Il Venezuela di Maduro? Il 70% del PIL va in spesa sociale (in Italia siamo sotto il 14%) – Questa e tutte le altre verità sul dittatore (eletto democraticamente con il 68% dei voti) che gli autoploclamati padroni del mondo americani vogliono deporre a tutti i costi…!

 

Maduro

 

 

.

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

 

Il Venezuela di Maduro? Il 70% del PIL va in spesa sociale (in Italia siamo sotto il 14%) – Questa e tutte le altre verità sul dittatore (eletto democraticamente con il 68% dei voti) che gli autoploclamati padroni del mondo americani vogliono deporre a tutti i costi…!

Più che il solo petrolio: perché gli Usa hanno fretta con il Venezuela

Intervistato da The Wall Street Journal, il golpista Juan Guaidò ha dichiarato di non credere che Russia e Cina siano veramente dalla parte di Nicolas Maduro: “Essi semplicemente difendono i propri investimenti in Venezuela. A poco a poco però cominceranno a capire che Maduro non può offrire loro né stabilità, né garanzie”.

Appena un paio di giorni fa, la Tass riferiva che il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov, commentando le notizie diffuse da Bloomberg secondo cui Mosca comincerebbe a dubitare della necessità di continuare a sostenere il presidente venezuelano, aveva ribadito che la “posizione del Cremlino riguardo l’appoggio a Maduro non è cambiata”. Inoltre, smentendo indirettamente voci su presunti piani russi per una operazione come quella che nel 2014 aveva sottratto il presidente ucraino Viktor Janukovich al sicuro linciaggio da parte delle bande naziste, Peskov aveva detto anche che il Cremlino “non sta allestendo alcuna operazione per l’evacuazione del presidente Nicolas Maduro dal Venezuela”, sottolineando “l’inammissibilità di qualsiasi interferenza dall’esterno e le possibili conseguenze catastrofiche di qualsiasi intromissione di forza da parte di paesi terzi”.

Intromissione che, però, nella stessa intervista, Guaidò dà praticamente come certa: “l’intervento militare può essere la forma più efficace di pressione” per costringere “il dittatore ad andarsene” e per la quale il Ministero degli esteri russo afferma di disporre di informazioni secondo cui Washington avrebbe già preso la decisione, pianificando bombardamenti aerei su diverse aree del paese.

Dylan Malyasov scrive poi su Defence Blog che “il Venezuela ha 90 giorni di tempo. È stato diramato l’ordine per la preparazione di attacchi aerei sui principali centri militari e politici del paese, su basi di difesa aerea e forze navali. Contemporaneamente, avanzeranno truppe di terra dalla Colombia”.

In tale situazione, non priva di spunti originali sembra l’analisi condotta da Ruslan Khubiev sulla russa iarex.ru. [nota: con il termine di “rivoluzionari” si intendono i golpisti]

*****

Più che il solo petrolio: perché gli USA in realtà hanno fretta con il Venezuela

Il mondo dell’uomo moderno è fatto di informazioni che gli vengono trasmesse. Si può essere ovunque, senza varcare la soglia di casa; ma, in tal caso, si deve guardare il mondo con gli occhi degli altri: attraverso gli occhi dei media occidentali, della stampa e soprattutto della propaganda anglosassone.

Nicolas Maduro, presidente venezuelano in carica, dal 2013 ha messo a disposizione circa 1.500.000 di case gratuitamente, ma i media occidentali lo accusano ostinatamente di “gettare la gente in strada”. Caracas, da città delle favelas, si è trasformata in una megalopoli pacifica e tranquilla, ma ciò non impedisce ai media americano-britannici di calunniare il “regime” di connivenza col crimine.

Le merci, importate nel paese dagli Stati Uniti, vengono vendute in Venezuela a prezzi dieci volte più bassi e la differenza di prezzo è coperta dalle sovvenzioni governative. Tre quarti del bilancio del paese sono destinati a investimenti nella sfera sociale, ma la stampa occidentale continua a sostenere che Maduro sottrae redditi alla popolazione.

Il paese ha sempre acquistato prodotti agricoli, principalmente dagli Stati Uniti, in cambio dell’oro nero. Con l’embargo, le sanzioni e il blocco economico, Washington rifiuta anche di vendere prodotti alimentari, ma ciononostante la stampa incolpa di tutto Caracas. Secondo il suo tipico modo, la propaganda anglo-sassone si erge a portavoce dell’ostilità rivoluzionaria, ma non è chiaro come si spieghi tanta fretta.

La società venezuelana è divisa in due. Nel 2016, l’opposizione neoliberale ha vinto le elezioni agli organi legislativi. I prezzi del petrolio, a causa della guerra fredda tra Stati Uniti e Russia sono bruscamente calati, mentre la Casa Bianca diramava una risoluzione in cui si parlava di una “eccezionale minaccia” da parte del Venezuela.

A metà dell’anno scorso, a questi problemi si è aggiunta una grave siccità, nonostante il fatto che il 70% dell’elettricità del paese sia generata da grandi centrali idroelettriche. Subito dopo, l’opposizione venezuelana è stata invitata negli Stati Uniti e la situazione ha cominciato a peggiorare.

L’atmosfera di disinformazione, intensificata dall’Occidente, ha portato confusione persino tra gli amici della repubblica, mentre i “rivoluzionari” si riempivano di così tanto coraggio da dare a Maduro esattamente 6 mesi di vita. L’opposizione ha iniziato a preparare sabotaggi, danneggiamenti elettrici, interruzioni dell’acqua potabile, mentre le sovvenzioni alimentari venivano utilizzate per il mercato nero.

Le persone venivano spinte a vendere i prodotti sovvenzionati agli speculatori che, a loro volta, li commercializzavano massicciamente per l’esportazione. In altre parole, il Venezuela veniva intenzionalmente e artificialmente dissanguato, perdendo flussi di dollari, subiva il sabotaggio interno, il blocco americano e il ricatto.

Come è dunque che gli Stati Uniti non hanno raggiunto lo scopo? Il fatto è che mentre sui media l’opposizione celebrava la vittoria, la leadership del Venezuela stabiliva nel 2017 un nuovo record. Per la prima volta nel mondo, gli investimenti sociali superavano il 70%. Vale a dire che circa tre quarti del bilancio statale venivano indirizzati ai bisogni sociali. In un anno, la popolazione ha ricevuto gratuitamente 359.000 edifici residenziali nuovi e 335.000 ristrutturati; i servizi sanitari gratuiti sono aumentati di 10 volte: e questa è solo una parte delle misure adottate dal governo.

Nel momento critico, è intervenuta la Russia, con lo storico accordo dell’OPEC+. La diplomazia russa ha riportato il prezzo a un livello accettabile, il che ha contribuito in buona parte a salvare il Venezuela, accollatosi un corso sociale molto pesante.

