All’Italia la missione in Afghanistan costa all’Italia 1,3 milioni di Euro al giorno (da 16 anni). Con quei soldi, altro che container, i terremotati potrebbero vivere tutti in ville con piscina!

 

Afghanistan

 

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All’Italia la missione in Afghanistan costa all’Italia 1,3 milioni di Euro al giorno (da 16 anni). Con quei soldi, altro che container, i terremotati potrebbero vivere tutti in ville con piscina!

Leggiamo da Il Fatto Quotidiano:

Terremoto Centro Italia, sindaci contro il governo: “Le casette non arriveranno neanche per Natale”

Leggiamo ancora di Terremotati ancora meno fortunati che sono nei container da 20 anni…

E poi ci ricordiamo che ogni giorno spendiamo 1,3 milioni di Euro per la missione in Afghanistan e un po’, se permettete, ci incazziamo.

Perchè poi questa spesa abnorme ce la nascondono. Alzi la mano chi ne era a conoscenza…

Informatevi un po’…

Kabul, da 16 anni il nulla con i miliardi intorno

All’Italia (seconda solo agli Stati Uniti) la missione costa 1,3 milioni di euro al giorno. Dal 7 ottobre 2001 pochi risultati. E i talebani controllano metà Paese

Sette miliardi e mezzo in sedici anni, cioè quasi mezzo miliardo l’anno, un milione e trecentomila euro al giorno. Questo – a fronte di 260 milioni per la cooperazione civile – è il costo della partecipazione dell’Italia alla campagna militare afgana, la più lunga della nostra storia, secondo il rapporto “Afghanistan, sedici anni dopo” pubblicato dall’Osservatorio Milex sulle spese militari italiane, che traccia un bilancio di questa guerra, iniziata il 7 ottobre 2001.

In realtà l’onere finanziario complessivo della missione italiana è assi più pesante considerando i suoi costi indiretti, difficilmente quantificabili: l’acquisto ad hoc di armi, munizioni, mezzi da combattimento ed equipaggiamenti, il loro continuo aggiornamento a seconda delle esigenze operative e il ripristino delle scorte, l’addestramento specifico del personale e, non da ultimo, i costi sanitari delle cure per le centinaia di reduci feriti e mutilati.

In sedici anni la guerra in Afghanistan è costata complessivamente 900 miliardi di dollari: 28mila dollari per ogni cittadino afgano (che mediamente ha un reddito di 600 dollari l’anno).

In termini umani è costata la vita di 3.500 soldati occidentali (53 italiani) e di 140mila afgani tra combattenti (oltre 100mila, un terzo governativi e due terzi talebani) e civili (35mila, in aumento negli ultimi anni, quelle registrate dall’Onu: dato molto sottostimato che non tiene conto delle tante vittime civili non riportate). Senza considerare i civili afgani morti a causa dell’emergenza umanitaria provocata dal conflitto: 360mila secondo i ricercatori americani della Brown University.

Chi sostiene la necessità di portare avanti questa guerra si appella alla difesa dei progressi ottenuti. Quali? A parte un lieve calo del tasso di analfabetismo (dal 68% del 2001 al 62% di oggi) e un modestissimo miglioramento della condizione femminile (limitato alle aree urbane e imputabile al lavoro di organizzazioni internazionali e Ong, non certo alla Nato), l’Afganistan ha ancora oggi il tasso più elevato al mondo di mortalità infantile (113 decessi su mille nati), tra le più basse aspettative di vita del pianeta (51 anni, terzultimo prima di Ciad e Guinea Bissau) ed è ancora uno dei Paesi più poveri del mondo (207° su 230 per ricchezza procapite).

Politicamente, il regime integralista islamico afgano (fondato sulla sharìa e guidato da ex signori della guerra della minoranza tagica) è tra i più inefficienti e corrotti al mondo e ben lontano dall’essere uno Stato di diritto democratico: censura, repressione del dissenso e tortura sono la norma. Per non parlare del problema del narcotraffico (si veda articolo accanto).

La cartina al tornasole dei progressi portati dalla presenza occidentale è il crescente numero di afgani che cerca rifugio all’estero: tra i richiedenti asilo in Europa negli ultimi anni, gli afgani sono i più numerosi dopo i siriani.

Anche dal punto di vista militare i risultati sono deludenti. Dopo sedici anni di guerra, i talebani controllano o contendono il controllo di quasi metà Paese. Una situazione imbarazzante che ha spinto il presidente americano Donald Trump a riprendere i raid aerei e rispedire truppe combattenti al fronte, e la Nato a spostare i consiglieri militari dalle retrovie alla prima linea per gestire meglio le operazioni e intervenire in caso di bisogno.

Sul fronte occidentale sotto comando italiano dove, per fronteggiare l’avanzata talebana, dall’inizio dell’anno i nostri soldati (un migliaio di uomini, il secondo contingente dopo quello Usa: alpini della brigata Taurinense e forze speciali del 4° reggimento alpini paracadutisti) sono tornati in prima linea a pianificare e coordinare le offensive dei soldati afgani.

Gli esperti militari dubitano del successo di questa strategia: perché mai poche migliaia di truppe che combattono a fianco dell’inaffidabile esercito locale dovrebbero riuscire laddove gli anni passati hanno fallito 150mila soldati occidentali armati fino ai denti? Secondo esperti e diplomatici, l’unica via d’uscita è il dialogo con i talebani e la loro inclusione in un governo federale e multietnico, il ritiro delle truppe Usa e Nato e la riconversione della cessata spesa militare in ricostruzione e cooperazione.

È opportuno ricordare che i talebani, fortemente sostenuti dalla maggioranza pashtun degli afgani, non rappresentano una minaccia per l’Occidente poiché la loro agenda è la liberazione nazionale, non la jihad internazionale: combattono i jihadisti stranieri dell’IsisKhorasan infiltratisi in Afghanistan e non hanno mai organizzato attentati in Occidente (né hanno avuto alcun ruolo negli attacchi dell’11 settembre, che avevano apertamente condannato).

L’alternativa è il prolungamento indefinito di una guerra sanguinosa che nessuno ha la forza di vincere e che sprofonderà l’Afghanistan in una situazione di caos e instabilità crescenti, facendone un rifugio ideale per formazioni terroristiche transnazionali come Isis-Khorasan.

Una prospettiva pericolosa ma utile da un punto di vista geostrategico, poiché uno stato di guerra permanente giustificherebbe un’altrettanto permanente presenza militare occidentale che, seppur minima, basterebbe a scoraggiare interferenze da parte di potenze regionali avverse (Russia, Cina, Iran, Pakistan) desiderose di estendere la loro influenza strategica, stroncare il narcotraffico afgano che le colpisce e, non ultimo, mettere le mani sulle ricchezze minerarie afgane (in particolare le ‘terre rare’ indispensabili per l’industria hi-tech) valutate tra i mille e i tremila miliardi di dollari.

da: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/kabul-da-16-anni-il-nulla-con-i-miliardi-intorno/

Renzi: “Dobbiamo vincere i mondiali in Russia nel 2018” …E infatti. E se ancora credete che il buon Matteo non porti sfiga, leggete un po’ questo. Resterete allibiti!

 

Renzi

 

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Renzi: “Dobbiamo vincere i mondiali in Russia nel 2018” …E infatti. E se ancora credete che il buon Matteo non porti sfiga, leggete un po’ questo. Resterete allibiti!

Erano i tempi di Expo a Milano e l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi di fronte al presidente Putin, in una delle sue performance si lascia scappare questo gustosissimo pronostico: “Non parlo più dei mondiali sennò c’è crisi diplomatica perchè dobbiamo vincere i mondiali in Russia nel 2018″. (v. il video a fine articolo)

Oggi tutti sappiamo che l’Italia non giocherà i mondiali in Russia nel 2018 dopo il doppio scontro con la Svezia.

Renzi porta sfiga?

Certo lo si potrebbe chiedere a chi gli è vicino… il papà Tiziano e il braccio destro Luca Lotti sono sotto inchiesta per i fatti Consip; poi anche la madre indagata. L’alleato politico Denis Verdini condannato a 9 anni di reclusione, con interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il finanziatore Romeo poi…

Allora non siete ancora convinti?

Leggete un po’ questo…

 

Agosto 2014 – Renzi si presentò nel piazzale di Palazzo Chigi con un carretto di gelati Grom. Fece questa “pagliacciata” per rispondere alla copertina del giornale inglese “Economist” e per fare pubblicità alla azienda italiana. Circa 13 mesi dopo, Grom è stat venduta alla multinazionale anglo-olandese Unilever. Addio al Made in Italy
 
Gennaio 2016 – Monte dei Paschi, Renzi: “è una banca risanata, e investire è un affare” …Infatti!
 
Gennaio 2016 – Renzi al debutto della Ferrari in borsa: ”finalmente l’Italia c’è” – Il titolo viene sospeso per eccesso di ribasso!
 
Giugno 2016 – L’Italia non era mai stata eliminata dalla Germania nella fase finale di Europeo o un Mondiale. Eravamo la bestia nera dei tedeschi. Poi è arrivato Renzi e l’Italia è stata buttata fuori dalla Germania a Euro 2016.
 
Agosto 2016 – Olimpiadi Renzi fa spostata l’intervista alla Versiliana: “C’è la finale di pallavolo Italia-Brasile in tv”. E infatti, oro al Brasile!
 
