La verità che nessuno vi racconta: Le multinazionali straniere in Italia si stanno prendendo tutto o stanno chiudendo tutto!

 

 

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La verità che nessuno vi racconta: Le multinazionali straniere in Italia si stanno prendendo tutto o stanno chiudendo tutto!

“Occorre trovare un nuovo compratore”; c’è una “azienda straniera interessata a rilevare l’impianto”; “alcuni reparti possono salvarsi”. Sono queste le parole che ormai sentiamo ripetere sistematicamente e falsamente sia davanti ai cancelli delle fabbriche in crisi sia nei tavoli al Ministero dello Sviluppo Economico. E’ una perversione che i dati dimostrano non essere praticabile né indicare una soluzione adeguata alle esigenze di lavoratrici, lavoratori e della stessa economia del nostro paese.

Nel 2005 le imprese italiane partecipate o controllate da società straniere erano 2.551 e occupavano 520mila dipendenti. Nel 2018 sono salite a 3.519 (+38%) e gli occupati sono diventati 568mila (+10%). Il fatturato di queste aziende passate in mano o partecipate da società estere, nello stesso periodo, è salito da 470 e 507 miliardi di euro.

Analizzando i settori manifatturieri in cui è cresciuto il controllo da parte di multinazionali estere, possiamo vedere come nella metallurgia gli occupati sono passati dai 130mila del 2015 ai 160mila del 2018. Più che raddoppiati invece i dipendenti di aziende estere in un settore come tessile, abbigliamento, calzature che sono passati dai 12mila del 2015 ai 27mila del 2018.

Ma chi sono i cosiddetti investitori stranieri ai quali da anni si sta consegnando una parte consistente del sistema industriale nel nostro paese? Secondo il Sole 24 Ore sono fondi diprivate equity, grandi gruppi globali e più di recente anche piccole imprese multinazionali, che oggi controllano in Italia più di 3.500 aziende e più di mezzo milione di lavoratori e lavoratrici.

Tra i sistemi adottati dalle grandi e piccole multinazionali straniere che mettono le mani sulle industrie o le aziende italiane, vi è quello dello “spacchettamento”. Di una società ne fanno due, si tengono quella che coincide con i reparti che vanno meglio e si lascia andare quella in cui sono stati affibbiati i reparti o le produzioni con minori possibilità di stare sul mercato.

Oppure si tengono la parte produttiva ma esternalizzano i servizi e la logistica cercando nuovi azionisti.

In altri casi ancora praticano invece il “cannibalismo industriale”: acquisiscono una azienda italiana, la chiudono e si prendono direttamente con i loro prodotti la sua fetta su un mercato di 60 milioni di consumatori. Se guardiamo alla chimica-farmaceutica, e non solo, possiamo trovare moltissimi di questi esempi di vera e propria pirateria.

Spesso le multinazionali straniere scappano via dopo aver prosciugato tutti gli incentivi che lo Stato ha messo, e continua ad apparecchiare sulla tavola, per “invogliare” gli investimenti esteri: sconti fiscali e previdenziali, sconti sull’energia, sconti sulla ristrutturazione etc.

I più recenti sono i casi della Whirlpool, della Jabil o della Beckaert. Se andiamo più indietro possiamo ricordare l’Alcoa o la Videocon. Nè appare possibile ignorare la pretesa della “immunità” avanzata dalla ArcelorMittal per continuare a tenere aperta l’Ilva. I padroni indofrancesi dell’Ilva forse ignorano che in Italia possono dormire sonni tranquilli, esattamente come quelli che continua a farsi Gerard Priegnitz, il padrone tedesco condannato per il rogo e la strage operaia alla ThyssenKrupp di Torino.

Le conseguenze di questa sistematica svendita del patrimonio industriale alle multinazionali straniere ha prodotto anche una sua narrazione pubblica, troppo spesso strumentale e smobilitante.

Gli operai delle fabbriche che chiudono, intervistati o usati come coreografia nei talk show televisivi, sono sempre quelli disperati o sconfitti. Quasi mai o raramente compaiono operai o operaie che hanno vinto la loro battaglia o rivendicano soluzioni radicali come la nazionalizzazione della fabbrica.

In altri casi c’è una nicchia cinematografica che ha cercato di dare una immagine diversa. C’è un magnifico film di Michele Placido, “Il posto dell’anima”, che racconta benissimo le vicissitudini di una fabbrica di pnemumatici finita in mano ad una multinazionale. Per altri aspetti anche l’altro film “Sette minuti”, spiega meglio di qualsiasi documento politico, il calvario e le umiliazioni delle lavoratrici e lavoratori che si trovano di fronte alla “alternativa del diavolo”: accettare qualsiasi condizione e tenere aperta la fabbrica o rifiutare ricatti spesso inaccettabili.

Molto spesso anche la prima soluzione si rivela fallace. I prenditori delle grandi o piccole multinazionali straniere appena possono – spesso dopo aver incassato tutto quello che lo Stato italiano gli ha messo a disposizione – chiudono e se ne vanno, lasciando i dipendenti in mezzo alla strada e i capannoni abbandonati. Di storie così ne abbiamo viste, raccontate e contrastate a centinaia in questi anni.

Il ragionamento e l’obiettivo delle nazionalizzazioni, punta proprio a spezzare questo meccanismo di rapina e di spoliazione del sistema industriale nel nostro paese da parte delle multinazionali straniere.

Occorre dirselo con franchezza e dirlo anche ai lavoratori delle fabbriche chiuse o a rischio chiusura: le soluzioni di mercato, i “nuovi compratori” sono, nella migliore ipotesi, congiunturali. Se si vuole pensare e progettare sul futuro occorre imporre l’intervento pubblico nella gestione del sistema industriale, prima che diventi solo oggetto di scorrerie, cannibalismo o cimitero di capannoni e impianti.

fonte: http://contropiano.org/news/news-economia/2019/07/05/le-multinazionali-straniere-in-italia-si-stanno-prendendo-o-chiudendo-tutto-0117020?fbclid=IwAR0QR3m0Ppl5gkh6fH91S9fbkayrHXH9z_pN31gPVVOqJiWDP-RBO97JcZo

La flat tax è un imbroglio dei ricchi ai danni dei poveri… Dico a te, coglione, che guadagni € 15.000. Tu paghi già il 23%…! Chi guadagna € 200.000 paga il 43%! Hai capito, coglione, le tasse non le tolgono a te, ma ai ricchi! E quello che risparmiano i ricchi lo pagherai TU con l’aggravio dei costi sociali

 

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La flat tax è un imbroglio dei ricchi ai danni dei poveri… Dico a te, coglione, che guadagni € 15.000. Tu paghi già il 23%…! Chi guadagna € 200.000 paga il 43%! Hai capito, coglione, le tasse non le tolgono a te, ma ai ricchi! E quello che risparmiano i ricchi lo pagherai TU con l’aggravio dei costi sociali

Ci scusiamo per epiteto coglioni che ovviamente è rivolto (a giusta ragione) per chi crede a quello che sostiene Salvini & C. Con questi ultimi ci dovremmo scusare anche per il termine “epiteto”, ma non abbiamo intenzione di farlo…

Sulla Flat Tax ci sarebbe tanto da dire… Ma vogliamo essere sintetici. Un unico semplice esempio per capire quanto ti stanno prendendo per i fondelli…

Reddito 1.000.000 di € anno.

