Caso Floyd, il Parlamento Europeo approva una risoluzione che condanna ogni forma di razzismo e odio. Ma i soliti fascisti Italiani si fanno riconoscere: ovviamente Lega di Salvini e Fdi di Meloni VOTANO CONTRO…!

 

 

Floyd
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Caso Floyd, il Parlamento Europeo approva una risoluzione che condanna ogni forma di razzismo e odio. Ma i soliti fascisti Italiani si fanno riconoscere: ovviamente Lega di Salvini e Fdi di Meloni VOTANO CONTRO…!

Dicono di non essere razzisti, che è solo un’impressione.
Salvo, ogni qualvolta se ne presenti l’occasione, gettare ipocritamente la maschera.

Ieri il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione che condanna “l’atroce morte” di George Floyd e ogni forma di razzismo, odio e violenza.

In 493 hanno votato a favore di questa risoluzione che alla fine dei conti è solo un’affermazione dei principi umani su cui si fonda l’Europa.

In 104 hanno votato contro. E indovinate quali sono gli unici eurodeputati italiani ad aver votato contro? Già, quelli della Lega e di Fratelli d’Italia.

Loro non ce la fanno proprio a non strizzare l’occhio all’anima più razzista e violenta dell’elettorato.
Non ci riescono. E’ più forte di loro.

Però se glielo ricordi indossano nuovamente la maschera.
Non quella contro il Covid, quella la tengono sempre giù per i selfie.

La maschera dell’ipocrisia.

Floyd, Parlamento Ue approva risoluzione che condanna omicidio e razzismo: Lega e Fdi votano contro

Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che condanna ogni forma di razzismo, nonché l’uccisione di George Floyd. Gli eurodeputati di Lega e Fratelli d’Italia, però, hanno votato contro la risoluzione. Favorevole il voto dei gruppi di Pd, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Italia Viva.

I parlamentari europei della Lega e di Fratelli d’Italia hanno votato contro la risoluzione che condanna ogni forma di razzismo e odio, ma anche “l’atroce morte di George Floyd negli Stati Uniti, nonché le uccisioni analoghe dovunque nel mondo”. A favore della risoluzione hanno invece votato gli eurodeputati dei gruppi di Pd, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Italia Viva. La risoluzione è stata approvata dal Parlamento europeo e prevede anche una esplicita richiesta, indirizzata alla Commissione europea e al Consiglio europeo, per “adottare una posizione forte e decisa contro il razzismo, la violenza e l’ingiustizia in Europa”. Ancora, secondo quanto si legge nel testo della risoluzione, si intende sostenere “le recenti proteste di massa nelle capitali e nelle città europee contro il razzismo e la discriminazione in seguito alla morte di George Floyd”.

La risoluzione approvata dal Parlamento europeo
La risoluzione afferma anche un altro principio, più volte sentito durante queste proteste negli Usa e diventato lo slogan delle manifestazioni: “Black Lives Matter”. I voti favorevoli sono stati 493, quelli contrari 104, gli astenuti sono stati 67. Dura anche la condanna alla repressione da parte della polizia statunitense dei manifestanti pacifici, così come delle minacce di Trump di impiegare l’esercito, condannando anche il presidente Usa per la sua “retorica incendiaria”.

Fonti della Lega: perplessità su risoluzione
Fonti della Lega spiegano le motivazioni per cui hanno deciso di votare contrariamente alla risoluzione approvata dal Parlamento europeo: “Emergono numerose perplessità sulla proposta di risoluzione, che presenta molti obiettivi utopici e che rappresenta una realtà distorta”. Le stesse fonti spiegano: “Nello specifico, non si condivide l’impostazione del documento: si ritiene inopportuno paragonare la situazione Usa con quella Ue, spesso sovrapponendole in maniera errata, e non si condividono le prese di posizione e le strumentalizzazioni per attaccare indiscriminatamente i rappresentanti delle forze dell’ordine, il presidente Usa e forze politiche che esprimono pareri critici rispetto alla gestione dei fenomeni migratori”. Ancora, gli eurodeputati leghisti ritengono “che sia un tema di diritti civili trasversali, stravolto da una campagna mediatica che ha fomentato fenomeni di violenza e vandalismo ingiustificato, che dobbiamo condannare, contro simboli e rappresentazioni della storia europea e mondiale”.

fonti:

https://www.facebook.com/128744460563282/photos/pb.128744460563282.-2207520000../2693423167428719/?type=3&theater

https://www.fanpage.it/politica/floyd-parlamento-ue-approva-risoluzione-che-condanna-omicidio-e-razzismo-lega-e-fdi-votano-contro/
https://www.fanpage.it/

Il razzismo scorre nelle mie vene – Il vergognoso discorso di Giorgio Almirante che invitava gli italiani a odiare meticci ed ebrei, su cui chi vota Meloni e Salvini si dovrebbe fare qualche domanda…

 

Giorgio Almirante

 

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Il razzismo scorre nelle mie vene – Il vergognoso discorso di Giorgio Almirante che invitava gli italiani a odiare meticci ed ebrei, su cui chi vota Meloni e Salvini si dovrebbe fare qualche domanda…

«Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue.»

Con queste parole il 5 maggio 1942 Giorgio Almirante descriveva sulla rivista “La difesa della Razza”, di cui era segretario redattore, la necessità di implementare il razzismo nel popolo italiano e polemizzava con coloro che al posto del razzismo di stampo biologico, da lui sostenuto, parlavano di razzismo spirituale.

Insomma, una disputa tra razzisti.

Insomma, una disputa tra la feccia.

 

Per la serie: “bisogna essere proprio idioti per votarli” – Salvini e Meloni no agli Stati Generali a Villa Pamphilj, il luogo del confronto è uno ed uno solo, il Parlamento! Il giorno dopo alla Camera si parlava di Recovery Plan. Ma i deputati Lega e FdI non c’erano…!

 

Parlamento

 

 

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Per la serie: “bisogna essere proprio idioti per votarli” – Salvini e Meloni no agli Stati Generali a Villa Pamphilj, il luogo del confronto è uno ed uno solo, il Parlamento! Il giorno dopo alla Camera si parlava di Recovery Plan. Ma i deputati Lega e FdI non c’erano…!

Oggi che Conte è in Parlamento Lega e FdI trovano una scusa per non essere presenti

Salvini e Meloni avevano fatto sapere che non avrebbero presenziato agli Stati Generali convocati dal governo a Villa Pamphilj perché il luogo del confronto tra maggioranza e opposizione è uno ed uno solo: il Parlamento. Oggi alla Camera si parlava di Recovery Plan. E i deputati di Lega e FdI se ne sono andati

La scorsa settimana Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno fatto sapere che non avrebbero presenziato agli Stati Generali convocati dal governo a Villa Pamphilj perché il luogo del confronto tra maggioranza e opposizione è uno ed uno solo: il Parlamento. Salvini ha spiegato che Villa Pamphilj non è una sede istituzionale e subito dopo si è confrontato con Orietta Berti da Barbara D’Urso. La Meloni, vera artefice del no a cui il resto del centrodestra si è accodato,  ha spiegato: “Siamo pronti a confrontarci con il governo in qualsiasi momento, ma soltanto nelle sedi istituzionali. A Palazzo Chigi siamo sempre andati, ma a una kermesse mediatica no, non faremo questo regalo a Conte”.

