4 ottobre 1943 – 76 anni fa la strage dimenticata – 103 ufficiali Italiani trucidati dai nazisti sull’isola di Kos, in Grecia.

 

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4 ottobre 1943 – 76 anni fa la strage dimenticata – 103 ufficiali Italiani trucidati dai nazisti sull’isola di Kos, in Grecia.

Quanti conoscono la storia dell’eccidio di Kos, la cosiddetta “piccola Cefalonia”? Quanti sanno che nel 1943, in quell’isola greca del Dodecaneso, nel Mar Egeo, che allora era dominio italiano, furono trucidati 103 ufficiali italiani che si rifiutarono di collaborare con i nazisti?

L’eccidio di Coo, o eccidio di Kos, fu un crimine di guerra perpetrato dall’esercito tedesco al comando del generale Friedrich-Wilhelm Müller ai danni dell’esercito italiano commesso tra il 4 ed il 7 ottobre 1943 sull’isola di Coo, che a quel tempo era territorio italiano, essendo parte del Dodecaneso. 103 ufficiali italiani vennero fucilati come rappresaglia per la resistenza opposta all’invasione tedesca dell’isola (la cosiddetta battaglia di Coo, parte della campagna del Dodecaneso).

Una documentazione sull’eccidio è stata ritrovata nel 1994 all’interno del cosiddetto armadio della vergogna.

Tra il 4 e il 6 ottobre i 148 ufficiali italiani catturati (che facevano parte del 10º Reggimento fanteria “Regina”, comandato dal colonnello Felice Leggio) subirono un processo sommario sotto la direzione di Müller, a conclusione del quale si decise che tutti gli ufficiali che avevano partecipato alla battaglia del 3 e 4 ottobre sarebbero stati fucilati (tale criterio peraltro non fu applicato molto rigorosamente, per esempio tra i condannati vi fu anche il veterinario dell’esercito, che non aveva avuto alcun ruolo nella difesa dell’isola).

Alla fine, dei 148 ufficiali, sette passarono con i tedeschi, 28 riuscirono a fuggire in Turchia, dieci furono ricoverati in ospedale per poi essere trasferiti in Germania, mentre gli altri 103 furono fucilati dai militari della Wehrmacht a partire dalla sera del 4 ottobre fino al 7.

 

29 settembre – 5 ottobre 1944, la strage nazifascista di Marzabotto. 1834 vittime. 216 erano bambini, la più piccola aveva solo 27 giorni …Però hanno fatto anche cose buone…!

 

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29 settembre – 5 ottobre 1944, la strage nazifascista di Marzabotto. 1834 vittime. 216 erano bambini, la più piccola aveva solo pochi giorni …Però hanno fatto anche cose buone…!

L’eccidio di Monte Sole (più noto come strage di Marzabotto, dal maggiore dei comuni colpiti) fu un insieme di stragi compiute dalle truppe naziste in Italia tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nel territorio di Marzabotto e nelle colline di Monte Sole in provincia di Bologna, nel quadro di un’operazione di rastrellamento di vaste proporzioni diretta contro la formazione partigiana Stella Rossa. La strage di Marzabotto è uno dei più gravi crimini di guerra contro la popolazione civile perpetrati dalle forze armate tedesche in Europa occidentale durante la Seconda guerra mondiale.

Questa è memoria di sangue, di fuoco, di martirio, del più vile sterminio di popolo, voluto dai nazisti di von Kesselring, e dai loro soldati di ventura, dell’ultima servitù di Salò, per ritorcere azioni di guerra partigiana. (Salvatore Quasimodo)

Kesserling fu il mandante di una strage che nessun’altra superò per dimensioni e per ferocia.
L’esecutore si chiamava Walter Reder. Era un maggiore delle SS soprannominato «il monco» perché aveva lasciato l’avambraccio sinistro a Charkov, sul fronte orientale. Kesserling lo aveva scelto perché considerato uno «specialista» in materia.
Al comando del 16° Panzergrenadier «Reichsfuhrer», il «monco» portò avanti la sua “eroica” azione spalleggiato da elementi delle Brigate nere e con l’aiuto dei collaborazionisti in camicia nera.

A Marzabotto alcune SS parlavano un italiano perfetto: erano italiani. (Un sopravvissuto)

La mattina del 29 settembre ha inizio quella che verrà ricordata come la “strage di Marzabotto“, anche se in realtà i comuni interessati sono molti. Prima di muovere l’attacco ai partigiani, le SS accerchiano e rastrellano numerosi paesi: in località Caviglia i nazisti interrompono in una chiesa durante la recita del rosario e sterminano tutti i presenti (195 persone, tra cui 50 bambini) a colpi di mitraglia e bombe a mano, a Castellano uccidono una donna e i suoi sette figli, a Tagliadazza vengono fucilati undici donne e otto bambini, a Caprara le persone uccise sono 108.

Le truppe si avvicinano ai centri abitati più grandi, Marzabotto, Grizzano e Vado di Monzuno e sulla strada ogni casolare, ogni frazione, ogni località vengono rastrellate: nessuno viene risparmiato.

Anche nei comuni lo sterminio procede senza sosta; sono distrutti 800 appartamenti, una cartiera, un risificio, strade, ponti, scuole, cimiteri, chiese, oratori, e tutti coloro che sono rastrellati vengono messi in gruppo, spesso legati, e bersagliati da raffiche di mitra, che vengono sparate in basso per avere la certezza di colpire anche i bambini.

L’azione procede per sei giorni, fino al 5 ottobre: i partigiani della Stella Rossa tentano invano di contrastare la ferocia nazista, ma perdono il proprio comandante, Mario Musolesi, durante uno dei primi combattimenti, e comunque non dispongono delle armi e dei mezzi necessari per far fronte alle attrezzatissime truppe delle SS.

Al termine della rappresaglia si contano, in tutta la zona del Monte Sole, circa 1834 morti, mentre pochissimi sono i sopravvissuti, che sono riusciti a nascondersi, o che sono rimasti per giorni sepolti sotto i corpi dei propri vicini, dei propri familiari.

Tra i caduti, 95 hanno meno di 16 anni, 110 ne hanno meno di 10, e 45 meno di due anni; la vittima più giovane si chiama Walter Cardi, e aveva appena due settimane.

Al termine della guerra il maggiore Reder fuggirà in Baviera, dove verrà catturato dagli americani: sarà estradato in Italia e, nel 1951, verrà condannato all’ergastolo. Nel 1985 verrà graziato, grazie all’intercessione del governo austriaco, e si trasferirà in Austria, dove morirà senza aver mai mostrato alcun segno di rimorso.

Rimarrà comunque in ombra, in sede processuale, il ruolo di decine e decine di ufficiali e soldati delle SS, i veri e propri esecutori della strage, seppur l’identità di una parte dei responsabili sarà nota alla magistratura, che spesso deciderà di non dar seguito all’azione penale per motivi di opportunità politica internazionale.

I collaborazionisti italiani – Per i fatti di Marzabotto ci fu anche una coda processuale italiana. Prima della condanna del maggiore Reder, nel 1946, la corte d’assise di Brescia aveva giudicato Lorenzo Mingardi e Giovanni Quadri, due repubblichini (il primo, reggente del Fascio di Marzabotto, nonché commissario prefettizio durante la carneficina), per collaborazione, omicidio, incendio e devastazione. Mingardi ebbe la pena di morte, poi trasformata in ergastolo. Il secondo, 30 anni, poi ridotti a dieci anni e otto mesi. Tutti e due furono successivamente liberati per amnistia.

Nel 1961 verrà edificato un sacrario, che raccoglie i corpi di 782 delle vittime della strage.

