Per la serie “hanno fatto anche cose buone” – Quando, il 20 gennaio 1927, giusto 92 anni fa, il regime fascista decise che le femmine erano esseri inferiori da sfruttare: decreto legge per ridurre i salari delle donne alla metà di quelli degli uomini… Qualcuno lo spieghi alla Mussolini o alla Meloni…!

 

regime fascista

 

 

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Per la serie “hanno fatto anche cose buone” – Quando, il 20 gennaio 1927, giusto 92 anni fa, il regime fascista decise che le femmine erano esseri inferiori da sfruttare: decreto legge per ridurre i salari delle donne alla metà di quelli degli uomini… Qualcuno lo spieghi alla Mussolini o alla Meloni…!

 

Qual era l’atteggiamento del fascismo verso la donna? Più che dalle parole, cerchiamo di ricavarlo dai fatti. Nel 1927 i salari femminili vennero ridotti alla metà di quelli corrispondenti maschili, che avevano già subito una forte riduzione. Altro che salario eguale per lavoro eguale, come diceva il vecchio slogan femminista! Il lavoro della donna valeva esattamente la metà di quello del suo collega, ed era già molto se non le veniva tolto del tutto. Infatti secondo l’ideologia fascista la sua “missione” era una sola, come ricordò più volte Mussolini nei suoi discorsi: quella di “far figli, molti figli, per dare soldati alla patria”.

Lo slogan “la maternità sta alla donna come la guerra sta all’uomo” era scritto sulle facciate delle case di campagna, e sulle copertine dei quaderni che le “piccole italiane” usavano a scuola. La prolificità veniva esaltata al massimo, quasi fosse la miglior qualità femminile: ad esempio, ogni settimana apparivano su La domenica del corriere fotografie di donne circondate da dodici o tredici figli, e insignite di una medaglia per il semplice fatto di averli messi al mondo. Avere un’abbondante figliolanza era un grande titolo di merito di fronte al regime, anche se poi le famiglie numerose nuotavano nella miseria e i bambini non avevano da mangiare. Naturalmente qualsiasi idea di controllo delle nascite era severamente bandita, e furono anzi inasprite nel codice Rocco le pene contro ogni forma di educazione demografica, che veniva considerata un attentato “all’integrità della stirpe”.
La donna, dunque, fu relegata in casa a far figli, e furono emanate addirittura delle leggi per impedirle di svolgere un’attività extracasalinga, soprattutto se di tipo intellettuale. La prima offensiva si ebbe nell’insegnamento. Nel ’27 si esclusero le insegnanti dalle cattedre di lettere e filosofia nei licei, poi si tolsero loro alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie, e infine si vietò che fossero dirigenti o presidi di istituto. Quindi, per estirpare il “male” veramente alle radici, si raddoppiarono le tasse scolastiche alle studentesse, scoraggiando così le famiglie a farle studiare.
Una seconda offensiva riguardò i pubblici impieghi. Una legge deI ’33 limitò notevolmente le assunzioni femminili, stabilendo sin dai bandi di concorso l’esclusione delle donne o riservando loro pochi posti. Esse furono praticamente eliminate dalle carriere di categoria A e B, e furono ammesse, salvo rare eccezioni, solo a quelle C. Più tardi, un decreto precisava addirittura quali impieghi statali potessero essere loro assegnati, e furono naturalmente i meno qualificati e peggio retribuiti: quelli di dattilografa, stenografa, segretaria, addetta alla raccolta di dati statistici, agli schedari, alle biblioteche. La carica di segretario comunale era invece troppo importante per essere ricoperta da una donna, come precisò una sentenza del Consiglio di Stato.
In quindici anni, dal 1921 al 1936, la percentuale delle donne che svolgevano attività extradomestiche passò dal 32,5 per cento al 24 per cento. Inoltre quelle rimaste erano guardate male: si diceva che lavoravano per comprarsi le calze di seta, si raccontavano delle barzellette sulla loro ocaggine, si mettevano in berlina nelle vignette umoristiche, dove apparivano invariabilmente sedute sulle ginocchia del “principale”. Insomma l’immagine della donna come essere pensante fu umiliata in tutti i modi, mentre fu esaltata al massimo quella di generatrice di figli e di oggetto sessuale. Infatti, mentre da una parte si gonfiava il mito della virilità, di cui Mussolini e i gerarchi erano diventati i campioni nazionali, dall’altra si creava quello di una femminilità, intesa come totale sudditanza all’uomo.
É esattamente questa l’espressione che usa il teorico fascista Loffredo, nel suo libro Politica della famiglia, edito da Bompiani nel ’38. “La donna deve ritornare sotto la sudditanza assoluta dell’uomo, padre o marito; sudditanza e, quindi, inferiorità spirituale, culturale ed economica” si legge a pagina 361. E basterebbe questa frase, senza alcun commento, per condannare tutto il fascismo come fenomeno di oscurantismo, di regressione storica e culturale.
Ma è anche interessante vedere in che modo si deve arrivare a questa “sudditanza”, giacché lo stesso Loffredo non lascia le cose a metà e ce lo spiega. “Gli stati che vogliono veramente eliminare una delle cause più notevoli di alterazione del vincolo familiare… devono adottare una misura veramente rivoluzionaria: riconoscere il principio del divieto dell’istruzione professionale media e superiore della donna, e, quindi, modificare i programmi d’istruzione, in modo da impartire alla donna un’istruzione (elementare, media ed anche universitaria, se occorre) intesa a fare di essa un’eccellente madre di famiglia e padrona di casa.” Alle donne, dunque, si doveva impedire di studiare, in modo da poter loro impedire successivamente di fare un lavoro qualificato, e quindi di essere indipendenti economicamente e moralmente: esattamente l’opposto di quanto avevano sempre sosteputo i movimenti femministi, che infatti si proponevano l’emancipazione invece che la sudditanza femminile.

L’avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. – Milano – Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
Copyright by Gabriella Parca – Terza Edizione – www.cpdonna.it 2005

 fonte: http://www.cpdonna.it/cpd/index.php?option=com_content&task=view&id=73

Violenza sulle donne? Il caso della 16enne Lucia Perez morta dopo essere stata drogata, stuprata e seviziata con un palo nel retto – I tre imputati assolti dall’accusa di omicidio e stupro: per i giudici la ragazza era consenziente…! Ma allora di cosa vogliamo parlare?

 

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Violenza sulle donne? Il caso della 16enne Lucia Perez morta dopo essere stata drogata, stuprata e seviziata con un palo nel retto – I tre imputati assolti dall’accusa di omicidio e stupro: per i giudici la ragazza era consenziente…! Ma allora di cosa vogliamo parlare?

