Renzi e quell’aereo pagato ventisei volte

 

Renzi

 

 

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Renzi e quell’aereo pagato ventisei volte

Renzi e quell’aereo pagato ventisei volte. L’Air Force di Renzi, l’Airbus fortemente voluto da Matteo Renzi, dal valore di 6,4 milioni di euro è costato ai coglioni Italiani 168 mln di euro. Insomma, 26 volte il suo prezzo di mercato!

Centosessantotto milioni di euro, spalmati in otto anni. E’ questo il costo, ventisei volte superiore rispetto il suo prezzo di mercato (6,4 milioni di euro), del cosiddetto “Air Forze Renzi”, l’Airbus che era stato fortemente voluto dall’allora governo Renzi, istituendo un leasing per i voli di Stato, anche se non fu mai usato dall’allora Presidente del Consiglio.

A rivelare le cifre è in esclusiva “Il Fatto Quotidiano”, con un articolo firma di Daniele Martini, che mette in fila una serie di documenti (fatture e contratti) firmati tra la compagnia di bandiera degli Emirati Arabi (Etihad), Alitalia e il ministero della Difesa.

Nell’articolo, estremamente dettagliato, vengono messi in fila una serie di elementi, attorno a questo “affare”, che potrebbero anche ravvisare degli estremi di reato. In primo luogo vengono ipotizzati “strani giri di denaro” dove qualcuno, tanto in Italia quanto negli Emirati Arabi, “potrebbe essersi messo in tasca un bel po’ di soldi”.
Quel mega pagamento, secondo il Fatto, potrebbe anche rientrare in uno scambio di favori tra le due compagnie, Alitalia ed Ethiad, dal momento che quest’ultima era appena diventata socia della stessa Alitalia proprio grazie all’intervento di Renzi.
Il quotidiano ricorda come “poco tempo prima della stipula dell’accordo per l’Air Force, la compagnia di Fiumicino aveva emesso un’obbligazione per un importo quasi identico a quello del leasing, circa 200 milioni di dollari, interamente sottoscritti da Etihad”. Quindi quel leasing da 168 milioni spalmati in otto anni sarebbe un modo per restituire agli arabi il sostegno per salvare la compagnia. Il tutto, però, alle spalle dei contribuenti italiani anche perché quegli accordi furono di fatto secretati sotto l’egida del “segreto di Stato”.

La terza ipotesi avanzata dal giornale diretto da Marco Travaglio è che “coloro che a Roma trattarono la partita con il fiato sul collo del capo del governo, in particolare il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, e il consigliere militare di Renzi, generale Carlo Magrassi, non riuscirono a impedire che Etihad facesse un facilissimo gol a porta vuota”.

E’ risaputo che nel 2018 venne posto fine all’intero affare grazie all’intervento del manager aeronautico Gaetano Intrieri, ovvero il soggetto che avrebbe messo a disposizione del “Fatto Quotidiano” le carte del caso.
Tra le scoperte di Intrieri vi è il rinvenimento di un doppio contratto – uno tra Alitalia ed Ethiad e l’altro tra Alitalia, il dicastero della Difesa, il Segretariato generale della Difesa e la Direzione degli armamenti aeronautici.

Intrieri, nel frattempo divenuto collaboratore del precedente governo gialloverde (che infine annullò il contratto), scoprì che un Airbus gemello di quello voluto dall’allora Premier Renzi – modello A340-500 Etihad – valeva 7 milioni di dollari (pari a 6,4 milioni di euro). Inoltre, contrariamente a quanto previsto dalle norme, il manager scoprì che per l’aereo non era stata bandita alcuna gara internazionale e che era stato sottoposto a una registrazione civile e non militare.

Tanti elementi, dunque, che adesso sono al vaglio sia della Procura della Repubblica di Civitavecchia che dei giudici contabili della Corte dei Conti.
Oggi il Signor Renzi, piaccia o non piaccia, fa parte della maggioranza di questo governo giallorosso. La speranza è che il Premier Conte abbia contezza di quanto accaduto in ogni su parte, e che possa agire di conseguenza così come l’eroe pistolero, interpretato da Clint Eastwood nel celebre film di Sergio Leone“Per un pugno di dollari”, agì per difendere il proprio “mulo” dalle angherie dei criminali che poco prima gli “avevano sparato tra le gambe”.

“Il mio mulo si è offeso per i quattro colpi sparati tra le zampe e pretende le scuse. Fate molto male a ridere. Al mio mulo non piace la gente che ride – recitava Eastwood – Ha subito l’impressione che si rida di lui. Ma se mi promettete di chiedergli scusa, con un paio di calci in bocca ve la caverete”.
Il “mulo”, in questo caso, sono tutti quei cittadini onesti che “caricano le provviste sulle spalle, lavorano e pagano le tasse. Il Signor Renzi è come uno di quei criminali che si spartivano la città di San Miguel. E’ come il cattivo Ramón Rojo (nel film interpretato splendidamente da un grandissimo Gian Maria Volonté). Come lui merita di essere “preso a calci in bocca”, o meglio, essere espulso dalla maggioranza di governo. Anche a costo di tornare a nuove elezioni. Ovviamente se tutto quello che ha svelato “Il Fatto Quotidiano” sarà confermato dalle indagini della magistratura.

