L’allarme di Ferruccio De Bortoli – L’Italia ormai spende più per pagare gli interessi sul debito che per la scuola – Ecco l’eredità che stiamo lasciando ai nostri figli…!

 

De Bortoli

 

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L’allarme di Ferruccio De Bortoli – L’Italia ormai spende più per pagare gli interessi sul debito che per la scuola – Ecco l’eredità che stiamo lasciando ai nostri figli…!

 

Spendiamo più per il debito che per la scuola: l’eredità lasciata ai nostri figli

Nell’ultimo rapporto Censis si ricorda che l’Italia ha la più alta percentuale di giovani, tra i 15 e 29 anni, né al lavoro né allo studio. La stima più recente dell’Istat, riferita al 2017, è del 24,1 per cento. Uno su quattro non fa nulla. Una immensa «prigione sociale» o, se volete, un’invisibile «discarica» di forze e talenti giovanili. Nel 2017 poi in Italia si registrava una quota di adulti iscritti ad attività di apprendimento del 7,9 per cento contro una media europea del 10,9. Percentuale che scendeva tra i disoccupati al 5,3 per cento. La partecipazione degli adulti a corsi di aggiornamento decresce con l’aumentare dell’età ma più velocemente che in altri Paesi e con una marcata discriminazione di genereÈ come se lievitasse, a tutti i livelli di età, una sorta di sfiducia su formazione e cultura come mezzi di promozione economica e sociale. Secondo Eurostat, nel 2017 solo il 60,9 per cento delle persone tra i 25 e i 64 anni aveva un diploma. La media europea a 28 era del 77,5 per cento. Nella fascia di età tra i 30 e i 34 anni la quota di laureati in Italia era al 26,9 per cento, in Europa al 39,9. Dopo dieci anni di calo sono tornate ad aumentare le uscite precoci dal sistema scolastico. Il 14 per cento dei giovani tra i 18 e 24 con la licenza media si ferma o si arrende. Se mai il reddito di cittadinanza dovesse essere applicato — lasciamo per un attimo da parte i costi — avrebbe assai poche possibilità di trasformarsi, in un clima di questi tipo, con un capitale umano così impreparato e disilluso, in un motore di nuova occupazione.

Il grafico che pubblichiamo in questa pagina è, a giudizio di chi scrive, più importante di qualsiasi altro, dello spread, della crescita, del risparmio. L’Italia spende ormai, per pagare gli interessi sul proprio debito, più che per la scuola e l’università. La domanda che tutti ci dovremmo porre alla vigilia di Natale, che anche per un laico è occasione di nascita e speranza, è quale futuro abbia un Paese che finanzia di più il proprio passato del proprio futuro. Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha da poco pubblicato per Il Mulino una nuova edizione di Investire in conoscenza . Un libro prezioso. Ha ricordato nella prefazione una celebre frase, ormai di tre secoli fa, di Benjamin Franklin, scienziato, politico, editore. L’investimento nel sapere, nello studio, paga i migliori interessi. Sempre. «Esso può contribuire in modo profondo — scrive Visco — all’innalzamento del senso civico e del capitale sociale, valori in sé, indipendentemente dai loro effetti positivi sulla crescita economica, fattori importanti di coesione sociale e di benessere dei cittadini». Un recente studio della Banca d’Italia — scritto da Luigi Cannari e Giovanni D’Alessio — ha fotografato la paralisi dell’ascensore sociale. I figli seguono i percorsi di istruzione e di reddito dei padri e delle madri. Contano le condizioni di partenza. L’Italia è nel novero dei Paesi a più bassa mobilità intergenerazionale.

