Un’altro geniale editoriale di Marco Travaglio: I nuovissimi mostri

 

Marco Travaglio

 

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Un’altro geniale editoriale di Marco Travaglio: I nuovissimi mostri

 

I nuovissimi mostri

Spunti e appunti per una nuova, grande commedia all’italiana a episodi, nella migliore tradizione de I mostri e I nuovi mostri.

Il sindaco da balcone.

Arrestato per corruzione e turbativa d’asta, il sindaco leghista di Legnano Giambattista Fratus è recluso ai domiciliari dal 16 maggio. Non potendo governare con le manette ai polsi, Fratus si dimette, il prefetto lo sospende in base alla legge Severino e commissaria il Comune. Ma il 7 giugno Fratus cambia idea e, mentre il Riesame conferma il suo arresto, ritira le dimissioni e resta sindaco. Vivo compiacimento dalla Lega tutta, a partire dal leader Matteo Salvini: “Conosco Fratus come persona seria, corretta e perbene come Siri, Rixi, Fontana e tanti altri. Se l’ha fatto, vuol dire che si sente assolutamente tranquillo. Fare il sindaco è un mestiere difficile, quindi ha il mio sostegno”.

Cioè, con l’aria di fargli un complimento beneaugurante, lo paragona a due leghisti già condannati, l’uno con patteggiamento definitivo per bancarotta fraudolenta e sottrazione fraudolenta di beni al fisco (Siri), l’altro con sentenza di primo grado per peculato (Rixi). Il guaio è che Salvini è pure ministro dell’Interno, superiore del prefetto che ha sospeso il sindaco per legge. Ora Legnano si ritrova con un commissario legittimo e un sindaco abusivo che però si crede ancora sindaco anche perché – aspetto ancor più interessante – ci crede pure Salvini.

Ora si procederà così. Per motivi pratici, le riunioni di giunta si terranno alternativamente in Comune sotto la presidenza del commissario e nel giardino di casa Fratus sotto la presidenza del sindaco abusivo che, non potendo uscire, parteciperà ai lavori affacciandosi al balcone o alla finestra.

Tiritiritu?

Grande retata in Umbria per concorsi truccati nella Sanità: il 12 aprile arrestati assessori, dirigenti e manager del Pd e indagata la governatrice del Pd Catiuscia Marini (per abuso d’ufficio, rivelazione di segreto d’ufficio, favoreggiamento e falso). Che annuncia subito di non volersi dimettere. Poi il segretario del Pd Nicola Zingaretti la chiama implorando un “gesto di responsabilità”. Allora la Marini si dimette e riunisce il Consiglio regionale, mettendo ai voti le dimissioni. Purtroppo bocciate anche col suo voto. Cioè: prima rassegna le dimissioni nelle sue proprie mani, poi dopo una serrata consultazione con se stessa se le respinge. Zingaretti, quando finalmente riesce a capire l’accaduto, le ritelefona per invocare un secondo “gesto di responsabilità”, possibilmente più responsabile e comprensibile del primo, ma non la trova.

La Marini è ricoverata in ospedale. Di lì annuncia che si ridimetterà eventualmente quando starà meglio. Di solito, per motivi di salute la gente, si dimette: lei invece resta per motivi di salute. Poi si vota: il Pd perde 110 mila voti, in Umbria viene sorpassato dalla Lega e perde pure le Comunali a Perugia. Poi, a danno fatto, il 28 maggio il Consiglio regionale si autoscioglie dopo le dimissioni rassegnate in gran segreto, e stavolta addirittura accolte, dalla Marini. Invece il governatore Pd della Calabria Mario Oliverio, anche lui indagato ma per reati ancor più gravi (corruzione e associazione a delinquere) resta al suo posto. Zingaretti si scorda di chiedergli il “gesto di responsabilità”. Forse pensa che commettere reati più gravi in Calabria sia meno grave che commetterne di meno gravi in Umbria, o che la Calabria non sia in Italia.

I Lotti-zzati.

Non bastando la Marini, Zingaretti si ritrova altri due morti in casa: i deputati renziani Luca Lotti e Cosimo Ferri, che incontrano nottetempo il capocorrente togato Luca Palamara e quattro consiglieri del Csm per scegliere il nuovo procuratore di Roma, che sosterrà l’accusa nel processo Consip contro l’imputato Lotti. I quattro si sospendono dal Csm su richiesta del capo dello Stato per aver parlato con Lotti e Ferri. I quali però restano nel Pd, mentre tutti fischiettano e nessuno fa un plissé. Poi il Fatto domanda in prima pagina: “Ma lo sapete che il caso Csm è targato Pd?”. Zingaretti si accorge che Lotti e Ferri sono del suo partito e convoca Lotti per uno stringente interrogatorio. Ma purtroppo sbaglia le domande. Tipo questa, riportata da Repubblica: “Ti chiedo di spiegare il sodalizio con Palamara” (come se il problema dell’imputato Lotti fosse che frequenta magistrati). La risposta di Lotti aggiunge surrealismo a surrealismo, ton sur ton: “Sono accuse infondate e infamanti, non ho commesso reati, chi mi infanga alla fine ne risponderà”. Dal che si deduce che Lotti tutto può sentirsi dire, anche di essere amico di Renzi, ma non di frequentare magistrati: quello sarebbe un reato infamante e partirebbero le querele. Comunque, spiega, quella con Palamara è “un’amicizia nata sul calcio: abbiamo organizzato partite fra la squadra dei parlamentari e quella dei magistrati”. È la vecchia linea Previti che, accusato di pagare mazzette al giudice Squillante, si difendeva con i “tornei di calcetto al circolo Canottieri Lazio”: funziona sempre.

I renziani accusano Zingaretti di “dimenticare il garantismo” e di essere “manettaro” perché “non c’è nulla di sconveniente a occuparsi di giustizia”. Manca solo che si parli dei primi caldi estivi, pur di scansare il cuore del problema: due deputati del Pd, di cui un imputato dalla Procura di Roma, che scelgono il nuovo capo della Procura di Roma. Alla fine l’intrepido Zingaretti le canta chiare: “Non ho mai dato solidarietà a Lotti”. E ci mancava pure.

La comica finale.

Il vicepresidente renziano del Csm David Ermini, deputato Pd amico di Lotti e Ferri, eletto otto mesi fa dalle correnti dello scandalo (MI e Unicost) e dal laico del Pd con l’astensione di FI, tuona: “Meno potere alle correnti”. Si ride di gusto.

“I NUOVISSIMI MOSTRI” di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 8 giugno 2019

Ancora tu – il fantastico editoriale di Marco Travaglio dedicato al ritorno in Tv di Silvio Berlusconi “tutto pittato, laccato, moquettato e levigato come un set di sanitari Ideal Standard”

 

Marco Travaglio

 

 

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Ancora tu – il fantastico editoriale di Marco Travaglio dedicato al ritorno in Tv di Silvio Berlusconi “tutto pittato, laccato, moquettato e levigato come un set di sanitari Ideal Standard”

Ancora tu

L’altra sera, facendo zapping, ci siamo imbattuti in uno di quei revival di archeologia televisiva, tipo Techetè, con vecchi guitti in bianco e nero di tanti anni fa. Così almeno abbiamo pensato, quando abbiamo visto la buonanima di Silvio B. in gran forma, tutto pittato, laccato, moquettato e levigato come un set di sanitari Ideal Standard, con un suo impiegato che lo “intervistava” (si fa per dire) sulle tante, infami “calunnie” che ha subìto in vita sua. Attendevamo che, da un momento all’altro, entrassero le ragazze del Drive In o di Colpo Grosso, accompagnate da Greggio e D’Angelo o da Smaila. Poi abbiamo scoperto che era tutto in diretta: la buonanima era viva. E parlava. Strascicando alla Crozza, ma parlava. Come se, a cinque anni dalla dipartita dal Senato palla volta di Cesano Boscone, l’avessero scongelato dal freezer e liberato dalla funzione Pause per restituirlo al più consono Play. Il Rieccolo riprendeva il discorso da dove l’aveva interrotto nel 2013, come se intanto non fosse successo nulla, risultando lievemente sfasato rispetto al momento attuale. Anzi, al secolo attuale, visto che usava arcaismi come “gabina elettorale” che non si sentivano dai tempi di Costantino Nigra, prima di annunciare che a Bruxelles lui ci andrà davvero. Anzi, a minacciarlo.