Oggi che Conte è in Parlamento Lega e FdI trovano una scusa per non essere presenti

Ma, a sorpresa, oggi l’Aula della Camera era semi vuota nonostante l’attesa informativa del premier Giuseppe Conte in vista del prossimo Consiglio Ue sul Recovery Fund. E semivuote, di conseguenze, erano le nuove postazioni dei deputati nel Transatlantico allestite per compensare gli scranni lasciati liberi in aula per assicurare il distanziamento anti coronavirus. I posti vacanti erano proprio quelli dei deputati di Fratelli d’Italia e Lega. I primi hanno scelto di non essere presenti per l’informativa di Conte lasciando la sola Wanda Ferro a spiegarne le motivazioni e criticare le scelte del governo. I leghisti hanno lasciato la Camera dopo l’intervento del capogruppo Riccardo Molinari, anche lui molto critico con Conte, probabilmente copiando quello che ha fatto FdI visto che da tempo ormai vanno a rimorchio. A presidiare aula e Transatlantico sono quindi rimasti i deputati di maggioranza.

“La scelta di evitare il voto d’aula con una forzatura assunta dalla Presidenza della Camera, su pressioni della maggioranza, che ha trasformato in informativa le doverose comunicazioni di Conte in previsione dell’importante Consiglio europeo, impone una risposta chiara e decisa. Sono mesi che Conte rappresenta in Europa posizioni a nome dell’Italia senza alcun indirizzo parlamentare previsto esplicitamente dalla Carta costituzionale. PD, 5stelle e renziani non vanno d’accordo su nulla e preferiscono un’Italia senza una linea politica internazionale al rischio di affrontare le scelte parlamentari. A questa grave situazione e all’imbarazzante saga delle ipocrisie che si consumerà nelle aule di Camera e Senato rispondiamo lasciando solo Conte con le sue chiacchiere”, ha spiegato il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida. Ma su cosa si doveva votare, visto che il Recovery Plan è ancora oggetto di trattativa sui tavoli di Bruxelles e Strasburgo? E se non il governo, chi dovrebbe rappresentare le posizioni dell’Italia in Europa?

Anche i deputati della Lega, dopo l’intervento del capogruppo Riccardo Molinari, hanno lasciato l’Aula della Camera mentre è in corso il dibattito sull’informativa di Conte sul Consiglio UE di venerdì. Sia FdI che Lega avevano già pronte le rispettive risoluzioni, in cui si chiedeva di non utilizzare il Mes. Infine Forza Italia: i deputati azzurri sono rimasti in Aula, sia durante l’informativa di Conte che nel successivo dibattito. Forza Italia è a favore dell’utilizzo del Mes. Quindi è il centrodestra ad essersi spaccato. E nonostante questo sia lampante Giorgia Meloni ha il coraggio di scrivere su facebook che “la maggioranza scappa dal voto in Parlamento per non dare a Conte un mandato chiaro durante il Consiglio europeo. Vogliono fare il gioco delle tre carte per non assumersi la responsabilità delle loro scelte”. Ecco perché la situazione è disperata, ma non seria.

Da Next – 17 giugno 2020

La risposta di Vujadln Boskov a Meloni e Salvini – “se raccattapalle chiede di andare a tirare rigore in finale di champions, nessuno comunica ufficialmente che lui detto fesseria, lui dovrebbe capire da solo” …Chissà se così capiscono!

 

Vujadln Boskov

 

 

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La risposta di Vujadln Boskov a Meloni e Salvini – “se raccattapalle chiede di andare a tirare rigore in finale di champions, nessuno comunica ufficialmente che lui detto fesseria, lui dovrebbe capire da solo” …Chissà se così capiscono!

 

La risposta dell’account satirico “Vujadln Boskov” a Meloni e Salvini è esemplare.

La deposizione di onori all’altare della Patria spetta alle alte cariche dello Stato.

Una deputata che è stata Ministra e vice Presidente della Camera e uno che è stato vicepremier lo dovrebbero sapere.

E forse lo sanno. Ma continuano il loro sporco, schifoso gioco di aizzare i fessi che li seguono…

Un omaggio che qualcuno, evidentemente, ha letto come provocazione. Del resto, perché i tre esponenti dei partiti di minoranza avrebbero dovuto deporre una corona milite ignoto all’Altare della Patria due ore dopo rispetto al tradizionale gesto compiuto dalla più alta carica dello Stato, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella? Eppure, era questa la richiesta di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani, che avevano inoltrato la loro richiesta al ministero della Difesa e, per conoscenza, al comando militare di Roma, in data 28 maggio. In concomitanza con la manifestazione del centrodestra a Roma il 2 giugno, i leader della minoranza avrebbero voluto imitare il gesto che, nella sua sacralità, spetta soltanto al presidente della Repubblica.

Corona milite ignoto, la richiesta di Meloni e Salvini

Insomma, un po’ come se alcuni chierichetti volessero celebrare messa al posto del sacerdote, un paio d’ore dopo la benedizione finale. E non poteva andare diversamente da come è andata: il ministero della Difesa ha girato la richiesta a Palazzo Chigi che l’ha respinta per motivi di carattere tecnico-istituzionale e non certo politico. Perché accettare questa richiesta sarebbe stato contrario allo spirito unitario che caratterizza la ricorrenza del 2 giugno.

Corona milite ignoto, la versione di Meloni e Salvini sul no di Palazzo Chigi

Salvini e Meloni non hanno risparmiato le polemiche. La leader di Fratelli d’Italia contesta il metodo, sostenendo che Palazzo Chigi abbia avvisato prima i giornalisti in merito alla sua intenzione di non concedere l’autorizzazione e poi coloro che avevano somministrato la richiesta. Mette in evidenza l’orario della risposta (le ore 20.05 della giornata del 30 maggio) e risponde polemica: «Se in quel giorno non era possibile, o non era istituzionalmente rispettoso, bastava dirlo – ha scritto la leader di Fratelli d’Italia -. Invece si è pensato che anche questo nostro gesto fosse un’occasione per fare propaganda contro di noi. Perciò lo staff del premier ha passato il pomeriggio a chiamare tutti i giornali per raccontare una versione che serviva a screditarci, senza che nessuno avesse mai parlato della questione con noi».

Molto meno articolato, invece, è il messaggio di Matteo Salvini che punta genericamente sul concetto di ‘divieto di deporre una corona di fiori’, senza scendere nel dettaglio delle motivazioni e senza spiegare che questa richiesta, proprio nella giornata del 2 giugno, non ha alcun precedente nella storia repubblicana. «Ci vietano di deporre una semplice corona all’Altare della Patria – ha spiegato – ma non potranno vietarci di raccogliere beni alimentari per famiglie in difficoltà». La grammatica istituzionale andrà senz’altro rivista.

