Ilaria Cucchi asfalta Salvini: “Lui è contro la droga? Benissimo, condivido. Ma sono contraria anche alle truffe ai danni dello Stato e ai rimborsi fasulli a spese di cittadini normali come me che pagano le tasse e non hanno 80 anni per mettersi in pari”.

 

Ilaria Cucchi

 

 

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Ilaria Cucchi asfalta Salvini: “Lui è contro la droga? Benissimo, condivido. Ma sono contraria anche alle truffe ai danni dello Stato e ai rimborsi fasulli a spese di cittadini normali come me che pagano le tasse e non hanno 80 anni per mettersi in pari”.

Anche questa sera a Modena, in uno dei suoi appuntamenti elettorali per la tornata amministrativa in Emilia-Romagna, Matteo Salvini è tornato sulla querela che Ilaria Cucchi ha sporto nei suoi confronti per le sue parole sulla droga, dopo la sentenza di condanna a 12 anni per due carabinieri in seguito al processo per la morte di Stefano Cucchi. «Evidentemente, ci vedremo in tribunale» – ha tagliato corto Salvini, affermando di aver espresso la propria solidarietà alla famiglia in passato e invitando Ilaria Cucchi al Viminale.

Ilaria Cucchi blasta Matteo Salvini sui 49 milioni

Ma nel pomeriggio era stata la stessa Ilaria Cucchi a parlare ancora una volta di Matteo Salvini, spiegando la sua posizione e le motivazioni che l’hanno spinta a querelare il leader della Lega. «Lui è contro la droga? – ha detto la sorella di Stefano Cucchi – Benissimo, condivido. Ma sono contraria anche alle truffe ai danni dello Stato e ai rimborsi fasulli a spese di cittadini normali come me che pagano le tasse e non hanno 80 anni per mettersi in pari».

Il riferimento fatto da Ilaria Cucchi è esplicito e riguarda la confisca di beni per 49 milioni di euro alla Lega e al pagamento dilazionato in 80 anni (ciascuna con il relativo pagamento di 600mila euro) per le vicende legate alla gestione dei fondi da parte dell’ex segretario Umberto Bossi e dell’ex tesoriere Belsito. Ilaria Cucchi ha risposto con questa battuta all’attacco di Matteo Salvini che aveva fatto alcuni confronti con l’atteggiamento di chi, come la famiglia sinti dei Casamonica, gli rivolge delle minacce e degli attacchi, non soltanto attraverso i social network.

 

Caso Cucchi, Salvini: “Questo caso testimonia che la droga fa male sempre” …ma probabilmente si riferiva alla droga che lui aveva assunto quando diceva “Ilaria Cucchi mi fa schifo, si vergogni”

 

Cucchi

 

 

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Caso Cucchi, Salvini: “Questo caso testimonia che la droga fa male sempre” …ma probabilmente si riferiva alla droga che lui aveva assunto quando diceva “Ilaria Cucchi mi fa schifo, si vergogni”

Salvini non chiede scusa…

Il leader della Lega: “Non posso chiedere scusa per eventuali errori altrui”

“Se qualcuno lo ha fatto è giusto che paghi, sono vicinissimo alla famiglia e ho invitato la sorella al Viminale, questo testimonia che la droga fa male sempre e comunque”.

Così Matteo Salvini si pronuncia oggi sul caso Cucchi.

“Non posso chiedere scusa per eventuali errori altrui – aggiunge Salvini, incalzato da un cronista che gli ricorda di aver attaccato Ilaria Cucchi – Devo chiedere scusa anche per il buco dell’ozono?. Per quel che mi riguarda, come senatore e come padre, combatterò la droga, posso dirlo?”, aggiunge ancora. “Se qualcuno ha sbagliato paga; in divisa e non in divisa. Punto. Fatemi aggiungere: io sono contro lo spaccio di droga sempre e comunque”, conclude Salvini.

Ma forse si riferisce alla droga che lui aveva assunto quando diceva “Ilaria Cucchi mi fa schifo, si vergogni”…

“Capisco il dolore di una sorella che ha perso il fratello, ma quel post mi fa schifo. Ci sarà un 1% tra chi porta la divisa che sbaglia e deve pagare. Anzi, deve pagare doppio perché porta la divisa. Ma io sto sempre e comunque con polizia e carabinieri. E averne di polizia e carabinieri, come quelli che abbiamo in Italia. La sorella di Cucchi si dovrebbe vergognare, per quanto mi riguarda”.

Così il leader della Lega, Matteo Salvini, ospite de La Zanzara (Radio24) parlava nel gennaio 2016

 

Salvini deride il tunisino morto a Empoli durante un “controllo” della polizia: “gli dovevano offire cappuccio e brioche?” …Dopo l’epilessia di Stefano Cucchi, ecco un’altra geniale presa di posizione dei nostri politici

 

Salvini

 

 

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Salvini deride il tunisino morto a Empoli durante un “controllo” della polizia: “gli dovevano offire cappuccio e brioche?” …Dopo l’epilessia di Stefano Cucchi, ecco un’altra geniale presa di posizione dei nostri politici

Salvini deride il tunisino morto a Empoli: gli dovevano offrire cappuccio e brioche?