Senza un solido patto generazionale, il futuro del Paese è ancora più incerto se non compromesso. Che cosa si può realisticamente fare? Il discorso non riguarda solo questo governo. Ha ereditato un debito schiacciante, oscilla tra sogni e ambizioni. Per salvarsi dalla procedura d’infrazione ha tagliato ancora gli investimenti. «Il governo — ha detto in sostanza il premier Giuseppe Conte parlando degli aggiustamenti alla manovra — intende definanziare il fondo per favorire lo sviluppo, il capitale immateriale, la produttività e la competitività». Il tema del patto generazionale riguarda però l’intera classe dirigente, la borghesia produttiva, i ceti professionali. Chi sta meglio dovrebbe riflettere e fare un esame di coscienza. Parlare di tasse è sempre antipatico in un Paese in cui chi le paga ne paga troppe. Gli evasori sono una costituency molto forte. Una platea corteggiata dalla politica. Anche dai legastellati che hanno promosso diverse forme di condono. Guardiamo però per un attimo alla curiosa vicenda dell’imposta sulle successioni e donazioni, che per sua natura dovrebbe avere in sé i valori intrinseci di un patto generazionale allargato alla società nel rispetto dei legami familiari. Il governo Berlusconi la soppresse con l’articolo 13 della legge 383, in vigore dal 25 ottobre del 2001. Il successivo esecutivo Prodi la ripristinò, con larghe eccezioni in fatto di aliquote e franchigie, in base al decreto legge 262, entrato in vigore il 3 ottobre del 2006. Attualmente per le successioni in linea retta è prevista una franchigia di un milione per ciascun beneficiario. Per gli immobili la base imponibile è determinata sui valori catastali applicando determinati coefficienti. Si corrispondono ovviamente le imposte ipotecarie e catastali. Oltre le diverse franchigie, l’aliquota varia tra il 4 e l’8 per cento a seconda degli aventi diritto. L’Italia, in confronto alla legislazione degli altri maggiori Paesi europei, è di fatto un paradiso fiscale. «Meglio morire da voi», dicono all’estero. Con un milione di eredità in Germania si pagano 75 mila euro di imposte, in Francia 195mila, in Gran Bretagna 250mila Euro. Da noi ZERO

Una rimodulazione intelligente dell’imposta sulle successioni e sulle donazioni potrebbe portare a convogliare il nuovo gettito (nel 2017 è stato di appena di 789 milioni) in un fondo esclusivamente dedicato alla scuola, all’università, a progetti di riqualificazione dei giovani che non studiano né lavorano. Questo fondo contro la dispersione scolastica e umana potrebbe poi essere alimentato da contributi liberali portati in detrazione nelle dichiarazioni dei redditi. Avrebbe un grande significato civico. Un gesto di solidarietà civile. Un investimento sul futuro delle prossime generazioni. Gli interessi pagati sul debito vanno a favore di chi presta capitali al Paese, un terzo stranieri. E ci auguriamo che continuino a farlo. Gli interessi sociali di un fondo di solidarietà di questo tipo sarebbero più elevati e diffusi a favore di chi ha maggior bisogno. E, soprattutto, all’istruzione pubblica, alla quale tutti dobbiamo enorme riconoscenza. Chi paga un po’ più di tasse avrebbe la certezza che non verrebbero disperse in spese inutili. Ma forse è soltanto un’utopia… che tutte le feste si porteranno via.

Ferruccio De Bortoli

 

Articolo tratto da: www.corriere.it

https://www.corriere.it/economia/18_dicembre_25/spendiamo-piu-il-debito-che-la-scuola-siamo-paradiso-fiscale-le-tasse-successione-bbb86d92-082a-11e9-9efd-ce3c5bf3dd59.shtml

 

 

“Facciamo Scuola”, finalmente dopo tanti, ma proprio tanti, anni di tagli, qualcuno fa qualcosa per la scuola: il M5S destina 1 milione di euro all’iniziativa!

 

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“Facciamo Scuola”, finalmente dopo tanti, ma proprio tanti, anni di tagli, qualcuno fa qualcosa per la scuola: il M5S destina 1 milione di euro all’iniziativa!

 

‘Facciamo Scuola’, il M5S destina 1 milione di euro all’iniziativa

“Finalmente l’iniziativa ‘Facciamo scuola‘ sta per diventare realtà”.

Lo annunciano tramite il proprio blog i 5Stelle, che hanno messo a disposizione 1 milione di euro dei 12 restituiti dai propri consiglieri regionali per finanziare i progetti presentati dagli istituti scolastici nei mesi scorsi.

Ciascuna scuola potrà ricevere un contributo massimo di 10.000 euro per singolo progetto.

Tutti gli iscritti certificati al MoVimento 5 Stelle delle Regioni interessate voteranno sulla piattaforma Rousseau le oltre 350 proposte che studenti e insegnanti hanno inviato al M5S in risposta all’iniziativa.

“Questi fondi – spiegano i pentastellati – aiuteranno decine di scuole in tutta Italia a realizzare idee-progetto che le stesse hanno presentato”.