“Io sono Giorgia, madre, italiana, cristiana, ma soprattutto lobbysta” – I soldi di Giorgia Meloni: ecco tutte le lobby che finanziano Fratelli d’Italia in barba al “Prima gli italiani” e “No all’Europa Lobbista”

Giorgia Meloni

 

 

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“Io sono Giorgia, madre, italiana, cristiana, ma soprattutto lobbysta” – I soldi di Giorgia Meloni: ecco tutte le lobby che finanziano Fratelli d’Italia in barba al “Prima gli italiani” e “No all’Europa Lobbista”

L’ultradestra Usa. i Palazzinari romani. E i lobbisti di multinazionali in Europa: da Exxon a Huawei. Inchiesta sui segreti finanziari del partito di destra

Lei è Giorgia, madre, italiana, cristiana. Ma soprattutto è la leader di Fratelli d’Italia, partito che viaggia verso la soglia del 10 per cento dei consensi. E nei sondaggi più recenti risulta la seconda leader più gradita dagli italiani: col 40 per cento ha superato di tre punti Matteo Salvini. È vero che Meloni strizza l’occhio al capitano sovranista, ma alla Russia di Putin preferisce la grande famiglia dei conservatori britannici e dei repubblicani americani: era sul palco del Conservative Political Action Conference, l’evento più prestigioso del mondo conservatore, il primo marzo 2019 a Washington, alla presenza di Donald Trump. Il volto razionale del populismo di destra, l’ha definita Steve Bannon, l’ex stratega del presidente americano. La macchina messa in piedi da Fratelli d’Italia, però, costa: l’ultimo bilancio indica spese per 2,3 milioni, un milione in più dell’anno precedente. E proprio seguendo i soldi affiorano le contraddizioni dei Fratelli d’Italia. O piuttosto dei fratelli di lobby. I lobbisti, cioè, commensali degli eurodeputati di Giorgia Meloni alle cene di gala nella tanto vituperata Bruxelles.

I nazionalisti italiani si muovono con scioltezza in Belgio, nel ventre dell’Unione. Qui frequentano i salotti giusti, si siedono al tavolo con le multinazionali, in barba al “Prima gli italiani”. I Fratelli d’Italia con in testa la loro leader hanno persino dato vita a una fondazione e a un partito a Charleroi, 60 chilometri a Sud di Bruxelles.

Almeno sulla carta, perché all’indirizzo c’è in realtà l’abitazione di un architetto belga. Giorgia in Europa ha scelto come sherpa navigati berlusconiani, che l’hanno introdotta nell’Ecr, acronimo del gruppo parlamentare European Conservatives and Reformists. Il quinto per numero di membri (62) nell’emiciclo. E tra i più ricchi per sovvenzioni dell’Europarlamento, ma anche per le donazioni private, che arrivano dalla galassia degli ultraconservatori a stelle e strisce. La morfologia del potere che sostiene Fratelli d’Italia muta però a Roma. Assume la forma dei principi del mattone della Capitale, di fondazioni che custodiscono la storia della destra sociale e concludono ottimi affari immobiliari, di think tank ed enfant prodige del sovranismo, in società con grand commis di Stato e, di nuovo, lobbisti.

Insomma, il lato nascosto del partito di Giorgia Meloni è distante dalla propaganda sui bisogni degli italiani che non arrivano a fine mese. E stride con lo storytelling populista inciso al primo punto del programma di Fratelli d’Italia: «La capitale dell’Europa non può più essere Bruxelles, capitale dei lobbisti, ma Roma o Atene dove è nata la civiltà europea». Così senza darne risalto pubblico, alcuni dei suoi colonnelli di stanza a Bruxelles si ritroveranno a cena con lobbisti, multinazionali, banchieri. Da qui inizia il viaggio de L’Espresso nei segreti finanziari di Giorgia e i suoi fratelli d’Italia.

A CENA CON LE LOBBY
L’hotel Renaissance è tra i più chic della città, a pochi passi dai palazzi delle istituzioni dell’Unione. La hall è curata e sfarzosa. A sinistra della reception c’è un corridoio stretto che porta a una sala riservata. Si affitta per eventi e ha un’entrata sul retro. La sera del 12 novembre è prenotata per una cena di gala a inviti dell’European Conservatives and Reformists, di cui fanno parte i cinque deputati di Fratelli d’Italia eletti alle elezioni di maggio. I primi ospiti arrivano alle 19.30, per l’aperitivo di benvenuto. Atmosfera conviviale, utile a rinsaldare relazioni con i rappresentanti del potere finanziario ed economico che frequentano i palazzi della capitale d’Europa.

Tra gli speaker della serata ci sono Carlo Fidanza, ex Fronte della gioventù, europarlamentare di Fratelli d’Italia nonché membro dell’ufficio di presidenza di Ecr. E Fred Roeder, lobbista e presidente di Consumer Choice Center, associazione collegata ai colossi del tabacco e all’ultradestra statunitense. Il politico italiano e il lobbista americano sono attovagliati allo stesso tavolo, il numero 1. Negli altri sedici, i posti sono assegnati ad ambasciatori, lobbisti dell’industria, esponenti di think tank americani e associazioni, come Confindustria.

Nell’elenco,di cui L’Espresso ha preso visione, compaiono più di 160 nomi. Non manca nessuno dei grandi brand della globalizzazione: giganti della telefonia come Huawei, del petrolio qual è Exxon, e del mondo bancario. Ci sono persino due responsabili di Scientology, tra questi Ivan Arjona Pelado, presidente europeo dell’organizzazione religiosa, che ha sedotto molti vip di Hollywood. Contattato, ha confermato la sua partecipazione, ma definisce Scientology “apolitica”.

La cena del 12 novembre è stata offerta dal gruppo parlamentare agli ospiti. Una spesa notevole visto il numero atteso di partecipanti. Tra gli invitati troviamo rappresentanti di multinazionali e società che hanno versato contributi sostanziosi negli ultimi anni ai conservatori. Per esempio At&T, il colosso texano delle telecomunicazioni quotato in Borsa, che ha donato 12mila euro nel 2017 e 13.230 euro l’anno successivo. Il capo di At&T, Randall Stephenson, risulta tra i maggiori finanziatori dei repubblicani americani. In sintonia con Paul Singer, padre del fondo Elliot Management che ha investito oltre 3 miliardi proprio in AT&T e che negli anni è stato molto generoso con il partito di Trump. La corporation era presente alla cena del 12 novembre con Alberto Zilio, direttore degli affari pubblici in Europa e lobbista di At&T. La società non ha risposto alla nostra richiesta di commento.

