Ai domiciliari Chiricozzi e Licci, i due fascisti di Casapound che, come bestie, violentarono e picchiarono a sangue una donna a Viterbo. Com’è che non si sentono cose tipo “non devono uscire vivi di galera”, “castrazione chimica” e l’immancabile “ruspa”? Forse non sono neri, ma fascisti?

 

fascisti

 

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Ai domiciliari Chiricozzi e Licci, i due fascisti di Casapound che, come bestie, violentarono e picchiarono a sangue una donna a Viterbo. Com’è che non si sentono cose tipo “non devono uscire vivi di galera”, “castrazione chimica” e l’immancabile “ruspa”?  Forse non sono neri, ma fascisti?

Francesco Chiricozzi e Riccardo Licci, i due militanti di Casapound che lo scorso aprile violentarono come bestie – picchiandola a sangue – una donna a Viterbo, sono ai domiciliari.

Ma non sentirete nessuno vomitare le solite cazzate folcloristiche fatte di “castrazione chimica” e dell’immancabile “ruspa”.

Non sentiremo un “non devono uscire vivi di galera” di cui qualcuno qualche mese fa si riempiva la bocca (ma in quel caso non si parlava di feccia fascista)

Questi due non sono negri, ma neri fascisti…

Che schifo.

 

by Eles

L’impero fascista che stuprava le bambine: ecco di cosa vanno fieri i nostalgici ed i neo fascisti…!

 

impero fascista

 

 

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L’impero fascista che stuprava le bambine: ecco di cosa vanno fieri i nostalgici ed i neo fascisti…!

Le spose bambine non erano normali. Gli stupri legalizzati degli italiani in Africa

Non fu solo Montanelli a sposare una dodicenne abissina. Nell’Africa conquistata dagli italiani stupri legalizzati, madamato e concubinato, anche rispetto a bambine e ragazze giovanissime, erano la “prassi” con cui si rivendicava la “supremazia dell’Impero”.

Questo post di Natalino Balasso, che per una volta sveste gli abiti del comico per concentrarsi su tutt’altro tipo di argomenti, fa riaffiorare una riflessione davvero dolorosa ma, al contempo, necessaria, per comprendere appieno cosa sia la guerra nella sua complessità e totalità, intesa non solo come armi da imbracciare e nemici da abbattere, ma soprattutto come azioni di crudeltà e violenza gratuite verso quelli che, molto sinteticamente (e crudamente) sono definite “vittime collaterali”.

Su Liberation trovo un’intervista che mi fa tornare alla mente la polemica su Indro Montanelli e la sua vicenda con la sposa-bambina africana. Montanelli disse che laggiù funziona così, che lui ha fatto né più né meno che quel che facevan tutti. Ma, come sempre, creare mostri ci allontana dalla visione dell’insieme. Si tratta in realtà di una rappresentazione mentale molto più ampia, che attiene all’idea di centralismo morale del colonialismo occidentale. Un’idea, logicamente, maschilista e prevaricatrice. Lo storico Pascal Blanchard ha scritto un libro in cui sono raccolte 1200 immagini come quella che vedete qui sopra (si tyratta di soldati portoghesi in Angola). Il libro è intitolato “Sexe, race et colonies”.

A cappello dell’intervista c’è questa dicitura:
“Per lo storico Pascal Blanchard, la pornografia utilizzata dalle potenze coloniali per promuovere una zona di pensiero in cui tutto è permesso, dev’essere mostrata allo scopo di decostruire un immaginario tuttora presente.”

Una domanda dell’intervista è questa:
Perché la scelta di pubblicare 1200 immagini di corpi colonizzati, dominati, sessualizzati, erotizzati? Non è troppo?

La risposta è:
“E’ proprio l’abbondanza d’immagini che deve farci porre domande. Essa sottolinea che non si tratta di aneddotica, ma che quelle immagini fanno parte di un sistema su grande scala. Quando si pensa alla prostituzione nelle colonie, nessuno immagina a che punto questo sistema sia stato pensato, mediatizzato e organizzato dagli stessi Stati colonizzatori.
Quelli che pensano che la sessualità è stata un’avventura periferica al sistema coloniale si sbagliano. La cartografia significa molto: sugli atlanti, le terre da conquistare sono sempre rappresentate allegoricamente come donne nude per simbolizzare le americhe, l’Africa o le isole del Pacifico. La nudità fa parte del marketing della spedizione coloniale, e modella l’identità stessa delle femmine indigene.
In tempi di conquiste, a partire dalla fine del XV secolo, le immagini che circolano evocano un paradiso terrestre popolato di buoni selvaggi che offrono i propri corpi nudi. Fanno parte della scenografia naturale del luogo.

Più tardi, il paradiso terrestre si trasformerà in paradiso sessuale. Gli occidentali partiranno per le colonie col sentimento che tutto è loro permesso. Laggiù non ci sono proibizioni, tutti i dettami morali saltano: abuso, stupro, pedofilia. La maggior parte delle immagini che pubblichiamo traccia questa storia, sono state nascoste, marginalizzate o dimenticate in seguito: l’80% di ciò che c’è nel libro non si trova in nessun museo dell’immagine.”