Agosto 2016 – Olimpiadi. Renzi manda gli auguri per la finale alla schermitrice Rossella Fiamingo tramite sms. Fiamingo si deve «accontentare» dell’ argento nella finale della spada. Lei, grande favorita, si arrende a un’ungherese che nelle occasioni precedenti aveva sempre battuto in scioltezza!
 
Agosto 2016 – Olimpiadi. Da appassionato di ciclismo, Renzi alla vigilia della prova su strada, parla di Niibali: “Tutti facciamo il tifo per lo Squalo, la squadra c’è e ci sono tutte le condizioni per fare un bel lavoro”. Per la cronaca: Nibali era in testa a 10 km dal traguardo, cade e si rompe la clavicola!
 
19 Ottobre 2016 – Renzi su Twitter: “L’Europa arriva su Marte con una missione a guida italiana. Trepidazione e orgoglio”. Aggiunge su Facebook: “L’Europa arriva su Marte, con una missione a leadership italiana e la sonda Schiaparelli. Un grande sogno europeo, reso possibile dalla straordinaria qualità dei ricercatori italiani che ho incontrato qualche giorno fa a Torino. 20 Ottobre 2016 – La sonda Schiaparelli si  schianta su Marte.
 
Novembre 2016 – Matteo Renzi a pochi giorni dal voto manifesta la sua speranza che a vincere le elezioni americane fosse Hillary Clinton…
 
Aprile 2017 – Di certo non si può dimenticare il famoso “Allacciate le cinture, ora Alitalia vola”…
 
Giugno 2017 – “Giusy stai serena… i lampedusani ti premieranno” – Giusy Nicolini, l’amata sindaca di Lampedusa, proposta per il Premio Nobel dell’accoglienza, ricandidata a sindaco dell’isola e certa della rielezione, è stata sconfitta. Pochi giorni prima, Renzi l’aveva portata nella segreteria del Pd.
 
Giugno 2015 – Novembre 2017. Renzi: Dobbiamo vincere i mondiali in Russia nel 2018.

…E non dimenticate che “L’Italia riparte”….

by Eles

 

Alcune fonti:

 

https://maxsomagazine.blogspot.it/2016/07/renzi-porta-sfiga.html
 
http://www.ilprimatonazionale.it/economia/renzi-sfiga-economia-51519/
 
https://www.grandecocomero.com/renzi-quotazione-ferrari-borsa-sfiga/
 
http://www.ilgiornale.it/news/politica/renzi-tifoso-dellitalvolley-finisce-sbeffeggiato-rete-1297880.html
 
http://www.liberoquotidiano.it/news/sport/11942312/biasin–tutta-la-verita-sugli-sms–la-sfiga–le-olimpiadi-di-renzi-.html
 
http://www.quotidiano.net/speciali/olimpiadi/nibali-rio-renzi-1.2407119
 
http://www.ilgiornale.it/news/politica/web-si-scatena-renzi-porta-sfortuna-cosa-diceva-sulla-1329591.html
 
http://www.ilprimatonazionale.it/politica/allacciate-le-cinture-ora-alitalia-vola-renzi-porta-sfiga-anche-da-ex-premier-video-63172/
 
http://www.nientedipersonale.com/2017/06/13/caffe-amaro-chi-dice-che-renzi-porta-sfiga/
 
https://www.informarexresistere.fr/dobbiamo-vincere-i-mondiali-in-russia-nel-2018-renzi-porta-sfiga-video/
 
http://www.descrivendo.com/viewtopic.php?f=21&t=3974
 
https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/14/italia-svezia-quando-renzi-disse-vogliamo-vincere-i-mondiali-di-russia-2018-la-profezia-dellex-premier-allexpo/3976325/
 
https://www.infiltrato.it/politica/renzi-lotti-verdini-romeo-giglio-tragico/

 

Addio dichiarazione dei redditi. Bello? No, è un incubo fiscale: così ci spelleranno vivi!

dichiarazione dei redditi

 

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Addio dichiarazione dei redditi. Bello? No, è un incubo fiscale: così ci spelleranno vivi!

Entro 5 anni il modello 730 per la dichiarazione dei redditi sarà abolito perchè sarà il Fisco a presentare al cittadino l’elaborazione dei dati che andranno solo controllati. Lo ha anticipato il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Ruffini, in un’intervista a Repubblica in cui ha anche riconosciuto che l’Italia ha “un numero di imposte superiore alla media europea” e che è necessario “diminuire drasticamente il tempo” che serve per pagare le imposte.

“Oggi c’è la dichiarazione precompilata”, ha ricordato Ruffini, “ma mi piace pensare che sia soltanto un passaggio intermedio fra come eravamo e come saremo”. “Il Fisco deve ascoltare, confrontarsi. E cambiare”, ha aggiunto il numero uno dell’Agenzia delle Entrate, “accumulando sempre più dati ed evitando naturalmente di chiedere quelli che già abbiamo, deve venir meno il concetto stesso di dichiarazione dei redditi. Nel momento in cui il Fisco possiede tutti i dati, ti presenta l’elaborazione di quegli stessi dati e tu da controllato diventi controllore del fisco”. Cinque anni, ha assicurato Ruffini, è “l’orizzonte possibile per l’entrata a regime” di questa rivoluzione.

 

fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/13277748/dichiarazione-redditi-ruffini-tasse-fisco-dai-personali.html?utm_source=Facebook&utm_medium=bot&utm_campaign=botlibero&wt_mc=amc148362358221377

Sapete tutti che la Tassa sui rifiuti Vi è raddoppiata per un errore (???). Ma nessuno V dice che la vicenda è venuta fuori per nn’interrogazione parlamentare di Giuseppe L’Abbate del M5S

Tassa sui rifiuti

 

 

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Sapete tutti che la Tassa sui rifiuti Vi è raddoppiata per un errore (???). Ma nessuno V dice che la vicenda è venuta fuori per nn’interrogazione parlamentare di Giuseppe L’Abbate del M5S

 

Tassa sui rifiuti raddoppiata per errore, come avere il rimborso della Tari

Emerge un errore compiuto da diversi comuni nel calcolo della tassa sui rifiuti, molti hanno pagato più del dovuto. Ecco come muoversi

Sarebbero milioni le famiglie che negli ultimi 5 anni hanno pagato più del dovuto. Un’interrogazione parlamentare di Giuseppe L’Abbate (M5S) rivolta al sottosegretario all’Economia Pier Carlo Baretta ha fatto emergere che diversi comuni hanno sbagliato nel calcolare la parte variabile della tassa sui rifiuti (Tari), facendo lievitare i prelievi anche fino al 100%.

Come funziona la tassa sui rifiuti
La Tari è stata introdotta nel 2014 (legge 147/2013) al posto della vecchia Tares, per portare quattrini nelle casse dei servizi per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti.

La paga chiunque produca immondizia e il computo e la riscossione è affidata ai singoli comuni. Viene calcolata tenendo conto di una quota fissa correlata alle dimensioni della casa e di una quota che varia in base ai membri di un nucleo famigliare. A causare l’errore è proprio la parte variabile che è stata calcolata tenendo conto anche delle componenti immobiliari (soffitte, box auto e cantine), come se fossero determinanti di una maggiore produzione di rifiuti.

L’esempio mostrato alla Camera è questo: una famiglia di 4 persone vive in un appartamento di 150 metri quadri, suddivisi in 100 metri quadrati di casa, 30 di garage e 20 metri quadri di cantina. La parte variabile della Tasi ribaltata su garage e cantina va computata una sola volta. La tassa deve quindi essere la somma delle quote fisse che gravano sulla casa, sul garage e sulla cantina. Al totale va aggiunta la quota variabile.

Al contrario per diversi anni (almeno 5) i cittadini oltre alla quota fissa hanno pagato una quota variabile moltiplicata per il numero delle componenti immobiliari. Nell’esempio esposto alla camera il nucleo famigliare ha pagato la quota variabile tre volte: una per la casa, una per il garage e una per la cantina.

Le città coinvolte
Sono molti i comuni che hanno commesso l’errore di calcolo, tra questi Milano, Ancona, Cagliari, Catanzaro, Genova e Napoli. Ulteriori verifiche dovranno essere condotte per stilare l’elenco completo e valutare l’eccesso ai danni dei contribuenti.

Come pretendere il rimborso
Il Movimento difesa del cittadino ha lanciato la campagna SOS Tari a cui aderire inviando una mail alla sede di pertinenza e partecipare alla richiesta di rimborso delle eccedenze.

Chi invece volesse agire a titolo personale deve opporre ricorso alla Commissione tributaria provinciale. Per sapere se la Tasi è stata applicata nel modo corretto occorre inviare al comune una richiesta di accesso agli atti.

 

fonte: https://www.wired.it/economia/business/2017/11/10/tassa-rifiuti-raddoppiata-tari/?utm_source=facebook.com&utm_medium=marketing&utm_campaign=wired

Perchè nessuno parla più dell’Islanda e di come si è liberata del governo che la gente non voleva e del debito creato dalle banche??

 

 

 

Islanda.