Al tavolo 3 con Zilio c’era Raffaele Fitto, già berlusconiano di ferro, oggi europarlamentare di Fratelli d’Italia. Fitto è il regista dell’entrata del partito di Giorgia Meloni nel movimento dei conservatori europei, di cui è peraltro co-presidente. L’ex ministro di Berlusconi ha un ruolo di peso anche nella fondazione dei conservatori, fondata nel 2009 dalla lady di ferro del neoliberismo, Margaret Thatcher.

EURO AMERICANI
Fitto, infatti, è vicepresidente di New Direction, costola strategica dell’Ecr per convogliare finanziamenti. La fondazione ha incassato più di 840 mila euro dal 2015 a oggi. Tra i versamenti più sostanziosi spicca di nuovo At&T con 48 mila euro. A seguire c’è British American Tobacco, terzo gruppo al mondo per produzione di sigarette: 23 mila euro negli ultimi due anni. Un rapporto solido quello tra i conservatori europei della Meloni e le industrie delle sigarette. Alla cena di gala, infatti, era stato invitato anche un lobbista della Japan Tobacco, che però a L’Espresso ha risposto di aver partecipato solo alla cena di giugno dell’Ecr e di non aver fatto alcuna donazione.

Chi sicuramente ha donato a New Direction e a Ecr è un insieme di fondazioni americane che fanno capo al mondo ultraconservatore dei Repubblicani, in particolare all’ala destra del Tea Party. C’è per esempio The Heritage Foundation, think tank che ha ispirato la politica di Reagan nel 1980. Sui conservatori europei, Heritage ha scommesso 20 mila euro. Un piccolo contributo a New Direction è arrivato anche dall’American Freedom Alliance: “I difensori della libertà”, si definiscono sul sito web, contro quelle che loro ritengono fantasiose teorie sul cambiamento climatico e l’islamizzazione dell’Occidente. L’Afa nel 2009 ha accolto come un eroe Geert Wilders, il leader dell’estrema destra olandese che ha coniato il termine “Eurabia” e considera la religione musulmana al pari del nazismo. Il fondatore, Avi Davis era portato in palmo di mano da Steve Bannon, l’ex stratega di Trump. Lasciata la Casa Bianca ha una sola ossessione: formare i nuovi “gladiatori” del sovranismo europeo.

Bannon nel 2018 è stato ospite di Atreju, festa annuale di Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni, del resto, non ha mai nascosto l’amicizia con il politico dell’alt right americana. All’Afa si aggiunge poi Atlas, che ha donato direttamente a Ecr, organizzazione no profit, più simile a un vero e proprio gruppo di pressione, legata sempre agli ultraconservatori Usa. Del network Atlas fa parte Consumer Choice Center, il think tank presieduto da Roder, commensale di Carlo Fidanza alla cena di gala del 12 novembre. Un contributo di 35 mila euro è arrivato alla fondazione anche da Fratelli d’Italia, che ha favorito così il suo ingresso nella casa dei conservatori europei. Ci sono poi i contributi pubblici del Parlamento europeo ricevuti da New Direction: finora ha goduto in media di 1,2 milioni ogni anno, per il 2019 la previsione è di 1,7 milioni.

Giorgia Meloni, grazie a Raffaele Fitto, è salita sul cavallo giusto. Anche perché è d’oro: nel 2017 il gruppo Ecr ha incassato 1,44 milioni sovvenzioni dal Parlamento. Che, stando ai dati ufficiali dell’Autorità che si occupa di monitorare questi flussi, potrebbe versare altri 7 milioni per gli anni 2018 e 2019. Ecr si piazza così tra il terzo e quarto posto per soldi pubblici ricevuti. E lo strapotere dei burocrati dell’Unione? In questo caso nulla da eccepire.

I FANTASMI DI CHARLEROI
Rue des Alliés è una via poco trafficata di Roux, sobborgo residenziale di Charleroi, a un’ora di macchina da Bruxelles. Al civico numero 15, in un edificio in cortina rossa di due piani, dovrebbe esserci, carte alle mano, la seconda “casa” di Giorgia Meloni, l’Alliance pour l’Europe des Nations (L’Espresso ne ha dato conto con Vittorio Malagutti e Andrea Palladino a ottobre dell’anno scorso).

Il 18 luglio del 2018 – a meno di un anno alle elezioni europee di maggio 2019 – la leader di Fratelli d’Italia fonda a Bruxelles l’associazione, secondo le norme previste dall’Europarlamento per la costituzione dei partiti e per l’accesso ai finanziamenti. Segretario di Aen è Carlo Fidanza, allora senatore di Fratelli d’Italia, mentre il tesoriere è Francesco Lollobrigida, deputato e cognato di Meloni.

L’Alliance ha anche una fondazione, stando a quanto riportano i documenti ottenuti dall’Espresso, la Foundation pour l’Europe des Nations, presieduta da Marco Scurria, cognato di Fabio Rampelli (maestro politico di Giorgia) ex eurodeputato di Fratelli d’Italia, oggi professore alla Link Campus di Vincenzo Scotti, l’università legata al Movimento 5 Stelle finita al centro delle cronache per il Russiagate.

Anche la fondazione ha indicato come sede Rue des Alliés, a Roux. Sul citofono, tuttavia, non ci sono indicazioni di partiti e fondazioni. Figura solo il nome di un architetto belga, Jean-Pierre Dooms. Ma al citofono non risponde nessuno ed è impossibile sapere se all’interno ci siano degli uffici. L’esistenza dell’associazione e della fondazione non risultano nemmeno nell’apposito spazio delle note al bilancio 2018 pubblicate da Fratelli d’Italia. «Non c’era bisogno di scriverlo in quel documento, le due associazioni non avevano nessun rapporto economico con noi», è la risposta ufficiale del partito, che aggiunge: «Sono in corso le pratiche per chiuderle».

FRATELLI D’ARMI
Quando la Brexit sarà compiuta, Giorgia Meloni avrà il suo sesto eurodeputato. Consoliderà così la seconda posizione per numero di parlamentari nell’Ecr, dietro ai polacchi del PiS, partito di ultradestra al governo a Varsavia. A volare nella capitale europea sarà Sergio Berlato, strenuo difensore della lobby delle armi. Un compagno di banco perfetto per Pietro Fiocchi, anche lui eletto con Fratelli d’Italia.

Fiocchi, il cui nome è nella lista degli invitati alla cena del 12 novembre, è nel board dell’omonima multinazionale delle armi . E rischia di dover gestire un rapporto che puzza di conflitto di interessi. Infatti, nell’elenco dei lobbisti accreditati all’Europarlamento figura l’Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni, il cui presidente è Stefano Fiocchi, a capo della Fiocchi Munizioni di Lecco. Stessa azienda in cui è cresciuto Pietro, il prescelto di Giorgia Meloni.

Un settore vasto, le armi. Che riguarda anche i cacciatori. Anche loro fedeli a Giorgia. Il 9 maggio 2018, due mesi dopo le elezioni politiche, Fratelli d’Italia ha ricevuto un bonifico di 70mila euro dall’Associazione Cacciatori Veneti. E di questa generosità Giorgia deve probabilmente ringraziare proprio il futuro eurodeputato Berlato, punto di riferimento per il mondo venatorio del Nord Est.

