disoccupati, altrove non si riescono a sfruttare le risorse della terra per mancanza di manodopera. Se ci fosse maggiore cooperazione, potremmo arrivare all’autosufficienza alimentare e non dovremmo più dipendere dagli aiuti internazionali”.
Primo passo era la fine dell’apartheid in Sudafrica, dove la minoranza “bianca” godeva in realtà del sostegno economico dei Paesi occidentali. Sankara ebbe parole di rimprovero per tutti, a partire da François Mitterrand: “Che senso ha organizzare marce contro l’apartheid, mentre si producono e si vendono armi al Sudafrica?”.
Forse non è un caso che Sankara venne ucciso quattro giorni dopo che a Ouagadougou si era tenuta una Conferenza panafricana contro l’apartheid. Il “Président du Faso”, come viene ancora oggi ricordato dai burkinabè, si è sacrificato dimostrando che è possibile rispondere, all’africana, ai problemi dell’Africa, con chiarezza e talvolta ingenuità, come quando chiese che “almeno l’1% delle somme colossali destinate alla ricerca spaziale sia destinato a progetti per salvare la vita umana”.
Dinanzi alle Nazioni Unite Sankara liberò davanti al mondo intero, ponderando con attenzione ogni singola parola, il grido di dolore di miliardi di esseri umani che soffrono sotto un sistema crudele e ingiusto: “Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel”.

di Carlo Batà

fonte: https://www.peacelink.it/mosaico/a/6192.html

8 luglio 1978: Sandro Pertini è Presidente della Repubblica. La storia dell’elezione del Presidente più amato dagli Italiani

 

Sandro Pertini

 

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8 luglio 1978: Sandro Pertini è Presidente della Repubblica. La storia dell’elezione del Presidente più amato dagli Italiani

 

8 luglio 1978: Sandro Pertini è Presidente della Repubblica.
Dopo 16 scrutini a vuoto a due mesi dalla morte di Moro, fu scelto come figura di garanzia per il proprio passato nella Resistenza. Fu il più amato e ricordato da (quasi) tutti gli Italiani

Alle 12:57 di sabato 8 luglio 1978 il Presidente della Camera Pietro Ingrao leggeva per la cinquecentoseiesima volta il nome dell’Avvocato Sandro Pertini (San Giovanni di Stella, Savona, 25 settembre 1896).

Era dunque ufficiale: dopo 16 scrutini andati a vuotol’ottantaduenne socialista, già Presidente della Camera, veniva eletto al Quirinale. Un lungo scroscio di applausi riempì l’aria di Montecitorio.

Era la prima volta dal 1946 che un Socialista veniva eletto Presidente della Repubblica.

Alla fine dello spoglio alle 13,30 circa, l’esito finale parlava di un successo schiacciante: 832 voti su 995 (121 le schede bianche), anche questo era un dato inedito nella storia della Repubblica. Pertini, nel frattempo, si trovava nella sua abitazione-studio nei pressi della Fontana di Trevi. Era stato sul punto di rinunciare definitivamente alla candidatura per le divergenze e le pressioni attorno alla sua figura. Sul letto, le valigie già pronte per un periodo di riflessione nella sua amata Nizza, che lo vide manovale durante la fuga dalla giustizia fascista.

Come si arrivò all’elezione di Pertini: il fantasma di Aldo Moro

Il percorso che portò il vecchio partigiano Pertini a ricoprire la più alta carica dello Stato fu lungo e tutt’altro che semplice, intrapreso in uno dei periodi più difficili per le Istituzioni repubblicane a soli due mesi dall’assassinio del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro avvenuto il 9 maggio del 1978.

Proprio l’esito drammatico dei 55 giorni di prigionia dello statista democristiano nella prigione delle Brigate Rosse aveva segnato profondamente il corso della politica italiana.

La sconfitta dello Stato e le gravissime spaccature tra i sostenitori della fermezza nei confronti dei terroristi in contrasto tra i fautori del dialogo (in primis Craxi) resero ancora più precario l’equilibrio politico di un paese atterrito dall’omicidio di Moro e dall’escalation di violenze degli anni di piombo, ora dirette al “cuore dello Stato”. Ad aggiungere peso alle incognite, Aldo Moro aveva portato con sé nella tomba l’idea del “compromesso storico” tra il suo partito ed il Pci.

La fine ingloriosa di Giovanni Leone

Contemporaneamente ai cupi giorni di quella tarda primavera del 1978, sulla figura dell’ormai ex Capo dello Stato era calata l’ombra dello scandalo. Giovanni Leone aveva infatti rassegnato le dimissioni il 15 giugno 1978, travolto dalla pressione dello scandalo Lockheed. Date queste premesse, si rivelava assolutamente necessaria la figura di un futuro Presidente di indubbia moralità e dotato di carisma, che fosse in grado di unificare attorno alla sua figura un Paese che rischiava una pericolosa deriva istituzionale ed una spaccatura insanabile nelle forze politiche del paese.

Le candidature che furono avanzate durante il mese di giugno rispecchiavano sostanzialmente le forti divisioni tra partiti e quelle all’interno delle correnti degli stessi.

Il primo a fare il nome di Sandro Pertini è Giacomo Mancini in un’intervista al quotidiano “Paese Sera“. E’ il 21 giugno 1978 e la proposta pare subito piacere al Segretario della Dc Benigno Zaccagnini, seguito prontamente dal Pci di Berlinguer. La destra dorotea della Dc non gradiva invece la candidatura dell’anziano socialista ligure, in quanto espressione diretta dell’esperienza “frontista” dei primi anni del secondo dopoguerra. Risolutamente contrario si espresse il Msi per l’esperienza resistenziale di Pertini, mentre il Segretario socialista Bettino Craxi si incaricava di candidare ufficialmente l’ottantaduenne padre politico del Psi a insaputa di quest’ultimo.

