Ogni 55 ore in Italia si consuma un omicidio. Quasi sempre un femminicidio. Quasi sempre in una famiglia tradizionale!

 

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Ogni 55 ore in Italia si consuma un omicidio. Quasi sempre un femminicidio. Quasi sempre in una famiglia tradizionale!

In due casi su 3, le vittime sono donne (la percentuale media degli ultimi quattro anni è pari al 66%).

Centocinquantotto omicidi in famiglia, uno ogni 55 ore: e in 19 casi le vittime sono state i figli. Gli ultimi dati anticipati all’Agi dall’Eures e aggiornati al 2019 confermano come – in costante calo gli omicidi legati alla criminalità organizzata – family e intimate homicide nel nostro Paese rappresentino ormai tendenzialmente poco meno della metà di quelli totali.

L’anno scorso, gli omicidi in famiglia sono stati 75 al nord, 30 al centro e 54 al sud, complessivamente il 10,2% in meno rispetto ai 176 dell’anno precedente: ma le vittime degli ultimi quattro anni sono complessivamente 682. In due casi su 3, le vittime sono donne (la percentuale media degli ultimi quattro anni è pari al 66%) anche perché nel 48,5% dei casi la relazione vittima-autore va ricercata nell’ambito del rapporto di coppia: delle 158 vittime dell’anno passato, 48 erano coniugi o conviventi, 16 partner o amanti, 14 ex coniugi o ex partner.

I figlicidi, dopo aver registrato una inquietante recrudescenza nel 2018 (da 20 a 33), sono scesi, come detto, a 19 nel 2019, con una incidenza del 12,1% sul totale. Sempre nell’ambito degli omicidi in famiglia, tra il 2016 e il 2019 quelli con due vittime sono stati 82 (7 nell’ultimo anno), quelli con tre o piu’ vittime 30. L’arma più usata si conferma l’arma da taglio (31,7%), seguita da quella da fuoco (27%) e dal soffocamento/strangolamento (15%) mentre la divisione in base alla fascia d’età rileva che ben 67 delle 682 vittime degli ultimi quattro anni – una su 10 – erano minorenni, e di questi 42 (il 6,2%) aveva meno di 5 anni.

fonte: https://www.globalist.it/news/2020/06/28/ogni-55-ore-in-italia-si-consuma-un-omicidio-quasi-sempre-un-femminicidio-in-una-famiglia-tradizionale-2060936.html

Anno Domini 2020, il rabbino ultra-ortodosso Baruch Gazahay: “le donne che espongono il proprio seno si reincarnano come mucche. Ma non solo. Questo è uno delle cause del cancro al seno. Perché gli occhi di tutti sono su di loro, e questo dà loro il malocchio”

 

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Anno Domini 2020, il rabbino ultra-ortodosso Baruch Gazahay: “le donne che espongono il proprio seno si reincarnano come mucche. Ma non solo. Questo è uno delle cause del cancro al seno. Perché gli occhi di tutti sono su di loro, e questo dà loro il malocchio”

Dichiarazioni choc del rabbino Baruch Gazahay deputato il partito ultra-ortodosso Shas “le donne che espongono il proprio seno   si reincarnano come mucche , perché la loro mammella è esposta… Ma non solo. Questo è uno dei motivi per cui le donne hanno il cancro al seno. Perché gli occhi di tutti sono su di loro, e questo dà loro il malocchio”

Gazahay, 38 anni, nato in Etiopia e venuto in Israele da bambino, dirige l’Od Yosef Chai yeshiva a Beersheba. È sposato e ha cinque figli. Divenne religioso da adulto e poco dopo iniziò a tenere lezioni pubbliche sulla moralità e la legge ebraica.

In una di queste lezioni ha detto:”Una donna deve essere modesta nei suoi vestiti. Sfortunatamente, in questa ultme generazioni c’è molta confusione. Le donne pensano di essere uomini. Come hanno fatto le donne a indossare i pantaloni? Muoio dalla voglia di sapere perchà. Sei una donna! Perchè indossi i pantaloni? Sei con i pantaloni e tuo marito è con i pantaloni, il povero bambino si confonde, chi è il padre e chi è la madre?”

“E la ragione per cui le donne in gravidanza hanno aborti spontanei? Rimangono incintae e subito pubblicano una foto della sua pancia su Facebook. Evidentemente sono pazze…  ”

Questo, insomma, ce lo vedrei bene nella lega di Salvini….

fonte: https://www.italiaisraeletoday.it/le-donne-che-mostrano-il-petto-si-reincarnano-come-mucche-e-prendono-anche-il-tumore-al-seno/?fbclid=IwAR3Mrd-U3n1mYfk1vsXywpxt9SitBDMGLVk0hYRQiEHbIsxTFXrSpAwNG_E

 

 

 

 

6 donne massacrate in una settimana, ma Libero si fa beffe dei femminidici. Care amiche, non ci fate caso: questo è il fascismo!

 

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6 donne massacrate in una settimana, ma Libero si fa beffe dei femminidici. Care amiche, non ci fate caso: questo è il fascismo!

Il giornale di Feltri usa in maniera strumentale il termine ‘maschicidi’ al posto di omicidi. Dimenticando che la maggior parte degli uomini non viene ucciso da mogli o fidanzate. In 4 giorni sei donne massacrate da chi diceva di amarle.

Questa è la prima pagina di Libero di mercoledì 29 gennaio.