I PALAZZINARI
Dalla polvere da sparo al mattone, fonte inesauribile di denari. Solo tra il 2016 e il 2018 Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia hanno ricevuto dai più noti costruttori romani circa 180 mila euro di donazioni. «Si tratta di erogazioni liberali da parte di società che non avevano alcuna criticità giudiziaria da noi conosciuta», è la risposta del partito ricevuta dall’Espresso.

Negli elenchi ufficiali ci sono tutti: Angiola Armellini, immobiliarista già indagata, nel 2014, per una maxi evasione fiscale, con 20 mila euro, versati tramite quattro società nel 2016 quando cioè era nota la sua disavventura giudiziaria; Sergio Scarpellini, palazzinaro deceduto l’anno scorso, coinvolto nello scandalo della casa dell’ex braccio destro di Virginia Raggi, Raffaele Marra ; i costruttori Santarelli; un’azienda del gruppo Mezzaroma; le imprese del gruppo Navarra, attivissime negli appalti pubblici che hanno versato 25 mila euro; infine l’immancabile Luca Parnasi, l’imprenditore del mattone che voleva realizzare il nuovo stadio della Roma, poi travolto da un’inchiesta giudiziaria per corruzione e per finanziamento illecito. Oltreché a fondazioni e associazioni legate a Pd e Lega, ha donato anche a Fratelli d’Italia, sezione Roma-Lazio, che ha percepito 50 mila euro dalla stessa società, l’Immobiliare Pentapigna, con cui Parnasi ha foraggiato Carroccio e Dem.

L’Espresso ha ottenuto la ricevuta di quel versamento datato 1 marzo 2018. Per il partito tutto regolare: «I documenti sono stati consegnati, su richiesta, alla Corte dei Conti». Tuttavia l’erogazione non risulta negli elenchi ufficiali della tesoreria di Montecitorio alla quale vanno comunicate le donazioni entro tre mesi dall’accredito: alla voce “Fratelli d’Italia Roma-Lazio” non c’è la Pentapigna di Parnasi. Al contrario troviamo due società e due nomi che ci riportano sempre al costruttore romano e che in tutto hanno versato 100 mila euro.

Finanziamenti registrati il 20 giugno 2018. Le due aziende sono Sofrac Group e Sepac, che hanno elargito complessivamente 60 mila euro. Due aziende riconducibili a Maurizio e Prospero Calò, che a loro volta hanno versato 20 mila a testa. Entrambi consiglieri fino al 2017 di Parsitalia, società del gruppo Parnasi. E soci in un’azienda di cui l’azionista di maggioranza è proprio la Pentapigna del costruttore.

Insomma, dal palazzinaro e dall’area imprenditoriale che gli ruota attorno, sono arrivati sui conti di Fratelli d’Italia la bellezza di 150 mila euro. Durante la campagna elettorale del 2016 per le comunali, Giorgia Meloni avrebbe dovuto partecipare a una cena organizzata dall’associazione leghista Più voci alla presenza dell’immarcescibile Parnasi. Almeno questo è quello che sosteneva il tesoriere della Lega, Giulio Centemero, nella chat con il costruttore . Fratelli d’Italia, però, smentisce questa circostanza.

Seppure non c’entri col mattone, di certo tra i maggiori benefattori di Fdi c’è Daniel Hager, rampollo di una famiglia azionista di una potente multinazionale americana: la Southern wine&spirits, colosso della distribuzione del vino da 16 miliardi di fatturato, da poco entrata nel mercato canadese della cannabis legalizzata. Hager è il marito di Ylenja Lucaselli, neo meloniana, eletta alla Camera, che non ha badato a spese per sostenere il partito: generosissima con i suoi 90 mila euro, che sommati a quelli del marito fanno 200 mila euro. La coppia d’oro a stelle e strisce dei fratelli d’Italia.

LA SEDE È UN AFFARE
Ma i soldi non sono l’unico patrimonio di Giorgia Meloni. Per questo Fratelli d’Italia ha promosso la nascita della Rete delle fondazioni e dei centri studi “non conformi”, per difendere la sacralità della vita e combattere le derive gender. Di questa rete, due sono le fondazioni più legate al partito. Una è la Fondazione Alleanza Nazionale, che nasce nel 2012 per tutelare il patrimonio, ideale e immobiliare, dell’ex Msi. Presidente è Giuseppe Valentino, ex parlamentare missino. Insieme a lui tanti altri che per anni hanno militato per la fiamma tricolore: da Ignazio La Russa a Italo Bocchino, da Maurizio Gasparri a Gianni Alemanno. Manca lei, Giorgia Meloni, che nel 2015 dopo una battaglia interna alla fondazione riuscì ad accaparrarsi la fiamma tricolore, simbolo di Msi e An, prima di dimettersi da consigliera.

Nel patrimonio immobiliare degli ex missini figura l’appartamento di via della Scrofa, 39, a due passi da Camera e Senato, dove Fratelli d’Italia ha da poco trasferito il suo quartier generale. Un altro indirizzo denso di storia: sede del Msi di Almirante e poi di Alleanza Nazionale con Gianfranco Fini. Poi c’è un altro luogo identitario dell’ex Msi, in via Ottaviano, 9. A pochi passi da lì nel 1975 è stato ucciso lo studente greco Mikis Mantakas e per questo ha avuto sempre una centralità nella topografia della destra romana. Dopo lo scioglimento di An era stata occupata dal Movimento Sociale Europeo fino a quando, nel 2015 non è stato minacciato lo sfratto. Fu forte la mobilitazione di tutti i camerati romani per evitare che la sede si trasformasse in un locale commerciale. Interviene allora la Fondazione An, che a inizio luglio 2018 compra l’immobile da Pasquale ed Eleonora Romualdi. Un ottimo affare. Per 174 metri quadrati a pochi passi da San Pietro, gli ex missini hanno speso solo 50 mila euro: 288 euro al metro quadro in una zona in cui anche per un box le quotazioni sono assai più alte.

Da quando è stato acquistato però «non è più frequentato come un tempo», racconta la portiera. Pasquale Romualdi non è parente di Pino, uno dei camerati fondatori del Movimento sociale italiano insieme a Giorgio Almirante. È un’immobiliarista romano che ha perso la battaglia con i militanti morosi. E ha permesso alla fondazione di chiudere un buon affare. «Siamo stati costretti, non si è trovata una situazione migliore in 45 anni», spiega Romualdi a L’Espresso, «L’appartamento era occupato da persone non facilmente gestibili. Siamo stati espropriati di quel bene molto tempo fa».

Oltre allo stabile di via Ottaviano, ce n’è anche un terzo, sempre nel cuore di Roma. È al civico 40 di via Paisiello, a due passi da Villa Borghese, polmone verde della Capitale. È stato donato ad Alleanza nazionale dalla contessa Anna Maria Colleoni, una «camerata vera», dice di lei chi la conosceva bene: alla sua morte, nel 1999, tutto il suo patrimonio finì al partito allora guidato Gianfranco Fini.