Il ministro ha preventivamente assolto i poliziotti dicendo che la vittima era un pregiudicato tunisino, il Siulp mostra vicinanza agli agenti ma l’ex senatore Manconi chiede indagini accurate.

A togliere i dubbi ci ha pensato il solito Salvini che non ha mancato occasione per deridere le sofferenze altrui e ironizzare su una persona morta in circostanze ancora da chiarire.

Ma la deriva autoritaria del paese ormai semi-forcaiolo avvenuta per mano della Lega e con la complicità degli ex francescani grillini è evidente: se i poliziotti non possono usare le manette per fermare un violento, che cosa devono fare? “Rispondere con cappuccio e brioche?”

Purtroppo non lo ha detto un fesso qualsiasi, ma il nostro(?) ministro dell’Interno, Matteo Salvini, maglia della Polizia indosso, nel corso di una diretta Facebook durante la quale è tornato sulla morte del 32enne Arafette Arfaoui, italiano di origini tunisine, morto a Empoli mentre era ammanettato e legato ai piedi durante una perquisizione della Polizia.

“Buon sabato ai poliziotti che, a Empoli, facendo il loro lavoro, hanno ammanettato un violento che purtroppo è stato colto da arresto cardiaco”.
Il Siulp solidale con i poliziotti

“Esprimo solidarietà, vicinanza e fiducia ai colleghi che hanno operato nel rispetto dei protocolli, tant’è che è stato fatto avvicinare anche un medico poiché l’uomo, di origine tunisina ma cittadino italiano, si trovava in uno stato estremamente confusionale, ed era aggressivo. Abbiamo piena fiducia nella magistratura. Aspettiamo che l’autorità giudiziaria faccia il suo iter a dimostrazione della legittimità e della correttezza dell’operato dei nostri colleghi”.

Così Felice Romano, segretario generale del Siulp

Manconi chiede indagini accurate
Luigi Manconi, direttore dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, appreso della morte a Empoli del giovane tunisino Arafet Arfaoui, si è rivolto alla Procura di quella città per chiedere che siano svolte indagini tempestive e accurate su una tragedia che presenta ancora molti lati oscuri.
“La vittima – afferma Manconi – aveva, oltre che le manette ai polsi, le caviglie legate e si trovava, di conseguenza, in una condizione di totale incapacità di recare danno ad altri e a sé. Come è potuto accadere, dunque, che in quello stato abbia perso la vita e che non sia trovato modo di prestargli soccorso? Sappiamo che le forze di polizia dispongono di strumenti per limitare i movimenti della persona fermata, ma mi chiedo se la corda usata per bloccargli le gambe sia regolamentare oppure occasionale, se fosse in quel momento strettamente indispensabile o se non vi fossero altri strumenti per contenere l’uomo. In altre parole, non si può consentire che vi siano dubbi sulla legittimità di un fermo o sulle modalità della sua applicazione. Tanto più qualora riguardi chi si trovasse, secondo testimoni, in uno stato di agitazione dovuto all’abuso di alcol, e tanto più che, negli ultimi dieci anni, sono state numerose le circostanze che hanno visto perdere la vita persone fermate in condizioni simili e con metodi analoghi. Peraltro, vi è qualche testimone che parla di una condizione di relativa calma del giovane tunisino e anche quest’ultimo fatto impone una indagine, la più rapida e incisiva”, conclude Manconi.

«Tutto quello che sappiamo sulla vicenda di Arafet Arfaoui, l’uomo di 32anni, italiano di origini tunisine, è che è morto nelle mani dello Stato. Legato mani e piedi. In una stanza, l’unica senza telecamere, di un negozio. Alla presenza di soli poliziotti. Siamo in uno stato di diritto e le sentenze le fanno i tribunali, questo vorremmo ricordarlo al ministro dell’Interno Salvini: i suoi tweet non sostituiscono indagini, referti medici, e decisioni dei giudici. Soprattutto su una questione così delicata, soprattutto nel paese di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva e altri morti per mano dello Stato». Lo dichiarano Silvja Manzi e Antonella Soldo, rispettivamente segretaria e tesoriera di Radicali Italiani.

