“L’altro delinquente” – L’editoriale con cui Marco Travaglio rade al suolo Sallusti

 

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“L’altro delinquente” – L’editoriale con cui Marco Travaglio rade al suolo Sallusti

L’altro delinquente, di Marco Travaglio

Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano del 18 maggio 2018 – Alcuni lettori mi domandano perché l’altra sera, a Dimartedì, non ho risposto ad Alessandro Sallusti che mi dava del delinquente, diffamatore, condannato in Italia e pure “in Europa” (ma sì, abbondiamo: abbondantis abbondandum!). La risposta è semplice: il mio intervento era registrato, il suo in diretta. Meglio così, altrimenti saremmo finiti – come sempre, con gli impiegati di B. travestiti da giornalisti – a parlare di me, anziché di B. La mia condanna, per la cronaca, è una multa di 1.000 euro a Cesare Previti (bi-pregiudicato per corruzione di giudici) per un mio vecchio articolo sull’Espresso che, a causa di un taglio redazionale, era risultato monco di una circostanza favorevole all’ex ministro ed era stato ritenuto diffamatorio. Non ne ho mai fatto mistero, anzi mi sono appuntato la sentenza al petto come una medaglia.

In 35 anni di carriera giornalistica, con 20mila articoli, 35 libri e centinaia di partecipazioni tv (sempre su temi un po’ più delicati del giardinaggio), è l’unica mia condanna penale. Poteva andarmi peggio: nel nostro mestiere il rischio di sbagliare, o di superare i labili confini della “continenza”, è sempre in agguato. In Italia ricadono nella diffamazione i comportamenti più diversi: l’errore in buona fede, magari già rettificato; le campagne di stampa fondate su menzogne e reiterate nel tempo a dispetto delle smentite; la critica o la satira ritenute troppo aspre (“incontinenti”, appunto: va’ a sapere cosa lo è e non lo è). E non c’è verso di ottenere una riforma che distingua una condotta dall’altra.

Tutto avrei immaginato nella vita, fuorché di prendere lezioni sulla diffamazione da un diffamatore incallito come Sallusti (un po’ come prendere lezioni sul femminicidio da Donato Bilancia). E dire che nel 2011 ero stato così ingenuo da spendermi per risparmiargli la galera, convinto com’ero che fosse sproporzionata persino a lui.

Il 17 giugno 2011 Sallusti era stato condannato in appello a 14 mesi di carcere, senza la sospensione condizionale (era pluripregiudicato e plurirecidivo, con ben 7 precedenti penali), per un articolo pubblicato nel 2007 su Libero (da lui diretto all’epoca) con lo pseudonimo “Dreyfus”. Il diffamato era il giudice tutelare Giuseppe Cocilovo, accusato falsamente di aver costretto una ragazzina di 13 anni ad abortire contro la sua volontà: in realtà l’aveva solo autorizzata all’aborto – secondo la legge – su espressa richiesta dell’interessata e della madre. In caso di conferma in Cassazione, Sallusti avrebbe dovuto scontare la pena in carcere o, a sua richiesta, ai domiciliari e ai servizi sociali.

Scrissi che avrebbe potuto rettificare sia pur tardivamente la notizia falsa, scusarsi con Cocilovo e risarcirgli il danno, nella speranza che questi ritirasse la querela. Il diffamato si disse disponibile. Ma Sallusti non solo non rettificò, non si scusò e non risarcì: andò pure a Porta a Porta a proclamare di non aver nulla da farsi perdonare e a diffamare anche i suoi giudici (“sentenza politica”, “magistrati in malafede da condannare e radiare per abuso di potere”). Alla vigilia della Cassazione, il portavoce di Napolitano annunciò che “il Presidente segue il caso e si riserva di acquisire tutti gli elementi utili di valutazione”. Senza spiegare a che titolo interveniva a piedi giunti sulla Corte alla vigilia di un verdetto.

Ma il 26 settembre la Cassazione non si lasciò intimidire e confermò la sentenza d’appello, sottolineando la “spiccata capacità a delinquere” di Sallusti e ricordando che il suo giornale aveva ripubblicato la falsa notizia, già smentita dall’Ansa e dalla Rai, in un altro articolo. L’ennesima prova della sua “coscienza, volontà… e consapevolezza di aggredire la reputazione altrui”. Immantinente, dal Quirinale, partì un nuovo monito: “Il Presidente esaminerà con attenzione la sentenza… relativa alla posizione del direttore del Giornale”. Senza neppure attendere le motivazioni.

Subito, in Parlamento e sui media, partì la mobilitazione generale per fare di Sallusti un cittadino al di sopra della legge: le Camere furono sequestrate per votare una legge su misura per riformare la diffamazione, mentre l’Ordine, la Fnsi e l’intera casta pennuta levavano alti lai contro i “giornalisti in galera”. Peccato che in Italia le condanne inferiori ai 3 anni possano essere scontate in libertà, purché il condannato ne faccia richiesta. Ma Sallusti annunciò che non l’avrebbe fatta: voleva andare in carcere per fare il martire e offrire al padrone un altro pretesto per attaccare i giudici.