Pertini arrabbiato con Craxi

Alla mossa decisionista e spregiudicata di Craxi, il carattere impulsivo e irascibile di Pertini ebbe uno scatto: non avrebbe voluto offrire la propria figura come candidato alla Presidenza non ritenendosi accettato come “Presidente di tutti”, essendo avversato dalla destra Dc e anche da una parte degli stessi Socialisti che avevano proposto nel frattempo le candidature di Giuliano Vassalli e di Antonio Giolitti. Nello stesso momento i Repubblicani candidavano Ugo La Malfa ma Sandro Pertini con una mossa a sorpresa ritirava la propria candidatura con una lettera di rinuncia. La mossa dell’anziano socialista si rivelerà presto vincente perché in Aula si stava consumando la paralisi dovuta ai veti incrociati dei partiti e delle correnti.

Il Pci bocciava Vassalli per il suo ruolo di giurista a difesa degli imputati dello scandalo Lockheed (Cossutta arrivò a dire che votarlo “equivaleva a votare Lefebvre”); il Psi dal canto suo attaccava la candidatura di La Malfa, che piaceva invece ad una parte della Dc.

Come detto, Pertini era avversato dalla destra democristiana e da tutto il Msi. Negli ultimi giorni la partita sembrò giocarsi tra Giolitti e La Malfa. Ma anche in questo caso si arrivò alla paralisi perché la scelta obbligata per la Dc avrebbe dovuto essere tra due laici, mentre il Pci pose un veto definitivo su La Malfa. A questo punto lo stallo sembrava essere destinato a minare la stabilità del governo di solidarietà nazionale di Giulio Andreotti, nato dall’emergenza del dopo Moro. 

La lettera di rinuncia di Pertini sparigliava le carte e si rivelava decisiva perché otteneva l’effetto contrario: il Pci decideva di rimetterlo in corsa, trascinando con sé la sinistra Dc di Zaccagniniche aveva sempre supportato l’anziano socialista e parte del Psi che avrebbe comunque avuto un illustre rappresentante del partito nonostante la candidatura di Giolitti.

La volata del Presidente partigiano: 8 luglio 1978

Fu in questo quadro di fibrillazione che si giunse allo scrutinio finale, quello del’ 8 luglio 1978. Le voci dissonanti della Dc di Forlani (che mirava a indebolire la segreteria di Benigno Zaccagnini) e dei Repubblicani che sostennero fino all’ultimo La Malfa furono alla fine messe a tacere. Craxi dal canto suo avrebbe più volentieri sostenuto Antonio Giolitti, per le note divergenze nate dopo la svolta del Midas con la vecchia dirigenza del Psi di cui Pertini era espressione piena.

Tuttavia la prospettiva di un socialista al Quirinale fu determinante per la scelta finale del Segretario del garofano. I Comunisti dal canto loro accettarono il rientro in gioco di Pertini senza condizioni, sapendo bene che il possibile nuovo Presidente non avrebbe preso ordini da Craxi.

Il salvataggio degli equilibri politici e l’idea di un Presidente di garanzia fece crollare le pesanti barriere erette dagli elettori negli ultimi giorni prima dell’elezione.

Quando Pertini venne a conoscenza della sua schiacciante vittoria mentre era in casa davanti ad un film western, era ancora risentitocon Bettino Craxi per avere alimentato le trame di Montecitorionel periodo tra la sua rinuncia ed il successo finale. Il giorno seguente, il 9 luglio 1978, fu fissata la data del giuramento davanti alla Costituzione. Un uomo profondamente differente prendeva il posto di Giovanni Leone, per storia e cultura personali. Un simbolo dell’antifascismo e dei valori della Costituzione caratterizzato dall’avversione al compromesso e dalla fermezza. Portava con sé gli anni di carcere e di confino, l’attività ai vertici del CLN, incarnazione di una vittoria contro un nemico dello Stato che nel 1978 si chiamava terrorismo.

La nota capacità dialettica e retorica accompagnò la figura di Pertini per tutto il mandato, e attirò sia favori che critiche: soprattutto da chi lo accusava di narcisismo presenzialista e di forti ingerenze politiche esplicitate sotto la maschera di “Presidente degli Italiani”. Fu in particolare modo accusato dagli avversari di efferatezza in alcuni episodi legati alle giornate dell’insurrezione di Milano nell’aprile 1945 (presunto ordine di fucilazione per gli attori Osvaldo Valenti e Isa Ferida). Fu criticato per l’omaggio a Stalin in un discorso al Parlamento all’indomani della morte del dittatore comunista nel 1953. In seguito anche per i toni incendiari che gli avversari politici gli imputavano in occasione del comizio tenuto a Genova nel 1960, nel quale avrebbe incitato gli operai e i portuali alla violenza per impedire il Congresso dell’Msi nel capoluogo ligure Medaglia d’Oro della Resistenza, che costò la poltrona al breve Governo Tambroni. Durante la carica di Presidente della Repubblica, gli furono mosse  critiche di eccessivo protagonismo in particolare durante la straziante agonia del piccolo Alfredo Rampi nel pozzo di Vermicino nel giugno 1981.