È stata una strage. 150 migranti morti in mare, ma il Tg di Regime delle 20,30 dà la notizia dopo 18 minuti! …È questa l’informazione in Italia?

 

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È stata una strage. 150 migranti morti in mare, ma il Tg di Regime delle 20,30 dà la notizia dopo 18 minuti! …È questa l’informazione in Italia?

Strage con 150 morti in mare: il Tg2 dà la notizia dopo 18 minuti al termine della solita, abbondante dose di Salvini

L’edizione delle 20.30 del telegiornale del servizio pubblico ha evitato di dare troppo spazio a una vicenda che contrasta con la versione secondo la quale la Libia è un resort sul mare

Il naufragio più impressionante di questo 2019, un centinaio di morti, probabilmente 150: uomini, donne, bambini, come sempre. Numeri agghiaccianti, coi pescatori locali che hanno potuto fare poco se non raccogliere cadaveri. Quel che è accaduto nel Mediterraneo, davanti alla costa libica avrebbe dovuto essere vissuto dall’interno, in diretta, per capire cos’è l’inferno al quale sono condannati quelli che si lasciano alle spalle fame, guerra, regimi dittatoriali. Su natanti incerti, gestiti alla luce del sole da bande di schivisti dei quali si conoscono nome, cognome, riferimento politico in Libia; quella Libia che qualcuno, come il ministro dell’Interno italiano, aveva pensato una sorta di resort in riva al mare.

Ma alle 20 e 30, ha impressionato il valore che il Tg2 del biografo di Putin e Trump ha dato a questa tragedia. Prima di parlarne, tutto o quasi. Le decine e decine di cadaveri in mare han dovuto attendere 18 minuti di telegiornale, naturalmente non erano in uno dei titoli.

Scomodo dire che nel Mediterraneo si muore e si tenta la traversata comunque, nonostante la voce grossa e le fughe di Salvini. Lui se la prende con la ragazza al comando di una nave che uomini, donne e bambini li salva, in nome di diritti, non scritti ed eterni, in nome di diritti scritti e validi dove regna la civiltà, non la barbarie.

Naturalmente nelle prime battute del Tg, la dose quotidiana di Salvini in voce, non a dire quel che nasconde sullo scandalo di Mosca, che con arroganza ha nascosto al Parlamento e al suo presidente del Consiglio. No, lui tende a parlare sempre di altro, ieri era la volta delle tasse, da diminuire ad ogni costo – dice -probabilmente con la stessa determinazione messa nel cancellare le accise sulla benzina, mai tolte, solo a parole in campagna elettorale quando c’era da gabbare l’elettorato.

Dimenticavamo, un pezzo sul caso Siri, l’ex sottosegretario che continua a partecipare ai vertici al fianco di Salvini, quel Siri amico degli amici di Matteo Messina Denaro. Un servizio che avrà avuto il plauso del  legale di Siri.

Attenzione a Salvini più che dovuta visto che in giornata il direttore del Tg2 aveva avuto modo di partecipare, farsi vedere e farsi immortalare in foto e video, nei pressi del “corpus domini”, ad un convegno in qualche maniera legato alle questioni dell’informazione. Tema caro al leader leghista, seppure da affrontare a modo suo, alla maniera di Putin.

tratto da: https://www.globalist.it/tv/2019/07/26/strage-con-150-morti-in-mare-il-tg2-da-la-notizia-dopo-18-minuti-al-termine-della-dose-di-salvini-2044587.html

Un altro genocidio dei tedeschi di cui nessuno parla: l’inumano massacro delle tribù Herero e Nama della Namibia… E, come da prassi, anche in questo caso Berlino ha riconosciuto la “responsabilità morale”, ma si è girata dall’altra parte alle richieste di risarcimento…!

 

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Un altro genocidio dei tedeschi di cui nessuno parla: l’inumano massacro delle tribù Herero e Nama della Namibia… E, come da prassi, anche in questo caso Berlino ha riconosciuto la “responsabilità morale”, ma si è girata dall’altra parte alle richieste di risarcimento…!

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I paraculo tedeschi bravi a indignarsi ma non a pagare per i crimini – da Marzabotto alle Ardeatine e da Cefalonia a Sant’Anna di Stazzema hanno “accettato la responsabilità morale” ma indennizzi …una beata minchia!

Aiutiamoli a casa loro: il genocidio tedesco in Namibia

I discendenti delle tribù Herero e Nama della Namibia hanno annunciato mercoledì che ricorreranno in appello contro la decisione di un giudice di New York che ha respinto la loro richiesta di procedere contro la Germania.

La giudice distrettuale Laura Taylor Swain ha infatti sostenuto che gli Stati Uniti non abbiano giurisdizione per giudicare in merito a quello che alcuni storici definiscono come “il primo genocidio del 20esimo secolo”, compiuto dai colonizzatori tedeschi contro le due tribù namibiane. Che ora chiedono riparazione.

Dal 1904 al 1908 migliaia di Herero e Nama furono massacrati, lasciati morire di fame o nei campi di concentramento, quando le tribù si ribellarono al dominio tedesco. Nel 1985 un rapporto delle Nazioni Unite lo definì un genocidio, per il quale da anni la Germania sta negoziando con il governo della Namibia per trovare una posizione comune sul passato coloniale.

Berlino ha finora riconosciuto la “responsabilità morale” per lo sterminio, ma ha senza mai avanzare scuse ufficiali per respingere le richieste di risarcimento. L’anno scorso ha restituito alcuni teschi e altri resti di persone usate nell’era coloniale per esperimenti che avevano lo scopo di dimostrare la superiorità razziale.

Il primo genocidio del Novecento

Lo sterminio degli Herero e dei Nama, compiuto dai soldati tedeschi in Namibia tra il 1904 e il 1907 e considerato da alcuni storici il primo genocidio del Novecento, è stato un episodio per lo più dimenticato negli scorsi decenni. Da qualche mese è però tornato a essere discusso a livello internazionale, per via dei negoziati in corso tra il governo tedesco e quello della Namibia per definire un eventuale risarcimento economico, che ci si aspetta si concluderanno entro il prossimo giugno e potrebbero portare alle scuse ufficiali della Germania. I negoziati stanno però procedendo con difficoltà, per vie delle proteste delle tribù Herero e Nama, che da mesi sostengono di non essere stati sufficientemente coinvolti da Germania e Namibia: giovedì 5 gennaio i rappresentanti di queste tribù hanno fatto causa alla Germania in un tribunale di New York, chiedendo dei risarcimenti ai discendenti delle persone morte nello sterminio degli Herero e dei Nama.

Che cosa successe
La Namibia è un grosso stato del sud dell’Africa, subito a nord del Sudafrica e bagnato dall’oceano Atlantico per i suoi oltre 1.500 chilometri di costa. A partire dalla fine dell’Ottocento è stata una colonia della Germania – che allora era un impero – e venne chiamata dagli europei “Africa Tedesca del Sud-Ovest”. Con il dominio tedesco arrivarono anche i coloni bianchi. I soldati e i coloni tedeschi sequestrarono le terre e il bestiame delle popolazioni locali, e compirono violenze razziali, stupri e omicidi contro di loro, prendendo anche uomini e donne come schiavi. Molti abitanti del posto si indebitarono con gli europei, facendosi prestare soldi a interessi altissimi: nella maggior parte dei casi non riuscivano a ripagare il debito, e subirono conseguenti confische di terre e animali, che si aggiungevano a quelle arbitrarie dei soldati tedeschi.