Martedì 28 gennaio Andrea Pavarini ha ammazzato con calci e a pugni Francesca Fantoni, ha lasciato il corpo martoriato in un parco a Bedizzole (Brescia) ed è tornato a casa dalla moglie e dal piccolo figlio come se nulla fosse: solo un po’ di sangue sulla felpa. Giovedì 30, nella notte, a Mazara i carabinieri hanno portato in carcere Vincenzo Frasillo, 53 anni. Ha massacrato di botte, per tre giorni di seguito, la moglie Rosalia, fino ad ucciderla. Gli inquirenti parlano di una scena di violenza “indescrivibile”.

Oggi, 31 gennaio, ad Alghero è stato trovato il corpo senza vita di una donna scomparsa due mesi fa, si chiamava Speranza Ponti: è stato arrestato il convivente con l’accusa di omicidio. Ancora oggi sono scattate le manette per Z.F. il marito di una donna di 38 anni, incinta, trovata morta soffocata, nel loro appartamento a Versciaco, in Alto Adige. E sempre oggi a Mussomeli (Caltanissetta) Michele Noto 27 anni, ha sparato ed ucciso l’ex compagna Rosalia, la figlia di lei, Monica, poi si è tolto la vita. In paese hanno definito l’omicida-suicida come “un ragazzo normale”.

L’articolo di Libero, come annota Eliana Cocca sul Fatto, prende in esame i dati del Viminale. Ma dimentica di annotare che i 133 uomini uccisi non sono stati fatti fuori dalle loro fidanzate, compagne, moglie, amiche. Sono morti durante sparatorie, regolamenti di conti, incidenti di caccia, etc. Non sono cioè “maschicidi”, ma omicidi.

Femminicidi sono quelli che abbiamo elencato, la tragica litania che conosciamo, l’eterna Spoon River: Francesca, Rosalia, Speranza, e tutte le altre. Sei donne massacrate in quattro giorni. Così la tempistica paradossale di Libero è un’offesa ulteriore: per la memoria delle vittime, per la coscienza di un Paese civile e per una professione, quella di giornalista, dove almeno in talune circostanze le parole dovrebbero essere soppesate con immensa attenzione sul bilancino della verità, dello scrupolo, perfino della pietas. Soprattutto se a scrivere “la sorprendente verità”, ovvero che “non si assiste a mobilitazioni a favore del sesso forte, che in realtà è debole”, è una donna, una collega.

Ma il Tribunale del popolo, della bufala un tanto al chilo, dello scoop selvaggio non fa sconti. L’autrice dell’articolo di Libero, una giornalista, lo dovrebbe ben sapere visto che ha dovuto difendersi sulle pagine del suo quotidiano e poi davanti alle telecamere della peggiore tv dall’accusa di essere la fidanzata di Igor il Russo, aka Norbert Feher accusato di 5 omicidi tra Italia e Spagna. Questo solo perché ha tenuto una corrispondenza con il killer pur di intervistarlo.

E resta come minimo inquietante che laddove si tratti di minimizzare, ridicolizzare, attaccare i nostri pochi diritti, la nostra stessa vita, il direttore Feltri schieri dietro le mitraglie della “mala educación” informativa – donne versus donne – proprio le giornaliste.

Era già accaduto con lo stupro di Rimini, dove i particolari della violenza furono riportati sempre da una giornalista di Libero senza omissis (su Globalist ne aveva scritto, indignata, Claudia Sarritzu).

Eppure l’informazione dovrebbe riflettere su quelli che sono i ruoli: una direzione maschile e machista, volgare e spesso omofoba, a capo di croniste donne che mettono firme e faccia. Dovrebbe riflettere la Federazione Nazionale della Stampa con un intervento mirato a favore di chi, più che complice, sembra vittima di un ingranaggio.

Tanto dobbiamo a centinaia di donne e ragazze uccise, ma anche per la tutela di una professione, perché la morte, la violenza, il dolore non siano più, mai più, basso impero ideologico, sulla pelle di chi soffre. Di chi muore per mano di qualcuno che a vanvera parlava di amore.

tratto da: https://www.globalist.it/media/2020/01/31/francesca-rosalia-speranza-uccise-mentre-libero-si-fa-beffe-dei-femminidici-2052334.html

Violenza sulle donne, il consigliere leghista: “Falso il 90% delle denunce, pensiamo agli uomini”… Ma non vi preoccupate, care donne, date pure il vostro voto a queste carogne!

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Violenza sulle donne, il consigliere leghista: “Falso il 90% delle denunce, pensiamo agli uomini”… Ma non vi preoccupate, care donne, date pure il vostro voto a queste carogne!

Dopo essersi fatto notare per aver «sfidato» il movimento delle «Sardine», in piazza Maggiore a Bologna, vestito da pinguino mangia-pesciolini (Ah, cosa si fa per avere un po’ di notorietà), il consigliere comunale della Lega a Casalecchio di Reno, Umberto La Morgia, si è di nuovo piazzato sotto i riflettori delle polemiche.

Nella giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ha scritto su Facebook che «il 90% delle denunce di violenza di uomini su donne sono false e vengono archiviate intasando procure e tribunali. Ma questo non fa notizia».

Un’affermazione di una gravità inaudita che ha scatenato sonore critiche sul social, incluso qualche richiamo a fare attenzione a quello che esterna, in quanto personaggio pubblico con responsabilità politiche.

