La lettera di un disoccupato Qualunque – dedicato a tutti quelli che credono alla balle di Renzi & C. con la complicità dei media di regime!

 

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La lettera di un disoccupato Qualunque – dedicato a tutti quelli che credono alla balle di Renzi & C. con la complicità dei media di regime!

 

La lettera di un disoccupato Qualunque

La storia di Daniele, 38 anni, disoccupato da 7. Stanco di mandare CV e non ricevere mai una risposta. Tempo sprecato. Il lavoro è sempre più un miraggio. Una lettera di rara sensibilità e capacità comunicativa. Il nostro Paese non ci merita. Il lavoro è un seme che deve essere piantato in una terra fertile. Questo paese non ha né semi né terra fertile. Il lavoro è anche dignità, non solo una necessità per vivere e sopravvivere. Chi ci guadagna sulla testa di milioni di disoccupati?

Riflessioni di un disoccupato italiano

“Caro Uomo Qualunque,

chi ti scrive è un quasi 38enne disoccupato, a-poilitico, a-religioso, a-quellochetipare che ti ha incontrato per caso su internet qualche tempo fa e che ora ti segue assiduamente.

Ho sentito la necessità di scriverti perché sono arrivato al limite estremo di sopportazione dopo aver letto: “I 16 sintomi di schiavitù“.

Le statistiche affidabilissime dell’ISTAT, che escono ormai ogni mese, e che non fanno che ricordarci di come la ripresa sia in atto, infine la notizia che il calciatore del PSG Neymar guadagna la bellezza di 4000 € l’ora (!) per tirare calci a una palla. Notizie più o meno connesse tra loro che mi hanno condotto a riflettere sulla società in cui ci troviamo costretti a vivere e anche sulla mia vita in relazione a questa società.

Mi scuso in anticipo se la mia digressione potrà essere troppo lunga, ma sento il bisogno di sfogarmi scrivendo quello che mi passa per la testa. Abbi un po’ di pazienza, e arriveremo insieme alla fine di questa matassa di pensieri.

Partiamo da me: tra poco meno di un mese arriverò a compiere 38 anni, disoccupato da 7 tenendo in considerazione lavori con contratto e stipendio (quando c’era) e tralasciando i cosiddetti lavoretti che ho fatto fino a circa due anni fa. Da quando fui costretto a lasciare il lavoro con contratto causa mancati pagamenti (poi fortunatamente arrivati senza la necessità di intentare causa), ho continuato assiduamente la ricerca di uno nuovo fino a circa due anni fa. E poi? poi ho semplicemente smesso. In linguaggio tecnico sono un inattivo, uno di quelli che ha smesso di cercare, che sopravvive grazie ai suoi genitori.

Perché ho smesso? Perché ho fatto le cose che elencherò e non mi è tornato indietro niente, anzi ci ho solo rimesso soldi tra una quantità spropositata di curriculum stampati, benzina e riviste:

1) Mi sono rivolto ad apl dove mi sono trovato a parlare con ragazzine appena uscite da scuola, il cui unico scopo sembra essere quello di appuntare alcune note al curriculum e di chiamarti una volta l’anno se sei fortunato. E detto tra noi lavorano talmente tanto che il loro motto è diventato: “Se non ti chiamiamo continua a guardare gli annunci sul sito, magari trovi qualcosa che ti interessa”. Quindi la loro funzione sarebbe…? Per non parlare della qualità e della tipologia del lavoro offerto, ma questo è un altro tipo di discorso che tralascio volutamente (Negli Uffici di collocamento il lavoro non lo trovi);

2) Iscrizioni ai vari infojobs, monster, randstaad, etc. che, unito all’aquisto delle numerose riviste che circolano sul lavoro (e che ho anche acquistato spendendo altri soldi, oltre a quelli già spesi per inchiostro e carta per i curriculum) mi hanno portato alla conclusione che il numero di annunci è sicuramente inferiore al numero dei canali di comunicazione, telematici e non, che offrono lavoro;

3) Ho portato curriculum a mano ad agenzie di sorveglianza, supermercati, negozi, per giungere alla conclusione che molto probabilmente saranno stati cestinati nell’arco di neanche 24 ore;

4) Ho trascorso mattinate a inviare cv e le cosiddette lettere di presentazione ricevendo in cambio cosa? Nulla, neanche una risposta negativa.