Nel maggio 2018, poi, gli USA si sono sentiti offesi nei loro migliori sentimenti. Per anni Washington ha cercato di persuadere il mondo che il socialismo possa arrivare al potere solo sulle baionette della rivoluzione, ma nessuno lo sceglierebbe per via democratica. Ciononostante, alle elezioni dello scorso anno, a dispetto dell’opposizione, è avvenuto proprio questo. Il “dittatore” Maduro ha ottenuto il 68% dei voti. In qualsiasi altra “democrazia” occidentale sarebbe stato considerato un grande trionfo, ma la Casa Bianca ha intravisto nuove opportunità nel restante 32%.

Disgraziatamente, in gran parte è stato lo stesso Maduro a permettere che ciò avvenisse, essendosi confermato al potere per mezzo di un aperto voto democratico. Il leader venezuelano ha aggirato il normale stadio dell’epurazione rivoluzionaria delle élite, cosa che Hugo Chavez a suo tempo non ha mai fatto. Come risultato, il neo-eletto presidente è rimasto uno contro uno di fronte alla crisi economica, al doppio sistema di conversione valutaria, al mercato nero e, soprattutto, con solo il 15-20% di economia nazionalizzata, mentre il restante 80% del patrimonio del paese rimaneva in mano all’impresa privata e all’opposizione.

Sono proprio queste “mani” che ora spingono al colpo di stato, con gli americani che li usano per indirizzare la protesta. Formalmente, al Venezuela si oppone un parlamento di opposizione, disciolto per violazione delle norme costituzionali e non riconosciuto nel paese; tuttavia, in realtà,il problema principale di Caracas è la guerra economica totale con l’America.

Il 90% delle esportazioni venezuelane è costituito dal petrolio “pesante” – una sostanza altamente viscosa, che non scorre attraverso le tubazioni e che perciò deve essere diluita prima di venir esportata. Nel passato, per superare il problema, per anni i giacimenti sono stati dati in concessione ad altri stati, col risultato che, attraverso questo “giro”, gli Stati Uniti ottenevano un ventaglio di opportunità. Contro la PDVSA, la compagnia gas-petrolifera venezuelana e principale importatore degli additivi necessari al paese, sono state imposte pesanti sanzioni. La nafta, ottenuta dalla distillazione del petrolio, era fornita dagli Stati Uniti e, senza di essa, era impossibile liquefare e trasportare la materia prima attraverso le condotte.

Washington lo sa perfettamente e sa anche che senza le entrate petrolifere non si sarebbero potuti adempiere gli estesi impegni sociali; perciò, insieme al blocco delle petroliere nel Golfo del Messico, scientemente si è dato luogo contro Caracas a un deficit di “olii combustibili”. In altre parole, l’America, nel suo “sincero” desiderio di “aiutare” il Venezuela, ha fatto di tutto affinché i problemi del popolo venezuelano aumentassero.

Non bisogna dimenticare che la seconda metà del gioco degli anglosassoni è incentrata sul fatto che il Venezuela è una società estremamente polarizzata. Manca nel paese una classe media, mentre lo strato dei ricchi è nettamente separato dalla maggioranza dei cittadini comuni. Con Chavez e Maduro, milioni di persone della seconda categoria hanno ottenuto l’accesso alle prestazioni sociali, mentre la minoranza costituita dall’élite è stata allontanata dalla “mangiatoia”.

Questa minoranza è composta di persone completamente americanizzate, da tempo avvezze a odiare la propria patria; i loro figli studiano nelle università britanniche e americane; sono schizzinose su tutto ciò che è venezuelano e nei loro quartieri hanno creato piccoli “paradisi” pro-americani. Ed è questa la principale forza trainante dell’attuale rivoluzione “colorata”.

Negli anni 2000, Washington aveva già usato queste forze e aveva creato i presupposti per causare problemi economici nel paese. Aveva formato esattamente gli stessi golpisti ed era riuscita addirittura a far loro eseguire un arresto. Arrestando Hugo Chávez, la Casa Bianca, allo stesso modo di oggi, si era affrettata a riconoscere quale nuovo leader la marionetta dell’opposizione, ma gli eventi si erano sviluppati lungo un percorso diverso.

Il popolo del Venezuela aveva dimostrato di essere capace di fare ciò che gli ucraini non sono stati in grado di fare nel 2014 e che sono stati capaci di realizzare i cittadini del nostro paese.

A Caracas nel 2002 e a Mosca nel 2012, la gente non è rimasta a guardare in silenzio, mentre nella capitale veniva tentato un colpo di stato, ma è invece scesa in strada per protestare contro i manifestanti. Di conseguenza, rendendosi conto di dove soffiasse il vento e vedendo come la gente sostenesse i leader, i membri dubbiosi dell’élite politica si associarono alla maggioranza. Nel caso di Hugo Chavez, egli fu rilasciato; nel caso della Russia, Vladimir Putin rimase al potere. I leader dell’opposizione creati dagli Stati Uniti non si erano rivelati all’altezza.

Memore della storia, Maduro nei giorni scorsi ha dichiarato che, come all’epoca di Chavez, il paese sta creando 50.000 unità di milizia popolare e che entro maggio ci saranno 2 milioni di uomini organizzati. “Il popolo” ha detto Maduro, “non permetterà all’impero nordamericano di toccare un palmo del territorio del paese”. A tal fine, ogni mese arrivano in Venezuela armi dalla Russia. Il paese è già protetto da una possibile variante di intervento americano, con sistemi di difesa antiaerea russi, complessi antiaerei S-300, artiglieria, aerei e tecnologia missilistica.

Caracas dispone di cinque divisioni complete, per un totale di 90.000 uomini, e anche la filoamericana Colombia si rifiuta di mettere a disposizione degli USA una propria area come testa di ponte.

A partire dal 2006, il nostro paese e nostre società statali hanno fornito al Venezuela prestiti e linee di credito per circa 17 miliardi di dollari e la Cina ha investito ancora di più. Con ciò, Mosca e Pechino difendono non solo i propri interessi finanziari, ma anche quelli geopolitici: è ormai evidente come, negli ultimi anni, quando i media internazionali lanciano inviti ad “andarsene”, significa che l’Occidente si prepara a compiere un’altra rapina.

Da un lato, il Venezuela è ostaggio delle proprie condizioni climatiche: l’80% del territorio non è adatto per viverci. D’altro canto, è proprio in questa parte che c’è la ricchezza del paese. Per riserve di gas naturale nell’emisfero occidentale, il Venezuela è secondo solo agli Stati Uniti e li raggiunge anche per riserve di carbone, ferro, manganese, titanio, nichel, rame, piombo-zinco e altri minerali. Presenti anche bauxite, cobalto, oro, diamanti, argento, amianto, fosforite e altri elementi della tavola di Mendeleev: compagnie cinesi e russe operano in molti di questi settori.

