L’assessore (alla Cultura!) Paganella: “O si nasce donne fertili o si nasce donne inutili”. A dimostrare che o si nasce con il cervello o si nasce assessori in una Giunta Leghista.

 

Paganella

 

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L’assessore (alla Cultura!) Paganella: “O si nasce donne fertili o si nasce donne inutili”. A dimostrare che o si nasce con il cervello o si nasce assessori in una Giunta Leghista.

Da La Stampa:

L’assessore: “Donne inutili se non sono fertili”
Bufera su Manlio Paganella, che al Comune di Castiglione delle Stiviere (Mantova) ha la delega alla cultura. L’infelice uscita, alla vigilia della festa della donna, rimbalza ora sui social media.

«O si nasce donne fertili o si nasce donne inutili». E ancora: «O si nasce uomini o si nasce eunuchi». E alle consigliere d’opposizione che uscivano dall’aula dopo queste sue parole, ha anche dedicato un «il coraggio, se non ce l’ha, uno non se lo può dare». È bufera su Manlio Paganella, assessore alla Cultura del comune di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, che lo scorso 7 marzo, in occasione del Consiglio Comunale, a poche ore dalla Festa della Donna, ha proprio detto che «o si nasce donne fertili o si nasce donne inutili». In queste ore sui social network sta rimbalzando di bacheca in bacheca il video dell’assessore che dice la frase incriminata: a postarlo la pagina «Adesso ti Informo», il cui post, in poco tempo, ha avuto centinaia di condivisioni e decine di commenti.

Le parole di Paganella, in Consiglio Comunale, hanno fatto subito scattare la protesta delle consigliere del Pd – tre, tutte donne, Graziella Gennai, Cecilia Carattoni e Elena Cantoni – che sono uscite immediatamente dall’aula. «Abbiamo chiesto al sindaco Enrico Volpi di ritirare la delega a questo assessore, ma per ora abbiamo l’impressione che il primo cittadino stia solo prendendo tempo. Si è dissociato dalle parole di Paganella ma ha anche detto che quella dell’assessore è una reazione a noi dell’opposizione che lo abbiamo criticato per altre scelte» spiega a La Stampa Graziella Gennai, capogruppo dem in Consiglio Comunale.

Sì perché l’assessore non è nuovo a uscite quantomeno discutibili. Come quella di partecipare, lo scorso 26 gennaio – cioè alla vigilia della Giornata della Memoria sullo sterminio nazifascista – alla presentazione del libro fascista «Compagno Mitra», di Gianfranco Sella. L’evento era organizzato dall’associazione di estrema destra «Progetto Nazionale». «In quell’occasione – continua Gennai – Paganella intervenne in quanto assessore del Comune e portò persino i saluti del Sindaco (che non era presente). Il Consiglio Comunale del 7 marzo era stato convocato proprio per chiedere a Paganella il perché di quella partecipazione. E è andato come è andato, con quelle belle frasi che ora stanno facendo il giro d’Italia».

Il primo a dissociarsi dalle parole dell’assessore – 71 anni, fervente cattolico, padre di tre figli maschi, ex professore di storia e filosofia che a Castiglione delle Stiviere è considerato punto di riferimento culturale per la comunità per gli studi fatti su San Luigi Gonzaga – è stato il sindaco Enrico Volpi, che a La Stampa spiega: «Nei prossimi giorni dirò quale sarà la mia decisione, se ritirerò le deleghe a Paganella o meno. Certo è che le sue parole non sono state né opportune né, tantomeno, condivisibili. E quello che più colpisce è vedere che l’assessore non abbia ancora chiesto scusa in modo adeguato. Non ho visto, da parta sua, una presa di posizione adeguata». A dissociarsi dalle frasi di Paganella tutti i gruppi consiliari, tra cui quello della Lega che nella pagina Facebook della sua sezione cittadina ha scritto un post per spiegare la propria posizione. «Riteniamo doveroso – si legge – dissociarci dalle parole pronunciate dall’assessore Manlio Paganella nel corso del suo intervento. Pur riconoscendo il clima poco sereno, fatto di attacchi personali anche pesanti, che nelle settimane precedenti alcune forze politiche hanno creato attorno al professor Paganella, non possiamo giustificare le parole da lui pronunciate nei confronti del mondo femminile». I leghisti poi denunciano la «strumentalizzazione politica dell’episodio» che avrebbe «l’evidente intento di oscurare quanto questa amministrazione ha fatto nei due anni del suo mandato e quanto sta facendo per il rilancio della nostra città».

Ancora un altro vergognoso colpo di genio dei Giudici, e questa volta sono tre Giudici donna: “È troppo brutta, non può essere stata stuprata” – I violentatori assolti!

 

Giudici

 

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Ancora un altro vergognoso colpo di genio dei Giudici, e questa volta sono tre Giudici donna: “È troppo brutta, non può essere stata stuprata” – I violentatori assolti!

Poroposta:

aggiungiamo alla famosa  scritta che chissà come mai troviamo in tutti i tribunale “LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI” un Ps: “Tranne quando si tratta di violenza sulle donne, in questo caso il maschio può fare quello che cazzo gli pare!” …Mi sembra coerente, o no?