Quel che mi viene in mente è che esiste oggi una sorta di colonizzazione turistica. Non dimentichiamo che l’Italia è da molti anni ai primissimi posti nella classifica del turismo sessuale. Si tratta di migliaia di bravi padri di famiglia che, tornati a casa, faranno discorsi moralizzanti sulla decadenza del nostro paese.

Gli stupri sono da sempre stati uno degli aspetti più feroci e tremendi di ogni conflitto, soprattutto nella fase dell’espansione imperialistica e coloniale, anche se non devono essere dimenticate le testimonianze delle donne vietnamite durante la guerra, o la figura delle comfort women usate come schiave del sesso dall’esercito giapponese durante la seconda guerra mondiale.

A pagare il prezzo più alto, come spesso accade, sono state le donne, non solo costrette a vedere mariti, genitori, fratelli o figli uccisi dall’esercito rivale, o a fuggire dai propri villaggi, ma brutalizzate e ridotte al rango di oggetti di piacere sessuali da parte degli invasori, che in questo modo rivendicavano il loro diritto alla conquista, equiparando le femmine locali al territorio appena guadagnato, di cui potevano disporre come meglio credevano.

E gli italiani, in questo quadro mostruoso che racconta di barbarie e violenze senza tregua, si sono dimostrati tutt’altro che “brava gente”, nonostante per lungo tempo la verità sull’atteggiamento dell’esercito durante le operazioni di conquista in Libia o in Etiopia sia stato taciuto sotto una coltre di opportuna noncuranza.

La verità, quella di oggi, venuta alla luce, parla di un’Africa italiana devastata da stragi, torture e deportazioni  di intere popolazioni in campi di concentramento, con 100.000 morti nelle operazioni di conquista e riconquista della Libia tra il 1911 e il 1932, e addirittura 400.000 in Etiopia ed Eritrea tra il 1887 e il 1941. A questo si aggiunge, come detto, il quadro delle violenze di genere, che all’epoca erano vissute come perfettamente “normali” (ricordiamo che lo stesso Montanelli definì la sua sposa dodicenne un “animaletto docile”), perfettamente riassunto in un articolo di Chiara Volpato, ordinaria di psicologia sociale presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca.

La “porno-tropics tradition”

Almeno fino al momento della conquista dell’Etiopia, gli italiani erano in linea con quella che McClintock, in uno studio del 1995, definì la “porno-tropics tradition”, ovvero la metafora della Venere nera, che riduceva l’immagine della donna africana al rango esclusivo di “sogno” esotico ed erotico. La donna nera non aveva perciò altra identità all’infuori di quella sessuale, per cui era del tutto naturale che gli italiani venissero allettati all’idea di trasferirsi nelle colonie con la  promessa di poter coltivare un vero e proprio “harem coloniale”.

Ma, dopo la creazione dell’impero in Etiopia, il regime fascista sostituì l’immagine della Venere nera con quella, assai meno aulica, dell’essere inferiore, che doveva essere sottomesso per riaffermare la superiorità occidentale ed europea e la legittimità della colonizzazione.

Le relazioni sessuali intrecciate tra donne africane, spesso appena bambine o poco più, e colonizzatori furono definite “madamato”, termine con cui si intende una relazione temporanea, pur se non occasionale, tra un cittadino e una “suddita indigena”. Anche in questo caso, dopo la creazione dell’impero vennero predisposti dei meccanismi giuridici tesi a riaffermare il prestigio dei bianchi, tra cui il divieto alle relazioni coniugali ed extraconiugali tra “razze diverse”, al riconoscimento legittimo e all’adozione dei figli nati dalle unioni tra cittadini e suddite, e l’instaurazione di una severa segregazione razziale che ricacciò i “meticci” nella comunità di appartenenza, sciogliendo ogni istituzione precedentemente creata per la loro assistenza.

Chiaro che, in un contesto del genere, le donne africane vennero stigmatizzate tre volte: per razza, per classe, per genere. Senza contare che il divieto di relazioni “legittime” tra conquistatori e loro acuì, in molti italiani, il desiderio di possederle comunque, aumentando a dismisura gli atti di violenza nei loro confronti.

Alcune storie di violenza sulle donne africane
Sempre nell’articolo della Volpato si leggono alcuni episodi di violenza posti in essere dai conquistatori italiani nel Corno d’Africa. Nel 1891, nel processo portato avanti dalla Commissione reale d’inchiesta dopo la conquista di Asmara, teso a far luce su alcuni dei misfatti compiuti dall’esercito italiano, emerse che le cinque mogli del Kantibai Aman (morto in carcere) erano state sorteggiate, su disposizione del generale Baldissera, tra gli ufficiali italiani del presidio. Eppure, nessuno dei personaggi coinvolti fu punito, sulla base della decisione che non fosse stata violata la disciplina militare.

Una testimonianza di Alberto Pollera del 1922:

La legge indigena ammette la ricerca della paternità; anzi questo è uno dei cardini di quel diritto; la legge italiana la vieta; e basandosi su questo contrasto di diritto, molti Italiani, approfittando della ignoranza delle indigene su questo punto, ne fanno facilmente delle concubine, per abbandonarle quando ne abbiano prole.