Lucia Perez, seviziata e uccisa con un palo a 16 anni: per i giudici era consenziente

Lucia Perez è morta a 16 anni dopo essere stata drogata, stuprata e impalata, nell’ottobre 2016. Pochi giorni fa i giudici di Mar del Plata hanno assolto dall’accusa di omicidio e stupro i tre imputati, ritenuti responsabili solo per il reato che riguarda lo stupefacente. L’assoluzione ha sconvolto l’opinione pubblica di tutto il mondo, suscitando la protesta dei movimenti femministi: “Sentenza patriarcale”.

Il caso di Lucia Perez, sedicenne drogata e seviziata mortalmente tramite impalamento, in Italia è sempre stato relegato in fondo alle pagine di cronaca o nei blog delle cosiddette femministe. La sua valenza come fenomeno politico, nella cultura italiana, è passata in sordina, ma anche la portata mediatica della storia – assimilabile a quella di Pamela Mastropietro – è sempre stata bassissima. Perché?

La morte di Lucia
Ricordiamo innanzitutto i fatti. L’8 ottobre 2016, Lucia, sedici anni, studentessa di quinta superiore di una famiglia di modesta estrazione sociale, finisce al pronto soccorso dell’ospedale di Mar del Plata, a pochi chilometri da Buenos Aires. Praticamente abbandonata all’ingresso da due sconosciuti che mormorano di ‘overdose’, muore pochi istanti dopo i tentativi di rianimazione. Un’altra tossicodipendente sbandata. L’esame medico legale porta alla luce una fine molto diversa: Lucia è stata stuprata brutalmente, torturata con un oggetto contundente nel retto che ne ha causato la morte. Prima di trasportarla in ospedale i suoi carnefici l’hanno lavata dal sangue, le hanno messo degli abiti puliti e l’hanno scaricata davanti all’ospedale.

Primo sciopero femminile in Argentina
In Argentina si scatena immediata la reazione della rete per i diritti delle donne che porta al primo sciopero generale femminile del Paese e a una serie di manifestazioni contro la violenza patriarcale, che per osmosi vengono replicate anche in Europa. Anche processualmente il caso sembra semplice, ci sono tutti gli elementi per ipotizzare l’omicidio come conseguenza della violenza sessuale a carico di due imputati: il 23enne Matías Farías, e il 41enne Juan Pablo Offidani. Un terzo sospettato, Alejandro Alberto Masiel, viene accusato sono di favoreggiamento.

Assolti gli assassini, sotto inchiesta la pm
È il processo a rendere unica la storia di Lucia Perez. Per la pm Maria Isabel Sanchez, gli imputati Farias e Offidani hanno attirato in casa di Farias, approfittando della sua dipendenza dalle droghe, la povera Lucia. Nell’appartamento del 23enne con marijuana e cocaina, l’hanno stuprata bestialmente e poi hanno cercato di occultarne la morte. Per la difesa, invece, la morte della ragazzina sarebbe avvenuta al limite di un rapporto sadomaso (non si può negare l’utilizzo di un bastone) di natura consenziente. Chi ha ragione? Le conclusioni dei giudici, a dispetto del clamore e della commozione suscitati dal caso, pendono in favore della difesa. Colpevoli solo di averle venduto la droga i due imputati vengono assolti dall’accusa di omicidio e perfino di stupro.

Un caso politico
E qui che il caso Perez si carica ancor di più di connotazioni politiche. La pm Maria Isabel Sanchez viene accusata di aver condizionato l’opinione pubblica diffondendo alla stampa i particolari dell’esame autoptico e messa sotto inchiesta. Alla fine del processo il massacro della povera Lucia, per i giudici  Pablo Viñas, Facundo Gómez Urso e Aldo Carnevale (motivazioni della sentenza) è solo “il parto dell’immaginazione della Sanchez”. Dunque, non solo la morte non viene collegata alle sevizie sessuali come conseguenza calcolata, ma neanche come conseguenza accidentale, caso in cui avrebbe dovuto essere contestato almeno l’omicidio colposo. E invece niente. Per la morte di Lucia, si evince dalle parole dei giudici, non bisogna incolpare nessuno, se non lei stessa.

“Non perdoniamo: è stato femminicidio”
Qui abbiamo lasciato i fatti, con la sentenza del 28 novembre 2018 emessa dal tribunale di Mar del Plata, l’ennesima pagina nera, anzi nerissima, della giustizia che calpesta la dignità della vittima, solo perché donna. Così commenta ‘Ni una menos’:

Lucía Pérez è stata uccisa due volte. La prima dagli esecutori diretti; la seconda, da coloro che li hanno assolti e che così hanno negato che due adulti che somministrano cocaina per assoggettare un’adolescente sono responsabili di abuso e femminicidio. Vogliono dirci che la sua vita non ha alcun valore, che le relazioni di potere che sono alla base della violenza maschilista non esistono, che l’enorme movimento femminista che ha portato il suo sorriso come bandiera di lotta in tutti gli angoli del paese, deve zittirsi. Non lo faremo, non perdoniamo, non dimentichiamo, non ci riconciliamo. È stato femminicidio.

In Italia, dove per la povera Pamela è andato in scena un analogo scempio, la notizia stranamente non ha attecchito. Eppure poteva essere un qualunque delle nostre ragazze. Anzi, forse lo è stata.

continua su: https://www.fanpage.it/lucia-perez-seviziata-e-uccisa-con-un-palo-a-16-anni-per-i-giudici-era-consenziente/p1/
http://www.fanpage.it/

Femminicidio – Si chiamava Violeta, bruciata viva tra atroci sofferenze dal suo uomo …Non ne sapete niente, i Tg non ne parlano e sui giornali una beata minchia perché Lei era Rumena, ma Lui è Italiano…!

 

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Femminicidio – Si chiamava Violeta, bruciata viva tra atroci sofferenze dal suo uomo …Non ne sapete niente, i Tg non ne parlano e sui giornali una beata minchia perché Lei era Rumena, ma Lui è Italiano…!