Secondo l’Europa, il Canada e l’America, tale situazione è “estremamente ingiusta”; quindi, il burattino degli anglosassoni, Guaidò, ha già dichiarato che per il Venezuela “non è vantaggioso cooperare con Cina e Russia”, perché entrambi questi stati “depredano” il suo paese.

Nel mondo moderno, il primo elemento per le invasioni dirette o indirette è la presenza di risorse energetiche nel paese. Inoltre, il Venezuela è la chiave per Nicaragua e Cuba. Nel primo paese, la Cina si stava apprestando a costruire un analogo del Canale di Panama, mentre nel secondo sono in gioco interessi del nostro stato. Oltretutto, la realizzazione del canale sarebbe impossibile senza l’ombrello militare di Mosca, mentre Cuba rimane nell’orbita del Cremlino con il sostegno finanziario di Pechino.

Per gli Stati Uniti, è necessario disporre delle riserve petrolifere venezuelane per garantirsi un fattore quale leva sul prezzo del greggio, così che il crollo artificiale del prezzo del petrolio possa essere utilizzato contro Mosca e, d’altro lato, il divieto di esportazione di risorse energetiche venezuelane verso la Cina, contro Pechino. L’urgenza di agire in questa direzione è data dal fatto che il successo della Russia in Siria ha infranto i piani americani a lungo termine, che avevano l’obiettivo di isolare la Cina dalle risorse energetiche del Medio Oriente.

In fin dei conti, il controllo sui flussi di gas e petrolio, la creazione di eserciti terroristici “manovrabili” e molto altro, non sono andati come voluto; avrebbe dovuto essere avviato un potente strumento per la determinazione dei prezzi del petrolio, per esercitare pressioni su Russia e Cina. La minaccia del crollo delle esportazioni e dell’economia cinese, bloccandone l’accesso alle risorse energetiche, doveva diventare un’arma pesante nella guerra “commerciale”, mentre il dumping sui prezzi dell’energia avrebbe dovuto costituire lo strumento principale di un golpe “colorato” in Russia.

Con la vittoria di Mosca, è cambiato tutto. Di più: la Russia non solo è riuscita a cancellare i piani statunitensi in Siria, ma ha anche ottenuto non piccoli successi con un altro elemento. Il principale meccanismo degli Stati Uniti per il crollo dei prezzi del petrolio, vale a dire la Casa dei Saud, con l’entrata della Russia nell’OPEC+ si è indebolito. Al contrario, gli accordi conclusi da Mosca nell’ambito di questa organizzazione, hanno bloccato i tentativi USA di abbattere di nuovo i prezzi dei prodotti energetici.

In altre parole, nelle condizioni attuali, senza il Venezuela è impossibile abbattere a lungo il prezzo del petrolio e, senza far ciò, è difficile eliminare la Russia dal “duumvirato” con la Cina, e, senza eliminare Mosca, non si può far niente con Pechino.

In questo contesto, appare estremamente ironico l’elenco dei paesi occidentali che sostengono l’opposizione venezuelana. Particolarmente ironico è lo zelo della Parigi ufficiale, dove, sullo sfondo dei blindati a difesa dell’Arco di Trionfo dai manifestanti, l’illogico Macron dichiara il sostegno agli insorti contro il “regime venezuelano”. Nel 2016 si era già assistito a una simile isteria, finita fortunatamente nel nulla.

Lo scorso 6 febbraio, una grande quantità di armi e equipaggiamenti, in arrivo dagli Stati Uniti, è stata sorprendentemente intercettata dalle forze di sicurezza venezuelane. Non a caso, dunque, i cecchini, tipici elementi di ogni “rivoluzione” occidentale, avvezzi a sparare su entrambi i lati della piazza (come nell’ucraina Majdan), non sono ancora comparsi in Venezuela.

Anche le compagnie militari private americane e britanniche e gli agenti di influenza, non di per sé vengono catturati da “certi” agenti di un certo paese; e l’esercito, non casualmente è istruito da consiglieri militari di un “certo” stato. E gli “aiuti” americani al Venezuela”, in formato USAID, e le “missioni” ONU con ambulanze e camion pieni di denaro e armi, nonostante la corruzione, non casualmente sono bloccati alle frontiere del paese. E il tentativo di attacco armato al potere a fine gennaio, contando sugli arsenali militari, è stato sventato non senza l’aiuto di “un certo” controspionaggio di una terza parte.

In poche parole, un attacco di forza a imitazione di un sollevamento militare, con il contemporaneo riconoscimento di Guaidò, un paio di settimane fa, non ha avuto luogo grazie agli sforzi congiunti di Caracas, Mosca e Pechino. Quindi, gli Stati Uniti hanno tutte le chances per incorrere in un nuovo fallimento.

(traduzione di F. Po)

tratto da: http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/02/11/piu-che-il-solo-petrolio-perche-gli-usa-hanno-fretta-con-il-venezuela-0112312?fbclid=IwAR1jeK4R7Q8E_RrfRm2bVpBclQ9cB8MJXOX4VyHPowMyVMIVtoFGV1o8rYw

Il pianto dei bambini strappati alle madri da Trump? Di che cazzo Vi meravigliate? Qui parliamo di una nazione nata sul GENOCIDIO degli indigeni… Ecco come De André che ci racconta il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito USA riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini!!

 

Trump

 

.

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

Il pianto dei bambini strappati alle madri da Trump? Di che cazzo Vi meravigliate? Qui parliamo di una nazione nata sul GENOCIDIO degli indigeni… Ecco come De André che ci racconta il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito USA riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini!!

Il pianto della piccola migrante trattata come una terrorista e strappata ai genitori

Le scelte disumane di Trump fanno orrore. Ma adesso lo stato di New York vuole fare causa al miliardario xenofobo: diola i diritti costituzionali

Senza pietà, senza umanità. Lui è il ricco che difende i ricchi. Lui è il ricco che sfrutta i poveri ma non ne ha misericordia. Lui è il ricco che un giorno – speriamo – sarà ricordato sui libri di storia per essere il simbolo dell’egoismo, dello sfruttamento e dell’intolleranza.
Ma qualcuno si oppone: lo stato di New York intende fare causa al governo per la separazione delle famiglie al confine con il Messico. Lo afferma il governatore Andrew Cuomo, sottolineando come a suo avviso il governo stia violando i diritti costituzionali degli immigrati.
La presa di posizione di Cuomo è legata al fatto che oltre 70 bambini separati dalle loro famiglie si trovano in istituti a Long Island, nello stato di New York.
Secondo Cuomo l’amministrazione Trump sta violando anche l’accordo di Flores del 1997 che determina gli ”standard nazionali riguardo la detenzione, il rilascio e il trattamento dei bambini immigrati detenuti in complessi” pubblici ”dando priorità al principio dell’unità familiare”.