“È troppo brutta, non è stata stuprata”: tre giudici (donne) assolvono due violentatori

Secondo tre giudici, la ragazza (la ‘scaltra peruviana’) sarebbe ‘troppo mascolina’ per essere credibile e assolvono i due ragazzi accusati di stupro

C’è da mettersi le mani nei capelli a leggere la sentenza con cui tre giudici (tutte donne, a peggiorare la situazione) della Corte d’Appello hanno assolto dall’accusa di stupro due giovani che erano stati condannati in primo grado a tre anni per violenza sessuale. La motivazione: “la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo di ‘Vikingo’, con un’allusione ad una personalità tutt’altro che femminile quanto piuttosto mascolina, come la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”.
Come se fossimo a un concorso di bellezza e non in aula di tribunale, le tre giudici non solo ritengono ‘poco probabile’ che lo stupro sia avvenuto in base all’aspetto della ragazza, ma, sottinteso, esprimono un giudizio preciso sugli eventuali gusti sessuali: in altre parole, la sentenza sembra implicare che ‘se sei brutta – almeno secondo la Corte – allora non sei desiderabile’. Una sentenza che ha ovviamente causato sdegno.
I fatti: la ragazza in questione è una 22enne peruviana che nel 2015 ha denunciato due suoi coetanei di averla violentata ad Ancona. I tre si conoscevano ed erano usciti insieme per andare a bere. A quanto sembra, la ragazza si sarebbe appartata con uno dei due e il rapporto, da che era consensuale, sarebbe diventato invece violenza: l’accusa infatti parlava di una ‘esplicita manifestazione di dissenso’ che non sarebbe stata ascoltata. Da lì la denuncia.
I due vengono condannati in primo grado, ma la sentenza di Appello li proscioglie con la sentenza delle tre giudici, che si riferiscono tra l’altro alla presunta (manca una sentenza di condanna definitiva) vittima come ‘la scaltra peruviana’.
Il caso è passato in Cassazione, che ha annullato la sentenza di Appello per ‘vizi di legittimità’: il processo dovrà essere rifatto.

nota: rispondiamo ad alcune critiche ricevute per il nostro “strano” interesse alle vicende femminili: questo blog è gestito da soli uomini! Uomini che però, per colpa di qualcuno, un po’ cominciano a vergognarsi di essere tali… Noi continueremo sulla nostra strada, chi ci vuol seguire ci segua, a chi diamo fastidio… tanti saluti.

Leggi anche:

Il colpo di genio di un’altro Giudice: se il marito picchia la moglie ogni tanto “non si può parlare di maltrattamenti in famiglia” …Capito donne? Prendetele e non rompete le scatole… Se è una volta ogni tanto è perchè Vi vuole bene… Lo dice il signor Giudice…!

Femminicidio di Olga Matei – La Corte d’appello dimezza la pena all’assassino con una motivazione sconcertante: “Era in preda a tempesta emotiva e passionale”…E non è la prima volta. Per i Giudici c’è SEMPRE un motivo valido per ammazzare una donna!

 

Articolo tratto da: https://www.globalist.it/news/2019/03/10/e-troppo-brutta-non-e-stata-stuprata-tre-giudici-donne-assolvono-due-violentatori-2038497.html

Il manifesto leghista per l’8 marzo: “Rivendicare l’autodeterminazione della donna è sbagliato” …Ma l’avete letto bene, femmine? Ma avete capito con chi avere a che fare? O forse la vostra aspirazione è quella di stare a casa, possibilmente in silenzio, a stirare le camicie di Capitan Salvini?

 

8 marzo

 

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Il manifesto leghista per l’8 marzo: “Rivendicare l’autodeterminazione della donna è sbagliato” …Ma l’avete letto bene, femmine? Ma avete capito con chi avere a che fare? O forse la vostra aspirazione è quella di stare a casa, possibilmente in silenzio, a stirare le camicie di Capitan Salvini?

 

Leggete bene queste frasi, smettete di fare finta di nulla e guardare dall’altra parte. Vogliono farci tornare indietro di millenni. “Offende la dignità delle donne chi ne rivendica una più marcata e assoluta autodeterminazione”.

Ecco l’8 marzo leghista cosa è: un giorno per ribadire la supremazia maschile su quella femminile. Una data per ricordare alla donna che il suo ruolo sociale è quello di procreare.
Sembra un fake da quanto fa schifo ma è tutto vero
Non solo, sono riusciti a citare gay e migranti persino per l’otto marzo (cosa c’entrino non si sa).
Leggete bene questa frase, capitene il senso e soprattutto smettete di fare finta di nulla e guardare dall’altra parte. Vogliono farci tornare indietro di millenni.
“Offende la dignità delle donne chi ne rivendica una più marcata e assoluta autodeterminazione”.
Ecco. Noi siamo governati da questa gente.

In tutto qursto Salvini, alle domande in merito ha risposto: “Non ne sapevo niente e non ne condivido alcuni contenuti. Lavoro per la piena parità di diritti e doveri per uomini e donne, per mamme e papà” …Ma si èp ben guardato di chiedere scusa alle donne, per il manifesto che porta ben evidente il suo nome in calce…!

 

Per la serie “hanno fatto anche cose buone” – Quando, il 20 gennaio 1927, giusto 92 anni fa, il regime fascista decise che le femmine erano esseri inferiori da sfruttare: decreto legge per ridurre i salari delle donne alla metà di quelli degli uomini… Qualcuno lo spieghi alla Mussolini o alla Meloni…!

 

regime fascista

 

 

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Per la serie “hanno fatto anche cose buone” – Quando, il 20 gennaio 1927, giusto 92 anni fa, il regime fascista decise che le femmine erano esseri inferiori da sfruttare: decreto legge per ridurre i salari delle donne alla metà di quelli degli uomini… Qualcuno lo spieghi alla Mussolini o alla Meloni…!

 

Qual era l’atteggiamento del fascismo verso la donna? Più che dalle parole, cerchiamo di ricavarlo dai fatti. Nel 1927 i salari femminili vennero ridotti alla metà di quelli corrispondenti maschili, che avevano già subito una forte riduzione. Altro che salario eguale per lavoro eguale, come diceva il vecchio slogan femminista! Il lavoro della donna valeva esattamente la metà di quello del suo collega, ed era già molto se non le veniva tolto del tutto. Infatti secondo l’ideologia fascista la sua “missione” era una sola, come ricordò più volte Mussolini nei suoi discorsi: quella di “far figli, molti figli, per dare soldati alla patria”.