Si chiamava Violeta, arsa viva e raccontata distrattamente

Violeta non è un caso, Violeta è un accidente locale, senza possibilità di elezione a vicenda che scuota, non dico la storia triste che viviamo, ma neanche la cronaca di questo Paese

“Si chiamava Violeta Senchiu.
Era rumena.
Aveva 32 anni.
Aveva anche tre figli.
Il suo compagno, un italiano, sì, un italiano, di quelli che vengono prima, le ha dato fuoco,
arsa viva con tre taniche di benzina.
È morta dopo ore di indicibile sofferenza.
È successo sabato.
Niente articoli e inchieste sui giornali.
Nessuna troupe televisiva che si aggira a Sala Consilina, dove è accaduto l’omicidio.
Nessun fiore portato da nessun ministro.
Nessun tweet.
Nessun corteo di Forza Nuova”.
Il post dell’amica Valeria Collevecchio, sensibile collega con la quale ho diviso la parte più bella del mio percorso professionale, potrebbe restare così, senza una sola parola aggiunta. Vado brevemente oltre il fatto. Chi volesse recuperare la notizia di Violeta, può trovarla, ma attraversando soltanto la cronaca locale, giornali on line locali, pagine locali. Violeta non è un caso, Violeta è un accidente locale, senza possibilità di elezione a vicenda che scuota, non dico la storia triste che viviamo, ma neanche la cronaca di questo Paese che giorno dopo giorno collassa, implode rovinando sui suoi valori. Violeta aveva un bel viso, da donna che fatica senza mai smarrire il sorriso, neanche in una casa dove subiva. I figli sono sempre un buon motivo per sorridere per le donne, sono forti, anche quando la vita dura, resa più dura da sentimenti irrimediabilmente persi, ti dovrebbe consegnare alla disperazione. Violeta, come tante altre donne straniere in Italia, con alle spalle storie personali che tutti dovremmo conoscere. Storia di difficoltà, forse di povertà, storia di strappi dolorosi e viaggi di speranza senza chance. L’Italia, un uomo, forse un amore, forse. Certamente una famiglia, certamente la felicità di tre bambini. Quando Violeta è diventata una torcia, data alle fiamme dal suo uomo, aveva tre figli, piccoli, il primo 10 anni, il più piccolo due. Orfani per mano del padre. Faranno i conti con questo per tutta la vita.
Dice bene Valeria. quando denuncia con parole nude la distanza se non l’indifferenza per una tragedia che invece ha tanti elementi per una drammatica lettura del nostro tempo. Ma in questo nostro tempo si è smarrita anche la capacità di leggere e di raccontare. Lettura e racconto seppelliti dallo smarrimento umano e culturale. Nel crollo dei valori, spesso l’informazione non riesce a recuperare e mettere in ordine i tasselli principali del mosaico. Raccoglie i tasselli insignificanti, non recupera quelli che ricostruirebbero gli occhi. Distratta, superficiale, preoccupata soltanto di barcamenarsi nell’inedito terreno di una politica mai a un livello così basso. Per il resto, il Paese lo si racconta quando proprio non se ne può fare a meno. Quando si può fare senza fatica, senza letture difficili, magari restando seduti in ufficio. Pardon, in redazione.
tratto da: https://www.globalist.it/news/2018/11/07/si-chiamava-violeta-arsa-viva-e-raccontata-distrattamente-2033296.html

Malalai Joya, attivista, scrittrice e parlamentare afgana: devo far conoscere la verità sull’Afghanistan e risvegliare la coscienza della gente!

 

Malalai Joya

 

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Malalai Joya, attivista, scrittrice e parlamentare afgana: devo far conoscere la verità sull’Afghanistan e risvegliare la coscienza della gente!

Malalai Joya è una politica, attivista e scrittrice afgana. Eletta come membro del Parlamento, il 17 dicembre 2003 ha denunciato nell’assemblea della Loya Jirga la presenza in parlamento di persone da lei definite “signori e criminali di guerra”; da allora ha subito attentati e minacce di morte, tanto che deve vivere in clandestinità e  sotto scorta.

Nel maggio 2007 è stata sospesa dal suo ruolo  di membro del parlamento per averlo definito uno zoo.  La sua sospensione, a cui ha fatto appello successivamente, ha generato forti proteste a livello internazionale, tra le quali una dichiarazione firmata da scrittori e intellettuali quali Naomi Klein e Noam Chomsky  e da parlamentari canadesi, tedeschi, inglesi, italiani e spagnoli.

Nel marzo e nellaprile di questanno  ha tenuto numerosi incontri in Germania e in Italia, dove è stata invitata dal festival Dedica e dal Cisda (Coordinamento Italiano di Sostegno alle Donne Afghane).  Abbiamo potuto incontrarla a Milano pochi giorni prima del suo ritorno in Afghanistan.

Durante l’incontro al CAM Garibaldi di Milano, hai parlato spesso della necessità di smascherare la falsa democrazia portata dagli Stati Uniti in Afghanistan. Puoi spiegare meglio questo punto?

Questa democrazia è falsa perché gli afgani non hanno voce in capitolo sul modo in cui viene implementata, visto che ci è stata imposta. La “democrazia” degli americani non è stata solo un’invasione, ma anche una guerra di propaganda. Nessuna nazione può liberarne un’altra – dev’esserci l’auto-determinazione. Inoltre in questa falsa democrazia l’estremismo e gli estremisti sono ancora presenti, visto che il governo è controllato dai signori della guerra, che sono in pratica delle fotocopie dei Talebani. Controllano il paese limitando la libertà e indicendo elezioni fraudolente per dare l’impressione che questa sia una democrazia. L’Occidente ci crede, riconosce i capi dei signori della guerra, interagisce con loro e arriva a invitarli alle Nazioni Unite.

I valori democratici sono stati traditi, le violazioni dei diritti umani sono continue, la corruzione dilaga e la produzione di oppio sta aumentando, con conseguente, enorme aumento dei drogati (tra cui 100.000 bambini). Così molta gente in Afghanistan finisce per dire: “Se è questa la democrazia, non la vogliamo.”

In quell’occasione hai anche detto che in Afghanistan ci sono quattro nemici: i Talebani, le forze di occupazione straniere, i signori della guerra e l’ISIS. Cosa si può fare per combatterli?

Alla radice di tutto questo ci sono l’imperialismo e il fondamentalismo. Gli occupanti stranieri e i governi che hanno portato la guerra e l’occupazione hanno anche creato e appoggiato l’estremismo. Gli estremisti fanno affidamento sul controllo e la paura degli afgani e sui finanziamenti stranieri. Per combatterli l’istruzione è un elemento chiave: grazie ad essa la gente può capire la propria identità e le proprie capacità economiche ed educative.  Quando comprenderà la barbarie dei Talebani, dei signori della guerra e dell’ISIS (che differiscono solo per il nome, ma commettono le stesse atrocità) e si renderà conto che gli occupanti stranieri li hanno sostenuti in diversi periodi di conflitto, la gente non tollererà più questa situazione. E’ per questo che gli estremisti spesso si accaniscono sulle scuole e gli studenti: per loro un popolo istruito è una minaccia, visto che è molto più facile controllarne uno ignorante.

Hai descritto la situazione delle donne come “un inferno”. Allo stesso tempo però ci sono iniziative e progetti per sostenere i loro diritti. Puoi spiegarci meglio come stanno le cose?