A questo punto, in uno Stato di diritto, la giustizia fa il suo corso e il condannato sconta la pena. Ma non nella diarchia di B.& Napolitano. Pur non avendoli chiesti, Sallusti ottenne i domiciliari dalla generosa Procura di Milano, che cambiò le sue prassi apposta per lui. E il 1° dicembre fu prelevato in redazione dalla Digos per essere condotto nella residenza prescelta: quella della fidanzata Daniela Santanchè. Di lì evase subito, sotto gli occhi esterrefatti degli agenti. E si guadagnò un nuovo processo per evasione, da cui fu assolto perché il gesto era “simbolico”. Non contento, Re Giorgio gli concesse la “grazia parziale”, commutando la pena detentiva in una multa da 15mila euro. E fu l’ennesimo abuso di potere: nel 2006 la Consulta ha stabilito che la clemenza presidenziale può essere soltanto un atto “umanitario” per i condannati che abbiano scontato parte della pena e riconosciuto l’errore commesso; non certo un gesto politico che sconfessa una sentenza appena pronunciata, per giunta a vantaggio di un soggetto che insulta i suoi giudici, non fa un minuto di carcere e non si scusa con la vittima.

Così Sallusti prese la sua “spiccata capacità a delinquere” e tornò a diri

Marco Travaglio contro Salvini: “Tra domenica e lunedì è successo qualcosa che non ci viene raccontato”

 

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Marco Travaglio contro Salvini: “Tra domenica e lunedì è successo qualcosa che non ci viene raccontato”

Duro attacco di Marco Travaglio contro Salvini a Di Martedì.

Il direttore del Fatto Quotidiano, collegato con lo studio della trasmissione di La7, ha commentato gli sviluppi della trattativa tra M5S e Lega per la formazione del governo, che sembra essersi arenata ad un passo dalla chiusura dell’accordo.

M5s-Lega, Travaglio: “Salvini? Se non si sgancia da Berlusconi è un fanfarone. Promette ma chiede permesso a papi”

“Cosa sta succedendo tra M5s e Lega? Accade quello che era facile prevedere che succedesse quando una trattativa inizia nell’ambiguità. Prima di sedersi al tavolo con Salvini bisogna sapere se ha appeso per i testicoli Berlusconi, cioè se ha le mani libere. Se non si scioglie questo nodo, è inutile sedersi al tavolo”. Sono le parole del direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, nel corso di Dimartedì (La7). “Già è difficile mettere d’accordo Lega e M5s per l’eterogeneità dei loro programmi” – continua – “e il volume di fuoco che produrrebbe la realizzazione di flat tax, blocco della legge Fornero e reddito cittadinanza. Se poi devi tener conto anche di Berlusconi, non puoi occuparti di corruzione, di evasione fiscale, di mafia, di conflitto d’interessi, cioè non puoi fare praticamente nulla di quello che serve a questo Paese”. E aggiunge: “Sembrava quasi tutto fatto tra Salvini e Di Maio, anche sul nome del premier, poi Salvini è andato ad Arcore ed è uscita un’altra persona. Berlusconi ha letto il contratto di governo e il leader della Lega improvvisamente ha cambiato idea su giustizia e grandi opere. Poi Salvini ha dichiarato al Quirinale che lui deve tenere unito il centrodestra. In più, tra Lega e M5s c’era una intesa di massima sul nome del premier, cioè il professor Conte” – prosegue – “Anche in questo caso, dopo che è stato fatto quel nome, sia pure informalmente, al presidente della Repubblica, si è tornati a zero, il che significa che tra domenica e lunedì è successo qualcosa che non ci viene raccontato. E ce lo deve raccontare Salvini”. Il direttore del Fatto chiosa: “Il leader della Lega ha cambiato le carte in tavola, quindi non so quanto esca bene da questa situazione. E’ stato Salvini a richiamare i 5 Stelle, dopo che questi ultimi lo avevano salutato perché lui non si sganciava da Berlusconi. Se ora Salvini è di nuovo agganciato a Berlusconi, ne uscirà come un fanfarone, che promette, promette, promette, ma poi al dunque deve sempre chiedere il permesso a papà o a papi”

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/16/m5s-lega-travaglio-salvini-se-non-si-sgancia-da-berlusconi-e-un-fanfarone-che-promette-ma-poi-chiede-permesso-a-papi/4358941/

 

Marco Travaglio: “Anche da riabilitato Berlusconi delinquente era e delinquente rimane”…!!

 

Travaglio

 

 

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Marco Travaglio: “Anche da riabilitato Berlusconi delinquente era e delinquente rimane”…!!

“Possiamo tranquillamente concludere che anche da riabilitato Berlusconi delinquente era e delinquente rimane”.

Così Marco Travaglio al Salone del Libro di Torino nel corso della presentazione del suo ultimo libro sul leader di Forza Italia intitolato “B come Basta”.

“Non vorrei deludere Sallusti e gli altri fan – ha detto Travaglio – ma la riabilitazione non significa che i giudici hanno detto di essersi sbagliati a condannarlo”.

La riabilitazione di Berlusconi, ha spiegato il direttore del Fatto Quotidiano, “nel sistema giudiziario è un fatto puramente tecnico”.

“Quando un pregiudicato ha scontato la pena – ha proseguito – in Italia se ti becchi 4 anni sconti 10 mesi in un ospizio, questo è il massimo a cui si può arrivare, e tieni buona condotta, dopo la condanna definitiva e un certo numero di anni ti tolgono la sentenza di condanna dalla fedina penale e quindi cancellano tutti gli effetti della sentenza”.

E ha precisato: “Non è che se il Mostro di Firenze a un certo punto ottiene la riabilitazione vuol dire che lui non era il Mostro di Firenze. Vuol dire che era il Mostro di Firenze e che poi si è comportato bene e ha espiato la pena”.