Il Cavalier Findus intratteneva il folto pubblico, accuratamente selezionato nella casa di riposo di Cesano Boscone per attenuare l’asincronia della scena e lo straniamento della testata Quarta Repubblica, su temi di interesse non proprio bruciante come i suoi “ben 88 processi con ben 105 fra avvocati e consulenti”. O come i suoi soldi all’estero, ormai cristallizzati da anni di sentenze definitive sulle sue 64 società nei paradisi fiscali e le sue evasioni da 360 milioni di dollari, ormai digerite anche dai suoi fan più accaniti. “Neanche un euro!”, trillava giulivo il conduttore. E B.: “Se mi trovate dei soldi all’estero, sono vostri!”. Risate in sala, anzi in bara. Altra “calunnia”: la condanna per frode fiscale, emessa da un fantomatico “collegio di deputati” (i cinque giudici di Cassazione, che firmarono tutti la sentenza, anche se a lui risulta che uno “non voleva firmarla, ma fu costretto da qualcuno in alto (forse un alpinista”), per “eliminare un avversario politico”. Fu così che lui presentò “un appello in 18 punti alla Corte di Strasburgo che in cinque anni non ha mai aperto neanche un foglio”. In realtà la Corte ha archiviato il caso il 27 novembre senza pronunciarsi, perché i suoi legali, probabilmente senza dirglielo, hanno ritirato il ricorso con una lettera del 27 luglio.

Lì non le eurotoghe rosse, ma Ghedini&C., spiegavano alla Corte che un verdetto “non avrebbe prodotto alcun effetto positivo” per lui, cioè sarebbe stato respinto con perdite) Uno si sarebbe atteso una replica del conduttore informato dei fatti, ma trattandosi di un giornalista di Mediaset e del Giornale era troppo sperare. Altra “calunnia”: “Una frase irriferibile e volgarissima che non ho mai pronunciato sulla signora Merkel”. Che, essendo irriferibile, nessuno in studio e a casa conosceva. Peccato, perché era carina: “Culona inchiavabile”. Noi, che a suo tempo la riportammo perché i suoi la riferivano, terrorizzati che uscisse da qualche intercettazione, sappiamo bene di non aver inventato nulla. E lo sapevano persino il Giornale e Libero, che per due anni chiamarono la Merkel “culona” sapendo di far cosa gradita al padrone, che le attribuiva il famoso “complotto dello spread” per rovesciare il suo terzo governo. Poi, come spesso accade a quell’età, batté la testa, si scordò tutto e si risvegliò da antieuropeista sfegatato a filoeuropeista arrapato, da nemico ad ammiratore dell’“amica Angela”. L’altra sera, per dire, s’è inventato di averla convinta a fargli “eleggere Draghi” affinché “la Bce stampasse moneta” (tutti eventi mai accaduti nella realtà, ma nessuno ha ancora avuto il coraggio di comunicarglielo). Ma ecco l’ultima “calunnia”: il bunga bunga. Migliaia di pagine di sentenze hanno accertato il “sistema prostitutivo” orchestrato per lui, nella villa di Arcore, a Palazzo Grazioli, a villa Certosa e non solo, dai vari Tarantini, Mora, Fede, Minetti. E lui che fa? Come se fosse ancora il 25 aprile 2009 sul palco di Onna, travestito da partigiano col fazzoletto rosso al collo, osannato da tutti ignari di tutto, racconta che “il bunga bunga è una barzelletta che ho inventato io sui due più sfigati che avevo: Bondi e Cicchitto” (la gratitudine è sempre stata il suo forte), simpaticamente sodomizzati “da una tribù libica rivoluzionaria”.

Quanto ai festini nelle ville, “Emilio Fede scoprì che lavoravo pure il sabato notte e allora mi portò due delle sue meteorine, che la volta dopo portarono quattro amiche, che ne portarono altre, finché mi ritrovai con 32 ragazze”. E non ebbe cuore di lasciarle fuori all’addiaccio. Ma erano frugali “cene eleganti, i miei figli passavano a salutare prima di andare a letto, io raccontavo storielle e cantavo”, del resto era o non era già “a vent’anni il miglior cantante di Parigi”, quando anche Aznavour gli faceva una pippa? Subito dopo, in un fuorionda, dice al pubblico che “qualche anno fa me ne facevo sei per notte, ora invece mi addormento dopo la terza”, però ciò che conta è quel che va in onda, no? Dunque tutti a votare per lui che, appena seduto a Bruxelles, fermerà con le nude mani “il progetto egemone del comunismo cinese”. Non solo, ma – con grave sprezzo del pericolo – “aumenterò le pene contro l’evasione e l’elusione fiscale”, avendo appena scoperto con raccapriccio che “in Italia c’è un nero enorme”. E non è Balotelli, no! Sono le “centinaia di miliardi di evasione”. Senza contare, modestamente, i suoi.

“Ancora tu” di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 22 Maggio 2019

 

“10 domande a Salvini” – lo spietato editoriale di Marco Travaglio

 

Marco Travaglio

 

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“10 domande a Salvini” – lo spietato editoriale di Marco Travaglio

Abbiamo chiesto un’intervista al Matteo Salvini. Nessuna risposta. Casomai ci ripensasse, queste sono le domande che avremmo voluto porgli, per il dovere di trasparenza che è richiesto a un uomo di governo della sua importanza dinanzi ai cittadini.

1. Ministro Salvini, lei parla e twitta su tutto, dal menu delle sue colazioni al festival di Sanremo, da quel che dovrebbero fare gli altri ministri a come si governa Roma: possibile che non trovi il tempo per dire una parola sulla famiglia Arata? Chi e quando le ha presentato Paolo Franco Arata, genovese, 69 anni, ex parlamentare di Forza Italia che in un’intercettazione si definisce “socio al 50 per cento” almeno dal 2015 del pregiudicato (per corruzione e truffa) Vito Nicastri, il re dell’eolico siciliano ora ai domiciliari, destinatario di un sequestro preventivo di 1,3 miliardi dalla Direzione Antimafia di Palermo perché ritenuto il finanziatore della latitanza di Matteo Messina Denaro?

2. Ha conosciuto prima Arata padre oppure il figlio Federico, 34 anni, che del 2016 risulta seguire i rapporti internazionali della Lega e nel 2017 ha organizzato il fugace incontro Salvini-Trump a New York, grazie ai suoi rapporti con Steve Bannon, aspirante federatore dell’internazionale “sovranista”? Ha mai pensato di prendere informazioni su quella strana famiglia, prima di inocularla come un virus letale nella Lega? Ora che gli inquirenti hanno scoperto quei terribili legami fra Arata sr., Nicastri e Messina Denaro, perché non rassicura i suoi elettori e tutti i cittadini sul fatto che terrà Arata e la sua famiglia alla larga della Lega e del governo?

3. Da anni Paolo Arata possiede varie società nel settore energia e questo, diversamente dai suoi rapporti con Nicastri, lo sapevano tutti: bastava una ricerca su Google o una visura camerale. Perché lei, malgrado il suo plateale conflitto d’interessi, lo incaricò di scrivere il programma della Lega proprio sull’energia, lo invitò a parlare al convegno programmatico di Piacenza nel luglio 2017?

4. Lei ha compiuto sforzi immani per riverginare l’immagine della Lega, screditata dagli scandali di Belsito, della Family Bossi, dei 49 milioni scomparsi ecc. Perché diede proprio ad Arata, legato a tutta la vecchia politica siciliana e non (da Mannino a Miccichè ad Alberto Dell’Utri), un ruolo così centrale nel suo “nuovo” partito, al punto che – come risulta dalle carte dell’inchiesta delle Procure di Palermo e Roma – fu addirittura Arata a sponsorizzare la nomina dell’amico e corregionale Armando Siri a sottosegretario ai Trasporti?

5. In dieci mesi di governo, Arata e famiglia hanno beneficiato di una serie impressionante di favori targati Lega. Lei, ad agosto, tentò di farlo nominare presidente dell’Authority dell’energia, cioè controllore di se stesso, visto il suo palese conflitto d’interessi di imprenditore dell’eolico (nomina stoppata da Di Maio). Siri, fra luglio e dicembre, provò in ogni modo a far approvare una norma chiesta da Arata per favorire la sua azienda eolica (quella a mezzadria col finanziatore di Messina Denaro). Il sottosegretario Giancarlo Giorgetti ha appena assunto il figlio Federico Arata a Palazzo Chigi come “esperto” del Dipartimento programmazione economica, dopo che quello l’aveva aiutato nella discussa trasferta di marzo negli Usa. La Lega deve qualcosa a quella famiglia? Salvini può garantire che mai gli Arata hanno finanziato la Lega?