Di Maio di fuoco contro Matteo Renzi: “dice che gli faccio schifo, a me fa schifo il loro silenzio sul caso Bibbiano”

 

Di Maio

 

 

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Di Maio di fuoco contro Matteo Renzi: “dice che gli faccio schifo, a me fa schifo il loro silenzio sul caso Bibbiano”

“È veramente vergognoso il silenzio del Partito democratico. Renzi dice che gli faccio schifo, a me fa schifo il loro silenzio sul caso Bibbiano”.

Lo ha dichiarato il vicepremier M5S Luigi Di Maio, parlando con i giornalisti a margine della sua visita a Napoli.

Nei giorni scorsi Renzi aveva affermato che «Cinque Stelle e Lega attaccano a testa bassa contro di noi attribuendoci le colpe di ciò che è avvenuto a Bibbiano. Incredibile! Non potendo parlare del governo cercano un diversivo per spostare l’attenzione: e dunque strumentalizzano questa tragedia».

E ancora: «Io dico che chi usa violenza contro i bambini deve andare in carcere e che chi strumentalizza politicamente la violenza sui bambini fa schifo! Con che faccia Di Maio e Salvini attaccano noi?».

…come dargli torto?

Ricordiamo le parole di Piercamillo Davigo: “I politici non hanno smesso di rubare, hanno solo smesso di vergognarsi”

 

Davigo

 

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Ricordiamo le parole di Piercamillo Davigo: “I politici non hanno smesso di rubare, hanno solo smesso di vergognarsi”

Ricordiamo le dure parole di Davigo. Era circa un anno e mezzo fa…

I politici “non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto. Dicono cose tipo: “Con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”..

Ma non sono soldi loro; sono dei contribuenti”.

Lo afferma al Corriere della Sera,Piercamillo Davigo, presidente dell’Anm, spiegando che “prendere i corrotti è difficilissimo. Nessuno li denuncia, perché tutti hanno interesse al silenzio: per questo sarei favorevole alla non punibilità del primo che parla. Il punto non è aumentare le pene; è scoprire i reati. Anche con operazioni sotto copertura”.

Alla domanda se quindi si ruba più di prima, Davigo spiega: “Si ruba in modo meno organizzato.  La corruzione è un reato seriale e diffusivo: chi lo commette, tende a ripeterlo, e a coinvolgere altri. Questo dà vita a un mercato illegale, che tende ad autoregolamentarsi: se il corruttore non paga, nessuno si fiderà più di lui. Ma se l’autoregolamentazione non funziona più, allora interviene un soggetto esterno a regolare il mercato: la criminalità organizzata“.

Dopo Mani Pulite, prosegue Davigo, “hanno vinto i corrotti, abbiamo migliorato la specie predata: abbiamo preso le zebre lente, le altre sono diventate più veloci”.

A fermare quel pool “cominciò Berlusconi, con il decreto Biondi; ma nell’alternanza tra i due schieramenti, l’unica differenza fu che la destra le fece così grosse e così male che non hanno funzionato; la sinistra le fece in modo mirato. Non dico che ci abbiano messi in ginocchio; ma un pò genuflessi sì”.

Il governo Renzi? “Ha fatto le stesse cose – dice Davigo. Aumenta le soglie di rilevanza penale. Aumenta la circolazione dei contanti, con la scusa risibile che i pensionati non hanno dimestichezza con le carte di credito”.

Insomma, hanno vinto i corrotti

Matteo Renzi sull’arresto dei genitori: “Orgoglioso e fiero di loro, niente di cui vergognarmi”… D’altra parte uno che è partito con un “mai a Palazzo Chigi senza elezioni”, ha fatto il jobs Act e salvato le banche con i nostri soldi, ed ha concluso, dopo la figura di m… del Referendum, con “lascio la politica” di cosa mai si potrebbe vergognare?

 

Matteo Renzi

 

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Matteo Renzi sull’arresto dei genitori: “Orgoglioso e fiero di loro, niente di cui vergognarmi”… D’altra parte uno che è partito con un “mai a Palazzo Chigi senza elezioni”, ha fatto il jobs Act e salvato le banche con i nostri soldi, ed ha concluso, dopo la figura di m… del Referendum, con “lascio la politica” di cosa mai si potrebbe vergognare?

Ma di cosa mai si potrebbe vergognare uno così?

Uno che oltre il jobs Act ed salvataggio delle banche con i nostri soldi va ricordato per i suoi fantastici risultati…

La Riforma Madia della pubblica amministrazione… Chi se la ricorda? Cosa è cambiato?

E la famigerata Buona Scuola?

E la tanto sbandierata abolizione delle province? Data per fatta, ma le province stanno tutte ancora lì…!

E i soldi dell’Unicef?

Quello che ha detto:

Enrico stai sereno…

Mai a palazzo Chigi senza elezioni

Abbiamo lasciato un tesoretto da 47 mld di euro

Il prossimo anno metteremo giù il debito pubblico. Non perché ce lo chiede la Merkel, ma per i miei figli

Se toccasse a noi governare usciamo dalla RAI e dai CDA

Alitalia: “Allacciate cinture, l’Italia decolla” (forse porta anche sfiga)

Mafia Capitale: “Restituiremo i soldi ricevuti dalle cooperative di Buzzi”

“Italicum, accetto la scommessa, da qui a 5 anni sarà copiato da mezza Europa”!