“Moro, non io, se fosse vivo, parlerebbe oggi a voi”

Pertini tiene il proprio discorso inaugurale davanti alle Camere alle 11:40 del 9 luglio 1978. Oltre alle formule di giuramento sulla Costituzione, il nuovo Presidente si soffermò su alcuni temi dominanti il suo pensiero: la dignità fondata sul lavoro, l’eguaglianza dei diritti e l’assoluta inalienabilità della libertà, non sindacabile con alcun tipo di vantaggio sociale o economico. Dopo avere salutato le Forze dell’Ordine, Pertini rivolge un pensiero ed un elogio agli emigranti italiani nel mondo, per poi tornare con la memoria alla propria esperienza di antifascista della prima ora. “Non posso, in ultimo, non ricordare i patrioti con i quali ho condiviso le galere del tribunale speciale, i rischi della lotta antifascista e della Resistenza” (…), è l’incipit del passo riservato al passato partigiano. Tuttavia Pertini smorzava subito i toni infiammati che riportavano ai drammatici giorni e alla violenza dell’insurrezione, rassicurando gli Italiani con questa frase: ” Ricordo questo con orgoglio non per ridestare antichi risentimenti, perché sui risentimenti nulla di positivo si costruisce né in morale, Nè in politica. Ma da oggi io cesserò di essere uomo di parte. Intendo essere solo il Presidente della Repubblica di tutti gli Italiani, fratello a tutti nell’amore di Patria e nell’aspirazione costante alla Libertà e alla Giustizia. Onorevoli Senatori e Deputati, signori Delegati Regionali: viva la Repubblica, viva l’Italia!“.

Era cominciata l’era del “Presidente più amato dagli Italiani” (o,meglio, da buona parte), che salvava il Governo Andreotti oltre agli gli equilibri politici dei partiti minati dai colpi di maglio delle bombe e da un terrorismo tutt’altro che sconfitto. Forse la persona meno entusiasta dell’elezione del Presidente partigiano fu sua moglie Carla Voltolina, l’ex staffetta partigiana che proprio non ne voleva sapere dei futuri obblighi da first lady, preoccupata com’era per i tanti impegni di lavoro al servizio dei tossicodipendenti e alcolisti ricoverati al Policlinico Gemelli.

fonte: https://www.panorama.it/news/politica/8-luglio-1978-sandro-pertini-e-presidente-della-repubblica-storia-e-foto/

Meloni pubblica video e attacca Fico – “Indegno Presidente della Camera con mani in tasca durante l’inno” …Come dargli torto? Si può accettare tutto da un “Presidente”: evasione fiscale, frequentazioni con prostitute possibilmente minorenni, corruzione, mafia, ma le mani in tasca durante l’inno, questo proprio NO…!

 

Meloni

 

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Meloni pubblica video e attacca Fico – “Indegno Presidente della Camera con mani in tasca durante l’inno” …Come dargli torto? Si può accettare tutto da un “Presidente”: evasione fiscale, frequentazioni con prostitute possibilmente minorenni, corruzione, mafia, ma le mani in tasca durante l’inno, questo proprio NO…!

Giorgia meloni ha attaccato Fico pubblicando un video. L’accusa è “Indegno Presidente della Camera con mani in tasca durante l’inno”… E fin qui forse non ha proprio tutti i torti… Ma se ripensi che questa signora, per oltre 20 anni ha sostenuto tal Silvio Berlusconi (noto evasore fiscale, puttaniere al limote della pedofilia, corruttore e con indosso tanta, ma proprio tanta puzza di mafia) come Presidente del Consiglio, un po’ la voglia di mandarla a cagare ti viene…

By Eles

 

Da Fanpage

Meloni pubblica video di Fico: “Indegno presidente della Camera con mani in tasca durante l’inno”

Giorgia Meloni attacca il presidente della Camera Roberto Fico pubblicando un video in cui lo si vede, durante l’esecuzione dell’inno di Mameli, con le mani in tasca. “Un presidente della Camera con le mani in tasca durante l’inno d’Italia è semplicemente indegno”, scrive la presidente di Fratelli d’Italia.

Il nome del suo partito è indicativo: Fratelli d’Italia. E che Giorgia Meloni, presidente di FdI, sia molto legata ai valori della patria e all’inno italiano non è di certo una novità. Ma se ce ne fosse ancora bisogno, oggi è arrivata una nuova conferma dell’importanza che la Meloni assegna al nostro inno. Una questione che riguarda non solo lei, ma anche e soprattutto il presidente della Camera Roberto Fico. La Meloni, infatti, ha pubblicato su Twitter un video in cui si vede il presidente dell’aula di Montecitorio con le mani in tasca durante l’esecuzione dell’inno. Un atteggiamento che ha indubbiamente indispettito la Meloni, tanto da definire l’azione di Fico come indegna.

Il video di Fico durante l’inno
Giorgia Meloni ha pubblicato il video in questione sia su Facebook che su Twitter. Nel filmato si vede il presidente della Camera che tiene le mani in tasca durante l’esecuzione dell’inno. Accanto a lui c’è il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che segue l’esecuzione di ‘Fratelli d’Italia’ con la fascia tricolore e la mano poggiata sul petto. Così come quasi tutte le altre persone intorno a loro. Fico si guarda intorno durante l’inno di Mameli: prima alza lo sguardo, poi continua a dare un’occhiata a chi sta nelle vicinanze, con uno sguardo che cambia più volte punto di osservazione.

La pubblicazione di questo video ha scatenato la reazione della Meloni, da sempre molto attenta a tutto ciò che riguarda l’inno italiano e i valori della patria. Sui social network la presidente di Fratelli d’Italia scrive, attaccando Fico: “Un presidente della Camera con le mani in tasca durante l’inno d’Italia è semplicemente INDEGNO”. Con tanto di aggettivo scritto tutto in maiuscolo per rimarcare il suo pensiero sul compartimento di Fico.