“La finalità delle idee-progetto – proseguono – è di rendere più moderni e funzionali gli edifici scolastici e le loro attività attraverso, ad esempio, iniziative di riduzione dell’impronta ecologica con opere di risparmio energetico, riduzione dei rifiuti, riciclo e riuso di materie e di suolo”.

Il M5S ha anche ricevuto numerose proposte per contrastare la dispersione scolastica attraverso percorsi di orientamento, formazione e supporto individuali per giovani studenti.

Ecco alcune regioni interessate:

– Campania con un importo erogabile di 255.000,00 € e 162 progetti presentati;
– Liguria con un importo erogabile di 100.000,00 € e 19 progetti presentati;
– Marche con un importo erogabile di 100.000,00 € e 56 progetti presentati;
– Molise con un importo erogabile di 140.000,00 € e 16 progetti presentati;
– Piemonte con un importo erogabile di 80.000,00 € e 15 progetti presentati;
– Puglia con un importo erogabile di 255.000,00 € e 59 progetti presentati;
– Toscana con un importo erogabile di 40.000,00 € e 12 progetti presentati;
– Umbria con un importo erogabile di 20.000,00 € e 1 progetto presentato;
– Veneto con un importo erogabile di 50.000,00 € e 20 progetti presentati;

Il M5S ha sottolineato che “nel rispetto delle leggi vigenti, nessuna scuola sarà chiamata a partecipare ad eventi di natura politica, né saranno richieste forme di pubblicizzazione dell’iniziativa da parte delle stesse”.

 

fonte: https://www.silenziefalsita.it/2018/07/25/facciamo-scuola-il-m5s-destina-1-milione-di-euro-alliniziativa/

Il Pd propone legge per introdurre salario minimo: “Non si può pagare lavoratore meno di 9 euro l’ora” …Ah, se avessero governato loro. E invece abbiamo avuto quelle CAROGNE che hanno abolito l’art. 18, inventato il jobs act e tagliato sanità, scuola e pensioni…!

 

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Il Pd propone legge per introdurre salario minimo: “Non si può pagare lavoratore meno di 9 euro l’ora” …Ah, se avessero governato loro. E invece abbiamo avuto quelle CAROGNE che hanno abolito l’art. 18, inventato il jobs act e tagliato sanità, scuola e pensioni…!

 

Leggiamo da Fanpage:

Pd propone legge per introdurre salario minimo: “Non si può pagare lavoratore meno di 9 euro l’ora”

Il Pd ha presentato una proposta di legge per introdurre il salario minimo orario per tutti i lavoratori che non hanno un contratto collettivo di riferimento. La proposta prevede un minimo orario di 9 euro netti. “Vogliamo un salario che aiuti il sistema ad aumentare il livello dei salari, è una scommessa che valorizza i corpi intermedi”, afferma il segretario dem Maurizio Martina.

In una fase in cui il Parlamento attende di discutere il Decreto dignità, il primo provvedimento del governo che passerà all’esame delle Camere, il Partito Democratico propone un disegno di legge che introduca il salario minimo orario per tutti i lavoratori che non hanno un contratto collettivo di riferimento. Il minimo di retribuzione oraria fissato dalla legge è di 9 euro netti. L’obiettivo, secondo quanto spiegato dal segretario del Pd Maurizio Martina durante la presentazione avvenuta oggi alla Camera, è quello di “sperimentare un salario che possa aiutare il sistema ad aumentare il livello dei salari. È una scommessa che valorizza i corpi intermedi”.

Martina ricorda che il salario minimo legale esiste già in molti paesi europei e solo in cinque stati non è ancora presente. Nella proposta di legge si prevede una commissione formata da esperti e rappresentanti delle parti sociali che avrebbero il compito di fornire indicazioni al ministero del Lavoro per aggiornare periodicamente il valore del salario minimo.

Il capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio, sottolinea come questa nuova iniziativa si vada ad affiancare alle precedenti proposte di legge avanzate su reddito di inclusione e assegno universale per i figli: “Si completa l’agenda sociale proposta dal Pd”. “Manteniamo un impegno per tutelare le oltre 2 milioni di persone che sono fuori da questa soglia. Il governo fa promesse – osserva Delrio – noi presentiamo una proposta che non va contro il tema della contrattazione, anzi aiuta il lavoro dei sindacati”. Alla presentazione c’era anche la responsabile Lavoro del Pd, Chiara Gribaudo, che ha spiegato come si tratti di “un salario minimo legale e non contrattuale per i settori non sindacalizzati: la nostra proposta migliorabile è di 9 euro netti”

………………….