Da allora l’appartamento nel centro di Roma ha avuto più inquilini: l’ultimo “legale” è stato La Destra di Francesco Storace, poi è stato occupato dai neofascisti di Forza Nuova dell’ex terrorista nero Roberto Fiore. Sul citofono c’è ancora la sigla F.N. e la scritta Futura Vis, srl riconducibile alla famiglia di Roberto Fiore che ha sede proprio al domicilio che fu della Colleoni.

Quello di via Paisiello non è l’unico lascito della contessa camerata ad An. Ce n’è stato un altro ben più noto, poi venduto: era al 14 di Boulevard Princesse Charlotte, a Montecarlo. È stata la celebre casa di Fini a MontecarloEra stata ceduta nel 2008 dagli ex missini per 330 mila euro a una società offshore di proprietà di Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, moglie di Fini . Società che poi lo rivende per 1 milione e 360 mila euro a un’altra offshore, di proprietà di Francesco Corallo, ex re delle slot machine legali, rinviato a giudizio a giugno per associazione a delinquere, peculato, riciclaggio ed evasione fiscale, e anche per la casa di Montecarlo.

Nella lista delle fondazioni d’area c’è poi la Giuseppe Tatarella. A capo Francesco Giubilei, ’92, fondatore di Nazione Futura. Organizza eventi in giro per l’Italia, a cui partecipa anche l’uomo di Steve Bannon, Benjamin Harnwell. Giubilei ha per soci d’affari anche grand commis di Stato buoni per tutte le stagioni. Ne “Il periscopio delle idee”, una piccola casa editrice, con lui troviamo: Carlo Malinconico, sottosegretario alla presidenza con Monti; Pino Pisicchio, ex Dc, che rimpiange «i tempi di De Mita e Andreotti»; Andrea Monorchio, già ragioniere generale dello Stato; infine, Luigi Tivelli, che intercettato in un’inchiesta sui fondi al teatro Eliseo si definiva «il Fausto Coppi del lobbying». Altro che popolo sovrano.

QUI l’articolo completo

Il razzismo di Feltri: “I meridionali sono esseri inferiori” …Ora, forse non lo ricordate, ma qualcuno lo voleva come Presidente della Repubblica… Noi non facciamo nomi, lasciamo a Voi indovinare chi possa essere tanto ignobile…

 

Feltri

 

 

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Il razzismo di Feltri: “I meridionali sono esseri inferiori” …Ora, forse non lo ricordate, ma qualcuno lo voleva come Presidente della Repubblica… Noi non facciamo nomi, lasciamo a Voi indovinare chi possa essere tanto ignobile…

Il direttore di Libero: “Perché vorremmo andare in Campania, per fare i parcheggiatori abusivi?”

Il fatto che la Lombardia sia andata in disgrazia per via del Coronavirus ha eccitato gli animi di molta gente che evidentemente ha un senso di invidiadi rabbia nei nostri confronti perché subisce una sorta di senso di inferiorità. Io non credo ai sensi di inferiorità: credo che i meridionali in molti casi siano inferiori.

Ignobile vero? E allora, avete indovinato chi lo voleva Presidente della repubblica?

Correva l’anno 2015, precisamente il 28 gennaio. Di lì a sei giorni – precisamente il 3 febbraio – il Presidente della Repubblica sarebbe diventato Sergio Mattarella. Nel toto nomi che precede la nomina della massima carica dello Stato erano stati interpellati anche Matteo Salvini e Giorgia Meloni che, durante un’intervista, hanno fatto il nome del candidato ideale secondo loro, un nome per chi non vota sinistra. La scelta del leader leghista e della guida di Fratelli d’Italia è ricaduta proprio su Vittorio Feltri.

«In attesa che Renzi ci sia indicazione su cosa votare abbiamo scelto di proporre un uomo come Vittorio Feltri, persona libera, abituata a dire quello che pensa, coraggiosa. Perché all’Italia serve una persona così», diceva la Meloni cinque anni fa. La palla passa poi a Salvini che, alla domanda su cosa dicesse il diretto interessato rispetto alla candidatura, affermava che «è d’accordo perché noi vogliamo risvegliare l’Italia che non è di sinistra. L’Italia che produce, che lavora, che contesta l’Europa delle banche e dell’euro, della finanza, che vuole bloccare gli immigrati clandestini, che non è politicamente corretta, allineata, serva. L’Italia renziana». Nel 2015 per Salvini l’Italia che produce non era l’Italia che votava sinistra, così come ieri sera per Feltri i meridionali sono «in molti casi sono inferiori».

 

 

Chiudiamo la pietosa polemica sui “nomi e cognomi” di Conte: è vero quello che ha detto Conte? SI – Salvini e Meloni hanno detto menzogne? SI – E allora basta con i piagnistei, la Gente ormai avrà capito chi (bene o male) lavora per il Paese e chi (ignobilmente) rema contro!

 

Conte

 

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Chiudiamo la pietosa polemica sui “nomi e cognomi” di Conte: è vero quello che ha detto Conte? SI – Salvini e Meloni hanno detto menzogne? SI – E allora basta con i piagnistei, la Gente ormai avrà capito chi (bene o male) lavora per il Paese e chi (ignobilmente) rema contro!

Questa polemica sta assumendo risvolti grotteschi.

C’è chi in un momento così difficile per il Paese rema contro, dice menzogne, dissemina fake news e poi ha la faccia tosta di attaccare chi li sbugiarda

Poverini, il mite Conte gli ha spuntato l’unica risorsa che avevano: quella della menzogna. E questi, che credevano che la bugia sistematica fosse un loro diritto acquisito, l’anno presa a male.

Dopo l’evidente totale fallimento del sistema sanitario del centrodestra la menzogna era la loro unica arma per restare a galla. Ma in momenti difficili chi lavora (ripeto, bene o meno bene) si distingue da chi sa solo distruiggere.

In definitiva: quello che ha detto Conte è vero?

Senza dubbio SI.

E allora fine del discorso.

Fine del discorso, senza scomodare il Presidente della Repubblica, i giornalisti più o meno compiacenti e piccole, innocenti bambine che, nella fantasia di qualche pirla, invece di guardare i cartoni animati e giocare con le bambole, dedica il suo tempo a seguire i dibattiti politici in Tv

Pietoso, pietoso, pietoso…

Ah dimenticavamo, Conte si è visto costretto ad asfaltare di nuovo Salvini e Meloni anche senza fare nomi e cognomi, smentendo un’altra delle loro bugie…

Con un comunicato Palazzo Chigi ha precisato, contrariamente a quanto asserito dai soliti noti cazzari, che non c’è stata alcuna conferenza stampa a reti unificate. Palazzo Chigi non ha mai chiesto che la conferenza stampa venisse trasmessa a reti unificate; e infatti è stata trasmessa solo da alcuni canali tv e solo per una parte e non interamente.