Leggi: Per non dimenticare – 29 novembre 1864, il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito degli Stati Uniti d’America riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini indigeni !!

Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura….
 
Chi, come me, ha amato Fabrizio De André conosce molto bene questa canzone.

La musica incalzante accompagna parole che suonano come una poesia, ma che in realtà raccontano una vicenda terribile, vista con gli occhi di un bambino indiano che il 29 novembre 1864 morì per mano dell’esercito americano in quella infame pagina di storia ricordata come il massacro di Sand Creek. Scrivendo queste righe sono molto commossa. Non vi racconterò di una battaglia fra eserciti di uomini adulti e valorosi, che si fronteggiano all’ultimo sangue ad armi pari. Vi racconterò la storia di un esercito di bambini, donne e anziani che furono nel sonno trucidati senza pietà. Partiamo dall’inizio, facciamo un passo indietro per meglio comprendere cosa accadde. Durante la metà del XIX secolo, molti coloni provenienti dall’Europa iniziarono a spostarsi verso California e Oregon dell’ovest, territori conquistati in seguito alla fine della guerra fra Messico e Stati Uniti. Una vera fortuna, vista la scoperta di numerosi giacimenti auriferi, che diede vita alla corsa all’oro Californiana.  I territori delle Grandi Pianure settentrionali, fino ad allora poco colonizzati, erano prevalentemente popolati da tribù nomadi o seminomadi di nativi americani.  Ma cosa si intende per nativi americani? Con l’espressione Nativi americani si intende indicare le popolazioni che abitavano il continente americano prima della colonizzazione europea e i loro odierni discendenti. Le tribù vivevano senza confini sparse sul territorio. Con l’arrivo dei colonizzatori e dei primi scontri, si rese necessario un accordo fra le parti, che non fu certo vantaggioso per i Nativi. Il 17 settembre 1851, commissari del governo statunitense siglarono con i rappresentanti delle principali tribù dei nativi della regione il trattato di Fort Laramie, che prevedeva in cambio del passaggio libero delle carovane dirette a ovest, della costruzione di strade e forti dell’esercito nella regione, il pagamento di un’indennità annuale di 50.000 dollari per quindici anni, poi ridotti a dieci. L’accordo, inoltre, circoscriveva con precisione i territori da assegnare in proprietà esclusiva alle tribù, sui quali avrebbero potuto transitare liberamente, cacciare e pescare.  Qualcosa di fondo secondo me stride: da liberi nelle Grandi Pianure, a liberi in aree con confini delimitati. Ma questa è la storia.  I territori riconosciuti ai Cheyenne e agli Arapaho erano compresi tra le Montagne Rocciose e i fiumi North Platte e Arkansas, zona che oggi ospita l’odierno Colorado. La firma del trattato garantì la pace, almeno apparente, fino al luglio 1858, anno in cui iniziò la “corsa all’oro del Pike’s Peak”, adiacente alle Montagne Rocciose. La scoperta di immensi giacimenti d’oro causò l’arrivo nella regione di quasi 100.000 cercatori, che senza badare agli accordi siglati, invasero indiscriminatamente i territori dei nativi, cominciando a costruire insediamenti stabili, tra cui il primo nucleo della città di Denver.

Coloni e minatori, com’era naturale si unirono in un fronte comune, iniziando a chiedere al governo i territori della valle del fiume Platte, di importanza fondamentale per le tribù native, in quanto zona di pascolo di mandrie di bisonti. Il governo non cedette alla richiesta, ma le autorità locali, spinte dalla pressione crescente della popolazione, decisero di creare nel 1859 il cosiddetto “Territorio di Jefferson”, un’entità amministrativa extralegale e non riconosciuta dal governo statunitense.
Alla fine del 1860 le crescenti richieste dei coloni, spinsero il governo ad iniziare i negoziati per ridefinire i confini dei territori assegnati alle tribù dei Cheyenne meridionali e agli Arapaho.
Il 18 febbraio 1861 venne siglato il trattato di Fort Wise tra il Commissario agli Affari indiani Alfred Greenwood e un gruppo di capi Cheyenne e Arapaho. I nativi rinunciarono a quasi due terzi del territorio a loro assegnato in precedenza, accettando di insediarsi in un’area molto più piccola compresa tra i fiumi Arkansas e Big Sandy Creek. Il nuovo insediamento era scarso di selvaggina e difficilmente coltivabile. I capi tribù accettarono la nuova sistemazione solo a patto che potessero liberamente circolare e cacciare nei territori che avevano lasciato, ne andava della sussistenza della loro gente. Questo punto del trattato però, come era prevedibile rimase in sospeso, senza una definizione precisa. Sarebbe stato solo questione di tempo prima dell’inizio di un aperto conflitto fra le parti, che vedeva contrapposta la sopravvivenza di un popolo agli interessi economici.
Gli stessi capi tribù non furono tutti unanimi sulla firma del trattato. Pentola Nera, Antilope Bianca, Orso Magro, Lupo Piccolo e Orso Alto siglarono l’accordo per i Cheyenne. Per gli Arapaho, Piccola Cornacchia, Bocca Grande, Bufera, Barba-in-Testa e Mano Sinistra.
Il 28 febbraio 1861, il “Territorio di Jefferson” divenne lo stato del Colorado. I coloni avevano vinto.
Le premesse per ciò che successe in seguito erano state poste.
Tra i più oltranzisti vi furono i Hotamétaneo’o, i Soldati Cane, una società guerriera cheyenne divenuta autonoma e ferocemente ostile alla presenza dei coloni che cercavano di insediarsi nelle terre della tribù.
La situazione diventava ogni giorno più difficile, il malcontento fra le tribù era ormai diffuso. Le notizie di una ribellione in Minnesota dei Dakota Santee, che facevano parte del gruppo dei Sioux, sedata nel sangue dall’esercito, degli attacchi alle tribù Navajo ad opera dei coloni che cercavano di farsi largo nei loro territori, crearono un clima di generale malcontento, controllato a fatica dagli anziani.
Il 12 aprile 1861 scoppiò la guerra di secessione. La minaccia di invasione da parte delle truppe confederate dal Texas e dal Nuovo Messico, portarono al pattugliamento del territorio da parte dei soldati dell’unione, che spesso si scontravano con i giovani guerrieri nativi impegnati nella caccia del bisonte.

Quale linea scelsero di seguire i soldati dell’unione? La linea dura. Fautori principali dell’intransigenza furono il nuovo governatore del Territorio John Evans e il colonnello John Chivington, veterano della guerra contro i confederati e comandante del 1st Colorado Volunteer Regiment of Cavalry, il braccio armato in questa vicenda.