Una lettera, inviata nel 1911 al console Piacentini, da parte di un colono che protestava per la richiesta delle ragazze bilene di cento talleri di Maria Teresa per la loro verginità; l’uomo si stupiva del fatto che

… In un paese di conquista, come l’Eritrea, non fosse permesso al dominatore bianco di impadronirsi colla violenza di queste ragazze, od almeno non fosse loro imposto un prezzo molto minore.

Testimoninaza di Tertulliano Gandolfi, operaio che ci ha lasciato le sue memorie d’Africa, del 1910:

Fra i tanti dolorosi casi osservati da me, eccone uno. Una volta vidi in pieno giorno un sottufficiale trombettiere curvo, come una bestia in calore, sopra un bimbo di circa otto anni, malaticcio, che non aveva altro che la pelle e ossa, che lo stuprava.

Testimonianza di Ladislav Sava, medico ungherese che era ad Addis Abeba al momento dell’occupazione italiana, al settimanale londinese New Times & Ethiopia News, nel 1940:

Ho assistito personalmente alla deportazione di donne etiopiche in case convertite con la forza dai militari italiani in postriboli.

Nelle interviste raccolte nel 1994 tra i reduci d’Africa uno degli intervistati ha dichiarato:

La colonia era un paradiso per gli uomini anziani che potevano avere rapporti con bambine di dodici anni.

Due sentenze emesse dal tribunale di Addis Abeba per stupro: nella prima la vittima, Desta Basià Ailù, è una bambina di appena nove anni, segregata per diversi giorni, contro la sua volontà, nell’abitazione dell’imputato, poi processato per violenza carnale, non per sequestro di persona. Ha ottenuto le attenuanti sulla base del fatto che la vittima fosse una bambina abbandonata, facile preda di chiunque.

Nella seconda parliamo di Lomi, di tredici anni, legata “per punizione”, dopo la violenza carnale. Il suo carnefice fu in prima istanza assolto, perché i giudici ritennero che a tredici anni si trattasse di un’abissina sessualmente maggiorenne. Venne condannato in appello, per non aver seguito i dettami della missione civilizzatrice della razza superiore.

fonte: https://www.robadadonne.it/180113/gli-stupri-legalizzati-degli-italiani-in-africa/2/?on=ref

Ecco l’Italia voluta da Salvini: un paese dove se auguri lo stupro di una donna va tutto bene, se esponi un cartello con “ama il prossimo tuo” ti arriva la Digos a casa…!

 

Salvini

 

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Ecco l’Italia voluta da Salvini: un paese dove se auguri lo stupro di una donna va tutto bene, se esponi un cartello con “ama il prossimo tuo” ti arriva la Digos a casa…!

Se auguro lo stupro va tutto bene, se espongo un cartello con “ama il prossimo tuo” arriva la Digos?

Riflessione su ciò che sta accadendo al nostro Paese imbarbarito.

Negli ultimi mesi abbiamo visto la Digos e Vigili del fuoco (questi ultimi si erano dissociati) entrare in appartamenti per togliere striscioni appesi ai balconi con frasi di pace. Contemporaneamente belve di destra auguravano stupri a donne a telecamere accese e nessuna forza dell’ordine muoveva un dito.
Il Paese da quando c’è il ministro Salvini è sempre meno sicuro, più nervoso, isterico, spaccato. L’odio tra gli stessi italiani è aumentato a dismisura. Se non sei con il Capitano il popolo di webeti che vive sui social 24 ore su 24, privo di una vita, di passioni e probabilmente un lavoro, ti augura torture medioevali, stupri, morte, carcere.
Ora però quelle stesse grida stanno diventando voci riprese e registrate dalle telecamere o da semplici telefonini. Non ci si vergogna più di chiedere che una donna venga impalata o che dei migranti la stuprino brutalmente. Intorno a questi pericolosi criminali, perché chi dice cose così è capace di tutto, c’è sempre una claque di tifosi che incoraggiano il mostro ad aumentare le proprie invettive.
Nessun politico della loro parte che prenda le distanza ma spesso lo stesso Ministro ha esposto nel proprio profilo twitter immagini di donne che lo contestavano dando così il via a turpi commenti sessisti e violenti.
Il Ministro dell’Interno non permette più secondo un algortmo che si è fatto installare, di scrivere sulle sue pagine 49 milioni. Forse dovrebbe aggiungere altre paroline che piaccioni ai suoi fan inferociti. La prima è stupro e a seguire terroni, troie e tutto il campionario di bestialità che esaltano il consenso dei branchi ululanti.

da Globalist

Uno degli stupratore di CasaPound aveva mandato al padre il video della violenza per vantarsi… Avete capito bene, al padre! Un padre che invece di sfracellare di botte un figlio così, ne va fiero… Ma c’è poco da stupirsi, i fascisti sono così…!