Il tempo intanto è trascorso inesorabile, il lavoro sicuro è diventato sempre più un miraggio: giorni, mesi, anni. Alla fine per farla breve mi sono rassegnato. La prima riflessione che ho fatto è stata: “Sto solo perdendo tempo. E visto che il tempo è il mio, preferisco sprecarlo facendo cose che almeno mi piacciono, tentando di gravare il meno possibile sul portafoglio dei miei genitori”.

E così ho cominciato ad uscire di casa. Sono sempre stato appassionato di ambiente e natura, e negli ultimi anni questa mia passione si è rafforzata, soprattutto di fronte ai disastri che stiamo causando.

Ho cominciato a visitare riserve naturali intorno al luogo in cui vivo (in provincia di Roma), parchi naturali e piccoli paesi che mi hanno fatto vedere un paese diverso, un’Italia diversa da quella che viene continuamente descritta dai notiziari.

Si parla tanto di mancanza di case, eppure dove sono stato ho visto moltissimi appartamenti in vendita o in affitto, e casolari in stato di completo abbandono, quindi le case ci sarebbero.

Si parla di mancanza di lavoro ma io ho intravisto nuove opportunità che non vengono sfruttate: dalla pulizia di parchi, riserve, strade o anche semplicemente mezzi pubblici, al recupero di cani abbandonati, e aggiungo campi coltivabili lasciati incolti, occuparsi di persone anziane rimaste sole, e non proseguo per non rendere questa lista infinita: quindi anche il lavoro ci sarebbe.

Ho cominciato a chiedermi: ma se lavoro e case per chi non ne ha ci sarebbero, cosa manca? Come diceva Marzullo (pensa un po’ chi mi tocca citare), si faccia una domanda e si dia una risposta. E quella che ho trovato è la risposta a 99 domande su 100 che riguardano la nostra società: i soldi.

Se non ci sono i soldi per pagare nuovi lavoratori, alle aziende ogni dipendente costa il doppio, come si fa a riavviare un mercato del lavoro stagnante nonostante le statistiche di istituti nazionali dicano il contrario?

In Italia è cresciuto solo il lavoro sottopagato (piccola parentesi, uno degli ultimi titoli ANSA in merito: Boom del lavoro a chiamata, ma ti rendi conto? Già solo per la tipologia, sembra una grossa presa in giro, ma chiamiamola per quello che è: solo e solamente un’enorme presa per il culo).

Narra la leggenda che i soldi facciano la felicità perché servono a mangiare, a pagarsi la casa, a pagare i professionisti, a comprare medicine, a comprare sempre tante, tantissime cose, tutte utilissime (se, vabbe’). Più sei ricco, più sei felice. Lo sei ancor di più se sei famoso. I media non fanno che propinarci questo messaggio giorno e notte attraverso le passerelle, i sorrisi davanti a centinaia di fotograi, l’esposizione estrema di un individuo (che sia uomo o donna è indifferente) attraverso il taglio di capelli alla moda (vabbe’ io so’ pelato, questa, te lo concedo, è solo invidia), il vestiario più in voga al momento, il gioiello più costoso, il profilo social con più iscritti, etc. etc. (sui social meglio che non mi pronuncio o partirebbe un’altra filippica).

Ma se davvero i soldi sono così importanti perché chi ne ha tanti qualche volta si suicida? Facciamo un esempio recente e concreto di cui più o meno dovrebbero aver sentito tutti o quasi: il cantante Chris Cornell. Quanti soldi può possedere un’artista così famoso che ha lavorato più di vent’anni? Quanto può aver guadagnato uno come lui? Eppure, sorpresa delle sorprese, si è suicidato perché era depresso, almeno così si dice. Siamo davvero sicuri che i soldi siano la sola strada verso una sicura felicità?

Forse è un’estremizzazione del mio pensiero: proviamo a fare un altro esempio un po’ meno concreto. Come si fanno i soldi? Bisogna massimizzare il profitto. In che modo? Diminuendo il più possibile le spese. Semplice, lineare, cristallino. Dove conduce una così semplice linea di pensiero? Al guadagno senza badare più a nessuna conseguenza, perché quello che conta è il MIO profitto, il MIO orticello, perché io bado a quello, mica al mondo che mi circonda.