6. Ora Arata sr. è accusato di aver corrotto il sottosegretario Siri con una tangente di 30mila euro in cambio dell’emendamento su misura per la sua società eolica, che avrebbe moltiplicato i guadagni suoi e del socio occulto siciliano. La presunta tangente dovranno accertarla o smentirla i giudici, e non risulta che lei ne sapesse alcunché. Ma l’emendamento ad Aratam è già arcisicuro: “le tariffe incentivanti e i premi di cui al decreto ministeriale 6 luglio 2012 e ai suoi allegati, del ministero dello Sviluppo Economico, si applicano agli impianti aventi accesso diretto agli incentivi ai sensi del… medesimo decreto, alla condizione che siano entrati in esercizio fino al 30.9.2017 e documentino di aver inviato la comunicazione di fine lavori al competente gestore di rete entro il 30.6.2017”, quindi senza rispettare il termine di legge. E guardacaso proprio in quella situazione si trovava la società di Arata (e Nicastri). Cosa pensa Salvini di quella legge ad aziendam e dei suoi che l’hanno spinta?

7. I massimi funzionari dello Sviluppo economico hanno raccontato ai pm che a luglio Siri tentò di far passare l’emendamento ad Aratam nel dossier sulle Rinnovabili, e fu da loro respinto; il capogruppo leghista Romeo ci riprovò in dicembre, nella legge di bilancio, e fu bloccato dal ministro dell’Ambiente Costa; Siri ritentò e ricevette l’alt del ministro dei Rapporti col Parlamento Fraccaro; ma non si arrese e azzardò il colpaccio nel Milleproroghe, scontrandosi con i sottosegretari pentastellati Castelli e Crippa. Intanto Arata rassicurava Nicastri (ai domiciliari) tramite il figlio Manlio: “Ci pensa il mio uomo”. Salvini ha mai saputo niente di quel pressing? Se sì, perchè non l’ha bloccato, visto che non riguardava interessi generali, ma affari personali di Arata? Se no, come giudica il comportamento del sottosegretario Siri, asservito a quegli interessi privati?

8. Giovedì, appena appreso di essere indagato, Siri ha dichiarato: “Non so assolutamente chi sia questo imprenditore coinvolto (Arata, ndr), non mi sono mai occupato di eolico in tutta la mia vita. Sono senza parole, credo che si tratti di un errore di persona”. Venerdì, smentito persino dal suo capogruppo Romeo, ha cambiato versione: “Ho presentato un emendamento che mi ha chiesto una filiera di piccoli produttori”. Ieri ha raccontato un’altra storia ancora: “Arata mi ha detto che rappresentava un’associazione dei piccoli imprenditori dell’eolico… mi ha fatto una testa così e io gli ho detto: va bene, mandamelo”. A prescindere dalle accuse di corruzione (da dimostrare) e dall’asservimento della sua funzione pubblica a interessi privati (dimostrata), Siri è un bugiardo seriale: non basta questo per dimissionarlo dal “governo del cambiamento”?

9. Ministro Salvini, lei ha difeso Siri perché è “soltanto” indagato per corruzione e ha ricordato ai 5Stelle il precedente di Virginia Raggi, più volte indagata. Ora, la Raggi non c’entra nulla: non è mai stata indagata per corruzione, è stata assolta e prosciolta e archiviata da tutto, e non si comprende perché lei ne abbia chiesto le dimissioni, se non per coprire lo scandalo Siri. Ma, sulla presunta corruzione di Siri, lei ha ragione: finché non si proverà che Arata se l’è comprato con 30mila euro, il fatto resta controverso e nulla autorizza nessuno a cacciarlo dal governo in quanto corrotto (semmai per le sue bugie e i suoi traffici per una norma ad aziendam, e che aziendam!). Però il suo “garantismo” su Siri “solo” indagato cozza col fatto che la sua fedina penale riporta già una sentenza definitiva di colpevolezza: un patteggiamento del 2014 a 1 anno e 8 mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta e sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte. Cioè: è stato lui stesso a concordare la pena per avere svuotato le casse di una società, lasciando 1 milione di buco e occultando parte del bottino nel paradiso fiscale del Delaware. Quindi Siri non deve uscire dal governo perché indagato: non avrebbe dovuto entrarvi perché ha patteggiato. Che le è saltato in mente di nominare sottosegretario e ideologo della politica fiscale leghista un bancarottiere e frodatore del fisco?

10. Se lei, ministro Salvini, avesse tenuto a distanza, se non dalla Lega, almeno dal settore energia, un faccendiere in conflitto d’interessi come Arata e, se non dalla Lega, almeno dal governo un sicuro bancarottiere e frodatore come Siri, oggi il governo non sarebbe scosso dal suo primo scandalo e la Lega non sarebbe in imbarazzo per il suo ennesimo scandalo. Non è il momento di fare un po’ d’autocritica e di pulizia, di cestinare le mele marce, di presidiare meglio le porte del partito e di chiedere scusa al premier Conte, agli alleati, ai leghisti e soprattutto agli italiani?

“10 domande a Salvini” di Marco Travaglio sul Il Fatto Quotidiano del 21 Aprile 2019

Bertolesso – Un grande editoriale di Marco Travaglio

 

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Bertolesso – Un grande editoriale di Marco Travaglio

 

Bertolesso

Da un po’ di tempo non si avevano notizie di Guido Bertolaso, indimenticato capo della Protezione civile e commissario straordinario multiuso per terremoti, inondazioni, giubilei, frane, slavine, valanghe, visite papali, smottamenti, incendi boschivi, mondiali di ciclismo, emergenze rifiuti, eruzioni vulcaniche, aree marittime, relitti navali, grandi eventi, rischi bionucleari, aree archeologiche, G8, epidemie di Sars e tutte le calamità naturali possibili e immaginabili, tranne la più perniciosa: lui. Le ultime cronache, dopo la sfortunata autocandidatura a sindaco di Roma (respinta persino dai compari forzisti), lo davano impegnato in Africa, con gran sollievo per il popolo italiano, meno per quelli africani. Ieri l’ha intervistato Radio Capital, gruppo Espresso, al TgZero (così chiamato per il suo livello di credibilità) in veste di aspirante salvatore della Capitale. È lo stesso gruppo che ai bei tempi pubblicava inchieste sui disastri di Bertolaso: tipo quella di Fabrizio Gatti sui 400 milioni buttati nelle grandi opere alla Maddalena, in vista di un G8 che non si tenne mai perché proprio 10 anni fa venne dirottato fra le macerie dell’Aquila appena terremotata.

TgZero chiede a Bertolaso cosa ne pensi di due frasi che io non ho mai né pensato né pronunciato: “C’è un complotto dietro a tutti i disservizi, come sostiene Travaglio?”. “Travaglio dice che per le scale mobili della metro guaste c’è un sistema criminale spaventoso che sta reagendo perché non è più padrone come in passato”. Io non ho mai parlato di “complotti dietro i disservizi” né di poteri criminali dietro le scale guaste. Ho risposto su La7 a una domanda di Giletti che un conto sono gli errori della giunta Raggi e gli scandali nella Capitale, un altro sono gli strani incendi agli impianti di smaltimento rifiuti (i due maggiori dati alle fiamme in tre mesi), i falò di cassonetti (oltre 600 in due anni), gli autobus anche nuovi in fiamme (60 in un anno e mezzo), i guasti concomitanti alle scale mobili in svariate stazioni della metro (20 in pochi mesi). Ma soprattutto i tre bandi di gara per la raccolta rifiuti andati deserti (due nel 2018, da 105 e 188 milioni, uno nel 2019 da 225 milioni): mentre gli imprenditori chiedono investimenti per lavorare, com’è che nessuna impresa concorre a quelle lucrose commesse? Non il presunto complottista Travaglio, ma l’Antitrust ipotizza “un accordo tra le parti volto ad astenersi dalle gare, con la conseguenza che i medesimi servizi sono stati acquisiti da Ama a trattativa privata e a condizioni economiche più onerose” per la municipalizzata e più vantaggiose per i privati.