Che bravi questi del Pd, senza dubbio la possima volta che potremo, dobbiamo votarli… Mica come quelle CAROGNE che ci hanno governato 5 anni abolendo l’art. 18, inventando il jobs act e tagliando sanità, scuola e pensioni…!

Studente critica l’alternanza scuola-lavoro su Facebook: 6 in condotta. Perchè se pubblichi foto di svastiche è libertà di pensiero, ma se parli di diritti dei lavoratori sei un pericoloso reazionario ribelle.

 

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Studente critica l’alternanza scuola-lavoro su Facebook: 6 in condotta. Perchè se pubblichi foto di svastiche è libertà di pensiero, ma se parli di diritti dei lavoratori sei un pericoloso reazionario ribelle.

 

Modena, studente critica l’alternanza scuola-lavoro su Facebook: punito con il sei in condotta

Dopo il primo giorno di lavoro il ragazzo ha scritto un post che descriveva la situazione come “sfruttamento” e lamentava di non essere pagato. Il preside: “A scuola va bene, ma volevamo dargli un segnale”

Punito con il sei in condotta per aver criticato su Facebook il sistema dell’alternanza scuola lavoro. Il protagonista è uno studente di quarta superiore di un istituto tecnico di Carpi, in provincia di Modena, che lo scorso febbraio, dopo il primo giorno passato all’interno di un’azienda metalmeccanica della zona, si era lamentato del progetto pensato per accorciare le distanze tra scuola e mondo del lavoro.

Come riporta la Gazzetta di Modena, lo studente ha pubblicato un post che secondo la scuola conteneva pesanti critiche all’azienda e al personale scolastico. E per questo è stato punito dal consiglio di classe con il sei in condotta. “Nel post – spiega il preside Paolo Pergreffi – lo studente faceva riferimento all’alternanza scuola lavoro come ad una condizione di sfruttamento. Lamentava di non essere pagato per mansioni che considerava ripetitive. Questo proprio il primo giorno in azienda, quando le imprese, tra le prime caratteristiche che chiedono c’è la buona educazione, al di là delle competenze tecniche.Evidentemente la presa di posizione è dovuta a convinzioni ideologiche sull’alternanza scuola lavoro, probabilmente antecedenti rispetto all’inizio del periodo in azienda”.

La decisione di punire lo studente con il sei in condotta è direttamente legata a questo episodio: “Il ragazzo va bene a scuola, ma il consiglio di classe ha voluto dare un segnale per un’inversione di rotta nel comportamento. Si tratta comunque di un giudizio intermedio che non pregiudicherà la promozione” conclude il preside.

I primi a schierarsi dalla parte del ragazzo sono stati gli esponenti del Comitato Sisma.12, associazione nata dopo il terremoto del 2012 in Emilia ma impegnata in diverse attività sul territorio: “Quello della scuola che sanziona con il sei in condotta lo studente che ha espresso il suo pensiero è un atteggiamento repressivo e antidemocratico – attacca Aureliano Mascioli, del comitato – Ci siamo già scontrati con questo tipo di atteggiamento che le istituzioni hanno sempre verso i terremotati. La scuola non deve prestarsi a questi metodi di intimidazione”.

 

 

tratto da: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/03/modena-studente-critica-lalternanza-scuola-lavoro-su-facebook-punito-con-il-sei-in-condotta/4268097/

Gli studenti si ribellano al ministro Fedeli: regalati 500 milioni alle scuole private: “Leso diritto allo studio”

 

ministro Fedeli

 

 

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Gli studenti si ribellano al ministro Fedeli: regalati 500 milioni alle scuole private: “Leso diritto allo studio”

 

Il ministro Fedeli dà 500 milioni alle scuole private. Gli studenti: “Leso diritto allo studio”

L’Unione degli Studenti accusa il ministro Fedeli di continuare a finanziare con centinaia di milioni di euro le scuole paritarie, concedendo fondi pubblici a istituti già finanziati da versamenti privati. “Noi riteniamo che il finanziamento alle scuole paritarie da parte dello Stato, che invece dovrebbe investire nella scuola pubblica, sia un atto non soltanto ingiusto nei confronti della scuola pubblica ma anche nei confronti degli studenti perché quei soldi dovrebbero essere destinati al diritto allo studio, all’accesso di tutti e tutte all’istruzione”, ha dichiarato la coordinatrice nazionale del sindacato degli studenti, Francesca Picci.