Oggi con l’aliquota al 43% pago 430.000 € (grossomodo, qualcosa in meno per gli scaglioni)

Domani – con flat tax al 23% pagherò 230.000 € di tasse.

Reddito di 15.000 € anno.

Oggi con l’aliquota al 23% pago 3.450 €

Domani – con flat tax  pagherò 3.450 € di tasse

Sulla Flat Tax il palazzo della politica sta dando il peggio di sé e come al solito la parola inglese serve a nobilitare la fregatura, come con il Jobsact.

Lega, Cinquestelle, PD, Forza Italia partono tutti dallo stesso punto di vista: bisogna ridurre le tasse. Nessuno di loro si pone la domanda di fondo: a chi va la riduzione delle tasse e chi la paga?

Non si pongono questa domanda perchè è scomoda. Tutte le principali forze politiche seguono l’ideologia liberista reazionaria di Ronald Reagan secondo la quale le tasse sono il male, quelle per i ricchi e le imprese il peggio, quelle che finanziano lo stato sociale il peggio del peggio.

La Flat Tax era il programma del presidente USA che negli anni 80 ha guidato e imposto, assieme alla Thatcher, quell’aggressione mondiale ai diritti sociali e del lavoro che oggi chiamiamo globalizzazione. Essa si fonda sulla teoria di uno dei più immeritati premi Nobel della storia, l’economista Laffer, che si era inventato una curva matematica secondo la quale meno tasse avessero pagato i ricchi, più lo stato avrebbe incassato per la crescita delle attività e la riduzione della evasione fiscale.

La riduzione delle tasse ai ricchi ha prodotto negli Stati Uniti privilegi fiscali scandalosi, basta guardare la misera quantità di imposte che oggi pagano i super miliardari e le loro imprese multinazionali. Nello stesso tempo i lavoratori ed i poveri hanno pagato dieci volte sul terreno dei servizi sociali quel poco che sono riusciti a ricevere come riduzione delle tasse.

In italia abbiamo una gigantesca evasione fiscale di 120 miliardi annui, agevolata da tutti i governi degli ultimi trent’anni, senza distinzione alcuna.

Casa, scuola, sanità, servizi sociali, queste sono oggi le voci di un bilancio sociale sempre più in passivo per la maggioranza della popolazione. Chi vuole abbassare le tasse a tutti vuole proseguire nella privatizzazione di tutto ciò che dovrebbe essere pubblico ed accessibile gratuitamente alla grande maggioranza della popolazione. Non a caso un vice ministro leghista si è “ricordato” che lo stato possiede 400 miliardi di edifici “non valorizzati”.

Oggi si promettono 50 euro al mese in meno di tasse a lavoratori e pensionati in cambio di un aggravio di dieci volte almeno di costi sociali.

Questo è il grande imbroglio verso i poveri della riduzione delle tasse: la mano che dà è piccola piccola, quella che riprende è enorme. E alla fine i soli che ci guadagnano davvero sono i ricchi.

Ora Salvini dice che la Flat tax sarebbe solo per chi ha meno di 50.000 euro annui di reddito. IMBROGLIA, vuole cominciare da lì, ma vuole arrivare molto più in alto, perché questo è lo scopo vero. Di Maio risponde che bisogna aiutare le famiglie, quindi parla d’altro e alla fine sarà d’accordo. Il PD dice che non ci sono i soldi, come sempre assieme a Forza Italia, ma non contesta la proposta in sé, anzi.

Tutte le posizioni del palazzo sulla Flat Tax sono solo diverse versioni della stessa destra liberista. Diverse versioni che assieme ignorano l’articolo 53 della Costituzione, che impone la PROGRESSIVITÀ del fisco.

Bisogna redistribuire la ricchezza con più tasse ai ricchi e meno ai poveri ai lavoratori e ai pensionati, con la lotta all’evasione fiscale, con il prevalere del pubblico sul mercato. Insomma con l’esatto contrario di ciò che si fa da trent’anni e che la Flat Tax vuole portare alle estreme e più feroci conseguenze…

Incredibile ma vero – Ecco cosa ci ha regalato 20 anni di Euro: ogni tedesco ha guadagnato 23 mila euro, ogni italiano ne ha persi 75 mila…!

 

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Incredibile ma vero – Ecco cosa ci ha regalato 20 anni di Euro: ogni tedesco ha guadagnato 23 mila euro, ogni italiano ne ha persi 75 mila…!

Grazie alla moneta unica in 20 anni ogni tedesco ha guadagnato 23 mila euro, ogni italiano ne ha persi 75 mila

Report del think tank tedesco Cep sui vincitori (Germania e Olanda) e i vinti (Italia e Francia) della moneta unica “oggi più controversa che mai”

Da quando c’è l’euro, ogni cittadino tedesco ha guadagnato in media 23mila euro, ogni italiano ne ha persi 74mila. La Germania è “di gran lunga” il Paese che più ha tratto profitto dall’entrata in circolazione della moneta unica, l’Italia quello che ci ha rimesso di più. Nel suo ventesimo anniversario, l’euro si mostra in tutta la sua controversa natura di generatore di diseguaglianze. È quanto emerge dal rapporto “20 anni di Euro: vincitori e vinti”, del think tank Cep (Centre for European Policy) di Friburgo. Secondo lo studio, il problema della competitività tra i vari Paesi dell’eurozona “rimane irrisolto e “deriva dal fatto che i singoli paesi non possono più svalutare la propria valuta per rimanere competitivi a livello internazionale”. Dall’introduzione dell’euro, un’erosione della competitività internazionale ha portato “a una minore crescita economica, a un aumento della disoccupazione e al calo delle entrate fiscali. La Grecia e l’Italia, in particolare, stanno attualmente attraversando gravi difficoltà a causa del fatto che non sono in grado di svalutare la propria valuta”.