Poi però ci stupiamo e ci scandalizziamo ogni volta che esce la notizia di un alimento contaminato, della presenza delle microplastiche negli oceani, dell’ennesima petroliera che affonda lasciando il suo “genuino” contenuto in mare per l’estrema contentezza delle specie marine che ci vivono, e di qualunque disastro che ci colpisce (“perché il clima non è cambiato, è sempre stato così” questo è quello che mi sono sentito dire da una persona laureata, no perché si dice quanto sia importante il “pezzo di carta”… sì, forse se è sostenuto anche da un pensiero critico, altrimenti quella carta ha degli usi molto più pratici, soprattutto quando si è in bagno).

Ci indigniamo, ce la prendiamo con l’industriale col falso sorriso di turno stile Carcarlo Pravettoni, eppure questi individui non fanno che applicare quella semplice regola del “come si fanno i soldi”. Il guadagno personale è importante? Certo che lo è, altrimenti non si agirebbe sempre nello stesso modo. Ma le nostre vite sono davvero così misere da considerare il guadagno finanziario così importante a discapito dell’ambiente in cui viviamo, della nostra salute, delle altre specie viventi, del nostro futuro?

Siamo disposti a sacrificare qualunque cosa in nome del dio denaro. L’unico dio che da ateo ho visto in carne ed ossa, si fa per dire; un dio avido e pretenzioso con i suoi fedeli, a cui prima o poi tutti si inchinano, perché è attorno a lui che il mondo gira.

La fortuna di un disoccupato, almeno per quanto mi riguarda, è proprio la possibilità di sputare in faccia a questo dio. L’ultima volta che ho comprato un capo di vestiario o un paio di scarpe risale a qualche anno fa, eppure ancora non vado in giro a mostrare i gioielli di famiglia. Se non fosse stato per un regalo di un amico di famiglia avrei ancora il mitico cellulare Nokia che se lo lanci contro il muro ti ritorna indietro lasciando solo macerie al posto di quel muro. (Tranquillo il Nokia non l’ho comunque né buttato né regalato perché sicuramente durerà di più di quello che mi hanno regalato, e che naturalmente non uso quasi mai perché i miei bisogni nei confronti di un cellulare sono ridotti all’osso).

Un’altra fortuna è quella di poter osservare la nostra società dal di fuori e realizzare quanto sia diventata assurda e innaturale. Una società in cui bisogna produrre(ancora non ho ben capito cosa) per guadagnare pezzi di carta a cui viene assegnato un valore che non ha alcun senso per comprare cose che in molti casi sono superflue: anch’io ho fatto parte di questo meccanismo, pertanto mi rendo benissimo conto di quanto possa essere difficile rendersi conto che sono finte necessità quelle ci governano. Essere indebitato sta diventando oggi la condizione generale della nostra vita.

Per me le vere necessità sono un tetto sulla propria testa, poter mangiare un pasto caldo su un tavolo, avere un letto in cui dormire e un bagno per espletare i miei bisogni fisiologici, avere dei vestiti per ripararmi dal freddo.

Intorno a me non vedo nulla di tutto ciò, o quantomeno, ritengo che siano diventate talmente scontate da risultare superflue, tanto da trasferire le nostre necessità in ben altro: il cellulare ultimo modello che fa anche il decaffeinato, la scarpa che costa mille mila euro perché indossata dallo sportivo sonotroppofigocontuttiquestitatuaggi, la borsa “straultramega” alla moda di Docce&Gabbinetti, cose, cose, cose e ancora cose.

Mi chiedo: di chi sono queste necessità? Sono nostre necessità o ci vengono semplicemente imposte dallo stile di vita moderno che abbiamo costruito? Ma soprattutto dove ci hanno condotto queste linee guida che ci vengono propinate sin dalla primissima infanzia? A questa “splendida” società contemporanea occidentale (parlo solo per questa, perché le altre naturalmente non le conosco dalla nascita) che in virtù della propria “sopravvivenza” distrugge l’ambiente che la sostiene, le altre specie viventi che ci vivono, e complica, e non poco, la vita a molti degli individui che la compongono. Come diceva Platone? Ah sì, “bella società di m…”.

Nel passato quando mi inoltravo in discorsi simili, il senso della risposta che mi arrivava era: “sì non va tutto bene, ma questo è il meglio che si può fare”. Davvero? Ben misero essere vivente è quello umano che con le sue “grandi potenzialità” non riesce nemmeno a curarsi dei suoi simili.