Nell’agosto del 1904 le sue truppe sconfissero gli Herero nella battaglia di Waterberg. I sopravvissuti, che si stima fossero tra i 3mila e i 5mila, uomini, donne, anziani e bambini, furono deportati fino al deserto del Kalahari: i soldati tedeschi uccisero quelli che non riuscivano a proseguire la marcia, e costrinsero gli altri a spingersi nel deserto. Una parte del gruppo riuscì a staccarsi e provò ad attraversare il deserto per raggiungere il protettorato britannico del Bechuanaland, l’attuale Botswana, per chiedere asilo politico. Solo un migliaio ci arrivò. Trotha fece avvelenare i pochi pozzi d’acqua dell’area, per impedire agli Herero di tornare indietro.

Dopo la battaglia di Waterberg e la deportazione, Trotha ordinò ai suoi uomini di sparare a tutti gli Herero, «con o senza fucile, con o senza bestiame», e di non fare prigionieri neanche donne e bambini: i soldati dovevano riportarli nei loro villaggi, oppure ucciderli. Poi Trotha cambiò gli ordini riguardo alle donne e ai bambini, che furono comunque in molti casi deportati in zone desertiche dove morirono di fame. Le stessi istruzioni furono date riguardo alla popolazione dei Nama.

Le violenze verso gli Herero e i Nama che erano sopravvissuti alla battaglia di Waterberg si intensificarono: molti furono resi schiavi e fatti lavorare in campi di concentramento, dove era comune morire di stenti o per le malattie. Il più conosciuto di questi campi fu quello di Shark Island, dove morirono tra le mille e le tremila persone. Moltissimi prigionieri vennero uccisi sommariamente durante la loro detenzione, molte donne vennero stuprate, e altri Herero e Nama furono usati come cavie per esperimenti di eugenetica. Centinaia di teschi umani furono spediti in Germania per scopi scientifici. Molti storici credono che le pratiche messe in atto in Namibia contribuirono a creare le basi per il genocidio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale.

Le stime sul numero totale delle persone uccise nello sterminio variano molto: le più alte, riportate da alcuni storici, parlano di 100mila morti, le più basse di 25mila. Gli Herero e i Nama continuarono a essere trattati come schiavi anche dopo la chiusura dei campi di concentramento, finché la Namibia passò sotto il controllo britannico nel 1915, e poi del Sudafrica nel 1919.

Il riconoscimento
Lo sterminio degli Herero e dei Nama è poco conosciuto in Europa, anche perché fino a poco tempo fa la Germania non aveva mai riconosciuto le proprie colpe. Il New York Times ha raccontato per esempio che nel cimitero militare di Waterberg c’è una tomba per ogni soldato tedesco morto nella battaglia, ma solo una placca metallica per ricordare i morti Herero. Sam Kambazembi, un capo Herero i cui bisnonni morirono nella battaglia, ha paragonato lo sterminio in Namibia alla Shoah, spiegando: «La sola differenza è che gli ebrei sono bianchi e noi siamo neri. I tedeschi pensavano di poter tenere la questione sotto il tappeto, e che il mondo non ne sapesse mai niente. Ma ora abbiamo attirato l’attenzione». Ma le motivazioni della poca notorietà dello sterminio sono anche politiche: venne messo a tacere anche nella stessa Namibia dal governo sudafricano, che controllò il paese fino all’indipendenza del 1990. Il potere poi passò all’Organizzazione del popolo dell’Africa del Sud-Ovest, partito dominato dal gruppo etnico principale della Namibia, gli Ovambo, che ha fatto poco per promuovere il riconoscimento dello sterminio degli Herero e dei Nama. L’economia della Namibia è stata sostenuta a lungo dagli aiuti stranieri, soprattutto provenienti dalla Germania.

Ancora oggi ci sono tensioni direttamente collegate allo sterminio: i discendenti dei coloni tedeschi in molti casi possiedono ancora le terre confiscate all’inizio del secolo scorso agli Herero, che oggi rappresentano il 10 per cento della popolazione di 2,3 milioni di abitanti della Namibia. Veraa Katuuo, un’attivista Herero che vive negli Stati Uniti, ha spiegato al Guardian che oggi la sua etnia vive in «riserve sovraffollate e sovrasfruttate, moderni campi di concentramento, mentre le nostre terre fertili sono occupate dai discendenti di chi ha compiuto il genocidio dei nostri antenati».

In Germania non esistono monumenti che ricordino i morti causati dal colonialismo tedesco, a parte una lapide in un cimitero di Berlino e un monumento a forma di elefante a Brema. Per decenni il governo tedesco si è rifiutato di usare la parola “genocidio” per descrivere lo sterminio degli Herero e dei Nama, fino al 2015, quando il ministro degli esteri socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier ha firmato una linea guida che prescrive di riferirsi all’episodio con le parole “crimine di guerra e genocidio”. Ciononostante Ruprecht Polenz, che sta conducendo i negoziati sul riconoscimento del genocidio con le autorità della Namibia, ha detto che i risarcimenti personali ai discendenti delle vittime sono «fuori questione», e che lo sterminio degli Herero e dei Nama non è paragonabile alla Shoah. Vekuii Rukoro, un rappresentante degli Herero, ha criticato le parole di Polenz definendole «un insulto all’intelligenza non solo degli abitanti della Namibia e dei discendenti delle vittime del genocidio, ma agli africani in generale e a tutta l’umanità».

Al posto dei risarcimenti diretti, la Germania ha proposto di creare una fondazione per finanziare scambi culturali con i giovani della Namibia e diversi progetti per costruire infrastrutture. Gli Herero si sono lamentati di essere stati esclusi dalle trattative, che hanno coinvolto il governo della Namibia e quello della Germania. Gli Herero non si fidano di come il governo della Namibia distribuirà le eventuali compensazioni ricevute dalla Germania, sulle quali però ci sono opinioni diverse. Il governo tedesco non vuole che vengano chiamati “risarcimenti”, né negoziare direttamente con gli Herero e i Nama, perché aprirebbe la strada a una lunga serie di rivendicazioni in giro per il mondo, ha spiegato Polenz.

Ken McCallion, uno degli avvocati che sta assistendo i rappresentanti degli Herero e nei Nama nella causa presentata a New York, ha spiegato che non ci sono abbastanza garanzie che i fondi dati dalla Germania alla Namibia finiscano ai discendenti delle persone morte nello sterminio, e ha detto che non ci può essere un accordo senza la partecipazione degli Herero e dei Nama. La causa è stata presentata a New York per via dell’Alien Tort Statute, una legge americana del 1789 spesso invocata nei casi di violazioni dei diritti umani. In base a una decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti del 2013, la legge non si applica ai crimini commessi fuori dagli Stati Uniti a meno che non li «coinvolgano e interessino». Secondo McCallion, è possibile che il tribunale di New York decida che la legge possa essere applicata in caso di genocidi in paesi stranieri.

 

 

fonti:

https://raiawadunia.com/aiutiamoli-a-casa-loro-il-genocidio-tedesco-in-namibia/

https://www.ilpost.it/2017/01/08/genocidio-herero-nama-namibia/

La tribù locale degli Herero aveva firmato a partire dal 1885 una serie di trattati con i tedeschi, per garantirsi protezione. Gli accordi furono sistematicamente violati dai colonizzatori tedeschi, finché nel gennaio del 1904 gli Herero si ribellarono e a loro si unì la più piccola tribù dei Nama, che viveva poco più a sud: in un attacco a sorpresa uccisero più di cento civili tedeschi. La reazione tedesca fu durissima: il generale Lothar von Trotha, che già aveva soppresso le rivolte nell’Africa orientale e in Cina, fu nominato Comandante supremo della colonia, nella quale furono inviati 14mila soldati tedeschi. Il governatore dell’Africa Tedesca del Sud-Ovest Theodor Leutwein pensò di risolvere la ribellione uccidendo i soldati Herero e Nama e negoziando una tregua, ma Trotha decise di usare la forza.