Purtroppo l’immagine più diffusa e la storia del popolo afgano e soprattutto delle donne riguarda l’oppressione. E’ vero, abbiamo pochi diritti e soffriamo per l’oppressione, l’ignoranza e la violenza, ma ci sono anche molte donne e molti uomini coraggiosi che lottano per la libertà. Queste storie vanno raccontate per mostrare l’Afghanistan in una luce positiva, così che i popoli del mondo possano credere in noi e sostenere la nostra lotta. Organizzazioni come Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), la cui fondatrice Meena è stata assassinate dai fondamentalisti nel 1987 in Pakistan,  Opawc (Organization of Promoting Afghan Women’s Capabilities) e Spa  (Solidarity Party of Afghanistan)  puntano a diffondere l’educazione tra le donne. Ci sono anche iniziative locali, come corsi di musica. Le donne progressiste che portano avanti queste organizzazioni e queste attività hanno bisogno di appoggio, di condividere le loro storie, visto che rischiano la vita per aiutare la loro gente. Quando persone coraggiose come loro alzano la voce, questa è la democrazia.

Stai terminando il tuo giro di incontri in Italia. Qual era lo scopo di questo viaggio?

Dal 2003 in poi ho ricevuto molti inviti per parlare in tutto il mondo e portare il messaggio della mia gente. La mia voce è la loro voce. Porto anche una richiesta di solidarietà, perché i popoli del mondi ci sostengano e ascoltino la nostra vera storia, al posto dei discorsi e delle bugie dei media. Dobbiamo risvegliare la coscienza negli occidentali, perché possano esaminare con spirito critico il ruolo delle forze d’occupazione degli Stati Uniti e della Nato, così come la partecipazione dei loro governi. Abbiamo anche bisogno di un sostegno pratico, per esempio per le iniziative educative, dunque io esprimo anche questa richiesta in nome della mia gente.

Cosa possiamo fare come attivisti e in generale come persone contrarie a ogni forma di violenza, per aiutare la vostra lotta in Afghanistan?

Eleggere politici onesti. Istruirvi. Vorrei che i giornalisti raccontassero quello che succede davvero nel paese, comprese le iniziative positive come il lavoro di RAWA, in modo che le storie non riguardino sempre l’oppressione. I giornalisti dovrebbero anche sfidare la versione secondo cui gli Stati Uniti e la Nato hanno liberato l’Afghanistan e spiegare che non siamo liberi. Vorrei che gli attivisti prestassero attenzione e sostenessero tutti i popoli che nel mondo lottano per la loro liberazione, come i palestinesi e i curdi. Il successo della lotta dei curdi contro l’ISIS e per l’auto-determinazione mi riempie di speranza; dobbiamo imparare da loro. Vorrei che gli attivisti capissero che la vittoria di palestinesi o curdi, o gli americani che resistono a Trump sono una vittoria di tutti noi – la loro vittoria è anche la nostra. Quando la gente ha davvero il potere; ecco, questa è una vittoria.

Dopo le tue denunce vivi in clandestinità da tempo. Che cosa ti dà la forza e la speranza per continuare nel tuo impegno di attivista per i diritti umani?

La mia coscienza è sveglia e la verità mi spinge a continuare. Devo far conoscere la verità sull’Afghanistan e risvegliare la coscienza della gente. Conoscere i dolori e le pene della mia gente mi rende instancabile, visto che lottare per loro è una mia responsabilità. Non sono l’unica attivista che vive così; ce ne sono molti altri. La solidarietà che riceviamo da tutto il mondo e l’appoggio di intellettuali e attivisti come Chomsky ci aiutano a capire che la nostra lotta contro questo silenzio politico sull’Afghanistan sta cominciando ad avere successo.  Inoltre personaggi storici afgani e figure note come Martin Luther King, Charlie Chaplin e John Lennon sono per me una fonte di ispirazione.

Che ruolo e che valore ha per te la nonviolenza?

Mi oppongo con forza alle armi e alla violenza. Per costruire un paese devi deporre le armi e invece chi ha il potere in Afghanistan parla attraverso la canna di un fucile. Farò un esempio che spiega la mia attuale situazione di seguace della nonviolenza che deve vivere in clandestinità. Nonostante il mio odio per le armi e l’oppressione del burqa, oggi devo usarli per la mia protezione in quanto attivista. Ho delle guardie del corpo e devo mettermi il burqua, per non farmi riconoscere dalla gente che vuole ammazzarmi.

Cos’è la giustizia in Afghanistan?

La giustizia è fondamentale, come il cibo e l’acqua. Ogni singolo afgano merita di avere giustizia, visto che ognuno di noi ha perso qualcuno, o è stato colpito dalla violenza. Perché ci sia giustizia i terroristi, gli estremisti e i signori della guerra vanno processati. Nel cuore e nella mente degli afgani lo sono già, ma occorre un vero processo. Non bisogna processare solo i signori della guerra, ma anche chi ha promosso, perpetrato e prolungato l’invasione, come Bush e Obama. In questo momento si sono avviati dei processi di pace, ma il fatto che i signori della guerra siano stati invitati a partecipare dimostra che non c’è giustizia. E’ importante ricordare che non c’è pace senza giustizia. Per instaurare la giustizia gli occupanti stranieri devono lasciare il paese e il popolo afgano deve costruire la sua democrazia laica.

A tuo parere che tipo di effetto hanno avuto le organizzazioni internazionali per lo sviluppo e le ONG in Afghanistan?

Le ONG internazionali sono spesso corrotte: il denaro resta nelle loro tasche, invece di andare a vantaggio degli afgani. Credo che le ONG occidentali vengano usate per giustificare l’occupazione straniera del mio paese. Il loro lavoro ha spesso introdotto un altro nemico: le privatizzazioni. Grazie alla collusione tra i ministri del governo e le ONG, oggi ci sono scuole e ospedali che servono solo a fare soldi e sono troppo cari perché l’afgano medio possa utilizzarli. Per me è molto doloroso sentire cantar le lodi delle ONG e dell’Occidente per aver portato la “sicurezza” in Afghanistan, che invece rimane un paese insicuro e violento. Io credo molto nella potenza e nel lavoro di organizzazioni locali oneste, come RAWA e OPAWC.

Abbiamo appreso con grande tristezza che il giorno del ritorno di Malalai in Afghanistan due terribili attentati hanno ucciso civili, giornalisti e fotoreporter. Questo è l’inferno quotidiano che Malalai e il popolo afgano continuano ad affrontare.

Traduzione dall’inglese di Anna Polo

fonte: https://www.pressenza.com/it/2018/05/malalai-joya-devo-far-conoscere-la-verita-sullafghanistan-risvegliare-la-coscienza-della-gente/

Chi denuncia uno stupro è una zoccola! Lo ha stabilito, esaminando il caso di Asia Argento, il massimo organo giuridico Italiano: la Tv spazzatura!

 

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Chi denuncia uno stupro è una zoccola! Lo ha stabilito, esaminando il caso di Asia Argento, il massimo organo giuridico Italiano: la Tv spazzatura!