Da ignorante quale sono, mi baso su quello che osservo. E quando osservo la natura vedo ben poco di quello che l’uomo ha raggiunto e creato, diciamo così.

In natura non esistono dei (né tantomeno politici), esiste solo la legge naturale (sono cosciente che ho semplificato molto il concetto), che di certo non riconosce nel denaro un modo per sopravvivere. Se nella nostra società abbiamo creato il mito dell’abbondanza, la natura ci dice ben altro: se davvero vogliamo vivere in equilibrio con ciò che ci circonda, è nella scarsità che troviamo la risposta ad ogni domanda.

Anche i più grandi predatori sono costretti a vivere in condizioni di scarsità e la motivazione è molto semplice, la fornisce proprio l’essere umano e il suo modo di agire a discapito di tutto e tutti. Il consumo eccessivo di risorse conduce ad una sola strada: la fine di quelle risorse e di conseguenza la fine per noi e per gli altri esseri viventi.

Siamo davvero così presuntuosi da voler proseguire imperterriti su una strada che altro non è se non il fallimento dell’essere umano nei confronti del pianeta in cui vive?

E alla fine di tutti questi confusi pensieri che ho scritto cosa resta? Perché ho deciso di inviarli proprio a te? Ho scelto di avere fiducia in qualcuno/a con cui credo di avere qualcosa in comune e perché credo che, se vogliamo realmente fare qualcosa, la semplice informazione, anche se importante, non basta. Forse possiamo fare qualcosa in più, agendo anche nella vita reale.

Se anche tu, “Uomo Qualunque”, la pensi come me, spero che di avere un giorno la possibilità di incontrare persone in carne ed ossa per discutere di tutto questo faccia a faccia. Ritengo che intraprendere una linea d’azione sia ormai l’unica strada per chi stenta a vivere nel presente e non ha più un futuro”.

Un Daniele Qualunque

 

fonte: http://uomoqualunque.net/2017/10/lettera-disoccupato/

Lettera ad un Idiota: “Caro John, i soldi non comprano la dignità” – La fantastica risposta di un giovane di Alghero a John Elkann che aveva dichiarato “I giovani italiani non hanno la giusta determinazione a trovare lavoro… perchè stanno bene a casa”.

 

John Elkann

 

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Lettera ad un Idiota: “Caro John, i soldi non comprano la dignità” – La fantastica risposta di un giovane di Alghero a John Elkann che aveva dichiarato “I giovani italiani non hanno la giusta determinazione a trovare lavoro… perchè stanno bene a casa”.

Caro John,
scusami se mi permetto tanta sfrontata confidenza. Vivo in Germania, a Monaco di Baviera, da circa 5 mesi”.
Chi scrive è Giancarlo Balbina, 28 anni, algherese.

La sua lettera è stata pubblicata sul giornale on line Caratteri Liberi (e sta facendo il giro del web) come risposta alle dichiarazioni di John Elkann, rampollo d’oro di casa Agnelli che a 38 anni si è ritrovato a presiedere la Fiat e un bel po’ di altre società miliardarie. Il giovane Elkann pochi giorni fa l’aveva sparata grossa: durante una lezione organizzata dalla Banca Popolare di Sondrio nella città lombarda aveva detto che i giovani italiani “non hanno la giusta determinazione a trovare lavoro” “perchè stanno bene a casa”, ricordando poi che “io e i miei fratelli abbiamo il desiderio di fare, di partecipare e questa è una grande motivazione per avere una vita positiva. Penso che sia più interessante fare una vita in cui sei impegnato e lavori con passione che fare una vita in cui sei in vacanza tutto il tempo, perché dopo un po’ ci si annoia”. Poche ore dopo l’imprenditore Diego Della Valle aveva bollato il giovane John come “Un imbecille”.

Riportiamo per intero la lettera di Balbina, che in poche ore ha avuto migliaia di condivisioni e commenti in tutto il web.°°

“Faccio parte di quella generazione che “vola” da un posto all’altro, con un bagaglio e qualche ricordo da mettere su un mobiletto di un appartamento di 29 mq. Quelli che al mese costano circa 500 euro, se sei fortunato. Hai mai provato l’eccitazione di guadagnare 800 euro e spenderne più della metà per un affitto? Dio, dovresti provarlo John, è come un fungo allucinogeno, da quanto non sembra reale quello che ti capita di vivere.