“Quindi – ha concluso – anche da riabilitato Berlusconi delinquente era e delinquente rimane”.

Nel suo editoriale di domenica 13 maggio, Travaglio ha scritto che “sapevamo tutti” della riabilitazione di Berlusconi a partire dal 2019, così come sapevamo che, nel caso in cui la legislatura fosse proseguita, B. “avrebbe preso uno a caso dei suoi eletti nell’uninominale e l’avrebbe “convinto” a dimettersi per candidarsi al suo posto alle elezioni suppletive in quel collegio”.

Ora pare che B. si appresti a tornare in Parlamento, ma, ha osservato il giornalista “all’atto pratico, non cambierà nulla” in quanto l’ex Cav “in Parlamento non ha quasi mai messo piede neppure quand’era deputato e continuerà a non mettercelo neanche se sarà rieletto”.

 

 

tratto da: https://www.silenziefalsita.it/2018/05/14/travaglio-anche-da-riabilitato-berlusconi-delinquente-era-e-delinquente-rimane/

“I furbi fessi” – Il fantastico editoriale di Marco Travaglio con le 10 leggi di Berlusconi… Non dico da leggere, è proprio da imparare a memoria!

 

Marco Travaglio

 

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“I furbi fessi” – Il fantastico editoriale di Marco Travaglio con le 10 leggi di Berlusconi… Non dico da leggere, è proprio da imparare a memoria!

 

“I furbi fessi”: editoriale di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – da Il Fatto Quotidiano del 22 aprile 2018)

I casi sono due: o Di Maio e Salvini sono molto furbi, o sono molto fessi. Sarebbero molto furbi se fossero già d’accordo per un governo 5Stelle-Lega (senza B.), con tanto di ministri e programma (reddito di cittadinanza e flat tax, oppure flat reddito, o magari tax di cittadinanza), e inscenassero questa quotidiana pantomima dei forni aperti, chiusi, socchiusi, accesi, spenti, tiepidi, per arrivare alle elezioni friulane di fine aprile col divorzio definitivo della Lega da FI. Sarebbero molto fessi se davvero pensassero di poter governare insieme senza rompere il centrodestra, cioè con l’appoggio esterno, anzi il concorso esterno di un Berlusconi miracolosamente pronto al “passo indietro” o “di lato”. Cosa che pare Salvini abbia garantito prima a Di Maio e poi a Mattarella, salvo venire sbugiardato a stretto giro dal Caimano a suon di insulti e minacce. Facendo fare la figura del pollo al primo e mandando su tutte le furie (compatibilmente col personaggio) il secondo. Nel primo caso, i due leader vincitori (parziali) delle elezioni non avrebbero bisogno di consigli, se non quello di spiegarci al più presto come intendono colmare le distanze abissali che li separano in politica interna, estera, economica, giudiziaria, migratoria, fiscale, sociale, scolastica, sanitaria e così via. Nel secondo, invece, ne avrebbero bisogno eccome, essendo ignari delle dieci leggi che da ben 82 anni regolano l’esistenza di Silvio Berlusconi e ne rendono prevedibile ogni mossa.

1. Legge di Montanelli/1. “Berlusconi mente ogni volta che respira”.

2. Legge di Montanelli/2. “Berlusconi è un bugiardo sincero, perché finisce col credere alle sue menzogne”.

3. Legge di Biagi. “Se avesse una puntina di tette, Berlusconi farebbe anche l’annunciatrice”.

4. Legge di Cecchi Gori. “Berlusconi, se gli dai un dito, ti si prende il culo”.

5. Legge del Tribunale. “Berlusconi ha una naturale capacità a delinquere”.

6. Legge di Confalonieri. “La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera con l’accusa di mafia”.

7. Legge di Ferrara (Giuliano)/1. “Berlusconi è entrato in politica per salvare la roba”.

8. Legge di Ferrara/2. “Il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile… Per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti”.

9. Legge di Renzi (o di Bossi, o di D’Alema, o di Veltroni). Chiunque si sieda al tavolo con Berlusconi per trattare, muore. I cimiteri sono lastricati di lapidi degli ex leader che pensavano di metterlo nel sacco.

10. Legge di Fini (o di Boffo, o di Di Pietro, o di Montanelli, o di molti altri). Berlusconi conosce solo tre approcci umani e politici: o ti compra, o ti massacra, o sei Dudù.

Se Salvini e Di Maio hanno ipotizzato anche per un istante che B. si ritirasse in buon ordine, regalando i suoi voti senza contropartite a un governo dominato da due leader che lo vogliono (politicamente) morto, c’è da dubitare della loro sanità mentale. Ora, la storia insegna che il Caimano era uso scegliersi e poi a telecomandare almeno i ministri della Giustizia e delle Comunicazioni anche quando stava all’opposizione, figurarsi nell’ipotesi di un appoggio esterno. Che, a quanto abbiamo capito, non sarebbe un voto gratuito dato motu proprio senza contropartite, che nessuno potrebbe impedire: sarebbe il frutto di un programma concordato con lui da Salvini e poi portato al tavolo con Di Maio. Programma che, ovviamente, escluderebbe qualunque intervento su conflitto d’interessi, mafia, corruzione, evasione fiscale, prescrizione, sistema televisivo, affollamenti pubblicitari. Una mega-truffa nascosta sotto una piccola foglia di fico, che cancellerebbe le ragioni sociali dei 5Stelle per tutelare quelle di FI, anzi di Mediaset, salvando la faccia a Salvini e facendola perdere a Di Maio. Però l’idea che nel 2018 esista ancora qualcuno – Salvini – che crede alla parola di B., è già affascinante. Ma che esista pure un altro – Di Maio – che crede alla parola di Salvini che crede alla parola di B., è straordinario. Poi, si capisce, c’è anche l’ipotesi che davvero Salvini trovi la forza e il coraggio di mollare B., al costo di ridursi a fare il leader della Lega al 17% anziché il capo del centrodestra al 37%. Ma, visti i precedenti, sarebbe uno spettacolo che non ci perderemmo per nessuna ragione al mondo. Prepariamo i pop-corn.