Lo slogan “la maternità sta alla donna come la guerra sta all’uomo” era scritto sulle facciate delle case di campagna, e sulle copertine dei quaderni che le “piccole italiane” usavano a scuola. La prolificità veniva esaltata al massimo, quasi fosse la miglior qualità femminile: ad esempio, ogni settimana apparivano su La domenica del corriere fotografie di donne circondate da dodici o tredici figli, e insignite di una medaglia per il semplice fatto di averli messi al mondo. Avere un’abbondante figliolanza era un grande titolo di merito di fronte al regime, anche se poi le famiglie numerose nuotavano nella miseria e i bambini non avevano da mangiare. Naturalmente qualsiasi idea di controllo delle nascite era severamente bandita, e furono anzi inasprite nel codice Rocco le pene contro ogni forma di educazione demografica, che veniva considerata un attentato “all’integrità della stirpe”.
La donna, dunque, fu relegata in casa a far figli, e furono emanate addirittura delle leggi per impedirle di svolgere un’attività extracasalinga, soprattutto se di tipo intellettuale. La prima offensiva si ebbe nell’insegnamento. Nel ’27 si esclusero le insegnanti dalle cattedre di lettere e filosofia nei licei, poi si tolsero loro alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie, e infine si vietò che fossero dirigenti o presidi di istituto. Quindi, per estirpare il “male” veramente alle radici, si raddoppiarono le tasse scolastiche alle studentesse, scoraggiando così le famiglie a farle studiare.
Una seconda offensiva riguardò i pubblici impieghi. Una legge deI ’33 limitò notevolmente le assunzioni femminili, stabilendo sin dai bandi di concorso l’esclusione delle donne o riservando loro pochi posti. Esse furono praticamente eliminate dalle carriere di categoria A e B, e furono ammesse, salvo rare eccezioni, solo a quelle C. Più tardi, un decreto precisava addirittura quali impieghi statali potessero essere loro assegnati, e furono naturalmente i meno qualificati e peggio retribuiti: quelli di dattilografa, stenografa, segretaria, addetta alla raccolta di dati statistici, agli schedari, alle biblioteche. La carica di segretario comunale era invece troppo importante per essere ricoperta da una donna, come precisò una sentenza del Consiglio di Stato.
In quindici anni, dal 1921 al 1936, la percentuale delle donne che svolgevano attività extradomestiche passò dal 32,5 per cento al 24 per cento. Inoltre quelle rimaste erano guardate male: si diceva che lavoravano per comprarsi le calze di seta, si raccontavano delle barzellette sulla loro ocaggine, si mettevano in berlina nelle vignette umoristiche, dove apparivano invariabilmente sedute sulle ginocchia del “principale”. Insomma l’immagine della donna come essere pensante fu umiliata in tutti i modi, mentre fu esaltata al massimo quella di generatrice di figli e di oggetto sessuale. Infatti, mentre da una parte si gonfiava il mito della virilità, di cui Mussolini e i gerarchi erano diventati i campioni nazionali, dall’altra si creava quello di una femminilità, intesa come totale sudditanza all’uomo.
É esattamente questa l’espressione che usa il teorico fascista Loffredo, nel suo libro Politica della famiglia, edito da Bompiani nel ’38. “La donna deve ritornare sotto la sudditanza assoluta dell’uomo, padre o marito; sudditanza e, quindi, inferiorità spirituale, culturale ed economica” si legge a pagina 361. E basterebbe questa frase, senza alcun commento, per condannare tutto il fascismo come fenomeno di oscurantismo, di regressione storica e culturale.
Ma è anche interessante vedere in che modo si deve arrivare a questa “sudditanza”, giacché lo stesso Loffredo non lascia le cose a metà e ce lo spiega. “Gli stati che vogliono veramente eliminare una delle cause più notevoli di alterazione del vincolo familiare… devono adottare una misura veramente rivoluzionaria: riconoscere il principio del divieto dell’istruzione professionale media e superiore della donna, e, quindi, modificare i programmi d’istruzione, in modo da impartire alla donna un’istruzione (elementare, media ed anche universitaria, se occorre) intesa a fare di essa un’eccellente madre di famiglia e padrona di casa.” Alle donne, dunque, si doveva impedire di studiare, in modo da poter loro impedire successivamente di fare un lavoro qualificato, e quindi di essere indipendenti economicamente e moralmente: esattamente l’opposto di quanto avevano sempre sosteputo i movimenti femministi, che infatti si proponevano l’emancipazione invece che la sudditanza femminile.

L’avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. – Milano – Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
Copyright by Gabriella Parca – Terza Edizione – www.cpdonna.it 2005

 fonte: http://www.cpdonna.it/cpd/index.php?option=com_content&task=view&id=73

Violenza sulle donne? Il caso della 16enne Lucia Perez morta dopo essere stata drogata, stuprata e seviziata con un palo nel retto – I tre imputati assolti dall’accusa di omicidio e stupro: per i giudici la ragazza era consenziente…! Ma allora di cosa vogliamo parlare?

 

Violenza sulle donne

 

 

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Violenza sulle donne? Il caso della 16enne Lucia Perez morta dopo essere stata drogata, stuprata e seviziata con un palo nel retto – I tre imputati assolti dall’accusa di omicidio e stupro: per i giudici la ragazza era consenziente…! Ma allora di cosa vogliamo parlare?

Lucia Perez, seviziata e uccisa con un palo a 16 anni: per i giudici era consenziente

Lucia Perez è morta a 16 anni dopo essere stata drogata, stuprata e impalata, nell’ottobre 2016. Pochi giorni fa i giudici di Mar del Plata hanno assolto dall’accusa di omicidio e stupro i tre imputati, ritenuti responsabili solo per il reato che riguarda lo stupefacente. L’assoluzione ha sconvolto l’opinione pubblica di tutto il mondo, suscitando la protesta dei movimenti femministi: “Sentenza patriarcale”.