Inevitabilmente, l’episodio richiama l’attenzione dei familiari di altre vittime, come Stefano Cucchi, Riccardo Magherini, Federico Aldrovandi, che ravvisano analogie con le loro vicende. Dura Lucia Uva, sorella di Giuseppe, morto dopo essere stato portato in caserma a Varese nel 2008: «Questo è il metodo delle forze dell’ordine. Con l’appoggio di Salvini, ora, hanno la licenza di uccidere». Per gli altri c’è una specie di copione che si ripete. «Dava in escandescenza? Questi fatti sono tutti uguali e sappiamo già come andrà a finire. La quarta sezione della Cassazione dirà che non c’è nessun colpevole», dice Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, morto in seguito alle percosse dopo essere stato arrestato.
fonti:

https://www.globalist.it/news/2019/01/19/salvini-deride-il-tunisino-morto-a-empoli-gli-dovevano-offire-cappuccio-e-brioche-2036264.html

https://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/morto_controllo_polizia_empoli_salvini-4242144.html

Storia di malafede, razzismo e squallido populismo di alcuni nostri politici: Stefano ucciso dai Carabinieri? Era solo un drogato – Desirée in cerca di droga viene uccisa dal negro? Poverina, siamo tutti Desirée, sarai sempre nei nostri cuori…

 

politici

 

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Storia di malafede, razzismo e squallido populismo di alcuni nostri politici: Stefano ucciso dai Carabinieri? Era solo un drogato – Desirée in cerca di droga viene uccisa dal negro? Poverina, siamo tutti Desirée, sarai sempre nei nostri cuori…

 

Parliamo di due ragazzi sfortunati.

Due ragazzi che non dovevano morire. E soprattutto non dovevano morire in quel modo.

Cosa li accomuna oltre una morte violenta per mano di ignobili aguzzini? Purtroppo una triste storia di droga. Certa per Desirée, non del tutto per Stefano.

E cosa invece fa divergere le storie di questi ragazzi? La malafede, il razzismo e lo squallido populismo di alcuni nostri politici…

Quante ne abbiamo sentite su Stefano Cucchi? Era solo un drogato …ma era stato ammazzato da Carabinieri, peraltro “ariani”

Per Desirée invece… Povera figlia, siamo tutti Desirée, sarai sempre nei nostri cuori …ma era stata ammazzata da un negro.

Stefano solo un drogato, Desirée una martire, un’eroina, un esempio….

Facciamo qualche nome?

Ignazio La Russa, all’epoca del massacro di Stefano, ministro della Difesa, che appena venne fuori il ‘caso Cucchi’ si affrettò a difendere l’Arma dei Carabinieri. Carlo Giovanardi, secondo il quale Stefano era solo un povero spacciatore che sarebbe morto non per le violenze ma di inedia e di sciopero della fame. Il sindacalista della polizia e leghista Gianni Tonelli, che parlò di ‘vita dissoluta per le quali si pagano le conseguenze’.

E poi l’attuale ministro dell’Interno. Sì, Matteo Salvini, quello che: “Ilaria Cucchi? Mi fa schifo…!”

Signore e Signori, sì, esistono morti di serie A e morti di serie B. E a deciderlo sono gli sciacalli che ci governano…

By Eles

Nella democratica Italia succede anche questo: Carabinieri presiedano le proiezioni di “Sulla Mia Pelle” e schedano chi assiste al film sull’assassinio di Stefano Cucchi …“Vogliamo la lista dei partecipanti”

 

Sulla Mia Pelle

 

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Nella democratica Italia succede anche questo: Carabinieri presiedano le proiezioni di “Sulla Mia Pelle” e schedano chi assiste al film sull’assassinio di Stefano Cucchi …“Vogliamo la lista dei partecipanti”

 

Carabinieri alla proiezione del film su Stefano Cucchi: “Vogliamo la lista dei partecipanti”

E’ accaduto in una libreria di Siderno, in Calabria: i due militari hanno chiesto ala titolare la lista dei partecipanti alla proiezione del film “Sulla Mia Pelle” e hanno presidiato l’evento durante tutta la sua durata.

Chi assiste a una proiezione del film “Sulla mia pelle”, girato per raccontare gli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, rischia di essere schedato dai carabinieri. No, non è un’esagerazione, ma ciò che è realmente accaduto a Siderno, un comune calabrese: durante la proiezione del lungometraggio, pianificata da tempo dalla signora Roberta Strangio, titolare della libreria all’interno del centro commerciale La Gru, si sono presentati due carabinieri in divisa: “Mi hanno salutato e chiesto la lista dei partecipanti”. La donna – racconta La Stampa – è rimasta molto spiazzata per l’inusuale richiesta, che mai le era stata fatta prima nonostante in quella libreria proiezioni e presentazioni di libri siano piuttosto comuni. La signora Strangio, infatti, risponde che non esiste nessuna lista dei partecipanti, al che i due militari rinunciano a conoscere nomi e cognomi degli spettatori ma non lasciano il locale, presidiandolo fino alla fine del film.