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Perchè nessuno parla più dell’Islanda e di come si è liberata del governo che la gente non voleva e del debito creato dalle banche??

di M. Pala (alias ‘marcpoling’)
Qualcuno crede ancora che non vi sia censura al giorno d’oggi? Allora perché, se da un lato siamo stati informati su tutto quello che sta succedendo in Egitto, dall’altro i media non hanno sprecato una sola parola su ciò che sta accadendo in Islanda?
Il popolo islandese è riuscito a far dimettere un governo al completo; sono state nazionalizzate le principali banche commerciali; i cittadini hanno deciso all’unanimità di dichiarare l’insolvenza del debito che le stesse banche avevano sottoscritto con la Gran Bretagna e con l’Olanda, forti dell’inadeguatezza della loro politica finanziaria; infine, è stata creata un’assemblea popolare per riscrivere l’intera Costituzione. Il tutto in maniera pacifica. Una vera e propria Rivoluzione contro il potere che aveva condotto l’Islanda verso il recente collasso economico.
Sicuramente vi starete chiedendo perché questi eventi non siano stati resi pubblici durante gli ultimi due anni. La risposta ci conduce verso un’altra domanda, ancora più mortificante: cosa accadrebbe se il resto dei cittadini europei prendessero esempio dai “concittadini” islandesi?
Ecco brevemente la cronologia dei fatti:
2008 – A Settembre viene nazionalizzata la più importante banca dell’Islanda, la Glitnir Bank. La moneta crolla e la Borsa sospende tutte le attività: il paese viene dichiarato in bancarotta.
2009 – A Gennaio le proteste dei cittadini di fronte al Parlamento provocano le dimissioni del Primo Ministro Geir Haarde e di tutto il Governo – la Alleanza Social-Democratica (Samfylkingin) – costringendo il Paese alle elezioni anticipate.La situazione economica resta precaria. Il Parlamento propone una legge che prevede il risanamento del debito nei confronti di Gran Bretagna e Olanda, attraverso il pagamento di 3,5 MILIARDI di Euro che avrebbe gravato su ogni famiglia islandese, mensilmente, per la durata di 15 anni e con un tasso di interesse del 5,5%.
2010 – I cittadini ritornano a occupare le piazze e chiedono a gran voce di sottoporre a Referendum il provvedimento sopracitato.
2011 – A Febbraio il Presidente Olafur Grimsson pone il veto alla ratifica della legge e annuncia il Referendum consultivo popolare. Le votazioni si tengono a Marzo ed i NO al pagamento del debito stravincono con il 93% dei voti.Nel frattempo, il Governo ha disposto le inchieste per determinare giuridicamente le responsabilità civili e penali della crisi. Vengono emessi i primi mandati di arresto per diversi banchieri e membri dell’esecutivo.L’Interpol si incarica di ricercare e catturare i condannati: tutti i banchieri implicati abbandonano l’Islanda.In questo contesto di crisi, viene eletta un’Assemblea per redigere una Nuova Costituzione che possa incorporare le lezioni apprese durante la crisi e che sostituisca l’attuale Costituzione (basata sul modello di quella Danese). Per lo scopo, ci si rivolge direttamente al Popolo Sovrano: vengono eletti legalmente 25 cittadini, liberi da affiliazione politica, tra i 522 che si sono presentati alle votazioni. Gli unici due vincoli per la candidatura, a parte quello di essere liberi dalla tessera di qualsiasi partito, erano quelli di essere maggiorenni e di disporre delle firme di almeno 30 sostenitori.

La nuova Assemblea Costituzionale inizia il suo lavoro in Febbraio e presenta un progetto chiamato Magna Carta in cui confluisce la maggior parte delle “linee guida” prodotte in modo consensuale nel corso delle diverse assemblee popolari che hanno avuto luogo in tutto il Paese. La Magna Carta dovrà essere sottoposta all’approvazione del Parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni legislative.

Questa è stata, in sintesi, la breve storia della Ri-evoluzione democratica islandese.
Abbiamo forse sentito parlare di tutto ciò nei mezzi di comunicazione europei?
Abbiamo ricevuto un qualsiasi commento su questi avvenimenti nei noiosissimi salotti politici televisivi o nelle tribune elettorali radiofoniche?
Abbiamo visto nella nostra beneamata Televisione anche un solo fotogramma che raccontasse qualcuno di questi momenti?
SINCERAMENTE NO.
I cittadini islandesi sono riusciti a dare una lezione di Democrazia Diretta e di Sovranità Popolare e Monetaria a tutta l’Europa, opponendosi pacificamente al Sistema ed esaltando il potere della cittadinanza di fronte agli occhi indifferenti del mondo.
Siamo davvero sicuri che non ci sia “censura” o manipolazione nei mass-media? Il minimo che possiamo fare è prendere coscienza di questa romantica storia di piazza e farla diventare leggenda, divulgandola tra i nostri contatti. Per farlo possiamo usare i mezzi che più ci aggradano: i “nostalgici” potranno usare il telefono, gli “appassionati” potranno parlarne davanti a una birra al Bar dello Sport o subito dopo un caffè al Corso.I più “tecnologicamente avanzati” potranno fare un copia/incolla e spammare questo racconto via e-mail oppure, con un semplice click sui pulsanti di condivisione dei Social Network in fondo all’articolo, lanciare una salvifica catena di Sant’Antonio su Facebook, Twitter, Digg o GoogleBuzz.

I “guru del web” si sentiranno in dovere di riportare, a modo loro, questa fantastica lezione di civiltà, montando un video su YouTube, postando un articolo ad effetto sui loro blog personali o iniziando un nuovo thread nei loro forum preferiti.

L’importante è che, finalmente, abbiamo la possibilità di bypassare la manipolazione mediatica della informazione ed abbattere così il castello di carte di questa politica bipartitica, sempre più servile agli interessi economici delle banche d’affari e delle corporazioni multinazionali e sempre più lontana dal nostro Bene Comune.

In fede, il cittadino sovrano Marco Pala (alias “marcpoling”).

Fonte: nexusedizioni

tratto da: http://siamolagente2.altervista.org/un-esempio-di-censura-perche-nessuno-parla-piu-dellislanda-e-di-come-si-e-liberata-del-governo-che-la-gente-non-voleva-e-del-debito-creato-dalle-banche/

La lettera di un disoccupato Qualunque – dedicato a tutti quelli che credono alla balle di Renzi & C. con la complicità dei media di regime!

 

disoccupato

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La lettera di un disoccupato Qualunque – dedicato a tutti quelli che credono alla balle di Renzi & C. con la complicità dei media di regime!

 

La lettera di un disoccupato Qualunque

La storia di Daniele, 38 anni, disoccupato da 7. Stanco di mandare CV e non ricevere mai una risposta. Tempo sprecato. Il lavoro è sempre più un miraggio. Una lettera di rara sensibilità e capacità comunicativa. Il nostro Paese non ci merita. Il lavoro è un seme che deve essere piantato in una terra fertile. Questo paese non ha né semi né terra fertile. Il lavoro è anche dignità, non solo una necessità per vivere e sopravvivere. Chi ci guadagna sulla testa di milioni di disoccupati?

Riflessioni di un disoccupato italiano

“Caro Uomo Qualunque,

chi ti scrive è un quasi 38enne disoccupato, a-poilitico, a-religioso, a-quellochetipare che ti ha incontrato per caso su internet qualche tempo fa e che ora ti segue assiduamente.

Ho sentito la necessità di scriverti perché sono arrivato al limite estremo di sopportazione dopo aver letto: “I 16 sintomi di schiavitù“.

Le statistiche affidabilissime dell’ISTAT, che escono ormai ogni mese, e che non fanno che ricordarci di come la ripresa sia in atto, infine la notizia che il calciatore del PSG Neymar guadagna la bellezza di 4000 € l’ora (!) per tirare calci a una palla. Notizie più o meno connesse tra loro che mi hanno condotto a riflettere sulla società in cui ci troviamo costretti a vivere e anche sulla mia vita in relazione a questa società.

Mi scuso in anticipo se la mia digressione potrà essere troppo lunga, ma sento il bisogno di sfogarmi scrivendo quello che mi passa per la testa. Abbi un po’ di pazienza, e arriveremo insieme alla fine di questa matassa di pensieri.

Partiamo da me: tra poco meno di un mese arriverò a compiere 38 anni, disoccupato da 7 tenendo in considerazione lavori con contratto e stipendio (quando c’era) e tralasciando i cosiddetti lavoretti che ho fatto fino a circa due anni fa. Da quando fui costretto a lasciare il lavoro con contratto causa mancati pagamenti (poi fortunatamente arrivati senza la necessità di intentare causa), ho continuato assiduamente la ricerca di uno nuovo fino a circa due anni fa. E poi? poi ho semplicemente smesso. In linguaggio tecnico sono un inattivo, uno di quelli che ha smesso di cercare, che sopravvive grazie ai suoi genitori.

Perché ho smesso? Perché ho fatto le cose che elencherò e non mi è tornato indietro niente, anzi ci ho solo rimesso soldi tra una quantità spropositata di curriculum stampati, benzina e riviste:

1) Mi sono rivolto ad apl dove mi sono trovato a parlare con ragazzine appena uscite da scuola, il cui unico scopo sembra essere quello di appuntare alcune note al curriculum e di chiamarti una volta l’anno se sei fortunato. E detto tra noi lavorano talmente tanto che il loro motto è diventato: “Se non ti chiamiamo continua a guardare gli annunci sul sito, magari trovi qualcosa che ti interessa”. Quindi la loro funzione sarebbe…? Per non parlare della qualità e della tipologia del lavoro offerto, ma questo è un altro tipo di discorso che tralascio volutamente (Negli Uffici di collocamento il lavoro non lo trovi);

2) Iscrizioni ai vari infojobs, monster, randstaad, etc. che, unito all’aquisto delle numerose riviste che circolano sul lavoro (e che ho anche acquistato spendendo altri soldi, oltre a quelli già spesi per inchiostro e carta per i curriculum) mi hanno portato alla conclusione che il numero di annunci è sicuramente inferiore al numero dei canali di comunicazione, telematici e non, che offrono lavoro;

3) Ho portato curriculum a mano ad agenzie di sorveglianza, supermercati, negozi, per giungere alla conclusione che molto probabilmente saranno stati cestinati nell’arco di neanche 24 ore;

4) Ho trascorso mattinate a inviare cv e le cosiddette lettere di presentazione ricevendo in cambio cosa? Nulla, neanche una risposta negativa.