Il caso di Lucia Perez, sedicenne drogata e seviziata mortalmente tramite impalamento, in Italia è sempre stato relegato in fondo alle pagine di cronaca o nei blog delle cosiddette femministe. La sua valenza come fenomeno politico, nella cultura italiana, è passata in sordina, ma anche la portata mediatica della storia – assimilabile a quella di Pamela Mastropietro – è sempre stata bassissima. Perché?

La morte di Lucia
Ricordiamo innanzitutto i fatti. L’8 ottobre 2016, Lucia, sedici anni, studentessa di quinta superiore di una famiglia di modesta estrazione sociale, finisce al pronto soccorso dell’ospedale di Mar del Plata, a pochi chilometri da Buenos Aires. Praticamente abbandonata all’ingresso da due sconosciuti che mormorano di ‘overdose’, muore pochi istanti dopo i tentativi di rianimazione. Un’altra tossicodipendente sbandata. L’esame medico legale porta alla luce una fine molto diversa: Lucia è stata stuprata brutalmente, torturata con un oggetto contundente nel retto che ne ha causato la morte. Prima di trasportarla in ospedale i suoi carnefici l’hanno lavata dal sangue, le hanno messo degli abiti puliti e l’hanno scaricata davanti all’ospedale.

Primo sciopero femminile in Argentina
In Argentina si scatena immediata la reazione della rete per i diritti delle donne che porta al primo sciopero generale femminile del Paese e a una serie di manifestazioni contro la violenza patriarcale, che per osmosi vengono replicate anche in Europa. Anche processualmente il caso sembra semplice, ci sono tutti gli elementi per ipotizzare l’omicidio come conseguenza della violenza sessuale a carico di due imputati: il 23enne Matías Farías, e il 41enne Juan Pablo Offidani. Un terzo sospettato, Alejandro Alberto Masiel, viene accusato sono di favoreggiamento.

Assolti gli assassini, sotto inchiesta la pm
È il processo a rendere unica la storia di Lucia Perez. Per la pm Maria Isabel Sanchez, gli imputati Farias e Offidani hanno attirato in casa di Farias, approfittando della sua dipendenza dalle droghe, la povera Lucia. Nell’appartamento del 23enne con marijuana e cocaina, l’hanno stuprata bestialmente e poi hanno cercato di occultarne la morte. Per la difesa, invece, la morte della ragazzina sarebbe avvenuta al limite di un rapporto sadomaso (non si può negare l’utilizzo di un bastone) di natura consenziente. Chi ha ragione? Le conclusioni dei giudici, a dispetto del clamore e della commozione suscitati dal caso, pendono in favore della difesa. Colpevoli solo di averle venduto la droga i due imputati vengono assolti dall’accusa di omicidio e perfino di stupro.

Un caso politico
E qui che il caso Perez si carica ancor di più di connotazioni politiche. La pm Maria Isabel Sanchez viene accusata di aver condizionato l’opinione pubblica diffondendo alla stampa i particolari dell’esame autoptico e messa sotto inchiesta. Alla fine del processo il massacro della povera Lucia, per i giudici  Pablo Viñas, Facundo Gómez Urso e Aldo Carnevale (motivazioni della sentenza) è solo “il parto dell’immaginazione della Sanchez”. Dunque, non solo la morte non viene collegata alle sevizie sessuali come conseguenza calcolata, ma neanche come conseguenza accidentale, caso in cui avrebbe dovuto essere contestato almeno l’omicidio colposo. E invece niente. Per la morte di Lucia, si evince dalle parole dei giudici, non bisogna incolpare nessuno, se non lei stessa.

“Non perdoniamo: è stato femminicidio”
Qui abbiamo lasciato i fatti, con la sentenza del 28 novembre 2018 emessa dal tribunale di Mar del Plata, l’ennesima pagina nera, anzi nerissima, della giustizia che calpesta la dignità della vittima, solo perché donna. Così commenta ‘Ni una menos’:

Lucía Pérez è stata uccisa due volte. La prima dagli esecutori diretti; la seconda, da coloro che li hanno assolti e che così hanno negato che due adulti che somministrano cocaina per assoggettare un’adolescente sono responsabili di abuso e femminicidio. Vogliono dirci che la sua vita non ha alcun valore, che le relazioni di potere che sono alla base della violenza maschilista non esistono, che l’enorme movimento femminista che ha portato il suo sorriso come bandiera di lotta in tutti gli angoli del paese, deve zittirsi. Non lo faremo, non perdoniamo, non dimentichiamo, non ci riconciliamo. È stato femminicidio.

In Italia, dove per la povera Pamela è andato in scena un analogo scempio, la notizia stranamente non ha attecchito. Eppure poteva essere un qualunque delle nostre ragazze. Anzi, forse lo è stata.

continua su: https://www.fanpage.it/lucia-perez-seviziata-e-uccisa-con-un-palo-a-16-anni-per-i-giudici-era-consenziente/p1/
http://www.fanpage.it/

Femminicidio – Si chiamava Violeta, bruciata viva tra atroci sofferenze dal suo uomo …Non ne sapete niente, i Tg non ne parlano e sui giornali una beata minchia perché Lei era Rumena, ma Lui è Italiano…!

 

Femminicidio

 

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Femminicidio – Si chiamava Violeta, bruciata viva tra atroci sofferenze dal suo uomo …Non ne sapete niente, i Tg non ne parlano e sui giornali una beata minchia perché Lei era Rumena, ma Lui è Italiano…!