La giornalista che ha moderato il dibattito: “Mi sono sentita intimidita”
Roberta Strangio racconta: “Ogni tanto i due si affacciavano nella saletta per ascoltare, ma non sono mai intervenuti. Non c’è mai stata alcuna intimidazione, sia chiaro”. Maria Teresa D’Agostino, giornalista freelance che ha moderato il dibattito al termine del film, ha aggiunto: “Dopo la conclusione del dibattito  ho ripensato a ciò che è successo e mi sono sentita un po’ intimidita. Ma solo in un secondo momento”. Resta da camire per quale ragione due carabinieri siano stati inviati presso la libreria con il preciso mandato di ottenere nomi e cognomi dei partecipanti alla proiezioni. Cosa avrebbero dovuto fare con quella lista di persone? Il colonnello Gabriele De Pascalis, comandante del gruppo di Locri, raggiunto dalla Stampa ha escluso categoricamente la volontà di schedare i presenti e ha parlato di “attività di routine”.

fonte: https://www.fanpage.it/carabinieri-alla-proiezione-del-film-su-stefano-cucchi-vogliamo-la-lista-dei-partecipanti/

Dedicato a “quello” che diceva: “Ilaria Cucchi mi fa schifo” … Processo Cucchi, l’intercettazione choc del Carabinieri: “Magari morisse”…!

 

Cucchi

 

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Dedicato a “quello” che diceva: “Ilaria Cucchi mi fa schifo” … Processo Cucchi, l’intercettazione choc del Carabinieri: “Magari morisse”…!

Processo Cucchi, l’intercettazione choc del Carabinieri: “Magari morisse”

Nel documento vengono riportate intercettazioni di comunicazioni radiofoniche e telefoniche avvenute tra le 3 e le 7 del mattino del 16 ottobre del 2009

“Magari morisse, li mortacci sua”. Così disse un carabiniere nel corso di una conversazione con il capoturno della centrale operativa del comando provinciale di Roma, tra le 3 e le sette del mattino del 16 ottobre 2009. Il riferimento è alle condizioni di salute di Stefano Cucchi. L’intercettazione choc fa parte di una di quelle poste stamane all’attenzione dei giudici dal pm Giovanni Musarò.

Nel documento, che comprende diverse interlocuzioni, si fa riferimento al fatto che il carabiniere chiamato “con elevata probabilità può essere identificato” in Vincenzo Nicolardi, uno degli imputati del processo e che deve rispondere di calunnia. Riferendosi allo stato di salute del geometra che era stato arrestato da alcune ore e si trovava in quel momento nella stazione di Tor Sapienza si spiega: “Mi ha chiamato Tor Sapienza. Lì c’è un detenuto dell’Appia, non so quando ce lo avete portato se stanotte o se ieri. E’ detenuto in cella e all’ospedale non può andare per fatti suoi”. Nicolardi, quindi, risponde: “E’da oggi pomeriggio che noi stiamo sbattendo con questo qua”.

Non solo. Sempre secondo quanto emerge dalle carte depositate oggi dall’accusa alla I Corte d’Assise del Tribunale di Roma, otto giorni dopo la morte di Stefano Cucchi, il 30 ottobre 2009, ci fu una riunione “tipo gli alcolisti anonimi” al comando provinciale di Roma, convocata dall’allora comandante, generale Vittorio Tomasone, con i vari carabinieri coinvolti a vario titolo nella vicenda della morte del geometra romano.

 

fonte: http://www.romatoday.it/cronaca/cucchi-magari-morisse-intercettazione.html

Non solo Stefano – I tanti casi Cucchi di cui non sappiamo nulla

 

Cucchi

 

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Non solo Stefano – I tanti casi Cucchi di cui non sappiamo nulla

 

«In sezione un detenuto non si massacra, si massacra sotto… Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto». È il 2 novembre 2009 quando una conversazione tra due guardie penitenziarie del carcere di Castrogno (Teramo), registrata illegalmente, diventa un caso nazionale. Il caso, però, finirà con un’archiviazione per l’impossibilità di dimostrare il fatto, e anche per l’omertà registrata proprio nell’ambiente carcerario.

Pochi giorni prima, il 22 ottobre, in un letto dell’Ospedale Pertini di Roma, muore Stefano Cucchi, mentre si trova sotto custodia cautelare. Grazie alla ferma determinazione della famiglia a far luce sull’accaduto, il suo caso è noto a tutti e ha portato al rinvio a giudizio di cinque carabinieri per omicidio preterintenzionale e abuso di autorità. Uno degli imputati, nove anni dopo, durante il processo Cucchi bis, ha confessato il pestaggio accusando due colleghi. Il 24 ottobre ci sarà la prossima udienza per l’audizione di ulteriori testimoni.

Ma quanti Stefano Cucchi ci sono in Italia? In quali condizioni vivono i detenuti, di cui un terzo sono in custodia cautelare, dunque in attesa di una sentenza definitiva?

Giuseppe Uva, 43 anni, in custodia cautelare non c’è mai nemmeno arrivato. Il 14 giugno 2008 l’uomo viene fermato a Varese mentre con un amico sposta delle transenne nel quartiere di Biumo, dopo aver guardato una partita e bevuto del vino. Uva viene prima portato alla caserma dei carabinieri di via Saffi, poi finisce all’Ospedale di Circolo per un Trattamento sanitario obbligatorio. Nel frattempo, mentre si trovava anche lui in caserma, l’amico chiamava il 118, sussurrando: “Venite, stanno massacrando di botte un ragazzo”. Uva muore la mattina successiva in ospedale, dopo tre iniezioni, per un arresto cardiaco dovuto a una patologia di cui soffriva. Il caso giudiziario è controverso. Finisce il 31 maggio 2018 con i 2 carabinieri e i 6 poliziotti imputati assolti dall’accusa di omicidio e sequestro di persona con formula piena dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano. Ora resta la Cassazione.