Ecco il comunicato:

13 aprile 2020

“Non c’è stata alcuna conferenza stampa a reti unificate. Palazzo Chigi non ha mai chiesto che la conferenza stampa venisse trasmessa a reti unificate; e infatti è stata trasmessa solo da alcuni canali tv e solo per una parte e non interamente”. Cosi’ l’ufficio stampa di palazzo Chigi.

Le immagini sono per tutti

“Tutti gli interventi del presidente del Consiglio si sono sempre svolti secondo le consuete modalità e, in particolare, nella forma di conferenze stampa, salvo qualche rara eccezione – si precisa -. Sin dall’inizio del primo mandato del presidente del Consiglio Conte, dal giugno 2018, Palazzo Chigi trasmette il segnale audio video in Hd mettendolo a disposizione di tutti e di tutte le reti televisive, le quali liberamente decidono se e cosa mandare in onda sui propri canali. Lo stesso è avvenuto in occasione delle dichiarazioni alla stampa di sabato 21 marzo (per le quali alcuni hanno parlato, del tutto impropriamente, di ‘diretta facebook’) e della conferenza stampa di venerdì 10 aprile (per la quale alcuni, anche qui del tutto impropriamente, hanno parlato di ‘discorso alla nazione a reti unificate’).

Smentite le fake news

“In particolare – continua la nota dell’ufficio stampa di palazzo Chigi – il 10 aprile il presidente del Consiglio ha tenuto una conferenza stampa, come tante altre volte avvenuto in queste settimane. E come ogni volta ha illustrato i provvedimenti adottati, ha spiegato e chiarito i fatti più rilevanti e ha risposto a tutte le domande dei giornalisti, tanto sull’emergenza coronavirus quanto sul Mes. Nell’occasione ha smentito vere e proprie fake news che rischiavano di alimentare divisioni nel Paese e di danneggiarlo, compromettendo il ‘senso di comunità’, fondamentale soprattutto in questa fase di emergenza. In conclusione, anche questa volta non c’è stata richiesta, da parte della Presidenza del Consiglio, di trasmettere un discorso alla nazione a reti unificate”.

Le testate decidono se trasmettere o no

“La decisione di trasmettere o meno le conferenze stampa del Presidente del Consiglio spetterà – come è sempre stato – sempre e solo ai responsabili delle singole testate giornalistiche. Questi ultimi – si sottolinea – sono anche liberi di sostenere la singolare opinione secondo cui il presidente del Consiglio non dovrebbe smentire fake news e calunnie nel corso di una conferenza stampa rivolta al Paese, né dovrebbe parlare di un tema rilevante e di interesse generale come il Mes”. “Facciamo notare, infine, che Conte non avrebbe potuto evitare di affrontare il tema del Mes e chiarire le relative fakenews veicolate dell’opposizione, visto che questo tema è poi stato oggetto delle domande poste dai giornalisti. A conferma del fatto che si tratta di argomento di interesse generale”, conclude la nota.

 

Solo ieri Salvini si lamentava delle accuse di Conte, ma già riparte con una nuova BUFALA: pronte fantomatiche patrimoniali e prelievi forzosi… E in tutto questo squallore, Mentana che dice?

 

BUFALA

 

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Solo ieri Salvini si lamentava delle accuse di Conte, ma già riparte con una nuova BUFALA: pronte fantomatiche patrimoniali e prelievi forzosi…  E in tutto questo squallore, Mentana che dice?

Da Fanpage:

La bufala di Salvini sul prelievo ai conti correnti degli italiani

Matteo Salvini, in un servizio del Tg2, parla di un’ipotetica proposta del governo, che in realtà non è stata mai avanzata, e cioè il prelievo forzoso sui conti correnti, come fece Giuliano Amato nel 1992: “Chiediamo al governo di smetterla di aspettare quello che non arriva dall’Europa e di chiedere agli italiani di dare una mano. Senza follie, come stiamo leggendo che arriva da sinistra, patrimoniale, tassa sulla casa, prelievo dai conti correnti”.

Il leader della Lega Matteo Salvini, insieme alla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha attaccato venerdì il presidente del Consiglio Conte, perché in diretta tv, durante la conferenza stampa in cui il governo ha annunciato la proroga del lockdown fino al 3 maggio, ha accusato pubblicamente i due esponenti di centrodestra per aver diffuso “fake news” sul Mes. Salvini ieri ha anche telefonato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “La chiamo anche a nome degli altri colleghi leader dei partiti di centrodestra: quel che ha fatto il premier ieri sera non è degno di un paese democratico, presidente, siamo molto risentiti e riteniamo gravissimo quanto accaduto”, ha detto durante colloquio.

Secondo i due leader di centrodestra la scelta del presidente del Consiglio di criticare così duramente le opposizioni, in diretta sulle principali reti nazionali, nell’ora dei tg serali, è stata “Una roba  da stato totalitari”. Eppure Salvini non si è astenuto dal mettere in giro una bufala, durante un servizio del Tg2 di ieri sera. A proposito della proposta dal Partito Democratico, che vorrebbe chiedere un contributo di solidarietà a chi guadagna più di 3.000 euro netti al mese, il segretario del Carroccio ha commentato: “Chiediamo al governo di smetterla di aspettare quello che non arriva dall’Europa e di chiedere agli italiani di dare una mano. Senza follie, come stiamo leggendo che arriva da sinistra, patrimoniale, tassa sulla casa, prelievo dai conti correnti… ecco: dimentichiamoci di nuove tasse”.

In pratica Salvini ha lasciato intendere che il governo starebbe valutando addirittura un prelievo dai conti correnti degli italiani, per far fronte all’emergenza coronavirus, ipotesi che non è stata mai sul tavolo fino ad ora. Ma la dichiarazione di Salvini non è stata corretta durante la messa in onda del servizio giornalistico.

Salvini ha lanciato lo stesso allarme su Twitter: “Non solo la patrimoniale del Pd: mettiamoci anche un bel prelievo forzoso sui conti correnti…A sinistra sono sempre geniali, anziché togliere tasse agli italiani in un momento così difficile pensano a come metterne di nuove”, ha scritto, allegando  una ‘card’ in cui si vede il patron di Eataly, Oscar Farinetti, l’unico in realtà ad aver suggerito il prelievo dai conti correnti: “Serve il prelievo forzoso, come Amato nel 1992”.

fonte: https://www.fanpage.it/politica/la-bufala-di-salvini-sul-prelievo-ai-conti-correnti-degli-italiani/
https://www.fanpage.it/

Mentana ha ragione a lamentarsi di Conte che ha fatto nomi e cognomi: queste cose DOVREBBERO farle i giornalisti… Cari Giornalisti, caro Mentana, fate il vostro lavoro, così Conte non dovrà essere lui a fare nomi e cognomi.

 

Mentana

 

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Mentana ha ragione a lamentarsi di Conte che ha fatto nomi e cognomi: queste cose DOVREBBERO farle i giornalisti… Cari Giornalisti, caro Mentana, fate il vostro lavoro, così Conte non dovrà essere lui a fare nomi e cognomi.