Uno che solo l’altro ieri ha detto:

“Se vince il No finisce la mia storia politica”, “cambio mestiere e non mi vedrete più”, “è una questione di serietà, con che faccia potrei restare”

E ieri ha ribadito:

“Ora starò zitto per due anni” (23 marzo 2018, per la cronaca)

MA DI COSA ALTRO SI POTREBBE MAI VERGOGNARE?

 

By Eles

 

 

 

 

Ancora una lezione di onestà e moralità da Silvio Berlusconi a tutti Italiani: sull’arresto dei genitori di Renzi “In Paese civile non accadrebbe” …Capito Italiani? Emettere 700mila euro di fatture false o gonfiate è lecito, la cosa vergognosa è essere arrestati solo perchè si è tentato di fottere lo Stato ed i Cittadini…!

 

Berlusconi

 

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Ancora una lezione di onestà e moralità da Silvio Berlusconi a tutti Italiani: sull’arresto dei genitori di Renzi “In Paese civile non accadrebbe” …Capito Italiani? Emettere 700mila euro di fatture false o gonfiate è lecito, la cosa vergognosa è essere arrestati solo perchè si è tentato di fottere lo Stato ed i Cittadini…!

Sessantacinque fatture per operazioni inesistenti o gonfiate, per un valore complessivo di 724.946 euro. Eccolo il conto che i magistrati di Firenze hanno presentato a Tiziano Renzi e Laura Bovoli, ritenuti gli amministratori di fatto della cooperativa Marmodiv utilizzata dai due per “alleggerire” la loro società Eventi6 degli oneri previdenziali e fiscali. E “guadagnare qualche soldo in più”, per dirla con le parole di “Lalla”.

Da Fanpage:

Silvio Berlusconi sta con Renzi dopo l’arresto dei genitori: “In Paese civile non accadrebbe”

Silvio Berlusconi commenta l’arresto dei genitori di Matteo Renzi: “Sono cose che in un paese civile non accadrebbero. Credo che umanamente sia molto addolorato e che pensi che se lui non avesse fatto politica questo non sarebbe accaduto”.

A esprimere solidarietà all’ex presidente del Consiglio è anche Silvio Berlusconi, che a Quarta Repubblica, su Rete 4, afferma: “Sono cose che in un paese civile non accadrebbero. Credo che umanamente sia molto addolorato e che pensi che se lui non avesse fatto politica questo non sarebbe accaduto”. Poi aggiunge: “Questa cosa dolorosa non sarebbe accaduta se anche la sinistra avesse accettato di realizzare la nostra riforma della giustizia, con separazione dei giudici dai pm, che devono avere una carriera diversa”.

Insomma, ancora un grande insegnamento. Una lezione di moralità e onesta da Silvio Berlusconi, noto pregiudicato.

By Eles

 

“Sei figlio di un fascista non puoi dare lezioni alla sinistra” – Lo ha detto a Di Battista il sig. Matteo Renzi, quello che ha distrutto il Pd, ha realizzato il programma di Berlusconi e che, per quanto riguarda il padre, dovrebbe stare proprio zitto!

 

Matteo Renzi

 

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“Sei figlio di un fascista non puoi dare lezioni alla sinistra” – Lo ha detto a Di Battista il sig. Matteo Renzi, quello che ha distrutto il Pd, ha realizzato il programma di Berlusconi e che, per quanto riguarda il padre, dovrebbe stare proprio zitto!

Renzi si rivolge a Di Battista: “Sei figlio di un fascista non puoi dare lezioni alla sinistra”
L’ex Premier ha inoltre parlato di Reddito di cittadinanza e della Quota 100: “Reddito di cittadinanza? Favorisce il lavoro nero. Quota 100? Prepensionamenti come la Prima Repubblica”.

L’ex premier Matteo Renzi, è intervenuto ai micofoni di ‘Stasera Italia’ su Rete 4: “Alessandro Di Battista dice di essere figlio di fascista e, se lo dici, non vieni a dare lezioni alla sinistra in Italia”. “E poi se dici che Obama è golpista vivi su Marte”, ha aggiunto.

Certo che subire la “morale” da un fascista come Matteo Renzi…

Pensateci, oltre a realizzare il programma che Berlusconi non era riuscito a fare, è riuscito in quello che Mussolini, Andreotti e Berlusconi non sono riusciti: annientare, azzerare, cancellare la sinistra Italiana…

Il senatore del Pd è poi intervenuto sul tema del reddito di cittadinanza. “Un voto a Di Maio? Ripetente, nel giorno in cui celebra il reddito di cittadinanza, che favorisce il lavoro nero e anche quelli che non vogliono lavorare purtroppo”. Con la nomina di Lino Banfi all’Unesco, ha aggiunto, “ha dato un messaggio diseducativo e di incompetenza”.
“Mandare in pensione la gente diventa un costo per i giovani”, ha dichiarato ancora Renzi a ‘Stasera Italia’. “E’ la cosa che hanno fatto sempre quelli della Prima Repubblica”, ha aggiunto.

Il Presidente Conte: “il Governo vigila su Banca Carige ma neanche un euro di soldi pubblici. I tempi di Renzi e Gentiloni dei soldi a perdere per le banche sono finiti”…!

 

Banca Carige

 

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Il Presidente Conte: “il Governo vigila su Banca Carige ma neanche un euro di soldi pubblici. I tempi di Renzi e Gentiloni dei soldi a perdere per le banche sono finiti”…!

La storia di ordinaria follia e di sperperi e di truffe di ogni genere oltreché di un management incapace in Banca Carige è lunga.