Si chiamava Violeta, arsa viva e raccontata distrattamente

Violeta non è un caso, Violeta è un accidente locale, senza possibilità di elezione a vicenda che scuota, non dico la storia triste che viviamo, ma neanche la cronaca di questo Paese

“Si chiamava Violeta Senchiu.
Era rumena.
Aveva 32 anni.
Aveva anche tre figli.
Il suo compagno, un italiano, sì, un italiano, di quelli che vengono prima, le ha dato fuoco,
arsa viva con tre taniche di benzina.
È morta dopo ore di indicibile sofferenza.
È successo sabato.
Niente articoli e inchieste sui giornali.
Nessuna troupe televisiva che si aggira a Sala Consilina, dove è accaduto l’omicidio.
Nessun fiore portato da nessun ministro.
Nessun tweet.
Nessun corteo di Forza Nuova”.
Il post dell’amica Valeria Collevecchio, sensibile collega con la quale ho diviso la parte più bella del mio percorso professionale, potrebbe restare così, senza una sola parola aggiunta. Vado brevemente oltre il fatto. Chi volesse recuperare la notizia di Violeta, può trovarla, ma attraversando soltanto la cronaca locale, giornali on line locali, pagine locali. Violeta non è un caso, Violeta è un accidente locale, senza possibilità di elezione a vicenda che scuota, non dico la storia triste che viviamo, ma neanche la cronaca di questo Paese che giorno dopo giorno collassa, implode rovinando sui suoi valori. Violeta aveva un bel viso, da donna che fatica senza mai smarrire il sorriso, neanche in una casa dove subiva. I figli sono sempre un buon motivo per sorridere per le donne, sono forti, anche quando la vita dura, resa più dura da sentimenti irrimediabilmente persi, ti dovrebbe consegnare alla disperazione. Violeta, come tante altre donne straniere in Italia, con alle spalle storie personali che tutti dovremmo conoscere. Storia di difficoltà, forse di povertà, storia di strappi dolorosi e viaggi di speranza senza chance. L’Italia, un uomo, forse un amore, forse. Certamente una famiglia, certamente la felicità di tre bambini. Quando Violeta è diventata una torcia, data alle fiamme dal suo uomo, aveva tre figli, piccoli, il primo 10 anni, il più piccolo due. Orfani per mano del padre. Faranno i conti con questo per tutta la vita.
Dice bene Valeria. quando denuncia con parole nude la distanza se non l’indifferenza per una tragedia che invece ha tanti elementi per una drammatica lettura del nostro tempo. Ma in questo nostro tempo si è smarrita anche la capacità di leggere e di raccontare. Lettura e racconto seppelliti dallo smarrimento umano e culturale. Nel crollo dei valori, spesso l’informazione non riesce a recuperare e mettere in ordine i tasselli principali del mosaico. Raccoglie i tasselli insignificanti, non recupera quelli che ricostruirebbero gli occhi. Distratta, superficiale, preoccupata soltanto di barcamenarsi nell’inedito terreno di una politica mai a un livello così basso. Per il resto, il Paese lo si racconta quando proprio non se ne può fare a meno. Quando si può fare senza fatica, senza letture difficili, magari restando seduti in ufficio. Pardon, in redazione.
tratto da: https://www.globalist.it/news/2018/11/07/si-chiamava-violeta-arsa-viva-e-raccontata-distrattamente-2033296.html

Malalai Joya, attivista, scrittrice e parlamentare afgana: devo far conoscere la verità sull’Afghanistan e risvegliare la coscienza della gente!

 

Malalai Joya

 

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Malalai Joya, attivista, scrittrice e parlamentare afgana: devo far conoscere la verità sull’Afghanistan e risvegliare la coscienza della gente!

Malalai Joya è una politica, attivista e scrittrice afgana. Eletta come membro del Parlamento, il 17 dicembre 2003 ha denunciato nell’assemblea della Loya Jirga la presenza in parlamento di persone da lei definite “signori e criminali di guerra”; da allora ha subito attentati e minacce di morte, tanto che deve vivere in clandestinità e  sotto scorta.

Nel maggio 2007 è stata sospesa dal suo ruolo  di membro del parlamento per averlo definito uno zoo.  La sua sospensione, a cui ha fatto appello successivamente, ha generato forti proteste a livello internazionale, tra le quali una dichiarazione firmata da scrittori e intellettuali quali Naomi Klein e Noam Chomsky  e da parlamentari canadesi, tedeschi, inglesi, italiani e spagnoli.

Nel marzo e nellaprile di questanno  ha tenuto numerosi incontri in Germania e in Italia, dove è stata invitata dal festival Dedica e dal Cisda (Coordinamento Italiano di Sostegno alle Donne Afghane).  Abbiamo potuto incontrarla a Milano pochi giorni prima del suo ritorno in Afghanistan.

Durante l’incontro al CAM Garibaldi di Milano, hai parlato spesso della necessità di smascherare la falsa democrazia portata dagli Stati Uniti in Afghanistan. Puoi spiegare meglio questo punto?

Questa democrazia è falsa perché gli afgani non hanno voce in capitolo sul modo in cui viene implementata, visto che ci è stata imposta. La “democrazia” degli americani non è stata solo un’invasione, ma anche una guerra di propaganda. Nessuna nazione può liberarne un’altra – dev’esserci l’auto-determinazione. Inoltre in questa falsa democrazia l’estremismo e gli estremisti sono ancora presenti, visto che il governo è controllato dai signori della guerra, che sono in pratica delle fotocopie dei Talebani. Controllano il paese limitando la libertà e indicendo elezioni fraudolente per dare l’impressione che questa sia una democrazia. L’Occidente ci crede, riconosce i capi dei signori della guerra, interagisce con loro e arriva a invitarli alle Nazioni Unite.

I valori democratici sono stati traditi, le violazioni dei diritti umani sono continue, la corruzione dilaga e la produzione di oppio sta aumentando, con conseguente, enorme aumento dei drogati (tra cui 100.000 bambini). Così molta gente in Afghanistan finisce per dire: “Se è questa la democrazia, non la vogliamo.”

In quell’occasione hai anche detto che in Afghanistan ci sono quattro nemici: i Talebani, le forze di occupazione straniere, i signori della guerra e l’ISIS. Cosa si può fare per combatterli?