CEP
Impatto dell’introduzione dell’euro sulla prosperità per abitante e complessiva dal 1999 al 2017

I numeri. Lo studio ha verificato quanto sarebbe stato alto il Pil pro capite, se i Paesi non avessero introdotto l’euro. La Germania, dal 1999 al 2017 avrebbe guadagnato complessivamente 1.893 miliardi di euro, pari a circa 23.116 euro per abitante. Anche i Paesi Bassi hanno guadagnato circa 346 miliardi, e cioè 21mila euro pro capite. Nella maggior parte degli altri Stati si sarebbero registrate invece delle perdite: in Italia, lo Stato che più ne ha risentito, addirittura di 4300 miliardi, pari a 73.605 euro pro capite. In Francia, le perdite ammonterebbero a circa 3.591 miliardi, pari a 55.996 euro pro capite.

Nel 2017, per esempio, il Pil tedesco è aumentato di 280 miliardi di euro e il Pil pro capite di 3.390. L’Italia ha perso di più di tutti. Senza l’euro, calcolano i ricercatori del Cep, il Pil di Roma sarebbe stato più alto di 530 miliardi di euro, che corrisponde a 8.756 euro pro capite. Anche in Francia l’euro ha comportato significative perdite di benessere per 374 miliardi di euro complessivi, che corrispondono a 5.570 euro pro capite.

Nel dettaglio, la Germania ha beneficiato dalla sua appartenenza all’eurozona ogni anno, esclusi il 2004 e il 2005. I profitti maggiori si sono dispiegati soprattutto durante la crisi del 2011. Quanto all’Italia, “in nessun altro Paese tra quelli esaminati l’euro ha portato a perdite così elevate di prosperità”. E aggiunge il report: “L’Italia non ha ancora trovato un modo per diventare competitivo all’interno dell’eurozona. Nei decenni prima dell’introduzione dell’euro, l’Italia svalutava regolarmente la propria valuta con questo scopo. Dopo l’avvento dell’euro non è stato più possibile. Invece, erano necessarie riforme strutturali. La Spagna mostra come le riforme strutturali possono invertire la tendenza negativa”.

CEP
Cep

 

 

fonte: https://www.huffingtonpost.it/2019/02/25/grazie-alla-moneta-unica-ogni-tedesco-ha-guadagnato-23mila-euro-ogni-italiano-ne-ha-persi-75mila-lo-studio-del-cep_a_23677356/

La Germania non acquisterà gli F-35: sono un bidone e costano troppo… Invece l’Italia li acquisterà per non dare un dispiacere agli amici americani. E chissenefrega se proprio noi l’alternativa ce l’abbiamo: l’Italianissima Alenia produce caccia leggeri molto più utili ed economici.

 

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La Germania non acquisterà gli F-35: sono un bidone e costano troppo… Invece l’Italia li acquisterà per non dare un dispiacere agli amici americani. E chissenefrega se proprio noi l’alternativa ce l’abbiamo: l’Italianissima Alenia produce caccia leggeri molto più utili ed economici.

La notizia è stata riportata a fine gennaio dal blog di Thomas Wiegold, un esperto tedesco di difesa: «la vecchia flotta di Tornado della Luftwaffe sarà sostituita da caccia europei Eurofighter o dagli F/A-18 statunitensi. Una sostituzione con i cacciabombardieri F-35 non è prevista».

La fonte della notizia è più che autorevole: il ministero della Difesa tedesco che, nell’aprile 2018, aveva informato di una gara con quattro concorrenti, di cui un europeo (l’Eurofighter, prodotto dalla franco-tedesca Airbus) e tre americani (gli F-35A di Lockheed Martin, gli F-15E e gli F/A-18E/F, entrambi di Boeing). Ora i soggetti in lizza sono rimasti solo due: Eurofighter e Boeing.

I nuovi aerei, che sostituiranno 85 Tornado della Panavia (una joint venture Airbus, la britannica BAE Systems e l’italiana Leonardo), dovranno entrare in funzione dal 2025 e, come i Tornado, dovranno essere abilitati al trasporto di testate nucleari. Il tutto per un periodo ponte di 15 anni. Nel 2040, infatti, dovrebbero essere pronti i nuovi caccia del sistema franco-tedesco FCAS (Future Combat Air System), a cui ha aderito recentemente anche la Spagna.

Motivi geopolitici contro gli F-35

I motivi per l’uscita di scena degli F-35 sono molteplici e di natura squisitamente geopolitica. «La Luftwaffe (l’aviazione tedesca, ndr), in realtà, li avrebbe preferiti, perché sono i velivoli più moderni dal punto di vista tecnico, anche se hanno ancora una serie di problemi seri da risolvere e sono molto cari», spiega a Valori.it Otfried Nassauer, direttore di BITS (Centro di Informazione Berlinese per la Sicurezza Transatlantica). «Anche gli Stati Uniti ci speravano, sia per la probabile entità della commessa sia perché l’Eurofighter, al momento, non è certificato per trasportare bombe nucleari e, in base a stime USA, saranno necessari almeno dieci anni per ottenere la certificazione. E quindi si andrebbe oltre il 2025».

Poi, però, hanno prevalso gli interessi dell’alleanza tra Germania e Francia, recentemente rinnovata nel gennaio del 2019 con il Trattato di Acquisgrana.

«Se la Germania si fosse decisa per gli F-35», continua Nassauer, «dal punto di vista dei francesi sarebbe stata la fine del progetto FCAS, perché gli F-35 sono un aereo di nuova generazione e di estrema complessità, che avrebbe portato a una sostituzione di lungo termine e non sarebbe stato adatto a una soluzione provvisoria. Alla fine sarebbe rimasto in corpo alla Luftwaffe per decenni, quindi molto più a lungo dei 15 anni richiesti».

La Luftwaffe ha fretta di spendere

Siamo di fronte a una situazione intricata, nella quale l’aviazione tedesca si è buttata da sola. «Nel 2016 fu incaricata di elaborare un piano per utilizzare i Tornado fino al 2035», continua Nassauer. «Non sarebbe stato assolutamente un problema, né per le fusoliere né per i propulsori. E allungando la durata non sarebbe stata necessaria una soluzione transitoria.

Ma la Luftwaffe ha visto la possibilità di beneficiare delle maggiori risorse finanziarie previste con l’attuale aumento delle spese militari tedesche e così ha deciso di anticipare il programma di rimpiazzo dei Tornado al 2025. Alla fine è possibile che, per motivi tecnici e di budget, i Tornado siano comunque mantenuti in funzione, magari sostituendo i velivoli più vecchi con altri Eurofighter, che si aggiungerebbero a quelli che dovranno essere comunque ordinati per rimpiazzare la prima tranche di Eurofighter in dotazione all’esercito tedesco, che non può più essere aggiornata».