La crisi inizia in effetti nel 2008, sebbene il primo bilancio in perdita sia quello relativo al 2012, ma a partire da questo tutti i bilanci sono stati chiusi in perdita fino all’ultimo.

La banca ha finora drenato risorse finanziarie dagli investitori per oltre 2 miliardi di euro. Un primo ricorso al mercato nel 2014 per 800 milioni, un secondo nell’anno seguente per 850 milioni, e, in successive sottoscrizioni fino all’anno scorso, circa altri 200 milioni. A partire dal 2015 il principale azionista, la famiglia Malacalza, ha investito circa 400 milioni di euro che oggi, alle ultime quotazioni di borsa di qualche giorno fa poiché la quotazione è stata sospesa a tempo indeterminato, vale poco poco più di 25 milioni per avere il controllo di poco oltre il 27% del capitale sociale.

Per dare un’idea di quanto finora ci abbiano rimesso i risparmiatori investendo nelle azioni di Banca Carige basta questo dato impressionante: chi ha investito 100.000 euro nel 2008 oggi si trova con un valore di 20 euro. Praticamente ci ha rimesso tutti i suoi risparmi.

Da quando è finita malamente l’epoca del padre padrone della banca – l’ex presidente Giovanni Berneschi, condannato in appello per associazione a delinquere finalizzata a truffa, riciclaggio e falso a otto anni e sette mesi – si sono succeduti diversi top manager che non sono riusciti a risollevare le sorti dell’istituto.

In ultimo la crisi ha avuto una portata così forte da costringere ieri la Vigilanza Bancaria in capo alla BCE – in accordo con quella italiana, che ormai però è priva di poteri decisionali – a commissariare Banca Carige, nominando tre commissari.

Sarà ora forte la pressione sul Governo per costringerlo a metterci soldi pubblici per salvare la banca. Ma il presidente Conte ha già messo le mani avanti con parole chiare e inequivocabili: neanche un euro dal Governo del Cambiamento a Banca Carige o a qualsiasi altra banca!

E come potrebbe essere diversamente? Quando mai il Governo Conte proseguirà nelle politiche dissennate dei governi a trazione PD con supporto di FI da Monti a Gentiloni, passando per Letta e Renzi?

I tempi di Berlusconi e Renzi sono finiti. Amen!

 

fonte: https://www.silenziefalsita.it/2019/01/04/il-presidente-conte-il-governo-vigila-su-banca-carige-ma-neanche-un-euro-di-soldi-pubblici-i-tempi-di-renzi-e-gentiloni-dei-soldi-a-perdere-per-le-banche-son-finiti/

Qualcuno ricorda la legge Prodi che impone ai membri del Governo di restituire allo Stato i “regali di Stato” ricevuti nello svolgimento delle loro funzioni? No, perchè di sicuro non la ricorda nemmeno Renzi che ha dovuto mandare un camion per ritirarli…!

 

Renzi

 

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Qualcuno ricorda la legge Prodi che impone ai membri del Governo di restituire allo Stato i “regali di Stato” ricevuti nello svolgimento delle loro funzioni? No, perchè di sicuro non la ricorda nemmeno Renzi che ha dovuto mandare un camion per ritirarli…!

Da Dagospia:

Da Babbo Renzi a Babbo Natale: le patacche e i regali di stato ricevuti in quanto Premier sono finiti agli amici di famiglia? – Secondo ”La Verità”, Matteo ha mandato un camion a ritirare gli oggetti ricevuti nelle visite ufficiali, con destinazione eventi 6, la sede a Rignano sull’Arno della ormai nota società di famiglia – La legge prodi impone che i membri del Governo restituiscano allo Stato le cose che valgono più di 300 euro (150 euro per i funzionari)…

Giacomo Amadori e Paolo Sebastiani per ”la Verità

La luce fredda dei neon rende asettica e quasi ospedaliera l’ atmosfera dell’ antico monastero di San Silvestro.

Oggi il convento, ubicato nella centralissima via della Mercede a Roma, ospita il dipartimento per i servizi strumentali di Palazzo Chigi. Uno dei funzionari che sorvegliano il caveau con i regali ricevuti da presidenti del Consiglio e dai loro più stretti collaboratori è perentorio: «Le autorità politiche e i loro famigliari se ricevono un dono di valore superiore ai 300 euro devono depositarli da noi, dove vengono custoditi da un consegnatario. Certo non possiamo essere noi a chiedere ai politici e ai loro parenti quando tornano da un viaggio o da un incontro istituzionale: “Avete ricevuto qualcosa?”. Devono essere loro a segnalarlo».

IL MAGAZZINO

Ma ci sono premier che hanno restituito ben poco.

Come Matteo Renzi. Il quale nella scorsa primavera, a quanto risulta alla Verità, dopo la sconfitta elettorale e in vista dell’ arrivo al governo dei barbari gialloblù, ha fatto caricare su un camion gli oggetti ricevuti da capi di Stato e amministratori italiani e stranieri, oggetti che erano conservati nella Capitale, probabilmente nelle stanze di Palazzo Chigi, dove ha risieduto per quasi tre anni. Ebbene quegli oggetti – quadri, tappeti e molto altro – sono stati trasferiti a Rignano sull’ Arno, presso la sede della Eventi 6, l’ azienda di famiglia dei Renzi, e qui sono stati messi a disposizione dei genitori, Tiziano Renzi e Laura Bovoli, ma anche di altri parenti e dei loro collaboratori.