 

CasaPound

 

 

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Uno degli stupratore di CasaPound aveva mandato al padre il video della violenza per vantarsi… Avete capito bene, al padre! Un padre che invece di sfracellare di botte un figlio così, ne va fiero… Ma c’è poco da stupirsi, i fascisti sono così…!

Da Globalist:

Uno stupratore di CasaPound aveva mandato al padre il video della violenza per vantarsi

Nella lista c’era anche il padre di Licci, che consiglia al figlio di gettare via il telefono: «Riccardo, butta il cellulare subito».

Si tratta di quattro video e quattro foto raccapriccianti. I fotogrammi della sopraffazione violenta e bestiale, l’audio con i flebili lamenti della vittima e le bestemmie degli stupratori che cercano la luce migliore per fare le riprese. «Cancellare obbligatoriamente. Reset del telefono» come si legge su IlMessaggero.it.
Il comando in chat è chiaro: quei video devono sparire. Così come i filmati della telecamera di sorveglianza esterna del pub Old Manners, il circolo culturale di CasaPound dove la notte tra l’11 e il 12 aprile Francesco Chiricozzi e Riccardo Licci, due giovani militanti di vent’anni, hanno trascinato una donna con la scusa di bere gratis per poi stuprarla.
I video, descritti con dettagli raccapriccianti nell’ordinanza che ha portato all’arresto dei due indagati, sono state recuperati dagli investigatori il giorno successivo alla violenza. Dal telefono di Chiricozzi erano già stati rimossi. Amici e parenti glielo consigliavano nella chat di Blocco studentesco, l’organizzazione neofascista dove le immagini erano state condivise e nella quale c’era anche il padre di Licci, che consiglia al figlio di gettare via il telefono: «Riccardo, butta il cellulare subito», scrive. Un altro suggerisce: «Fai l’hard reset del telefono».

fonte: https://www.globalist.it/news/2019/05/01/uno-stupratore-di-casapound-aveva-mandato-al-padre-il-video-della-violenza-per-vantarsi-2040818.html

Ancora un altro vergognoso colpo di genio dei Giudici, e questa volta sono tre Giudici donna: “È troppo brutta, non può essere stata stuprata” – I violentatori assolti!

 

Giudici

 

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Ancora un altro vergognoso colpo di genio dei Giudici, e questa volta sono tre Giudici donna: “È troppo brutta, non può essere stata stuprata” – I violentatori assolti!

Poroposta:

aggiungiamo alla famosa  scritta che chissà come mai troviamo in tutti i tribunale “LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI” un Ps: “Tranne quando si tratta di violenza sulle donne, in questo caso il maschio può fare quello che cazzo gli pare!” …Mi sembra coerente, o no?

“È troppo brutta, non è stata stuprata”: tre giudici (donne) assolvono due violentatori

Secondo tre giudici, la ragazza (la ‘scaltra peruviana’) sarebbe ‘troppo mascolina’ per essere credibile e assolvono i due ragazzi accusati di stupro

C’è da mettersi le mani nei capelli a leggere la sentenza con cui tre giudici (tutte donne, a peggiorare la situazione) della Corte d’Appello hanno assolto dall’accusa di stupro due giovani che erano stati condannati in primo grado a tre anni per violenza sessuale. La motivazione: “la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo di ‘Vikingo’, con un’allusione ad una personalità tutt’altro che femminile quanto piuttosto mascolina, come la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”.
Come se fossimo a un concorso di bellezza e non in aula di tribunale, le tre giudici non solo ritengono ‘poco probabile’ che lo stupro sia avvenuto in base all’aspetto della ragazza, ma, sottinteso, esprimono un giudizio preciso sugli eventuali gusti sessuali: in altre parole, la sentenza sembra implicare che ‘se sei brutta – almeno secondo la Corte – allora non sei desiderabile’. Una sentenza che ha ovviamente causato sdegno.
I fatti: la ragazza in questione è una 22enne peruviana che nel 2015 ha denunciato due suoi coetanei di averla violentata ad Ancona. I tre si conoscevano ed erano usciti insieme per andare a bere. A quanto sembra, la ragazza si sarebbe appartata con uno dei due e il rapporto, da che era consensuale, sarebbe diventato invece violenza: l’accusa infatti parlava di una ‘esplicita manifestazione di dissenso’ che non sarebbe stata ascoltata. Da lì la denuncia.
I due vengono condannati in primo grado, ma la sentenza di Appello li proscioglie con la sentenza delle tre giudici, che si riferiscono tra l’altro alla presunta (manca una sentenza di condanna definitiva) vittima come ‘la scaltra peruviana’.
Il caso è passato in Cassazione, che ha annullato la sentenza di Appello per ‘vizi di legittimità’: il processo dovrà essere rifatto.

nota: rispondiamo ad alcune critiche ricevute per il nostro “strano” interesse alle vicende femminili: questo blog è gestito da soli uomini! Uomini che però, per colpa di qualcuno, un po’ cominciano a vergognarsi di essere tali… Noi continueremo sulla nostra strada, chi ci vuol seguire ci segua, a chi diamo fastidio… tanti saluti.