Alla radice di tutto questo ci sono l’imperialismo e il fondamentalismo. Gli occupanti stranieri e i governi che hanno portato la guerra e l’occupazione hanno anche creato e appoggiato l’estremismo. Gli estremisti fanno affidamento sul controllo e la paura degli afgani e sui finanziamenti stranieri. Per combatterli l’istruzione è un elemento chiave: grazie ad essa la gente può capire la propria identità e le proprie capacità economiche ed educative.  Quando comprenderà la barbarie dei Talebani, dei signori della guerra e dell’ISIS (che differiscono solo per il nome, ma commettono le stesse atrocità) e si renderà conto che gli occupanti stranieri li hanno sostenuti in diversi periodi di conflitto, la gente non tollererà più questa situazione. E’ per questo che gli estremisti spesso si accaniscono sulle scuole e gli studenti: per loro un popolo istruito è una minaccia, visto che è molto più facile controllarne uno ignorante.

Hai descritto la situazione delle donne come “un inferno”. Allo stesso tempo però ci sono iniziative e progetti per sostenere i loro diritti. Puoi spiegarci meglio come stanno le cose?

Purtroppo l’immagine più diffusa e la storia del popolo afgano e soprattutto delle donne riguarda l’oppressione. E’ vero, abbiamo pochi diritti e soffriamo per l’oppressione, l’ignoranza e la violenza, ma ci sono anche molte donne e molti uomini coraggiosi che lottano per la libertà. Queste storie vanno raccontate per mostrare l’Afghanistan in una luce positiva, così che i popoli del mondo possano credere in noi e sostenere la nostra lotta. Organizzazioni come Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), la cui fondatrice Meena è stata assassinate dai fondamentalisti nel 1987 in Pakistan,  Opawc (Organization of Promoting Afghan Women’s Capabilities) e Spa  (Solidarity Party of Afghanistan)  puntano a diffondere l’educazione tra le donne. Ci sono anche iniziative locali, come corsi di musica. Le donne progressiste che portano avanti queste organizzazioni e queste attività hanno bisogno di appoggio, di condividere le loro storie, visto che rischiano la vita per aiutare la loro gente. Quando persone coraggiose come loro alzano la voce, questa è la democrazia.

Stai terminando il tuo giro di incontri in Italia. Qual era lo scopo di questo viaggio?

Dal 2003 in poi ho ricevuto molti inviti per parlare in tutto il mondo e portare il messaggio della mia gente. La mia voce è la loro voce. Porto anche una richiesta di solidarietà, perché i popoli del mondi ci sostengano e ascoltino la nostra vera storia, al posto dei discorsi e delle bugie dei media. Dobbiamo risvegliare la coscienza negli occidentali, perché possano esaminare con spirito critico il ruolo delle forze d’occupazione degli Stati Uniti e della Nato, così come la partecipazione dei loro governi. Abbiamo anche bisogno di un sostegno pratico, per esempio per le iniziative educative, dunque io esprimo anche questa richiesta in nome della mia gente.

Cosa possiamo fare come attivisti e in generale come persone contrarie a ogni forma di violenza, per aiutare la vostra lotta in Afghanistan?

Eleggere politici onesti. Istruirvi. Vorrei che i giornalisti raccontassero quello che succede davvero nel paese, comprese le iniziative positive come il lavoro di RAWA, in modo che le storie non riguardino sempre l’oppressione. I giornalisti dovrebbero anche sfidare la versione secondo cui gli Stati Uniti e la Nato hanno liberato l’Afghanistan e spiegare che non siamo liberi. Vorrei che gli attivisti prestassero attenzione e sostenessero tutti i popoli che nel mondo lottano per la loro liberazione, come i palestinesi e i curdi. Il successo della lotta dei curdi contro l’ISIS e per l’auto-determinazione mi riempie di speranza; dobbiamo imparare da loro. Vorrei che gli attivisti capissero che la vittoria di palestinesi o curdi, o gli americani che resistono a Trump sono una vittoria di tutti noi – la loro vittoria è anche la nostra. Quando la gente ha davvero il potere; ecco, questa è una vittoria.

Dopo le tue denunce vivi in clandestinità da tempo. Che cosa ti dà la forza e la speranza per continuare nel tuo impegno di attivista per i diritti umani?

La mia coscienza è sveglia e la verità mi spinge a continuare. Devo far conoscere la verità sull’Afghanistan e risvegliare la coscienza della gente. Conoscere i dolori e le pene della mia gente mi rende instancabile, visto che lottare per loro è una mia responsabilità. Non sono l’unica attivista che vive così; ce ne sono molti altri. La solidarietà che riceviamo da tutto il mondo e l’appoggio di intellettuali e attivisti come Chomsky ci aiutano a capire che la nostra lotta contro questo silenzio politico sull’Afghanistan sta cominciando ad avere successo.  Inoltre personaggi storici afgani e figure note come Martin Luther King, Charlie Chaplin e John Lennon sono per me una fonte di ispirazione.

Che ruolo e che valore ha per te la nonviolenza?

Mi oppongo con forza alle armi e alla violenza. Per costruire un paese devi deporre le armi e invece chi ha il potere in Afghanistan parla attraverso la canna di un fucile. Farò un esempio che spiega la mia attuale situazione di seguace della nonviolenza che deve vivere in clandestinità. Nonostante il mio odio per le armi e l’oppressione del burqa, oggi devo usarli per la mia protezione in quanto attivista. Ho delle guardie del corpo e devo mettermi il burqua, per non farmi riconoscere dalla gente che vuole ammazzarmi.

Cos’è la giustizia in Afghanistan?