Fu un generale di vent’anni Occhi turchini e giacca uguale Fu un generale di vent’anni Figlio d’un temporale …
 

Dopo quasi quattro anni di guerra, di scontri e di reciproci “dispetti”, la situazione precipitò inesorabilmente quando una pattuglia di Chivington attaccò un gruppo di Soldati Cane Cheyenne, accusati di aver rubato dei cavalli e due giorni dopo uccise, per rappresaglia, due donne e due bambini in seguito all’attacco nel campo di Cedar Bluff. Furono incendiante più di settanta tende, almeno 10% dell’intero campo Cheyenne. Soldati contro popolazione inerme.  Chivington si divertiva a seminare scompiglio, a dimostrare con atti di forza la propria superiotà.  Il 16 maggio inviò, senza autorizzazione governativa, una compagnia ad attaccare un grosso campo estivo di Cheyenne nei pressi del torrente Ask.  Capo Orso Magro, uno dei firmatari del trattato di Fort Wise andò incontro ai soldati che imbracciavano fucili carichi, armato solo di una copia del trattato. Un colpo in pieno petto lo lasciò a terra agonizzante. I Cheyenne reagirono, accorrendo anche dai campi vicini, assalendo i soldati.  Pentola Nera, uno degli anziani, fu il solo in grado di fermare i nativi, permettendo ai soldati di rifugiarsi a Fort Larned.

C’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek. I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte…
 
La pace era definitivamente compromessa. La morte di Orso Magro minò l’autorità degli altri anziani firmatari del trattato. Diversi gruppi di nativi ribelli Cheyenne e Sioux si riunirono e decisero di attaccare i coloni che erano entrati nei loro territori.  La reazione del governatore Evans non tardò ad arrivare. A fine giugno 1864 intimò ai ribelli di rientrare nella loro riserva e di deporre le armi, in caso contrario sarebbero stati considerati ostili. Ad agosto autorizzò la popolazione ad attaccare i nativi sorpresi fuori dalla riserva. Pentola Nera riuscì, con la mediazione di William Bent, colono spesato a una nativa, a creare un tavolo della trattativa con il maggiore Edward W. Wynkoop, comandante della guarnigione di Fort Lyon. Le buone intenzioni del capo indiano non corrispondevano a quelle del soldato, mostratosi ostile fin dall’inizio. Anche Chivington si mostrò ambiguo, minacciando una guerra totale in un primo momento e poi invitando i nativi ad accamparsi nei pressi di Fort Lyon, per godere della protezione dell’esercito. Fiducia. I nativi si fidavano delle parole degli uomini del governo. Perché avrebbero dovuto mentire? “Cerchiamo la pace”, pensavano gli anziani, il territorio è grande, possiamo vivere tutti insieme. Ma la caccia al bisonte non andava d’accordo con il corso all’oro, con la nascita delle prime città. I nativi non lo sapevano. Con l’arrivo dell’autunno le tribù Cheyenne dei capi Pentola Nera e Antilope Bianca lasciarono gli insediamenti estivi di Smoky Hill per accamparsi in un’ansa del fiume Sand Creek, a circa 64 chilometri a nord-est di Fort Lyon. Erano circa ottocento. Gli Arapaho dei capi Piccola Cornacchia e Mano Sinistra, si accamparono nelle immediate vicinanze del forte, tanto da iniziare rapporti commerciali stabili con gli abitanti del Forte. Il governo dell’unione non gradì l’apertura del maggiore Wynkoop, che permise l’inizio del commercio, tanto da trasferirlo il 5 novembre 1864 a Fort Riley in Kansas. Il suo posto fu occupato da un uomo di fiducia, fautore della linea dura, il maggiore Scott J. Anthony.  Il nuovo maggiore fece sentire subito la sua presenza sospendendo i rifornimenti ai nativi: la condizione era molto chiara, dovevano consegnare tutte le armi. Gli Arapaho obbedirono, ma nonostante questo, il soldato non revocò l’ordine. Pentola nera fece un altro tentativo di mediazione. Alcuni testimoni, chiamati durante le numerose inchieste successive, raccontarono che il maggiore rassicurò l’anziano che se i nativi fossero rimasti nel loro campo di Sand Creek, nulla di male sarebbe loro accaduto. Gli Arapaho si divisero: la tribù di Mano Sinistra raggiunse i Cheyenne sul Sand Creek, mentre quella di Piccola Cornacchia si rifugiò oltre il fiume Arkansas. Subito dopo la loro partenza il maggiore Scott J. Anthony chiese rinforzi ai suoi superiori con un dispaccio perché una banda di nativi ostili era accampata a circa 60 chilometri dal forte. Si riferiva al campo di Sand Creek.
Il 27 novembre arrivarono le truppe di rinforzo in gran segreto, condotte sul posto dal il colonnello Chivington. In totale 600 uomini, fra cui alcuni volontari che si erano offerti per combattere gli indiani ostili.
Un piccolo gruppo di soldati rinchiuse la famiglia di William Bent nel loro ranch, con lo scopo di impedire loro di dare l’allarme.
Non tutti i soldati erano d’accordo di attaccare il campo, sapevano che erano presenti solo donne, vecchi e bambini. Gli uomini erano tutti a caccia.
Alle 20:00 del 28 novembre la colonna di Chivington, ulteriormente rinforzata da altri volontari, lasciò Fort Lyon. Tutto era stato organizzato, avrebbero solo dovuto agire, punire i nativi e la loro sfrontata voglia di circolare liberi sul territorio.
Armati di tutto punto, i soldati si diressero verso il Sand Creek. Trasportavano anche quattro obici da montagna, necessari per meglio offendere l’accampamento.
È l’alba. 29 novembre 1864.
E quella musica distante diventò sempre più forte Chiusi gli occhi per tre volte Mi ritrovai ancora lì Chiesi a mio nonno è solo un sogno Mio nonno disse sì 
A volte I pesci cantano sul fondo del Sand Creek Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso Il lampo in un orecchio nell’altro il paradiso Le lacrime più piccole Le lacrime più grosse…
Ma non era una musica, erano le urla di quasi mille uomini ubriachi, feroci e ben armati, che al galoppo piombarono sul campo Cheyenne e Arapaho. Il fattore sorpresa fu determinante. Gli anziani erano certi che nulla avrebbero dovuto temere, gli accordi erano chiari le parole rassicuranti del maggiore Scott J. Anthony avevano avuto l’effetto desiderato. Sorpresa. I guerrieri erano tutti a caccia. Il campo era composto per due terzi da donne e bambini. La tribù di Pentola Nera era accampata al centro, con a ovest i Cheyenne di Antilope Bianca e Copricapo di Guerra e a est, un poco più distanti, gli Arapaho di Mano Sinistra. Gli eventi che seguirono lasciano poco spazio all’immaginazione. Nel campo erano presenti anche commercianti bianchi con le loro famiglie meticce, che testimoniarono gli orrori vissuti. La bandiera degli Stati Uniti d’America sventolava alta sul tipi di Pentola Nera, dono ricevuto il giorno della firma del trattato di Fort Wise. I soldati entrarono al campo sparando indiscriminatamente. Pentola Nera cercò di radunare la sua gente attorno alla bandiera. Furono un bersaglio ancora più facile. Antilope Bianca, un vecchio di 75 anni, avanzò disarmato e a mani alzate verso le truppe pazze di rabbia. Fu ucciso a fucilate. Il massacro era iniziato, il sangue che scorreva esaltava i soldati festanti. Molti dei corpi dei nativi furono mutilati: donne e bambini scalpati, mani e dita tagliate per prendere miseri gioielli, nasi asportati, orecchie, organi sessuali, usati poi come trofei da esporre sui cappelli o sulle selle dei cavalli, donne incinta sventrate, arti amputati. Nei giorni successivi questi macabri trofei furono esposti senza vergogna nel saloon intorno a Denver. I racconti dei superstiti e dei testimoni furono agghiaccianti. L’orrore strisciava sulle sponde del Sand Creek. Qualcuno riuscì a fuggire, nascondendosi in buche e trincee nella riva sabbiosa del torrente in secca. Tra questi anche Pentola Nera.
Tirai una freccia in cielo Per farlo respirare Tirai una freccia al vento Per farlo sanguinare…
Appagati da tanto orrore, i soldati fecero rientro a Fort Lyon, guidati da Chivington. Il numero esatto delle perdite non fu mai precisato. Ciò che fu chiaro fin dall’inizio fu la volontà di Chivington di far passare questa azione come un atto di difesa contro guerrieri nativi ostili. Ciò che giocò a suo sfavore furono i numerosi testimoni che raccontarono la verità su quell’alba maledetta, compresi alcuni soldati che fin dall’inizio si era dimostrati contrari a questo attacco. Ciò che avvenne dopo fu una naturale conseguenza dei fatti di Sand Creek. Gli anziani persero completamente la loro credibilità verso le tribù. Una volta dato l’allarme, i guerrieri che erano a caccia fecero ritorno, iniziando una serie di rappresaglie sulla popolazione civile. Sangue chiama sangue.  Cacciati dai loro territori, rinchiusi in riserve, massacrati, umiliati.
La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura…
Nel tentativo di riportare ordine, nell’ottobre 1865 una delegazione del governo statunitense si recò da Pentola Nera per negoziare un nuovo trattato con gli Cheyenne e gli Arapaho. La questione più complicata era ritenuta quella della proprietà delle terre. Molti coloni rivendicavano appezzamenti che legalmente appartenevano in realtà ai nativi, tra cui la zona dove sorgeva l’intera città di Denver.  Il 14 ottobre 1865 Pentola Nera, Piccola Cornacchia e un’altra decina di capi Cheyenne e Arapaho, siglarono il trattato del Little Arkansas: in cambio di una riserva a sud dell’Arkansas e della promessa di compensazioni monetarie per i sopravvissuti al massacro, le tribù dei nativi rinunciarono per sempre a qualsiasi diritto sulle loro terre originarie nel Colorado. Due anni dopo l’accordo fu abrogato unilateralmente dagli Stati Uniti e rimpiazzato dal trattato del Medicine Lodge del 21 ottobre 1867, che cancellò la riserva a sud dell’Arkansas e obbligò Cheyenne e Arapaho a trasferirsi ancora più a sud, nel poco ospitale “Territorio indiano”, l’odierno Stato dell’Oklahoma. Tutto le inchieste che furono successivamente fatte non riuscirono comunque a dare giustizia alle vittime di Sand Creek. Nessuna punizione fu prevista per Chivington o per gli altri partecipanti al massacro. Chivington lasciò l’esercito nel febbraio 1865, alla scadenza del suo regolare periodo di servizio.
 