I finanziamenti statali alle scuole paritarie fanno esplodere, di nuovo, la polemica. A denunciare i trasferimenti da 500 milioni di euro e la possibilità di partecipare ai PON è l’Unione degli Studenti, che contesta fortemente la decisione del ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, definendo “vergognoso” l’atto istituzionale. “La Ministra Fedeli ha firmato il decreto per le risorse alle scuole paritarie: 500 milioni di euro, aggiunti alla possibilità di partecipare ai PON. Nel nostro paese il diritto allo studio non è garantito, la dispersione scolastica sfiora il 14%, gli edifici scolastici spesso non sono a norma eppure si sceglie di elargire fondi alle scuole private invece di destinarli a quelle pubbliche”, scrive in un comunicato l’Unione degli Studenti.

“Crediamo sia grave, date le condizioni in cui versano le scuole pubbliche italiane, che il Ministero riservi i fondi dei PON e ne elargisca altri 500 milioni per le scuole private: chiediamo da anni una legge nazionale sul diritto allo studio, oltre ad investimenti strutturali sull’istruzione pubblica. Non è la prima volta che il Ministero privilegia chi è già privilegiato, dobbiamo invertire questa rotta: la priorità deve essere il rifinanziamento dell’Istruzione pubblica da tempo abbandonata”, conclude il sindacato degli studenti.

Il finanziamento con fondi pubblici degli istituti paritari non è certo una novità nel panorama italiano e da molti anni lo scontro sul punto è molto acceso, tanto che lo scorso anno il sottosegretario Toccafondi bollò la polemica come “fuori dalla realtà e dalla storia”. Secondo Toccafondi, inoltre, “le scuole paritarie non sono private tout-court. Con la Legge 62/2000 si è assodato che esiste un unico sistema nazionale, che è diviso in scuole statali e non statali. Le non statali sono le paritarie, scuole private che devono sottostare a un sistema di controlli e verifiche per essere equiparate alle statali. La scuola pubblica statale conta 8 milioni e mezzo d’iscritti, la scuola pubblica non statale ne conta 1 milione. Se improvvisamente chiudessero tutte queste scuole, bisognerebbe spendere diversi miliardi in più all’anno per garantire una scolarizzazione a tutti questi bambini e ragazzi”.

Raggiunta al telefono da Fanpage.it, la coordinatrice nazionale dell’Unione degli Studenti, Francesca Picci, spiega meglio la contestazione: “C’è stato questo intervento da parte della ministra Fedeli il 21 marzo scorso, in cui sono stati destinati questi soldi alle scuole paritarie. Noi riteniamo che il finanziamento alle scuole paritarie da parte dello Stato, che invece dovrebbe investire nella scuola pubblica, sia un atto non soltanto ingiusto nei confronti della scuola pubblica ma anche nei confronti degli studenti perché quei soldi dovrebbero essere destinati al diritto allo studio, all’accesso di tutti e tutte all’istruzione. Poi noi denunciamo anche il fatto che si dia la possibilità alle scuole paritarie di accedere ai fondi del PON, che sono fondi destinati ad istituti scolastici a rischio come quelli nelle periferie o in zone svantaggiate o difficoltose. Che delle scuole paritarie, che ricevono finanziamenti privati, abbiano anche accesso a questi fondi a noi sembra assurdo, un privilegio a chi è già privilegiato”.

“Vergognoso che un sottosegretario all’istruzione pubblica dica una cosa del genere”, replica Picci alle parole del sottosegretario Toccafondi in merito alla polemica. “Chi è fuori dalla storia e dalla realtà è chi fa queste politiche, che di fatto escludono dal diritto allo studio tantissime studentesse e studenti che purtroppo ad oggi non si possono permettere gli studi. Ricordiamo che la dispersione scolastica in Italia è pari 15% e chi va in una scuola paritaria ha la possibilità di pagarsi retta e gli studi, la scuola pubblica invece va finanziata. Il compito di un sottosegretario all’Istruzione dovrebbe essere quello di garantire innanzitutto l’accesso alla scuola pubblica”, conclude Picci.