Il tempo intanto è trascorso inesorabile, il lavoro sicuro è diventato sempre più un miraggio: giorni, mesi, anni. Alla fine per farla breve mi sono rassegnato. La prima riflessione che ho fatto è stata: “Sto solo perdendo tempo. E visto che il tempo è il mio, preferisco sprecarlo facendo cose che almeno mi piacciono, tentando di gravare il meno possibile sul portafoglio dei miei genitori”.

E così ho cominciato ad uscire di casa. Sono sempre stato appassionato di ambiente e natura, e negli ultimi anni questa mia passione si è rafforzata, soprattutto di fronte ai disastri che stiamo causando.

Ho cominciato a visitare riserve naturali intorno al luogo in cui vivo (in provincia di Roma), parchi naturali e piccoli paesi che mi hanno fatto vedere un paese diverso, un’Italia diversa da quella che viene continuamente descritta dai notiziari.

Si parla tanto di mancanza di case, eppure dove sono stato ho visto moltissimi appartamenti in vendita o in affitto, e casolari in stato di completo abbandono, quindi le case ci sarebbero.

Si parla di mancanza di lavoro ma io ho intravisto nuove opportunità che non vengono sfruttate: dalla pulizia di parchi, riserve, strade o anche semplicemente mezzi pubblici, al recupero di cani abbandonati, e aggiungo campi coltivabili lasciati incolti, occuparsi di persone anziane rimaste sole, e non proseguo per non rendere questa lista infinita: quindi anche il lavoro ci sarebbe.

Ho cominciato a chiedermi: ma se lavoro e case per chi non ne ha ci sarebbero, cosa manca? Come diceva Marzullo (pensa un po’ chi mi tocca citare), si faccia una domanda e si dia una risposta. E quella che ho trovato è la risposta a 99 domande su 100 che riguardano la nostra società: i soldi.

Se non ci sono i soldi per pagare nuovi lavoratori, alle aziende ogni dipendente costa il doppio, come si fa a riavviare un mercato del lavoro stagnante nonostante le statistiche di istituti nazionali dicano il contrario?

In Italia è cresciuto solo il lavoro sottopagato (piccola parentesi, uno degli ultimi titoli ANSA in merito: Boom del lavoro a chiamata, ma ti rendi conto? Già solo per la tipologia, sembra una grossa presa in giro, ma chiamiamola per quello che è: solo e solamente un’enorme presa per il culo).

Narra la leggenda che i soldi facciano la felicità perché servono a mangiare, a pagarsi la casa, a pagare i professionisti, a comprare medicine, a comprare sempre tante, tantissime cose, tutte utilissime (se, vabbe’). Più sei ricco, più sei felice. Lo sei ancor di più se sei famoso. I media non fanno che propinarci questo messaggio giorno e notte attraverso le passerelle, i sorrisi davanti a centinaia di fotograi, l’esposizione estrema di un individuo (che sia uomo o donna è indifferente) attraverso il taglio di capelli alla moda (vabbe’ io so’ pelato, questa, te lo concedo, è solo invidia), il vestiario più in voga al momento, il gioiello più costoso, il profilo social con più iscritti, etc. etc. (sui social meglio che non mi pronuncio o partirebbe un’altra filippica).

Ma se davvero i soldi sono così importanti perché chi ne ha tanti qualche volta si suicida? Facciamo un esempio recente e concreto di cui più o meno dovrebbero aver sentito tutti o quasi: il cantante Chris Cornell. Quanti soldi può possedere un’artista così famoso che ha lavorato più di vent’anni? Quanto può aver guadagnato uno come lui? Eppure, sorpresa delle sorprese, si è suicidato perché era depresso, almeno così si dice. Siamo davvero sicuri che i soldi siano la sola strada verso una sicura felicità?

Forse è un’estremizzazione del mio pensiero: proviamo a fare un altro esempio un po’ meno concreto. Come si fanno i soldi? Bisogna massimizzare il profitto. In che modo? Diminuendo il più possibile le spese. Semplice, lineare, cristallino. Dove conduce una così semplice linea di pensiero? Al guadagno senza badare più a nessuna conseguenza, perché quello che conta è il MIO profitto, il MIO orticello, perché io bado a quello, mica al mondo che mi circonda.

Poi però ci stupiamo e ci scandalizziamo ogni volta che esce la notizia di un alimento contaminato, della presenza delle microplastiche negli oceani, dell’ennesima petroliera che affonda lasciando il suo “genuino” contenuto in mare per l’estrema contentezza delle specie marine che ci vivono, e di qualunque disastro che ci colpisce (“perché il clima non è cambiato, è sempre stato così” questo è quello che mi sono sentito dire da una persona laureata, no perché si dice quanto sia importante il “pezzo di carta”… sì, forse se è sostenuto anche da un pensiero critico, altrimenti quella carta ha degli usi molto più pratici, soprattutto quando si è in bagno).

Ci indigniamo, ce la prendiamo con l’industriale col falso sorriso di turno stile Carcarlo Pravettoni, eppure questi individui non fanno che applicare quella semplice regola del “come si fanno i soldi”. Il guadagno personale è importante? Certo che lo è, altrimenti non si agirebbe sempre nello stesso modo. Ma le nostre vite sono davvero così misere da considerare il guadagno finanziario così importante a discapito dell’ambiente in cui viviamo, della nostra salute, delle altre specie viventi, del nostro futuro?

Siamo disposti a sacrificare qualunque cosa in nome del dio denaro. L’unico dio che da ateo ho visto in carne ed ossa, si fa per dire; un dio avido e pretenzioso con i suoi fedeli, a cui prima o poi tutti si inchinano, perché è attorno a lui che il mondo gira.

La fortuna di un disoccupato, almeno per quanto mi riguarda, è proprio la possibilità di sputare in faccia a questo dio. L’ultima volta che ho comprato un capo di vestiario o un paio di scarpe risale a qualche anno fa, eppure ancora non vado in giro a mostrare i gioielli di famiglia. Se non fosse stato per un regalo di un amico di famiglia avrei ancora il mitico cellulare Nokia che se lo lanci contro il muro ti ritorna indietro lasciando solo macerie al posto di quel muro. (Tranquillo il Nokia non l’ho comunque né buttato né regalato perché sicuramente durerà di più di quello che mi hanno regalato, e che naturalmente non uso quasi mai perché i miei bisogni nei confronti di un cellulare sono ridotti all’osso).

Un’altra fortuna è quella di poter osservare la nostra società dal di fuori e realizzare quanto sia diventata assurda e innaturale. Una società in cui bisogna produrre(ancora non ho ben capito cosa) per guadagnare pezzi di carta a cui viene assegnato un valore che non ha alcun senso per comprare cose che in molti casi sono superflue: anch’io ho fatto parte di questo meccanismo, pertanto mi rendo benissimo conto di quanto possa essere difficile rendersi conto che sono finte necessità quelle ci governano. Essere indebitato sta diventando oggi la condizione generale della nostra vita.

Per me le vere necessità sono un tetto sulla propria testa, poter mangiare un pasto caldo su un tavolo, avere un letto in cui dormire e un bagno per espletare i miei bisogni fisiologici, avere dei vestiti per ripararmi dal freddo.

Intorno a me non vedo nulla di tutto ciò, o quantomeno, ritengo che siano diventate talmente scontate da risultare superflue, tanto da trasferire le nostre necessità in ben altro: il cellulare ultimo modello che fa anche il decaffeinato, la scarpa che costa mille mila euro perché indossata dallo sportivo sonotroppofigocontuttiquestitatuaggi, la borsa “straultramega” alla moda di Docce&Gabbinetti, cose, cose, cose e ancora cose.

Mi chiedo: di chi sono queste necessità? Sono nostre necessità o ci vengono semplicemente imposte dallo stile di vita moderno che abbiamo costruito? Ma soprattutto dove ci hanno condotto queste linee guida che ci vengono propinate sin dalla primissima infanzia? A questa “splendida” società contemporanea occidentale (parlo solo per questa, perché le altre naturalmente non le conosco dalla nascita) che in virtù della propria “sopravvivenza” distrugge l’ambiente che la sostiene, le altre specie viventi che ci vivono, e complica, e non poco, la vita a molti degli individui che la compongono. Come diceva Platone? Ah sì, “bella società di m…”.

Nel passato quando mi inoltravo in discorsi simili, il senso della risposta che mi arrivava era: “sì non va tutto bene, ma questo è il meglio che si può fare”. Davvero? Ben misero essere vivente è quello umano che con le sue “grandi potenzialità” non riesce nemmeno a curarsi dei suoi simili.

Da ignorante quale sono, mi baso su quello che osservo. E quando osservo la natura vedo ben poco di quello che l’uomo ha raggiunto e creato, diciamo così.