«Il punto di questa vicenda è anche che non c’è stato nessun titolo di trattenimento, non c’è stato un arresto, a Uva non è stato fatto alcun tipo di verbale», spiega Valentina Calderone, direttrice dell’associazione A buon diritto. «Dalla Caserma nessuno ha contattato un pm e nessuno ha giustificato il trattenimento. Ci sono state più di due ore di totale vuoto di legalità che secondo la parte civile configurano un sequestro di persona».

I casi seguiti dall’associazione, che fa un lavoro di “accompagnamento istituzionale alle famiglie e advocacy”, in questi anni, dall’omicidio Aldrovandi in poi, non sono meno di cinquanta. Non esiste peraltro una statistica di casi come questi, gli elementi in gioco sono troppi: dove avviene il fatto, l’omertà dei coinvolti, la situazione personale della vittima, quali strumenti economici e culturali ha per poter affrontare un percorso che dopo la denuncia è faticosissimo.

Un altro dei casi seguiti da A buon diritto è quello di Stefano Gugliotta, picchiato durante un fermo da parte di un agente in tenuta antisommossa avvenuto la sera del 5 maggio 2010, in occasione di una finale di Coppa Italia, a Roma. Il ragazzo, senza casco alla guida del motorino, stava andando con un amico ad una festa. Dopo il pestaggio viene prima trasferito in Questura, poi a Regina Coeli dove resta una settimana con le accuse di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Stefano viene prosciolto grazie a un video girato col cellulare da un abitante del palazzo di fronte al luogo dell’accaduto. I medici refertano le ferite riportate dal giovane: lividi, lesioni alla testa, un dente rotto. Il risarcimento ammonta a 40mila euro. E i 9 agenti coinvolti sono stati condannati anche in Appello per lesioni gravi e falso, a seconda delle singole posizioni.

La Casa Circondariale di Regina Coeli (Roma), quella in cui Gugliotta ha trascorso una settimana, è uno degli Istituti visitati da Antigone nel 2017. L’associazione ha visitato 86 delle 190 carceri presenti in giro per l’italia e sono ormai vent’anni che si occupa di monitorare e verificare se i diritti dei detenuti vengono assicurati e ne rende conto in un Rapporto dettagliato, arrivato alla sua 14esima edizione. Gli Istituti oggi collaborano con più trasparenza. Regina Coeli ha un tasso di sovraffollamento del 156,1 per cento. E spesso proprio il problema del sovraffollamento nelle carceri dà il via a tutta una serie di problematiche (sanitarie, igieniche, trattamentali, educative) che abbassano la soglia di garanzia dei diritti dei detenuti. A Como, nel profondo nord, il tasso è del 200 per cento, a Taranto del 190 per cento. La crescita di quasi 2.000 detenuti nel corso dell’ultimo anno, che sono passati dai 56.289 del marzo 2017 ai 58.223 del marzo 2018 in alcune carceri ha reso la situazione sempre più invivibile e tesa. Il tasso di suicidi dietro le sbarre (numero dei morti ogni 10 mila persone) è salito dall’8,3 del 2008 al 9,1 del 2017: in numeri assoluti significa passare da 46 morti del 2008 a 52 morti del 2017.

Le botte e la malasanità spesso possono incontrarsi. Il diritto alla salute, peraltro è centrale in regime penitenziario. La storia del Signor Felice (nome di fantasia) è forse la storia di molti. L’uomo affetto da gravi problemi cardiaci e di deambulazione non ha visite mediche garantite e neanche la possibilità di svolgere la fisioterapia di cui avrebbe bisogno e racconta episodi di violenza a cui avrebbe assistito nel precedente penitenziario e che hanno fortemente inciso sulla sua condizione psicologica e fisica. L’art. 1 della Legge sull’Ordinamento Penitenziario impone che il trattamento penitenziario debba essere conforme ad umanità e assicurare il rispetto della dignità della persona. Una disposizione che risulta essere violata ogni volta che le necessarie cure vengano negate o ritardate, e questo purtroppo succede, come testimoniano le diverse segnalazioni ricevute da Antigone, dai detenuti e dalle loro famiglie.

La prima volta che Antigone si costituisce parte civile in un processo penale che vede imputati cinque agenti di polizia penitenziaria per violenze commesse a danno di due detenuti, Renne e Cirino, è il 27 ottobre del 2011. La Corte europea dei diritti dell’uomo, il 26 ottobre 2017, ha riconosciuto che Renne e Cirino furono vittime di torture e di trattamenti inumani e degradanti condannando lo Stato italiano a risarcire i due ex reclusi con 80 mila euro ciascuno. Da questa esperienza, Antigone, oltre ad offrire supporto, ha iniziato ad essere presente nei processi penali accanto alle persone detenute.