Fu un generale di vent’anni Occhi turchini e giacca uguale Fu un generale di vent’anni Figlio d’un temporale…
 
I suoi tentativi di farsi un nome nella politica furono ostacolati dalle accuse a lui rivolte circa i fatti di Sand Creek. Dopo essere rientrato a Denver, lavorò come sceriffo locale fino alla sua morte, avvenuta il 4 ottobre 1894. Il 27 aprile 2007 il luogo del massacro fu proclamato parco nazionale storico degli Stati Uniti come “Sand Creek Massacre National Historic Site”, sotto la protezione del National Park Service. I miei pensieri su questi accadimenti sono molto grevi. Un popolo è stato cacciato da casa sua, derubato delle tradizioni, della terra, della vita.  Il forte ha schiacciato il debole.  L’oro ha scacciato il bisonte.  Le città hanno sostituito gli accampamenti.  Dopo quel giorno il sole non è stato più lo stesso sul Colorado, nell’aria c’era l’odore acre del sangue degli innocenti che si fidavano della parola dell’uomo bianco venuto da lontano.
Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek
fonti:
http://www.globalist.it/world/2018/06/19/il-pianto-della-piccola-migrante-trattata-come-una-terrorista-e-strappata-ai-genitori-2026518.html
 https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/2017/03/ora-i-bambini-dormono-sul-fondo-del.html

Indignatevi – nella foto: come l’Isis a insegna ai bambini ad amare e poi usare le armi… Ah, no, scusate. Sono solo i figli dei ricchi e democratici americani. Come non detto, niente indignazione!

armi

 

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

Indignatevi – nella foto: come l’Isis a insegna ai bambini ad amare e poi usare le armi… Ah, no, scusate. Sono solo i figli dei ricchi e democratici americani. Come non detto, niente indignazione!

Non è solo l’Isis a insegnare ai bambini ad amare e poi usare le armi

La convention della lobby delle armi è stata un festival dei muscoli e della morte. Con adoratori di mitra, pistole e pallottole.

Non sono lo fanatici delle armi. Sono dei veri e propri adoratori di questi strumenti di morti dietro le quali c’è un cinico business. La Nra (National rifle association) è potentissima. Ha finanziato generosamente la campagna elettorale di Trump che li ha subito ricompensati togliendo tutti i pochi vincoli a vendite e uso.

Ha pagato scuole, insegnanti perché ai giovani venisse insegnato fin dai piccoli l’amore per le armi.

Ha opinion leader e opinion maker pagati per influenzare l’opinione pubblica sui media, sui social, tra la gente.