 

FATE SCHIFO – Lo sfogo di Marco Travaglio in un editoriale di fuoco contro i Benetton che hanno lucrato vergognosamente sulla pelle della gente e la stampa che ancora più vergognosamente li difende.

 

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FATE SCHIFO – Lo sfogo di Marco Travaglio in un editoriale di fuoco contro i Benetton che hanno lucrato vergognosamente sulla pelle della gente e la stampa che ancora più vergognosamente li difende.

 

FATE SCHIFO

DI MARCO TRAVAGLIO

ilfattoquotidiano.it

Noi non lo sapevamo, ma ogni volta che passavamo in auto sul ponte Morandi di Genova fungevamo da cavie di Autostrade per l’Italia, controllata da Atlantia della famiglia Benetton, che “utilizzava l’utenza, a sua insaputa, come strumento per il monitoraggio dell’opera”. Cavie peraltro inutili, inclusi i poveri 43 morti del 14 agosto: “pur a conoscenza di un accentuato degrado” delle strutture portanti, la concessionaria “non ha ritenuto di provvedere, come avrebbe dovuto, al loro immediato ripristino” né “adottato alcuna misura precauzionale a tutela” degli automobilisti. Lo scrive la Commissione ispettiva del ministero, nella relazione pubblicata dal ministro Danilo Toninelli. Autostrade-Atlantia-Benetton “non si è avvalsa… dei poteri limitativi e/o interdittivi regolatori del traffico sul viadotto” e non ha “eseguito gli interventi necessari per evitare il crollo”. Peggio: “minimizzò e celò” allo Stato “gli elementi conoscitivi” che avrebbero permesso all’organo di vigilanza di dare “compiutezza sostanziale ai suoi compiti”. Non aveva neppure “eseguito la valutazione di sicurezza del viadotto”: gl’ispettori l’hanno chiesta e, “contrariamente a quanto affermato nella comunicazione del 23.6.2017 della Società alla struttura di vigilanza”, hanno scoperto che “tale documento non esiste”. Le misure preventive di Autostrade “erano inappropriate e insufficienti considerata la gravità del problema”, malgrado la concessionaria fosse “in grado di cogliere qualitativamente l’evoluzione temporale dei problemi di ammaloramento… Tale evoluzione, ormai da anni, restituiva un quadro preoccupante, e incognito quantitativamente, per la sicurezza strutturale rispetto al crollo”.

Eppure si perseverò nella “irresponsabile minimizzazione dei necessari interventi, perfino di manutenzione ordinaria”. Così il ponte è crollato, non tanto per “la rottura di uno o più stralli”, quanto per “quella di uno dei restanti elementi strutturali (travi di bordo degli impalcati tampone) la cui sopravvivenza era condizionata dall’avanzato stato di corrosione negli elementi strutturali”. E la “mancanza di cura” nella posa dei sostegni dei carroponti potrebbe “aver diminuito la sezione resistente dell’armatura delle travi di bordo e aver contribuito al crollo”. Per 20 anni, i Benetton hanno incassato pedaggi e risparmiato in sicurezza: “Nonostante la vetustà dell’opera e l’accertato stato di degrado, i costi degli interventi strutturali negli ultimi 24 anni, sono trascurabili”. Occhio ai dati: “il 98% dell’importo (24.610.500 euro) è stato speso prima del 1999”, quando le Autostrade furono donate ai Benetton, e dopo “solo il 2%”.

Quando c’era lo Stato, l’investimento medio annuo fu di “1,3 milioni di euro nel 1982-1999”; con i Benetton si passò a “23 mila euro circa”. Il resto della relazione, che documenta anche il dolce far nulla dei concessionari, ben consci della marcescenza e persino della rottura di molti tiranti, lo trovate alle pag. 2 e 3. Ora provate a confrontare queste parole devastanti con ciò che avete letto in questi 40 giorni sulla grande stampa. E cioè, nell’ordine, che: per giudicare l’inadempimento di Autostrade (i Benetton era meglio non nominarli neppure) bisogna attendere le sentenze definitive della magistratura (una decina d’anni, se va bene); revocare subito la concessione sarebbe “giustizialismo”, “populismo”, “moralismo”, “giustizia sommaria”, “punizione cieca”, “voglia di ghigliottina” e di “Piazzale Loreto”, “sciacallaggio”, “speculazione politica”, “ansia vendicativa”, “barbarie umana e giuridica”, “cultura anti-impresa” che dice “no a tutto”, “pericolosa deriva autoritaria”, “ossessione del capro espiatorio”, “esplosione emotiva”, “punizione cieca”, “barbarie”, ”pressappochismo”, “improvvisazione”, “avventurismo”, “collettivismo”, “socialismo reale”, “oscurantismo” (Repubblica, Corriere, Stampa, il Giornale); l’eventuale revoca senz’attendere i tempi della giustizia costerebbe allo Stato 20 miliardi di penali; è sempre meglio il privato del pubblico, dunque le privatizzazioni non si toccano; il viadotto non sarebbe crollato se il M5S non avesse bloccato la Gronda (bloccata da chi governava, cioè da sinistra e destra, non dal M5S che non ha mai governato; senza contare che la Gronda avrebbe lasciato in funzione il ponte Morandi); e altre cazzate.

Repubblica: “In attesa che la magistratura faccia luce”, guai e fare di Atlantia “il capro espiatorio di processi sommari e riti di piazza”, “tipici del populismo”. Corriere: revocare la concessione sarebbe “una scorciatoia”, “un errore” e “un indizio di debolezza”. La Stampa: il crollo del ponte è “questione complessa” e nessuno deve gettare la croce addosso ai poveri Benetton (peraltro mai nominati), “sacrificati” come “capro espiatorio contro cui l’indignazione possa sfogarsi”, come nei “paesi barbari”. Parole ridicole anche per chi guardava le immagini del ponte crollato con occhi profani: se lo Stato affida un bene pubblico a un privato e questo lo lascia crollare dopo averci lucrato utili favolosi, l’inadempimento è nei fatti, la revoca è un atto dovuto e il concessore non deve nulla al concessionario. O, anche se gli dovesse qualcosa, sarebbero spiccioli (facilmente ammortizzabili con i pedaggi) rispetto al danno che deriverebbe dalla scelta immorale di lasciare quel bene in mani insanguinate. Ora però c’è pure la terrificante relazione ministeriale, che va oltre le peggiori aspettative. In un Paese serio, o almeno decente, i vertici di Autostrade-Atlantia-Benetton, anziché balbettare scuse o chiedere danni in attesa di farne altri, si dimetterebbero in blocco rinunciando alla concessione, per pudore. E i giornaloni si scuserebbero con i familiari dei 43 morti e uscirebbero su carta rossa. Per la vergogna.

Marco Travaglio

www.ilfattoquotidiano.it

28.09.2018

visto su; https://www.facebook.com/TutticonMarcoTravaglioForever/posts/2163916743618496

 

Nota CdCla relazione può essere scaricata dal sito del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti :

http://www.mit.gov.it/comunicazione/news/ponte-crollo-ponte-morandi-commissione-ispettiva-genova/ponte-morandi-online-la

Amarcord – il 4 agosto 1974 la strage del treno Italicus. Un’altra strage di Stato? Certo è che su quel treno c’era Aldo Moro, che però viene “salvato” facendolo scendere 2 minuti prima della partenza…!

 

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Amarcord – il 4 agosto 1974 la strage del treno Italicus. Un’altra strage di Stato? Certo è che su quel treno c’era Aldo Moro, che però viene “salvato” facendolo scendere 2 minuti prima della partenza…!