Dura la reazione del Pd: «Parole inaccettabili, una follia», secondo la segretaria cittadina dei dem Alice Morotti, che pure è consigliere comunale, sempre a Casalecchio di Reno. «Questi dati non so da dove siano presi – ha aggiunto -. La Morgia rappresenta una situazione molto diversa dalla realtà. Questo è molto grave».

Poche ore prima era stata una donna, Giorgia Furlanetto, consigliere comunale (Fdi) di Adria, ad affermare che «il 50% delle denunce per violenza presentate da molte donne alle forze dell’ordine sono false». Numerose, anche in questo caso, le reazioni indignate.

«Dovrebbe vergognarsi»

«Dovrebbe vergognarsi», il commento della deputata Lucia Annibali, capogruppo in commissione Giustizia. «Affermare che il 90% delle denunce di violenza sono false non solo è una menzogna, ma implica la negazione di un dramma vissuto ancora da troppe donne. Semmai il problema è che sono ancora poche le denunce rispetto al numero di violenze subite». «Anche quando viene richiesta un’archiviazione o viene assolto l’imputato, non si può dire che le denunce siano strumentali – ha detto ancora Annibali -. In molti casi è mancata la possibilità di dare la prova del fatto o la donna è stata indotta a mitigare le affermazioni, anche per la solita idea di non mandare in carcere il padre dei suoi figli».

La violenza

«La violenza non ha sesso. Se vogliamo veramente parlare di pari opportunità, vorrei far presente – ha scritto ancora La Morgia, in passato nel mirino anche delle «lobby Lgbt» – che esiste anche la violenza delle donne sugli uomini, purtroppo ancora poco riconosciuta, poco condannata e poco dibattuta. Violenza non solo fisica, ma che si manifesta anche attraverso l’alienazione parentale, la distruzione del rapporto padre-figlio da parte della madre, e le migliaia di false denunce che le donne usano per avvantaggiarsi sull’uomo in sede di separazione civile, il quale spesso viene ridotto al lastrico».

«Dato falso»

Di «dato falso» e «affermazione profondamente offensiva e irrispettosa» per le tantissime donne che hanno denunciato e per le tante che ancora non hanno trovato il coraggio di farlo, parla la senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della commissione d’inchiesta sul femminicidio. Che sottolinea come le parole di La Morgia assumano un peso e una gravità maggiore, visto che sono state pronunciate «da chi è chiamato a rappresentare le nostre istituzioni tutti i giorni».

Comunque, care donne, vi preoccupate… date pure il vostro voto a queste carogne!

Nota: Ma ci avete fatto caso che in questo benedetto Paese, qualunque cosa accada, c’è sempre pronto un “consigliere leghista” a sparare la sua cazzata?

Cile, la denuncia di Amnesty International: stupri per punire le donne manifestanti. Cari amici, e soprattutto care donne: questo è il fascismo!

 

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Cile, la denuncia di Amnesty International: stupri per punire le donne manifestanti. Cari amici, e soprattutto care donne: questo è il fascismo!

 

In Cile, «stupri per punire le donne manifestanti». Amnesty condanna

Cile. La morte de «La Mimo», Daniela Carrasco, è uno degli ultimi casi Le femministe denunciano le violenze dei carabineros in piazza

«La Mimo», Daniela Carrasco era un’artista di strada. Aveva 36 anni. Una come le altre che in questi mesi hanno invaso le strade e le piazze del Cile. È stata trovata impiccata. Violentata e torturata fino alla morte. Il suo corpo esposto e appeso ad una recinzione alla periferia di Santiago del Cile. Il terrore che passa ancora una volta sul corpo di una donna. Secondo il collettivo femminista ’Ni Una Menos’, pare che il giorno precedente Daniela fosse stata fermata dai militari che l’avrebbero stuprata, torturata e lasciata appesa per ore.

IL SUO VOLTO DA CLOWN ha fatto il giro del mondo e della rete. Si sono subito alzate le voci delle donne e dei coordinamenti femministi che hanno chiesto giustizia e verità sulla morte di Daniela. Alondra Carrillo è una psicologa cilena, la portavoce del coordinamento femminista 8M che chiede la fine dell’impunità che regna nel Paese e le dimissioni del presidente Sebastián Piñera. «Vogliamo che termini questa militarizzazione delle strade – dice Carrillo – Dopo la fine dello stato di emergenza in realtà la repressione continua per mano delle forze speciali dei carabinieri. Più di 220 persone hanno perso un occhio, più di 90 sono state vittime di violenza politica sessuale. Ieri abbiamo registrato un nuovo caso di stupro da parte dei carabinieri. Lo stupro è diventato uno strumento politico e di terrore».

«Le donne sono esposte a due tipi di violenza. La prima è la violenza generale, quella che subiscono tutti in strada, quella degli spari, dei gas lacrimogeni, dei sequestri, delle torture, senza distinzione di genere. L’altra, è la violenza politica di genere che vuole disciplinare il corpo delle donne e delle attiviste, per imporre le norme patriarcali ce ci vogliono fuori dalla strada, fuori dalla politica. Noi diamo un forte contributo all’azione politica in Cile e questa forza l’abbiamo sviluppata nel tempo, siamo uno dei settori più dinamici dei movimenti sociali. Per questo ci vogliono zittire con il terrore. Siamo minacciate, il nostro corpo è diventato un bottino di guerra».