L’Italia non molla

Se la Germania dice addio agli F-35, l’Italia ha invece deciso di andare avanti con il programma che prevede l’acquisto di 90 velivoli, di cui 11 già consegnati e operativi. Per il prossimo quinquennio dovrebbero esserne acquistati però solo sei sui dieci previsti, per cercare di contenere le critiche che provengono dalla base del M5S, delusa dal dietrofront della dirigenza del partito. Delusione comprensibile perché attorno velivoli da guerra si era svolta una delle battaglie retoriche, almeno fino a quando erano all’opposizione.

Fino a poco tempo fa, ad esempio, Alessandro Di Battista aveva definito i super-cacciabombardieri «strumenti di morte», fino ad auspicare un blocco totale degli acquisti per dirottare le risorse «verso programmi per salvare vite (dei migranti, ndr) in mare». “Niente F35 e soldi per i migranti in mare”. Così parlava Di Battista nel 2015

I tempi, intanto, sono cambiati radicalmente. I migranti vengono lasciati affogare nell’indifferenza generale e l’Italia continua ad aderire al «più costoso programma aeronautico della storia», per un velivolo che, come ha dimostrato una recente analisi tecnica della rivista specializzata Popular Mechanics, potrebbe essere ricordato come «uno degli aerei da guerra più derisi della storia».

In proposito Vi ricordiamo un articolo che abbiamo pubblicato 2 anni fa:

L’alternativa agli F-35? C’è, ma è tabù: l’Italianissima Alenia produce caccia leggeri molto più utili ed economici. Ma i nostri politici imbarazzati, inetti, servili e lecchini non darebbero mai un dispiacere ai padroni Americani!

Ce la meritiamo tutta, la recessione. E il peggio deve ancora arrivare

 

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Ce la meritiamo tutta, la recessione. E il peggio deve ancora arrivare…

Abbiamo speso tutti i soldi e la credibilità che avevamo per misure inutili. Ci siamo convinti di una crescita che non ci sarebbe stata. E adesso che arriva la gelata, dovremo tagliare la spesa e aumentare le tasse, mentre gli altri Paesi europei faranno il contrario. Peggio non si poteva fare

È inutile che fate finta di niente, lo sapevate.
Sapevate benissimo che il governo diceva palle, quando raccontava che il Pil sarebbe cresciuto dell’1,5%, che fosse un denominatore farlocco messo lì solamente a far quadrare i conti di un deficit che si era deciso dovesse essere del 2,4%.
Sapevate benissimo che nella legge di bilancio non c’era nessun magico moltiplicatore in grado di far accelerare l’economia italiana, che Quota 100 non avrebbe prodotto nuova occupazione giovanile e che il reddito di cittadinanza non avrebbe ridato slancio ai consumi italiani, o viceversa.
Sapevate benissimo anche che le questioni dell’economia italiana, dalla produttività stagnante alla sotto-occupazione femminile, dall’opprimente pressione fiscale alla folle burocrazia italiana rimanevano tutte lì, sul tappeto, come se non fossero nemmeno problemi.
Sapevate benissimo, pure, che l’economia globale stava rallentando, a causa di guerre commerciali che avevate auspicato, di dazi americani alle importazioni cinesi che avevate benedetto e invidiato, di un rallentamento dell’export tedesco che avevate addirittura festeggiato, tanto eravate convinti fosse la causa dei mali italiani.

Quota 100 ci costerà 40 miliardi, da qui al 2026. Dove li troviamo quei soldi? O meglio: ha senso trovarli, mentre ci toccherà aumentare le tasse o tagliare altrove?

Sapevate tutto, e avete continuato a far finta di nulla. A dire che le fosche previsioni sulla crescita dell’economia italiana fossero fasulle, create ad arte per indebolire il governo del cambiamento. A raccontarvi che se le agenzie di rating bocciavano la manovra del popolo era un bene, che non avevano mai capito nulla di economia. Che a tirare le fila dello spread fossero le cancellerie europee, quella tedesca in primis. Che fosse tutto un gigantesco complotto ordito dalle solite élite globali – le stesse che ci mandano i migranti, ovviamente -, che appena la nebbia della disinformazione si fosse diradata ci saremmo trovati nel bel mezzo del nuovo boom economico italiano. Pure Paolo Savona l’aveva detto, del resto: altro che uno e mezzo, si può crescere pure del 2% o del 3%.

E invece l’1,6% è diventato 1%, e poi 0,6%, stando alle stime di Bankitalia e del Fondo Monetario Internazionale. Stime fin troppo ottimistiche, visto che l’Istat ha certificato un calo del Pil sia nel terzo che nel quarto trimestre dell’anno e che, tecnicamente, siamo già in recessione.
Certo, chi più chi meno, le stanno tagliando tutti, le loro aspettative di crescita. Ma gli altri, con ogni probabilità, mitigheranno il crollo con interventi di sostegno agli investimenti e alla domanda interna. Tradotto, promuoveranno investimenti pubblici, abbasseranno le tasse. Noi invece, no. Ed è questo il vero grande problema italiano.
Che il peggio deve ancora arrivare.

Che abbiamo buttato nel cesso un mare di soldi, tutti i nostri margini di flessibilità e tutta la residua credibilità che avevamo in Europa per provvedimenti che non servono a nulla, forse nemmeno a far crescere i consensi di Lega e Cinque Stelle in vista delle elezioni europee. Che le abbiamo finanziate con clausole di salvaguardia da 25 miliardi e con previsioni clamorosamente errate da obbligarci, forse ancora prima dell’autunno a una brusca correzione di rotta. Che vuol dire tasse e tagli alla spesa nel bel messo di una fase recessiva del clclo economico. Tanto per essere chiari: Quota 100 ci costerà 40 miliardi, da qui al 2026. Dove li troviamo quei soldi? O meglio: ha senso trovarli, mentre ci toccherà aumentare le tasse o tagliare altrove?

Tutto quel che non si doveva fare l’abbiamo fatto, insomma. E l’abbiamo fatto solamente per evitare di fare quel che avremmo dovuto fare: tagliare il debito e la spesa corrente, abbassare le tasse, investire nella scuola e nelle infrastrutture. Da qui in poi, tutto quel che verrà, ce lo siamo meritato, e non sarà colpa di nessuno, se non nostra.
Buona recessione, Italia.

fonte: https://www.linkiesta.it/it/article/2019/01/31/ce-la-meritiamo-tutta-la-recessione-e-il-peggio-deve-ancora-arrivare/40937/

Buon compleanno Euro: vent’anni di guai, ma non per tutti. Ha distrutto imprese e famiglie, la povertà dilaga ed i suicidi neanche si contano più, ma c’è chi festeggia… Lobby, multinazionali e alta finanza brindano alla nostra faccia e sulla nostra pelle!