…E Travaglio zittisce tutti: “Il punto di forza del M5S, che nessuno è riuscito ancora a scalfire, è che NON RUBANO”

 

Travaglio

 

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…E Travaglio zittisce tutti: “Il punto di forza del M5S, che nessuno è riuscito ancora a scalfire, è che NON RUBANO”

Di Martedì il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti ha detto che in effetti il M5S al governo lo abbiamo già visto a Roma, Livorno, Torino, i cui sindaci sono tutti indagati.

Il giornalista ha menzionato il caso di Nogarin, il sindaco di Livorno indagato per omicidio colposo per l’alluvione del settembre scorso.

Sallusti, però, deve aver dimenticato che i 5 Stelle, nelle città da loro amministrate hanno ereditato situazioni disastrose e buchi milionari.

Ma non solo. A ricordare la differenza tra le indagini sui 5 Stelle e quelle sui tanti esponenti degli altri partiti ci ha pensato Marco Travaglio, il quale, collegato con lo studio di Floris, ha detto:

“M5S? Ha fatto molti errori e ha incontrato tante difficoltà nel governo delle città. Ma il loro punto di forza, che nessuno è riuscito ancora a scalfire, è che non rubano. E penso che la gente sappia distinguere tra un avviso di garanzia per una disgrazia e un avviso di garanzia per una ruberia”.

E ancora:

“Quando il M5S si comporterà come gli altri, anche dal punto di vista del rubare e del mettersi in tasca i soldi dei cittadini o del favorire gli amici degli amici, allora si potrà dire che i

5 Stelle sono come gli altri. E perderanno quel consenso che oggi hanno. A oggi ce l’hanno proprio perché almeno sul punto della questione morale si sono dimostrati diversi dagli altri. Poi un conto è governare in una città indebitata, un conto è governare il Paese”

Il direttore del Fatto Quotidiano ha anche parlato del fatto che sia Berlusconi che Renzi hanno dichiarato che il loro avverso è il M5S:

“Ha detto che i suoi avversari sono i 5 Stelle, esattamente come Renzi. Evidentemente c’è qualcosa che non ci dicono, se il polo di centrodestra e il polo di centrosinistra individuano come avversario il M5S e non rispettivamente il centrosinistra e il centrodestra. Forse Renzi e Berlusconi pensano di essere molto simili, se non già alleati in pectore in vista del dopo-elezioni”.

tratto da: https://www.silenziefalsita.it/2018/01/17/travaglio-a-di-martedi-il-punto-di-forza-del-m5s-che-nessuno-e-riuscito-ancora-a-scalfire-e-che-non-rubano/

Travaglio vs Boschi: “Ha mentito – in un Paese serio la sua carriera politica finirebbe oggi!” …Ma a Travaglio sfugge un piccolo dettaglio: NON SIAMO IN UN PAESE SERIO…!

 

Travaglio

 

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Travaglio vs Boschi: “Ha mentito – in un Paese serio la sua carriera politica finirebbe oggi!” …Ma a Travaglio sfugge un piccolo dettaglio: NON SIAMO IN UN PAESE SERIO…!

Boschi vs Travaglio: “Lei mi odia”. “Ha mentito e in un Paese serio la sua carriera politica finirebbe oggi”

Polemica rovente a Otto e Mezzo (La7) tra la sottosegretaria Maria Elena Boschi e il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, in merito alla vicenda della Banca Etruria. Boschi accusa: “Il dottor Travaglio non contesta nel merito quello che faccio e non faccio per la mia attività politica, che a lui non piace. E’ noto, lo scrive sul suo giornale ogni due giorni e lo ha detto anche qui, dove spesso è ospite. Non può trasformare l’odio verso di me in una battaglia politica. Lui mi odia? Va bene, ma cerchi almeno di rispettare la verità dei fatti”. Gruber chiede a Travaglio se vuole chiarire i suoi “sentimenti” di antipatia, come ha denunciato Boschi. Travaglio ride e puntualizza: “Dei miei sentimenti non frega nulla a nessuno. Io faccio il giornalista, critico i politici quando penso che facciano male, li elogio quando penso che facciano bene. Era Berlusconi ad aver introdotto le categorie dell’amore e dell’odio in politica. A me dei politici non importa niente né in un senso, né nell’altro. Li giudico per quello che fanno”. Travaglio poi elenca i motivi per cui l’ex ministro Boschi ha mentito. E chiosa: “La Boschi sulla vicenda Etruria non avrebbe dovuto mettere becco. In un Paese serio la sua carriera politica finirebbe oggi

 

fonte: Il Fatto Quotidiano

Un intervento epico di Marco Travaglio: “Cos’è la politica? È celebrare Falcone e Borsellino e poi trattare con la mafia”.