ALONDRA CI RACCONTA che le donne che manifestano subiscono vari genere di violenza anche verbale «i militari quando camminiamo in strada nelle manifestazioni ci mandano i “baci”, si toccano i genitali davanti a noi, ci dicono “vieni signorina, che ci piaci” oppure ci minacciano direttamente di stupro. Lo fanno perché sanno di essere impuniti». Il capo dei carabinieri, il generale Mario Rozas, in una conversazione registrata, assicurava ad un gruppo di carabinieri che nessuno sarebbe stato punito se accusato di commettere violazioni dei diritti umani durante le proteste. «Il governo ha dato pieno appoggio alle promesse di Rozas – dice Alombra – così governa l’impunità totale. Questo Stato criminale dev’essere giudicato a livello internazionale».

«QUI TUTTE LE NOTTI ci sono barricate». A parlare è Victoria Adunalte, femminista, lesbica e attivista. Faceva parte dei giovani studenti in prima linea del ’79 durante la dittatura. È stata arrestata dal regime quando aveva 17 anni. «I giovani anche oggi sono in prima linea, questo mi dà una grande speranza e mi emoziona. Fa parte della storia del nostro Paese. Sono molto grata a questi ragazzi, ma il tema non è solo generazionale ma anche di classe. A protestare sono i poveri del Paese che in Cile sono l’80% della popolazione».

Secondo l’Istituto nazionale dei diritti umani, almeno cinque persone sono morte per mano delle forze di sicurezza e oltre 2300 sono state ferite: di queste, 1400 sono state raggiunte da colpi di arma da fuoco e 220 hanno subito gravi traumi agli occhi. Amnesty International ha condannato le gravi violazioni dei diritti umani: secondo l’associazione, le forze di sicurezza, sotto il comando del presidente Sebastián Piñera – principalmente le forze armate e i carabineros (la polizia nazionale) –, sono responsabili di attacchi generalizzati e dell’uso di una forza non necessaria ed eccessiva con l’obiettivo di colpire e punire i manifestanti.

«Le intenzioni delle forze di sicurezza cilene sono chiare: colpire chi manifesta per disincentivare la partecipazione, ricorrendo all’atto estremo di praticare la tortura e la violenza sessuale contro i manifestanti. Invece di prendere misure per fermare la gravissima crisi dei diritti umani, le autorità appoggiano questa politica della punizione da oltre un mese, col risultato che le vittime di violazioni dei diritti umani aumentano ogni giorno», ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.

UN RAPPORTO bollato dal governo come «irresponsabile» e contestato dalle Forze Armate cilene: «Nessuna politica di attacchi sistematici contro civili», dichiarano. Nel frattempo i deputati dell’opposizione cilena martedì hanno presentato la richiesta formale di «messa in stato di accusa» del presidente Sebastian Piñera ritenuto politicamente responsabile delle «gravi e ripetute violazioni dei diritti umani occorse nel nostro Paese», ha dichiarato all’emittente Biobio il deputato del Partito Comunista (Pc) firmatario della richiesta, Carmen Hertz. «Pinera deve farsi responsabile di fronte a tutto il Cile per la brutale repressione con la quale ha cercato di zittire il movimento sociale», ha dichiarato da parte sua Camila Vallejo, del Pc. Ad appoggiare la mozione anche esponenti dei partiti di centrosinistra che la settimana scorsa hanno raggiunto un accordo con la coalizione di governo su un referendum per una nuova Costituzione».

IN ITALIA SI ALZANO alcune voci della politica come quella di Gennaro Migliore, capogruppo di Italia Viva in Commissione Esteri alla Camera, che annuncia un’interrogazione al ministro degli Esteri. Nicola Fratoianni invece qualche giorno fa scriveva su twitter: «Il silenzio della comunità internazionale sui fatti cileni è insopportabile. L’Italia per prima faccia la sua parte e interessi l’Ue».

Nel frattempo il coordinamento 8M fa un appello a tutte le donne e alle femministe italiane: «Continuate a sostenerci con azioni di solidarietà femminista, date visibilità alla repressione dello Stato, chiedete al vostro governo italiano e alle istituzioni che non permettano l’impunità, che si ponga fine alle violazioni dei diritti umani che continuano in questo Paese».

Da Il Manifesto

L’assessore (alla Cultura!) Paganella: “O si nasce donne fertili o si nasce donne inutili”. A dimostrare che o si nasce con il cervello o si nasce assessori in una Giunta Leghista.

 

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L’assessore (alla Cultura!) Paganella: “O si nasce donne fertili o si nasce donne inutili”. A dimostrare che o si nasce con il cervello o si nasce assessori in una Giunta Leghista.

Da La Stampa:

L’assessore: “Donne inutili se non sono fertili”
Bufera su Manlio Paganella, che al Comune di Castiglione delle Stiviere (Mantova) ha la delega alla cultura. L’infelice uscita, alla vigilia della festa della donna, rimbalza ora sui social media.