Non il complottista Travaglio, ma il ministro dell’Ambiente Sergio Costa definisce “avvertimenti che conosco bene dalla Terra dei Fuochi” gli incendi agli impianti dei rifiuti. E non il complottista Travaglio, ma la Procura di Roma ipotizza un unico disegno criminale dietro i roghi ai Tmb del Salario e di Rocca Cencia. L’ha scritto proprio Repubblica (stesso gruppo di Radio Capital) il 28 marzo: “Ama, pochi dubbi dei pm: unica regia dietro i due roghi”, “Emergenza rifiuti, verso l’unificazione dell’inchiesta su Tmb Salario e Rocca Cencia”, “C’è una regia unica per gli incendi Ama. I tecnici: sono dolosi”. Ma evidentemente a Radio Capital, oltre all’Espresso, non leggono neppure Repubblica. E preferiscono attribuirmi cose mai dette per regalare un assist a Bertolaso. Questo impunito, nel senso etimologico del termine, mette tutto insieme – errori, colpe, inefficienze, disservizi e sabotaggi criminali – per darmi del “buffone” (lui a me!) e alla Raggi della “totale incapace”. Il che è possibile, forse probabile. Ma non spiega l’impressionante catena di eventi dolosi, difficili da ascrivere alla sindaca. E poi: da qual pulpito. Se c’è un amministratore indubitabilmente più disastroso della Raggi, è proprio Bertolaso: tutti ricordano Napoli sommersa da cumuli di rifiuti ad altezza uomo, ma forse dimenticano – almeno a Radio Capital – chi era il commissario straordinario: Bertolaso, nominato da Prodi, fuggito per flop e richiamato da B. con una maleodorante scia di scandali e arresti.

Dall’alto di quella e di molte altre catastrofi, questo bel tomo sfodera l’intero repertorio dei luoghi comuni: perfino i topi, che lui pensa siano arrivati a Roma con i 5Stelle, invece fanno parte del paesaggio da secoli (“non c’è trippa per gatti” è una frase di Ernesto Nathan, mitico sindaco tra il 1907 e il 1913, che tagliò i fondi comunali del cibo per gatti, nella speranza che andassero a caccia dei topi, i quali spadroneggiavano pure in Campidoglio rosicchiando i documenti in uffici e archivi). Poi annuncia la sua panacea per tutti i mali: “Appena questi si toglieranno di torno, vedrete che Roma tornerà ad essere la bellezza che era un tempo”. Magari col bollito Bertolaso sindaco, che ce la restituirà più bella e più superba che pria. Tipo la Maddalena con le grandi opere inutili di Bertolaso e della nota Cricca di Balducci, Anemone&C. che cadono a pezzi fra le sterpaglie. Tipo Napoli con la monnezza più alta del Maschio Angioino. Tipo L’Aquila, in macerie a 10 anni dal sisma. Ora voi capirete che prendersi del “buffone” da un simile soggetto, quello che andava con la scorta a farsi “massaggiare” gratis al Salaria Village dell’appaltatore personale Anemone mentre il Tevere esondava, è un po’ troppo. Dunque Bertolaso verrà denunciato, come lui provò a fare con me e il Fatto tentando di spillarci 100 mila euro, invano. In quella causa, oltre a stabilire che avevo “riportato fedelmente alcuni fatti” e “notizie vere”, il giudice ritenne “temeraria” la sua lite e lo condannò a risarcire me, Padellaro e il Fatto con 6 mila euro, più 5 mila di spese. Visto che ha nostalgia del tribunale, ci rivediamo lì.

“Bertolesso” di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 4 Aprile 2019

 

 

 

Trova le differenze – Il brillante editoriale di Marco Travaglio sulla legge per la legittima difesa e sull’ipocrisia del Pd…

 

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Trova le differenze – Il brillante editoriale di Marco Travaglio sulla legge per la legittima difesa e sull’ipocrisia del Pd…

Chi, nella propria abitazione o nel luogo di lavoro, con “un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo”, “difende la propria o la altrui incolumità” o i “beni propri o altrui” dal ”pericolo di aggressione” di un uomo che non “desiste”, esercita una “difesa legittima” e dunque non è punibile se “costretto” dal “pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”. Lo dice il Codice penale (articolo 52), modificato dal centrodestra nel 2006 (ministro della Giustizia Roberto Castelli, leghista) in senso più favorevole ai derubati. Se poi ricorrano o meno queste condizioni, lo stabilisce il giudice che, in caso negativo, procede per “eccesso colposo di legittima difesa” (articolo 55). Ora quegli articoli, e anche altri sulle pene per i furti in appartamento e le violazioni di domicilio, stanno per essere di nuovo modificati dalla legge voluta dalla stessa Lega e già approvata in Senato a novembre dalla maggioranza giallo-verde. I 5 Stelle, salvo sorprese e con molti mal di pancia, la voteranno anche a Montecitorio. Il Pd, invece, alza le barricate e grida alla barbarie e al Far West. E non avrebbe tutti i torti, se nel 2017 non avesse a sua volta approvato alla Camera col resto del centrosinistra una riforma della materia, firmata da David Ermini (ora vicepresidente del Csm) e poi lasciata morire in Senato. Ora facciamo un gioco: “Trova le differenze”.

Questa è la modifica targata Pd all’articolo 52 sulla legittima difesa: “Si considera legittima difesa, nei casi di cui all’articolo 614 (casa, negozio, ufficio, azienda ecc, ndr)…, la reazione a un’aggressione commessa in tempo di notte ovvero la reazione a seguito dell’introduzione nei luoghi ivi indicati con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno”. Questa invece è la principale modifica targata Lega allo stesso articolo, oltre a quella che stabilisce “sempre” a priori la proporzionalità fra difesa e offesa in caso d’intrusione: “Nei casi previsti dall’articolo 614 (casa, negozio, ufficio, azienda ecc., ndr)… agisce sempre in stato di legittima difesa colui che compie un atto per respingere l’intrusione posta in essere con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica, da parte di una o più persone”. A parte la leggendaria boiata del “tempo di notte” (che il Pd promise di eliminare al Senato, estendendo la norma “h 24”), le conseguenze delle leggi Pd e Lega sono identiche. Anzi, le maglie di quella del Pd erano persino più larghe, perché parlavano genericamente di “reazione” (che comprende tutto, anche il colpo alla nuca del ladro in fuga).
Invece la Lega si limita al più prudente verbo “respingere” (che non pare includere il colpo mortale).
Questa è la modifica targata Pd all’articolo 55 sull’eccesso colposo di legittima difesa: “La colpa dell’agente (chi uccide o ferisce l’intruso senza alcun diritto, ndr) è sempre esclusa quando l’errore è conseguenza del grave turbamento psichico causato dalla persona contro la quale è diretta la reazione”. Questa invece è la modifica targata Lega allo stesso articolo: “La punibilità è esclusa se chi ha commesso il fatto per la salvaguardia della propria o dell’altrui incolumità ha agito nelle condizioni di cui all’art. 61, primo comma, n.5 (“l’avere profittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona, anche in riferimento all’età, tali da ostacolare la pubblica o privata difesa”, ndr), ovvero in stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto”. Anche qui conseguenze identiche: si giustifica pure chi uccide chi non minaccia nessuno con due supercazzole a fotocopia: il Pd con il “grave turbamento psichico”, la Lega col “grave turbamento” da “pericolo in atto”. Cioè si può ammazzare pure l’intruso disarmato che però minaccia, anche implicitamente (senza dirlo), di usare un’arma.
La legge Pd prevedeva (e giustamente) che fosse lo Stato a pagare le spese processuali e gli onorari degli avvocati degli imputati assolti o prosciolti per legittima difesa. La legge Lega prevede (e giustamente) che sia lo Stato a pagare le spese processuali e gli onorari degli avvocati degli imputati assolti o prosciolti per legittima difesa.
Fine del gioco. Che ha una conclusione e una morale. La conclusione è che, per fortuna, il Pd e la Lega non sanno mai quello che fanno: pensano che basti una legge, peraltro scritta coi piedi, per impedire ai magistrati di indagare chi uccide l’intruso; e intanto inventano sempre nuove condizioni (“grave turbamento”, “situazione di pericolo”) che andranno accertate dai pm e dai giudici (e da chi, se no?), indagando e talora processando gli sparatori che essi pensano di immunizzare anche dalle indagini. La morale è che quasi tutto quel che avviene nel primo anno dell’Era dei Cattivi era già accaduto – in scala, in nuce o tale e quale – negli ultimi anni dell’Era dei Buoni. Naturalmente quelli del Pd sono liberissimi di cambiare idea e di criminalizzare chi fa quel che facevano loro fino all’altroieri. Non sarà la prima né l’ultima volta: hanno insultato la Raggi per il no alla candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024 dopo aver approvato e applaudito il no di Monti alla candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020; hanno deriso B. perché la menava col Ponte sullo Stretto e poi hanno rilanciato il Ponte sullo Stretto; hanno promesso l’Anticorruzione, con la blocca-prescrizione e il Daspo ai corrotti, poi hanno votato contro e gridato al “giustizialismo manettaro” quando l’ha presentata il ministro Bonafede. Come se le leggi fossero giuste solo perché le propongono loro e sbagliate solo perché le presentano gli altri. Da questi voltagabbana non si può pretendere coerenza. Ma sarebbero gradite almeno le scuse.
“Trova le differenze” di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 6 Marzo 2019

Il grande editoriale di Marco Travaglio: Si fa presto a dire nuovo

 

Marco Travaglio

 

 

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Il grande editoriale di Marco Travaglio: Si fa presto a dire nuovo

 

Si fa presto a dire nuovo

Forse è solo una cambiale da pagare, in vista delle Regionali, al Partito degli Affari e ai suoi numi tutelari torinesi Chiamparino e Fassino, noti trasformisti ex comunisti, ex dalemiani, ex prodiani, ex veltroniani, ex bersaniani, ex renziani e ora zingarettiani.