Leggi anche:

Il colpo di genio di un’altro Giudice: se il marito picchia la moglie ogni tanto “non si può parlare di maltrattamenti in famiglia” …Capito donne? Prendetele e non rompete le scatole… Se è una volta ogni tanto è perchè Vi vuole bene… Lo dice il signor Giudice…!

Femminicidio di Olga Matei – La Corte d’appello dimezza la pena all’assassino con una motivazione sconcertante: “Era in preda a tempesta emotiva e passionale”…E non è la prima volta. Per i Giudici c’è SEMPRE un motivo valido per ammazzare una donna!

 

Articolo tratto da: https://www.globalist.it/news/2019/03/10/e-troppo-brutta-non-e-stata-stuprata-tre-giudici-donne-assolvono-due-violentatori-2038497.html

Stupro di Napoli, ignobile scena all’uscita dal Commissariato: applausi ai tre violentatori da parenti e amici mentre la polizia sta a guardare! …Ma che applaudite, questi sono solo FECCIA SCHIFOSA. E voi che li applaudite LO SIETE DI PIÙ…!

 

Stupro

 

 

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Stupro di Napoli, ignobile scena all’uscita dal Commissariato: applausi ai tre violentatori da parenti e amici mentre la polizia sta a guardare! …Ma che applaudite, questi sono solo FECCIA SCHIFOSA. E voi che li applaudite LO SIETE DI PIÙ…!

Ma è questa l’italia di oggi?

Ignobile scena all’uscita dal commissariato: parenti e amici acclamano i delinquenti, la polizia sta a guardare!

Nella zona di San Giorgio a Cremano, si è consumata la violenza sessuale ai danni di una ragazza di 24 anni nell’ascensore della circumvesuviana.
Gli aggressori erano in tre e sono stati tutti riconosciuti. Si tratta di ANTONIO COZZOLINO, ALESSANDRO SBRESCIA e RAFFAELE BORRELLI.
I tre protagonisti della schifosa vicenda sono stati trattenuti in commissariato dalle ore 2.00 alle ore 8.30 del mattino.

Al termine dell’interrogatorio, i tre violentatori sono usciti e sono stati acclamati dalla folla di parenti e conoscenti che li attendeva.
Fuori dal commando di polizia, infatti, c’erano, parenti, conoscenti e amici che hanno incominciato a piangere e a mostrare nei confronti dei tre aggressori segni di approvazione e conforto…

Un padre ha anche applaudito. E loro hanno sorriso.

Una scena penosa che deve interrogare tutti e far pensare a quanto peso abbia la responsabilità dei genitori rispetto ai figli che commettono atti violenti o criminali.

Tra i tre, scrive Il Mattino, è “Sbrescia a farsi notare maggiormente per la propria esuberanza. Una caratteristica sempre al limite tra stravaganza e illegalità, visti i precedenti per droga che il ragazzo, classe 2001, vanta a curriculum.

Uno dei tre è figlio di una famiglia benestante dei quartieri alti.
Il consigliere regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli ha preso un’iniziativa: “Uno dei capitoli più inquietanti della triste vicenda dello stupro nella stazione della Circumvesuviana di San Giorgio a Cremano sono gli applausi e gli incoraggiamenti rivolti ai colpevoli dai genitori. Scene censurabili che vanno ben oltre l’accettabile. Abbiamo dato mandato all’avvocato Angelo Pisani per valutare gli estremi per l’avvio di un’azione legale che permetta di censurare l’atteggiamento di queste persone. Allo stesso tempo sto valutando gli estremi per procedere con un’azione volta a chiedere la revoca della patria potestà e della capacità genitoriale dei soggetti che hanno incitato e applaudito i figli, accusati di un reato particolarmente grave”.

Perchè questo è il problema: i tre sono solo delle putride bestie. Chi li applaude è molto ma molto peggio.

Condividete questi’aericolo, mettiamo alla berlina la fogna dell’Italia

 

Violenza sulle donne? Il caso della 16enne Lucia Perez morta dopo essere stata drogata, stuprata e seviziata con un palo nel retto – I tre imputati assolti dall’accusa di omicidio e stupro: per i giudici la ragazza era consenziente…! Ma allora di cosa vogliamo parlare?

 

Violenza sulle donne

 

 

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Violenza sulle donne? Il caso della 16enne Lucia Perez morta dopo essere stata drogata, stuprata e seviziata con un palo nel retto – I tre imputati assolti dall’accusa di omicidio e stupro: per i giudici la ragazza era consenziente…! Ma allora di cosa vogliamo parlare?

Lucia Perez, seviziata e uccisa con un palo a 16 anni: per i giudici era consenziente

Lucia Perez è morta a 16 anni dopo essere stata drogata, stuprata e impalata, nell’ottobre 2016. Pochi giorni fa i giudici di Mar del Plata hanno assolto dall’accusa di omicidio e stupro i tre imputati, ritenuti responsabili solo per il reato che riguarda lo stupefacente. L’assoluzione ha sconvolto l’opinione pubblica di tutto il mondo, suscitando la protesta dei movimenti femministi: “Sentenza patriarcale”.