In natura non esistono dei (né tantomeno politici), esiste solo la legge naturale (sono cosciente che ho semplificato molto il concetto), che di certo non riconosce nel denaro un modo per sopravvivere. Se nella nostra società abbiamo creato il mito dell’abbondanza, la natura ci dice ben altro: se davvero vogliamo vivere in equilibrio con ciò che ci circonda, è nella scarsità che troviamo la risposta ad ogni domanda.

Anche i più grandi predatori sono costretti a vivere in condizioni di scarsità e la motivazione è molto semplice, la fornisce proprio l’essere umano e il suo modo di agire a discapito di tutto e tutti. Il consumo eccessivo di risorse conduce ad una sola strada: la fine di quelle risorse e di conseguenza la fine per noi e per gli altri esseri viventi.

Siamo davvero così presuntuosi da voler proseguire imperterriti su una strada che altro non è se non il fallimento dell’essere umano nei confronti del pianeta in cui vive?

E alla fine di tutti questi confusi pensieri che ho scritto cosa resta? Perché ho deciso di inviarli proprio a te? Ho scelto di avere fiducia in qualcuno/a con cui credo di avere qualcosa in comune e perché credo che, se vogliamo realmente fare qualcosa, la semplice informazione, anche se importante, non basta. Forse possiamo fare qualcosa in più, agendo anche nella vita reale.

Se anche tu, “Uomo Qualunque”, la pensi come me, spero che di avere un giorno la possibilità di incontrare persone in carne ed ossa per discutere di tutto questo faccia a faccia. Ritengo che intraprendere una linea d’azione sia ormai l’unica strada per chi stenta a vivere nel presente e non ha più un futuro”.

Un Daniele Qualunque

 

fonte: http://uomoqualunque.net/2017/10/lettera-disoccupato/

Dal 2018 in Vaticano vietato vendere sigarette… Perchè c’è vizio e vizio: NO al fumo, ma si proteggono i pedofili!

 

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Dal 2018 in Vaticano vietato vendere sigarette… Perchè c’è vizio e vizio: NO al fumo, ma si proteggono i pedofili!

 

Così il Vaticano protegge i preti pedofili

Alti prelati del Vaticano, italiani e stranieri. Molto vicini a papa Francesco. Che per anni hanno insabbiato le violenze sessuali sui minori da parte degli orchi con la tonaca. Le nuove rivelazioni su responsabilità, silenzi e omertà

Tre cardinali che hanno protetto sacerdoti pedofili sono stati promossi nel C9, il gruppo di nove alti prelati che assistono papa Francesco nel governo della Chiesa Universale. Altre quattro porpore italiane e straniere che non hanno denunciato predatori seriali e che hanno cercato di proteggere le casse della Chiesa dalle richieste di risarcimenti alle vittime, sono ascesi sulla cima della scala gerarchica della Santa Sede. In Italia, Spagna, Francia, Belgio e Sud America altri vescovi insabbiatori sono stati premiati con incarichi importanti, o graziati di recente con sentenze canoniche discutibili.

Insomma, se il Vaticano ha dichiarato da tempo guerra aperta ai crimini sessuali dei suoi preti nei confronti di bambini e ragazzine («una battaglia cruciale, che va vinta ad ogni costo», ha detto e ripetuto papa Francesco fin dall’inizio della sua elezione al soglio petrino) a quasi quattro anni dall’inizio del pontificato di Bergoglio la lotta mostra più di una crepa. Non solo per alcune nomine che appaiono sorprendenti, ma anche perché il fenomeno degli orchi in tonaca continua ad avere numeri impressionanti: tra il 2013 e il 2015 fonti interne alla Congregazione per la dottrina per la fede spiegano che sono arrivate dalle diocesi sparse per il mondo ben 1200 denunce di casi “verosimili” di predatori e molestatori di minorenni.

Un numero praticamente raddoppiato rispetto a quelli rilevati nel periodo che va dal 2005 al 2009: il trend dimostra come il cancro non è stato affatto estirpato.

Se delle denunce, delle vittime e dei carnefici non si sa praticamente nulla (ancora oggi i processi canonici sono sotto segreto pontificio, e chi tradisce la regola del silenzio rischia pene severissime, scomunica compresa), e se la commissione antipedofilia voluta da Francesco si è riunita in sede plenaria solo tre volte dalla sua nascita nel 2014 senza essere riuscita nemmeno a inserire nelle norme vaticane l’obbligo di denuncia alla magistratura ordinaria, in “Lussuria” (Feltrinelli) si raccontano storie inedite di insabbiamenti di altissimi prelati in tutto il mondo, di scandali sessuali coperti dal Vaticano per timore di ripercussioni mediatiche, del sistema di protezione messo in piedi in Italia e di lobby ecclesiastiche unite dagli interessi economici e dalle medesime inclinazioni sessuali.

L’UOMO NERO IN VATICANO

La storia di George Pell è emblematica. Il cardinale australiano è stato chiamato da Francesco a Roma con l’intento di “moralizzare” la corrotta curia romana. Pell, oggi, è il capo della potente Segreteria dell’Economia. Di fatto, il numero tre del Vaticano. Leggendo le carte della Royal Commission che sta indagando sui preti pedofili, i documenti riservati della vecchia diocesi della porpora, i bilanci della chiesa australiana e alcune lettere firmate dal prelato e dai suoi avvocati, non sembra che Bergoglio abbia puntato sull’uomo giusto. Non solo perché da qualche mese è accusato da cinque persone di aver commesso lui stesso abusi sessuali tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta (il cardinale smentisce ogni responsabilità, con sdegno), ma perché troppe volte, di fronte a crimini sessuali di sacerdoti, negò alle vittime giustizia e compassione pur riconoscendo la veridicità delle loro denunce. Come scrive la commissione d’inchiesta, «mancò di agire equamente da un punto di vista cristiano». È certo che Pell cercò di minimizzare le violenze e di proteggere in ogni modo la cassaforte della sua diocesi dalle richieste di risarcimento dei sopravvissuti.

I documenti dei giudici dell’organismo voluto dal governo australiano sono un pugno nello stomaco. Partiamo dal caso della famiglia Foster. Davanti alla tragedia dei genitori Anthony e Christine, le cui figlie Emma e Katie sono state violentate da bambine dal preside della loro scuola cattolica don Kevin O’ Donnell, Pell ha prima tentato di evitare ogni incontro faccia a faccia («se incontro la famiglia Foster poi dovrò incontrare anche le altre. Il mio tempo è molto limitato. Perché sono diversi dagli altri casi?», si chiede nel 1996 in una lettera spedita ai suoi avvocati), poi ha provato a chiudere la faccenda con un risarcimento di appena 50 mila dollari australiani, pari a 30 mila euro. La signora Foster ha raccontato ai giudici che durante il primo incontro a casa loro, Pell – di fronte alle rimostranze del marito che accusava l’allora arcivescovo di voler proteggere il portafoglio della Chiesa – rispose secco: «Se non ti va bene quello che siamo facendo, portaci in tribunale». «In un secondo incontro con altri genitori di piccoli abusati da padre O’ Donnell» si legge negli atti della commissione «la signora Foster ricorda che davanti a una domanda su perché alcuni noti pedofili servivano ancora nelle parrocchie di Melbourne, l’arcivescovo Pell rispose: «È tutto un pettegolezzo, finché non ci sono prove in tribunale; e io non do ascolto ai gossip».

Il 26 agosto del 1998 Pell spedisce finalmente una lettera di scuse ai Foster, accompagnandola con l’offerta formale di risarcimento a favore della piccola Emma, formulata dall’avvocato di fiducia dell’arcidiocesi Richard Leder. Trentamila euro. «L’indennizzo è offerto dall’arcivescovo a Emma nella speranza che possano aiutare il suo recupero e fornire un’alternativa realistica a un contenzioso legale. Nel quale, altrimenti, ci difenderemo strenuamente». Ai genitori delle piccole, leggendo la missiva, sale la rabbia: sia per la cifra umiliante, sia per la minaccia – in caso di mancata accettazione della proposta – di «difendersi strenuamente». «Ammetto che sia stata un’espressione poco felice, ma credo che certe espressioni vadano lette in maniera non offensiva», ha detto Pell in un interrogatorio del 2014.

SENZA MISERICORDIA
I Foster, alla fine, si rassegnano. I soldi sono davvero pochi, ma li prendono. Serviranno a poco: nel 2008 Emma si è infatti suicidata con una dose letale di eroina, che le farà dimenticare per sempre le mani e gli occhi del suo vecchio preside.

Trentamila euro, o meglio 50 mila dollari australiani, sono in realtà l’offerta massima consentita dal sistema di risarcimento creato dal braccio destro di Francesco, il cosiddetto “Melbourne Response”. Un tetto innalzato a 75 mila euro nel 2008. Analizzando i dati contabili dell’arcidiocesi della città si scopre che tra il 1996 e il marzo del 2014 le circa trecento vittime che hanno chiesto i danni per le violenze dei sacerdoti hanno ottenuto in media 32 mila dollari a testa, circa 20 mila euro. Il prezzo di una Fiat 500 accessoriata.