 

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Buon compleanno Euro: vent’anni di guai, ma non per tutti. Ha distrutto imprese e famiglie, la povertà dilaga ed i suicidi neanche si contano più, ma c’è chi festeggia… Lobby, multinazionali e alta finanza brindano alla nostra faccia e sulla nostra pelle!

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su Libero, 02/01/2019

L’euro è stato un disastro per i Paesi del Sud Europa e in particolare per l’Italia, ma non tanto – come spesso si sente dire – perché non ha consentito di svalutare come ai tempi della Lira. In realtà l’euro è stato ed è un meccanismo per gonfiare il credito e il debito delle famiglie e delle imprese e poi anche degli Stati e delle banche. La prova è che negli anni della moneta comune l’indebitamento dell’economia nel suo complesso è esploso, al punto che il rimborso del debito e degli interessi (complessivamente, da parte di famiglie, imprese, Stato) è arrivato al 70% del PIL! Questo è il vero motivo per cui il sistema dell’euro ha provocato la stagnazione economica in gran parte d’Europa e la depressione in Italia.

L’euro, sotto la cortina fumogena dei famosi limiti al debito pubblico, in realtà è un meccanismo per far crescere il debito privato (di famiglie, imprese e banche) e poi alla fine anche quello pubblico.

Grazie all’euro il potere economico vero è passato dagli Stati alle grandi banche e alla finanza (e alla Banca centrale che le protegge). Ma procediamo con ordine.

Noi non lo ricordiamo, ma prima dell’introduzione della moneta comune la produzione industriale cresceva in Italia di più che in Germania e in linea con la Francia. Dopo il 2000 sia la Francia che la Germania hanno prima rallentato e poi smesso di crescere. L’Italia ha perso fino al -23% di produzione dal picco del 2007 fino al minimo causato dall’austerità di Monti nel 2013 e anche ora ha recuperato molto poco.

La Francia ha perso meno, ma è stata comunque distanziata dalla Germania. Partendo dal 1990 (usandolo come base uguale per tutti a 100) si ha che la Germania è oggi a 130, la Francia a 100 e l’Italia a 88. L’euro è stato un disastro per l’economia italiana (e anche francese). Ci sono stati negli anni dell’euro ovviamente anche altri fattori concomitanti, come l’apertura alla Cina nel 2001, ma l’interscambio con la Cina anche oggi è una quota del PIL intorno al 2% in eurozona, per cui è difficile sostenere che abbia causato un crollo della produzione industriale del 20%.

IL CROLLO

Il crollo della produzione è stato dovuto invece a due fattori. In primo luogo la tassazione che per entrare nell’euro è stata aumentata pesantemente e poi di nuovo aumentata dopo il 2011 con Monti (sempre per evitare un default del debito in euro dato che non si poteva svalutare). Il peso della tassazione sul PIL è aumentato dal 1998, quando è iniziata la “convergenza” all’euro, di 5 punti percentuali. Prima della moneta comune questo non era necessario perché lo Stato poteva, se necessario, anche finanziare i deficit emettendo moneta e non tassando, come fanno in Giappone dove il debito pubblico è il doppio del nostro.

In secondo luogo c’è stato il crollo verticale dopo il 2008 del credito alle imprese che è stato tagliato da 910 a 710 miliardi, un crollo del credito mai verificatosi in tempo di pace. Questa contrazione violenta del credito a sua volta ha provocato il crollo degli investimenti del 30%.

La tassazione soffocante e il taglio drastico del credito hanno comportato il crollo degli investimenti che però poi a sua volta ha comportato la perdita di produttività, dato che per aumentarla occorrono investimenti (in macchinari, software, ricerca…).

Come mai allora non c’è stata una rivolta contro l’euro, se è stato così negativo per l’economia industriale? Perché l’euro è stato invece un grosso affare per l’economia finanziaria. Questo è il fatto che sia gli apologeti sia i critici dell’euro non notano quasi mai. Con l’arrivo dell’euro c’è stata un esplosione del credito (e quindi del debito), che è raddoppiato da 5 mila a 10 mila miliardi e si riversato sugli immobili gonfiando la bolla immobiliare fino al 2008 e poi sul credito al consumo e sugli investimenti finanziari e speculazione (incluse fusioni e acquisizioni).

Mentre tutti parlavano sempre del famoso deficit e debito pubblico in realtà esplodeva il debito privato. Come mai? Innanzitutto dal Trattato di Maastricht del 1992 in poi si è impedito formalmente ai governi di emettere moneta. Di conseguenza tutto l’aumento del denaro nell’economia è avvenuto solo tramite il credito e quindi l’emissione di debito. Se imponi di ridurre i deficit pubblici e poi di finanziarli con debito, il risultato è che arrivano meno soldi nell’economia privata dallo Stato e quei soldi vengono tutti riassorbiti per comprare titoli di stato emessi.

LE BANCHE

In questo modo l’unica creazione di denaro per l’economia avviene tramite le banche, i cui bilanci in pochi anni sono raddoppiati. Questo accumulo di debito per le imprese e le famiglie però non poteva continuare all’infinito, anche perché era in gran parte improduttivo, finiva soprattutto negli immobili. Nell’eurozona solo un quarto del credito finisce alle imprese, cioè è credito produttivo, i tre quarti vanno a finanziare immobili, credito al consumo e investimenti finanziari vari. Basta pensare che le banche francesi avevano comprato quasi 300 miliardi di Btp. La bolla immobiliare si è gonfiata ovunque (tranne che in Germania), in particolare in Irlanda e Spagna, ma anche in Italia, fino a quando c’è stato il crac nel 2008 simultaneamente in America ed Europa.

Nel 2008 è scoppiata la crisi finanziaria globale che tutti ricordiamo innescata da Lehman, la crescita del credito si è incagliata, ci sono stati default e buona parte delle banche (in America e Europa) sono state salvate dai governi. In Italia a causa dei vincoli sul deficit pubblico lo Stato non è intervenuto a tappare i buchi delle banche e queste, oberate da investimenti e prestiti immobiliari, hanno tagliato indiscriminatamente il credito alle imprese. Dato che in tutto il mondo occidentale veniva a mancare liquidità e le banche erano tutte in crisi queste hanno di colpo liquidato i titoli di stato creando la “crisi dello spread”.