«O si nasce donne fertili o si nasce donne inutili». E ancora: «O si nasce uomini o si nasce eunuchi». E alle consigliere d’opposizione che uscivano dall’aula dopo queste sue parole, ha anche dedicato un «il coraggio, se non ce l’ha, uno non se lo può dare». È bufera su Manlio Paganella, assessore alla Cultura del comune di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, che lo scorso 7 marzo, in occasione del Consiglio Comunale, a poche ore dalla Festa della Donna, ha proprio detto che «o si nasce donne fertili o si nasce donne inutili». In queste ore sui social network sta rimbalzando di bacheca in bacheca il video dell’assessore che dice la frase incriminata: a postarlo la pagina «Adesso ti Informo», il cui post, in poco tempo, ha avuto centinaia di condivisioni e decine di commenti.

Le parole di Paganella, in Consiglio Comunale, hanno fatto subito scattare la protesta delle consigliere del Pd – tre, tutte donne, Graziella Gennai, Cecilia Carattoni e Elena Cantoni – che sono uscite immediatamente dall’aula. «Abbiamo chiesto al sindaco Enrico Volpi di ritirare la delega a questo assessore, ma per ora abbiamo l’impressione che il primo cittadino stia solo prendendo tempo. Si è dissociato dalle parole di Paganella ma ha anche detto che quella dell’assessore è una reazione a noi dell’opposizione che lo abbiamo criticato per altre scelte» spiega a La Stampa Graziella Gennai, capogruppo dem in Consiglio Comunale.

Sì perché l’assessore non è nuovo a uscite quantomeno discutibili. Come quella di partecipare, lo scorso 26 gennaio – cioè alla vigilia della Giornata della Memoria sullo sterminio nazifascista – alla presentazione del libro fascista «Compagno Mitra», di Gianfranco Sella. L’evento era organizzato dall’associazione di estrema destra «Progetto Nazionale». «In quell’occasione – continua Gennai – Paganella intervenne in quanto assessore del Comune e portò persino i saluti del Sindaco (che non era presente). Il Consiglio Comunale del 7 marzo era stato convocato proprio per chiedere a Paganella il perché di quella partecipazione. E è andato come è andato, con quelle belle frasi che ora stanno facendo il giro d’Italia».

Il primo a dissociarsi dalle parole dell’assessore – 71 anni, fervente cattolico, padre di tre figli maschi, ex professore di storia e filosofia che a Castiglione delle Stiviere è considerato punto di riferimento culturale per la comunità per gli studi fatti su San Luigi Gonzaga – è stato il sindaco Enrico Volpi, che a La Stampa spiega: «Nei prossimi giorni dirò quale sarà la mia decisione, se ritirerò le deleghe a Paganella o meno. Certo è che le sue parole non sono state né opportune né, tantomeno, condivisibili. E quello che più colpisce è vedere che l’assessore non abbia ancora chiesto scusa in modo adeguato. Non ho visto, da parta sua, una presa di posizione adeguata». A dissociarsi dalle frasi di Paganella tutti i gruppi consiliari, tra cui quello della Lega che nella pagina Facebook della sua sezione cittadina ha scritto un post per spiegare la propria posizione. «Riteniamo doveroso – si legge – dissociarci dalle parole pronunciate dall’assessore Manlio Paganella nel corso del suo intervento. Pur riconoscendo il clima poco sereno, fatto di attacchi personali anche pesanti, che nelle settimane precedenti alcune forze politiche hanno creato attorno al professor Paganella, non possiamo giustificare le parole da lui pronunciate nei confronti del mondo femminile». I leghisti poi denunciano la «strumentalizzazione politica dell’episodio» che avrebbe «l’evidente intento di oscurare quanto questa amministrazione ha fatto nei due anni del suo mandato e quanto sta facendo per il rilancio della nostra città».

Ancora un altro vergognoso colpo di genio dei Giudici, e questa volta sono tre Giudici donna: “È troppo brutta, non può essere stata stuprata” – I violentatori assolti!

 

Giudici

 

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Ancora un altro vergognoso colpo di genio dei Giudici, e questa volta sono tre Giudici donna: “È troppo brutta, non può essere stata stuprata” – I violentatori assolti!

Poroposta:

aggiungiamo alla famosa  scritta che chissà come mai troviamo in tutti i tribunale “LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI” un Ps: “Tranne quando si tratta di violenza sulle donne, in questo caso il maschio può fare quello che cazzo gli pare!” …Mi sembra coerente, o no?

“È troppo brutta, non è stata stuprata”: tre giudici (donne) assolvono due violentatori

Secondo tre giudici, la ragazza (la ‘scaltra peruviana’) sarebbe ‘troppo mascolina’ per essere credibile e assolvono i due ragazzi accusati di stupro

C’è da mettersi le mani nei capelli a leggere la sentenza con cui tre giudici (tutte donne, a peggiorare la situazione) della Corte d’Appello hanno assolto dall’accusa di stupro due giovani che erano stati condannati in primo grado a tre anni per violenza sessuale. La motivazione: “la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo di ‘Vikingo’, con un’allusione ad una personalità tutt’altro che femminile quanto piuttosto mascolina, come la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”.
Come se fossimo a un concorso di bellezza e non in aula di tribunale, le tre giudici non solo ritengono ‘poco probabile’ che lo stupro sia avvenuto in base all’aspetto della ragazza, ma, sottinteso, esprimono un giudizio preciso sugli eventuali gusti sessuali: in altre parole, la sentenza sembra implicare che ‘se sei brutta – almeno secondo la Corte – allora non sei desiderabile’. Una sentenza che ha ovviamente causato sdegno.
I fatti: la ragazza in questione è una 22enne peruviana che nel 2015 ha denunciato due suoi coetanei di averla violentata ad Ancona. I tre si conoscevano ed erano usciti insieme per andare a bere. A quanto sembra, la ragazza si sarebbe appartata con uno dei due e il rapporto, da che era consensuale, sarebbe diventato invece violenza: l’accusa infatti parlava di una ‘esplicita manifestazione di dissenso’ che non sarebbe stata ascoltata. Da lì la denuncia.
I due vengono condannati in primo grado, ma la sentenza di Appello li proscioglie con la sentenza delle tre giudici, che si riferiscono tra l’altro alla presunta (manca una sentenza di condanna definitiva) vittima come ‘la scaltra peruviana’.
Il caso è passato in Cassazione, che ha annullato la sentenza di Appello per ‘vizi di legittimità’: il processo dovrà essere rifatto.