Il caso di Lucia Perez, sedicenne drogata e seviziata mortalmente tramite impalamento, in Italia è sempre stato relegato in fondo alle pagine di cronaca o nei blog delle cosiddette femministe. La sua valenza come fenomeno politico, nella cultura italiana, è passata in sordina, ma anche la portata mediatica della storia – assimilabile a quella di Pamela Mastropietro – è sempre stata bassissima. Perché?

La morte di Lucia
Ricordiamo innanzitutto i fatti. L’8 ottobre 2016, Lucia, sedici anni, studentessa di quinta superiore di una famiglia di modesta estrazione sociale, finisce al pronto soccorso dell’ospedale di Mar del Plata, a pochi chilometri da Buenos Aires. Praticamente abbandonata all’ingresso da due sconosciuti che mormorano di ‘overdose’, muore pochi istanti dopo i tentativi di rianimazione. Un’altra tossicodipendente sbandata. L’esame medico legale porta alla luce una fine molto diversa: Lucia è stata stuprata brutalmente, torturata con un oggetto contundente nel retto che ne ha causato la morte. Prima di trasportarla in ospedale i suoi carnefici l’hanno lavata dal sangue, le hanno messo degli abiti puliti e l’hanno scaricata davanti all’ospedale.

Primo sciopero femminile in Argentina
In Argentina si scatena immediata la reazione della rete per i diritti delle donne che porta al primo sciopero generale femminile del Paese e a una serie di manifestazioni contro la violenza patriarcale, che per osmosi vengono replicate anche in Europa. Anche processualmente il caso sembra semplice, ci sono tutti gli elementi per ipotizzare l’omicidio come conseguenza della violenza sessuale a carico di due imputati: il 23enne Matías Farías, e il 41enne Juan Pablo Offidani. Un terzo sospettato, Alejandro Alberto Masiel, viene accusato sono di favoreggiamento.

Assolti gli assassini, sotto inchiesta la pm
È il processo a rendere unica la storia di Lucia Perez. Per la pm Maria Isabel Sanchez, gli imputati Farias e Offidani hanno attirato in casa di Farias, approfittando della sua dipendenza dalle droghe, la povera Lucia. Nell’appartamento del 23enne con marijuana e cocaina, l’hanno stuprata bestialmente e poi hanno cercato di occultarne la morte. Per la difesa, invece, la morte della ragazzina sarebbe avvenuta al limite di un rapporto sadomaso (non si può negare l’utilizzo di un bastone) di natura consenziente. Chi ha ragione? Le conclusioni dei giudici, a dispetto del clamore e della commozione suscitati dal caso, pendono in favore della difesa. Colpevoli solo di averle venduto la droga i due imputati vengono assolti dall’accusa di omicidio e perfino di stupro.

Un caso politico
E qui che il caso Perez si carica ancor di più di connotazioni politiche. La pm Maria Isabel Sanchez viene accusata di aver condizionato l’opinione pubblica diffondendo alla stampa i particolari dell’esame autoptico e messa sotto inchiesta. Alla fine del processo il massacro della povera Lucia, per i giudici  Pablo Viñas, Facundo Gómez Urso e Aldo Carnevale (motivazioni della sentenza) è solo “il parto dell’immaginazione della Sanchez”. Dunque, non solo la morte non viene collegata alle sevizie sessuali come conseguenza calcolata, ma neanche come conseguenza accidentale, caso in cui avrebbe dovuto essere contestato almeno l’omicidio colposo. E invece niente. Per la morte di Lucia, si evince dalle parole dei giudici, non bisogna incolpare nessuno, se non lei stessa.

“Non perdoniamo: è stato femminicidio”
Qui abbiamo lasciato i fatti, con la sentenza del 28 novembre 2018 emessa dal tribunale di Mar del Plata, l’ennesima pagina nera, anzi nerissima, della giustizia che calpesta la dignità della vittima, solo perché donna. Così commenta ‘Ni una menos’:

Lucía Pérez è stata uccisa due volte. La prima dagli esecutori diretti; la seconda, da coloro che li hanno assolti e che così hanno negato che due adulti che somministrano cocaina per assoggettare un’adolescente sono responsabili di abuso e femminicidio. Vogliono dirci che la sua vita non ha alcun valore, che le relazioni di potere che sono alla base della violenza maschilista non esistono, che l’enorme movimento femminista che ha portato il suo sorriso come bandiera di lotta in tutti gli angoli del paese, deve zittirsi. Non lo faremo, non perdoniamo, non dimentichiamo, non ci riconciliamo. È stato femminicidio.

In Italia, dove per la povera Pamela è andato in scena un analogo scempio, la notizia stranamente non ha attecchito. Eppure poteva essere un qualunque delle nostre ragazze. Anzi, forse lo è stata.

continua su: https://www.fanpage.it/lucia-perez-seviziata-e-uccisa-con-un-palo-a-16-anni-per-i-giudici-era-consenziente/p1/
http://www.fanpage.it/

Sudan – Salvate Noura Houssein, la sposa bambina condannata a morte perché uccise il suo stupratore! – Firma anche Tu la petizione…!!