Per esempio gli oggetti più preziosi ed eleganti, secondo la versione di una fonte, sarebbero stati utilizzati per arredare l’ appartamento di Matilde Renzi e del marito Andrea Conticini (indagato a Firenze per riciclaggio nella cosiddetta inchiesta sui fondi Unicef), residenza che si trova proprio sopra gli uffici della Eventi 6. Il magazzino della ditta è diventato una specie di suk dove amici e famigliari entrano ed escono portando via regali di vario tipo con il consenso di babbo (Natale) Renzi.

Molti di questi cadeau hanno inciso sopra il nome del figlio Matteo. Un testimone ci ha riferito che una moneta d’ oro personalizzata sarebbe stata venduta in un Compro oro fuori Provincia per non destare troppa attenzione e avrebbe fruttato 400 euro. Il che fa presumere che avesse un valore ben superiore a quello stabilito dalla legge per i regali che i premier possono conservare per sé.

IL DECRETO PRODI

Le disposizioni che regolamentano la materia sono state introdotte nel 2007 dal governo di Romano Prodi. Il 20 dicembre venne emanato un decreto del presidente del Consiglio dei ministri con l’ obiettivo di disciplinare il trattamento dei cosiddetti doni di rappresentanza ricevuti dai componenti del governo e dai loro congiunti «in ragione dell’ ufficio che ricoprono pro tempore, in occasione di visite ufficiali o di incontri, da parte di autorità o di delegazioni italiane o straniere e che, secondo gli usi di cerimoniale, abbiano carattere protocollare d’ uso e di cortesia».

 Nel decreto è specificato che a partire dal 1° gennaio 2008 i soggetti sopra citati possono trattenere personalmente solo i regali di valore non superiore a 300 euro.

Tutti gli altri vanno restituiti.

Quelli «che, in relazione alla loro tipologia e specificità, possono essere destinati alle sedi ufficiali o di rappresentanza, restano nella disponibilità dell’ amministrazione», gli altri, «di valore superiore a 300 euro, sono destinati dal presidente del Consiglio e dai ministri per iniziative aventi finalità umanitarie, caritatevoli, di assistenza e beneficenza». Chi intenda trattenere i regali che abbiano un valore eccedente l’ importo stabilito è tenuto a versare al dipartimento competente di Palazzo Chigi «la somma di denaro pari alla differenza tra il valore stimato del bene e 300 euro».

Prodi restituì otto gioielli da donna, destinati alla moglie Flavia (due parure d’ oro tempestato di smeraldi, rubini, diamanti, lapislazzuli, zaffiri del valore complessivo di circa 650.000 euro) e un fucile in oro con zaffiri cabochon del valore di 120.000 euro (offerto dagli Emirati). I giornali dell’ epoca parlarono anche di una cassa con palme in un’ oasi, interamente ricoperta con scaglie di oro, e di un vasetto di onice con gazzelle d’ argento. La cassa deve assomigliare a quella ricevuta da Renzi dal sovrano dell’ Arabia saudita il 9 novembre 2015 durante un viaggio in Medio Oriente. Nell’ occasione gli emiri donarono ai membri della delegazione regali assai preziosi e per questo si registrò pure una rissa.

L’ ELENCO

Per la verità, dai tempi del decreto Prodi i premier non hanno brillato per la solerzia nella consegna degli omaggi di rappresentanza. A settembre il deputato di Fratelli d’ Italia Giovanni Donzelli ha richiesto l’ elenco aggiornato.

Nella lista figuravano 19 doni restituiti da Mario Monti (17 mesi e mezzo – 529 giorni – la durata del suo governo), quattro da Enrico Letta (per lui dieci mesi di regno – 300 giorni), 12 da Paolo Gentiloni (in carica per quasi 18 mesi -536 giorni). Non è particolarmente ricco neppure il bottino di Matteo Renzi: 16 regali per 1.024 giorni (34 mesi) di presidenza. In pratica ha depositato in via della Mercede un dono ogni 64 giorni, contro i 28 giorni di media di Monti e i 44 di Gentiloni. Solo Letta ha fatto peggio del fu Rottamatore, con un conferimento ogni 75 giorni. L’ attuale premier Giuseppe Conte starebbe, invece, pensando di organizzare un’ asta con i regali ricevuti e non riutilizzabili dagli uffici della presidenza del Consiglio.

FIORE DI CRISTALLO

Nella lista ci sono anche i doni restituiti dai sottosegretari alla presidenza e dai ministri senza portafogli, tutti sotto l’ egida di Palazzo Chigi.

Per esempio Claudio De Vincenti ha consegnato 22 doni, 16 dei quali ricevuti tra ottobre e dicembre 2017 in veste di ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno del governo Gentiloni e cinque come sottosegretario di Renzi.

Nella lista anche i due regali restituiti da Barbara Lezzi, attuale ministro per il Sud, i due di Maria Carmela Lanzetta (un fiore di cristallo è stato stimato solo 200 euro e quindi poteva essere trattenuto), già ministro degli Affari regionali con Renzi, oltre a quelli depositati (uno a testa) da Enrico Costa (successore della Lanzetta nei governi Renzi e Gentiloni), dall’ ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio (90 euro di Bambin Gesù in resina decorato) e dal pari grado Gianni Letta (governo Berlusconi), il quale ha restituito una riproduzione del breviario Grimani, stimata dagli esperti 15.000 euro, l’ omaggio più costoso in tabella.