Voglio dirti una cosa, John. In questo mio soggiorno bavarese ho incontrato decine di italiani laureati e pluri-specializzati, artisti, scrittori, ingegneri, matematici, chimici; quasi tutti trentenni, incazzati e sofferenti. E sai perché? Perché il loro “viaggio” non è una vacanza, ma una ragione di sopravvivenza, indotto da un mondo diseguale dove i ricchi sono molto più ricchi, mille volte più ricchi, del primo dei poveri. Lo sapevi questo, John? Andare lontano dal proprio paese non è mai facile. È un esercizio che richiede forza di volontà, voglia di emergere, fortuna e altre qualità che, senz’altro, un imprenditore sagace e risoluto come te conosce bene. Uno come te che viene dal nulla, che si è fatto da solo; mica come quelli che nascono in famiglie ricche e benestanti, con cognomi importanti, che studiano in Università private pagando rette mensili universitarie, che valgono tanto quanto lo stipendio annuale di un lavoratore qualsiasi. Di mio padre, per esempio. Cazzo John, tu sei diverso. Tu hai faticato, hai lavorato duro, hai rischiato e ci sei riuscito. Tu sei un esempio da seguire. Insegnami come si fanno i soldi partendo dal nulla; come si fa a prendere in giro quei “bamboccioni” che stanno bene solo a casa con la mammina che gli rimbocca le coperte.

Non credere a chi racconta che l’azienda per la quale lavoravano, magari ha chiuso o delocalizzato e sono rimasti con le pive nel sacco da un giorno all’altro; insegnami le magie del jet-set con quella “nonchalance” che dimostri di avere negli ambienti che contano. Anche io voglio essere così, e fanculo la coscienza che mi dice qualcos’altro. Voglio essere un ricco spavaldo. Possedere una Ferrari, una squadra di calcio, avere un Rolex nel polsino, un abito Ferrè e Valentino per tutti i giorni, far parte di una decina di C.d.A., partecipare a quelle feste mondane dove ci sono i giornalisti specializzati nei gossip, che mi chiedono, in mezzo a centinaia di persone: “È una bella festa questa” e io che rispondo: “Certo l’ho organizzata io”. Che soddisfazione!
Sai John, io credo nella teoria del caos. Nessuno ha deciso di nascere in una famiglia povera o ricca, bello o brutto, alto o basso, in Congo o in Svizzera, in Afghanistan o in America. C’è sempre qualche “causa maggiore” che decide per noi. Tu non hai mica deciso volontariamente di far parte di quella èlite italiana del 10%, che detiene più della metà della ricchezza del paese; così come io non ho deciso volontariamente di nascere in una famiglia monoreddito in Sardegna e di far parte, invece, della squadra del 46%, quella dei disoccupati a cui politiche criminali a vantaggio di quelli come te stanno levando il futuro. Sai John, le frasi che hai detto a Sondrio: “i giovani non trovano lavoro perché stanno bene a casa”; e bisogna essere “più ambiziosi” per riuscire nella vita, mi hanno fatto pensare che il più delle volte la ricchezza dà alla testa, impedisce un’analisi razionale degli eventi. In Italia non ci sono più imprenditori, tantomeno capitalisti disposti a rischiare. Il vero imprenditore è quello che investe il proprio capitale, rischia i propri soldi su progetti che reputa validi, investe sugli uomini, sulla conoscenza e sulle idee. Tanti imprenditori, per come li conosciamo ora, non investono i loro capitali; li fanno girare nella finanza creativa, per creare denaro su denaro, senza alcuna ricaduta sociale. Lo ha fatto anche la Fiat, negli anni novanta, ma tu ovviamente non lo sai, forse eri a Cambridge a studiare economia.

La mia lettera, John, per non tediarti troppo, finisce qua; ma vorrei dirti ancora una cosa. Se mai un giorno io dovessi diventare ricco come te e mi chiamassero a dibattere, in qualche università, di economia e sviluppo, di investimenti, di giovani, non direi mai frasi come quelle che hai pronunciato tu, e per un motivo sostanziale. Ci sono valori che i soldi e la ricchezza non possono né comprare né valutare, cioè il rispetto e la dignità delle persone. Ricordati sempre che in un paese di 60 milioni di cervelli, c’è e ci sarà sempre qualcuno più intelligente, capace e preparato di te; purtroppo, forse, non altrettanto fortunato. Ogni mattina, alzandoti dal letto a baldacchino sul quale riposa tutte le notti il tuo plutocratico sedere, ricorda questo non secondario particolare, e ringrazia la teoria del caos alla quale devi tanto, forse tutto. Ti servirà per essere più umile e forse, anche più avveduto di quanto dai l’impressione di essere.