nota: rispondiamo ad alcune critiche ricevute per il nostro “strano” interesse alle vicende femminili: questo blog è gestito da soli uomini! Uomini che però, per colpa di qualcuno, un po’ cominciano a vergognarsi di essere tali… Noi continueremo sulla nostra strada, chi ci vuol seguire ci segua, a chi diamo fastidio… tanti saluti.

Leggi anche:

Il colpo di genio di un’altro Giudice: se il marito picchia la moglie ogni tanto “non si può parlare di maltrattamenti in famiglia” …Capito donne? Prendetele e non rompete le scatole… Se è una volta ogni tanto è perchè Vi vuole bene… Lo dice il signor Giudice…!

Femminicidio di Olga Matei – La Corte d’appello dimezza la pena all’assassino con una motivazione sconcertante: “Era in preda a tempesta emotiva e passionale”…E non è la prima volta. Per i Giudici c’è SEMPRE un motivo valido per ammazzare una donna!

 

Articolo tratto da: https://www.globalist.it/news/2019/03/10/e-troppo-brutta-non-e-stata-stuprata-tre-giudici-donne-assolvono-due-violentatori-2038497.html

Il manifesto leghista per l’8 marzo: “Rivendicare l’autodeterminazione della donna è sbagliato” …Ma l’avete letto bene, femmine? Ma avete capito con chi avere a che fare? O forse la vostra aspirazione è quella di stare a casa, possibilmente in silenzio, a stirare le camicie di Capitan Salvini?

 

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Il manifesto leghista per l’8 marzo: “Rivendicare l’autodeterminazione della donna è sbagliato” …Ma l’avete letto bene, femmine? Ma avete capito con chi avere a che fare? O forse la vostra aspirazione è quella di stare a casa, possibilmente in silenzio, a stirare le camicie di Capitan Salvini?

 

Leggete bene queste frasi, smettete di fare finta di nulla e guardare dall’altra parte. Vogliono farci tornare indietro di millenni. “Offende la dignità delle donne chi ne rivendica una più marcata e assoluta autodeterminazione”.

Ecco l’8 marzo leghista cosa è: un giorno per ribadire la supremazia maschile su quella femminile. Una data per ricordare alla donna che il suo ruolo sociale è quello di procreare.
Sembra un fake da quanto fa schifo ma è tutto vero
Non solo, sono riusciti a citare gay e migranti persino per l’otto marzo (cosa c’entrino non si sa).
Leggete bene questa frase, capitene il senso e soprattutto smettete di fare finta di nulla e guardare dall’altra parte. Vogliono farci tornare indietro di millenni.
“Offende la dignità delle donne chi ne rivendica una più marcata e assoluta autodeterminazione”.
Ecco. Noi siamo governati da questa gente.

In tutto qursto Salvini, alle domande in merito ha risposto: “Non ne sapevo niente e non ne condivido alcuni contenuti. Lavoro per la piena parità di diritti e doveri per uomini e donne, per mamme e papà” …Ma si èp ben guardato di chiedere scusa alle donne, per il manifesto che porta ben evidente il suo nome in calce…!

 

Per la serie “hanno fatto anche cose buone” – Quando, il 20 gennaio 1927, giusto 92 anni fa, il regime fascista decise che le femmine erano esseri inferiori da sfruttare: decreto legge per ridurre i salari delle donne alla metà di quelli degli uomini… Qualcuno lo spieghi alla Mussolini o alla Meloni…!

 

regime fascista

 

 

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Per la serie “hanno fatto anche cose buone” – Quando, il 20 gennaio 1927, giusto 93 anni fa, il regime fascista decise che le femmine erano esseri inferiori da sfruttare: decreto legge per ridurre i salari delle donne alla metà di quelli degli uomini… Qualcuno lo spieghi alla Mussolini o alla Meloni…!

 

Qual era l’atteggiamento del fascismo verso la donna? Più che dalle parole, cerchiamo di ricavarlo dai fatti. Nel 1927 i salari femminili vennero ridotti alla metà di quelli corrispondenti maschili, che avevano già subito una forte riduzione. Altro che salario eguale per lavoro eguale, come diceva il vecchio slogan femminista! Il lavoro della donna valeva esattamente la metà di quello del suo collega, ed era già molto se non le veniva tolto del tutto. Infatti secondo l’ideologia fascista la sua “missione” era una sola, come ricordò più volte Mussolini nei suoi discorsi: quella di “far figli, molti figli, per dare soldati alla patria”.

