28/07/1914 inizia la Prima Guerra Mondiale, ma la verità su questa carneficina è ben diversa da quella che ci propinano i libri di storia – “Qui non si combatte né con orgoglio né con ardore, qui si va al macello perché si teme la fucilazione.” – Il terribile racconto di una decimazione di un medico militare

 

Prima Guerra Mondiale

 

 

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28/07/1914 inizia la Prima Guerra Mondiale, ma la verità su questa carneficina è ben diversa da quella che ci propinano i libri di storia – “Qui non si combatte né con orgoglio né con ardore, qui si va al macello perché si teme la fucilazione.” – Il terribile racconto di una decimazione di un medico militare

 

“QUI NON SI COMBATTE NÉ CON ORGOGLIO NÉ CON ARDORE, QUI SI VA AL MACELLO PERCHÉ SI TEME LA FUCILAZIONE.” NELL’ANNIVERSARIO DELL’INGRESSO DELL’ITALIA NELLA GRANDE GUERRA IL TERRIBILE RACCONTO DI UNA DECIMAZIONE VISTA ATTRAVERSO GLI OCCHI DI UN MEDICO MILITARE

“A di là del ponte la prateria era invasa da cavalli ancora sellati e abbandonati, soldati dispersi trattenuti da un Ufficiale dei Carabinieri con rivoltella in pugno ed esaltato all’eccesso nel compito della sua missione; gli ordini erano severissimi; si procedeva alla decimazione dei soldati che non avessero saputo dar notizie dei loro reparti e della loro ubicazione; dovetti assistere ad una di queste decimazioni e l’impressione fu terribile e incancellabile; su dieci poveri soldati inebetiti dalla fame, dalle fatiche e chissà poi come e perché dispersi si sceglieva uno a caso e veniva fucilato immediatamente sul posto; i poveri ragazzi invocanti tra le lacrime di disperazione il nome della mamma! Ma quando la bestia umana ammansirà i suoi istinti di distruzione e tornerà a trionfare la bontà, la comprensione e la fratellanza fra i popoli?…..”
Con queste parole il medico Mario Matteo Costa descriveva l’episodio di decimazione a cui era stato costretto ad assistere. Appena laureato era stato chiamato in servizio negli ospedali da campo situati al fronte, per curare le mutilazioni dei soldati e la diffusione del colera. Proprio in veste di medico assistette in prima persona alla terribile disfatta di Caporetto, e alla rovinosa ritirata che ne seguì. E proprio in questo frangente va inserita la terribile vicenda dei decimati. La necessità di trovare un capro espiatorio per la cocente sconfitta, portò gli alti comandi, Cadorna in testa, ad elaborare la teoria del tradimento, secondo cui interi reparti di soldati italiani si sarebbe comportati con codardia dinnanzi al nemico, fino ad arrendersi senza colpo ferire. E così nacque la leggenda degli “imboscati d’Oltralpe”, così li definì D’Annunzio, che preferivano la prigionia austriaca alla guerra sul fronte. Nulla di più falso. A parte rarissimi casi, i fanti italiani fatti prigionieri si batterono con coraggio e dedizione, per quella Patria che nei mesi seguenti li avrebbe completamente abbandonati alla loro sorte. Tra di loro anche Costa catturato e internato in un campo tedesco che diversi anni dopo la fine della guerra metterà nero su bianco le sue memorie.
A distanza di 103 anni da quel 24 maggio del 1915, quando l’Italia entrò in guerra al fianco dell’Intesa, non possiamo che ricordare tutti i morti delle trincee, su ogni fronte, vittime di interessi economici e politici precisi, e vittime, ancora oggi, di una retorica nazionalista che esaltando il conflitto, enfatizzando lo scontro, creando mitologie della battaglia, rinnova quotidianamente la violenza verso tutti gli innocenti che hanno perso la vita nella Grande Guerra.

Fonte:
Cannibali e Re
Cronache Ribelli

https://www.facebook.com/cannibaliere/photos/a.989651244486682.1073741828.978674545584352/1656281357823664/?type=3&theater

L’altro volto di Marchionne di cui oggi nessuno parla? Ce lo racconta un operaio della Maserati… Perchè non è che se muori, diventi automaticamente un santo…!

 

Marchionne

 

 

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L’altro volto di Marchionne di cui oggi nessuno parla? Ce lo racconta un operaio della Maserati… Perchè non è che se muori, diventi automaticamente un santo…!

 

L’altro volto di Marchionne: il racconto di un operaio della Maserati

Se negli scorsi giorni in molti hanno lodato le indubbie capacità manageriali di Sergio Marchionne, c’è anche un altro lato, quello degli operai, da ascoltare con attenzione

Negli scorsi giorni in molti hanno sottolineato le indubbie capacità manageriali di Marchionne, del suo salvataggio della Fiat e della nascita della Fca, che ha dato un volto internazionale allo storico marchio italiano.