 

fonte: https://www.facebook.com/agora.fanpage.it/

Accadde Oggi – Il 15 maggio di 13 anni fa Giorgio Napolitano inizia il mandato come 11° Presidente della Repubblica Italiana – Sì Napolitano, quello che lanciava moniti e firmava qualunque porcata e che ora non molla i suoi privilegi: 880.000 Euro l’anno solo di pensione!!

 

Giorgio Napolitano

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Accadde Oggi – Il 15 maggio di 13 anni fa Giorgio Napolitano inizia il mandato come 11° Presidente della Repubblica Italiana – Sì Napolitano, quello che lanciava moniti e firmava qualunque porcata e che ora non molla i suoi privilegi: 880.000 Euro l’anno solo di pensione!

16 maggio 2016 – L’inizio del mandato di Giorgio Napolitano come 11° Presidente della Repubblica Italiana. Tra moniti e firme di leggi improbabili, ha fatto la storia del Paese… In negativo.

Da Il Fatto Quotidiano:

Napolitano, pensione dorata: chauffeur, maggiordomo. E ufficio da 100 mq

Nonostante i tagli annunciati nel 2007, per i presidenti emeriti della Repubblica rimane una lunga lista di benefit: una segreteria di almeno una decina di persone, un assistente “alla persona”, una serie di linee telefoniche dedicate. Ridurre i privilegi? Il suo ufficio stampa: “Ha avuto impegni tali da non consentirgli di deliberare sulla materia”

Avrà di che consolarsi con il trattamento straordinario che lo aspetta: segreteria, guardarobiere, scorta. Con le dimissioni e l’uscita anticipata dal Quirinale, Giorgio Napolitano perderà la suprema carica, con un annuncio in arrivo probabilmente il 14 gennaio, ma non certo i servizi e i confort che hanno scandito la sua vita quirinalizia. Per lui, come da regolamenti in vigore, non si lesineranno mezzi e benefit, a cominciare dai telefoni satellitari, i collegamenti televisivi e telematici, lo staff nutritissimo e persino l’«addetto alla persona», sì, avete capito bene, proprio l’assistente-inserviente che alla corte inglese di Buckingam Palace più prosaicamente definirebbero “maggiordomo”. Insomma, un trattamento da vero monarca repubblicano al quale è riservato pure il diritto ad utilizzare un’auto con autista, privilegio che spetta anche alle vedove o ai primogeniti degli ex presidenti. Davvero niente male. E se ne era accorto lo stesso Napolitano che, nel 2007, tra le polemiche per le spese quirinalizie e le rivelazioni dei giornali sul trattamento degli ex annunciò tagli solenni. Ma, come Ilfattoquotidiano.it ha potuto verificare, quelle sforbiciate non sono mai arrivate e anche lui potrà dunque tranquillamente continuare a godere di sorprendenti agi e privilegi tra le compassate stanze di Palazzo Madama.

BENTORNATO, PRESIDENTE – Lasciato il Quirinale, Napolitano assumerà infatti le vesti di senatore a vita, carica che ha già ricoperto per pochi mesi dal 23 settembre 2005, quando fu nominato dal suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi, fino alla sua elezione al Colle il 15 maggio 2006. Al Senato, dove insieme allo stesso Ciampi formerà la gloriosa coppia degli ex capi di Stato, Napolitano si sistemerà in una location diversa da quella che lo aveva ospitato per poco più di sette mesi prima di trasferirsi al Quirinale. Il suo vecchio ufficio, infatti, è stato nel frattempo assegnato ad un altro senatore a vita: quel Mario Monti da lui stesso nominato poco tempo prima di diventare presidente del Consiglio. Così, per Napolitano si sono dovuti tirare a lucido gli oltre cento metri quadrati degli uffici di Palazzo Giustiniani con vista su San Ivo a suo tempo occupati da un altro ex illustre inquilino del Colle, il defunto Oscar Luigi Scalfaro.

BENEFIT A VITA – Un “buen retiro” dorato che, allo stipendio dovuto ai comuni senatori eletti, circa 15mila euro mensili netti, tra indennità, rimborsi e ammennicoli vari, sommerà anche una lunga serie di benefit a carico del bilancio della presidenza della Repubblica. Documenti alla mano, si scopre infatti che in forza di un vecchio decreto del 1998 a ciascun presidente emerito spetta innanzitutto il diritto ad utilizzare un dipendente della carriera di concetto o esecutiva del segretariato generale del Quirinale con funzioni di segretario distaccato nel suo nuovo staff. Altri due dipendenti del Colle possono invece essere trasferiti presso la sua abitazione privata romana di via dei Serpenti, con mansioni l’uno di guardarobiere e l’altro di addetto alla persona. Poi ci sono le cosidette “risorse strumentali”: un telefono cellulare o satellitare, un fax e un’altra connessione urbana ultraprotetta, una linea dedicata per il collegamento con il centralino del Quirinale, un’altra per quello con la batteria del Viminale e un allacciamento diretto con gli uffici dei servizi di sicurezza del ministero degli Interni, predisposti in duplicato presso lo studio e l’appartamento privato dell’ex presidente; quindi, collegamenti telematici (anche in questo caso doppi), consultazione delle agenzie di stampa e banche dati, oltre a connessioni televisive a bassa frequenza per la trasmissione dei lavori di Camera e Senato; per ultima, non poteva mancare, ecco l’auto con telefono e chauffeur riservata, vai a capire perché, pure alla vedova o al primogenito dell’ex capo di Stato. E non è finita.