La giustizia è fondamentale, come il cibo e l’acqua. Ogni singolo afgano merita di avere giustizia, visto che ognuno di noi ha perso qualcuno, o è stato colpito dalla violenza. Perché ci sia giustizia i terroristi, gli estremisti e i signori della guerra vanno processati. Nel cuore e nella mente degli afgani lo sono già, ma occorre un vero processo. Non bisogna processare solo i signori della guerra, ma anche chi ha promosso, perpetrato e prolungato l’invasione, come Bush e Obama. In questo momento si sono avviati dei processi di pace, ma il fatto che i signori della guerra siano stati invitati a partecipare dimostra che non c’è giustizia. E’ importante ricordare che non c’è pace senza giustizia. Per instaurare la giustizia gli occupanti stranieri devono lasciare il paese e il popolo afgano deve costruire la sua democrazia laica.

A tuo parere che tipo di effetto hanno avuto le organizzazioni internazionali per lo sviluppo e le ONG in Afghanistan?

Le ONG internazionali sono spesso corrotte: il denaro resta nelle loro tasche, invece di andare a vantaggio degli afgani. Credo che le ONG occidentali vengano usate per giustificare l’occupazione straniera del mio paese. Il loro lavoro ha spesso introdotto un altro nemico: le privatizzazioni. Grazie alla collusione tra i ministri del governo e le ONG, oggi ci sono scuole e ospedali che servono solo a fare soldi e sono troppo cari perché l’afgano medio possa utilizzarli. Per me è molto doloroso sentire cantar le lodi delle ONG e dell’Occidente per aver portato la “sicurezza” in Afghanistan, che invece rimane un paese insicuro e violento. Io credo molto nella potenza e nel lavoro di organizzazioni locali oneste, come RAWA e OPAWC.

Abbiamo appreso con grande tristezza che il giorno del ritorno di Malalai in Afghanistan due terribili attentati hanno ucciso civili, giornalisti e fotoreporter. Questo è l’inferno quotidiano che Malalai e il popolo afgano continuano ad affrontare.

Traduzione dall’inglese di Anna Polo

fonte: https://www.pressenza.com/it/2018/05/malalai-joya-devo-far-conoscere-la-verita-sullafghanistan-risvegliare-la-coscienza-della-gente/

Chi denuncia uno stupro è una zoccola! Lo ha stabilito, esaminando il caso di Asia Argento, il massimo organo giuridico Italiano: la Tv spazzatura!

 

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Chi denuncia uno stupro è una zoccola! Lo ha stabilito, esaminando il caso di Asia Argento, il massimo organo giuridico Italiano: la Tv spazzatura!

Chi denuncia uno stupro è una zoccola? Asia Argento violentata anche dal maschilismo

L’attrice è stata informata di un presunto dialogo avvenuto nella Casa del reality di Canale 5 durante il quale sarebbe stata pronunciata una frase offensiva nei suoi confronti

Continua gran parte di questo Paese maschilista- anche attraverso lo specchio della tv che fa emergere la nostro cultura patriarcale- a violentare una seconda volta con giudizi spietati chi ha avuto il coraggio di denunciare uno stupro. Un caso eclatante è quello di Asia Argento per l’ennesima volta insultata in tv. Definita ‘zoccola’ per il caso Weinstein.

Perché questo accade? Perché lo stupro è stereotipato: per la maggior parte delle persone  comuni e abbiamo visto anche i giudici, coincide con urla, mani e piedi legati, botte, penetrazione anale e vaginale. Ed è stupro solo se la persona violentata è una “brava ragazza”. Se è una donna “libera” che non nasconde la propria sessualità o se ad abusarla è un bianco di buona famiglia o un uomo delle forze dell’ordine ‘se l’è cercata’ e lei è solo una zoccola. Come se fosse lecito violentare le prostitute.

Care ragazze lo stupro è ogni volta che vi sentite violentate. Anche se non avete urlato, picchiato, anche se non siete state picchiate. Anche se c’è stato rapporto orale e non avete chiuso i denti. Stupro è quando qualcuno con mezzi anche psicologici vi obbliga ad avere un rapporto contro la vostra volontà. Non esistono uomini “che non avevano capito”. Esistono solo belve che vanno denunciate. Punto.

Cosa è successo? Dopo i provvedimenti disciplinari presi nei confronti dei concorrenti protagonisti degli spiacevolissimi episodi di violenza verbale contro Aida Nizar, un’altra azione, stavolta di natura legale, è stata annunciata da Asia Argento, che – a quanto raccontatole via social – è stata chiamata in causa durante una conversazione nell’abitazione di Cinecittà.

Su Twitter l’attrice è stata informata del fatto che il concorrente del Gf15 Filippo Contri avrebbe commentato l’attrice definendola una “zocc*la, con una faccia peggio di un cane”. Le parole sarebbero state pronunciate in giardino durante una conversazione mentre si parlava di una somiglianza tra Lucia Bramieri e Asia Argento.

L’affermazione non è andata giù al’attrice che proprio dal suo profilo Twitter ha annunciato querele.

“Parlano così di me su Mediaset? Non posso saperlo, non ricevo i canali di Berlusconi da anni” ha scritto l’attrice, per poi promettere provvedimenti (“Capisco. Provvederò” ha scritto a chi le ha spiegato quanto accaduto), e commentare il tweet rivelatore di quanto sarebbe accaduto con un “Calunnie ogni giorno, piovono querele vieppiù” e “Querela numero 15”.

fonte: http://www.globalist.it/dolce-vita/articolo/2018/05/01/chi-denuncia-uno-stupro-e-una-zoccola-asia-argento-violentata-anche-dal-maschilismo-2023563.html

Care donne, non fatevi prendere per i fondelli da questi ignobili cacciatori di consensi… Martina, Pd: “contro femminicidio azioni forti: arresto per gli stalker… Bello vero? Ma solo perchè non ricordate che proprio il Pd ha depenalizzato il reato, punendo lo stalking con una semplice multa!!

 

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Care donne, non fatevi prendere per i fondelli da questi ignobili cacciatori di consensi… Martina, Pd: “contro femminicidio azioni forti: arresto per gli stalker… Bello vero? Ma solo perchè non ricordate che proprio il Pd ha depenalizzato il reato, punendo lo stalking con una semplice multa!!