Ma questa trasformazione ha comportato una grande durezza sia nei rapporti dei lavoratori che con i sindacati, ben raccontata in questa lettera di un operaio della Maserati, pubblicata su InfoAut, che riportiamo: 

“Lavoro alla Maserati di Grugliasco Torino, ex officina Bertone, annessa dalla Fiat per produrre la nuova vettura. Ci lavorano circa 1000 operai su due turni (per adesso). Nel turno di notte ci sono pochi operai per recuperare qualche vettura e mettere a posto le postazioni e i magazzini. Si producono 35 vetture al giorno, ma molto probabilmente la produzione è destinata a salire fino a 50 vetture per turno.
Le condizioni lavorative sono da caserma, per noi della logistica (riforniamo le linee di produzione con il materiale) i carichi di lavoro sono a dir poco asfissianti. Nel turno di lavoro non si smette mai di lavorare, non esistono tempi morti, ci sono tre pause di 10 minuti, ma la gran parte degli operai della logistica le sfrutta per mettere a posto le postazioni per non rimanere indietro quando riparte la produzione. C’è mezzora di pausa mensa, ma tra lavarsi le mani, raggiungere la mensa e la lunga coda per prendere il vassoio e farsi servire dagli addetti… ci si gioca la metà del tempo, quindi si mangia di corsa. I primi tempi ho visto anche operai che iniziavano a mangiare in piedi prima di sistemarsi nei tavoli.
Varcato il cancello, prima di entrare in officina, hanno messo un tabellone digitale dove c’è scritta la data dell’ultimo infortunio (che se non erro è dicembre 2012) e sotto la data corrente con il numero zero _infortuni_, però anche lì ci sono forzature da parte dei capi e direttori sugli operai. In pratica, chi si fa male non deve denunciare l’infortunio, altrimenti finisce in cassa integrazione. Per l’azienda quel tabellone deve rimanere sullo zero per la bella figura del marchio FIAT.
In officina, durante le ore lavorative ci sono parecchie visite esterne di gentaglia vestita come manichini che osserva le lavorazioni e ci sono tantissime riunioni tra capi capetti ecc. ecc. per far funzionare meglio la lavorazione del prodotto.
Sono stato addetto alla meccanica. Il personale è carente e andando alla velocità’ che vogliono loro si rischiava di farsi male o, peggio, di far male a qualcuno. I capi fanno pressione per andare più veloce, per non rischiare di fermare la produzione. Praticamente, uscendo dal magazzino, per entrare in officina, bisogna attraversare una strada dove passano tir e furgoni che hanno lo stop, ma che raramente osservano: si rischia spesso di esser investiti. Ci sarebbe bisogno di semafori, ma, a quanto pare, l’azienda non vuole affrontare questa spesa, per il momento, sostiene che ci sono altre priorità! Quali, se l’azienda fa tanta pubblicità sia con il tabellone elettronico e sulle continue raccomandazioni per evitare gli infortuni?! Tutta ipocrisia! Esiste una vera e propria contraddizione: se si va a 6 chilometri orari sei a norma ma fermi la produzione, mentre se vai a 12 km orari non sei più a norma e superi la velocità consentita in officina, quello che fanno tutti, per non rischiare di fermare e prendere richiami dai capi.
Non esistono organizzazioni sindacali che si occupano veramente delle nostre condizioni. Fim Uil e Fismic sono latitanti e la Fiom che, aveva la maggioranza dei consensi, anzi praticamente erano tutti iscritti alla Fiom, è stata sfrattata; con essa sono rimasti fuori i delegati e molti operai loro simpatizzanti. D’altronde, la stessa Fiom, quando era presente in fabbrica, non ha mai portato avanti forme reali di lotta.
Molti operai sono rientrati dopo 10 anni di cassa integrazione, in officina ci sono molti operai e capi di Mirafiori che sostituiscono quelli del ex Bertone.
Questo è il sistema e il metodo Marchionne degli stabilimenti Fiat in Italia e all’estero. Chi si ribella veramente, chi fa mutua o va in infortunio dopo che si è fatto male lavorando, viene parcheggiato in cassa integrazione a disposizione dell’azienda per un eventuale prossima chiamata per rientrare a lavorare”.

 

fonte: https://www.globalist.it/news/2018/07/24/l-altro-volto-di-marchionne-il-racconto-di-un-operaio-della-maserati-2028432.html

La tassa sui rifiuti è aumentata di oltre il 70% in 7 anni…Vi sentite più puliti o solo più presi per il c…?

 

tassa sui rifiuti

 

 

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La tassa sui rifiuti è aumentata di oltre il 70% in 7 anni…Vi sentite più puliti o solo più presi per il c…?

 

La tassa sui rifiuti è aumentata di oltre il 70% in 7 anni

Secondo Confcommercio, negli ultimi sette anni la tassa sui rifiuti, per cittadini e imprese, è arrivata a 9,3 miliardi di euro, in crescita del 72%. “Costi ingiustificati che derivano da inefficienza e discrezionalità dei Comuni, dalla cattiva applicazione dei regolamenti e dall’uso di coefficienti tariffari massimi”.