Le banche estere con l’euro avevano infatti comprato la maggioranza dei Btp facendo enormi guadagni in conto capitale, perché con i rendimenti che scendevano dal 6-7% al 3-4% ovviamente i prezzi dei Btp aumentavano. Nel 2008 dato che il mercato finanziario era paralizzato da perdite su derivati di mutui in America e da perdite su immobili in Irlanda o Spagna le banche hanno tutte tagliato di colpo provocando il cedimento delle quotazioni dei Btp. Dato che lo Stato italiano non poteva intervenire tramite Banca d’Italia per calmierare il mercato come faceva prima dell’euro, i BTP hanno perso un 20% circa e questo è stato usato come pretesto per invocare le dimissioni di Berlusconi e installare Monti che ha imposto più austerità, vale a dire più tasse. Monti – per salvare l’euro – ha dato il colpo di grazia all’economia produttiva provocando un crollo della domanda interna del 10% circa e a sua volta poi un ulteriore taglio del credito alle imprese in difficoltà.

IL PUNTO

Come si vede in tutta questa discussione il tasso di cambio della Lira o dell’euro non è menzionato, perché non è in realtà importante. Quello che conta veramente è quanto denaro circola nell’economia e se viene creato tutto come debito e infine se viene usato per scopi produttivi o per finanziare immobili, investimenti finanziari e speculazioni.

Con la moneta unica le banche hanno avuto via libera innanzitutto per fondersi sempre di più e poi per far esplodere il credito improduttivo, quello che va a immobili, credito al consumo e investimenti finanziari come comprare titoli greci o italiani o turchi. È vero che le banche hanno fatto crac ovunque, anche quelle inglesi, svizzere o americane perché non era un problema solo dell’Euro, ma di tutta l’economia occidentale che è oggi finanziarizzata. La differenza però è che fuori dall’eurozona lo Stato può finanziarsi con la Banca centrale e intervenire a tappare i buchi delle banche, mentre nell’eurozona le “regole” penalizzano Paesi come l’Italia e glielo impediscono. Come misura in extremis, per evitare l’implosione dell’euro nel 2012 la Banca Centrale Europea alla fine ha anche lei finanziato i deficit pubblici fino a quest’anno comprando 2,600 miliardi di titoli sui mercati e questo ha stabilizzato la situazione. Ma il problema è stato solo rinviato perché ora smette e l’Italia non può usare la sua Banca Centrale.

Con l’Euro, dietro la cortina fumogena dei limiti al debito pubblico, si è creato un enorme debito privato che poi ha creato una bolla e un crac bancario e alla fine anche il debito pubblico è aumentato di conseguenza perché si sono salvate tutte le banche. Così alla fine il potere economico vero è passato dagli Stati alle grandi banche (e alla Banca centrale che le protegge sempre) e ai mega fondi che sono ora in grado di ricattare i governi.

Questo è oggi il problema vero, il potere delle grandi banche, dei grandi fondi e della banca centrale (che è composta da personaggi che vanno e vengono da banche e fondi) che ha sostituito quello dello Stato. Potete pure votare quello che cazzo volete intanto ormai il potere grazie all’euro è della finanza e quella non la elegge nessuno.

Dal Blog di Paolo Becchi

Ma non Ti vergogneresti a fottere le monetine dal cappello di un mendicante? Guarda che lo stai facendo… Il Tuo governo ha messo le mani sulle rimesse dei migranti, fottendo, anche a nome Tuo, 62 milioni dai Paesi poveri…

 

rimesse dei migranti

 

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Ma non Ti vergogneresti a fottere le monetine dal cappello di un mendicante? Guarda che lo stai facendo… Il Tuo governo ha messo le mani sulle rimesse dei migranti, fottendo, anche a nome Tuo, 62 milioni dai Paesi poveri…

Le mani del governo sulle rimesse dei migranti: 62 milioni in meno ai Paesi poveri

La notizia, diffusa oggi da Avvenire, è emblematica dell’azione di un governo ostaggio delle forze populiste e xenofobe. Sotto i riflettori del quotidiano dei vescovi l’emendamento leghista al decreto fiscale votato ieri da Lega e Movimento 5 Stelle, che prevede l’introduzione di una tassa dell’1,5% sui trasferimenti di denaro superiori a 10€ verso Paesi non Ue. L’emendamento esclude dal pagamento della tassa le operazioni commerciali e colpisce esclusivamente le persone che, grazie ad operazioni di money transfer, inviano ai propri cari parte del denaro guadagnato in Italia. E così il governo giallo-verde, in questo periodo particolarmente assetato di denaro, decide di fare cassa sulla pelle dei migranti, prendendo di mira, dice Avvenire, «chi ha più bisogno: le popolazioni dei Paesi poveri che vivono grazie alle rimesse dei loro familiari emigrati in Italia».

La tassa prevista dal governo si aggiungerà alla già esosa commissione degli operatori, che viaggia intorno al 6% con punte del 10%, aggiunge il quotidiano, andando ad impoverire di circa 62 milioni di euro l’anno le rimesse, quello strumento cioè di sostegno alle economie più povere di Asia, Africa e America Latina che negli anni, numeri alla mano, si è dimostrato ben più potente della cooperazione internazionale. Un meccanismo che il governo dovrebbe agevolare e sostenere anche nell’ottica del contenimento dei flussi migratori per “motivi economici”, sottolinea Avvenire, visto che proprio grazie alle rimesse dei migranti molte famiglie decidono di non abbandonare la proria terra.

Soldi guadagnati da migranti, che aiutano i poveri “a casa loro”, e che a causa di questo emendamento, finiranno invece nelle casse dello Stato. Ancora una volta il governo a trazione leghista mette in campo misure punitive, inique e soprattutto controproducenti.

C’è anche un altro rischio, si legge ancora su Avvenire: «Oltre ai problemi di equità, la misura potrebbe essere controproducente anche sul piano della trasparenza delle transazioni. È vero che nell’arcipelago dei money trasfer si annidano anche fenomeni di opacità e illegalità ma la nuova tassazione rischia di spingere altre risorse verso percorsi più nascosti e ancora meno controllabili». Come denunciava Bankitalia in un’indagine del 2016, proprio a causa dei costi eccessivi dei trasferimenti, un terzo delle rimesse degli immigrati viaggia attraverso canali informali: insieme agli stessi extracomunitari, quando ritornano a casa, ma anche grazie ai servizi offerti da reti criminali clandestine, italiane e straniere.