Chi denuncia uno stupro è una zoccola? Asia Argento violentata anche dal maschilismo

L’attrice è stata informata di un presunto dialogo avvenuto nella Casa del reality di Canale 5 durante il quale sarebbe stata pronunciata una frase offensiva nei suoi confronti

Continua gran parte di questo Paese maschilista- anche attraverso lo specchio della tv che fa emergere la nostro cultura patriarcale- a violentare una seconda volta con giudizi spietati chi ha avuto il coraggio di denunciare uno stupro. Un caso eclatante è quello di Asia Argento per l’ennesima volta insultata in tv. Definita ‘zoccola’ per il caso Weinstein.

Perché questo accade? Perché lo stupro è stereotipato: per la maggior parte delle persone  comuni e abbiamo visto anche i giudici, coincide con urla, mani e piedi legati, botte, penetrazione anale e vaginale. Ed è stupro solo se la persona violentata è una “brava ragazza”. Se è una donna “libera” che non nasconde la propria sessualità o se ad abusarla è un bianco di buona famiglia o un uomo delle forze dell’ordine ‘se l’è cercata’ e lei è solo una zoccola. Come se fosse lecito violentare le prostitute.

Care ragazze lo stupro è ogni volta che vi sentite violentate. Anche se non avete urlato, picchiato, anche se non siete state picchiate. Anche se c’è stato rapporto orale e non avete chiuso i denti. Stupro è quando qualcuno con mezzi anche psicologici vi obbliga ad avere un rapporto contro la vostra volontà. Non esistono uomini “che non avevano capito”. Esistono solo belve che vanno denunciate. Punto.

Cosa è successo? Dopo i provvedimenti disciplinari presi nei confronti dei concorrenti protagonisti degli spiacevolissimi episodi di violenza verbale contro Aida Nizar, un’altra azione, stavolta di natura legale, è stata annunciata da Asia Argento, che – a quanto raccontatole via social – è stata chiamata in causa durante una conversazione nell’abitazione di Cinecittà.

Su Twitter l’attrice è stata informata del fatto che il concorrente del Gf15 Filippo Contri avrebbe commentato l’attrice definendola una “zocc*la, con una faccia peggio di un cane”. Le parole sarebbero state pronunciate in giardino durante una conversazione mentre si parlava di una somiglianza tra Lucia Bramieri e Asia Argento.

L’affermazione non è andata giù al’attrice che proprio dal suo profilo Twitter ha annunciato querele.

“Parlano così di me su Mediaset? Non posso saperlo, non ricevo i canali di Berlusconi da anni” ha scritto l’attrice, per poi promettere provvedimenti (“Capisco. Provvederò” ha scritto a chi le ha spiegato quanto accaduto), e commentare il tweet rivelatore di quanto sarebbe accaduto con un “Calunnie ogni giorno, piovono querele vieppiù” e “Querela numero 15”.

fonte: http://www.globalist.it/dolce-vita/articolo/2018/05/01/chi-denuncia-uno-stupro-e-una-zoccola-asia-argento-violentata-anche-dal-maschilismo-2023563.html

Care donne, non fatevi prendere per i fondelli da questi ignobili cacciatori di consensi… Martina, Pd: “contro femminicidio azioni forti: arresto per gli stalker… Bello vero? Ma solo perchè non ricordate che proprio il Pd ha depenalizzato il reato, punendo lo stalking con una semplice multa!!

 

femminicidio

 

 

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Care donne, non fatevi prendere per i fondelli da questi ignobili cacciatori di consensi… Martina, Pd: “contro femminicidio azioni forti: arresto per gli stalker… Bello vero? Ma solo perchè non ricordate che proprio il Pd ha depenalizzato il reato, punendo lo stalking con una semplice multa!!

 

Idiota o in malafede?

Maurizio Martina: “In Italia viene uccisa una donna ogni 60 ore. È una strage continua. Dobbiamo reagire tutti subito. Occorrono azioni forti, a partire anche dall’introduzione dell’arresto obbligatorio per chi maltratta e per gli stalker”

Rinfrescatevi la memoria:

Da La Stampa del 26.06.2017

“Lo stalking si potrà risarcire con una multa”. Polemica sul ddl penale. Il Pd: allarme infondato

La denuncia dei sindacati: «Donne tradite dallo Stato due volte»

«Lo Stato non può tradire le donne due volte, prima esortandole a denunciare e poi archiviando le denunce, o peggio, a depenalizzare il reato di stalking». La denuncia arriva da Loredana Taddei, responsabile nazionale delle Politiche di Genere di Cgil, Liliana Ocmin, responsabile del coordinamento nazionale donne Cisl e da Alessandra Menelao, responsabile nazionale dei centri di ascolto della Uil: l e tre sindacaliste segnalano di avere scoperto che «nella legge di riforma del codice penale, approvata il 14 giugno 2017, si prevede l’introduzione di un nuovo articolo: il 162 ter, che prevede l’estinzione dei reati a seguito di condotte riparatorie. Uno di questi reati è lo stalking. Senza il consenso della vittima l’imputato potrà estinguere il reato pagando una somma se il giudice la riterrà congrua, versandola anche a rate». 

Il Pd: “Allarme infondato”

Ma la presidente della commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti (Pd), bolla come «terrorismo psicologico», l’allarme delle sindacaliste. «Sono dichiarazioni da irresponsabili, senza alcun fondamento». Ferranti spiega: «La riforma del processo penale che prevede la possibilità che il giudice estingua il reato nel caso di riparazione del danno si applica solamente – spiega – ai reati procedibili a querela remissibile. E non è certo il caso del delitto di stalkingche si realizza attraverso minacce gravi e reiterate, casi per i quali la legge sul femminicidio nel 2013 ha espressamente sancito l’irrevocabilità della querela». «La notizia che circola in queste ore è una fake news: l’importanza del reato di stalking e la necessità che le donne denuncino sono principi imprescindibili», sottolinea la deputata del Pd Vanna Iori, responsabile nazionale del partito per l’infanzia e l’adolescenza.

fonte QUI

“Io sto con le combattenti curde che resistono ai jihadisti al soldo di Erdogan”

Erdogan

 

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“Io sto con le combattenti curde che resistono ai jihadisti al soldo di Erdogan”

Il sedicente libero esercito siriano promette di tagliare le teste agli atei, esattamente come l’Isis. Le ragazze del Yjp lottano per i diritti civili delle donne.

C’è una un punto che l’opinione pubblica internazionale non ha colto, soprattutto i movimenti femministi a partire dal famoso #metoo. C’è una questione di fondo che noi stesse donna abbiamo trattato con superficialità e un pizzico di maschilismo all’occidentale, e riguarda il conflitto in Siria.
Le combattenti curde dell’Ypj – che rappresentano il 35% del totale, parliamo di circa 15 mila unità- sono state dai media fortemente sessualizzate: le “bellissime eroine”, le “giovani affascinanti che combattono i mostri”, le “moderne Amazzoni”.  
Un po’ è stato fatto anche per rendere interessante ai più una guerra civile che dopo anni aveva assuefatto anche i più sensibili nonostante gli orrori e lo sterminio sistematico di civili inermi. Una donna in divisa, giovane, sorridente e con nei capelli non un velo islamico (che non fa tanto simpatia in occidente) ma un turbante colorato, ha appassionato anche chi non ha mai seguito il giornalismo di guerra. 