 

fonte: https://www.fanpage.it/il-ministro-fedeli-da-500-milioni-alle-scuole-private-gli-studenti-leso-diritto-allo-studio/

Italo Calvino, Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti – “un paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano o i costi sono eccessivi. Un paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere”

Italo Calvino

 

 

 

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Italo Calvino, Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti –  “un paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano o i costi sono eccessivi. Un paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere”

Italo Calvino, Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

di Gabriella Giudici

Nell’ottobre scorso (2012), riflettendo sul declino della scuola pubblica e sul particolare accanimento mostrato dai governi degli ultimi vent’anni nel portare a compimento l’opera di decostituzionalizzazione della pubblica istruzione, mi era tornato in mente L’apologo sull’onestà, uno degli ultimi interventi di Calvino sulla stampa, nel quale lo scrittore tratteggiava la singolare antropologia di un paese nel quale i “responsabili” od “onesti” non siedono nell’assemblea dei “rappresentanti del popolo”, ma tra le macerie delle istituzioni da questa bombardate.

Avevo osservato, allora, che “un paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano o i costi sono eccessivi. Un paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere”, concludendo che il senso di questa constatazione era meglio spiegato proprio dal testo calviniano che riproponevo in lettura.

Da quell’ottobre, questo post è stato rilanciato su facebook e visionato centinaia di volte, fino a smarrire la distinzione tra la mia introduzione e il testo calviniano.

Dopo l’affermazione erroneamente attribuita a Calvino, proseguivo: “mi pare che lo spieghi perfettamente Calvino in questo testo, tragicamente attuale, uscito su La Repubblica [ora in Romanzi e raccontivol. 3, Arnoldo Mondadori Editore] del 15 marzo 1980, agli albori di un’era che oggi sta finendo insieme con il bene pubblico ancora difeso dai molti che

«non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese [in cui] loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare».

La scuola è per definizione il luogo in cui gli insegnanti si chiedono di tutto, salvo quanto vale in denaro l’intelligenza che sto formando quanta ne ho prodotta oggi, come test sempre più insulsi e dannosi chiedono di fare. Questo è lo spirito con cui ho riletto l’Apologo, in una delle molte interpretazioni possibili [qui, ad esempio, quella di Rodotà].

Sperando di aver reso un contributo alla leggibilità dell’insieme, vi lascio alla lettura di Calvino.

 

QUI il video

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo ( e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere. Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri. Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla. Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi  unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé ( almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

fonte: http://gabriellagiudici.it/italo-calvino-apologo-sullonesta-nel-paese-dei-corrotti/

 

 

 

Venezia, scrive scuola con la «q»: maestra licenziata! Però puoi scrivere “traccie” invece di “tracce”, sbagliare il congiuntivo, dire “più migliori”, confondere Vittorio Emanuele III con Vittorio Amedeo III e allora il posto da Ministro dell’Istruzione nessuno te lo leva!

 

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Venezia, scrive scuola con la «q»: maestra licenziata! Però puoi scrivere “traccie” invece di “tracce”, sbagliare il congiuntivo, dire “più migliori”, confondere Vittorio Emanuele III con Vittorio Amedeo III e allora il posto da Ministro dell’Istruzione nessuno te lo leva!

 

Leggiamo da Il Messaggero (ma la notizia la trovate su tutti i quotidiani):

Venezia, scrive “scuola” con la “q”: maestra licenziata

Sono stati alcuni gravi errori ortografici fatti da una maestra, come scrivere “scuola” con la “q” o sbagliare le doppie, a spingere i genitori di una scuola elementare di Santa Maria di Sala (Venezia) a non mandare i figli a lezione per protesta. “Rischiano di restare ignoranti”, temono le famiglie.

Il licenziamento della donna, a seguito delle numerose segnalazioni alla preside, è stato confermato dal tribunale, che ha respinto la richiesta di trasferimento della docente.

La maestra, che tra il 2015 ed il 2016 aveva insegnato ad un totale di 39 alunni, ha fatto ricorso al tribunale del lavoro, con la speranza di poter essere integrata, ma senza successo: è stata infatti rimossa dall’incarico per “asserita incapacità didattica” e licenziata dal Ministero dell’Istruzione.