Una miseria, anche perché l’arcidiocesi guidata fino al 2001 da Pell (nel marzo di quell’anno fu promosso vescovo di Sydney) è ricchissima. Controlla infatti due società, la Roman Catholic Trust Corporation e la Catholic Development Fund, che hanno in pancia contanti, proprietà immobiliari come appartamenti e palazzi, e fanno investimenti azionari e obbligazionari a sette zeri. Sommando il valore delle entrate, solo nel 2013 sono stati incassati, tra profitti finanziari e beneficenza dei fedeli, oltre 108 milioni di dollari australiani, mentre gli asset attualmente controllati dall’arcidiocesi valgono quasi 1,3 miliardi. Esatto: 1,3 miliardi di dollari. In pratica, per chiudere i fastidiosi contenziosi sulla vicenda pedofilia dei preti della città, Pell e i suoi successori hanno rinunciato a una cifra complessiva di appena 10 milioni di dollari australiani, pari allo 0,7 per cento del patrimonio della diocesi.

Qualche anno dopo aver accettato i soldi per le cure di Emma, i Foster decidono però di capire se la giustizia terrena sia meno avara di quella divina, e aprono un procedimento civile di fronte allo Stato di Victoria. Che capovolge la filosofia del Melbourne Response, riconoscendo come le cifre dei risarcimenti debbano essere molto più alte: alla fine della causa la Chiesa è costretta ad accettare una mediazione pagando i Foster ben 750 mila dollari.

Quello di Emma non è l’unico caso che imbarazza Pell. Tra le decine di migliaia di carte della Royal Commission ci sono anche i documenti e i verbali che provano come la sua diocesi, mentre lesinava aiuto alle vittime, non faceva mancare sostegno ai prelati pedofili usciti di prigione. Il successore di Pell, l’arcivescovo Denis James Hart famoso in Australia per aver scacciato una donna che voleva denunciare un’aggressione sessuale di un prete con l’epiteto «Vai all’inferno, cagna!», in un interrogatorio ha ammesso che la diocesi di Melbourne ha speso centinaia di migliaia di dollari per aiutare ex preti pedofili pagando loro sia lo stipendio sia l’affitto, la pensione, l’assicurazione sanitaria e persino quella dell’automobile.

Un documento interno del 2 ottobre 1996 segnala come Pell abbia presieduto una riunione dove lui e alti prelati discussero come poter aiutare tre preti (tra cui don Michael Glennon) dopo il loro rilascio dalla prigione. «Punto 15. Ipotesi su come aiutare i preti che stanno uscendo di galera» si legge nel verbale dell’incontro «Possibilità di un posto (appartamento indipendente) nel palazzo di Box Hill. Padre McMahon ha parlato di cure mediche necessarie, ed è stato invitato dall’arcivescovo Pell a far presente cosa serve alla loro assistenza». Se padre Wilfred Baker, che ha molestato 21 bambini, ha ricevuto dalla curia tra pensione e spese per l’affitto 21 mila dollari l’anno fino al 2014, (il massimo della pensione possibile, ha notato il giornale “The Age”), Desmond Gannon e David Daniel, anche loro condannati per crimini sessuali, hanno subito una semplice decurtazione della busta paga. I giudici hanno poi scoperto che una serie di giroconti finanziari per aiutare il pedofilo Gannon fu orchestrata in modo tale che «difficilmente la notizia dell’aiuto sarebbe diventata di dominio pubblico». Per la cronaca, i denari per aiutare i preti australiani caduti in disgrazia sono stati prelevati dal Fondo pensione del clero, che è per gran parte finanziato dai contributi dei parrocchiani. Tra loro, paradossalmente, c’erano anche alcune famiglie degli abusati.

INSABBIAMENTI
Ma il cardinale promosso da Francesco ha altri scheletri nell’armadio: ha protetto l’orco seriale Gerald Risdale (suo ex coinquilino, negli atti della Royal Commission spunta una foto che ritrae Pell a braccetto con il maniaco: nonostante le pesanti accuse aveva deciso di accompagnarlo alla prima udienza del processo; è un fatto che né Pell né altri vescovi cattolici abbiano mai accompagnato in tribunale le vittime dei loro colleghi predatori), né ha voluto ascoltare un ragazzo che lo avvertì come un sacerdote, Edward Dowlan, avesse abusato di alcuni ragazzini di un collegio cattolico di Ballarat, la città natale del cardinale («Mi disse: “Non essere ridicolo”, uscendo dalla stanza senza degnarmi di altre attenzioni» mette a verbale il testimone Timothy Green, «la sua reazione mi ha dato l’impressione che lui conoscesse fratello Dowlan, ma che non potesse o volesse fare nulla a riguardo»).

Non è tutto. Il ministro economico del Vaticano avrebbe anche tentato di corrompere una vittima («mi chiese cosa volessi per tenermi tranquillo», racconta il nipote abusato di padre Risdale. «Chiamai sconvolto mia sorella dicendogli: Il bastardo ha cercato di corrompermi»), e ha mentito per iscritto almeno su un altro caso di pedofilia, in modo da evitare di pagare risarcimenti alla vittima. Nonostante accuse circostanziate, decine di testimonianze durissime e documenti che dimostrano insabbiamenti e leggerezze, Pell è stato sempre protetto dal Vaticano, e fa tuttora parte del C9, il gruppo dei nove cardinali nominati dal pontefice in persona per aiutarlo nel governo della Chiesa Universale.

Il suo non è l’unico caso di promozioni discutibili. Strettissimo collaboratore del papa è infatti Francisco Errazuriz, anche lui chiamato a far parte dell’inner circle del pontefice. Ex arcivescovo di Santiago del Cile e oggi pezzo da novanta della Santa Sede, è stato protagonista, insieme al suo successore Ricardo Ezzati e al nuovo vescovo di Osorno Juan Barros Madrid, dello scandalo di padre Fernando Karadima. Un prete, per stessa ammissione del cardinale, che ha formato tre generazioni di prelati cileni. Una sorta di “santo vivente” per quasi tutta l’alta borghesia e il clero di Santiago che però, secondo le accuse di quattro uomini, dei giudici ordinari e perfino della Congregazione per la dottrina della Fede, nascondeva dietro l’aureola un’altra faccia. Quella di un criminale seriale che ha distrutto vite di giovani adolescenti.

L’inchiesta del giudice istruttore Jessica Gonzales è sintetizzata in un documento di 84 pagine dove vengono ricostruite le fasi dell’inchiesta interna della curia cilena, e mostrano il tentativo – da parte di Errazuriz – di evitare lo scandalo allungando a dismisura i tempi dell’istruttoria: nonostante il cardinale fosse stato avvertito delle violenze di Karadima già nel 2003, Errazuriz manderà il fascicolo a Roma solo nel 2010, quando ormai le vittime – che non erano riuscite ad ottenere giustizia dal loro vescovo – avevano deciso di raccontare le violenze pubblicamente.

Errazuriz spiega a verbale di non aver mai creduto alle accuse, ma schernisce chi lo indica, in patria, come un insabbiatore. Di certo nel 2006, dopo aver “sospeso” l’inchiesta interna che altri pezzi della sua curia volevano portare avanti, chiese a don Karadima di farsi da parte. Ma solo per raggiunti limiti di età. «Caro Fernando» si legge in una missiva privata pubblicata da un giornale cileno «la celebrazione per i suoi cinquant’anni di sacerdozio sarà un grande anniversario, nessuno potrà dire che non sia stato celebrato come si conviene…». Il giudice penale alla fine dell’istruttoria ha confermato le violenze, ma ha dovuto prescrivere i reati. La Congregazione ha condannato Karadima «a una vita di preghiera». Nel 2013 si è aperta una causa civile contro l’arcidiocesi di Santiago su cui pendono richieste di risarcimento da parte di quattro vittime pari a 450 milioni di pesos.

Insieme a Pell e ad Errazuriz, nel C9 c’è anche Oscar Rodriguez Maradiaga, coordinatore del gruppo e uno dei cardinali più ascoltati dal papa. In pochi sanno che tra il 2003 e il 2004 la porpora ospitò in una delle diocesi sotto il suo arcivescovado di Tegucigalpa, in Honduras, un prete incriminato dalla polizia del Costarica per abusi sessuali. Un latitante, don Enrique Vasquez, braccato dall’Interpol fin dal 1998: dopo una fuga tra Nicaragua, New York, Connecticut e una casa di cura per preti in Messico, don Enrique si rifugerà per qualche mese anche a Guinope, dove diventa parroco di una parrocchia sotto il controllo dell’arcivescovado di Maradiaga. Il reporter Brooks Egerton, racconta che riuscì al tempo ad intervistare il segretario di Maradiaga per il Dallas Morning News, che non negò affatto la presenza del pedofilo, ma minimizzò solo il ruolo pastorale. L’attuale cardinale, invece, non volle mai rispondere alle sue domande. «Secondo un agente del’Interpol che intervistai, i funzionari della diocesi si resero conto di avere un problema con don Enrique, e così si liberarono di lui», azzarda Egerton. Maradiaga però è uno che non si nasconde, e non hai mai avuto sul tema alcun pelo sulla lingua: un anno prima dell’arrivo di Vasquez nella sua diocesi, in una conferenza pubblica a Roma spiegò che lui, anche di fronte a un sacerdote accusato di pedofilia, sarebbe stato «pronto ad andare in prigione piuttosto che danneggiare uno dei miei preti… Per me sarebbe una tragedia ridurre il ruolo di pastore a quello di poliziotto. Non dobbiamo dimenticare che siamo pastori, e non agenti dell’Fbi o della Cia».

Tra le porpore che hanno fatto strada “Lussuria” racconta anche le contraddizioni di Timothy Dolan, arcivescovo di New York che come capo della Conferenza episcopale statunitense che ha dato l’ok a pagare dal 2007 al 2015 parcelle da ben 2,1 milioni di dollari a favore di importanti società di lobbying con l’obiettivo – ovviamente non dichiarato – di bloccare, o quanto meno modificare, l’approvazione di una proposta di legge dello Stato che prevede l’abolizione della prescrizione per le vittime della pedofilia.