In classifica anche l’ ingombrante e un po’ improbabile scultura ricevuta da Renzi in Arabia Saudita, con palme placcate in oro, valutata 1.000 euro.

Ma gli altri doni ricevuti dal Rottamatore e conservati nella cassaforte e nella quadreria di via della Mercede o nel deposito di Castelnuovo di Porto non sono esattamente imperdibili e per lo più provengono da Paesi africani. Ci sono i presenti (pochi) dei privati, come il ventaglio donato da Jack Ma del gruppo Alibaba o il modellino d’ aereo personalizzato consegnato da alcuni imprenditori turchi, ma la maggior parte dei regali viene da presidenti e primi ministri.

IL RITRATTO

Nel caveau ci sono sei impegnativi bicchieri placcati in argento dell’ Azerbaijan, destinati ad abbellire la tavola di Palazzo Chigi, un ritratto un po’ inquietante di fanciulla proveniente dal Mozambico, un portacandele serbo, una ciotola blu cobalto dell’ Afghanistan, un antico vestito e un piatto originari del Ghana, un dipinto con leoni del Kenya, borsa, quadro e sciarpa etiopi. Ma il regalo più appariscente è probabilmente quello del presidente della Repubblica del Congo che ha fatto preparare da una scuola d’ arte un ritratto dell’ ex premier.

Che però non deve averlo apprezzato, visto che Renzi non l’ ha riscattato e la colorata effigie giace in via della Mercede. Ma l’ ex segretario Pd non ha pagato neppure per le decine di presenti che ha portato con sé in Toscana dopo le dimissioni.

La cosa che colpisce è che alcuni di questi abbiano iniziato a girare per Rignano e per i Comuni limitrofi. Per esempio diversi sono finiti nella disponibilità di Carlo Ravasio, quarantanovenne collaboratore dei genitori di Renzi. Un personaggio di primo piano nella saga renziana: già dipendente della Eventi 6 e consigliere delegato della cooperativa Marmodiv, è stato perquisito nella scorsa primavera nell’ inchiesta che vede indagati Tiziano Renzi e Laura Bovoli per bancarotta fraudolenta. La compagna di Ravasio, Simona S., fa la collaboratrice domestica e ha portato almeno sette regali prelevati dal magazzino della Eventi 6 al suo datore di lavoro, un pensionato di un paese a pochi chilometri da Rignano.

Tra gli omaggi uno spadino dei cadetti dell’ Accademia di Modena dal valore non trascurabile (su Internet viene venduto usato tra i 100 e i 200 euro). C’ è poi una piccozza dorata, testimonianza di un viaggio istituzionale in Valle d’ Aosta di Matteo nel 2015. Su un sito specializzato in alpinismo si trova ancora la notizia della consegna: «Il presidente della Regione Valle d’ Aosta Augusto Rollandin ha regalato al premier Matteo Renzi una piccozza d’ oro Grivel, simbolo di eccellenza manifatturiera, nonché simbolo dell’ alpinismo».

La Grivel commentò: «Con questo omaggio siamo orgogliosi di poter rappresentare il Monte Bianco, la nostra regione e l’ alpinismo che qui ha avuto la sua nascita e tanta parte di storia». La piccozza d’ oro viene assegnata ai più grandi alpinisti del mondo e corrisponde un po’ al pallone d’ oro del calcio o agli Oscar del cinema. Su Internet una replica della «piolet d’ or» veniva venduta in saldo a più di 300 euro, ma risulta esaurita. Adesso la piccozza d’ oro, con il nome di Renzi intagliato sul manico, si trova a casa del pensionato.

Chissà come saranno contenti gli amministratori della Regione Val d’ Aosta e della Grivel.

Nella casa dell’ uomo si possono ammirare anche un piccolo tappeto dedicato a Istanbul e un elegante scendiletto in stile persiano sulle tonalità del blu, con impresso il nome di Iznik, città dell’ Anatolia nota per le ceramiche, ma anche per i prodotti tessili. Secondo Simona S. quelli erano omaggi a Renzi del presidente Recep Tayyip Erdogan.

Ma nel piccolo mausoleo ci sono altri oggetti degni di nota: un piatto d’ argento di quasi un chilo con stampigliato un simbolo araldico (uno scudo con il profilo di alcuni monti, sormontato da una corona) e la scultura ricordo del summit sull’ immigrazione della Valletta (Malta) del 2015; un importante evento a cui parteciparono più di 60 rappresentanti di Stati europei e africani e il cui fermacarte ricordo si trova oggi sul comodino di un signore che non ha mai avuto l’ occasione di incontrare personalmente Renzi.

SIGNIFICATO SIMBOLICO

Doveva avere un importante significato simbolico anche la filigrana consegnata all’ ex premier dai dipendenti dei Laboratori nazionali del Gran Sasso, in Abruzzo, una delle quattro sedi dell’ Istituto nazionale di fisica nucleare, oltre che il più grande centro di ricerca sotterraneo al mondo.

Gli scienziati hanno regalato all’ ex premier una riproduzione del rosone centrale della basilica Santa Maria di Collemaggio all’ Aquila. La chiesa è stata danneggiata dal sisma del 2009 e i restauri si sono conclusi nel 2017. Ma evidentemente Renzi non ha colto l’ importanza del presente. Altri omaggi si troverebbero ancora nella sede della Eventi 6 e sembra che i genitori di Renzi abbiano chiesto ai collaboratori, a inventario concluso, di gettare gli avanzi delle strenne nei bidoni dell’ immondizia.