«Dimostrare in udienza fatti come questi è sempre molto complicato» – spiega Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio Antigone. «Lo era ancora di più quando non c’era il reato di tortura e i tempi di prescrizione erano piuttosto rapidi. Il reato introdotto non è quello che avevamo disegnato noi ma pensiamo sia comunque una risorsa importante». Peraltro, il detenuto che denuncia una violenza o una negligenza è spesso esposto a rischio di ritorsioni.

C’è poi un ulteriore elemento da tenere in considerazione. Le denunce che arrivano ad Antigone sono situazioni che si protraggono per tempo. «Anche se è sbagliato – spiega Scandurra – purtroppo dai detenuti un certo livello di violenza è tollerato. Ci dicono “Sono stato picchiato ingiustamente, in maniera sproporzionata”. Mai affermano “sono stato picchiato”».

Di azione punitiva di inaudita violenza parla Giuseppe Rotundo che il 13 gennaio 2011 riesce a far uscire una lettera dal carcere indirizzata al suo avvocato in cui denuncia di essere stato vittima di un pestaggio da parte di tre agenti di polizia penitenziaria.  «Carissimo avvocato, – scrive Rotundo – ciò che legge è sicuramente una sporca faccenda. La prego vivamente di provvedere ad inviare qui il più presto possibile un suo collaboratore (meglio se con la macchina fotografica) affinché possa documentare le mie condizioni di salute, sono stato ridotto in uno stato pietoso, il mio volto al momento in cui le scrivo è irriconoscibile, gambe e braccia sono contuse e gonfie, ho tutto il corpo dolorante e pieno di ematomi. Sono stato ridotto in questo stato da un gruppetto di agenti di custodia (…) Il medico interno si è limitato al minimo indispensabile, è comprensibile poiché sono coscienti che hanno commesso una vera e propria spedizione punitiva di inaudita violenza (…) n.b. Metto il mittente di altro detenuto poiché ho seri motivi per ritenere che col mio nome e cognome questa lettera non giungesse a destinazione cioè a lei». Il processo si trova attualmente in fase dibattimentale davanti al Tribunale di Foggia e nasce da una riunione di due procedimenti in quanto anche i tre agenti di polizia hanno a loro volta denunciato di essere stati assaliti dal detenuto. La prossima udienza è fissata per il 25 ottobre 2018 e la prescrizione è oramai sempre più vicina.

«Gli agenti dicono di averlo portato in una cella di isolamento in seguito ad un litigio verbale e che stava benissimo, tesi che però cozza con quanto detto da testimoni importanti, che confermano di averlo visto in quelle condizioni, quasi non riconoscendolo», commenta Simona Filippi, legale di Antigone. «Inoltre, in carcere quello che denuncia in generale è l’infame. La cosa molta è molto seria, basti pensare al fatto che ci sono dei reparti specifici in cui stanno i detenuti che denunciano. Esistono ancora delle regole non scritte che tutti rispettano e che lo stesso Rotundo ha rispettato, denunciando superando quella soglia di tolleranza».

Il Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa alla fine dell’anno scorso ha reso pubblico il rapporto della sua visita compiuta in Italia ad aprile 2016. Il Cpt ha raccolto denunce di maltrattamenti, tra cui l’uso non necessario ed eccessivo della forza da parte di carabinieri, agenti di polizia, e di custodia, in praticamente tutte le strutture detentive visitate. Inoltre, secondo il Cpt, le persone in custodia cautelare non sempre beneficiano delle garanzie offerte dalla legge.

«Oggi i detenuti sono più propensi a raccontare. Noi abbiamo avuto un aumento notevole delle segnalazioni in questi anni» – spiega Scandurra. Ma questo non vuol dire per forza che ci sia stato un aumento dei casi ma «che sembra più normale denunciare e lamentarsi». Inoltre, l’istituzione del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute ha aiutato.

E proprio il Garante dei detenuti di Lazio e Umbria, Stefano Anastasia, nel mese di agosto ha presentato un esposto alla Procura di Viterbo per la morte di un 21enne, Hassan Sharaf. Il detenuto avrebbe finito di scontare la pena il 9 settembre, all’interno del carcere punitivo di Viterbo, ma il 23 luglio scorso è stato trovato impiccato nella cella di isolamento dove era stato trasferito da appena due ore. Entrato in coma, è morto il 30 luglio nell’ospedale locale di Belcolle. Suicida, secondo le autorità penitenziarie. Il terzo dall’inizio dell’anno. Il Garante, in occasione di una visita, avrebbe ascoltato quel ragazzo  che aveva denunciato violenze e lesioni da parte degli agenti di Penitenziaria mostrandone i segni, tanto da chiederne un trasferimento mai arrivato. Secondo Anastasia sono almeno dieci i detenuti che hanno denunciato violenze subite in quell’Istituto.