Eppure vedere armi (che servono a uccidere o a far male) nelle mani dei bambini fa ribrezzo. Queste cose tanti pensano siano solo prerogativa dell’Isis o di altri gruppi militari di fanatici.
Non è così. Le armi uccidono. Meno ne girano, meno assassini potenziali saranno in mezzo a noi.

fonte: http://www.globalist.it/world/articolo/2018/05/08/non-e-solo-l-isis-a-insegnare-ai-bambini-ad-amare-e-poi-usare-le-armi-2023955.html

Quando parlò Oliver Stone: “Dimenticate l’ISIS, è l’America la vera minaccia per il mondo”

 

Oliver Stone

 

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

Oliver Stone: “Dimenticate l’ISIS, è l’America la vera minaccia per il mondo”

“Abbiamo destabilizzato il Medio Oriente, creato il caos. E poi diamo la colpa all’ISIS per il caos che abbiamo creato”

Molta gente pensava che i giorni in cui Oliver Stone scalava le classifice fossero finiti. Molte persone si sbagliavano. Il suo libro del 2012 e la serie TV, “The Untold History of the United States”, suggeriscono che il regista rinnova gli sforzi per sfidare la narrazione tradizionale per quanto riguarda l’eccezionalismo americano, l’imperialismo economico e il “coinvolgimento nefasto” del governo americano in Medio Oriente, si legge su TheAntiMedia.org.

A completare la serie di documentari in 10 parti e le 750 pagina del libro, Stone ha collaborato con lo studioso della Seconfa Guerra Mondiale, Peter Kuznick. Il regista sostiene che nel valutare la storia americana dal 1930, è il coinvolgimento americano in Medio Oriente che in realtà ha catturato la sua attenzione.

“Abbiamo destabilizzato l’intera regione, creato il caos. E poi diamo la colpa all’ISIS per il caos che abbiamo creato”, ha detto Stone.

Secondo Stone, il ruolo destabilizzante del governo degli Stati Uniti in realtà risale a ben oltre l’ISIS. La sua nuova serie individua momenti di intrusione americana nella regione nel lontano 1930 e lo segue fino al colpo di stato iraniano appoggiato dalla CIA nel 1953, il supporto per i militanti in Afghanistan in funzione anti-Unione Sovietica nel 1980, l’invasione dell’Iraq di George HW Bush del 1990, e gli sforzi attuali in Iran, Siria e altri paesi.

L’ultimo episodio della serie “The Untold History of the United States” si intitola “Bush e Obama: Age of Terror”. Vengono trattati i seguenti argomenti:

Il Progetto per un Nuovo Secolo Americano, un think tank neoconservatore che ha invocato un evento come Pearl Harbor che faccia da catalizzare per l’azione militare in Medio Oriente

La tirannia di neoconservatori che ha spinto gli Usa in guerra con l’Iraq usando un’intelligence difettosa

Il Patriot Act, che spogliato gli americani di una vasta gamma di libertà civili, mentre ha legalizzato un nuovo stato di sorveglianza

Il lavaggio del cervello nazionalista e l’allarmismo per la guerra al terrorismo

Invadere l’Afghanistan per sconfiggere alcuni degli stessi terroristi che gli Stati Uniti hanno armato e addestrato due decenni prima

Tattiche di tortura e interrogatori incostituzionali a Guantanamo

Il lavoro dei media tradizionali a favore della guerra attraverso la propaganda e la collusione delle imprese

Obama che si è svenduto a JP Morgan Chase, Goldman Sachs, Citigroup, General Electric, e Big Pharma

Il piano di salvataggio finanziario da 700 miliardi di dollari pagato da lavoratori, pensionati, proprietari di case, piccoli imprenditori, e gli studenti con prestiti

L’aumento dei compensi per i CEO in mezzo al crollo della classe media

Il fallimento di Obama nell’offrire speranza, cambiamento, o la trasparenza, la persecuzione di informatori del governo. Anche se ha ripudiato l’unilateralismo di Bush, ha raddoppiato le truppe e, secondo Stone, “manca del coraggio di un John F. Kennedy ”

Gli attacchi dei droni di Obama su Afghanistan, Iraq, Pakistan, Yemen, Libia e Somalia (che include una clip sulle sue parole alle truppe: “A differenza dei vecchi imperi, non facciamo questi sacrifici per territori o per le risorse … .Noi lo facciamo perché è giusto. ”

Stone dice che la sua serie di documentari è un approccio alternativo alla storia americana, e spera di combattere il “crimine educativo” di esporre gli scolari di oggi alla propaganda dei libri di testo e programmi televisivi.

Su questa nota, Stone non usa mezzi termini:

“Non siamo in pericolo. Noi siamo la minaccia. “

fonte: www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=12742

Nell’ultimo Paese in cui l’America ha “esportato democrazia” liberandolo da un “malvagio dittatore”, oggi si commerciano apertamente gli schiavi

 

America

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

Nell’ultimo Paese in cui l’America ha “esportato democrazia” liberandolo da un “malvagio dittatore”, oggi si commerciano apertamente gli schiavi

Nell’ultimo paese che l’America ha liberato da un “malvagio dittatore” oggi si commerciano apertamente gli schiavi

Un articolo rilanciato da Zero Hedge ci apre una finestra sull’orrore in cui la Libia è stata gettata dal cosiddetto intervento  “umanitario”  dei paesi NATO  e dalla primavera araba. Nel paese nordafricano, privo di un controllo politico, si fa apertamente compravendita di esseri umani come schiavi, li si detiene per ottenere il riscatto e se non sono utili alla fine li si uccide. Il disordine e le atrocità che seguono la cacciata del dittatore – per quanto odioso possa essere –  dovrebbero essere tenuti ben presenti oggi che il cerchio si sta stringendo intorno alla Siria.

 

di Carey Wedler, 15 aprile 2017

È ben noto che l’intervento NATO a guida USA del 2011 in Libia, con lo scopo di rovesciare Muammar Gheddafi, ha portato ad un vuoto di potere che ha permesso a gruppi terroristici come l’ISIS di prendere piede nel paese.

Nonostante le conseguenze devastanti dell’invasione del 2011, l’Occidente è oggi lanciato sulla stessa traiettoria nei riguardi della Siria. Proprio come l’amministrazione Obama ha stroncato Gheddafi nel 2011, accusandolo di violazione dei diritti umani e insistendo che doveva essere rimosso dal potere al fine di proteggere il popolo libico, così l’amministrazione Trump sta oggi puntando il dito contro le politiche repressive di Bashar al-Assad in Siria e lanciando l’avvertimento che il suo regime è destinato a terminare presto — tutto ovviamente in nome della protezione dei civili siriani.

Ma mentre gli Stati Uniti e i loro alleati si dimostrano effettivamente incapaci di fornire una qualsiasi base legale a giustificazione dei loro recenti attacchi aerei — figurarsi poi fornire una qualsiasi evidenza concreta a dimostrazione del fatto che Assad sia effettivamente responsabile dei mortali attacchi chimici della scorsa settimana — emergono sempre più chiaramente i pericoli connessi all’invasione di un paese straniero e alla rimozione dei suoi leader politici.