 

Quello che ci è sfuggito per colpa di questa fascinazione molto pubblicitaria e non di sostanza è stato che queste soldatesse non lottano solo per la loro nazione, non sono partigiane di un Paese da salvare dall’invasore, non aiutano i loro compagni di battaglia. Semmai il contrario. Hanno dei ruoli in prima linea, decidono le strategie di attacco e difesa e sono affiancate da una unità maschile tra le più femministe al mondo.

 

Loro lottano infatti soprattutto per i diritti civili, per la parità di genere, per degli ideali che pretendono una applicazione nella vita reale.
Una volta sconfitto l’Isis ora queste donne, insieme ai loro compagni dell’Ypg, devono affrontare i jihadisti di Erdogan. Il sedicente libero esercito siriano promette di tagliare le teste agli atei, esattamente come l’Isis. Ora vi è facile comprendere che non si tratta più di una guerra di confini ma di civiltà. Di concetto stesso di libertà, di dignità dell’essere umano e della mente e del corpo delle donne. Le ragazze del Yjp sono le femministe suffragette del ventunesimo secolo, niente salotti e lotta a colpi di hashtag ma fucile in mano. Danno la vita per una esistenza degna di essere vissuta, libera dalla schiavitù di una religione opprimente che concepisce il maschio come padrone della donna. 
Dobbiamo stare con loro. Dalla loro parte. Il loro femminismo è il nostro. Sostenerle anche economicamente, perché la loro vittoria al fronte, il loro sogno di un Kurdistan libero, è anche la nostra rivoluzione, da un maschilismo di cui neppure in Occidente siamo del tutto immuni. 
Erdogan vuole sterminare i curdi e le curde per i valori che questi portano con se. Nulla è più pericoloso di un’idea, nulla è più contagioso di una donna libera in una regione dove le donne valgono la metà degli uomini. Non si tratta solo di confini e di Kurdistan, ma di idee, di visioni opposte del mondo. 
fonte: http://www.globalist.it/world/articolo/2018/03/13/io-sto-con-le-combattenti-curde-che-resistono-ai-jihadisti-al-soldo-di-erdogan-2020947.html

Donne, se fate figli è un problema vostro ed è giusto che vi sottopaghino! Capito femmine? Subite e state zitte! Lo dice Vittorio Feltri! …E date pure il vostro voto a chi fa sopravvivere queste carogne arcaiche

 

Donne

 

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Donne, se fate figli è un problema vostro ed è giusto che vi sottopaghino! Capito femmine? Subite e state zitte! Lo dice Vittorio Feltri! …E date pure il vostro voto a chi fa sopravvivere queste carogne arcaiche

Nella comunicazione vige una regola aurea: se un commento, un articolo o un’esternazione sono troppo stupidi, patetici e soprattutto in malafede per essere commentati, la scelta migliore è lasciarli senza risposta, affinché cadano nel dimenticatoio il più presto possibile. L’articolo di Vittorio Feltri sui compensi delle donne e delle madri, pubblicato sul quotidiano Libero, rientrava senz’altro in questa casistica, con l’aggravante di una scrittura da bambino delle medie. Tuttavia, siccome il signore in questione, le cui argomentazioni sul rapporto tra i sessi e le donne hanno purtroppo grande seguito tra gli uomini, è il direttore di un giornale, nonché giornalista assai presente nelle trasmissioni tv, vale il caso di spendere qualche parola sulla sua complessa, sofisticata e brillante argomentazione. Che è la seguente: le donne guadagnano meno, ma il motivo è che fanno figli, e facendo figli si devono assentare dal lavoro e siccome quando si assentano dal lavoro non prendono soldi allora è normale che guadagnino di meno. In più, scrive l’acuta penna, fare figli non è un obbligo ma un hobby come coltivare le patate, per questo le donne – “matrone che sfornano figli” – non possono pretendere, se fanno bambini, di essere retribuite come gli uomini che fanno lavori “veri”, né tantomeno chiedere uno stipendio se vogliono fare le casalinghe. Fine del profondo ragionamento. Che imbarazzerebbe, quanto a connessioni logiche, e soprattutto informazioni sulla realtà, anche un’insegnante di una classe di adolescenti. Ah, dimenticavo, la base finemente filosofica del pezzo di Feltri è che “la natura non è democratica” e quindi le donne devono accettare le asimmetrie senza fiatare.

La prima riflessione da fare su questa non-riflessione è che ovviamente è in totale malafede. Com’è noto Feltri ha figli, maschi e femmine, e nipoti, e non crediamo, ma le interessate ci scrivano se sbagliano, che Feltri consideri le proprie figlie e nuore “matrone sforna figli” e che protesti vivamente, ad esempio telefonando ai loro datori di lavoro, affinché le sottopaghino rispetto agli uomini. Né crediamo consideri i propri nipoti meno che nulla, come invece sembra valutare i figli delle donne comuni, anzi probabilmente sarà un nonno che stravede per i suoi bambini, mentre sembra invece considerare ininfluente che esistano o non esistano i bambini di altri. È la solita miopia dei potenti, nella storia ce ne sono stati a milioni così. Affettuosi e amorevoli con i propri amati, sprezzanti verso il popolo senza nome né volto.

Ma veniamo all’ “argomentazione”. Non essendo ancora possibile per le donne autofecondarsi è del tutto evidente che un figlio si faccia in due. Ora non è chiaro perché la donna che deve portare avanti la gravidanza dovrebbe essere penalizzata a scapito dell’altro genitore che ci ha messo solo il seme. Il “ragionamento” di Feltri è che la natura è antidemocratica e che quindi bisogna accettare che chi porta la pancia sia penalizzato. Ma si tratta di una tesi che è eufemistico definire rischiosa. Se infatti vogliamo azzerare la scienza e la cultura, che servono appunto a compensare le iniquità della natura, proteggendo i più deboli e portando eguaglianza di diritti e di opportunità, dobbiamo immaginare un mondo selvaggio dove non esista alcuna legge né diritto, e il più forte prevalga sul più debole. Non credo che questo convenga al direttore di Libero, il quale, essendo anziano e dunque debole, sarebbe prontamente spazzato via dalla prima belva, ma che dico, belvetta. Viceversa si tratta del solito vecchio vizio di giocarsi le carte, in questo caso quella della natura, solo quando fanno comodo e sono a proprio favore, salvo riporle dentro la tasca quando invece potrebbero risultare scomode o a sfavore. Il meno che si possa dire è che si tratti o di ipocrisia o di ignoranza.