PAGA IL SENATO – Una volta traslocato dal colle del Quirinale agli uffici del Senato, a Napolitano, come a tutti i presidenti emeriti della Repubblica, spettano altre cospicue dotazioni. Ci sono quelle della presidenza del Consiglio, mobilitata per l’utilizzo di treni, navi e aerei; ma ci sono soprattutto le altre poste a carico di Palazzo Madama. Si tratta di una munitissima segreteria composta da una decina di unità: un capo ufficio, tre funzionari, due addetti ai lavori esecutivi, altri due a quelle ausiliari e, a scelta, addirittura un consigliere diplomatico o militare. Una pletora di persone alla quale obbligatoriamente si aggiungono gli agenti di pubblica sicurezza e i carabinieri addetti alla scorta e alle postazioni previste presso le abitazioni private del presidente. A conti fatti, una trentina di persone che forniranno i loro servizi nell’arco delle 24 ore. Non spetta, invece, agli ex inquilini del Colle alcuna liquidazione, assimilabile al Tfr dei comuni lavoratori o all’assegno previsto per i parlamentari non rieletti. Interpellato dal ilFattoquotidiano.it, l’ufficio stampa del Quirinale spiega che «al momento della cessazione dell’incarico di presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano non riceverà alcuna indennità di fine mandato». L’attuale capo dello Stato, aggiungono dal Colle, «ha maturato 38 anni di contributi ma non ha mai beneficiato né beneficerà del vitalizio previsto per gli ex parlamentari in quanto incompatibile dapprima con l’assegno percepito in qualità di eurodeputato (Napolitano lo è stato dal 1999 al 2004, ndr), poi con quello di presidente della Repubblica e, infine, anche con quello di senatore a vita, carica che tornerà a rivestire una volta lasciato il Quirinale».

CHI SPENDING DI PIU’ – Quanto ai tagli ai privilegi degli ex capi di Stato annunciati qualche anno fa, i comunicatori del Colle spiegano a ilfattoquotidiano.it che «il mandato di Napolitano è stato finora caratterizzato da impegni tali da non consentirgli di deliberare sulla materia, ma qualora dovesse decidere di farlo prima della cessazione del suo incarico non intende fare della sua determinazione oggetto di campagna promozionale». Anche per ragioni di opportunità rispetto all’operato dei suoi predecessori. E, in ogni caso, «non è detto che, una volta esaurito il mandato, Napolitano si avvarrà indiscriminatamente delle prerogative previste per gli ex presidenti della Repubblica».
Insomma, prerogative rinunciabili ma solo se l’avente diritto vorrà.

 

Berlusconi ribadisce il suo concetto: chi non vota per me è un coglione… Noi preferiamo ribadire quello di Stefano Rodotà: “se si dimentica chi è Silvio Berlusconi siamo alla deriva etica”…!

 

Stefano Rodotà

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Berlusconi ribadisce il suo concetto: chi non vota per me è un coglione… Noi preferiamo ribadire quello di Stefano Rodotà: “se si dimentica chi è Silvio Berlusconi siamo alla deriva etica”…!

Il concetto lo aveva già espresso tempo fa, nel 2006 quando se ne uscì con: “Ho troppa stima nell’intelligenza degli italiani per pensare che ci siano così tanti coglioni che possano votare contro il proprio interesse”. Allora ce l’aveva con i “Comunisti”.

Ora è la volta dei grillini: “Italiani (che hanno fiducia in questo governo), guardatevi nello specchio e domandatevi: ‘Sono un coglione o una persona intelligente‘. Risposta: ‘Sei un coglione’“

Insomma il concetto è questo: chi non vota per lui è un coglione…

Silvio Berlusconi si lamentava del fatto che “ancora un italiano su due ha fiducia in questo governo: sono numeri – ha aggiunto – che mi fanno ‘andare di testa’”. In perenne campagna elettorale da quando ha annunciato la sua candidatura alle Europee, Berlusconi non è nuovo a uscite contro chi sostiene l’esecutivo gialloverde e in particolare i Cinquestelle. Questa volta però è arrivate la risposta direttamente di Beppe Grillo: “Le parole gli scappano come peti, i pensieri sono rivolti al suo caleidoscopio e tamarro universo immaginario”, si legge in un post su Facebook del garante M5s dal titolo “Peti d’autore“.

A nostro avviso è sempre bene  rinfrecharVi la memoria con quello che diceva Stefano Rodotà non molto tempo fa:

Parla di deriva etica e si rammarica per la perdita della memoria. Stefano Rodotà è tanto felpato nei toni quanto duro nella sostanza sullo storico incontro Renzi-Berlusconi.

“Sento grandi inni al realismo da chi dice che l’incontro si doveva fare ma io sono sempre prudente di fronte agli eccessi di realismo e ai danni che ha provocato negli anni”, ricorda il costituzionalista. Il fatto è, osserva, che “non si può mettere tra parentesi chi fossero gli interlocutori, anzi, uno degli interlocutori”. “Per chi è cittadino del Paese – osserva ancora Rodotà – e ritiene che ci sia da ricostruire un’etica pubblica e civile, abbiamo perduto tutta la memoria se non ricordiamo che Silvio Berlusconi è stato condannato e che solo è stata dichiarato decaduto da senatore”.