Ma omertà e i silenzi hanno caratterizzato anche il comportamento del cardinale francese Philippe Barbarin e dell’italiano Domenico Calcagno, e fedelissimi di Francesco come monsignor Godfried Danneels, arcivescovo emerito di Bruxelles messo da Bergoglio in cima alla lista dei padri sinodali: possibile che il papa non conoscesse le imbarazzanti intercettazioni (mai pubblicate in Italia) con cui il porporato tentava di proteggere un vescovo lussurioso? È un fatto che documenti originali e testimonianze dimostrano come nell’anno di grazia 2017 il sistema attraverso cui la gerarchia ecclesiastica protegge le mele marce, nonostante qualche blando tentativo di scardinarlo, funziona ancora a pieno regime.

fonte: http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/01/12/news/cosi-il-vaticano-protegge-i-preti-pedofili-1.293368

 

Pier Luigi Boschi: scoperti conti cointestati con un camorrista. Ma state sereni, garantisce la figlia: anche il camorrista è una persona perbene!

 

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Pier Luigi Boschi: scoperti conti cointestati con un camorrista. Ma state sereni, garantisce la figlia: anche il camorrista è una persona perbene!

 

Nuovi guai per la Boschi: scoperti conti del padre cointestati con un uomo vicino ai clan

I grandi giornali precisano che Pier Luigi Boschi non è indagato, ma raccontano nel dettaglio l’ennesima tegola sulla famiglia del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi. E anche stavolta, di mezzo, ci sono le banche, dei conti correnti sospetti scoperti dagli inquirenti che indagano nell’ambito dell’inchiesta sul riciclaggio dei beni del clan camorristico Mallardo. Mario Nocentini, imprenditore edile vicino al clan Mallardo, di stanza a Montevarchi, paesino in provincia di Arezzo, risulta titolare di decine di conti correnti di cui due — aperti presso la Banca del Valdarno — risultano cointestati anche a Boschi. «Oltre ai 19 arresti scattati due giorni fa che hanno portato in carcere il boss Francesco Mallardo e il cognato Antimo Liccardo, sono stati sequestrati beni per oltre 50 milioni di euro. Il gip ha negato il blocco delle proprietà di Nocentini, ma le verifiche degli investigatori proseguono proprio per ricostruire ogni passaggio di denaro e così individuare la provenienza delle somme. I Mallardo sono proprietari di un impero che spazia in diverse regioni, tra cui la Toscana. In provincia di Arezzo contano tra l’altro su una società, la Valdarno Costruzioni, e su alcune ditte che fanno parte della stessa galassia. Il ruolo di Nocentini emerge proprio da questi controlli….», scrive il Corriere della Sera.

La Procura di Napoli ha scoperto che Nocentini ha quote in nove società ed è titolare di ben 39 conti correnti. “Di questi sette, intestati alle aziende e sui quali ha la delega ad operare, risultano aperti presso Banca Etruria”. Due di questi conti, entrambi presso la Valdarno, sarebbero cointestati con papà Boschi. “Il primo, numero 604906, risulta intestato anche a Paolo Amerighi, Roberto Amerighi, Giuliano Scattolin e Pierluigi Maddii. Riguarda un investimento effettuato molti anni fa per un campeggio e secondo alcune verifiche effettuate servirebbe in particolare a pagare il mutuo ancora acceso. Boschi, avrebbero spiegato gli altri soci, fu coinvolto quando era dirigente della Coldiretti. L’altro deposito, numero 603551, è invece intestato soltanto a Nocentini e Boschi e sarebbe stato utilizzato per alcuni affari immobiliari che hanno effettuato insieme”, dettaglia ancora il Corriere della Sera.

fonte: http://www.secoloditalia.it/2017/11/nuovi-guai-per-la-boschi-scoperti-conti-del-padre-cointestati-con-un-camorrista/

Missioni di pace con armi radioattive? Per gli Stati Uniti é normale. E dall’Iraq alla Siria, una lunga scia di “pace” e bambini deformi!

Missioni di pace

 

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Missioni di pace con armi radioattive? Per gli Stati Uniti é normale. E dall’Iraq alla Siria, una lunga scia di “pace” e bambini deformi!

 

USA: Armi radioattive in Iraq, lasciando bambini deformi. Usate anche in Siria.

Durante le prime tre settimane del conflitto in Iraq del 2003, l’esercito statunitense ha commesso crimini di guerra eclatanti con armi radioattive. Anche se il Pentagono ha promesso di non usare mai questa tecnologia, il comando militare è andato avanti nel conflitto in Iraq del 2003, a distribuire missili carichi di uranio impoverito. Più di 2.000 tonnellate di questi rifiuti radioattivi e tossici son cascati in testa al popolo iracheno. Le ripercussioni radioattive dell’uranio impoverito  continueranno ad affliggere il popolo iracheno per molti anni a venire. Gli effetti sulla salute già si sono dimostrati sui soldati americani e non solo, anche sui nostri soldati, si parla di Cancro.

Secondo una nuova rivelazione dal Comando Centrale USA (CENTCOM), le stesse armi sono state utilizzate nei raid aerei nel novembre 2015 nelle province di Deir ez-Zor e Hasakah nella Siria orientale. Questa rivelazione contraddice una dichiarazione di marzo 2015, emessa dallo stesso  Comando Centrale degli Stati Uniti: “noi e gli aerei della coalizione non abbiamo e non useremo  munizioni all’uranio impoverito in Iraq o in Siria”. (Come no? poi lo avete ammesso! Criminali di guerra!)

Secondo il portavoce CENTCOM, il maggiore Josh Jacques, nel novembre 2015,  l’uranio impoverito è stato utilizzato è anche in gran quantità, per eliminare 350 convogli carichi di petrolio di proprietà dello Stato islamico. I danni di questo materiale radioattivo non si fermano quando il “nemico muore”, le ripercussioni durano per molti anni.

L’uranio impoverito è utilizzato nella fabbricazione di armi nucleari e come combustibile per i reattori nucleari. Questo materiale, in esclusiva per gli Stati Uniti e il Regno Unito, è usato in missili per perforare efficacemente la blindatura di un bersaglio. Nel corso dei due conflitti in Iraq, gli Stati Uniti hanno scatenato decine di migliaia di tonnellate di questa porcheria sul popolo iracheno. Hanno inquinato notevolmente il suolo e l’acqua di queste terre per molti anni a venire. L’uranio è una sostanza altamente tossica, se inalata o ingerita, ed è  direttamente collegata a difetti di nascita, infertilità, e tutti i tipi di cancro.

Le ripercussioni non solo affliggono gli iracheni, ma anche tutti i soldati che ritornano dalle missioni. Abbiamo pubblicato un articolo qualche settimane fa che parlava appunto di questo: 4.000 militari italiani malati di cancro.
Che dire? Grazie Stati Uniti per tutto il male che avete causato per l’imperialismo, e in molti vi considerano eroi…bel modo di fare gli eroi complimenti.

fonte: La mia parte intollerante

Gli schiavi che lavorano da mezzanotte all’alba

 

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Gli schiavi che lavorano da mezzanotte all’alba

Spesso stranieri. Lavorano di notte. Prendono 5,16 euro all’ora. Lordi. Se si lamentano perdono il posto. Ma grazie a loro i supermercati sono aperti h24. Bella comodità, no?

C’è un momento della notte, imprecisato ma non per questo meno inesorabile, in cui i supermercati romani si sincronizzano sul fuso di Manila. Al Carrefour di Tor Vergata, periferia meridionale della metropoli, succede a mezzanotte. Chiudono le porte alla clientela, ma le spalancano a una squadra di sei filippini dai venti ai trent’anni, piccoli di statura ma instancabili, che sgattaiolano dentro in maglietta rossa aziendale per farli sembrare ciò che non sono. In quello di viale Ciamarra, aperto h24, ne trovi altri chini sulle carcasse di bancali che hanno appena liberato dal cellophane a estrarre biscotti, tonno e sapone liquido per lavastoviglie da sistemare ognuno al suo posto. Ne avvicino un paio invano: o non parlano italiano o fingono per evitare grane. Altri ancora sono febbrilmente all’opera al quartiere Alessandrino non si sa da quanto, oppure al Pigneto o al Villaggio Olimpico.

All’ultimo controllo sul sito del gruppo francese che ha introdotto l’apertura notturna in Italia nel 2012 sono 183 i punti vendita dove non tramonta mai il sole. Un boom che di recente ha spinto, nella capitale come altrove, anche chi non fa il tempo pieno a spostare in avanti le lancette della chiusura. Di questo passo l’ultima zona de-commercializzata della giornata sarà presto espugnata. Con la schizofrenia tipica del tardo capitalismo, da consumatori brindiamo per la maggiore comodità, mentre da cittadini rabbrividiamo quando scopriamo la retribuzione oraria degli scaffalisti asiatici che rendono possibile l’acquisto non-stop. Cinque euro e sedici dice la busta paga che ho davanti agli occhi. Che per un turno di quattro ore ne fa venti lordi con i quali, sì e no, potranno comprare i barattoli e le scatolette che sistemano in un minuto. Se la cosa non vi impressiona in assoluto, apprezzatela meglio in termini relativi: per fare lo stesso lavoro un vero dipendente dell’azienda prenderebbe circa il doppio. Grande distribuzione, grandissima ingiustizia.