IL PIANO DI CANTONE

Restano diversi interrogativi: che valore hanno gli oggetti di cui l’ ex premier si è appropriato? Costano tutti meno di 300 euro? In questo caso la risposta negativa sembrerebbe scontata, visto che qualche oggetto stimabile intorno a quella cifra è finito nella casa di un pensionato che ha solo la ventura di avere come donna delle pulizie una signora che conosce Tiziano Renzi. È probabile che le suppellettili più preziose abbiano trovato una destinazione meno casuale. In tal caso, averle sottratte al controllo di Palazzo Chigi potrebbe comportare conseguenze?

I dirigenti e dipendenti pubblici, compresi quelli della presidenza del Consiglio, hanno l’ obbligo di non accettare i doni di valore superiore ai 150 euro in base a un «codice di comportamento e di tutela e dignità e dell’ etica» reso stringente dal piano triennale di prevenzione della corruzione messo in atto dall’ Autorità diretta da Raffaele Cantone.

Chi contravviene alle regole, rischia sanzioni disciplinari e amministrative. Chissà se anche gli ex premier sono considerati punibili come tutti i dipendenti pubblici oppure le regole (stabilite dal decreto Prodi) valgono, come quasi sempre, solo per i comuni mortali, mentre i presidenti del Consiglio possono scegliere se rispettarle o meno.

Fonte: DAGOSPIA

Lo Scoop di Espresso – Ecco l’Italia Renziana: il colosso del cemento al crak. Non poteva pagare gli operai, ma poteva affidare una consulenza da 150 mila euro al fratello della Boschi ed una poltrona d’oro a Alberto Bianchi, ex presidente della fondazione Open di Renzi

 

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Lo Scoop di Espresso – Ecco l’Italia Renziana: il colosso del cemento al crak. Non poteva pagare gli operai, ma poteva affidare una consulenza da 150 mila euro al fratello della Boschi ed una poltrona d’oro a Alberto Bianchi, ex presidente della fondazione Open di Renzi

 

Condotte, il colosso del cemento fa crac. E spuntano i contratti d’oro del Giglio di Renzi

Inchiesta della procura di Roma sul fallimento della terza società di costruzioni d’Italia. L’Espresso scopre un contratto fatto dal gruppo (che deve costruire la nuova stazione Tav a Firenze) a Emanuele Boschi, il fratello dell’ex ministro Maria Elena. Mentre gli operai non prendono lo stipendio, per lui consulenza da 150 mila euro. Incarico anche ad Alberto Bianchi, l’ex presidente della fondazione Open Matteo Renzi 

DI EMILIANO FITTIPALDI
Da qualche settimana la procura di Roma sta lavorando a un’indagine giudiziaria che preoccupa, e non poco, un pezzo del potere romano. Al momento non ci sono indagati, ma durante i cocktail e le cene prenatalizie di questi giorni imprenditori, banchieri, dirigenti d’azienda e politici fanno capannelli per tentare di recuperare un retroscena, o uno straccio di informazione attendibile. Anche il Giglio magico, il gruppo di politici fedelissimi vicini a Matteo Renzi, segue con attenzione gli sviluppi. Perché, se i dettagli in circolazione sono pochissimi, tutti sanno che il crac di Condotte per l’Acqua spa, una delle più grandi aziende di costruzioni del paese a un passo dal fallimento, nasconde segreti e scandali che potrebbero fare molto rumore.

Se i pm capitolini e la polizia giudiziaria, in primis il nucleo di polizia tributaria della Guarda di Finanza di Roma, non fiatano, l’Espresso ha lavorato a un’inchiesta autonoma. E nel numero di domenica prossima, attraverso testimonianze ed interviste, la consultazione di alcune relazioni dei commissari straordinari di Condotte spedite in procura, decine di documenti interni della società e delle sue controllate, contratti di consulenza, dossier dell’Anac e carte di altre procure della Repubblica, è in grado di ricostruire – al netto dei possibili e futuri rilievi penali – la storia di uno dei più grandi fallimenti del nuovo secolo.

Che si intreccia, come vedremo, ad alcuni affari d’oro di esponenti di primo piano del cerchio magico dell’ex premier. Come quelli del fratello di Maria Elena Boschi, il giovane Emanuele, e di Alberto Bianchi, consigliere e avvocato di Renzi e per anni numero uno della Fondazione Open.

Entrambi hanno infatti ottenuto contratti di consulenza da due controllate di Condotte, la Inso (che ha firmato il contratto con Boschi attraverso lo studio legale BL, tra i cui partner c’è anche il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi) e la Nodavia spa. Cioè le due società che stanno lavorando alla realizzazione della nuova Tav di Firenze e che, secondo i nuovi commissari, hanno contribuito «in maniera significativa» al crac dell’impero. Committente dell’opera è Rfi, controllata da Ferrovie dello Stato.

Per la cronaca spulciando l’agenda elettronica della proprietaria di Condotte e delle sue controllate, Isabella Bruno Tolomei Frigerio, l’Espresso ha scoperto che ministri ed esponenti del governo Renzi e del governo Gentiloni hanno avuto alcuni appuntamenti con la donna, l’amministratore delegato del gruppo (il marito Duccio Astaldi, arrestato lo scorso marzo per corruzione in un’inchiesta della procura di Messina) e Franco Bassanini. Al tempo presidente del consiglio di sorveglianza di Condotte e pure “consigliere speciale” a Palazzo Chigi prima di Renzi e poi di Gentiloni.