La tassa sui rifiuti aumenta costantemente da sette anni: nel 2017 è arrivata complessivamente a 9,3 miliardi di euro, con una crescita del 72% pari a 3,9 miliardi. A dirlo è il primo rapporto dell’Osservatorio tasse locali di Confcommercio, che ha raccolto e analizzato per un campione di oltre 2mila comuni (rappresentativi di oltre il 60% della popolazione) i dati e le informazioni relative alla Tari pagata da cittadini e imprese del terziario. “Per cittadini e imprese la tassa sui rifiuti comporta costi eccessivi e ingiustificati che derivano in particolare, da inefficienza ed eccesso di discrezionalità di molte amministrazioni locali, da una distorta applicazione dei regolamenti e dal continuo ricorso a coefficienti tariffari massimi”.

La percentuale di raccolta differenziata è aumentata negli ultimi sette anni di oltre il 20% e occorre considerare che il costo di gestione dei rifiuti differenziati è circa un terzo rispetto a quello degli indifferenziati. Questa tendenza “avrebbe dovuto presupporre una contrazione significativa della spesa complessiva che, però, non si è verificata”. La crescita della tassazione è poi “doppiamente ingiustificata se si considerano i dati riguardo alla produzione totale di rifiuti” che è diminuita. Le imprese spendono di più nonostante la produzione di rifiuti sia scesa dai 32,4 milioni di tonnellate del 2010 ai 30,1 milioni nel 2016.

Secondo la Confcommercio sono due le cause principali: l’inefficienza e il mancato raggiungimento degli obiettivi di raccolta differenziata. Le aziende di gestione non sono state in grado di mettere a punto sistemi in grado di raggiungere gli obiettivi previsti dalla normativa. Nonostante la differenziata abbia raggiunto il 52,5% nel 2016 (+5% rispetto al 2015), l’Italia resta in ritardo sugli obiettivi Ue (65%). Il mancato raggiungimento degli obiettivi comunitari è arrivato a costare alla collettività 1 miliardo di euro all’anno fra il 2013 e il 2016. Con la Tari “non si sono andati a coprire solo i costi per migliorare la differenziata, ma anche le inefficienze e gli sprechi del sistema”. Dai calcoli OpenCivitas (un progetto del Dipartimento delle Finanze) per determinare, comune per comune, il costo ottimale del servizio di gestione dei rifiuti emerge un quadro chiaro: la distribuzione dell’inefficienza è generalizzata, con il 62% dei Comuni capoluogo di provincia che ha una spesa mediamente superiore al costo ottimale. In alcuni casi lo scostamento sfiora l’80%. I cinque comuni che spendono di più sono: Asti (77%), Potenza (67%), Venezia (67%), Brindisi (61%), Reggio Calabria (58%). I più virtuosi sono invece: Pistoia (-33%), Brescia (-29%), Prato (-28%), Forlì (- 27%) e Cesena (-26%).

Per l’Osservatorio, se ci si concentra sulle imprese, si possono riscontrare casi in cui queste “pagano al Comune il costo di un servizio che non viene mai erogato”, in quanto ricadono in aree dove sono le imprese stesse a dover provvedere autonomamente allo smaltimento (con relativi costi) dei rifiuti prodotti. Confcommercio cita anche i casi delle aree espositive, di solito grandi superfici dalla ridotta produzione di rifiuti: a queste imprese la Tari viene calcolata comunque sull’intera superficie. Ci sono poi gli alberghi che non erogano servizi di ristorazione, avendo quindi “una capacità di produrre rifiuti pari o, addirittura, inferiore a quella delle abitazioni private”, ma che pagano in ogni caso tariffe più alte rispetto ai privati. Parecchi sono poi “i regolamenti comunali che, illegittimamente, non riconoscono alcuna agevolazione nelle ipotesi di locali, diversi dalle abitazioni, ed aree scoperte adibiti ad uso stagionale o ad uso non continuativo, ma ricorrente”.

Parte delle tariffe sono determinate dai Comuni moltiplicando la superficie per specifici coefficienti di produttività quantitativa e qualitativa di rifiuti. La legge si limita a dare un intervallo di valori, ma spetta poi ai Comuni la scelta del coefficiente. La maggior parte delle amministrazioni sceglie i valori più elevati. “Una libertà che ha sempre svantaggiato in particolare le utenze con una maggiore produttività di rifiuti (ristoranti, pizzerie, ortofrutta e pescherie)”.

Altro problema è l’eccessiva discrezionalità assicurata agli enti locali e la mancanza di linee guida sull’applicazione della Tari. Questo ha prodotto “una profonda disomogeneità dei costi per il servizio di gestione dei rifiuti, con scostamenti enormi anche tra Comuni limitrofi”. In provincia di Bergamo il Comune di Barzana registra un costo unitario per abitante di 55 euro mentre nella provincia di Brindisi, a Mesagne, la spesa per la gestione dei rifiuti è pari a 699 euro per ogni abitante. A Mola, in provincia di Bar, un ristorante di 500 metri quadri paga 16.401 euro all’anno, mentre ad Alba, in provincia di Cuneo, 7.334 euro.