Rodotà segnala che “uno solo tra i commentatori ha detto che Berlusconi a breve sarà o ai domiciliari o ai servizi sociali e allora c’è un’anomalia se abbiamo bisogno di rilegittimare chi si trova in questa condizione”. Anche perchè, pronostica, “quando finalmente quella decisione arriverà, immediatamente Berlusconi dirà ‘guardate, oggi che sono un padre della patria che modifica la Costituzione, come mi tratta questa giustizia. Per questo Rodotà avverte che “questa è la deriva che sta di fronte a noi. Dobbiamo esserne consapevoli ed anche questo è segno di quanto ancora fragile sia il nostro sistema”.

By Eles

ECCO CHI E’ IL NOSTRO PRESIDENTE – Sandro Pertini: “Se adeguarsi vuol dire rubare, io non mi adeguo” !!

Pertini

 

 

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ECCO CHI E’ IL NOSTRO PRESIDENTE – Sandro Pertini: “Se adeguarsi vuol dire rubare, io non mi adeguo” !!

 

Dall’intervista rilasciata da Sandro Pertini a Nantas Salvalaggio della  “La Domenica del Corriere”:
Non accetterò mai di diventare il complice di coloro che stanno affossando la democrazia e la giustizia in una valanga di corruzione. Non c’è ragione al mondo che giustifichi la copertura di un disonesto, anche se deputato. Lo scandalo più intollerabile sarebbe quello di soffocare lo scandalo. L’opinione pubblica non lo tollererebbe. Io, neppure. Ho già detto alla mia Carla: tieni pronte le valigie, potrei piantare tutto…
Io spero che i documenti dei famosi ‘pretori d’assalto’ siano vagliati con rigore. Spero che tutto sarà discusso in aula, e nessuna copertura sarà frettolosamente inventata dai padrini dell’assegno sottobanco… Mi fanno pena i magistrati e i politici che cercano di tagliare le gambe ai pretori dell’inchiesta sullo scandalo del petrolio. Dicono che sono troppo giovani: ma da quando la giovinezza è un reato? Se mai è un sintomo esaltante e meraviglioso: significa che il Paese ha una riserva di coraggio e di onestà nelle nuove generazioni. E poi, mi creda: questi giovani (beati loro!) sono stati esemplari, rapidissimi. In tredici giorni hanno vagliato quintali di documenti. Hanno perduto ciascuno tre o quattro chili, mi dicono.

Ma è quel sudore, quella fatica, che possono ora lavare le macchie dei piccoli e grandi corruttori. Nel mio partito mi accusano di non avere souplesse. Dicono che un partito moderno si deve ‘adeguare’. Ma adeguare a che cosa, santa Madonna? Se adeguarsi vuol dire rubare, io non mi adeguo. Meglio allora il partito non adeguato e poco moderno. Meglio il nostro vecchio partito clandestino, senza sedi al neon, senza segretarie dalle gambe lunghe e dalle unghie ultralaccate… Dobbiamo tagliarci il bubbone da soli e subito. Non basta il borotalco a guarire una piaga. Ci sono i ladri, gli imbroglioni? Bene, facciamo i nomi e affidiamoli al magistrato.

Ecco, io non so perché ancora qualcuno si stupisca che la classe politica attuale goda di così poca stima presso i cittadini… quel che è certo è che se ci fossero un po’ più Sandro Pertini, questo Paese sarebbe certamente migliore. E se non ci sono, non stiamo a lamentarci e a piangerci addosso: cominciamo noi nel nostro piccolo a fare i Sandro Pertini. Cominciamo a non adeguarci, a protestare ogni volta che le cose vengono fatte “secondo il sistema” e non “secondo coscienza”. Forse non cambierà nulla, ma se l’onestà di una persona sola come Pertini ai vertici dello Stato ha fatto tanto, figuriamoci se a quei vertici ce ne fossero almeno un centinaio.

Quella, nel paese che non ha mai risolto la Questione Morale, sarebbe la vera rivoluzione.

 

tratto da: http://siamolagente2.altervista.org/ecco-chi-e-il-nostro-presidente-sandro-pertini-se-adeguarsi-vuol-dire-rubare-io-non-mi-adeguo/

Amarcord – Il 4 agosto 1983 diventa 1º Presidente del Burkina Faso Thomas Sankara, il “Che Guevara” africano: un nome e una storia che dobbiamo conoscere. Una storia molto scomoda per noi occidentali che abbiamo fatto di tutto per insabbiare.

 

Thomas Sankara

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Amarcord – Il 4 agosto 1983 diventa 1º Presidente del Burkina Faso Thomas Sankara, il “Che Guevara” africano: un nome e una storia che dobbiamo conoscere. Una storia molto scomoda per noi occidentali che abbiamo fatto di tutto per insabbiare.

 

4 agosto 1983 – Thomas Sankara diventa il 1º Presidente del Burkina Faso

“Mentre i rivoluzionari come individui possono essere uccisi, non puoi uccidere le loro idee”

Ci hanno prestato i soldi gli stessi che ci hanno colonizzato. E allora, cos’è il debito se non un neocolonialismo governato dai paesi che hanno ancora ‘pruritì imperiali?

“Noi africani siamo stati schiavi e adesso ci hanno ridotto a schiavi finanziari. Quindi, se ci rifiutiamo di pagare, di sicuro non costringeremo alla fame i nostri creditori” 

“Dobbiamo trovare la forza di dire a costoro guardandoli negli occhi che sono loro ad avere ancora debiti con noi, per le sofferenze che ci hanno inflitto e le risorse immani che ci hanno rubato”

“Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo e di tutte le lotte di liberazione dei popoli del Terzo Mondo”

Come avremmo potuto, noi occidentali, lasciare in vita o ricordare uno così?