Tu consumatore non lo sai, vedi addetti in divisa e pensi che tutti dipendano dal logo che hanno stampigliato all’altezza del cuore, ma non è così. Che imbocchi un corridoio o un altro, ti metta in fila a una cassa o in quella accanto, puoi incrociare valvassori, valvassini o servi della gleba. I primi sono gli assunti (paga oraria media 10 euro, straordinari, notturno, ferie). I secondi gli interinali, che per legge dovrebbero prendere quanto i primi ma in verità portano a casa sugli 8 euro (niente anzianità, niente straordinario). I terzi quelli delle cooperative, con paghe variabili dai 7 ai 5 euro, parliamo di lordo, no malattia, no quasi niente e se ti lamenti tanti saluti e avanti un altro. Judito, il filippino ventinovenne che incontro al McDonald’s di via Trionfale, rifugio con aria condizionata e wifi gratuito di tanti naufraghi metropolitani, appartiene all’ultima classe. Dice: «Negli ultimi due anni ho lavorato per due diverse cooperative trovate su Infojobs.it. Scaffalista per Conad e per Carrefour. Scarico la merce dal camion, la tolgo dai pallet, la carico sugli scaffali facendo la rotazione a seconda delle scadenze. Per 7 mila colli serve una squadra di cinque-sei persone. Per 10 mila otto».

È veloce, gli fanno i complimenti, così a un certo punto fa notare che 5 euro e 50 sono proprio pochini. Almeno lo spostassero in un punto vendita più vicino casa, che è un aumento indiretto in moneta di tempo perso. Prima dicono di sì poi, l’impudenza va sanzionata, ci ripensano e gli offrono una sede ancora più lontana. Così trova un’altra cooperativa che di euro gliene dà 6,50, con lo straordinario al 20 per cento e un piccolo premio per il notturno. È felice sin quando non si accorge che il caporeparto pugliese fa fare tutto a lui e agli altri suoi connazionali mentre, sostiene, gli italiani se la prendono comoda ed escono per fumare. Sua moglie lavora tutto il giorno come domestica e spetta a lui portare alla materna il figlio di cinque anni che ora siede davanti a me fiero della sua maglietta di Spider-Man. «Devo lavorare di notte per guardarlo, ma sono bravo e posso far meglio di così» motiva le sue ultime dimissioni. Su internet ha prenotato due colloqui con altrettante agenzie interinali ed è fiducioso che la sua vita migliorerà presto.

Valeria, nome di fantasia come la maggior parte degli altri, è già una «somministrata» ma non per questo si fa illusioni. Fa la cassiera in orari variabili dalle 20 alle 3 del mattino in una cittadina ligure e vengo a sapere della sua storia perché manda una richiesta di aiuto a Francesco Iacovone, dell’Unione Sindacati di Base, mentre mi fa da guida nel primo dei miei tour Supermarket-by-night. Quanto deve essere acuto il disagio affinché una quarantenne inequivocabilmente sana di mente mandi un WhatsApp dopo mezzanotte a un sindacalista con fama di combattività? Mi racconta dei suoi contratti, comunicati anch’essi via WhatsApp di settimana in settimana, orari inclusi. Del fatto che la maggiorazione notturna del 50 per cento dei colleghi assunti, per lei si ferma al 15 («Basta considerare come ordinarie le ore notturne»). Dello stress di dover correre a cambiare il rotolo delle etichette della bilancia quando finisce, o a dare la chiave a chi non riesce a entrare in bagno, quando sei l’unica in negozio assieme alla guardia e agli scaffalisti che, però, non devono avere contatti col pubblico.

L’episodio più indigesto riguarda un cliente che, seccato per aver dovuto aspettare qualche minuto nella fascia oraria dove osa solo Marzullo, le ha detto con disprezzo «dovresti ringraziare di avere un lavoro»: «Io non devo ringraziare proprio nessuno, se non me, per questo lavoro di merda che ho». Ma il motivo per cui ha scritto a Iacovoni è che il caporeparto le ha appena negato due settimane di ferie: «Ovviamente non pagate: solo uno stacco dopo un anno e mezzo, per prendere fiato col mio compagno che lavora anche lui da Carrefour ma di giorno, così non ci vediamo mai». Non può permettersi il rischio di trovare al rientro un’altra al posto suo ma neppure vuole correre quello, a forza di chinare la testa, di finire per strisciare.

Gianni Lanzi, della Filcams Cgil, ne ha viste troppe per meravigliarsi. Contesta in radice l’allargamento dell’orario («Ma sul serio, chi ha l’impellente bisogno di farsi una carbonara alle 4 di notte?») e denuncia «la disumanizzazione del lavoro» quando due che fanno la stessa identica cosa prendono uno la metà dell’altro. Per darmi la misura del Far West mi racconta anche di grosse catene romane che avrebbero praticamente solo personale che gli arriva via cooperative e che poi si vantano di laute elargizioni alla Caritas. O di fuoriusciti dalla Carrefour che avrebbero aperto cooperative che poi intrattengono con la ex alma mater relazioni preferenziali. È sempre lui ad aiutarmi a decrittare la busta paga di Judito: «Com’è possibile dargli così poco? Perché il contratto collettivo che gli applicano è quello Cisal, uno di quelli che noi definiamo contratti pirata» («Accusa infamante» è la risposta, però la vera infamia continuano a sembrarmi i 5,16 euro). Tant’è che Aneta, altra cooperativa altro contratto, di base ne prende 7,23 che è poco ma tanto di più. Però, da quando ha denunciato i suoi capi, non fa più vita: «Prima i turni erano settimanali, ora arrivano giorno per giorno. Così devi essere sempre pronta all’alba, anche se alla fine lavori di notte. E il responsabile bestemmia, mi umilia in pubblico: è diventato insopportabile!».

 L’ufficio stampa di Carrefour, dal canto suo, è stato gentile e inutile in parti uguali. Gli ho chiesto un censimento di dipendenti, interinali e cooperativi, con relative differenze salariali, e mi ha risposto che «ovviamente tutti i lavoratori sono inquadrati anche da un punto di vista retributivo sulla base del contratto di riferimento aziendale». Ovviamente. È stato anche molto dettagliato su un progetto per valorizzare i prodotti lattiero-caseari piemontesi e su un «format gourmet (tipo Eataly) per privilegiare piccole produzioni autoctone». Ha rivendicato che le aperture notturne fanno lavorare ogni giorno centinaia di «giovani che vogliono arrotondare» (termine che andrebbe abolito per sempre) «e disoccupati che trovano un modo per guadagnare di più rispetto a un lavoro simile diurno» (magari). Infine ha aggiunto che in ogni caso le cooperative «devono rispettare precise regole e codici dell’azienda». Al che mi sono permesso di domandargli se questi codici fossero compatibili con i cinque euro e spiccioli, curiosità che lo ha letteralmente ammutolito.

Christian Raimo, in uno sterminato, magistrale e raro reportage sul tema, stima in 3.000 i lavoratori delle coop rispetto ai 20 mila assunti Carrefour. Il muro di gomma aziendale mi ha fatto tornare in mente uno spot della Conad, sapidamente parodizzato, con la moglie di un socio Conad che aspetta invano nel parcheggio perché l’abnegazione dell’uomo è tale che, dalle sette quando doveva uscire, non si farà vivo che due ore dopo. E anche un passaggio di 24/7 (Einaudi) il saggio in cui Jonathan Crary racconta l’assalto del capitalismo al sonno: «L’enorme quantità di tempo che trascorriamo dormendo, affrancati da quella paludosa congerie di bisogni artefatti, rappresenta uno dei grandi atti di oltraggiosa resistenza degli esseri umani alla voracità del capitalismo contemporaneo». Una resistenza che, a quanto pare, stiamo perdendo.

 C’è chi preferisce minimizzare, negando la novità del fenomeno: «I medici, gli infermieri, i poliziotti, i vigili del fuoco e i camerieri l’han sempre fatto». Iacovone, il sindacalista di base, sul suo sito si è dato la briga di risponder loro confrontando salari e  condizioni complessive. Il punto è che la somma di due torti non fa mai una ragione (dovrebbero guadagnare meglio anche loro). E che nella grande distribuzione notturna la caratteristica di servizio pubblico essenziale scolora. Tanto vale far notare che siamo in buona compagnia. In The Fissured Workplace David Weil segnala che oggi in America un lavoratore su tre non è assunto dall’azienda che corrisponde al marchio del prodotto.

Apple, per dire, a fronte a 63 mila dipendenti ha 750 mila contractors. Se le vendite del prossimo iPhone andranno meno bene del previsto, indovinate chi saranno i primi a saltare? Non c’è bisogno di licenziarli, basta non riassumerli. Magari con un iMessage gratuito. Quanto ai filippini non mi sorprende che accettino ciò che gli altri scartano. Hanno una soglia di sopportazione notoriamente alta. Di quella nazionalità è un terzo di tutti i marinai delle portacontainer e un terzo è anche la quota del loro stipendio rispetto a quello degli ufficiali europei. Però, come Judito dimostra, non bisogna esagerare. «Chiunque competa con gli schiavi, diventa uno schiavo» ammoniva Kurt Vonnegut, non sapendo di parlare a Salvini. Se oggi sono loro, domani saremo noi. Non expedit.

 

tratto da: http://www.repubblica.it/venerdi/articoli/2017/10/09/news/supermercati_notte-177802768/