Questa settimana abbiamo avuto nuove rivelazioni sugli effetti collaterali degli “interventi umanitari”: la crescita del mercato degli schiavi.

Il Guardian ha riportato che sebbene “la violenza, l’estorsione e il lavoro in schiavitù” siano stati già in passato una realtà per le persone che transitavano attraverso la Libia, recentemente il commercio degli schiavi è aumentato. Oggi la compravendita di esseri umani come schiavi viene fatta apertamente, alla luce del sole.

Gli ultimi report sul ‘mercato degli schiavi’ a cui sono sottoposti i migranti si possono aggiungere alla lunga lista di atrocità [che avvengono il Libia]” ha detto Mohammed Abdiker, capo delle operazioni di emergenza dell’International Office of Migration, un’organizzazione intergovernativa che promuove “migrazioni ordinate e più umane a beneficio di tutti“, secondo il suo stesso sito web. “La situazione è tragica. Più l’IOM si impegna in Libia, più ci rendiamo conto come questo paese sia una valle di lacrime per troppi migranti.”

Il paese nordafricano viene usato spesso come punto di uscita per i rifugiati che arrivano da altre parti del continente. Ma da quando Gheddafi è stato rovesciato nel 2011 “il paese, che è ampio e poco densamente popolato, è piombato nel caos della violenza, e i migranti, che hanno poco denaro e di solito sono privi di documenti, sono particolarmente vulnerabili“, ha spiegato il Guardian.

Un sopravvissuto del Senegal ha raccontato che stava attraversando la Libia, proveniendo dal Niger, assieme ad un gruppo di altri migranti che cercavano di scappare dai loro paesi di origine. Avevano pagato un trafficante perché li trasportasse in autobus fino alla costa, dove avrebbero corso il rischio di imbarcarsi per l’Europa. Ma anziché portarli sulla costa il trafficante li ha condotti in un’area polverosa presso la cittadina libica di Sabha. Secondo quanto riportato da Livia Manente, la funzionaria dell’IOM che intervista i sopravvissuti, “il loro autista gli ha detto all’improvviso che gli intermediari non gli avevano passato i pagamenti dovuti e ha messo i passeggeri in vendita“. La Manente ha anche dichiarato:

Molti altri migranti hanno confermato questa storia, descrivendo indipendentemente [l’uno dall’altro] i vari mercati degli schiavi e le diverse prigioni private che si trovano in tutta la Libia, aggiungendo che la OIM-Italia ha confermato di aver raccolto simili testimonianze anche dai migranti nell’Italia del sud.

Il sopravvissuto senegalese ha detto di essere stato portato in una prigione improvvisata che, come nota il Guardian, è cosa comune in Libia.

I detenuti all’interno sono costretti a lavorare senza paga, o in cambio di magre razioni di cibo, e i loro carcerieri telefonano regolarmente alle famiglie a casa chiedendo un riscatto. Il suo carceriere chiese 300.000 franchi CFA (circa 450 euro), poi lo vendette a un’altra prigione più grossa dove la richiesta di riscatto raddoppiò senza spiegazioni“.

Quando i migranti sono detenuti troppo a lungo senza che il riscatto venga pagato, vengono portati via e uccisi. “Alcuni deperiscono per la scarsità delle razioni e le condizioni igieniche miserabili, muoiono di fame o di malattie, ma il loro numero complessivo non diminuisce mai“, riporta il Guardian.

Se il numero di migranti scende perché qualcuno muore o viene riscattato, i rapitori vanno al mercato e ne comprano degli altri“, ha detto Manente.

Giuseppe Loprete, capo della missione IOM del Niger, ha confermato questi inquietanti resoconti. “È assolutamente chiaro che loro si vedono trattati come schiavi“, ha detto. Loprete ha gestito il rimpatrio di 1500 migranti nei soli primi tre mesi dell’anno, e teme che molte altre storie e incidenti del genere emergeranno man mano che altri migranti torneranno dalla Libia.

Le condizioni stanno peggiorando in Libia, penso che ci possiamo aspettare molti altri casi nei mesi a venire“, ha aggiunto.

Ora, mentre il governo degli Stati Uniti sta insistendo nell’idea che un cambio di regime in Siria sia la soluzione giusta per risolvere le molte crisi di quel paese, è sempre più evidente che la cacciata dei dittatori — per quanto detestabili possano essere — non è una soluzione efficace. Rovesciare Saddam Hussein non ha portato solo alla morte di molti civili e alla radicalizzazione della società, ma anche all’ascesa dell’ISIS.

Mentre la Libia, che un tempo era un modello di stabilità nella regione, continua a precipitare nel baratro in cui l’ha gettata “l’intervento umanitario” dell’Occidente – e gli esseri umani vengono trascinati nel nuovo mercato della schiavitù, e gli stupri e i rapimenti affliggono la popolazione – è sempre più ovvio che altre guerre non faranno altro che provocare ulteriori inimmaginabili sofferenze.

 

tratto da: http://vocidallestero.it/2017/04/17/nellultimo-paese-che-lamerica-ha-liberato-da-un-malvagio-dittatore-oggi-si-commerciano-apertamente-gli-schiavi/

Eastwood: “Cara America, smettila di esportare democrazia, era meglio tenersi Saddam e Gheddafi”

America

 

.

SEGUICI SULLA PAGINA FACEBOOK Banda Bassotti

.

.

 

Eastwood: “Cara America, smettila di esportare democrazia, era meglio tenersi Saddam e Gheddafi”

 

Clint Eastwood non cessa mai di sorprendere. Questo repubblicano sui generis, idolo dei conservatori americani ma spesso eterodosso su molti aspetti dell’ideologia della destra statunitense, ha ultimamente espresso diverse critiche alla politica estera di Washington.

Parlando da Monaco, l’attore e regista americano ha dichiarato: “Noi vogliamo continuamenteformare altre culture alla democrazia nonostante il fatto che esse abbiano una mentalità del tutto differente dalla nostra. Forse certe culture hanno bisogno di un dittatore affinché il loro sistema funzioni”.

Per Eastwood, “i problemi si presentano quando a un certo punto i dittatori non pensano ad altro che ai loro interessi a detrimento di quelli del popolo. Gli Usa hanno deposto Saddam Hussein, ma in fin dei conti ne è arrivato un altro al potere, ugualmente terribile se non peggio”.

Secondo il regista di American Sniper, “la stessa cosa è successa in Libia. Noi pensavamo di essere i salvatori, ma ora quel paese va davvero meglio? Alla fine vi regnano il caos e la guerra e le milizie islamiste mantengono il terrore.Gheddafi era un tiranno, certamente. Ma almeno la gente viveva in pace sotto il suo regime. Ora la regione è ancora più instabile”.

 

Tratto da: Zepping2015