Ma Nicola Zingaretti che annuncia come prima mossa la visita ai cantieri-fantasma del Tav all’indomani della bella vittoria alle primarie non è un bel sentire.
Se davvero, come dice, il neosegretario Pd vuole “voltare pagina” rispetto al passato della Ditta e del renzismo, quello era l’ultimo posto dove farsi vedere nel primo giorno della nuova avventura. Anche perché, per parlare al mondo produttivo del Nord, ci sono mille altre occasioni un po’ più moderne e avanzate di un vecchio, costoso, inquinante, inutile buco nelle Alpi che neppure i francesi hanno più alcuna intenzione di finanziare.
Ma siccome domani, anzi oggi, è già un altro giorno, si spera che il nuovo segretario riesca presto a dare qualche segnale di vera novità e discontinuità. Quale Pd abbia in mente pareva chiaro l’estate scorsa, quando disse lucidamente “Meno Macron e più equità”, anticipando i gilet gialli e facendo incazzare le Brigitte di casa nostra e sua. Poi contrasse il morbo veltroniano del ma-anchismo, tentando di tenere insieme tutto e il suo contrario in vista delle primarie.
Ora che ha vinto molto più del previsto, con 2 voti su 3, lasciando le briciole a Martina e Giachetti – gli ultimi due travestimenti del fu Renzi – può finalmente parlare chiaro. E uscire dalle fumisterie del politichese che tanta parte hanno avuto nella dannazione del centrosinistra.
Il popolo delle primarie, anche se sempre più esiguo (4,3 milioni per Prodi nel 2005, 3,5 per Veltroni nel 2007, 3 per Bersani nel 2009, 2,8 per Renzi nel 2013, 1,8 per il Renzi-bis nel 2017 e 1,6 per Zingaretti l’altroieri), ha risposto ancora una volta ai gazebo. Come sempre avviene, appena la politica offre una sia pur minima occasione di cambiamento.
Ma, nella società liquida, il nuovo invecchia in fretta, se non fa nulla per mostrarsi tale. Infatti Renzi, visto cinque anni fa come l’ultima spiaggia contro l’arrembante “antipolitica”, è già il vecchio e chi aveva sperato in lui si affida al suo opposto politico-antropologico: Zingaretti.
Il quale dovrà guardarsi da una tentazione che già si sente aleggiare in certi commenti trionfalistici: quella di pensare che la voglia di novità uscita dalle urne il 4 marzo 2018 sia tramontata e che tutte le caselle dell’Ancien Régime possano tranquillamente tornare al loro posto. Zingaretti non è certo nuovissimo, ma alla sua gente sembra tale.
E ha vinto così bene proprio perché appare il più lontano da Renzi e il più vicino a un’idea di sinistra ancora tutta da costruire. Compatibilmente con un partito che ha i gruppi parlamentari nominati e pilotati da Renzi&C., decisi a vender cara la pelle col ricatto della scissione.
Zingaretti, brava persona e politico navigato, sa distinguere gli amici dai nemici interni. Ora dovrà scegliersi anche quelli esterni. E decidere se l’avversario da battere è la destra a tradizione salviniana con i suoi satelliti berlusconiani e meloniani, oppure se – come ripete il pensiero unico mainstream, sposato in pieno dai Calenda e dai renziani – è quel generico “populismo” o “sovranismo” che somma le mele e le pere, cioè i leghisti e i 5Stelle, accomunati dalla propaganda di Repubblica nella ridicola casella delle “due destre”.
Nel primo caso, volente o nolente, il Pd dovrà tentare di staccare i 5Stelle dalla Lega offrendo loro un secondo forno per frenare Salvini, che gioca sempre su due tavoli.
Nel secondo, il Pd resterà ibernato nel freezer a cui Renzi l’ha condannato, nell’attesa vana che i voti perduti tornino spontaneamente all’ovile e gli restituiscano il 40% per governare da solo o con quel che resta di B.
Se invece quello che solo un anno fa era il secondo partito italiano torna in partita, con o senza la famiglia Renzi, non gli mancano le occasioni per mostrare il suo tasso di cambiamento sulle scelte concrete.
Se la linea è ancora “meno Macron e più equità”, cosa intende fare per i 5 milioni di poveri, i 3 milioni di precari e i 7 milioni di lavoratori sotto i mille euro al mese?
I 5Stelle, al netto dei loro pasticci congeniti, han fatto o tentato in un anno per queste categorie più di quanto il Pd in dieci: il pur timido e incompleto dl Dignità (che ha aumentato i contratti stabili e, malgrado le profezie di sventura, non ha provocato licenziamenti di massa); il reddito di cittadinanza che, con tutti i limiti e problemi applicativi che vedremo nelle prossime settimane, è il maggior investimento mai visto per redistribuire ricchezza verso i ceti più deboli; e l’imminente proposta di un salario minimo per tutti annunciata ieri da Di Maio.
Su questi temi l’ex LeU è aperta al dialogo (l’ha detto ieri Scotto al Fatto) e la Cgil di Landini pur dovrà dire qualcosa: che farà Zingaretti?
Tifare per il fallimento del reddito di cittadinanza, riproporre le ricette del precariato e ignorare i salari da fame, cioè restare il partito di Confindustria, non pare una grande idea. Il governo, almeno fino all’estate, non cadrà e, se poi cadesse, il Pd senza i renziani non avrebbe i numeri in Parlamento per governare col M5S.
Il discorso di nuove alleanze si porrà nella prossima legislatura. Ma chi fa politica deve individuare il nemico principale e agire di conseguenza. Finora il Pd si è associato a FI e Lega, con i rispettivi house organ, nella caccia grossa ai 5Stelle.
Che si sono indeboliti parecchio (anche col loro contributo). Ma a guadagnarci è stato solo Salvini.
Vedremo se Zingaretti capirà chi è il nemico del Pd e del Paese. E cosa farà per combatterlo. Cioè per essere non solo il nuovo segretario, ma anche un segretario nuovo.
“SI FA PRESTO A DIRE NUOVO” di Marco Travaglio sul Il Fatto Quotidiano del 5 marzo 2019

Un’altro brillante, irresistibile, spietato editoriale di Marco Travaglio: “I grillini involontari”

 

Marco Travaglio

 

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Un’altro brillante, irresistibile, spietato editoriale di Marco Travaglio: “I grillini involontari”

 

I grillini involontari

Ogni volta che i 5Stelle perdono un’elezione – cioè praticamente sempre, fuorché alle Politiche e nei Comuni mandati in bancarotta da quelli bravi e competenti – tutti si affrettano a decretarne il decesso. E ad annunciare il lieto ritorno del vecchio caro bipolarismo, cioè di quella roulette truccata dove, comunque vada, vince sempre il banco. Intanto torna in scena la Compagnia della Buona Morte di quelli che si credono i peggiori nemici dei 5Stelle, mentre sono i loro migliori alleati. E, appena l’ammucchiata si riappalesa in tutto il suo orrore e fetore, funge da promemoria per gli elettori smemorati o pentiti. Cioè rammenta loro il motivo per cui avevano votato M5S: per non rivedere mai più certe facce.

Prendete Carlo Calenda: all’apparenza, è difficile immaginare un politico (si fa per dire) più incompatibile con i grillini. Invece è uno dei loro migliori supporter. Le trippe e i bargigli esibiti sui social in riva al lago dei cigni ingoiati a colazione, con lo sguardo languido rivolto all’unico esemplare superstite candidato alla merenda, è un messaggio subliminale (anche per lui) agli elettori: cari italiani, non vorrete mica rivedere uno come me al governo, spero, dunque sapete per chi votare.