 

La rivelazione di Gero Grassi (PD): ‘Moro non fu fatto salire sul treno Italicus all’ultimo …

La rivelazione di Gero Grassi, esponente del Partito Democratico e promotore della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, secondo cui a Moro fu impedito di salire sul treno Italicus che sarebbe esploso come avvertimento da parte di parte dei servizi segreti collusi con organizzazioni terroristiche.

 

Il pianto dei bambini strappati alle madri da Trump? Di che cazzo Vi meravigliate? Qui parliamo di una nazione nata sul GENOCIDIO degli indigeni… Ecco come De André che ci racconta il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito USA riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini!!

 

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Il pianto dei bambini strappati alle madri da Trump? Di che cazzo Vi meravigliate? Qui parliamo di una nazione nata sul GENOCIDIO degli indigeni… Ecco come De André che ci racconta il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito USA riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini!!

Il pianto della piccola migrante trattata come una terrorista e strappata ai genitori

Le scelte disumane di Trump fanno orrore. Ma adesso lo stato di New York vuole fare causa al miliardario xenofobo: diola i diritti costituzionali

Senza pietà, senza umanità. Lui è il ricco che difende i ricchi. Lui è il ricco che sfrutta i poveri ma non ne ha misericordia. Lui è il ricco che un giorno – speriamo – sarà ricordato sui libri di storia per essere il simbolo dell’egoismo, dello sfruttamento e dell’intolleranza.
Ma qualcuno si oppone: lo stato di New York intende fare causa al governo per la separazione delle famiglie al confine con il Messico. Lo afferma il governatore Andrew Cuomo, sottolineando come a suo avviso il governo stia violando i diritti costituzionali degli immigrati.
La presa di posizione di Cuomo è legata al fatto che oltre 70 bambini separati dalle loro famiglie si trovano in istituti a Long Island, nello stato di New York.
Secondo Cuomo l’amministrazione Trump sta violando anche l’accordo di Flores del 1997 che determina gli ”standard nazionali riguardo la detenzione, il rilascio e il trattamento dei bambini immigrati detenuti in complessi” pubblici ”dando priorità al principio dell’unità familiare”.

Leggi: Per non dimenticare – 29 novembre 1864, il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito degli Stati Uniti d’America riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini indigeni !!

Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura….
 
Chi, come me, ha amato Fabrizio De André conosce molto bene questa canzone.

La musica incalzante accompagna parole che suonano come una poesia, ma che in realtà raccontano una vicenda terribile, vista con gli occhi di un bambino indiano che il 29 novembre 1864 morì per mano dell’esercito americano in quella infame pagina di storia ricordata come il massacro di Sand Creek. Scrivendo queste righe sono molto commossa. Non vi racconterò di una battaglia fra eserciti di uomini adulti e valorosi, che si fronteggiano all’ultimo sangue ad armi pari. Vi racconterò la storia di un esercito di bambini, donne e anziani che furono nel sonno trucidati senza pietà. Partiamo dall’inizio, facciamo un passo indietro per meglio comprendere cosa accadde. Durante la metà del XIX secolo, molti coloni provenienti dall’Europa iniziarono a spostarsi verso California e Oregon dell’ovest, territori conquistati in seguito alla fine della guerra fra Messico e Stati Uniti. Una vera fortuna, vista la scoperta di numerosi giacimenti auriferi, che diede vita alla corsa all’oro Californiana.  I territori delle Grandi Pianure settentrionali, fino ad allora poco colonizzati, erano prevalentemente popolati da tribù nomadi o seminomadi di nativi americani.  Ma cosa si intende per nativi americani? Con l’espressione Nativi americani si intende indicare le popolazioni che abitavano il continente americano prima della colonizzazione europea e i loro odierni discendenti. Le tribù vivevano senza confini sparse sul territorio. Con l’arrivo dei colonizzatori e dei primi scontri, si rese necessario un accordo fra le parti, che non fu certo vantaggioso per i Nativi. Il 17 settembre 1851, commissari del governo statunitense siglarono con i rappresentanti delle principali tribù dei nativi della regione il trattato di Fort Laramie, che prevedeva in cambio del passaggio libero delle carovane dirette a ovest, della costruzione di strade e forti dell’esercito nella regione, il pagamento di un’indennità annuale di 50.000 dollari per quindici anni, poi ridotti a dieci. L’accordo, inoltre, circoscriveva con precisione i territori da assegnare in proprietà esclusiva alle tribù, sui quali avrebbero potuto transitare liberamente, cacciare e pescare.  Qualcosa di fondo secondo me stride: da liberi nelle Grandi Pianure, a liberi in aree con confini delimitati. Ma questa è la storia.  I territori riconosciuti ai Cheyenne e agli Arapaho erano compresi tra le Montagne Rocciose e i fiumi North Platte e Arkansas, zona che oggi ospita l’odierno Colorado. La firma del trattato garantì la pace, almeno apparente, fino al luglio 1858, anno in cui iniziò la “corsa all’oro del Pike’s Peak”, adiacente alle Montagne Rocciose. La scoperta di immensi giacimenti d’oro causò l’arrivo nella regione di quasi 100.000 cercatori, che senza badare agli accordi siglati, invasero indiscriminatamente i territori dei nativi, cominciando a costruire insediamenti stabili, tra cui il primo nucleo della città di Denver.

Coloni e minatori, com’era naturale si unirono in un fronte comune, iniziando a chiedere al governo i territori della valle del fiume Platte, di importanza fondamentale per le tribù native, in quanto zona di pascolo di mandrie di bisonti. Il governo non cedette alla richiesta, ma le autorità locali, spinte dalla pressione crescente della popolazione, decisero di creare nel 1859 il cosiddetto “Territorio di Jefferson”, un’entità amministrativa extralegale e non riconosciuta dal governo statunitense.
Alla fine del 1860 le crescenti richieste dei coloni, spinsero il governo ad iniziare i negoziati per ridefinire i confini dei territori assegnati alle tribù dei Cheyenne meridionali e agli Arapaho.
Il 18 febbraio 1861 venne siglato il trattato di Fort Wise tra il Commissario agli Affari indiani Alfred Greenwood e un gruppo di capi Cheyenne e Arapaho. I nativi rinunciarono a quasi due terzi del territorio a loro assegnato in precedenza, accettando di insediarsi in un’area molto più piccola compresa tra i fiumi Arkansas e Big Sandy Creek. Il nuovo insediamento era scarso di selvaggina e difficilmente coltivabile. I capi tribù accettarono la nuova sistemazione solo a patto che potessero liberamente circolare e cacciare nei territori che avevano lasciato, ne andava della sussistenza della loro gente. Questo punto del trattato però, come era prevedibile rimase in sospeso, senza una definizione precisa. Sarebbe stato solo questione di tempo prima dell’inizio di un aperto conflitto fra le parti, che vedeva contrapposta la sopravvivenza di un popolo agli interessi economici.
Gli stessi capi tribù non furono tutti unanimi sulla firma del trattato. Pentola Nera, Antilope Bianca, Orso Magro, Lupo Piccolo e Orso Alto siglarono l’accordo per i Cheyenne. Per gli Arapaho, Piccola Cornacchia, Bocca Grande, Bufera, Barba-in-Testa e Mano Sinistra.
Il 28 febbraio 1861, il “Territorio di Jefferson” divenne lo stato del Colorado. I coloni avevano vinto.
Le premesse per ciò che successe in seguito erano state poste.
Tra i più oltranzisti vi furono i Hotamétaneo’o, i Soldati Cane, una società guerriera cheyenne divenuta autonoma e ferocemente ostile alla presenza dei coloni che cercavano di insediarsi nelle terre della tribù.
La situazione diventava ogni giorno più difficile, il malcontento fra le tribù era ormai diffuso. Le notizie di una ribellione in Minnesota dei Dakota Santee, che facevano parte del gruppo dei Sioux, sedata nel sangue dall’esercito, degli attacchi alle tribù Navajo ad opera dei coloni che cercavano di farsi largo nei loro territori, crearono un clima di generale malcontento, controllato a fatica dagli anziani.
Il 12 aprile 1861 scoppiò la guerra di secessione. La minaccia di invasione da parte delle truppe confederate dal Texas e dal Nuovo Messico, portarono al pattugliamento del territorio da parte dei soldati dell’unione, che spesso si scontravano con i giovani guerrieri nativi impegnati nella caccia del bisonte.