Per Patrizia Di Dio, membro di Giunta di Confcommercio con delega all’ambiente, “i dati dell’Osservatorio sono la conferma di quanto le nostre imprese siano penalizzate da costi dei servizi pubblici che continuano a crescere in modo ingiustificato. Bisogna, dunque, applicare con più rigore il criterio dei fabbisogni e dei costi standard nel quadro di un maggiore coordinamento tra i vari livelli di governo, ma soprattutto è sempre più urgente una profonda revisione dell’intero sistema che rispetti il principio europeo ‘chi inquina paga’ e tenga conto delle specificità di determinate attività economiche delle imprese del terziario al fine di prevedere esenzioni o agevolazioni. In due parole, meno costi e meno burocrazia per liberare le imprese dal peso delle inefficienze locali di gestione”.

fonte: https://www.fanpage.it/la-tassa-sui-rifiuti-e-aumentata-di-oltre-il-70-in-7-anni/

“Facciamo Scuola”, finalmente dopo tanti, ma proprio tanti, anni di tagli, qualcuno fa qualcosa per la scuola: il M5S destina 1 milione di euro all’iniziativa!

 

Facciamo scuola

 

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“Facciamo Scuola”, finalmente dopo tanti, ma proprio tanti, anni di tagli, qualcuno fa qualcosa per la scuola: il M5S destina 1 milione di euro all’iniziativa!

 

‘Facciamo Scuola’, il M5S destina 1 milione di euro all’iniziativa

“Finalmente l’iniziativa ‘Facciamo scuola‘ sta per diventare realtà”.

Lo annunciano tramite il proprio blog i 5Stelle, che hanno messo a disposizione 1 milione di euro dei 12 restituiti dai propri consiglieri regionali per finanziare i progetti presentati dagli istituti scolastici nei mesi scorsi.

Ciascuna scuola potrà ricevere un contributo massimo di 10.000 euro per singolo progetto.

Tutti gli iscritti certificati al MoVimento 5 Stelle delle Regioni interessate voteranno sulla piattaforma Rousseau le oltre 350 proposte che studenti e insegnanti hanno inviato al M5S in risposta all’iniziativa.

“Questi fondi – spiegano i pentastellati – aiuteranno decine di scuole in tutta Italia a realizzare idee-progetto che le stesse hanno presentato”.

“La finalità delle idee-progetto – proseguono – è di rendere più moderni e funzionali gli edifici scolastici e le loro attività attraverso, ad esempio, iniziative di riduzione dell’impronta ecologica con opere di risparmio energetico, riduzione dei rifiuti, riciclo e riuso di materie e di suolo”.

Il M5S ha anche ricevuto numerose proposte per contrastare la dispersione scolastica attraverso percorsi di orientamento, formazione e supporto individuali per giovani studenti.

Ecco alcune regioni interessate:

– Campania con un importo erogabile di 255.000,00 € e 162 progetti presentati;
– Liguria con un importo erogabile di 100.000,00 € e 19 progetti presentati;
– Marche con un importo erogabile di 100.000,00 € e 56 progetti presentati;
– Molise con un importo erogabile di 140.000,00 € e 16 progetti presentati;
– Piemonte con un importo erogabile di 80.000,00 € e 15 progetti presentati;
– Puglia con un importo erogabile di 255.000,00 € e 59 progetti presentati;
– Toscana con un importo erogabile di 40.000,00 € e 12 progetti presentati;
– Umbria con un importo erogabile di 20.000,00 € e 1 progetto presentato;
– Veneto con un importo erogabile di 50.000,00 € e 20 progetti presentati;

Il M5S ha sottolineato che “nel rispetto delle leggi vigenti, nessuna scuola sarà chiamata a partecipare ad eventi di natura politica, né saranno richieste forme di pubblicizzazione dell’iniziativa da parte delle stesse”.

 

fonte: https://www.silenziefalsita.it/2018/07/25/facciamo-scuola-il-m5s-destina-1-milione-di-euro-alliniziativa/

Solo oggi altri 4 operai morti sul lavoro. Ma non Vi preoccupate, Salvini sta lavorando sodo per imporre il crocefisso in TUTTI i luoghi pubblici…!

 

morti sul lavoro

 

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Solo oggi altri 4 operai morti sul lavoro. Ma non Vi preoccupate, Salvini sta lavorando sodo per imporre il crocefisso in TUTTI i luoghi pubblici…!