Prendete Renzi: giura “Non dirò mai una parola contro i giudici” e intanto li attacca gridando al complotto giudiziario a orologeria contro i genitori; dice “Il rancore lo lascio agli altri” e poi ci campa a colazione, pranzo e cena, schizzando bile contro chiunque osi non essere Renzi, con particolare riferimento ai 5Stelle. Messaggio subliminale (anche per lui): ragazzi, io ormai sono un caso umano ambulante, ma ho una sola possibilità di tornare, cioè la sconfitta dei 5Stelle, quindi sappiatevi regolare.

Prendete Maria Elena Boschi: l’altra sera s’è presentata su La7 travestita da professorina occhialuta, riuscendo a sfoderare un look ancor più antipatizzante del solito (e non era facile) e argomenti ancor più suicidi del consueto (e pareva impossibile): con tutto quel che han combinato lei e il padre su Banca Etruria, s’è messa a disquisire dei genitori di Di Maio e Di Battista, rammentando il suo monumentale conflitto d’interessi familiar-finanziario a chi se lo fosse scordato. Messaggio subliminale (anche per lei): nonostante tutto Di Maio e Di Battista sono meglio di me, perché han preso le distanze dai piccoli pastrocchi dei padri, mentre io continuo a difendere mio padre e i suoi pranzetti con Flavio Carboni, ma anche me stessa e i miei giri delle sette chiese per salvare la banca che lui amministrava così bene.

Prendete i tre candidati del Pd. Ieri, nel primo e unico confronto su Sky, avevano l’ultima occasione per far capire agli elettori cosa vogliono, cosa li divide, con chi intendono allearsi contro l’avanzata delle destre (ammesso che per loro sia un problema), quali cose di sinistra hanno in mente (reddito universale? salario minimo? patrimoniale? manette agli evasori? energie alternative?), insomma quale partita si gioca domenica e perché è importante andare ai gazebo. Ma l’hanno astutamente mancata: nessuno ha capito perché siano in tre, visto che dicono più o meno le stesse cose, a parte l’aspetto storico-archeologico del giudizio sulle “riforme” renziane (già peraltro anticipato dagli elettori). Messaggio subliminale (anche per loro): cari elettori di sinistra che avevate votato 5Stelle e ve ne stavate pentendo nel timore dell’ondata di destra, restate pure dove siete e non guardate a noi, perché qui non cambierà mai nulla, la sinistra ci fa schifo (patrimoniale pussa via) e l’ondata di destra non è un problema, semmai un’opportunità, dunque meglio lasciare al governo il M5S a sorvegliare un po’ la Lega e a far qualcosa per i deboli, perché noi sull’economia, lo sviluppo e il lavoro la pensiamo come Salvini&B.

Prendete Sergio Chiamparino, presidente uscente e si spera mai più rientrante del Piemonte: annuncia un referendum sul Tav per tutti “i piemontesi”, “il 26 maggio insieme alle elezioni europee e regionali”, sul “governo che blocca i lavori della Torino-Lione”, in base “all’articolo 86 dello Statuto regionale”. Ora, come spiega il giurista Pepino a pag. 2, quel che ha in mente il buontempone non è né un referendum né un voto per i piemontesi: l’art. 86 dello Statuto prevede una “consultazione” (peraltro consultiva, non vincolante, inutile) “di particolari categorie o settori della popolazione su provvedimenti di loro interesse”. E qui non si sa quali siano i provvedimenti da contestare, visto che il governo non ne ha adottato neanche uno, salvo disporre un’analisi costi-benefici non soggetta a referendum. Ma soprattutto si ignora quali siano le categorie o i settori interessati al Tav. A parte gli abitanti della Val di Susa infestati dal cantiere. Gli altri piemontesi, dai torinesi ai cuneesi, dagli astigiani agli alessandrini, dai novaresi ai verbanesi, hanno lo stesso interesse per il Tav dei lombardi, dei veneti, dei lucani e dei sardi, visto che tutti gli italiani lo pagherebbero caro e salato con le loro tasse. Ma, a tagliare la testa al toro, c’è il fatto che la Regione Piemonte, anche per promuovere questa ridicola “consultazione” tra non si sa bene chi e su che cosa, dovrebbe varare una legge ad hoc. E non l’ha mai varata, né avrebbe il tempo per vararla ora e organizzare il voto, visto che la campagna elettorale sta per partire. Quindi non è un referendum né una consultazione, ma solo la supercazzola di un candidato disperato a caccia di pubblicità. Messaggio subliminale (anche per lui): cari grillini, se noi siamo quelli competenti, meglio che vi teniate i vostri incompetenti, che magari saranno dei pasticcioni, ma almeno non sono dei truffatori.

“I grillini involontari” di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 1 Marzo 2019

Il grande editotiale di Marco Travaglio sull’ipocrisia dei Francesi: “Sovranisti per forza”

 

Marco Travaglio

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Il grande editotiale di Marco Travaglio sull’ipocrisia dei Francesi: “Sovranisti per forza”

Cioè: il governo francese che…

Nasconde da quarant’anni decine di terroristi, assassini e tagliagole italiani…

Manda i suoi gendarmi a sconfinare oltre la frontiera italiana per riportarci i migranti che non vuole…

Paragona i vincitori delle elezioni italiane a “una lebbra che cresce un po’ ovunque in Europa”…

Da dei “bugiardi” ai nostri governanti che parlano di crisi migratoria, mentre ordina respingimenti e tiene chiusi i porti…

Intima al nostro governo di “fare pulizia in casa propria”…

Chiama i nostri governanti “piccoli Mussolini”…

Definisce vomitevole la linea del governo italiano sui migranti…

Ha destabilizzato la Libia con la guerra del 2011 ed ora continua a soffiare sul fuoco sostenendo il noto galantuomo Haftar…

…ora si offende per le dichiarazioni di Di Maio?

MA PER FAVORE…!

 

Sovranisti per forza di Marco Travaglio

Uno fa di tutto per non diventare sovranista, poi legge che il Fondo monetario internazionale accusa l’Italia nientemeno che di “frenare l’economia mondiale”: e solo oggi, all’improvviso, tutto d’un botto.

Prima no, anzi, eravamo l’ombelico del mondo, la locomotiva della galassia, il capofila dell’universo e non ce n’eravamo mai accorti. Poi il 4 marzo, per la prima volta nella loro storia, gli italiani hanno sbagliato a votare, e zac! Ora qualunque disastro accada sull’orbe terracqueo è colpa nostra.

Se, puta caso, la pizza di fango del Camerun perde potere d’acquisto, c’è lo zampino dell’Italia. Spiace per le sorti degli aborigeni australiani, delle zingare del deserto, dei lama tibetani, delle balinesi nei giorni di festa e delle cavigliere del Kathakali: se se la passano male, sanno a chi dire grazie. Ai soliti italiani.

Uno fa di tutto per non diventare sovranista, poi scopre che il governo Macron ha convocato l’ambasciatrice italiana per le “dichiarazioni ostili e immotivate” di Di Maio e Di Battista sul neocolonialismo francese. Che è un po’ come se il governo egiziano convocasse l’ambasciatore italiano per la nostra scarsa collaborazione sul delitto Regeni.

Cioè: il governo francese nasconde da quarant’anni decine di terroristi, assassini e tagliagole italiani aiutandoli a sottrarsi alla nostra giustizia e spacciandoli per perseguitati politici; il governo francese manda la sua Gendarmerie a sconfinare oltre la frontiera italiana per riportare migliaia di migranti che non ha intenzione di accogliere e poi accusa l’Italia di non essere abbastanza accogliente; il presidente francese Emmanuel Macron paragona i vincitori delle elezioni italiane a “una lebbra che cresce un po’ ovunque in Europa” e dava dei “bugiardi” ai nostri governanti che parlano di crisi migratoria, mentre ordina migliaia di respingimenti di migranti a Ventimiglia e tiene ben chiusi i porti francesi; la ministra francese Nathalie Loiseau intima al nostro governo di “fare pulizia in casa propria”, mentre il commissario francese dell’Ue Moscovici chiama i nostri governanti “piccoli Mussolini”; il portavoce del partito di Macron definisce “vomitevole la linea del governo italiano sui migranti”; il governo francese, dopo aver destabilizzato la Libia con la guerra del 2011, continua a soffiare sul fuoco sostenendo il noto galantuomo Haftar; e ora chi convoca chi? Ma per favore.