«Questo problema in Italia esiste»,  conclude Scandurra. «Prova ne siano quei pochi casi che conosciamo e che generalmente riguardano abusi e violenze nei confronti di italiani, con una famiglia alle spalle. Di Stefano Cucchi ce ne sono tanti, di famiglie Cucchi purtroppo ce ne sono poche. Per ogni Stefano Cucchi ce ne sono molti che non riescono a ottenere quel livello di attenzione. Tra gli stranieri si può immaginare ce ne siano anche di più».

Oggi, 22 ottobre, ricorre l’anniversario dell’assassinio di STAFANO CUCCHI. Ma gli Italiani già da giorni ne stanno onorando la memoria con insulti, minacce e auguri di morte alla sorella Ilaria “Spero ti facciano fare la stessa fine di tuo fratello” …Quanto facciamo schifo?

 

STAFANO CUCCHI

 

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Oggi, 22 ottobre, ricorre l’anniversario dell’assassinio di STAFANO CUCCHI. Ma gli Italiani già da giorni ne stanno onorando la memoria con insulti, minacce e auguri di morte alla sorella Ilaria “Spero ti facciano fare la stessa fine di tuo fratello” …Quanto facciamo schifo?

 

Ilaria Cucchi:

Stiamo ricevendo una serie impressionante di insulti, minacce ed auguri di morte da profili di simpatizzanti della Lega, che è partito di Governo, e da (mi auguro) sedicenti appartenenti a polizia e carabinieri come quello il cui profilo pubblico ora. Confesso che ho paura, per me, per la mia famiglia e per Fabio poiché nessuno persegue queste persone ma pare ci si debba preoccupare solo di Casamassima, Rosati e Tedesco.
Io e Fabio non sappiamo più cosa pensare

Minacce di morte sui social a Ilaria Cucchi. “Spero ti facciano fare la stessa fine di tuo fratello”

“Confesso che ho paura, per me, per la mia famiglia e per Fabio poiché nessuno persegue queste persone”

“Stiamo ricevendo una serie impressionante di insulti, minacce ed auguri di morte da profili di simpatizzanti della Lega, che è partito di governo, e da (mi auguro) sedicenti appartenenti a polizia e carabinieri. Confesso che ho paura, per me, per la mia famiglia e per Fabio (Anselmo, il legale della famiglia Cucchi – ndr) poiché nessuno persegue queste persone ma pare ci si debba preoccupare solo di Casamassima, Rosati e Tedesco. Io e Fabio non sappiamo più cosa pensare”. Lo scrive Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, in un post su Facebook, allegando il profilo di una delle persone dalle quali dice di aver ricevuto minacce e che, da quanto si legge, lavorerebbe “presso la Polizia di Stato”.

Ha postato Ilaria Cucchi ha anche allegato un commento dallo stesso profilo che sarebbe indirizzato a lei: “Spero che ti facciano fare la stessa f…”.

Oltre ad una serie di post segnalati da Ilaria Cucchi,  le è stata recapitata all’abitazione una lettera anonima scritta a mano con insulti e minacce. “Dovreste essere voi, e non Salvini, a scusarvi per tutte le persone che suo figlio ha rovinato con la droga. Mi spiace abbia pagato con la vita, ma se l’è cercata”, si legge in un parte del testo della missiva, indirizzata a Giovanni Cucchi, il padre di Stefano.

Allora, che dite? Come popolo, noi Italiani, facciamo schifo o no?

By Eles

 

P.s.

Una curiosità… Come mai nella pagina degli eventi di Wikipedia del 22 ottobre non si parla si Stefano Cucchi?

E ancora, nella pagina di Wikipedia morti il 22 ottobre all’anno 2009 di Stefano Cucchi neanche l’ombra… però ci sono una compositrice e artista statunitense, un pugile sudafricano, uno storico francese, un naturalista italiano, cestista jugoslavo, un vescovo italiano ed uno statunitense…

Misteri Italiani…

Caso Cucchi, non è finita: Ora aspettiamo le scuse di Salvini, La Russa, Giovanardi…!

 

Cucchi

 

 

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Caso Cucchi, non è finita: Ora aspettiamo le scuse di Salvini, La Russa, Giovanardi…!

 

Da Il Fatto Quotidiano:

Caso Cucchi, la sorella Ilaria: “Ora le scuse di Salvini, La Russa, Giovanardi”
La sorella Ilaria – “Le aspetto da tutti quelli che hanno insultato negando la verità che sosteniamo da sempre”

“La Russa, Giovanardi, l’attuale ministro dell’Interno, il sindacalista della Lega Tonelli”. Non è un elenco del telefono, ma quello delle persone che dovrebbero mettersi in fila per chiedere scusa. Nel giorno in cui il processo per la morte di suo fratello è a una decisiva svolta – dopo “appena nove anni” – Ilaria Cucchi passa la giornata tra telefono, microfoni e telecamere. Era da molto che aspettava questo momento e, anche se sa che la strada per arrivare alla verità non si è per niente conclusa, può portare a casa, da mamma Rita e papà Giovanni, un risultato importante.