Oggi sono morti 4 operai: l’emergenza vera d’Italia che il governo neppure considera

Se questo è lavoro: morti schiacciati, morti d’infarto, morti per cadute. Oggi quattro, quattro padri di famiglia, hanno perso la vita. Per loro neppure una prece dal governo della paura

Quattro morti in un giorno. Abbiamo messo solo le notizie flash. Quattro: Cuneo, Genova, Catanzaro, Pavia. Perché le morti sul lavoro non hanno geografia, non hanno età. E una strage quotidiana. Quando il governo parla di emergenze e dimentica questa, la più grave, dimostra solo la pochezza di un esecutivo, caricato a pallettoni su propaganda e false urgenze. Parlerete voi di Palazzo Chigi con le vedove , i figli di questi operai? O non avranno neppure un piccolo aiuto? Neanche un necrologio di Stato?
Segue la feroce cronaca.
Cuneo: E’ morto travolto dal crollo di un mucchio di terra mentre controllava uno scavo appena eseguito nel centro di Busca, e non a causa di una caduta, Aldo Taricco. L’uomo, originario di Tarantasca, è stato subito soccorso, ma per lui non c’è stato nulla da fare. Sull’esatta dinamica dell’incidente sono in corso gli accertamenti dello Spresal e delle forze dell’ordine. L’incidente sul lavoro è avvenuto in un cantiere del centrale corso Romita.
Genova: Il dipendente di una azienda florovivaistica è morto stamani nel giardino di Villa Banfi, a Genova Pegli, schiacciato da un mezzo agricolo. L’uomo, operaio manutentore del verde, è morto sul colpo. Sul posto Vigili del fuoco, 118, carabinieri e ispettorato del lavoro. La vittima è un genovese di 46 anni, Matteo Marré Brunenghi. Lavorava per la ditta Vivai Carbone, una piccola azienda che da anni si occupa della potatura del verde in subappalto per Aster, l’azienda comunale di manutenzioni. L’incidente è avvenuto questa mattina: il 46enne è rimasto schiacciato da un trattore che si è ribaltato. Il magistrato di turno, il sostituto procuratore Chiara Maria Paolucci, è stata informata dell’ accaduto e nelle prossime ore aprirà un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti e darà l’incarico per eseguire l’autopsia.
Catanzaro: Un operaio di 50 anni, O.D., è morto in un incidente su lavoro a Borgia, un centro a pochi chilometri da Catanzaro. L’operaio, secondo quanto si  è appreso,  è caduto, per cause in corso d’accertamento, da un’impalcatura sulla quale stava lavorando per la realizzazione di un muro. O.D. è deceduto sul colpo anche perché un pezzo di ferro, nella caduta, gli si è conficcato nello sterno. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, che hanno avviato le indagini per ricostruire la dinamica dell’incidente ed accertare eventuali responsabilità.
Pavia: Un operaio di 54 anni è morto la scorsa notte, stroncato da un infarto, in un’azienda di Parona, un comune della Lomellina a pochi chilometri da Vigevano nel Pavese. L’uomo, che abitava a Cilavegna (Pavia), stava svolgendo un turno notturno nella ditta (specializzata nella realizzazione di lamine di metallo) quando si è improvvisamente accasciato. I suoi colleghi hanno cercato subito di rianimarlo, utilizzando anche il defibrillatore. Sul posto è arrivato, nel giro di pochi minuti, il 118. Il lavoratore è stato trasportato al Pronto Soccorso dell’ospedale di Vigevano, ma ogni tentativo di salvarlo purtroppo è risultato vano. Al momento non si sa se, quando è stato colto da malore, l’operaio stesse svolgendo mansioni particolari. Sul fatto è stata aperta un’inchiesta.

 

tratto da: https://www.globalist.it/news/2018/07/25/oggi-sono-morti-4-operai-l-emergenza-vera-d-italia-che-il-governo-neppure-considera-2028490.html

Spara con pistola a piombini contro una bambina Rom di 13 mesi. È grave, rischia di rimanere paralizzata… E ora pensate che è proprio a queste merde che Salvini vuole dare il porto d’armi per difendersi…

 

bambina Rom

 

 

 

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Spara con pistola a piombini contro una bambina Rom di 13 mesi. È grave, rischia di rimanere paralizzata… E ora pensate che è proprio a queste merde che Salvini vuole dare il porto d’armi per difendersi…

 

Un ex dipendente del Senato è l’uomo la merda che ha sparato alla bimba rom: “Volevo solo provare la pistola”

È stato un italiano a sparare alla bambina rom di 13 mesi a Roma. Fosse stato un uomo di origine rom a sparare ad una bambina italiana di 1 anno si sarebbe scatenato l’inferno. E invece tutto tace. Probabilmente il nostro Ministro degli Interni ha finito i giga, dato che non ha alcuna puttanata delle sue da sparare a riguardo sui social.

L’uomo ha sparato dalla finestra di casa sua, ora è sotto accusa per lesioni gravissime.

Si tratta di un ex dipendente del Senato, M.A. di 59 anni, che è stato individuato nella giornata di ieri dagli inquirenti che stanno indagando sull’accaduto.

L’uomo si è subito difeso dicendo che non voleva sparare contro i rom. “Non ho nulla contro i nomadi”, ha dichiarato il cecchino che ha sparato dalla finestra di casa sua con una pistola ad aria compressa.

Anche noi non abbiamo nulla contro i pezzi di merda, però è proprio a questi che il Nostro emerito* Ministro degli Interni vuole dare il porto d’armi per la legittima difesa…

Certo che per doversi difendere da bambini di un anno o poco più, si deve essere ridotti proprio male…

By Eles

 

nota:

*”emerito” sta per “emerito”. Chi ha pensato a male tipo “emerito stronzo” ha travisato il nostro pensiero e lo ha fatto a titolo personale**.