Ora, vorremmo ricordare chi è il nostro “Ministro dell’istruzione” che ha licenziato la maestra ignorante:

è quella che ha millantato una laurea per poi essere sputtanata dal web

è quella che ha scritto “traccie” invece che tracce per la maturità 2017

è quella che ha scritto “battere” al posto di batterio

è quella del congiuntivo sbagliato nella lettera spedita al Corriere della Sera

è quella che ha detto “più migliori” durante un discorso agli insegnanti

è quella che ha confuso Vittorio Emanuele III con Vittorio Amedeo III

…e tutto questo ed altro ancora in meno di un anno…

Sig.ra Fedeli forse, invece di andare a caccia di maestre ignoranti, è molto più meglio che te ne vai a cagare…

By Eles

Succede solo in Italia – L’ing. Paolo Pieri, quale responsabile della sicurezza, condannato per il crollo al liceo Darwin di Rivoli, dove morì un ragazzo. Ma dai domiciliari continua a occuparsi di sicurezza in almeno altre dieci scuole!

 

sicurezza

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Succede solo in Italia – L’ing. Paolo Pieri, quale responsabile della sicurezza, condannato per il crollo al liceo Darwin di Rivoli, dove morì un ragazzo. Ma dai domiciliari continua a occuparsi di sicurezza in almeno altre dieci scuole!

 

Crollo soffitto al liceo, condannato continua a gestire la sicurezza

“Trovo sconcertante che persone condannate in Cassazione per la morte di mio figlio lavorino tutt’ora in istituti scolastici come insegnanti e con la delega ‘rspp'”.

“È inopportuno che io continui a svolgere la stessa attività anche dopo la condanna? Ma io ho bisogno di lavorare.

Non mi sto certo arricchendo occupandomi della sicurezza. Anzi, sto cercando di fare del bene”. Sono le parole dell’ingenier Paolo Pieri, responsabile del servizio prevenzione e protezione nelle scuole, che ancora oggi continua a svolgere lo stesso impiego. Sarebbe tutto normale se non fosse che Pieri è stato condannato a due anni e sei mesi in via definitiva per il crollo del controsoffitto nel liceo Darwin di Rivoli, in provincia di Torino.

Pieri continua quindi a occuparsi di sicurezza in almeno dieci scuole del torinese, anche se deve fare i conti con la pena che sta scontando ai domiciliari. “Trovo sconcertante che persone condannate in Cassazione per la morte di mio figlio lavorino tutt’ora in istituti scolastici come insegnanti e con la delega ‘rspp'”. A dichiararlo è stata Cinzia Caggiano, madre di Vito Scafidi, lo studente 17enne morto a causa del crollo del controsoffitto al Darwin, nel novembre 2008.

“Ho la più alta considerazione della signora Scafidi e esprimo vicinanza per la sua perdita, ma quello che è successo era imprevedibile. Capisco il suo stato emotivo, ma io ho fatto bene il mio lavoro”, ha dichiarato Pieri“Sto finendo finendo di scontare la pena, ma non ho avuto alcuna condanna di distacco dal pubblico ufficio. Posso e devo lavorare. Non capisco questo accanimento gratuito”.

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/crollo-soffitto-liceo-condannato-continua-gestire-sicurezza-1466947.html

Come distruggere la scuola pubblica? Un esempio (che nessun Tg vi farà mai): Liguria, su 850.000 Euro destinati alle scuole, 690.000 sono per quelle private!

scuola pubblica

 

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Come distruggere la scuola pubblica? Un esempio (che nessun Tg vi farà mai): Liguria, su 850.000 Euro destinati alle scuole, 690.000 sono per quelle private!

 

“Su 850mila euro per le scuole ben 690mila alle private. Sinistra dove sei?”

Con un post su Facebook l’ex assessore Fiorini attacca la Regione Liguria e invoca l’intervento dell’opposizione