Quale linea scelsero di seguire i soldati dell’unione? La linea dura. Fautori principali dell’intransigenza furono il nuovo governatore del Territorio John Evans e il colonnello John Chivington, veterano della guerra contro i confederati e comandante del 1st Colorado Volunteer Regiment of Cavalry, il braccio armato in questa vicenda.

Fu un generale di vent’anni Occhi turchini e giacca uguale Fu un generale di vent’anni Figlio d’un temporale …
 

Dopo quasi quattro anni di guerra, di scontri e di reciproci “dispetti”, la situazione precipitò inesorabilmente quando una pattuglia di Chivington attaccò un gruppo di Soldati Cane Cheyenne, accusati di aver rubato dei cavalli e due giorni dopo uccise, per rappresaglia, due donne e due bambini in seguito all’attacco nel campo di Cedar Bluff. Furono incendiante più di settanta tende, almeno 10% dell’intero campo Cheyenne. Soldati contro popolazione inerme.  Chivington si divertiva a seminare scompiglio, a dimostrare con atti di forza la propria superiotà.  Il 16 maggio inviò, senza autorizzazione governativa, una compagnia ad attaccare un grosso campo estivo di Cheyenne nei pressi del torrente Ask.  Capo Orso Magro, uno dei firmatari del trattato di Fort Wise andò incontro ai soldati che imbracciavano fucili carichi, armato solo di una copia del trattato. Un colpo in pieno petto lo lasciò a terra agonizzante. I Cheyenne reagirono, accorrendo anche dai campi vicini, assalendo i soldati.  Pentola Nera, uno degli anziani, fu il solo in grado di fermare i nativi, permettendo ai soldati di rifugiarsi a Fort Larned.

C’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek. I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte…
 
La pace era definitivamente compromessa. La morte di Orso Magro minò l’autorità degli altri anziani firmatari del trattato. Diversi gruppi di nativi ribelli Cheyenne e Sioux si riunirono e decisero di attaccare i coloni che erano entrati nei loro territori.  La reazione del governatore Evans non tardò ad arrivare. A fine giugno 1864 intimò ai ribelli di rientrare nella loro riserva e di deporre le armi, in caso contrario sarebbero stati considerati ostili. Ad agosto autorizzò la popolazione ad attaccare i nativi sorpresi fuori dalla riserva. Pentola Nera riuscì, con la mediazione di William Bent, colono spesato a una nativa, a creare un tavolo della trattativa con il maggiore Edward W. Wynkoop, comandante della guarnigione di Fort Lyon. Le buone intenzioni del capo indiano non corrispondevano a quelle del soldato, mostratosi ostile fin dall’inizio. Anche Chivington si mostrò ambiguo, minacciando una guerra totale in un primo momento e poi invitando i nativi ad accamparsi nei pressi di Fort Lyon, per godere della protezione dell’esercito. Fiducia. I nativi si fidavano delle parole degli uomini del governo. Perché avrebbero dovuto mentire? “Cerchiamo la pace”, pensavano gli anziani, il territorio è grande, possiamo vivere tutti insieme. Ma la caccia al bisonte non andava d’accordo con il corso all’oro, con la nascita delle prime città. I nativi non lo sapevano. Con l’arrivo dell’autunno le tribù Cheyenne dei capi Pentola Nera e Antilope Bianca lasciarono gli insediamenti estivi di Smoky Hill per accamparsi in un’ansa del fiume Sand Creek, a circa 64 chilometri a nord-est di Fort Lyon. Erano circa ottocento. Gli Arapaho dei capi Piccola Cornacchia e Mano Sinistra, si accamparono nelle immediate vicinanze del forte, tanto da iniziare rapporti commerciali stabili con gli abitanti del Forte. Il governo dell’unione non gradì l’apertura del maggiore Wynkoop, che permise l’inizio del commercio, tanto da trasferirlo il 5 novembre 1864 a Fort Riley in Kansas. Il suo posto fu occupato da un uomo di fiducia, fautore della linea dura, il maggiore Scott J. Anthony.  Il nuovo maggiore fece sentire subito la sua presenza sospendendo i rifornimenti ai nativi: la condizione era molto chiara, dovevano consegnare tutte le armi. Gli Arapaho obbedirono, ma nonostante questo, il soldato non revocò l’ordine. Pentola nera fece un altro tentativo di mediazione. Alcuni testimoni, chiamati durante le numerose inchieste successive, raccontarono che il maggiore rassicurò l’anziano che se i nativi fossero rimasti nel loro campo di Sand Creek, nulla di male sarebbe loro accaduto. Gli Arapaho si divisero: la tribù di Mano Sinistra raggiunse i Cheyenne sul Sand Creek, mentre quella di Piccola Cornacchia si rifugiò oltre il fiume Arkansas. Subito dopo la loro partenza il maggiore Scott J. Anthony chiese rinforzi ai suoi superiori con un dispaccio perché una banda di nativi ostili era accampata a circa 60 chilometri dal forte. Si riferiva al campo di Sand Creek.
Il 27 novembre arrivarono le truppe di rinforzo in gran segreto, condotte sul posto dal il colonnello Chivington. In totale 600 uomini, fra cui alcuni volontari che si erano offerti per combattere gli indiani ostili.
Un piccolo gruppo di soldati rinchiuse la famiglia di William Bent nel loro ranch, con lo scopo di impedire loro di dare l’allarme.
Non tutti i soldati erano d’accordo di attaccare il campo, sapevano che erano presenti solo donne, vecchi e bambini. Gli uomini erano tutti a caccia.
Alle 20:00 del 28 novembre la colonna di Chivington, ulteriormente rinforzata da altri volontari, lasciò Fort Lyon. Tutto era stato organizzato, avrebbero solo dovuto agire, punire i nativi e la loro sfrontata voglia di circolare liberi sul territorio.
Armati di tutto punto, i soldati si diressero verso il Sand Creek. Trasportavano anche quattro obici da montagna, necessari per meglio offendere l’accampamento.
È l’alba. 29 novembre 1864.
E quella musica distante diventò sempre più forte Chiusi gli occhi per tre volte Mi ritrovai ancora lì Chiesi a mio nonno è solo un sogno Mio nonno disse sì 
A volte I pesci cantano sul fondo del Sand Creek Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso Il lampo in un orecchio nell’altro il paradiso Le lacrime più piccole Le lacrime più grosse…
Ma non era una musica, erano le urla di quasi mille uomini ubriachi, feroci e ben armati, che al galoppo piombarono sul campo Cheyenne e Arapaho. Il fattore sorpresa fu determinante. Gli anziani erano certi che nulla avrebbero dovuto temere, gli accordi erano chiari le parole rassicuranti del maggiore Scott J. Anthony avevano avuto l’effetto desiderato. Sorpresa. I guerrieri erano tutti a caccia. Il campo era composto per due terzi da donne e bambini. La tribù di Pentola Nera era accampata al centro, con a ovest i Cheyenne di Antilope Bianca e Copricapo di Guerra e a est, un poco più distanti, gli Arapaho di Mano Sinistra. Gli eventi che seguirono lasciano poco spazio all’immaginazione. Nel campo erano presenti anche commercianti bianchi con le loro famiglie meticce, che testimoniarono gli orrori vissuti. La bandiera degli Stati Uniti d’America sventolava alta sul tipi di Pentola Nera, dono ricevuto il giorno della firma del trattato di Fort Wise. I soldati entrarono al campo sparando indiscriminatamente. Pentola Nera cercò di radunare la sua gente attorno alla bandiera. Furono un bersaglio ancora più facile. Antilope Bianca, un vecchio di 75 anni, avanzò disarmato e a mani alzate verso le truppe pazze di rabbia. Fu ucciso a fucilate. Il massacro era iniziato, il sangue che scorreva esaltava i soldati festanti. Molti dei corpi dei nativi furono mutilati: donne e bambini scalpati, mani e dita tagliate per prendere miseri gioielli, nasi asportati, orecchie, organi sessuali, usati poi come trofei da esporre sui cappelli o sulle selle dei cavalli, donne incinta sventrate, arti amputati. Nei giorni successivi questi macabri trofei furono esposti senza vergogna nel saloon intorno a Denver. I racconti dei superstiti e dei testimoni furono agghiaccianti. L’orrore strisciava sulle sponde del Sand Creek. Qualcuno riuscì a fuggire, nascondendosi in buche e trincee nella riva sabbiosa del torrente in secca. Tra questi anche Pentola Nera.
Tirai una freccia in cielo Per farlo respirare Tirai una freccia al vento Per farlo sanguinare…
Appagati da tanto orrore, i soldati fecero rientro a Fort Lyon, guidati da Chivington. Il numero esatto delle perdite non fu mai precisato. Ciò che fu chiaro fin dall’inizio fu la volontà di Chivington di far passare questa azione come un atto di difesa contro guerrieri nativi ostili. Ciò che giocò a suo sfavore furono i numerosi testimoni che raccontarono la verità su quell’alba maledetta, compresi alcuni soldati che fin dall’inizio si era dimostrati contrari a questo attacco. Ciò che avvenne dopo fu una naturale conseguenza dei fatti di Sand Creek. Gli anziani persero completamente la loro credibilità verso le tribù. Una volta dato l’allarme, i guerrieri che erano a caccia fecero ritorno, iniziando una serie di rappresaglie sulla popolazione civile. Sangue chiama sangue.  Cacciati dai loro territori, rinchiusi in riserve, massacrati, umiliati.
La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura…
Nel tentativo di riportare ordine, nell’ottobre 1865 una delegazione del governo statunitense si recò da Pentola Nera per negoziare un nuovo trattato con gli Cheyenne e gli Arapaho. La questione più complicata era ritenuta quella della proprietà delle terre. Molti coloni rivendicavano appezzamenti che legalmente appartenevano in realtà ai nativi, tra cui la zona dove sorgeva l’intera città di Denver.  Il 14 ottobre 1865 Pentola Nera, Piccola Cornacchia e un’altra decina di capi Cheyenne e Arapaho, siglarono il trattato del Little Arkansas: in cambio di una riserva a sud dell’Arkansas e della promessa di compensazioni monetarie per i sopravvissuti al massacro, le tribù dei nativi rinunciarono per sempre a qualsiasi diritto sulle loro terre originarie nel Colorado. Due anni dopo l’accordo fu abrogato unilateralmente dagli Stati Uniti e rimpiazzato dal trattato del Medicine Lodge del 21 ottobre 1867, che cancellò la riserva a sud dell’Arkansas e obbligò Cheyenne e Arapaho a trasferirsi ancora più a sud, nel poco ospitale “Territorio indiano”, l’odierno Stato dell’Oklahoma. Tutto le inchieste che furono successivamente fatte non riuscirono comunque a dare giustizia alle vittime di Sand Creek. Nessuna punizione fu prevista per Chivington o per gli altri partecipanti al massacro. Chivington lasciò l’esercito nel febbraio 1865, alla scadenza del suo regolare periodo di servizio.
 