Thomas Sankara, il “Che Guevara” africano ucciso nella terra degli uomini integri

Il 15 ottobre del 1987 il giovane presidente del Burkina Faso venne assassinato assieme alla sua scorta mentre stava andando ad un meeting alla periferia di Ouagadougou. Nessun altro leader africano ha più incarnato il sogno di un vero riscatto civile del continente.

Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso dall’agosto del 1983 al 15 ottobre del 1987, è uno di quei personaggi di cui pochi conoscono l’esistenza. Eppure  –  oggi a trent’anni della sua uccisione – vale la pena ricordare chi è stato e quanto la sua scomparsa abbia pesantemente inciso sui ritardi nella crescita civile, democratica ed economica dell’intero continente africano.

L’agguato. Ouagadougu, ore 16,30 di giovedì 15 ottobre del 1987. La sessione straordinaria del Consiglio Nazionale della rivoluzione del  Burkina Faso sta per avere inizio nel salone di un edificio – vetro e cemento – che si trova in un complesso nell’immediata periferia di Ouaga, come la chiamano gli abitanti della capitale. Il breve corteo di auto nere che accompagna Thomas Sankara,  38 anni, giovane presidente della Repubblica, un militare dai profondi sentimenti democratici, abbandona la strada asfaltata e s’immette su un breve tracciato di terra rossa per raggiungere la recinzione che circonda l’edificio. Sull’auto, appena girato l’angolo, sono già puntate le armi dei suoi assassini.

Non c’è scampo per nessuno. Dagli arbusti attorno alla costruzione viene lanciata una granata contro il corteo di Renault. Viene colpita l’auto con a bordo il presidente. A morire sul colpo sono il suo addetto stampa, Paulin Bamoumi e Frederic Ziembie, consigliere giuridico. Thomas Sankara è ferito e viene trascinato dalle guardie del corpo sotto il pergolato dell’edificio, da qui gli uomini della scorta reagiscono sparando verso i cespugli dai quali è partita la bomba. Ma si accorgono subito che non c’è scampo per nessuno. L’edificio è circondato da gente che lancia granate verso l’edificio. Sankara trova addirittura la forza per alzarsi in piedi, ma viene letteralmente falciato da una raffica di Kalashnicov. Morirà steso a terra, in un lago di sangue, dopo più di mezz’ora d’agonia, mentre attorno il commado finisce la strage, sparando a tutto ciò che si muove.

Le sue parole pesanti al mondo occidentale. La storia recente dell’Africa ha nella morte di Sankara  –  nonostante sia rimasto alla guida del suo paese solo 4 anni  –  il punto di svolta, il momento in cui è stato dirottato il corso degli eventi dell’intero continente. Del resto, come poteva durare a lungo uno così? Sankara (il Che Guevara africano) aveva cambiato nome al suo paese, da Alto Volta a Burkina Faso (la terra degli uomini integri) e non perdeva occasione per andare in giro a dire cose come queste: Ci hanno prestato i soldi gli stessi che ci hanno colonizzato. E allora, cos’è il debito se non un neocolonialismo governato dai paesi che hanno ancora ‘pruritì imperiali?. Noi africani siamo stati schiavi e adesso ci hanno ridotto a schiavi finanziari. Quindi, se ci rifiutiamo di pagare, di sicuro non costringeremo alla fame i nostri creditori. Se però paghiamo, saremo noi a morire. Quindi dobbiamo trovare la forza di dire a costoro guardandoli negli occhi che sono loro ad avere ancora debiti con noi, per le sofferenze che ci hanno inflitto e le risorse immani che ci hanno rubato“.

La trama di Campaoré. Nessuno tra quanti si sono incaricati di scrivere la storia recente del Burkina Faso ha escluso che dietro il violento colpo di Stato e l’omicidio di Sankara ci fosse la mano di Blaise Compaoré, salito al potere proprio il giorno stesso dell’uccisione del giovane presidente (il 15 ottobre 1987) e rimasto in carica  –  ininterrottamente  –  fino al 2014. Compaoré si è sempre rifiutato di autorizzare un’inchiesta sulle circostanze che hanno portato alla morte il suo predecessore.

Il ruolo delle forze nell’ombra. Naturalmente, il “gioco” sanguinoso che lo ha portato al potere, Campaoré non lo ha gestito da solo. Hanno dato sicuramente una mano le zone oscure dei servizi segreti di paesi ex coloniali, di nazioni confinanti e persino di criminali ricercati dalle polizie di mezzo mondo, come Charles Taylor, il mercenario senza scrupoli,  l’uomo che ha alimentato il conflitto civile in sierra Leone per il controllo delle miniere di diamanti, al soldi di chissà chi, e che dal 1991 al 2001 ha paralizzato il paese, provocando 50.000 morti e accusato di omicidi, stupri, amputazioni, reclutamento di bambini soldato.

Sepolto in fretta e furia. A Thomas Sankara venne data sepoltura in fretta e furia la sera stessa della sua morte. La sua salma riposa a Dagnoën, dentro una tomba sbrecciata e senza fiori, in un quartiere nella zona orientale di Ouagadougou. Ancora oggi, sia la famiglia che i suoi numerosi e disorganizzati sostenitori, non credono che il suo corpo di Thomas Sankara si trovi davvero lì. E questo spoega forse in parte il fatto che la tomba appare oggi desolatamente disadorna e semi abbandonata.