 

nota della nota:

**comunque, anche se lo ha fatto a titolo personale, travisando il nostro pensiero, TUTTA LA NOSTRA SIMPATIA

La proposta di Mario Giordano: “E se tagliassimo la pensione d’oro di Lamberto Dini?” …ricordiamo che è quello che ha tagliato le pensioni alla Gente imponendo il divieto di cumulo. Però Lui non si è tagliato niente e ne cumula 3 per un totale di 32.000 Euro…!

 

Lamberto Dini

 

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La proposta di Mario Giordano: “E se tagliassimo la pensione d’oro di Lamberto Dini?” …ricordiamo che è quello che ha tagliato le pensioni alla Gente imponendo il divieto di cumulo. Però Lui non si è tagliato niente e ne cumula 3 per un totale di 32.000 Euro…!

 

Mario Giordano: ‘E se tagliassimo la pensione d’oro di Lamberto Dini?’

“Oggi ho voglia di urlare perché è rispuntato fuori lui”.

Così Mario Giordano contro Lamberto Dini venerdì scorso durante una diretta su Facebook in cui chiede ai suoi fan se è opportuna tagliare la sua (di Dini) pensione d’oro.

L’ex direttore del Tg4 spiega che Dini, l’ex presidente del Consiglio che tagliò le pensioni degli italiani nel 1994 e impose il divieto di cumulo, prende tre pensioni: 7mila euro dall’INPS, 18mila euro dalla Banca d’Italia e 6mila euro lordi di vitalizio. Per un totale di 32mila euro lordi.

“Dice lui – spiega Giordano – ‘ci sono i diritti acquisiti, non si possono toccare’. Ieri c’è stata una sentenza della Corte Europea di Strasburgo che dice sostanzialmente che si possono tagliare i diritti acquisiti ai pensionati perché non sono sul lastrico”.

“Facciamo una colletta – continua il giornalista – aiutiamo questo signore che stamattina si lamenta perché teme che gli tocchino la sua pensione d’oro. E’ preoccupato Lambertuccio. Dopo aver tagliato le pensioni degli italiani, dopo aver messo il divieto di cumulo ed essersi assicurato il cumulo sulla sua pensione il signor Lambertuccio Dini è molto preoccupato. Propongo una colletta per aiutarlo, per fare in modo che ce la possa fare a sopportare questa difficoltà in cui si trova a vivere con 32mila euro di pensione al mese”.

E conclude: “Vedete che non si smette mai di urlare? C’è sempre bisogno di urlare”.

 

Perché attaccano il Decreto dignità? Avete fatto caso che sono gli stessi che sostenevano Monti e osannavano il Jobs Act? La verità è che qualcuno ci preferisce precari a vita!

 

Decreto dignità

 

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Perché attaccano il Decreto dignità? Avete fatto caso che sono gli stessi che sostenevano Monti e osannavano il Jobs Act? La verità è che qualcuno ci preferisce precari a vita!

 

Perché l’establishment attacca il Decreto dignità: qualcuno ci preferisce precari a vita

di Giuseppe PALMA e Paolo BECCHI

Del lavoro e dei lavoratori, Da Monti a Renzi, è stata fatta carne di porco. Già, proprio così. Prima la riforma Fornero ha limitato i casi in cui il lavoratore poteva chiedere il reintegro, poi il Jobs Act ha dato il colpo di grazia rendendo la “tutela reale” un’ipotesi meramente residuale. Ma non solo. La riforma renziana ha ridotto anche la forbice della “tutela obbligatoria”, cioè quella economica, che passava dalle 12-24 mensilità di risarcimento previste dalla Fornero alle 4-24 mensilità previste dal Jobs Act.
Il tutto tra gli applausi di Confindustria e il silenzio collaborazionista dei sindacati.

Il Decreto dignità del governo del cambiamento, voluto in primis da Luigi Di Maio, finalmente inverte la tendenza rispetto agli ultimi sei anni. Beninteso, nulla cambia rispetto al Jobs Act in merito alle ipotesi in cui il lavoratore illegittimamente licenziato può chiedere al giudice di essere reintegrato, ma viene messo un freno al precariato. Ci spieghiamo meglio. I contratti a tempo determinato non potranno superare la durata dei 24 mesi, infatti per disincentivare i contratti a termine vengono reintrodotte le clausole necessarie al rinnovo, cioè l’obbligo per il datore di lavoro di motivare le ragioni del rinnovo di un contratto a tempo determinato. In tal caso ogni contratto a termine successivo al primo (nel limite dei due anni) costerà alle imprese lo 0,5% in più in termini contributivi. Ma v’è di più. Il Decreto dignità, rispetto alla riforma Fornero e al Jobs Act, migliora la “tutela obbligatoria” per il lavoratore illegittimamente licenziato, il quale potrà vedersi riconosciuto un risarcimento che va da un minimo di 6 ad un massimo di 36 mensilità.
Apriti cielo!