Fu un generale di vent’anni Occhi turchini e giacca uguale Fu un generale di vent’anni Figlio d’un temporale…
 
I suoi tentativi di farsi un nome nella politica furono ostacolati dalle accuse a lui rivolte circa i fatti di Sand Creek. Dopo essere rientrato a Denver, lavorò come sceriffo locale fino alla sua morte, avvenuta il 4 ottobre 1894. Il 27 aprile 2007 il luogo del massacro fu proclamato parco nazionale storico degli Stati Uniti come “Sand Creek Massacre National Historic Site”, sotto la protezione del National Park Service. I miei pensieri su questi accadimenti sono molto grevi. Un popolo è stato cacciato da casa sua, derubato delle tradizioni, della terra, della vita.  Il forte ha schiacciato il debole.  L’oro ha scacciato il bisonte.  Le città hanno sostituito gli accampamenti.  Dopo quel giorno il sole non è stato più lo stesso sul Colorado, nell’aria c’era l’odore acre del sangue degli innocenti che si fidavano della parola dell’uomo bianco venuto da lontano.
Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek
fonti:
http://www.globalist.it/world/2018/06/19/il-pianto-della-piccola-migrante-trattata-come-una-terrorista-e-strappata-ai-genitori-2026518.html
 https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/2017/03/ora-i-bambini-dormono-sul-fondo-del.html

3 febbraio 1998 – 21 anni dalla strage del Cermis – Le 19 vittime assassinate prima dagli Americani e poi, per la seconda volta, dai politici italiani che hanno rinunciato a cercare i colpevoli per leccare il sedere dei padroni!

 

Cermis

 

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3 febbraio 1998 – 21 anni dalla strage del Cermis – Le 19 vittime assassinate prima dagli Americani e poi, per la seconda volta, dai politici italiani che hanno rinunciato a cercare i colpevoli per leccare il sedere dei padroni!

 

La ferita del Cermis fa ancora male, vent’anni dopo che un aereo militare Usa tranciò i cavi della funivia di Cavalese volando troppo basso. Fa male il ricordo che sia finito tutto coi risarcimenti, senza colpevoli. Venti i morti.

Era il 3 febbraio 1998 quando un pomeriggio di sci per turisti di varie nazionalità, sette tedeschi, cinque belgi, due polacchi, due austriaci, un olandese e tre italiani finì in un mucchio di lamiere accartocciate sulla neve. La cerimonia ufficiale è una messa in paese in suffragio delle vittime, i cui parenti furono risarciti dagli Usa con un totale di 40 mln di dollari.

La sensazione che non sia stata fatta giustizia non sparisce però nei residenti e negli amministratori locali.

Erano passate da poco le 15 e la cabina gialla della funivia era a 400 metri dall’arrivo, sospesa a 100 metri d’altezza, prima di schiantarsi sulla valle dell’Avisio. Nessuna colpa per la strage è stata attribuita ai quattro marine dell’aereo che era in esercitazione e rientrò ammaccato alla base di Aviano, in un periodo in cui la guerra nei Balcani si stava avvicinando.

William Raney e Chandler Seagraves, vennero giudicati non colpevoli, perchè non erano ai comandi. Il capitano Richard Ashby, venne condannato a sei mesi di carcere per avere distrutto un video del volo e all’espulsione dalla marina, senza pensione. Il copilota Joseph Schweitzer, che ammise di avere bruciato il nastro, se la cavò con la radiazione ed evitò il carcere. Anni dopo però, nel 2011, emersero alle cronache estratti di un rapporto militare Usa, datato 10 marzo 1998. A firma dell’allora comandante dei Marines, generale Peter Pace, si leggeva: «La causa di questa tragedia è che l’equipaggio dei Marine ha volato più basso di quanto non fosse autorizzato, mettendo a rischio se stesso e gli altri. Raccomando che vengano presi i provvedimenti disciplinari e amministrativi appropriati nei confronti dell’equipaggio».