Io non riconosco l’uso personalistico della conferenza stampa che Mentana rimprovera a Conte, perché ho visto – INVECE –  una difesa, non del Governo, ma della corretta informazione ai cittadini in un periodo così delicato.

È vero, non dovrebbe essere Conte a fare nomi e cognomi. Dovrebbero essere i giornalisti.

Chi intervista questa gentaglia…

Quando Salvini dice “noi della lega abbiamo sempre chiesto al governo di chiudere tutto”, il “giornalista” di turno non deve stare a guardarlo con sguardo ebete, deve rispondere : “Salvini, non dica puttanate, non prenda per il culo la gente”

Quando quei due sparano fake tipo il virus nato in laboratorio in Cina, o degli accrediti di 500.000 euro in Svizzera firmando un foglio, o del Senato chiuso (quando invece era regolarmente aperto), o dei 550 miliardi di Euro stanziati dal governo tedesco, o del caos provocato dal mercato ortofrutticolo di Palermo aperto (quando invece era chiuso), o che le Ong che latitavano (mentre erano e sono in prima linea in tutta la Lomberdia)… I giornalisti DOVE SONO?

Quando quei due dicono che Conte ha firmato il Mes, un giornalista dovrebbe dire “Guardi, sig. Salvini, Guardi Sig.ra Meloni, il Mes lo ha trattato in Europa il VOSTRO governo tramite Belusconi e Tremonti nel 2011, ed è stato firmato nel 2012 quando al governo c’era Monti…

E se la Meloni obietta che al momento del voto non era in aula, un “giornalista” dovrebbe ribattere “E lo dice così? Non se ne vergogna?”

La verità è che questi si sentono in diritto di prendere per i fondelli il popolo Italiano. Sono spalleggiati da giornalisti di parte o senza palle che, in modo vergognoso, avallano qualunque stronzata quesi due si sentono in diritto di partorire, senza fiatare…

E poi Salvini che per oltre un anno ha monopolizzato le televisioni senza neanche essere il presidente del consiglio, non dovrebbe neanche parlare…

Cari Giornalisti, caro Mentana, fate il vostro lavoro, così Conte non dovrà essere lui a fare nomi e cognomi.

P.S. – A qualcuno vogliamo dire, parafrasando un vecchio politico: I pieni poteri logorano chi non ce li ha…

P.S. bis – A quella povera creatura che chiede al padre “perché quel signore in tv ce l’ha con te e ti insulta?”, credo che sia giunto il momento che qualcuno le dica la verità…

P.S. ter – Ma quanto deve essere disperato uno per tirare in ballo pure la figlia in questa storia? Ma un po’ di dignità no?

 

By Eles

 

Meloni e Salvini attaccano Conte sul Mes? parlano di “metodi da regime”? Si dichiarano innocenti? Mentono senza vergogna! Ecco la verità…

 

Mes

 

 

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Meloni e Salvini attaccano Conte sul Mes? parlano di “metodi da regime”? Si dichiarano innocenti? Mentono senza vergogna! Ecco la verità…

 

Dopo che, con toni accesi e di solito estranei ai suoi modi, Giuseppe Conte ha aspramente attaccato Giorgia Meloni e Matteo Salvini in diretta nazionale, accusandoli di ‘dire menzogne’ sul Mes che ‘non è stato approvato l’altro ieri, ma nel 2012’, i due leader dell’estrema destra, dopo aver fatto un piagnisteo sui “metodi da regime”

Un piagnisteo con tanto di bava alla bocca per l’invidia (non dimenticate le lodi tessute ad Orban solo qualche giorno fa, quando ha praticamente instaurato la dittatura in Ungheria, o la Russia di Putin tanto osannata da Salvini).

I due principi delle fake news hanno immediatamente messo le mani avanti facendo come le tre scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano: loro nel 2012 o erano assenti dall’Aula (cosa di cui veramente non c’è nulla di che vantarsi) o hanno votato contro il Mes. Addirittura Salvini ha fatto un video in cui spiega che ‘tutto è controllabile su Google’. E infatti, ricostruire il perché la loro ‘innocenza’ è del tutto inventata è facilissimo.

Cominciamo dall’inizio: è vero che il Mes è stato approvato in Italia otto anni fa dall’allora Governo Monti, con il voto contrario della Lega e l’assenza della Meloni (ricordatevelo, segnatevelo, ASSENZA. Essere assenti NON può essere un merito di un parlamentare. Se era contraria DOVEVA ESSERE IN AULA e votare contro!).

Ma è anche vero, come entrambi dovrebbero sapere, che una votazione è solo la tappa finale di un percorso.

La storia del Mes inizia almeno un anno prima, nel 2011, con il via libera all’Eurogruppo e l’approvazione del disegno di legge per la ratifica della decisione del Consiglio europeo del 25 marzo che cambiava il Trattato sul funzionamento unico dell’Ue e dava il via alla creazione del cosiddetto ‘Fondo salva-Stati’, ossia il Mes, come strumento di aiuto agli Stati membri dopo la crisi del 2008.

E A DARE QUESTO VIA LIBERA È STATO IL GOVERNO BERLUSCONI, DI CUI FACEVANO PARTE SIA GIORGIA MELONI CHE MATTEO SALVINI. 

Il 3 agosto del 2011 il Consiglio dei Ministri si riunisce a Palazzo Chigi e proprio in quel giorno viene approvato, su proposta dell’allora Ministro degli Esteri Franco Frattini, il disegno di legge per la ratifica e l’esecuzione della “decisione del Consiglio europeo 2011/199/Ue, che modifica l’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea relativamente ad un meccanismo di stabilità (ESM – European Stability Mechanism, ossia proprio il Mes) nei Paesi la cui moneta è l’euro”. 

Il Mes è un’evoluzione del Fesf (Fondo europeo per la stabilità finanziaria) ed entrambi gli strumenti sono stati preparati e decisi a livello europeo tra il 2010 e il 2011. A rappresentare l’Italia c’erano Silvio Berlusconi (Consiglio Europeo) e Giulio Tremonti (Ecofin ed Eurogruppo). Il governo Berlusconi si basava su un’alleanza, quella tra Pdl e Lega. Giorgia Meloni all’epoca era parte di Pdl come Ministro della Gioventù e Matteo Salvini era europarlamentare della Lega.

Molto semplice: chi ora parla di ‘alto tradimento’ sedeva al tavolo che questo tradimento l’ha ordito, per citare il premier Conte, ‘col favore delle tenebre’. E che ora, approfittando della difficoltà della materia, della memoria corta dell’elettorato e della paura per l’emergenza Coronavirus, sta cercando di gettare fumo negli occhi agli italiani.

 

Tratto da:  https://www.globalist.it/news/2020/04/11/meloni-e-salvini-innocenti-nel-2011-erano-ministra-e-deputato-del-governo-che-decise-il-mes-2056055.html