Marco Travaglio

 

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Un intervento epico di Marco Travaglio: “Cos’è la politica? È celebrare Falcone e Borsellino e poi trattare con la mafia”.

Un discorso epico di Marco travaglio da condividere assolutamente! Parole che rimarranno nella storia pronunciate nel corso di un duello con Gad Lerner su politica e antipolitica, durante la trasmissione “Quello che non ho” su La7.

Queste le sue parole:
Oggi la VERA anti-politica è quella che noi chiamiamo politica:
E’ scendere in campo anzichè salire;
E’ fondare un partito per non andare in galera e per non fallire per debiti;
E’ far eleggere gli avvocati e i coimputati per non farli parlare;
E’ stare in parlamento 30 o 40 anni pensando che il rinnovamento consista nel cambiare continuamente il nome al partito;
E’ usare le Camere come alternative al carcere, alla latitanza e alla comunità di recupero;
E’ usare come ufficio di collocamento per amici, parenti e amanti, il Parlamento, la Rai, i giornali, asl, ospedali, aziende pubbliche, banche, istituti culturali, cinema;
E’ andare solo a “Porta a Porta” per non rispondere mai a domande;
E’ celebrare Falcone e Borsellino e  poi trattare con la mafia, o chiederle i voti, o stringere la mano ad Andreotti, Cuffaro, Cosentino, Dell’ Utri;
E’ sfilare al family day e poi andare a puttane;
E’ fare il presidente della Repubblica a 84 anni e lanciare moniti per la politica e per i giovani;
E’ fare il presidente del Senato essendo indagato per mafia;
E’ chiamare le guerre “missioni di pace”, l’impunità “garantismo”, la legalità “giustizialismo”, la prescrizione “assoluzione”, l’inciucio “dialogo”, i fischi “terrorismo”, i bordelli “cene eleganti”, le orge “gare di burlesque”;
E’ chiamare i caduti sul lavoro “morti bianche”, per far sembrare meno morti i morti e meno assassini gli assassini;
E’ dire che è sempre colpa del governo precedente, della crisi mondiale, dello tsunami, delle toghe rosse, dell’ euro, della Merkel e di Adamo ed Eva;
E’ promettere tagli alla casta e poi non farli;
E’ rapinare i pensionati e i lavoratori perchè i banchieri, i miliardari e gli evasori fiscali corrono troppo veloci;
E’ dire “ce lo chiede l’ Europa”, ma quando l’ Europa ci chiede una legge anti-corruzione si faccia i cavoli suoi;
L’ intervento integrale
Questo ed altro nell’epico intervento integrale di Marco Travaglio, seguito da Gad Lerner che potete vedere QUI
fonte: http://siamolagente2016.blogspot.it/2017/05/marco-travaglio-cose-la-politica-e.html

Travaglio distrugge il duo Renzi & Boschi: proprio loro che per le crisi bancarie non hanno mosso un dito, contribuendo ad un crac da 60 miliardi, ora chiedono la testa di Visco. Sarebbe una barzelletta se non fosse uno scandalo!

Travaglio

 

 

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Travaglio distrugge il duo Renzi & Boschi: proprio loro che per le crisi bancarie non hanno mosso un dito, contribuendo ad un crac da 60 miliardi, ora chiedono la testa di Visco. Sarebbe una barzelletta se non fosse uno scandalo!

Durissimo editoriale di Marco Travaglio contro Matteo Renzi e Maria Elena Boschi sulla vicenda banche.

L’ex premier nei giorni scorsi ha chiesto la testa del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco in quanto giudicato responsabile del disastro bancario. Marco Travaglio, nonostante concordi sulla responsabilità di Visco, definisce una “barzelletta”, se non uno “scandalo”, il fatto che a richiedere la rimozione di Visco siano i due rappresentanti del governo Renzi, che sulle banche ne ha combinato di tutti i colori.

Scrive Travaglio:

“Di Boschi e di riviera”

Che la Vigilanza di Bankitalia non abbia vigilato sui crac bancari, lo sanno anche i bancomat. Che Ignazio Visco, detto Tutto-va-ben-madama-la-marchesa, in un Paese serio non sarebbe più governatore da un pezzo, non ci sono dubbi (chi ne avesse ancora si legga Giorgio Meletti a pag. 2). Ma che a chiedere la sua testa sia il duo Renzi&Boschi, sarebbe una barzelletta se non fosse uno scandalo. Chi ha lasciato marcire per anni le crisi bancarie senza muovere un dito, per non turbare l’ottimismo obbligatorio fino al referendum del 4 dicembre 2016, contribuendo a far lievitare il conto di quei crac fino a 60 e passa miliardi a carico dello Stato? Il governo Renzi-Boschi. Ora, in linea con la regola aurea dei governi italiani – il bue che dà del cornuto al bue – siamo alla guerra per banche: ciascuno cerca un capro espiatorio da immolare sull’altare delle urne. E vedremo chi resterà col cerino in mano. Ma sarebbe paradossale se fosse il solo Visco, senza portarsi dietro il resto della compagnia. Se salta lui, non si vede come possa restare la sottosegretaria Boschi, favoritissima al premio Conflitto d’Interessi 2014-2017 (prima l’ambito riconoscimento era esclusiva di B.): una preziosa scultura di una faccia di bronzo.