 

 

fonte: https://www.adista.it/articolo/60285?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork&fbclid=IwAR1_f36HGCSNdL0weUm67X1bNRXl0rEVYT6I62Nwai6TrMj3o0rr5msRwb4

Vergognoso – La Francia si fa finanziare il debito dai paesi Africani! Ecco lo scandalo CFA (Franco Centrafricano) – Mandi qualche Euro per una scuola o un ospedale in Senegal? Stai sostenendo le finanze francesi…

 

Francia

 

 

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Vergognoso – La Francia si fa finanziare il debito dai paesi Africani! Ecco lo scandalo CFA (Franco Centrafricano) – Mandi qualche Euro per una scuola o un ospedale in Senegal? Stai sostenendo le finanze francesi…

 

LA FRANCIA SI FA FINANZIARE IL DEBITO DAI PAESI AFRICANI! Svelato lo scandalo del CFA

Un video, in Italiano (ma speriamo presto di tradurlo in francese) rivela lo scandalo del CFA, il Franco Centrafricano, in una profondità che non era mai stata spiegata sinora. In questo caso funzionari bancari africani e  professori universitari ci rivelano lo scandaloso traffico che finanzia il debito francese.

Quando mandate un euro in Africa, per un aiuto umanitario , voi pensate di aiutare i poveri nei paesi francofoni, ma , in realtà, state finanziando le finanze di Parigi. Spieghiamo i passaggi:

  • Mandate l’euro per la scuola in Senegal;
  • l’Euro va a Parigi;
  • Parigi  trattiene l’euro, lo cambia in franco CFA, ma SOLO LA META’ viene mandata in Africa.
  • Questi  euro depositati in Francia sono investiti in Titoli di Stato francesi.

Attualmente il professore afferma che siano solo 10 miliardi, ma siamo sicuri? Non è che la cifra è molto più alta se poi l’Italia a avesse una decina o ventina di miliardi di riserve libere da giostrarsi sul mercato vedreste come lo spread sarebbe più controllato….

Comunque vi lasciamo all’ascolto di TABLOID:

 

Fonti:

https://scenarieconomici.it/la-franci…

https://www.facebook.com/NightTabloid…

La lezione di economia dell’Europa: se sfori il deficit del 2,9% per comprare armi (governo Letta) va tutto bene, se sfori del 2,4% per salvare le banche (Gentiloni) ancora meglio. Se sfori del 2,4% per dare un reddito alla Gente ti massacrano…

 

deficit

 

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La lezione di economia dell’Europa: se sfori il deficit del 2,9% per comprare armi (governo Letta) va tutto bene, se sfori del 2,4% per salvare le banche (Gentiloni) ancora meglio. Se sfori del 2,4% per dare un reddito alla Gente ti massacrano…

 

Manovra, Maniero (M5S): ‘Vergogna Ue: ecco cosa hanno approvato prima di noi’

Vergogna Ue: ecco cosa hanno approvato prima di noi”.

Lo si legge in un’immagine condivisa su Facebook dal deputato 5Stelle Alvise Maniero, che ha riportato i provvedimenti dei governi precedenti approvati dall’Unione europea.

L’esponente pentastellato ricorda che Bruxelles diede l’OK per per la riforma Fornero e l’IMU sulla prima casa al governo Monti, al quale aveva consentito un rapporto deficit/PIl del 2,9 per cento.

Il governo Letta, sempre con uno sforamento del deficit al 2,9 per cento, si distinse per un aumento record della spesa per le armi.

Il rapporto deficit/PIl del governo Renzi, che varò il Jobs Act, salì al 3 percento, mentre quello dell’esecutivo Gentiloni, che diede 20 miliardi alle banche, fu del 2,4 per cento, proprio come lo sforamento previsto dalla Manovra del Popolo.

Il deputato del M5S ha commentato:

“Visto che da Bruxelles veniamo richiamati al ‘rispetto delle regole’, ed alla ‘correzione della manovra’, abbiam deciso di fare gioiosamente una verifica: iniziamo a mettere bene in chiaro chi e quanto le regole le rispetta e le ha rispettate, e facciamolo sapere a tutti. Un bello schema al giorno, sintetico e chiaro, per qualche giorno da oggi.

“A chi ha la coscienza pulita” ha spiegato “questo riassunto a puntate dovrebbe fare un gran piacere, ne siamo certi. Partiamo in piccolo, prima puntata: Il deficit del 2,4% della nostra manovra è poco, tanto, è “una deviazione senza precedenti”, come dice la Commissione Europea?”

“La tabellina di oggi possiamo chiamarla: deficit italiani a confronto. Nei prossimi giorni inizieremo anche ad allargare la visuale 

Perché siamo diventati POVERI – Analisi e spiegazione Economica in 6 passi – Tutta la verità su come stanno distruggendo la Tua vita e quella dei Tuoi figli…!

POVERI

 

 

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Perché siamo diventati POVERI – Analisi e spiegazione Economica in 6 passi – Tutta la verità su come stanno distruggendo la Tua vita e quella dei Tuoi figli…!

 

Perché siamo diventati POVERI – Analisi e spiegazione Economica in 6 passi

 

Passo 1: Cambio del modello economico.

Partiamo da una lettura rovesciata della storia economica: e se non ci fosse stata nessuna crisi nel 2007?

E infatti, non c’è stata nessuna crisi. C’è stato un cambiamento pianificato e deliberato di sistema economico. A livello europeo, l’adesione al modello unico di pensiero economico neo liberista ha portato all’ingresso nell’Euro.

Taluni sostengono sia stata la nostra salvezza; noi riteniamo sia stata la nostra sciagura.

Senza molti discorsi, è sufficiente guardare la produzione industriale, vero motore della ricchezza di un Paese. Si guardi il grafico, di produzione del Centro Studi WIN the BANK.

Osservate la direzione del rapporto tra produzione italiana e tedesca dal 1970 ai giorni nostri; in verde è il trend quando operiamo in un sistema di cambi flessibili, in rosso quando entriamo prima nel sistema monetario europeo e poi definitivamente nell’Euro, cioè in un sistema a cambi fissi.

 

Passo 2: Crollo di risparmi e investimenti

I posti di lavoro sono creati direttamente – lo si dimentica sempre – solo dagli imprenditori. Tutte le altre misura di politica economica (compresi i posti di lavoro creati dallo Stato) dipendono indirettamente da questo. Quando, come conseguenza di cambiamenti pianificati di modello economico, si genera una “crisi”, questa è una conseguenza e non una causa.

Sul telegiornale ogni giorno, da anni, parlano di indicatori stupidi basati sui sondaggi, come la fiducia dei risparmiatori, la propensione alla spesa e via discorrendo, con tanto di filmati di rito sui negozi del centro.

Scempiaggini: ciò che conta sono il tasso di risparmio e di investimento.

La povertà – con politiche del governo di austerità, cioè pro cicliche – innesca un circolo vizioso di altra povertà.