Uno fa di tutto per non diventare sovranista, poi trova su La Stampa un’articolessa di Bernard-Henri Lévy che racconta la prossima tournée teatrale di Bernard-Henri Lévy. Siccome tocca fare tutto a lui, ora deve “fermare il populismo”. Con le nude mani. “Il mio – spiega il noto paraguru – è il contributo di uno scrittore alla nuova resistenza europea che deve organizzarsi senza tardare”.

Mi raccomando, non prendete impegni: si parte il 5 marzo da Milano e si prosegue in “venti tappe in Europa prima del voto”, “con La Stampa media partner”. “Perché far partire da Milano una campagna contro l’avanzata del populismo?”, domanda Henri Lévy a Henri Lévy. Che, cortesemente, si risponde: “Perché è proprio lì, a Milano, che tutto è cominciato”. Con Mussolini? Con Craxi? No, con B. Ha impiegato appena 25 anni per accorgersene, meglio tardi che mai: “È dagli studi berlusconiani che sono uscite tutte quelle facce clonate, labbra arroganti, silicone e dentifricio, gel per i capelli e sorrisi da rappresentante, che sono diventate il marchio di fabbrica delle ‘democrature’ europee”.

In effetti, dalle ragazze del Drive In a Orbán il passo è breve: una lettura così profonda che ci fa rivalutare persino il Biscione. Anche perché il primo Paese europeo dove B. riuscì a esportare le sue tette e i suoi culi siliconati fu proprio la Francia, grazie a Mitterrand che spalancò le porte a La Cinq quando l’ex trotzkista e maoista BHL gli suonava la trombetta. L’avvocato di B. era tal Sarkozy, poi asceso all’Eliseo fra i perepé di BHL.

Ma su questi e altri dettagli il paraguru sorvola, impegnato com’è a spiegare agli italiani quel che non capisce dell’Italia. Si pensava che si sarebbe preso una pausa, dopo la cattura di Battisti, il pluriassassino latitante che lui spacciava per uno “scrittore arrabbiato e imprigionato” e paragonava a Dreyfus.

Invece coglie l’occasione per scagliarsi con chi l’ha finalmente assicurato alle patrie galere: “un dottore con credenziali false (Conte), un gradasso affetto da un’insana megalomania (Salvini) e un Pulcinella più pusillanime che capace (Di Maio)”, senza dimenticare la Raggi, che si porta su tutto e “consegna Roma alle erbacce e alla prevaricazione in proporzioni mai viste dai tempi di Catone il Censore” (viva Mafia Capitale!).

Insomma: una “riedizione post-moderna del fascismo” agli “ordini di Mosca” e coi soldi degli “amici di Bannon”. In attesa che questo coiffeur pour dames esibisca, sul giornale che combatte le fake news (altrui), uno straccio di prova sulla falsa laurea di Conte, sui cablo di Mosca e sui dollari di Bannon, apprendiamo che gli manca tanto Renzi: ah quelle “sagge decisioni prese in passato, in un anno (febbraio 2014-dicembre 2016, ndr), dal vulcanico Matteo Renzi: diminuzione delle tasse (mai vista, ndr)… modernizzazione della giustizia (ma quando mai, ndr), fine degli sprechi delle Regioni (ma de che, ndr) …”!

Che nostalgia! Purtroppo gli elettori non hanno apprezzato. Cose che càpitano, quando fai votare il popolo al posto di BHL. Il quale ora è molto “arrabbiato” e marcia su Milano “per via di Stendhal”, ma anche degli altrettanto incolpevoli “Dario Fo (che votava 5Stelle, ndr), Leopardi, Verdi, Brecht e i suoi Quattro Soldi”.

Che poi erano tre, ma dev’essere l’inflazione.

Strategia della pensione – Il geniale editoriale di Marco Travaglio sulle pensioni: “La famiglia Boschi per i pensionati ha fatto molto, forse troppo” …Perchè quando la penna di Travaglio si imbatte nell’aretina pidiota è una goduria da orgasmo!

Marco Travaglio

 

 

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Strategia della pensione – Il geniale editoriale di Marco Travaglio sulle pensioni: “La famiglia Boschi per i pensionati ha fatto molto, forse troppo” …Perchè quando la penna di Travaglio si imbatte nell’aretina pidiota è una goduria da orgasmo!

Strategia della pensione

Noi fortunati che abbiamo seguito in tv il cosiddetto dibattito parlamentare sulla manovra di bilancio abbiamo attraversato un’ampia gamma di sentimenti contrastanti. L’invidia per l’atletica prestanza di Emanuele Fiano, che balza felino verso i banchi del governo, si divincola dal placcaggio rugbistico dei colleghi, offre il petto seminudo alla pugna contro gli odiati sovranisti e infine aggira la barriera dei commessi col lancio liftato di un dossier che centra in pieno volto il sottosegretario Garavaglia.

L’entusiasmo per l’intrepido Michele Anzaldi, ieri epuratore e fucilatore di chiunque si permettesse di non beatificare Renzi nella Rai tutta renziana e oggi inconsolabile per la fine del pluralismo in viale Mazzini.

L’idolatria per Filippo Sensi, che fino all’altroieri diramava le veline di Renzi & Gentiloni e ora lacrima come una vite tagliata per il taglio dei fondi pubblici a giornali e Radio Radicale, scambiandoli per “pluralismo”.

La gioia per Giachetti e Fiano che accusano Fico di parzialità perché non silenzia la pentastellata Manzo che accusa imprecisate opposizioni di aver favorito i truffatori delle banche, ma poi tacciono quando le pidine Serracchiani e Bruno Bossio danno della truffatrice alla Manzo.

L’ammirazione per i trafelati scopritori della centralità del Parlamento, o di quel che ne resta dopo il loro passaggio, le loro leggi incostituzionali, le loro mozioni sulla nipote di Mubarak, i loro canguri e ghigliottine, le loro destituzioni di dissidenti, le loro compravendite di parlamentari, i loro decreti senza necessità né urgenza, le loro fiducie smodate (107 solo nella scorsa legislatura), i loro salvataggi impunitari di fior di delinquenti. Il rimpianto per l’assenza in Parlamento di misure d’ordine pubblico, tipo il Daspo, già previste nelle ben più educate curve degli stadi.

E infine una grande empatia per la sofferenza di Graziano Delrio e Maria Elena Boschi dinanzi alle sorti degli adorati pensionati, scippati dalla manovra giallo-verde.

Delrio li chiama tutti in piazza, la Boschi trattiene a stento le lacrime: “La legge di Bilancio taglia tutte le pensioni, non solo quelle d’oro o di platino. Conte dovrebbe pulirsi la bocca quando attacca i pensionati”. In effetti la famiglia Boschi per i pensionati ha fatto molto, forse troppo. Il pensiero corre al pensionato Luigi D’Angelo, che il 28 novembre 2015 si impiccò a Civitavecchia perché aveva appena perso i risparmi di una vita: 100mila euro affidati a Etruria, dopo che il governo Renzi-Boschi aveva azzerato dal giorno alla notte, col cosiddetto dl Salva-banche, il valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate.

Del resto il Pd, per i pensionati, ha sempre avuto un occhio di riguardo. Tipo quando votò il blocco dell’indicizzazione delle pensioni, senza la piena rivalutazione per l’inflazione, ininterrottamente dal 2011 a oggi.

Vediamo nel dettaglio cosa votarono gli attuali paladini dei pensionati. Tra 2012 e 2013, col blocco totale per le pensioni superiori a tre volte il minimo (dai 1500 euro in su), chi prendeva ogni mese 1600 euro lordi ne perdeva 500-600 l’anno; chi percepiva 2100 euro ne perdeva 1500; chi aveva 2600 euro ne perdeva 1800.

Nel 2015 la Consulta bocciò la legge in quanto incostituzionale e ordinò al governo di restituire la refurtiva. Intanto, ai 5,5 milioni di pensionati, erano stati rapinati 8-9 miliardi di euro.

Ma Renzi ne rimborsò appena 2,2 (che secondo l’Upb corrispondeva ad appena il 12% medio delle perdite di ogni pensionato) ed ebbe pure la spudoratezza di chiamare quella mancia “bonus Poletti”: come se quello non fosse un furto con destrezza, ma addirittura un gentile omaggio.

Intanto nel 2014 il governo Letta aveva fatto altri danni: un sistema di perequazioni in cinque fasce, che lasciava quasi intatta la rivalutazione delle pensioni fino al quadruplo della minima, mentre tagliava del 25% la rivalutazione per quelle sopra i 2000 euro lordi e del 50% oltre i 2500. I governi Renzi e Gentiloni prorogarono quel blocco fino al 1° gennaio 2019, lasciando la patata bollente ai successori.