Il 18.12.2015, prima che la Camera respinga la mozione di sfiducia M5S-Sel sul suo conflitto d’interessi di ministra e di azionista e figlia del vicepresidente di Banca Etruria, la statista di Arezzo giura: “Non c’è alcun conflitto d’interessi né favoritismo né corsia preferenziale: non ho tutelato la mia famiglia, ma solo le istituzioni… Si dimostri che ho favorito mio padre o che son venuta meno ai miei doveri istituzionali e sarò la prima a lasciare l’incarico”. E la sfanga.

Il 10.1.2016 torna sull’argomento in un’intervista al Corriere: “L’ipotesi di un mio conflitto di interessi è a dir poco fantasiosa… Se la cosa non fosse così seria, mi farebbe anche sorridere il fatto che alcuni autorevoli esponenti oggi prendano determinate posizioni, pur sapendo che sono le stesse persone che un anno fa suggerivano a Banca Etruria un’operazione di aggregazione con la Banca Popolare di Vicenza. Se fosse stata fatta quell’operazione, oggi avrebbero avuto un danno enorme i correntisti veneti e quelli toscani”. Un attacco alzo zero a Visco che aveva caldeggiato la fusione Etruria-Vicenza. Poi purtroppo si scopre che la ministra ha mentito. Non una, ma più volte.

1) Nel marzo 2014, un mese dopo la nascita del governo Renzi, Maria Elena e Pier Luigi Boschi (membro del Cda di Etruria) ricevono nella loro villa di Laterina tre banchieri.

Sono – come rivela, mai smentito, Meletti – il presidente e l’ad di Veneto Banca, Flavio Trinca e Vincenzo Consoli, e il presidente di Etruria Giuseppe Fornasari. Tema del vertice segreto: come resistere, con l’appoggio del nuovo governo, alle richieste di Bankitalia per fondere Etruria e Veneto Banca con Pop Vicenza. A maggio il papà della neoministra diventa vicepresidente di Etruria col neopresidente Lorenzo Rosi. I due bussano a tutte le porte, anche a quella del bancarottiere Carboni. Ma invano.

2) Nel gennaio 2015 – rivela Ferruccio de Bortoli – un mese prima del commissariamento di Etruria chiesto da Bankitalia al governo, la Boschi chiama l’Ad di Unicredit Federico Ghizzoni e gli chiede di rilevare una a caso delle varie banche decotte: Etruria. Ghizzoni inoltra la richiesta alla manager Marina Natale, che dà parere negativo. La Boschi smentisce e annuncia querela a De Bortoli (mai fatta). Renzi, nel suo libro Avanti, scriverà che “chiedere a Ghizzoni di studiare il dossier Etruria sarebbe stato come minimo ridondante visto che era un dossier che stavano studiando tutti”. E così sembra confermare lo scoop di De Bortoli, senza spiegare a che titolo la Boschi avrebbe chiamato il banchiere (non è il ministro del Tesoro e i ministri economici erano ignari dell’iniziativa).

3) Il 3.2.2015 manca una settimana al commissariamento di Etruria. Il governo Renzi ha appena varato il decreto che riforma le banche popolari (Etruria inclusa), imponendo loro di trasformarsi in Spa più grandi (qualcuno l’ha saputo in anticipo, ha fatto incetta di azioni Etruria e ci fa un sacco di soldi visto che il titolo si gonfia in pochi giorni fino al 60%). Quel giorno Consoli fa due telefonate (intercettate dai pm che indagano su Veneto Banca). Una al capo della sede di Bankitalia a Firenze: “Io chiamo Pier Luigi e vedo se mi fissa un incontro, anziché con la figlia, direttamente col premier”. L’altra a Pier Luigi Boschi, che promette: “Io ne parlo con mia figlia, col presidente (Renzi, ndr) domani e ci si sente in serata”.

4) L’altroieri, dal treno, Renzi ordina la dichiarazione di guerra a Visco: la scrive il capogruppo Rosato col contributo della Boschi e della sua fedelissima Silvia Fregolent. La sottosegretaria, che segue come una badante il premier Gentiloni, si dimentica di avvertirlo del blitz, lasciando all’oscuro anche i ministri e soprattutto il presidente Mattarella. I quattro non la prendono bene. Parlano di “tradimento”. I cronisti descrivono la sottosegretaria al Quirinale “appartata, abbacchiata e silenziosa”. Manca solo che i corazzieri le passino spazzola e strofinaccio per farsi lustrare le sciabole e spolverare i pennacchi. Lei non parla con nessuno, anche perché nessuno parla con lei (ma Gentiloni, cornuto felice, è costretto a difenderla, almeno in pubblico). Però qualcuno dovrebbe dirglielo: cara, hai mentito al Parlamento, hai interferito nell’affare Etruria, continui a impicciarti di banche mentre, alla sola parola, dovresti nasconderti sotto la scrivania: ora basta. Tòrnatene a Laterina e non farti più vedere, men che meno accompagnata dai genitori.

L’articolo su Il Fatto Quotidiano.

 

Il fantastico editoriale di Marco Travaglio: Benvenuti in Culonia

Marco Travaglio

 

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Il fantastico editoriale di Marco Travaglio: Benvenuti in Culonia

Ci sono giornate che cominciano uggiose e non inducono proprio al buonumore. Poi giunge notizia che Antonio Tajani, a nome di FI e dunque di B., si è molto congratulato con la Merkel per il suo quarto cancellierato e ha rivelato che lei e Silvio hanno appena avuto “due lunghi e approfonditi incontri, non sono mai stati così vicini”, e uno subito si rianima. Siccome siamo un Paese senza memoria che confida nella smemoratezza altrui, ecco un breve riepilogo dei rapporti bilaterali Berlino-Arcore.