 

sposa bambina

 

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Sudan – Salvate Noura Houssein, la sposa bambina condannata a morte perché uccise il suo stupratore! – Firma anche Tu la petizione…!!

Sudan, sposa bambina condannata a morte per aver ucciso il marito stupratore. Il mondo si mobilita per salvarla

Ha 19 anni, Noura Houssein. Un’età in cui si vive di sogni, speranze, aspettative per il futuro. Noura Houssein, giovedì scorso, è stata condannata a morte per impiccagione. Ha ucciso un uomo, Noura, gli ha piantato un coltello nel cuore mentre questi cercava di stuprarla, come ogni notte da sei, lunghissimi giorni. Quest’uomo era suo marito.

Noura aveva solo 13 anni quando i genitori la costrinsero a un matrimonio con un lontano cugino, cui lei si oppose con tutte le sue forze. Ma per sfuggire al suo triste destino Noura era dovuta scappare da una zia, dove ha vissuto nascosta per anni prima che i genitori la ritrovassero e la consegnassero al marito-padrone.

Dopo il matrimonio, per punirla forse per aver pensato di poter essere libera, il marito l’ha ripetutamente violentata, finché Noura non ha scelto di reagire, uccidendolo. Ma ovviamente è incappata nell’assurda giustizia del Sudan, che nella donna vede solo un pezzo di carne da macellare.

A onor del vero, il giudice aveva chiesto alla famiglia dell’uomo ucciso di mostrare clemenza per la ragazza. I segni delle violenze erano chiari e forse anche quest’uomo aveva capito che Noura non aveva avuto scelta. Ma la famiglia non vuole sentire ragioni: questa ragazzina che ha osato ribellarsi al suo stupratore va punita e i familiari hanno fatto sapere che non accetteranno nemmeno del denaro per cambiare idea.

Il mondo, nel mentre, si è mobilitato, a cominciare da Amnesty International ed Equality Now. Su Change.org è stata lanciata una petizione che ha già raccolto diecimila firme.

Noura, intanto, aspetta che il suo destino si compia in carcere. I suoi avvocati hanno già presentato ricorso, ma le speranze si affieviloscono ogni minuto che passa e la vita di una giovane donna sta per essere spezzata per aver pensato di poter essere padrona del proprio corpo e della propria libertà.

Online è partita la petizione con l’hashtag #justiceforNoura

tratto da: http://www.globalist.it/world/articolo/2018/05/11/salvate-noura-houssein-la-sposa-bambina-che-ha-ucciso-il-suo-stupratore-2024142.html

 

Chi denuncia uno stupro è una zoccola! Lo ha stabilito, esaminando il caso di Asia Argento, il massimo organo giuridico Italiano: la Tv spazzatura!

 

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Chi denuncia uno stupro è una zoccola! Lo ha stabilito, esaminando il caso di Asia Argento, il massimo organo giuridico Italiano: la Tv spazzatura!

Chi denuncia uno stupro è una zoccola? Asia Argento violentata anche dal maschilismo

L’attrice è stata informata di un presunto dialogo avvenuto nella Casa del reality di Canale 5 durante il quale sarebbe stata pronunciata una frase offensiva nei suoi confronti

Continua gran parte di questo Paese maschilista- anche attraverso lo specchio della tv che fa emergere la nostro cultura patriarcale- a violentare una seconda volta con giudizi spietati chi ha avuto il coraggio di denunciare uno stupro. Un caso eclatante è quello di Asia Argento per l’ennesima volta insultata in tv. Definita ‘zoccola’ per il caso Weinstein.

Perché questo accade? Perché lo stupro è stereotipato: per la maggior parte delle persone  comuni e abbiamo visto anche i giudici, coincide con urla, mani e piedi legati, botte, penetrazione anale e vaginale. Ed è stupro solo se la persona violentata è una “brava ragazza”. Se è una donna “libera” che non nasconde la propria sessualità o se ad abusarla è un bianco di buona famiglia o un uomo delle forze dell’ordine ‘se l’è cercata’ e lei è solo una zoccola. Come se fosse lecito violentare le prostitute.

Care ragazze lo stupro è ogni volta che vi sentite violentate. Anche se non avete urlato, picchiato, anche se non siete state picchiate. Anche se c’è stato rapporto orale e non avete chiuso i denti. Stupro è quando qualcuno con mezzi anche psicologici vi obbliga ad avere un rapporto contro la vostra volontà. Non esistono uomini “che non avevano capito”. Esistono solo belve che vanno denunciate. Punto.

Cosa è successo? Dopo i provvedimenti disciplinari presi nei confronti dei concorrenti protagonisti degli spiacevolissimi episodi di violenza verbale contro Aida Nizar, un’altra azione, stavolta di natura legale, è stata annunciata da Asia Argento, che – a quanto raccontatole via social – è stata chiamata in causa durante una conversazione nell’abitazione di Cinecittà.

Su Twitter l’attrice è stata informata del fatto che il concorrente del Gf15 Filippo Contri avrebbe commentato l’attrice definendola una “zocc*la, con una faccia peggio di un cane”. Le parole sarebbero state pronunciate in giardino durante una conversazione mentre si parlava di una somiglianza tra Lucia Bramieri e Asia Argento.