Nodavia firma un contratto a Bianchi, al tempo capo della Fondazione Open, nel 2016. La Inso, controllata da Condotte, decide invece di prendere a bordo Emanuele Boschi, il 35enne fratello di Maria Elena, nel 2018.
Come mai la società che lavora alla Tav di Firenze vuole assumere il giovane professionista? È il 9 maggio quando si riunisce il collegio sindacale della società. La crisi del gruppo è drammatica. Nelle settimane precedenti gli operai del cantiere della Stazione Foster avevano protestato duramente, anche scioperando, perché non gli venivano pagati gli stipendi. Per il giovane Boschi, invece, la Inso è pronta a staccare un assegno a cinque zeri. E da pagare pronta cassa.

Leggendo il verbale della riunione, è chiaro che i membri del collegio sindacale non sono convinti della decisione «dei vertici aziendali» di conferire a Boschi, «che già conosce la società» (aveva dunque avuto altri incarichi in passato?), un expertise legale. Così i sindaci chiedono al cda di selezionare l’esperto «tra una rosa» più ampia «di possibili candidati». Anche allo scopo di risparmiare: i suggerimenti di Romagnoli e Lisi costavano già un sacco di soldi.

Non sappiamo quali sono stati i contendenti di Emanuele per la ricca consulenza, ma è certo che tre settimane dopo, il 31 maggio (ultimo giorno in cui la sorella è a Palazzo Chigi come sottosegretario della presidenza del Consiglio) sarà proprio lui a conquistare l’incarico e la relativa parcella.

L’Espresso ha visionato il contratto, una scrittura privata su carta intestata dello studio BL, i cui tre soci sono lo stesso Boschi, Federico Lovadina e Francesco Bonifazi, altro petalo del Giglio magico e tesoriere del Pd. Vengono elencate le prestazioni, il compenso finale (150 mila euro, a cui aggiungere l’Iva, la cassa di previdenza e spese varie), e la modalità di pagamento. I manager di Inso scrivono che «gli importi fatturati» da Boschi «saranno da pagarsi “a vista fattura”».

Boschi è fortunato: quando va bene, e anche in tempi di vacche grasse, i professionisti vengono in genere pagati a 60 giorni.

Ancor più curiosa, la decisione di Inso, visto il momento drammatico, con operai senza stipendio e il posto a rischio. Forse anche per questo l’ultimo articolo del contratto evidenzia una severa clausola di riservatezza: «Inso si obbliga a non divulgare a terze parti il contenuto del presente conferimento d’incarico, che riveste carattere di riservatezza per espressa pattuizione delle parti».

“Oggi come ieri chi detiene il potere sostiene che il giornalismo sia finito e che meglio sarebbe informarsi da soli. Noi pensiamo che sia un trucco che serve a lasciare i cittadini meno consapevoli e più soli.

Questa inchiesta che state leggendo ha richiesto lavoro, approfondimento, una paziente verifica delle fonti, professionalità e passione. Tutto questo per noi è il giornalismo. Il nostro giornalismo, il giornalismo dell’Espresso che non è mai neutrale, ma schierato da una parte sola: al servizio del lettore.

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CHI DI NERO FERISCE, DI NERO PERISCE… Renzi attaccava Di Maio per operai pagati in nero dal padre, ma ecco che salta fuori che lui ed il padre hanno fatto molto di peggio… Ma le Iene queste cose qui mica possono dirle…

Renzi

 

 

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CHI DI NERO FERISCE, DI NERO PERISCE… Renzi attaccava Di Maio per operai pagati in nero dal padre, ma ecco che salta fuori che lui ed il padre hanno fatto molto di peggio… Ma le Iene queste cose qui mica possono dirle…

Lo ammettiamo, La Verità, il quotidiano fondato e diretto da Maurizio Belpietro, non è il massimo come fonte attendibile, ma dato che su buona parte dei media vige l’obbligo di silenzio imposto dal regime di Renzi, ci dobbiamo accontentare…

La Verità, il racconto dell’ex distributore di giornali nell’azienda di Tiziano Renzi: ‘Mai visto un contratto’

La Verità, quotidiano fondato e diretto da Maurizio Belpietro, oggi riporta in prima pagina il racconto di Andrea Santoni, ex distributore di giornali nell’azienda di Tiziano Renzi.

Santoni, si legge sul sito web de La Verità, ha affermato: “Suo figlio ci portava le copie da vendere ai semafori, poi ritirava gli incassi. A noi restava una quota. Mai visto un contratto”. La storia è stata confermata da un altro ex dipendente, spiega Giacomo Amadori, che ha realizzato l’inchiesta.

Secondo Belpietro, Matteo Renzi, attaccando Di Maio sulla vicenda che riguarda il padre, si è lanciato l’ennesimo boomerang:

“Chissà che cosa aveva in mente Renzi quando lunedì è zompato sul caso del papà di Di Maio. Dopo aver visto il servizio delle Iene dedicato al genitore del vicepremier a 5 Stelle, l’ex segretario del Pd aveva dato fuoco alle polveri,” scrive il giornalista nel suo editoriale di oggi.

insomma… CHI DI NERO FERISCE, DI NERO PERISCE… ed ennesima figura di merda inanellata da Renzi…