Partito democratico e Confindustriasono partiti all’attacco perché in questo modo il lavoratore precario, non vedendosi rinnovare il contratto dopo i due anni (stiamo parlando sempre di rinnovi a termine), tornerà ad essere disoccupato: preferiscono infatti i precari ai disoccupati, così è più facile ricattare i lavoratori ed abbassare i salari. Un povero padre di famiglia, spinto dallo stato di bisogno, col Jobs Act era costretto ad accettare condizioni sempre più a ribasso pur di conservare il “privilegio” del rinnovo all’infinito, salvo poi essere cacciato – in ogni caso – qualche mese più avanti. Col Decreto dignità il datore di lavoro ha invece un margine di “ricatto” più ridotto.
Pd e Confindustria starnazzano che il Decreto voluto dal Ministro del Lavoro penalizza le imprese, ma la verità è un’altra. Meno precariato mette in difficoltà la tenuta dell’attuale governance economica europea (cioè Commissione europea e Bce), quella che Salvini e Di Maio vorrebbero cambiare ma che è ben protetta in casa nostra proprio da Pd e Confindustria. 

A questo punto crediamo che il governo abbia fatto bene ad adottare il Decreto dignità per creare una diga contro i contratti a termine, ma non può fermarsi qui. La lotta al precariato deve essere accompagnata da una riforma ben più ampia che includa anche il reddito di cittadinanza, o qualcosa di simile. Sei anni di Pd hanno devastato il Paese, ora bisogna porvi rimedio con misure complessive e a più ampio respiro.

Al Nazareno si definiscono europeisti, ma dimenticano che è stata proprio una risoluzione del Parlamento europeo(organo sganciato dalla governance economica europea che invece predilige il precariato), ad invitare “la Commissione e gli Stati membri a combattere il lavoro precario“. E allora perché il Pd attacca il Decreto dignità? Forse perché conviene invocare l’ “europeismo” solo quando fa comodo alle banche e alle multinazionali?

 

fonte: http://www.politicamentescorretto.info/2018/07/22/perche-lestablishment-attacca-il-decreto-dignita-qualcuno-ci-preferisce-precari-a-vita/

L’ex parlamentare: “Ho il tumore, con il taglio del vitalizio chi mi assisterà?” …Semplice, il Sistema Sanitario Nazionale. Come tutti i comuni mortali. È gratis, anche per chi ha tentato di distruggerlo!

 

vitalizio

 

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L’ex parlamentare: “Ho il tumore, con il taglio del vitalizio chi mi assisterà?” …Semplice, il Sistema Sanitario Nazionale. Come tutti i comuni mortali. È gratis, anche per chi ha tentato di distruggerlo!

 

Vitalizi, l’ex parlamentare Grillini: “Ho il tumore, con il taglio non posso pagarmi le cure”

Franco Grillini ha scritto: “Questi tagli sono molto dolorosi perché, com’è noto, chi ha un cancro deve affrontare moltissime spese accessorie per la sopravvivenza quotidiana, che sono a carico dell’ammalato”.

Oh poverino… se ne sta accorgendo ora, ora che non ha più il privilegio, delle tremende porcheria che hanno combinato sulla pelle della Gente al Servizio Sanitario Nazionale.

La Sanità si può tagliare, i vitalizi no. Questa era la loro politica… E poi, mal che vada, se ti ammali la cure puoi pagartele…

Ma non è più così caro ex parlamentere… Ora avrai gli stessi problemi che devono affrontare i malati di cancro Italiani (1000 nuovi casi ogni giorno)… Come ogni comune mortale.

Fatti assistere dalla Sanità Pubblica.

By Eles

 

Ricapitoliamo: Giorgia Meloni attacca Macron per l’intervento in Libia del 2011. In realtà Macron nel 2011 ancora non c’era, mentre la Meloni SÌ. Era al governo e votò a favore. È c’è gente che a questi cialtroni gli dà pure il voto!

 

Giorgia Meloni

 

 

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Ricapitoliamo: Giorgia Meloni attacca Macron per l’intervento in Libia del 2011. In realtà Macron nel 2011 ancora non c’era, mentre la Meloni SÌ. Era al governo e votò a favore. È c’è gente che a questi cialtroni gli dà pure il voto!

 

Il fantastico spettacolo di Giorgia Meloni che attacca Macron sulla Libia

Qualche giorno fa Giorgia Meloni, che sta vivendo un periodo di arbitrario oscuramento a causa dell’interventismo del ministro Salvini sulle questioni a lei care, ha deciso che era cosa buona e giusta andare all’attacco del presidente francese Emmanuel Macron. La Francia dice che l’Italia è “irresponsabile”? Allora la Meloni ci butta il carico da undici: «Irresponsabile semmai è chi nel 2011 è andato a bombardare la Libia per interessi economici». Vale a dire la Francia (poco importa che Macron non fosse presidente all’epoca).