L’affermazione non è andata giù al’attrice che proprio dal suo profilo Twitter ha annunciato querele.

“Parlano così di me su Mediaset? Non posso saperlo, non ricevo i canali di Berlusconi da anni” ha scritto l’attrice, per poi promettere provvedimenti (“Capisco. Provvederò” ha scritto a chi le ha spiegato quanto accaduto), e commentare il tweet rivelatore di quanto sarebbe accaduto con un “Calunnie ogni giorno, piovono querele vieppiù” e “Querela numero 15”.

fonte: http://www.globalist.it/dolce-vita/articolo/2018/05/01/chi-denuncia-uno-stupro-e-una-zoccola-asia-argento-violentata-anche-dal-maschilismo-2023563.html

La storia di Cyntoia Brown: Nel 2004 sparò all’uomo che la stuprava e la costringeva a prostituirsi. Aveva 16 anni ma, invece di avere una medaglia, fu condannata come un’adulta. Solo ora, sull’onda dello scandalo Weinstein, le Star si mobilitano per la revisione del suo processo.

 

Cyntoia Brown

 

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La storia di Cyntoia Brown: Nel 2004 sparò all’uomo che la stuprava e la costringeva a prostituirsi. Aveva 16 anni ma, invece di avere una medaglia, fu condannata come un’adulta. Solo ora, sull’onda dello scandalo Weinstein, le Star si mobilitano per la revisione del suo processo.

 

Usa, star in campo per liberare Cyntoia Brown: sconta ergastolo per l’uccisione del suo aguzzino.

Nel 2004 sparò all’uomo che la stuprava e costringeva a prostituirsi. Aveva 16 anni ma fu condannata come un’adulta. Ora, sull’onda dello scandalo Weinstein, cantanti e attrici si mobilitano per la revisione del suo processo.

LIBERATE Cyntoia Brown, la ragazzina che uccise il suo aguzzino. Sull’onda lunga dello scandalo Weinstein decine di star – da Rihanna a Kim Karadashian – sono scese in campo per chiedere la revisione del processo che nel 2004 condannò all’ergastolo la ragazza minorenne che, costretta alla prostituzione da un uomo di 43 anni chiamato Johhny Mitchell Allen, detto significativamente “cut throat”, il tagliagole, durante l’ennesima violenza sessuale subita riuscì ad ucciderlo impossessandosi della sua pistola.

Nonostante il fatto che Cyntoia avesse alle spalle una storia di soprusi sessuali lunga tre generazioni e fosse caduta giovanissima nelle mani dei trafficanti di sesso, lo stato del Tennessee l’aveva ugualmente condannata al massimo della pena per l’assassinio del suo aguzzino, giudicandola come un’adulta e aggiungendo l’aggravante della prostituzione.

C’è voluta la serie di denunce legate al caso Weinstein per riportare la storia della giovane, che oggi ha 29 anni ed ha già trascorso in carcere quasi metà della sua vita, sulle prime pagine dei giornali. Grazie a una serie di post su Twitter e Instagram subito diventati virali con le immagini di un documentario girato nel 2011 dal filmaker Daniel Birman.

Un film durissimo che raccontava attraverso la testimonianza in prima persona della ragazza gli abusi fisici e sessuali subiti: “Non aveva scappatoie” ha spiegato Birman in una recente intervista alla rete locale Fox17 Nashville. “Nata e cresciuta in una famiglia dove le violenze sessuali si sono ripetute per tre generazioni”.

Durante il processo del 2004 Cyntoia aveva raccontato nei dettagli ai giudici come il suo aguzzino la picchiasse, soffocasse e stuprasse regolarmente anche con una pistola. E i suoi avvocati avevano cercato invano di spiegare che erano stati proprio quei traumi a farle impugnare la pistola. Non c’era stato nulla da fare: la sentenza era stata durissima, ergastolo con la possibilità di ottenere la libertà su parola solo dopo aver scontato 51 anni in carcere.

Quando nel 2011 Birman presentò il suo documentario la vicenda fece molto scalpore: al punto che i legislatori del Tennessee cambiarono la legge stabilendo che l’imputazione di prostituzione potesse essere formulata solo per ragazze maggiorenni. Le altre andavano considerate come vittime. Peccato, però, che non si volle dare validità retroattiva: Brown rimase in carcere. Qui la ragazza ha studiato: si è diplomata e ora sta scrivendo la sua tesi di laurea.

Ora, dopo che si è tornati a parlare del suo caso, una petizione è stata lanciata online affinché si faccia presto una revisione del processo. Le star del mondo del cinema e della musica si stanno mobilitando in suo aiuto: l’hashtag #freeCyntoiaBrown è già diventato virale. E chissà che qualcosa, per la ragazzina nera che voleva solo vivere una vita normale, non possa finalmente cambiare.

fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2017/11/23/news/usa_star_in_campo_per_liberare_cyntoia_brown_la_ragazzina_condannata_all_ergastolo_per_l_uccisione_del_suo_aguzzino-181899794/