Lo slogan “la maternità sta alla donna come la guerra sta all’uomo” era scritto sulle facciate delle case di campagna, e sulle copertine dei quaderni che le “piccole italiane” usavano a scuola. La prolificità veniva esaltata al massimo, quasi fosse la miglior qualità femminile: ad esempio, ogni settimana apparivano su La domenica del corriere fotografie di donne circondate da dodici o tredici figli, e insignite di una medaglia per il semplice fatto di averli messi al mondo. Avere un’abbondante figliolanza era un grande titolo di merito di fronte al regime, anche se poi le famiglie numerose nuotavano nella miseria e i bambini non avevano da mangiare. Naturalmente qualsiasi idea di controllo delle nascite era severamente bandita, e furono anzi inasprite nel codice Rocco le pene contro ogni forma di educazione demografica, che veniva considerata un attentato “all’integrità della stirpe”.
La donna, dunque, fu relegata in casa a far figli, e furono emanate addirittura delle leggi per impedirle di svolgere un’attività extracasalinga, soprattutto se di tipo intellettuale. La prima offensiva si ebbe nell’insegnamento. Nel ’27 si esclusero le insegnanti dalle cattedre di lettere e filosofia nei licei, poi si tolsero loro alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie, e infine si vietò che fossero dirigenti o presidi di istituto. Quindi, per estirpare il “male” veramente alle radici, si raddoppiarono le tasse scolastiche alle studentesse, scoraggiando così le famiglie a farle studiare.
Una seconda offensiva riguardò i pubblici impieghi. Una legge deI ’33 limitò notevolmente le assunzioni femminili, stabilendo sin dai bandi di concorso l’esclusione delle donne o riservando loro pochi posti. Esse furono praticamente eliminate dalle carriere di categoria A e B, e furono ammesse, salvo rare eccezioni, solo a quelle C. Più tardi, un decreto precisava addirittura quali impieghi statali potessero essere loro assegnati, e furono naturalmente i meno qualificati e peggio retribuiti: quelli di dattilografa, stenografa, segretaria, addetta alla raccolta di dati statistici, agli schedari, alle biblioteche. La carica di segretario comunale era invece troppo importante per essere ricoperta da una donna, come precisò una sentenza del Consiglio di Stato.
In quindici anni, dal 1921 al 1936, la percentuale delle donne che svolgevano attività extradomestiche passò dal 32,5 per cento al 24 per cento. Inoltre quelle rimaste erano guardate male: si diceva che lavoravano per comprarsi le calze di seta, si raccontavano delle barzellette sulla loro ocaggine, si mettevano in berlina nelle vignette umoristiche, dove apparivano invariabilmente sedute sulle ginocchia del “principale”. Insomma l’immagine della donna come essere pensante fu umiliata in tutti i modi, mentre fu esaltata al massimo quella di generatrice di figli e di oggetto sessuale. Infatti, mentre da una parte si gonfiava il mito della virilità, di cui Mussolini e i gerarchi erano diventati i campioni nazionali, dall’altra si creava quello di una femminilità, intesa come totale sudditanza all’uomo.
É esattamente questa l’espressione che usa il teorico fascista Loffredo, nel suo libro Politica della famiglia, edito da Bompiani nel ’38. “La donna deve ritornare sotto la sudditanza assoluta dell’uomo, padre o marito; sudditanza e, quindi, inferiorità spirituale, culturale ed economica” si legge a pagina 361. E basterebbe questa frase, senza alcun commento, per condannare tutto il fascismo come fenomeno di oscurantismo, di regressione storica e culturale.
Ma è anche interessante vedere in che modo si deve arrivare a questa “sudditanza”, giacché lo stesso Loffredo non lascia le cose a metà e ce lo spiega. “Gli stati che vogliono veramente eliminare una delle cause più notevoli di alterazione del vincolo familiare… devono adottare una misura veramente rivoluzionaria: riconoscere il principio del divieto dell’istruzione professionale media e superiore della donna, e, quindi, modificare i programmi d’istruzione, in modo da impartire alla donna un’istruzione (elementare, media ed anche universitaria, se occorre) intesa a fare di essa un’eccellente madre di famiglia e padrona di casa.” Alle donne, dunque, si doveva impedire di studiare, in modo da poter loro impedire successivamente di fare un lavoro qualificato, e quindi di essere indipendenti economicamente e moralmente: esattamente l’opposto di quanto avevano sempre sosteputo i movimenti femministi, che infatti si proponevano l’emancipazione invece che la sudditanza femminile.

L’avventurosa storia del femminismo di Gabriella Parca
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. – Milano – Prima edizione Collana Aperta maggio 1976
Seconda Edizione Oscar Mondadori marzo 1981
Copyright by Gabriella Parca – Terza Edizione – www.cpdonna.it 2005

 fonte: http://www.cpdonna.it/cpd/index.php?option=com_content&task=view&id=73

Violenza sulle donne? Il caso della 16enne Lucia Perez morta dopo essere stata drogata, stuprata e seviziata con un palo nel retto – I tre imputati assolti dall’accusa di omicidio e stupro: per i giudici la ragazza era consenziente…! Ma allora di cosa vogliamo parlare?

 

Violenza sulle donne

 

 

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Violenza sulle donne? Il caso della 16enne Lucia Perez morta dopo essere stata drogata, stuprata e seviziata con un palo nel retto – I tre imputati assolti dall’accusa di omicidio e stupro: per i giudici la ragazza era consenziente…! Ma allora di cosa vogliamo parlare?