Quand’era premier, sinceramente offeso dall’intollerabile serietà della Cancelliera, B. le provò tutte per sbeffeggiarla e umiliarla: una volta le fece il cucù, un’altra la lasciò per mezz’ora sotto il sole mentre lui era al telefono (“con Erdogan”, disse poi, essendo un madrelingua turco) e così via. Lei lo ripagò il 23 ottobre 2011 con la famosa risata in duo con Sarkozy, e chissà se sapeva che un anno prima il Fatto aveva riferito una voce ricorrente in Transatlantico: i fedelissimi di B. erano terrorizzati che uscissero, dalle procure di Milano o Napoli o Bari, intercettazioni compromettenti fra lui, i suoi papponi e le sue escort. Compromettenti non per l’attività di puttaniere, che anzi faceva punteggio. Ma per l’abitudine a catechizzare, nelle cene eleganti pre-bungabunga, le papigirl sulle sue mosse diplomatiche ai vertici internazionali, e a condire il tutto con sapidi aneddoti e soprannomi. Purtroppo quello della Merkel era “culona inchiavabile”.

Le intercettazioni poi non uscirono (o non c’erano, o furono stralciate per irrilevanza penale), ma chi lo conosceva giurava che il Gran Simpatico la chiamava così, amichevolmente, con tutti. Infatti la stessa voce fu raccolta da Selvaggia Lucarelli nel suo blog. L’indiscrezione, rimbalzata sui giornali tedeschi, da Bild a Die Welt, cadde nel più impenetrabile silenzio dell’entourage berlusconiano: nessun commento né smentita. Poi, un anno più tardi, subito dopo la risata Merkel-Sarkozy, B. perse la maggioranza e si dimise. Poi prese ad accusare apertamente la Merkel, in combutta con Sarkò, Obama, Napolitano e il mago Otelma, di aver congiurato contro il suo governo, in quello che doveva essere, se non andiamo errati, il quarto o il quinto “golpe” ai suoi danni dal ’94. Lo ribadì papale papale nel gennaio 2013 a Servizio Pubblico, accusando il governo tedesco di aver aizzato la Deutsche Bank a vendere titoli di Stato italiani per far schizzare lo spread. La Costamagna gli mostrò una lettera di smentita della banca tedesca, ma lui rispose che allora sarà stata la Bundesbank (finiva sempre per bank).

Intanto i suoi giornali, parlando con cognizione di causa e sapendo di far cosa gradita al Capo, avevano iniziato a chiamare la Merkel con quel grazioso vezzeggiativo. Cominciò Libero di Belpietro: “Angela è davvero una culona. Il primo a dirlo fu Kohl” (27.11.2011). Proseguì il Giornale di Sallusti: “La caduta di Berlusconi: è stata la culona” (31.12.2011). E così via, anche a sproposito, persino negli eventi sportivi. Tipo quando la nostra Nazionale eliminò la Germania agli Europei 2012: “Ciao ciao culona” (il Giornale, 29.6.12). “Vaffanmerkel”, “Due calci nel culone” (Libero, 29.6.12). Angela perdeva 10 chili? “Merkel a dieta: anche lei si vede culona” (Libero, 7.5.2014). Così, dando ormai la cosa per fatto notorio, un giornalista della Bbc, Jeremy Paxman, pose a B. la domanda che nessun collega italiano aveva mai osato fare: “Scusi, è vero che ha definito Angela Merkel ‘culona inchiavabile’?”. L’interrogativo sortì sul Lord Brummel brianzolo l’effetto del gas paralizzante: una lunga, interminabile paresi, tipo fermo-immagine (il tempo per l’interprete di riaversi dallo choc e trovare le parole per tradurre un’espressione non proprio tipica del linguaggio politico diplomatico), seguita dal moto ondulatorio e sussultorio della mano destra che faceva cenno di passare alla domanda successiva. Deborah Bergamini, la sventurata portavoce, dovette vergare una nota ufficiale per smentire qualsivoglia imbarazzo, incolpare la Bbc di un taglio politico, precisare che nella versione integrale B. smentiva di aver mai insultato Merkel o altri, spiegare l’apparente paralisi con la vigile attesa della traduzione.

Da: Il Fatto Quotidiano del 28/09/2017.

 

“Silvio Prescrizioni”: di Marco Travaglio

 

Silvio

 

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“Silvio Prescrizioni”: di Marco Travaglio

 