Secondo la Uil, la mancata perequazione delle pensioni fra il 2011 e il 2018, votata da centrodestra e centrosinistra (Monti e Letta) e poi dal solo centrosinistra (Renzi e Gentiloni) è costata 79 euro al mese e 1000 all’anno a ciascun pensionato da 1500 euro mensili. Chi invece percepiva 1900 euro al mese nel 2011 ha perso 1500 euro lordi, pari a una intera mensilità netta.

Che fa ora il governo Conte sulle pensioni?

Tre cose. Abbrevia l’età pensionabile per chi vuole ritirarsi prima (quota 100). Aumenta le minime fino a 780 euro per chi non ha altri redditi (pensione di cittadinanza). E “raffredda” il blocco delle indicizzazioni varato da Letta, Renzi e Gentiloni, rendendolo un po’ meno penalizzante per le pensioni più basse e lasciandolo pressoché inalterato sopra ai 3mila euro.

La battuta di Conte (“Non se ne accorgerebbe nemmeno l’Avaro di Molière”), per quanto infelice, rende l’idea.

Rivalutazione quasi totale, senza blocchi, per le pensioni fino al quadruplo della minima (cioè fino a 2030 euro mensili lordi).
E sacrifici graduali per le pensioni più alte.

La Cgil stima che chi intasca 2030 euro al mese perderà 1 euro nel 2019, 1 euro nel 2020 e 2 euro nel 2021. Chi supera i 2537 euro al mese, dovrà rinunciare a 70 euro l’anno (meno di 7 euro al mese). Chi supera i 3mila euro al mese, “restituirà” circa 180 euro all’anno (15 euro al mese).

E così via a salire, con prelievi più sostanziosi per i pensionati d’oro (già toccati dal contributo di solidarietà). Anche così si finanzieranno il reddito di cittadinanza e quota 100.

Si chiama “redistribuzione della ricchezza” e un tempo era una battaglia della sinistra.

Infatti ora, sulle barricate, ci sono Forza Italia e il Pd.

“STRATEGIA DELLA PENSIONE”, di Marco Travaglio sul Il Fatto Quotidiano del 30 dicembre2018

Marco Travaglio: “Ormai la libertà di stampa è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai giornalisti”

 

Marco Travaglio

 

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Marco Travaglio: “Ormai la libertà di stampa è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai giornalisti”

 

Pesi e misure

di Marco Travaglio

La butto lì, casomai qualcuno volesse riflettere seriamente sul ruolo dell’informazione nell’Italia del 2018, uscendo per un attimo dalle opposte trincee del giornalismo embedded: avete idea di quanti articoli di giornale, servizi di tg e dibattiti da talk show e da social sono stati dedicati ai guai del padre di Di Maio e alla sentenza sulla trattativa Stato-mafia? Da una parte abbiamo tre o quattro operai in nero, tre o quattro abusi edilizi, una betoniera, una carriola e un mucchietto di mattoni abbandonati nella microditta dei genitori di Di Maio (che per ora non risulta aver fatto un bel nulla). Dall’altra abbiamo la Corte d’assise di Palermo che condanna penalmente Marcello Dell’Utri, inventore di FI (il partito che ha dominato la scena politica dal 1994 all’altroieri), e i massimi vertici del Ros dei Carabinieri del 1992-’96, per aver aiutato gli stragisti di Cosa Nostra a ricattare lo Stato a suon di stragi; e condanna politicamente i governi Amato (1992), Ciampi (1993), Berlusconi (1994) per aver subìto quel ricatto mafioso senza mai né respingerlo né denunciarlo.

In quella sentenza si legge, fra l’altro, che: l’allora presidente Scalfaro mentì sotto giuramento ai pm sostenendo di non sapere nulla dell’avvicendamento ai vertici del Dap fra il duro Nicolò Amato e il molle Adalberto Capriotti, mentre era stato proprio lui a imporlo per ammorbidire il 41-bis che un anno prima era costato la vita a Falcone; molti altissimi rappresentanti delle istituzioni mentirono o dimenticarono per anni il proprio ruolo in quel turpe negoziato, ostacolando l’accertamento della verità; l’allora premier Giuliano Amato fu informato nell’estate ’92 della trattativa fra il Ros e il mafioso Ciancimino dalla sua capo-segretaria Fernanda Contri, ma non fece nulla per bloccarla e non ricordò un bel nulla dinanzi ai pm; Violante, presidente dell’Antimafia, fu avvicinato dal colonnello Mori, che gli caldeggiò invano un incontro riservato con Ciancimino, e non ne avvertì mai i pm di Palermo, né allora né quando seppe che indagavano sulla trattativa; mentre B. era al governo, Dell’Utri riceveva nella sua villa a Como il boss Mangano e gli spifferava in anteprima le leggi pro mafia; B. continuò – come faceva da 20 anni – a finanziare Cosa Nostra con versamenti semestrali in contanti almeno fino al dicembre ’94, cioè mentre era premier; senza la trattativa Ros-Ciancimino-Riina-Provenzano, non ci sarebbe stata l’“accelerazione” che indusse Cosa Nostra a sterminare Borsellino e la sua scorta appena 57 giorni dopo aver assassinato Falcone, la moglie e la scorta.

Senza la trattativa – scrivono i giudici – le stragi mafiose si sarebbero interrotte con l’arresto di Riina il 15 gennaio ’93, dunque fu la trattativa a causare gli eccidi della primavera-estate ’93 a Roma, Firenze e Milano (10 morti e 30 feriti). Da due settimane il caso Di Maio (padre) occupa le prime pagine dei quotidiani, le homepage dei loro siti, i titoli dei tg, i dibattiti nei talk e sui social, i discorsi nei bar. Invece all’agghiacciante sentenza Trattativa, che chiude in primo grado uno dei processi più cruciali dell’ultimo cinquantennio, la Norimberga sulle classi dirigenti di sinistra&destra che hanno dominato, e ancora in parte dominano, il potere italiano, giornali e tg hanno dedicato un paio di servizi il primo giorno, e nemmeno fra i principali. Poi silenzio. Zero dibattiti, approfondimenti, inseguimenti modello Iene. Zero domande e dunque zero risposte, autocritiche, scuse al popolo italiano da chi collaborò a metterlo per 25 anni sotto il ricatto mafioso.
Sui guai di suo padre, che non hanno prodotto non dico una sentenza, ma neppure un avviso di garanzia, il vicepremier Di Maio è stato intervistato quattro volte dalle Iene, e bene ha fatto a rispondere, anziché fuggire dal retro e far cacciare i cronisti dalla scorta, come facevano quelli di prima, o seppellirli sotto valanghe di cause civili o minacciare di spezzargli le gambe, come fanno i berluscones e i rignanos. E bene ha fatto suo padre ad ammettere le sue colpe e a mettersi a disposizione delle autorità in due video sul web e un’intervista al Corriere. Ma a voi pare normale che nessuno abbia mai chiesto nulla ad Amato, magari attendendolo sotto casa o davanti alla Consulta, su quel che gli disse la Contri sulla trattativa con la mafia che aveva appena ucciso Falcone e Borsellino? Che nessun politico di destra e di sinistra abbia dovuto scusarsi di aver promosso e coperto Mori&C., anziché degradarli sul campo per aver trattato con Cosa Nostra, omesso di perquisire e sorvegliare il covo di Riina, fatto fuggire Santapaola e Provenzano? Che non una sola domanda sia stata rivolta a B. sui soldi versati alla mafia anche dopo Capaci e via D’Amelio? E che dunque nessuno abbia mai dovuto spiegare o discolparsi per fatti lievemente più gravi di una vasca posticcia, tre ruderi e quattro laterizi? Quale devastazione intellettuale, quale tsunami culturale ha ridotto l’informazione in questo stato comatoso, impermeabile al senso della notizia e financo del ridicolo? Si dirà: le 5.252 pagine della sentenza Trattativa non le ha lette nessuno. Giovedì ne pubblicheremo con Paperfirst una sintesi di un decimo, nel libro Padrini fondatori curato da Marco Lillo e dal sottoscritto. Ma sappiamo tutti che non è questo il punto. Dalla saga Spelacchio alla sitcom Casa Di Maio, quella che chiamiamo “informazione” non ha più nulla a che vedere col diritto-dovere di informare. Quanti pensano di usare il nulla per gettare discredito su chi ha l’unico torto di aver vinto le elezioni, non si accorgono che stanno sputtanando se stessi e l’intera categoria. Ormai la libertà di stampa è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai giornalisti.

Da Il Fatto Quotidiano