Il sogno interrotto di Sankara. Ecco, il quadro nel quale il “Che Guevara africano” è stato eliminato era questo: da una parte, il suo coraggio, la sua vitalità rivoluzionaria nel voler cambiare volto all’Africa, il suo pragmatismo maturato nella carriera militare e la sua incerta dimestichezza con la diplomazia; ma dall’altra, la morsa invisibile degli interessi rapaci dei potentati economici internazionali che continuano a depredare il continente con la complicità di leadership locali, che gravano sull’intero continente. Si è temuto insomma che l’equilibrio post coloniale potesse essere messo in discussione, sebbene da un paese come il Burkina, che non ha mai fatto gola a nessuno, tanto assenti sono ricchezze naturali degne di nota. Il disegno eversivo si è dimostrato comunque lungimirante, perché l’Africa è ancora lì, con i suoi Pil in crescita, qua e là, con alcuni incoraggianti segnali di crescita a macchia di leopardo. Ma il vero riscatto, quello sognato da Sankara, quello appare al momento ancora assai lontano all’orizzonte.

 

fonti:

-http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2015/10/14/news/thomas_sankara-125097440/

-http://www.matteogracis.it/thomas-sankara-un-nome-e-una-storia-che-dobbiamo-conoscere/

-https://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Sankara

Vergognoso – Il Rudere di Stato ha deciso che i 30 Agenti che aveva di scorta da Presidente non gli bastavano più e ne ha voluti 45. E visto che si trovava, ecco una terza auto blu per la moglie! …Tanto sapete chi paga …e (purtroppo) lo sa bene pure lui!!

scorta

 

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Vergognoso – Il Rudere di Stato ha deciso che i 30 Agenti che aveva di scorta da Presidente non gli bastavano più e ne ha voluti 45. E visto che si trovava, ecco una terza auto blu per la moglie! …Tanto sapete chi paga …e (purtroppo) lo sa bene pure lui!!

 

Napolitano da ex si è aumentato la scorta da 30 a 45 agenti e una terza auto blu per scortare la moglie

Presidente per tutta la vita. Giorgio Napolitano ha lasciato il Quirinale nel 2015 ma da allora il presidente “emerito” ha aumentato il numero di agenti della scorta. Come riporta Il Tempo oggi sono 45, poliziotti addestrati che guadagnano tra i 1.700 ai 2.000 euro, con straordinari fino a 50 ore in un solo mese (pagati 7-8 euro l’ora) e indennità di Palazzo che va dai 400 euro per gli agenti “semplici” ai 1.600 euro per i dirigenti. Il paradosso è che quando era ancora presidente, Re Giorgio contava su quindici uomini in meno rispetto agli attuali. Diventato ex, Napolitano ha chiesto anche una terza auto per scortare la moglie Clio. Gli agenti della scorta sono utilizzati come piantoni fuori dalla sua abitazione al Rione Monti, come portieri nel gabbiotto, come vigilantes, infermieri di pronto soccorso e, ovviamente, come “tassisti” pronti ad accompagnare la ex coppia presidenziale ovunque, a tutte le ore. Tutto questo mentre il suo successore Sergio Mattarella ha preferito optare per un profilo decisamente più low cost, scegliendo Panda e voli di linea e imponendo un ridimensionamento del personale.

Fonte: Qui

Re Giorgio nei guai: cosa rischia ora dopo lo scandalo della maxi-scorta

La maxi scorta in dotazione del presidente «emerito» Giorgio Napolitano fa discutere. La notizia lanciata dal Tempo sulla sicurezza di Re Giorgio, superiore a quella in dotazione nei lunghi anni al Quirinale e con in più un’ autovettura per la sicurezza della moglie, ha scosso il mondo politico che intende reagire.

Sono 45, secondo il Tempo, i poliziotti addestrati che guadagnano tra i 1.700 ai 2.000 euro, con straordinari fino a 50 ore in un solo mese (pagati 7-8 euro l’ora) e indennità di Palazzo che va dai 400 euro per gli agenti “semplici” ai 1.600 euro per i dirigenti.

Il M5S è in prima linea contro questi numeri. Per il deputato Andrea Colletti, è uno scandalo. “Crede di disporre dell’ Italia come vuole e, come ha dimostrato qualche giorno fa sulla legge elettorale, anche dei gruppi parlamentari”, dice.

Promette una battaglia parlamentare: “Chiederemo a chi se ne occupa in Commissione di scoprire le motivazioni: se si tratta di pericoli reali o solo un vezzo di chi si vuol sentire ancora in carica”. Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia, premette: “Reputo che se una persona è stata Presidente è giusto che gli vengano garantite tutela e sicurezza. Non bisogna nemmeno esagerare con la demagogia”.

Ma poi colpisce: un numero di uomini a disposizione addirittura superiore agli anni da Capo dello Stato è ritenuto dall’ ex ministro “esagerato”. “Sono sufficienti sette uomini al massimo”, sentenzia. Augusto Minzolini, anch’egli di Forza Italia, scrive su Twitter: “In Italia il limite del ridicolo è superato!”.

Da Fratelli d’Italia, si alza la voce di Fabio Rampelli: “Non ho mai fatto uso di auto blu e scorta quando ne avevo. Penso, a maggior ragione, che in assenza di minacce esplicite di terrorismo o mafia, nessuna carica dello Stato debba beneficiare di una tale misura”. Secondo lui, quando un compito istituzionale è stato portato a termine “si deve tornare a essere semplici cittadini”.

Intanto, Napolitano si difende. Una nota dell’ufficio stampa del Quirinale chiarisce che “la sicurezza del Presidente emerito Giorgio Napolitano viene garantita con gli stessi criteri e con le stesse modalità utilizzati per tutte le persone assoggettate a tutela e, comunque, con un numero di persone di gran lunga inferiore rispetto aquello indicato nell’ articolo che non ha pertanto riscontro nella realtà”.

Fonte: Qui