Soldi alle scuole private. Con un post su Facebook l’ex assessore comunale della giunta Doria, l’avvocato Elena Fiorini, critica la Regione Liguria per la disparità di trattamento fra scuola pubblica e privata e si augura che questa diventi una battaglia della sinistra.
“Nella variazione di bilancio di ieri scrive Fiorini – la Regione destina 850.000 euro per “formazione e studio in particolare delle fasce più deboli”. Di questi 690mila sono a sostegno delle scuole paritarie. Insomma, nella regione del nord con uno dei più alti tassi di dispersione scolastica, dove si manifestano diseguaglianze crescenti e mentre nella scuola pubblica viene chiesto ai genitori di portare carta igienica, sapone e scottex (senza parlare degli edifici scolastici, spesso ridipinti dalle famiglie degli alunni, delle dotazioni e tanto altro), la scelta, senza nulla avere contro le scuole paritarie, è piuttosto chiara. Sinistra, dove sei?”
E più avanti spiega:” Il senso della domanda era proprio questo: temi come welfare e scuola, in passato, sono stati un cavallo di battaglia della sinistra e oggetto di una progettualità che andava a promuovere la qualità dell’istruzione dei ragazzi e della vita quotidiana delle famiglie: basti pensare all’Emilia Romagna, che ha esportato modelli gestionali ed educativi studiati e copiati in giro per il mondo e, per rimanere sul nostro, alle nostre scuole dell’infanzia (le uniche che dipendono dai comuni) che offrivano un servizio di eccellenza. Lo scadimento è evidente e mi rammarico per una sinistra che non riesce a svolgere un’azione di governo su questi temi -vedasi anche la voce alternanza scuola lavoro, tra l’altro- (o a promuovere un’opposizione con proposte alternative credibili ad una destra che alla scuola pubblica non è interessata, come rende evidente anche la variazione di bilancio regionale che alla scuola pubblica ci pensa pochino direi). Credo che su progetti reali ed efficaci su questi temi la sinistra recupererebbe senso e guadagnerebbe consensi”.
Il dibattito è aperto e naturalmente va al cuore di un tema centrale di una comunità, tema in cui le differenze tra scelte di destra e sinistra emergono, o dovrebbero emergere assai più chiaramente, rispetto ad altri argomenti.

fonte: http://genova.repubblica.it/cronaca/2017/11/02/news/_su_850mila_euro_per_le_scuole_ben_690mila_alle_private_sinistra_dove_sei_-180010577/

Ricapitoliamo: la Ministra Fedeli, quella che si è inventata una laurea inesistente nel suo curriculum ora vuole promuovere lezioni anti-bufala nelle scuole?

 

Ministra Fedeli

 

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Ricapitoliamo: la Ministra Fedeli, quella che si è inventata una laurea inesistente nel suo curriculum ora vuole promuovere lezioni anti-bufala nelle scuole?

Leggiamo da Il Secolo D’Italia che la Ministra Fedeli, sedicente laureata finchè il web non l’ha smascherata, ora vorrebbe promuovere lezioni anti-bufale nelle scuole.

Cose che possono capitare solo in Italia…

Da Il secolo D’Italia
L’ultima del tandem Boldrini-Fedeli: lezioni anti-bufala nelle scuole italiane

L’ultima idea del tandem Boldrini-Fedeli, per rieducare gli italiani alle buone maniere, in tema di informazione, la presidente della Camera l’ha affidata alle pagine del quotidiano americano New York Times: vuole promuovere le lezioni di “bufale” nelle scuole italiane, per aiutare i ragazzi a comprendere il falso che si nasconde dietro la valanga di notizie divulgate sulla rete. L’esperimento anti-fake, ideato in collaborazione con il ministro della Pubblica Istruzione, Valeria Fedeli, dovrebbe riguardare migliaia di scuole italiane, secondo la presidente della Camera, che al New York Times spiega: «Bisogna dare ai giovani gli strumenti per interpretare il web e farlo in maniera attiva. Se i giovani hanno gli strumenti per capire quel che è vero e quel che è falso, si difendono meglio nel web e lo usano in modo più appropriato. L’obiettivo di questo progetto è fare, di loro, soggetti capaci di difendersi dalle insidie del web. Con una battuta, potrei dire che diventano cacciatori di bufale, in grado di smascherare  chi usa la menzogna o per arricchirsi o per infangare qualcun altro».

Il riferimento, a quanto pare, è soprattutto a sè stessa, visto che la Boldrini da anni si lamenta del trattamento riservatelo dai social media e delle invenzioni su di lei per screditarla. Nel merito del progetto, bisognerà attendere il 31 ottobre, quando la Boldrini parteciperà ad una iniziativa col ministro Fedeli: «Questo progetto oggi è considerato così interessante che il New York Times ci ha dedicato la prima pagina> – ha spiegato Boldrini – non solo: ci chiamano da altri Paesi per replicare il nostro modello». Non sarà anche questa una fake-news?

fonte: http://www.secoloditalia.it/2017/10/lultima-del-tandem-boldrini-fedeli-lezioni-anti-bufala-nelle-scuole-italiane/