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Ieri Silvio Berlusconi ha collezionato la nona prescrizione della sua brillante carriera di imputato nel processo d’appello per la corruzione del senatore Sergio De Gregorio, passato nel 2006 dall’Idv a Forza Italia per la modica cifra di 3 milioni di euro, di cui almeno 1 in nero. In primo grado era stato condannato a 3 anni di reclusione. La prescrizione, specie quando scatta dopo la condanna in primo o secondo grado, non significa assoluzione, ma il contrario: l’imputato è colpevole, però la fa franca perché è trascorso troppo tempo. Se fosse innocente, il giudice dovrebbe assolverlo – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 21 aprile 2017, dal titolo “Silvio Prescrizioni ”.Del resto gli innocenti che vogliono essere assolti nel merito da un reato infamante, rinunciano alla prescrizione per farsi giudicare oltre i termini: B. se n’è sempre guardato bene. Anzi nel 2005 impose la legge ex-Cirielli (il proponente di An se ne dissociò) che di fatto ne dimezzava i termini, raddoppiando i processi destinati al macero e i colpevoli all’impunità. Il tutto in un Paese già affetto da regole processuali demenziali (almeno per gli onesti): mentre in tutti gli altri Stati la prescrizione decorre da quando il reato viene commesso oppure si interrompe alla richiesta di rinvio a giudizio o al rinvio a giudizio o alla condanna di primo grado, qui parte quando il reato viene commesso e non finisce mai, infatti può scattare persino alla vigilia della condanna in Cassazione. Una pacchia che i politici hanno disegnato su misura di sé medesimi e degli altri colletti bianchi, salvo fingere sdegno se ad approfittarne sono gli altri criminali, quelli fuori dal giro.

Ovviamente, il fatto che ieri anche la Corte d’appello di Napoli abbia ritenuto B. colpevole di aver corrotto un senatore della maggioranza per annetterlo all’opposizione, agevolando la caduta del governo Prodi nel 2008, cioè per il reato grave che possa commettere un politico ne ll ’esercizio perché ribalta le regole più elementari della democrazia, nei tg e sui giornaloni finirà tra le brevi di cronaca: B. è il più grande prescritto della storia non solo per la giustizia, ma anche per l’“informazione”, dunque per la memoria degli italiani. Tant’è che Forza Italia – fondata da un pregiudicato pluriprescritto e ideata da un attuale detenuto per associazione mafiosa – continua a raccogliere il 12-13% dei consensi e si accinge a correre per il primo posto alle elezioni con Lega e FdI. E viene indicata dal capogruppo Pd Luigi Zanda e dal ministro Carlo Calenda come il principale interlocutore del centrosinistra per una grande coalizione democratica che, al prossimo giro, salverà l’Italia e l’EurC hi si azzarda a ricordare i precedenti penali del Caimano e della sua ghenga viene sommerso da fischi e pernacchie: “Ancora i processi a B.? Ma è un’ossessione!”. Ebbene sì: ecco, in sintesi, quello che i giudici hanno finora accertato su questo recordman mondiale di delitti senza castigo. Facile immaginare quanti anni di galera (non di servizi sociali) avrebbe collezionato in un altro Paese: uno a caso fra quelli (tutti) che non conoscono strane usanze tribali come la prescrizione eterna e le amnistie e gl’indulti à gogo.

Mettiamo da parte i processi vinti: 4 assoluzioni (3 dubitative per corruzione della Guardia di Finanza, corruzione Sme-Ariosto-1 e fondi neri Medusa; una piena nel caso Ruby), 2 proscioglimenti (Mediatrade) e 18 archiviazioni (4 a Milano per traffico di droga, Progetto Botticelli, Telepiù, Edilnord commerciale; una a Caltanissetta per le stragi del ’92; una a Firenze per le stragi del ’93; 6 a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio; 5 a Roma per i voli di Stato, la compravendita di altri senatori, il caso Saccà, il caso Sanjust e il caso Agcom-Annozero; una a Madrid per Telecinco). Sospendiamo il giudizio sui due processi in corso (corruzione di testimoni nel Ruby-ter a Milano; induzione a mentire del teste Gianpaolo Tarantini a Bari).

E concentriamoci su quelli che hanno accertato o dichiarato altamente probabile la sua colpevolezza. B. ha frodato 7,3 milioni al fisco col trucco dei diritti Mediaset (condanna definitiva a 3 anni). Ha giurato il falso sull’iscrizione alla P2 (amnistia n.1). Ha pagato in nero i terreni della villa di Macherio (amnistia n.2). Ha frodato il fisco col trucco dei diritti Mediaset per circa 350 milioni di dollari (prescrizione n.1 di tutte le appropriazioni indebite e gran parte delle frodi fiscali durante il processo approdato alla condanna). Ha fatto corrompere dai suoi avvocati Previti&C. il giudice Vittorio Metta per scippare la Mondadori a De Benedetti (prescrizione n.2 in appello). Ha pagato 21 miliardi in nero a Bettino Craxi (prescrizione n.3 in appello al processo All Iberian-1 dopo la condanna in tribunale a 2 anni e 4 mesi) e falsificato i bilanci per stornare i relativi fondi neri in Svizzera (proscioglimento al processo All Iberian-2 perché il fatto non è più reato n.1, avendolo lui stesso depenalizzato). Ha falsificato i bilanci delle sue aziende, come accertato nei processi Milan-Lentini (prescrizione n. 4), contabilità Fininvest 1988-’92 (prescrizione n.5), consolidato Fininvest (prescrizione n.6), Sme-Ariosto-2 (proscioglimento perché il fatto non è più reato n.2, avendolo lui stesso depenalizzato). Ha ricevuto e girato al suo Giornale il file rubato della telefonata segreta Fassino-Consorte su Unipol (prescrizione n.7 in appello dopo la condanna a 1 anno in tribunale). Ha fatto pagare 600 mila dollari a David Mills perché non testimoniasse contro di lui (prescrizione n.8). E ha comprato un senatore (prescrizione n.9 in appello dopo la condanna in tribunale a 3 anni). Alla prescrizione n.10, vince una bambolina. O un posto d’onore nel prossimo governo per salvare l’Italia.

Da Il Fatto Quotidiano.