Ma parlando di ignoranza. A Feltri manca qualche elementare nozione di diritto del lavoro. Perché dovrebbe sapere che quando una donna va in maternità esiste un istituto di previdenza che paga il suo stipendio al datore di lavoro, mentre la donna riceve uno stipendio, sempre pagato anche con suoi contributi. Tutto questo serve proprio a garantire una continuità sia al datore di lavoro che alla donna, che quando ritorna dovrebbe trovare lo stesso posto e lo stesso stipendio di prima. Non è chiaro dunque perché la paga della donna che fa figli dovrebbe essere inferiore a quella di un uomo di identica mansione che i figli li fa, ma senza andare in maternità. O forse la carriera si gioca tutta in quei pochi mesi – trovatemi una donna che oggi va in maternità per anni – in cui una madre è assente? Invece Feltri ci dovrebbe spiegare, ma ovviamente non è in grado, perché a parità di mansione le donne, tranne che nei settori pubblici o molto protetti, guadagnino meno degli uomini, perché inoltre abbiano stipendi molto più precari, perché prendano pensioni ridicole in confronto a quelle degli uomini. E tutto questo,  anche senza figli (oggi una su due donne resta senza) o facendo uno – uno! – solo. L’unica spiegazione possibile è che le donne italiane sono penalizzate sui luoghi di lavoro esattamente in quanto donne, e non a caso tutti gli indicatori internazionali ci mettono agli ultimi posti quanto a gender gap (che per Feltri non esiste), retribuzioni femminili, povertà femminile e insieme, paradossalmente, numero di figli.

E veniamo all’ultima argomentazione. Da quanto dice Feltri, i figli in sé non sono un valore. Che ci siano o meno non cambia nulla. Che le donne li facciano o meno non cambia nulla. Sono un hobby come il suo, quello dell’orto, solo una questione privata. Evidentemente, il direttore di Libero ignora l’esistenza di una disciplina che si chiama demografia. E che misura la salute di una società proprio in base alla questione del ricambio tra generazioni. L’Italia è in una situazione gravissima, perché si trova in una sorta di piramide rovesciata, dove a pochi giovani corrispondono tantissimi anziani. Detto in soldoni, questo significa che tra poco per dieci anziani che prendono pensione e hanno bisogno di qualcuno che li curi ci saranno molti meno giovani di quelli che sarebbero necessari. Vorrebbe Feltri essere uno di quelli a cui non capita l’assistenza, e quindi rimanere sia senza pensione sia senza qualcuno che gli pulisca la bava quando non potrà farlo da solo? Non credo. Dovrebbe essere grato a quella donna che ha partorito quel figlio che presto lo imboccherà? Credo di sì. E credo, anzi sono sicura, che fare quel figlio non sia una questione privata, appunto, ma pubblica. Ma se è pubblica lo Stato deve mettere le donne in condizioni di fare figli, oltre che favorirle il più possibile quando intendano farlo, come d’altronde in tutti i paesi civili del mondo. E tutto questo solo da un punto di vista utilitaristico, al netto cioè della felicità che un figlio porta a livello individuale e collettivo.

L’ultima battuta è sul “lavoro vero”, l’unico che secondo Feltri dovrebbe essere pagato. C’è da chiedersi se sia più vero il lavoro di un giornalista che se ne sta comodo sulla sua sedia a scrivere commenti come questo, peraltro riccamente finanziato da fondi pubblici, o quello di una madre precaria che oltre a lavorare, magari andando alle sei del mattino a pulire le scale del Feltri-condominio, tira su due figli che presto saranno utili alla società. Ma su questo spero che i commentatori di questo blog non abbiano dubbi. Possiamo avere parere diversi sui ruoli dell’uomo e della donna e sulle istanze delle femministe. Ma dovremmo invece avere opinioni identiche sui deliri di un giornalista al quale bisognerebbe obiettare una cosa sola: mi scusi, ma lei che cazzo sta dicendo?

www.elisabettaambrosi.com
Per contattarmi: elisabetta.ambrosi@gmail.com
Guarda il mio video: 1 minuto per raccontarvi chi sono

 

tratto da: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/01/28/donne-se-fate-figli-e-un-problema-vostro-ed-e-giusto-che-vi-sottopaghino/4118468/

Lettera di una maestra: “Ai nostri politicanti piace tanto parlare di donne, ne stanno lasciando 60’000 a casa”

 

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Lettera di una maestra: “Ai nostri politicanti piace tanto parlare di donne, ne stanno lasciando 60’000 a casa”

 

Care tutte e tutti,

sono una maestra che lavora ormai da anni nella scuola. Sono coinvolta nel disastro che sta succedendo agli insegnanti della scuola primaria in questi giorni.  Mi rendo conto che, dietro i tecnicismi giuridici, forse la situazione non è chiara, provo a riassumere cosa ci sta capitando.

Dal 1923 al 2002, ovvero fino a quando è esistito l istituto magistrale, tutte le maestre e maestri italiani hanno avuto come qualifica per poter insegnare il diploma magistrale che è un’abilitazione all’ insegnamento come da parere del consiglio di stato n 3813 dell’ 11/09/13, recepito con decreto dal presidente della repubblica. Infatti gli insegnanti avevano fatto ricorso, in quanto negli anni precedenti i diplomati magistrali erano stati collocati nelle graduatorie di terza fascia, ovvero quella per i non abilitati. Successivamente molti diplomati avendo ottenuto questo riconoscimento, hanno intentato un altro ricorso contro diniego di accesso alle gae 2014, le graduatorie per cui si accede al ruolo tramite scorrimento, in quanto appunto abilitati.

Nel frattempo gli stessi insegnanti mandavano avanti la scuola ormai da anni, tra le mille difficoltà che tutti conoscete.

L’ impugnazione della Graduatoria ad Esaurimento 2014 (Gae) termina con svariati provvedimenti cautelari a favore dei richiedenti, che nelle tornate di immissione in ruolo a settembre 2015 e 2016 vengono assunti in ruolo con riserva, mentre gli altri aspettavano di accedervi nelle tornate successive, ovviamente continuando a lavorare con supplenze annuali.

Il 15 novembre 2017 si riunisce l’adunanza plenaria del consiglio di stato per mettere un punto a questa situazione e, anziché sciogliere la riserva, contraddicendo se stesso (aveva emesso ben 7 giudizi positivi!) il tribunale rigetta le richiesta dei diplomati magistrali con un vero e proprio licenziamento di massa. Si tratta di circa 60’000 persone coinvolte, tra già immessi in ruolo e precari in attesa di ruolo in tutta Italia!   Neanche la speranza di fare le supplenti a vita! Infatti la legge 107, la cosiddetta buona scuola, impone il non rinnovo dei contratti dopo l’accumulo di 36 mesi di servizio. Quest’ altra schifezza è stata prodotta da Renzi ed il suo governo per arginare una sentenza della corte europea che condannava il precariato nella scuola italiana imponendo di assumere tutti i docenti che avevano tre anni di lavoro nella scuola….