La storia giudiziaria successiva è nota. L’equipaggio venne giudicato negli Usa, nonostante l’allora procuratore capo di Trento, Francantonio Granero, e il sostituto Bruno Giardina avessero aperto un’inchiesta per disastro, omicidio colposo plurimo e attentato colposo alla sicurezza dei trasporti, indagando sette militari: ai quattro dell’equipaggio ne aggiunsero tre della catena di comando. Niente rinvio a giudizio però, perchè la giurisdizione risultò quella del paese d’origine dei marine, come da Convenzione di Londra del 1951 sui militari Nato.

Al territorio di Cavalese andarono un milione di euro per danni non patrimoniali, insieme alla rifusione di circa 200.000 euro spesi per vari studi di riqualificazione del territorio. Quei danni patrimoniali vennero ritenuti una sorta di risarcimento per il danno d’immagine causato dal ripetersi di una tragedia analoga a distanza di 22 anni dalla precedente, tanto da fare parlare di «maledizione del Cermis». Era infatti il 9 marzo del 1976 quando 42 turisti morirono: la fune portante dell’impianto cedette e la cabina fece un volo di trenta metri. La giustizia quella volta individuò il colpevole nel manovratore, per avere disinserito i circuiti automatici di sicurezza per velocizzare il trasporto. Condannato a tre anni per disastro colposo, scontò nove mesi di carcere, tra condoni e amnistie e morì poco dopo il secondo incidente del Cermis, quello di vent’anni fa.

 

6 dicembre 2007 – 10 anni dalla tragedia, ma le vittime della Thyssen non avranno giustizia. La Merkel protegge i suoi assassini!

 

Thyssen

 

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6 dicembre 2007 – 10 anni dalla tragedia, ma le vittime della Thyssen non avranno giustizia. La Merkel protegge i suoi assassini!

 

LE VITTIME DELLA THYSSEN SENZA GIUSTIZIA
IL MINISTRO della Giustizia Andrea Orlando ha sollecitato il governo tedesco ad eseguire la sentenza nei confronti dei vertici Thyssen responsabili del rogo di Torino del 6 dicembre 2007, della morte di sette dipendenti tra atroci sofferenze e della loro agonia durata settimane. Il fatto che anche Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz scontino la pena in carcere, come stanno facendo i loro colleghi italiani condannati in via definitiva diciassette mesi fa, è un principio di civiltà. Un atto di giustizia non solo nei confronti dei familiari delle vittime ma anche, e forse soprattutto, nei riguardi degli italiani e dell’idea stessa che esista un’Europa unica, uniforme nei diritti e nei doveri.
Senza colpevoli di serie A, che rimangono a casa anche dopo una condanna a nove anni di reclusione, come sta accadendo ad Espenhahn, e colpevoli di serie B che dal giorno successivo alla condanna definitiva trascorrono le notti nelle carceri della Penisola.
Per il momento il passo del ministro italiano è una semplice raccomandazione. Non ci sono ragioni, si faceva osservare ieri negli ambienti di via Arenula, per ritenere che il governo di Berlino non intenda eseguire la sentenza nei confronti dei cittadini tedeschi. Ma quello di Andrea Orlando è, al tempo stesso, un avvertimento. L’Italia non può accettare che di fronte a una tragedia dal forte impatto sull’opinione pubblica, come fu il rogo di Torino, possa prevalere e vincere l’ambiguità. Ancora ieri, a dieci anni dal dramma, la madre di una delle vittime, Giuseppe Demasi, quasi implorava che «tutti i condannati paghino per quel che è accaduto. Ce lo chiedono i nostri figli morti, la giustizia è per loro».
Demasi fu l’ultimo ad andarsene. Aveva 26 anni. Furono due mesi di calvario, uno stillicidio di drammi familiari con i funerali che percorrevano le vie del centro cittadino a cadenza settimanale. Chi ha vissuto quei giorni e chi ha partecipato anche da lontano a quel dramma collettivo non può accettare oggi che i principali colpevoli escogitino furbizie levantine, sperino nella lentezza della burocrazia, tentino di farla franca aggrappandosi alle lungaggini di una traduzione dall’italiano al tedesco. Gli stereotipi sono sempre da rifuggire ma è un fatto che nel caso della Thyssen la giustizia di Roma è stata più rapida e inflessibile di quella di Berlino. Per ridare forza all’idea di Europa, oggi non certo in salute, serve che queste ambiguità vengano spazzate via in fretta.

di: Paolo Griseri su La Repubblica del 13/10/2017.

Dal New York Times le foto dello Yemen che Stati Uniti e Arabia Saudita non vogliono che tu veda… E anche noi ci dovremmo vergognare un bel po’ visto che le armi agli arabi glie le vendiamo proprio noi…!

Yemen

 

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Dal New York Times le foto dello Yemen che Stati Uniti e Arabia Saudita non vogliono che tu veda… E anche noi ci dovremmo vergognare un bel po’ visto che le armi agli arabi glie le vendiamo proprio noi…!

L’Arabia Saudita mantiene un blocco mediatico tale che i giornalisti non possono documentare le atrocità commesse nello Yemen con la complicità statunitense.

Le immagini come quelle che accompagnano l’articolo pubblicato martedì scorso sul quotidiano statunitense ‘The New York Times’, scritto da Nicholas Kristof non appaiono sugli schermi televisivi e raramente nei quotidiani occidentali, in parte perché l’Arabia Saudita blocca con successo l’accesso di giornalisti stranieri nello Yemen.

Il giornalista Nicholas Kristof nel suo articolo pubblicato ha denunciato di aver cercato per quasi un anno di raggiungere aree devastate dagli attacchi sauditi nello Yemen senza successo perché il regime saudita lo ha impedito.

Kristof ha poi riferito che l’unico modo per accedere alle aree dello Yemen soggetto a continue attacchi aerei è attraverso voli charter organizzati dalle Nazioni Unite e gruppi umanitari, in quanto i voli commerciali sono vietati.

Tuttavia, gli aerei militari sauditi controllano questo spazio aereo e vietano qualsiasi volo dove c’è un giornalista a bordo. L’ONU “non sta assumendo rischi” e considera questo divieto di imbarcare i giornalisti molto seriamente, ha raccontato il giornalista.

“Ciò è pazzesco: l&#

39;Arabia Saudita obbliga le Nazioni Unite ad escludere i giornalisti per evitare la copertura delle atrocità saudita”, ha spiegato Kristof.

L’autore dell’articolo ha sottolineato che il governo saudita commette crimini di guerra nello Yemen con le complicità statunitensi e del Regno Unito.

I Sauditi regolarmente bombardano i civili e, peggio ancora, hanno chiuso lo spazio aereo e hanno imposto un blocco per sottomettere la popolazione yemenita. Ciò significa che i civili dello Yemen, compresi i bambini, se non muoiono nei bombardamenti, li fanno morire alla fame. Kristof ha citato il caso di Buthaina, una ragazza di 4 o 5 anni che è stata l’unica della sua famiglia che è riuscita a sopravvivere ad un attacco saudita.

Secondo Kristof gli statunitensi devono fermare tutti i trasferimenti di armi in Arabia Saudita finché non finisce il blocco e il bombardamento del regno contro lo Yemen.

Uno degli effetti devastanti di questa aggressione è la peggiore epidemia globale del colera che è scoppiata in Yemen, dove molte persone sono malnutrite. Ogni giorno 5000 yemeniti contraggono il colera.

Fonte: The New York Times