Andamento e rapporto tra Risparmio ed Investimento

 

 

Passo 3: Differenziale di fatica

Questo mette in moto ciò che definisco un “differenziale di fatica”. Quando Paesi adatti a modelli economici differenti vengono costretti da una visione scorretta a competere nello stesso modello con la scusa della “globalizzazione”, gli effetti sono che alcuni lavorano molto più degli altri, per potersi permettere molto di meno.

Semplicemente, il loro motore non è adatto a quel combustibile e la resa è molto più bassa.

In altri termini, è una concorrenza sleale a livello non di impresa ma di Stato.Sarebbe come far correre alcuni liberi e altri dentro a un sacco. Come se non bastasse, nella retorica neo liberista che occupa tutti i principali organi di informazione si parla da anni di menzogne come la “spesa pubblica improduttiva” o la “mancanza di produttività degli italiani” o ancora la “scarsa propensione al lavoro dei popoli del sud”.

In realtà, vi stanno deridendo, perché le cose non stanno affatto così, come dimostra questo grafico elaborato dal Centro Studi WIN the BANK.

 

Passo 4: Divaricazione tra produzione e salario

Tutto questo fa parte di un disegno mondiale, molto più ampio.
Per comprenderlo, occorre ampliare lo sguardo e guardare cosa sia successo dalla fine del XIX secolo ai giorni nostri. Nel grafico, si nota l’effetto di quella che noi chiamiamodivaricazione tra produzione e salario dei lavoratori dipendenti.

Ore medie lavorate dai principali Stati Europei in base al reddito.

 

Passo 5: Distribuzione di ricchezza e povertà

Ora, torniamo ad accorciare lo sguardo solo a ciò che succede da quando le due curve del grafico precedente iniziano a divergere, cioè dagli inizi degli anni ’50 del XX Secolo.

Ecco quale è il disegno del pensiero unico internazionale; fare divergere la retta rossa e quella blu, cioè il tasso di crescita di ricchezza dei ricchi e dei poveri.

Riprendiamo la domanda della slide: è un trend equo e sostenibile?

Per rispondere, si tratta di capire dove ci sta portando questo trend.

Il grafico rappresenta la distribuzione di ricchezza e povertà dal 1949 ad oggi

 

Passo 6: Concentrazione della ricchezza

Nei decenni che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale fino ai primi anni ’80, gli italiani erano un popolo sostanzialmente benestante, con un sistema di welfare crescente e con tassi di ricchezza crescenti, dimostrati dall’aumento dei tassi del risparmio delle famiglie, documentati in altri nostri articoli.

Lentamente, negli scorsi decenni, le politiche delle privatizzazioni, della globalizzazione, della perdita della sovranità monetaria e dell’introduzione di politiche di austerità sono stati i quattro cavalieri dell’Apocalisse economica del nostro Paese.

Ma il disegno è mondiale e il nostro piccolo Stato non è in grado di contrastarlo, soprattutto perché alcuni nostri governanti hanno venduto la propria anima alla carriera internazionale, facendo compiere negli scorsi decenni scelte anti democratiche (poiché non condivise né votate dalla gente), come spiegato in altri articoli.

Ma qual è il disegno mondiale del pensiero unico in Economia?

E’ concentrare la ricchezza nelle mani di pochi; per la precisione, ricchi e ricchissimi.

Questo disegno è volto a far ridurre la classe media e sostituirla con una classe crescente di poveri.

Perché?

Perché i poveri sono deboli e accetteranno l’elemosina, rappresentata da varie forme di sussidio di Stato, diversamente denominate nei decenni; negli anni ’80 era il voto di scambio, domani sarà il reddito di cittadinanza (entrambe versioni diverse del panem et circenses di latina memoria).

In questo modo, i poveri accetteranno nuove forme elemosina dei ricchi, consentendo loro di attuare tutte le manovre di politica economica, poiché il solo uomo che può essere libero è l’uomo che si sostenta da solo con il proprio lavoro, ben retribuito e stabile.

Solo chi ha un lavoro adeguatamente retribuito è libero.

 

Conclusione

Non siamo diventati poveri perché siamo più stupidi dei nostri genitori, perché lavoriamo meno, siamo più spendaccioni o meno orientati allo studio, al risparmio e alla fatica.

Queste sono le retoriche di sistema, che attraverso il controllo dei principali organi di informazione tende ad attuare un meccanismo di condizionamento collettivo: il senso di colpa. Se ti senti in colpa, ti faranno accettare le politiche di “rigore” che aumenteranno il divario tra la ricchezza di ricchi e poveri. Il vecchio “divide et impera” dei latini viene usato ancora oggi; si creano messaggi di scontro generazionale, conditi con altri messaggi di contrapposizione generazionale.

Si convincono gli anziani che si devono pagar le medicine perché ormai sono un lusso e i giovani ad avere un lavoro precario, per colpa degli sprechi delle pensioni dei genitori. Si racconta ai ragazzi che oggi non hanno un lavoro per gli sperperi dei padri che hanno avuto cose che “non potevano permettersi”.

Si parla continuamente di sprechi, di tagli e di austerità; recentemente l’Unione Europea arriva addirittura a parlare di contenimento degli anni di didattica nelle scuole superiori con l’incredibile motivazione del taglio della spesa e del risparmio. Come se investire sulla cultura delle future generazioni sia un costo e non una ricchezza da coltivare.

Tanti ci chiedono cosa si possa fare

A livello generale, l’unica risposta democratica può essere quella dell’esercizio del diritto di voto e protesta, ed esula dagli scopi di questo blog, che non tratta di politica. Noi vi abbiamo fornito una diversa chiave di lettura della storia economica; a voi credere alla nostra o a quella ufficiale, e trarre vostre libere conclusioni.

A livello personale, noi non possiamo dar risposte concrete a tutti ma solo a una nicchia di persone composte da liberi professionisti e imprenditori. La nostra riposta operativa e concreta, per il ristretto ambito della nostra competenza, sta nella volontà individuale di uscire dal disegno della povertà. Siamo convinti che, una volta compreso che sia del tutto inutile piangersi addosso, pubblicare aforismi su Facebook e attendere l’aiuto dello Stato o l’ ”uscita dalla crisi” (perché non è una crisi ma un cambiamento deliberato e pianificato di sistema economico), un libero professionista e un imprenditore abbiano in mano le sorti della propria vita.

Le soluzioni – tuttavia – si cercano una volta acquisita la consapevolezza.

 

L’unica vera barriera è quella mentale, data dallo scetticismo, la sfiducia, il sospetto, la diffidenza e la paura.

Fonte malvezzieuropei