Dunque si profila un danno duplice per lavoratori ed alunni che perderanno i loro insegnanti. In realtà siamo di fronte ad una vera emergenza sociale! Ai nostri politicanti piace tanto di questi tempi parlare di donne, millantando iniziative e leggi varie. Intanto ne stanno lasciando 60’000 in mezzo ad una strada dopo averle sfruttate per anni ed anni come precarie!

Non credano che staremo a guardare, abbiamo capito che con i ricorsi non si conquistano diritti, anzi si perdono, abbiamo capito che l’ unica strada è la LOTTA.

A Torino ci sono stati già dei presidi, uno il 27 dicembre ed uno il 3  gennaio. Abbiamo dimostrato la nostra rabbia, bloccato il traffico, improvvisato cortei. Ma è solo l’inizio! Sciopereremo il primo giorno di rientro dalle vacanze, l’8 gennaio. Lo sciopero è dichiarato per tutto il comparto scuola, dunque anche i colleghi della scuola secondaria potranno solidarizzare. Già arrivano le adesioni allo sciopero e molte scuole rimarranno chiuse!

Mando quindi un ringraziamento alle molte colleghe e colleghi che nonostante la loro cattedra sicura sciopereranno insieme a noi! E grazie anche ai genitori che ci stanno sostenendo con la partecipazione ai presidi, lettere alle scuole e ai dirigenti.

Carmen

 

tratto da: https://www.infoaut.org/saperi/lettera-di-una-maestra-ai-nostri-politicanti-piace-tanto-parlare-di-donne-ne-stanno-lasciando-60-000-a-casa

 

25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne – Gli Italiani indignati vicino alle donne, almeno quando non hanno di meglio da fare: “Turismo sessuale, italiani al mondo: padri di famiglia a caccia di donne e bambini”

violenza sulle donne

 

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25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne – Gli Italiani indignati vicino alle donne, almeno quando non hanno di meglio da fare: “Turismo sessuale, italiani al mondo: padri di famiglia a caccia di donne e bambini”

 

ROMA – Sono così piccole da non raggiungere in altezza l’anca dei predatori che se le vanno a comprare nei bordelli, e poi le stuprano, e prima trattano il prezzo parlando quasi sempre lingue occidentali, e 80.000 volte all’anno in media la lingua è l’italiano.
Sono così leggere che a prenderle in braccio pesano poco più di un bebè.
Sono così truccate che sembrano bimbe a Carnevale. Sono così sottili che, se non fossero coperte di stracci succinti e colorati, indosserebbero le taglie più piccole degli abitini per bimbi occidentali. Le stuprano, tra gli altri, certi italiani che a casa sembrano gente qualunque, gente a posto. Che mai e poi mai potreste riconoscerli dal modo di fare, dalla morfologia.Figli, mariti, padri, lavoratori. E poi un aereo. E poi in vacanza al Sud del mondo. E poi diventano il demonio. Italiani, tra quelli che ”consumano” di più a Santo Domingo, in Colombia, in Brasile. Italiani, i primi pedofili del Kenya. Attivissimi, nell’olocausto che travolge 15.000 creature, il 30 per cento di tutte le bambine che vivono tra Malindi, Bombasa, Kalifi e Diani. Piccole schiave del sesso per turisti. In vendita a orario continuato, per mano, talvolta, dai loro genitori. In genere hanno tra i 14 e i 12 anni. Ma possono averne anche 9, anche 7, anche 5. Minuscoli bottini per turisti. Burattini di carne da manipolare a piacimento. Foto e filmati da portare a casa come souvenir. Costa quanto una buona cena o un’escursione. Puoi fare anche un pacchetto all inclusive: alloggio, vitto, viaggio, drink, preservativi e ragazze per un tot. Puoi cercare nei forum in Rete le occasioni, ci sono i siti apposta.
Puoi scegliere tra ”20 mixt age prostitutes”, dalla prima infanzia in su. Puoi avere anche le vergini, mille euro in più. E poi torni da mamma, dai figli, dalla moglie, in ufficio. E poi bentornato, e quello che è successo chi lo sa?
L’allarme è dell’Ecpat, l’organizzazione che in 70 Paesi del mondo lotta da sempre contro lo sfruttamento sessuale dei bambini: sono sempre di più, i vacanzieri che vanno a caccia di cuccioli umani nei Paesi dove, per non morire di fame, si accetta ogni tortura. Sono un terzo dei tre milioni di turisti sessuali in tutto il mondo. Sempre più giovani, tra i 20 e i 40 anni. Sempre più depravati per scelta, e non per malattia. Solo il 5 per cento di loro, infatti, è un caso patologico. Gli altri, informa l’Ecpat, lo fanno per provare un’emozione nuova, in modo occasionale (60%), oppure abituale (35%).
E il demonio si sta mobilitando in Brasile, per rifornire il mercato, sebbene i bimbi sfruttati siano già 50.000. L’impennata arriverà coi Mondiali di calcio del 2014. «La settimana prossima ci incontreremo a Varsavia -racconta Marco Scarpati, direttore di Ecpat Italia- per pianificare, assieme alle Polizie di tutto il mondo, qualcosa che impedisca una replica, in Brasile, di quanto avvenne in Ucraina nel 2010 e in Sudafrica nel 2012: il racket trasportò bambini da tutti i territori circostanti, per accontentare la richiesta. Purtroppo tutto questo accade sempre, in occasione di eventi sportivi. E i controlli sono spesso labili, insufficienti, inefficaci». Ecco perché domenica, al grido Un altro viaggio è possibile, una marcia ciclistica lungo le strade di 29 città, organizzata dall’Ecpat e dalla Fiab, porterà in giro l’indignazione contro lo sfruttamento sessuale dei bambini. Pedalando, si segnalerà che questa è un’emergenza. Che un milione e duecentomila bimbi sono sfruttati nel sesso, nell’accattonaggio, nei lavori forzati. Stime ufficiali, queste. Quelle ufficiose propongono ben altri conti: solo i piccoli schiavi del sesso sarebbero almeno due milioni. Ognuno di loro frutterebbe 67.200 dollari all’anno. Per il racket, il budget complessivo supererebbe i trenta milioni di dollari all’anno.

E a chi non ha i soldi per il viaggio, basta girare l’angolo: tra i 10 e i 12.000 di quei bambini si trovano in Italia. Migranti. Nomadi. Minori non accompagnati. In vendita a casa nostra, per le nostre strade, o anche su ordinazione. Solo a voler guardare. Solo a voler sapere.

Fonte: da Il Messaggero di Giovedì 6 Giugno 2013.

…ma digitate su Google “Turismo sessuale, italiani al primo posto” e ne troverete tanti altri simili !!|