Il disco rotto di Giorgia Meloni sugli interessi economici della Francia in Libia

La leader di Fratelli d’Italia lo aveva detto già un mese fa durante una conferenza stampa alla Camera. Lo ha ribadito il 16 luglio a “Liguria D’Autore” a Montemarcello. Dal palco della rassegna è tornata a punzecchiare la Francia, colpevole a suo dire di aver voluto l’intervento militare ONU in Libia unicamente per salvaguardare i propri interessi economici. Sono in molti nel centrodestra a prendersela con i francesi additandoli come colpevoli della caduta di Gheddafi e quindi della crisi migratoria successiva. Altri invece preferiscono dare la colpa a “Re Giorgio” Napolitano, quasi che sia stato l’allora Presidente della Repubblica a volere – da solo – che l’Italia appoggiasse l’intervento in Libia.

La storia però ci racconta un’altra versione dei fatti. Quella andata in scena alla Camera il 24 luglio 2011 (al governo c’erano ancora Berlusconi, la Meloni e la Lega) quando l’Aula approvò la mozione presentata dal deputato del Fabrizio Cicchitto (Popolo della Libertà) e Marco Reguzzoni (Lega Nord). Mozione nella quale si affermava che «la partecipazione dell’Italia all’intervento internazionale non poteva mancare» in ragione della «reciproca fedeltà e fondamentale comunanza di principi che lega l’Italia ai nostri alleati storici impegnati sullo stesso fronte, dal rispetto che essa nutre nei confronti dei consessi multilaterali di cui fa parte, dalle particolari condizioni geografiche, storiche, economiche e politiche che vedono un primario interesse del nostro Paese nel tutelare la stabilità dell’area mediterranea».

Nella mozione leggiamo che il primo punto a favore della risoluzione ONU che sanciva la liceità di un intervento militare per deporre Gheddafi c’era la constatazione del fatto che l’Italia «riceve il 25 per cento del petrolio e il 14 per cento del gas naturale di cui ha bisogno dalla Libia».  Si chiedeva quindi al governo di adoperarsi nelle opportune sedi internazionali affinché venissero riattivati quanto prima, non appena le circostanze e le decisioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU lo avessero reso possibile «gli accordi bilaterali, in particolare quelli in materia energetica, stipulati dall’Italia con la Libia». Insomma anche all’Italia premeva mantenere i rapporti economici con la Libia.

Quando l’Italia appoggiò l’intervento militare per difendere i propri interessi economici (e Meloni votò sì)

Non solo. Si chiedeva anche l’attuazione di un embargo sulle esportazioni di armi (proprio quello che ora Salvini giudica inutile) e si impegnava il governo a «ottenere dai partners europei e dalla Commissione un apporto di mezzi, anche finanziari, per condividere l’onere della gestione degli sbarchi di immigrati» nonché «ad attivarsi nelle sedi proprie affinché l’Europa si doti al più presto di un «sistema unico di asilo», che fin da subito preveda un sistema di burden sharing teso a redistribuire la presenza degli immigrati tra i paesi membri e fornisca una maggiore assistenza nelle operazioni di riconoscimento e identificazione di coloro che si dirigono verso le coste italiane». Insomma già nel 2011 si parlava di una modifica del sistema di asilo.

giorgia meloni libia macron bombardamento - 3

Fonte 

La mozione Cicchitto fu la prima ad essere votata quel giorno. Giorgia Meloni, che oggi se la prende con chi andò a bombardare la Libia per difendere i propri interessi economici votò a favore. E che gli interessi economici italiani fossero in cima alla lista delle preoccupazioni lo dimostra l’intervento del leghista Reguzzoni:  «Quali sono questi motivi di preoccupazione? Sono fondamentalmente quattro: gli equilibri internazionali, il rischio profughi e l’emergenza umanitaria che si possono venire a creare, l’aumento del numero dei clandestini e le questioni dell’energia e del petrolio». Anche Cicchitto ribadì che uno dei punti a favore dell’Intervento «consiste nel tutelare anche gli interessi economici dell’Italia. Se lo fa la Francia non capisco perché non dobbiamo farlo noi». Insomma la Francia è andata in Libia a bombardare per difendere i suoi interessi economici, come dice la Meloni. Il punto è che anche l’intervento italiano fu deciso in base alla difesa degli interessi economici nazionali. L’unica differenza era che probabilmente i francesi alle elementari avevano studiato meglio la geografia, intuendo che avrebbero potuto salvaguardare i propri interessi senza farsi carico dell’arrivo dei migranti. Lo stesso giorno l’onorevole Meloni votò contro alla proposta di risoluzione avanzata dal deputato Radicale Matteo Mecacci che avrebbe impegnato il governo a «mettere in atto tutte le misure necessarie al fine di fornire assistenza a tutti coloro che fuggono via mare verso l’Italia coordinando coi partner europei eventuali distribuzioni straordinarie anche in altri Stati membri dell’Unione europea in deroga alla Convenzione di Dublino del 1990». La seconda mozione, che ottenne il voto favorevole della Meloni, era quella presentata dall’onorevole Franceschini (Partito Democratico) che impegnava il governo alla concessione di basi militare per l’intervento in Libia.

 

 

fonte: https://www.nextquotidiano.it/meloni-macron-libia/