Lucia Perez, seviziata e uccisa con un palo a 16 anni: per i giudici era consenziente

Lucia Perez è morta a 16 anni dopo essere stata drogata, stuprata e impalata, nell’ottobre 2016. Pochi giorni fa i giudici di Mar del Plata hanno assolto dall’accusa di omicidio e stupro i tre imputati, ritenuti responsabili solo per il reato che riguarda lo stupefacente. L’assoluzione ha sconvolto l’opinione pubblica di tutto il mondo, suscitando la protesta dei movimenti femministi: “Sentenza patriarcale”.

Il caso di Lucia Perez, sedicenne drogata e seviziata mortalmente tramite impalamento, in Italia è sempre stato relegato in fondo alle pagine di cronaca o nei blog delle cosiddette femministe. La sua valenza come fenomeno politico, nella cultura italiana, è passata in sordina, ma anche la portata mediatica della storia – assimilabile a quella di Pamela Mastropietro – è sempre stata bassissima. Perché?

La morte di Lucia
Ricordiamo innanzitutto i fatti. L’8 ottobre 2016, Lucia, sedici anni, studentessa di quinta superiore di una famiglia di modesta estrazione sociale, finisce al pronto soccorso dell’ospedale di Mar del Plata, a pochi chilometri da Buenos Aires. Praticamente abbandonata all’ingresso da due sconosciuti che mormorano di ‘overdose’, muore pochi istanti dopo i tentativi di rianimazione. Un’altra tossicodipendente sbandata. L’esame medico legale porta alla luce una fine molto diversa: Lucia è stata stuprata brutalmente, torturata con un oggetto contundente nel retto che ne ha causato la morte. Prima di trasportarla in ospedale i suoi carnefici l’hanno lavata dal sangue, le hanno messo degli abiti puliti e l’hanno scaricata davanti all’ospedale.

Primo sciopero femminile in Argentina
In Argentina si scatena immediata la reazione della rete per i diritti delle donne che porta al primo sciopero generale femminile del Paese e a una serie di manifestazioni contro la violenza patriarcale, che per osmosi vengono replicate anche in Europa. Anche processualmente il caso sembra semplice, ci sono tutti gli elementi per ipotizzare l’omicidio come conseguenza della violenza sessuale a carico di due imputati: il 23enne Matías Farías, e il 41enne Juan Pablo Offidani. Un terzo sospettato, Alejandro Alberto Masiel, viene accusato sono di favoreggiamento.

Assolti gli assassini, sotto inchiesta la pm
È il processo a rendere unica la storia di Lucia Perez. Per la pm Maria Isabel Sanchez, gli imputati Farias e Offidani hanno attirato in casa di Farias, approfittando della sua dipendenza dalle droghe, la povera Lucia. Nell’appartamento del 23enne con marijuana e cocaina, l’hanno stuprata bestialmente e poi hanno cercato di occultarne la morte. Per la difesa, invece, la morte della ragazzina sarebbe avvenuta al limite di un rapporto sadomaso (non si può negare l’utilizzo di un bastone) di natura consenziente. Chi ha ragione? Le conclusioni dei giudici, a dispetto del clamore e della commozione suscitati dal caso, pendono in favore della difesa. Colpevoli solo di averle venduto la droga i due imputati vengono assolti dall’accusa di omicidio e perfino di stupro.

Un caso politico
E qui che il caso Perez si carica ancor di più di connotazioni politiche. La pm Maria Isabel Sanchez viene accusata di aver condizionato l’opinione pubblica diffondendo alla stampa i particolari dell’esame autoptico e messa sotto inchiesta. Alla fine del processo il massacro della povera Lucia, per i giudici  Pablo Viñas, Facundo Gómez Urso e Aldo Carnevale (motivazioni della sentenza) è solo “il parto dell’immaginazione della Sanchez”. Dunque, non solo la morte non viene collegata alle sevizie sessuali come conseguenza calcolata, ma neanche come conseguenza accidentale, caso in cui avrebbe dovuto essere contestato almeno l’omicidio colposo. E invece niente. Per la morte di Lucia, si evince dalle parole dei giudici, non bisogna incolpare nessuno, se non lei stessa.

“Non perdoniamo: è stato femminicidio”
Qui abbiamo lasciato i fatti, con la sentenza del 28 novembre 2018 emessa dal tribunale di Mar del Plata, l’ennesima pagina nera, anzi nerissima, della giustizia che calpesta la dignità della vittima, solo perché donna. Così commenta ‘Ni una menos’:

Lucía Pérez è stata uccisa due volte. La prima dagli esecutori diretti; la seconda, da coloro che li hanno assolti e che così hanno negato che due adulti che somministrano cocaina per assoggettare un’adolescente sono responsabili di abuso e femminicidio. Vogliono dirci che la sua vita non ha alcun valore, che le relazioni di potere che sono alla base della violenza maschilista non esistono, che l’enorme movimento femminista che ha portato il suo sorriso come bandiera di lotta in tutti gli angoli del paese, deve zittirsi. Non lo faremo, non perdoniamo, non dimentichiamo, non ci riconciliamo. È stato femminicidio.

In Italia, dove per la povera Pamela è andato in scena un analogo scempio, la notizia stranamente non ha attecchito. Eppure poteva essere un qualunque delle nostre ragazze. Anzi, forse lo è stata.

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