 

Idiota o in malafede?

Maurizio Martina: “In Italia viene uccisa una donna ogni 60 ore. È una strage continua. Dobbiamo reagire tutti subito. Occorrono azioni forti, a partire anche dall’introduzione dell’arresto obbligatorio per chi maltratta e per gli stalker”

Rinfrescatevi la memoria:

Da La Stampa del 26.06.2017

“Lo stalking si potrà risarcire con una multa”. Polemica sul ddl penale. Il Pd: allarme infondato

La denuncia dei sindacati: «Donne tradite dallo Stato due volte»

«Lo Stato non può tradire le donne due volte, prima esortandole a denunciare e poi archiviando le denunce, o peggio, a depenalizzare il reato di stalking». La denuncia arriva da Loredana Taddei, responsabile nazionale delle Politiche di Genere di Cgil, Liliana Ocmin, responsabile del coordinamento nazionale donne Cisl e da Alessandra Menelao, responsabile nazionale dei centri di ascolto della Uil: l e tre sindacaliste segnalano di avere scoperto che «nella legge di riforma del codice penale, approvata il 14 giugno 2017, si prevede l’introduzione di un nuovo articolo: il 162 ter, che prevede l’estinzione dei reati a seguito di condotte riparatorie. Uno di questi reati è lo stalking. Senza il consenso della vittima l’imputato potrà estinguere il reato pagando una somma se il giudice la riterrà congrua, versandola anche a rate». 

Il Pd: “Allarme infondato”

Ma la presidente della commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti (Pd), bolla come «terrorismo psicologico», l’allarme delle sindacaliste. «Sono dichiarazioni da irresponsabili, senza alcun fondamento». Ferranti spiega: «La riforma del processo penale che prevede la possibilità che il giudice estingua il reato nel caso di riparazione del danno si applica solamente – spiega – ai reati procedibili a querela remissibile. E non è certo il caso del delitto di stalkingche si realizza attraverso minacce gravi e reiterate, casi per i quali la legge sul femminicidio nel 2013 ha espressamente sancito l’irrevocabilità della querela». «La notizia che circola in queste ore è una fake news: l’importanza del reato di stalking e la necessità che le donne denuncino sono principi imprescindibili», sottolinea la deputata del Pd Vanna Iori, responsabile nazionale del partito per l’infanzia e l’adolescenza.

fonte QUI

“Io sto con le combattenti curde che resistono ai jihadisti al soldo di Erdogan”

Erdogan

 

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“Io sto con le combattenti curde che resistono ai jihadisti al soldo di Erdogan”

Il sedicente libero esercito siriano promette di tagliare le teste agli atei, esattamente come l’Isis. Le ragazze del Yjp lottano per i diritti civili delle donne.

C’è una un punto che l’opinione pubblica internazionale non ha colto, soprattutto i movimenti femministi a partire dal famoso #metoo. C’è una questione di fondo che noi stesse donna abbiamo trattato con superficialità e un pizzico di maschilismo all’occidentale, e riguarda il conflitto in Siria.
Le combattenti curde dell’Ypj – che rappresentano il 35% del totale, parliamo di circa 15 mila unità- sono state dai media fortemente sessualizzate: le “bellissime eroine”, le “giovani affascinanti che combattono i mostri”, le “moderne Amazzoni”.  
Un po’ è stato fatto anche per rendere interessante ai più una guerra civile che dopo anni aveva assuefatto anche i più sensibili nonostante gli orrori e lo sterminio sistematico di civili inermi. Una donna in divisa, giovane, sorridente e con nei capelli non un velo islamico (che non fa tanto simpatia in occidente) ma un turbante colorato, ha appassionato anche chi non ha mai seguito il giornalismo di guerra. 

 

Quello che ci è sfuggito per colpa di questa fascinazione molto pubblicitaria e non di sostanza è stato che queste soldatesse non lottano solo per la loro nazione, non sono partigiane di un Paese da salvare dall’invasore, non aiutano i loro compagni di battaglia. Semmai il contrario. Hanno dei ruoli in prima linea, decidono le strategie di attacco e difesa e sono affiancate da una unità maschile tra le più femministe al mondo.

 

Loro lottano infatti soprattutto per i diritti civili, per la parità di genere, per degli ideali che pretendono una applicazione nella vita reale.
Una volta sconfitto l’Isis ora queste donne, insieme ai loro compagni dell’Ypg, devono affrontare i jihadisti di Erdogan. Il sedicente libero esercito siriano promette di tagliare le teste agli atei, esattamente come l’Isis. Ora vi è facile comprendere che non si tratta più di una guerra di confini ma di civiltà. Di concetto stesso di libertà, di dignità dell’essere umano e della mente e del corpo delle donne. Le ragazze del Yjp sono le femministe suffragette del ventunesimo secolo, niente salotti e lotta a colpi di hashtag ma fucile in mano. Danno la vita per una esistenza degna di essere vissuta, libera dalla schiavitù di una religione opprimente che concepisce il maschio come padrone della donna. 
Dobbiamo stare con loro. Dalla loro parte. Il loro femminismo è il nostro. Sostenerle anche economicamente, perché la loro vittoria al fronte, il loro sogno di un Kurdistan libero, è anche la nostra rivoluzione, da un maschilismo di cui neppure in Occidente siamo del tutto immuni. 
Erdogan vuole sterminare i curdi e le curde per i valori che questi portano con se. Nulla è più pericoloso di un’idea, nulla è più contagioso di una donna libera in una regione dove le donne valgono la metà degli uomini. Non si tratta solo di confini e di Kurdistan, ma di idee, di visioni opposte del mondo. 
fonte: http://www.globalist.it/world/articolo/2018/03/13/io-sto-con-le-combattenti-curde-che-resistono-ai-jihadisti-al-soldo-di-erdogan-2020947.html