Ilaria Cucchi, chi dovrebbe chiedere scusa?
Tutti quelli che in questi anni hanno insultato Stefano, me e la mia famiglia, che hanno voluto negare quella verità che sosteniamo fin dal principio e che oggi è entrata in aula dopo nove anni di battaglie.

Facciamo i nomi?
Ignazio La Russa, all’epoca ministro della Difesa, che appena venne fuori il ‘caso Cucchi’ si affrettò a difendere l’Arma dei carabinieri. Carlo Giovanardi, secondo il quale mio fratello era solo un povero spacciatore che sarebbe morto non per le violenze ma di inedia e di sciopero della fame. Il sindacalista della polizia e leghista Gianni Tonelli, che parlò di ‘vita dissoluta per le quali si pagano le conseguenze’. E poi l’attuale ministro dell’Interno.

Matteo Salvini.
Non lo nomino neanche.

Non si è scusato per aver detto che un suo post faceva “schifo”, ma ha invitato lei e la sua famiglia al Viminale.
Adesso ha detto che mi riceverà: non mi interessa proprio.

E l’attuale ministra della Difesa, Elisabetta Trenta? Anche lei dovrebbe scusarsi?
No, e di che? Ha annunciato che vuole incontrarmi: sarò lieta di farlo. Io, i miei genitori e il mio avvocato la vogliamo ringraziare.

Dagli atti viene fuori un’annotazione di servizio prodotta dal carabiniere Francesco Tedesco e poi sparita. All’epoca quale fu l’atteggiamento dei vertici dell’Arma?
Il comandante provinciale, Vittorio Tomasone (oggi generale di corpo d’armata, ndr) telefonò a casa di mia madre per farle le condoglianze e per dirle che avevano fatto le loro verifiche interne, dalle quali sarebbe emerso che i carabinieri non avevano alcuna responsabilità nella morte di suo figlio. Mentre oggi sappiamo di una riunione collegiale con le persone interessate e sappiamo che fu quantomeno modificata una annotazione di servizio.

Questo non significa che i vertici sapessero, però.
No, certo. Ma sono sicura che la Procura di Roma vorrà andare avanti, per stabilire – o escludere – che qualcun altro sapesse cosa subì mio fratello in quella caserma.

Si aspettava una svolta come questa?
Ci speravo. Io e la mia famiglia sono nove anni che combattiamo, abbiamo sempre saputo la verità e finalmente ieri è entrata anche in un’aula di giustizia.

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/ora-le-scuse-di-salvini-la-russa-giovanardi/

“Chiedere scusa per cosa? Stefano Cucchi è morto per droga”: le agghiaccianti, ignobili, meschine, vili, infami schifose parole di Giovanardi

 

Giovanardi

 

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“Chiedere scusa per cosa? Stefano Cucchi è morto per droga”: le agghiaccianti, ignobili, meschine, vili, infami schifose parole di Giovanardi

“Chiedere scusa per cosa? Stefano Cucchi è morto per droga”: le agghiaccianti parole di Giovanardi

L’ex senatore insiste anche dopo le accuse del carabiniere Tedesco ai suoi colleghi per il pestaggio del giovane romano: “le perizie hanno sempre escluso la morte per percosse”

“Non devo chiedere scusa alla famiglia Cucchi, perché dovrei farlo? La prima causa di morte di Stefano Cucchi è stata la droga”. Sono le agghiaccianti parole dell’ex senatore Carlo Giovanardi, intervenuto a la Zanzara, dopo le rivelazioni del carabiniere Francesco Tedesco che ha accusato i suoi colleghi del pestaggio del giovane romano.
“Vedremo nel corso del processo – ha detto Giovanardi – se le botte dei CC sono state causa della morte. Di cosa devo chiedere scusa? Non mi vergogno di nulla, le perizie hanno sempre escluso la morte per percosse, prendetevela con loro”.
“Bisogna chiedere scusa alle guardie penitenziarie – ha aggiunto l’ex senatore – assolte dopo 6 anni di calvario. Dissi che le guardie carcerarie erano vittime come Cucchi. Tutte le perizie dicono che la prima causa di morte di Cucchi è stata la droga. Volevano intitolargli una strada, ma non è un benemerito del Paese e prima di condannare i carabinieri facciamo finire i processi, poi eventualmente paghino”.
Giovanardi per anni ha difeso i carabinieri criticando la sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, che sosteneva la tesi del pestaggio. Non è infatti la prima volta che l’ex senatore rivolge parole dure contro la famiglia Cucchi mettendo in dubbio che esista qualsiasi responsabilità a carico dei carabinieri.
Nel 2016, sempre alla Zanzara, disse: “Ilaria Cucchi dice che il decesso del fratello Stefano è stato causato dalle fratture? Davanti a 20 periti e 4 dei più grandi luminari che si sono pronunciati non credo certo agli asini che volano”.

tratto da: https://www.globalist.it/news/2018/10/12/chiedere-scusa-per-cosa-stefano-cucchi-e-morto-per-droga-le-agghiaccianti-parole-di-giovanardi-2032159.html