 

fonte: http://zapping2015.altervista.org/xjohn-elkann/

Crisi, povertà, disoccupazione… tutta colpa di un debito pubblico abnorme: 130% del Pil… Sicuro? Il Giappone raggiunge il 250%, ma c’è la quasi piena occupazione e la produzione industriale è in piena cresciuta! Ma lì non hanno l’Euro…!

 

debito pubblico

 

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Crisi, povertà, disoccupazione… tutta colpa di un debito pubblico abnorme: 130% del Pil… Sicuro? Il Giappone raggiunge il 250%, ma c’è la quasi piena occupazione e la produzione industriale è in piena cresciuta! Ma lì non hanno l’Euro…!

 

In Giappone è quasi piena occupazione. Ma lì non hanno l’euro!

Il Giappone è ormai praticamente alla piena occupazione. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 3% di gennaio al 2,8% a febbraio, il minimo da 22 anni. La disponibilità di posti rispetto alla domanda si è confermata al favorevole rapporto di 1,43: si sono dunque 143 posizioni disponibili per ogni 100 richieste.

Anche la produzione industriale vola. A febbraio è aumentata del 2% (il ritmo più’ veloce in otto mesi) rispetto al mese precedente, trainata da auto, macchinari e prodotti chimici, e ciò a fronte di previsioni del 1,2%.

 

 

Ricordiamo che il Giappone non solo ha sovranità monetaria, ma ha anche un rapporto debito pubblico/PIL ben oltre il 250% (noi in Italia, che siamo tacciati per puttanieri, spreconi e alcolizzati, lo abbiamo poco sopra il 130%)!

Insomma, loro hanno moneta sovrana e Banca Centrale prestatrice illimitata di ultima istanza; noi invece abbiamo l’euro, la BCE (che non funge da prestatrice di ultima istanza), economisti a libro paga del capitale internazionale e scribacchini di regime!

 

fonti:

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-03-31/giappone-la-piena-occupazione-074905.shtml?uuid=AE0TVxw

In Giappone è quasi piena occupazione. Ma lì non hanno l’euro! (di Giuseppe PALMA)

“Appartengo a una generazione senza futuro… Complimenti a Poletti. Lui sì che valorizza noi stronzi”… L’ultima tragica lettera del precario trentenne suicida: Quante altre dobbiamo leggerne prima di capire quello che ci hanno combinato Renzi & C….???

precario

 

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 “Appartengo a una generazione senza futuro… Complimenti a Poletti. Lui sì che valorizza noi stronzi”… L’ultima tragica lettera del precario trentenne suicida: Quante altre dobbiamo leggerne prima di capire quello che ci hanno combinato Renzi & C….???

 

“Il precariato mi ha ucciso”. Ecco la lettera di Michele, 30 enne di Udine che si è suicidato stanco di non trovare lavoro

 

L’ultima lettera di un trentenne, Michele, pubblicata per volontà dei genitori sul quotidiano sulle pagine del Messaggero Veneto , il quotidiano regionale del Friuli.

Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive.

 

Un j’accuse agghiacciante.

E Michele potrebbe essere Vostro figlio, Vostro fratello, Vostro cugino, Vostro nipote, Vostro amico, Vostro vicino…

Michele è uno di noi. Uno di noi che non ha resistito.

E i mandanti chi sono?

Uno di questi Michele ci ha tenuto proprio tanto a ringraziarlo con il suo agghiacciante PS:

“Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.”

Quanti Michele ci vorranno per capire finalmente chi sono le canaglie che ci governano?

E non sono solo Renzi, Boschi, Poletti & C. ad avere sulla coscienza Michele. Sono anche, con grossa responsabilità, i media che continuano a prendere per il culo i tanti Michele Italiani quando sbandierano risultati trionfalistici del governo con “inizi della ripresa” imminenti, alla faccia della vera, verissima verità che purtroppo Michele ci ha raccontato.

Non fatemi andare oltre altrimenti…

By Eles

 

di MICHELE

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.

Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.

Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.

Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto.