37 anni fa – il 30 aprile 1982 – fu ucciso Pio La Torre, il Comunista che spaventò i boss pagando con la vita la sua sfida alla mafia, ma soprattutto allo Stato colluso! Una storia che nessuno vuole venga ricordata!

Pio La Torre

 

 

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37 anni fa – il 30 aprile 1982 – fu ucciso Pio La Torre, il Comunista che spaventò i boss pagando con la vita la sua sfida alla mafia, ma soprattutto allo Stato colluso! Una storia che nessuno vuole venga ricordata!

Per capire di cosa stiamo parlando, ecco quello che ricostruisce Minoli in una puntata di Rai Soria del 8 novembre 2009 (v. video a fine articolo): “dalle carte del processo risulta che Pio La Torre era tenuto sotto controllo dai servizi segreti, come lo erano tutti i dirigenti del Partito Comunista. Per La Torre il controllo fu ininterrotto dal 1952-1953 fino al 1976; veniva seguito giorno per giorno. Le notizie dei servizi segreti si interrompono dal 1976 e riprendono nel 1981. In particolare La Torre fu seguito dall’ottobre 81 fino a fine aprile 82. Misteriosamente però solo giorno prima dell’ampiamente preannunciato omicidio, i servizi segreti misteriosamente “tolsero il disturbo”. Sparirono…

 

 

Chi era Pio La Torre, pagò con la vita la sfida ai boss

Dall’occupazione delle terre all’ attacco ai patrimoni mafiosi

Dall’occupazione delle terre alla lotta alla mafia: si racchiude in questo itinerario politico, negli ultimi tempi approdato all’impegno pacifista, la vicenda umana e politica di Pio La Torre, ucciso a Palermo il 30 aprile 1982 anni con il suo collaboratore Rosario Di Salvo da Cosa Nostra. Il parlamentare era nato del capoluogo siciliano il 24 dicembre 1927.

La dura esperienza di vita orienta subito le scelte di La Torre, nato in una povera famiglia contadina nella borgata palermitana di Altarello di Baida, descritta da lui stesso come un ”paese lontano” nel libro ”Comunisti e movimento contadino in Sicilia” ora ripubblicato, nell’anniversario del delitto, dagli Editori Riuniti. Nelle case non c’ e’ ne’ l’acqua corrente ne’ la luce e percio’ ”si studiava a lume di candela”. Giovanissimo, aderisce al Pci inseguendo un ideale di giustizia e di riscatto sociale. Tra il 1949 e il 1950 e’ tra i protagonisti del movimento di occupazione delle terre nella zona di Corleone.

Ma viene arrestato dopo uno scontro con la polizia che provoca tra i braccianti decine di feriti e sconta 18 mesi di carcere. E’ in una cella dell’Ucciardone che lo raggiunge la notizia della nascita del figlio Franco, ora impegnato nel volontariato in Palestina. Tornato in liberta’, riprende un’intensa attivita’ sia come dirigente del Pci sia come esponente della Cgil. L’impegno politico del ”comunista romantico”, come sara’ definito in un libro di Cesare De Simone uscito in questi giorni, non gli impedisce di concludere gli studi universitari.

Nel 1961 si laurea in Economia e commercio mentre e’ consigliere comunale. Due anni dopo viene eletto deputato all’ Assemblea regionale. Come componente della commissione parlamentare antimafia firmera’ assieme al giudice Cesare Terranova, deputato della sinistra indipendente pure assassinato nel 1979, la relazione di minoranza incentrata sui rapporti tra mafia e politica. ”Tale compenetrazione – scrive – e’ avvenuta storicamente come un risultato; cercato e voluto da tutt’e due le parti”. Negli anni ’80 coglie e interpreta l’evoluzione della mafia che, sotto la dittatura di Toto’ Riina, mutua dal terrorismo non solo i metodi ma anche le strategie di attacco allo Stato e agli uomini delle istituzioni impegnati nelle inchieste piu’ penetranti.

La Torre ripensa anche la strategia antimafia e punta a disarticolare il potere economico di Cosa nostra. Si fa percio’ promotore di un disegno di legge, che sara’ approvato solo dopo la sua morte e l’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che introduce nell’ordinamento penale il reato di associazione mafiosa e prevede la confisca dei patrimoni illeciti. Nel 1981 torna in Sicilia e subito dopo diventa segretario regionale del Pci. Ha appena il tempo di promuovere un vasto movimento pacifista contro l’ installazione dei missili Cruise a Comiso. Avvia la raccolta di un milione di firme, organizza marce e manifestazioni. Sostiene la nomina di Carlo Alberto Dalla Chiesa a prefetto di Palermo. Ma avverte anche il rischio di una forte esposizione e teme la saldatura tra forze oscure e poteri criminali. ”Ora tocca a noi”, confida a Emanuele Macaluso pochi giorni prima di essere assassinato. Da qualche tempo tiene in tasca una pistola: non fara’ in tempo a impugnarla davanti ai suoi sicari.

 

 

 

fonti:

Youtube

http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2017/04/30/chi-era-pio-la-torre-pago-con-la-vita-la-sfida-ai-boss_4ee81755-d447-493d-97d9-8be55c49de63.html

varie dal web

 

Io, iscritto al PCI di Berlinguer, vi spiego perché ho votato 5 Stelle

 

Berlinguer

 

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Io, iscritto al PCI di Berlinguer, vi spiego perché ho votato 5 Stelle

“Non risultano, per il momento, clientele strutturate, né rapporti con la criminalità organizzata facenti capo al M5S: perciò i voti dati a questo partito, qualunque giudizio se ne voglia dare, devono essere considerati voti d’opinione. Il patto secolare tra il padronato del Nord e il notabilato del Sud ha perduto uno dei contraenti”

di Massimo Finocchiaro

Una volta Enrico Berlinguer partecipò a un’assemblea della mia sezione. Era la fine primavera del 1979. Una settimana prima le elezioni erano andate male, e il segretario del partito voleva rendersi conto di persona di cosa non avesse funzionato. Ma non venne per parlare, se avesse voluto l’avrebbe fatto davanti a molte migliaia di persone in piazza. No, restò lì in sezione per tre ore ad ascoltare pazientemente gli interventi dei militanti, e alla fine ringraziò tutti, anche quelli che erano stati più critici nei confronti della linea politica del momento (il “compromesso storico”).

Erano tempi drammatici: Cosa nostra e le BR avevano alzato il tiro sulle istituzioni che, come avremmo saputo dopo, erano insidiate dall’interno dalle trame di Gelli; capo del governo era un Andreotti sodale dei mafiosi e Craxi stava trasformando il vecchio e glorioso Psi in un comitato d’affari sporchi.

Eppure l’Italia non deragliò: c’era il PCI (È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico…).

Certo, non era un partito perfetto, il PCI. Starci dentro qualche volta non era facile. E non è che i comunisti fossero uomini e donne necessariamente e antropologicamente diversi e migliori degli altri, come si è constatato molti anni dopo. Piuttosto, la differenza stava a mio modo di vedere in un modello politico di rappresentanza che quel partito incarnava, in una tradizione, in un’etica e un’intelligenza collettive che facevano premio sulle possibili debolezze dei singoli.

Per questo, almeno fino a un certo momento storico, i comunisti sembravano e spesso erano veramente irriducibili al sistema di relazioni informali che ha sempre detenuto il potere in Italia. In questo, e non in capziose accuse di immaturità democratica, stava del resto il fondamento della diffidenza (il famoso “fattore K”) che il resto del mondo politico riservava al PCI.

Ma bando alle nostalgie. Come tutte le cose umane, il PCI aveva avuto un inizio, e avrebbe dovuto per forza avere una fine, prima o poi. A poco a poco, se non altro per ragioni anagrafiche, la generazione di dirigenti formata negli anni durissimi della lotta clandestina, della guerra di Spagna, della Resistenza, dovette cedere il passo a una nuova leva. La quale cominciò a frequentare i salotti buoni, a guardare le quotazioni di Borsa e a chiedersi se valeva la pena di continuare a chiamarsi comunisti.

Qualcuno dice che questa trasformazione sbloccò infine il sistema politico, rendendo possibile la stagione di Mani Pulite. Può darsi. A che prezzo, però. Quella che avrebbe potuto essere un’occasione storica di rigenerazione del Paese fu perduta, perché quando Silvio Berlusconi decise di “scendere in campo” si trovò di fronte non “i comunisti”, come diceva lui, ma solo la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto.

E Berlusconi vinse, e avendo già guastato il calcio e le tv libere (una volta si chiamavano così), continuò a guastare quel che di buono era rimasto in Italia, compresi i suoi avversari. Il resto è infatti una storia di progressiva perdita, da parte del principale partito della sinistra, di identità e di valori, di distacco dal mondo del lavoro, perfino di mutazione antropologica, coi militanti generosi di sé per il partito e per l’idea ineluttabilmente scacciati da piccoli arrivisti alla ricerca di opportunità personali.

Per me, il punto di di non ritorno fu l’aggressione alla Serbia, nel 1999, da parte del governo guidato da Massimo D’Alema. Mortificata platealmente la Costituzione della Repubblica nello spirito e nella lettera, mi sentii mortificato anch’io, e abbandonai un partito che non mi rappresentava più.

Ho perciò guardato da fuori le successive vicende di quella parte politica, sempre più estraneo e deluso, nella speranza di una resipiscenza che non veniva mai, fino alla fusione con gli ex democristiani nel Partito Democratico, che ai miei occhi ne ha reso definitiva la fuoriuscita dall’alveo della sinistra.

Proprio in quel torno di tempo, la notizia delle scorrerie in politica di Beppe Grillo mi aveva incuriosito, e così cominciai a frequentare il famoso blog. Mi feci l’idea che l’ambizione iniziale fosse limitata alla costituzione di un movimento del due o tre per cento, sul modello del partito radicale di Pannella, ma con l’accento su temi ambientali e legalitari più che sui diritti civili; e che l’obiettivo fosse di piazzare qua e là nei Consigli comunali o provinciali un paio di rompicoglioni che facessero un po’ di casino.

La novità era senza dubbio nel metodo, e cioè nell’uso della rete per strutturare e coordinare i gruppi locali, che aveva tra l’altro il grande vantaggio di azzerare i costi di organizzazione e l’effetto collaterale di rivolgersi soprattutto ai più giovani.

Le prime prove elettorali del M5S non furono un successo travolgente, ma ci furono comunque degli eletti e lì cominciarono i problemi. Per quanto Grillo avesse dato prova di intuito, audacia, capacità di comunicazione, e anche di serietà (chi è più serio di un comico di professione?), e contasse sulle doti organizzative di Casaleggio, il nascente movimento mi sembrava oscillare tra l’illusione della democrazia diretta e la realtà di una gestione che definire dispotica è poco.

Qualcuno ricorderà le intemerate contro quel paio di militanti che avevano (nientedimeno!) accettato di partecipare a un talk show, o il trattamento riservato a Pizzarotti, primo sindaco del M5S. Comunque la cosa che mi colpì di più fu la canea urlante dei frequentatori del blog, gente apparentemente incapace di accettare un confronto civile per argomenti e non per slogan, ultras della curva più che militanti politici. Anche se, devo ammettere, questo fenomeno è diventato da un po’ di tempo ubiquitario, e in fondo il mezzo è il messaggio.

A partire dalle voto regionale siciliano del 2013, per il M5S comincia un’altra storia, e precisamente quella di un movimento di massa che cresce da un’elezione all’altra, conquista città importanti come Roma e Torino, e si candida seriamente alla guida del governo. Un successo inizialmente imprevisto, che ha certamente spiazzato Grillo, il quale non credo si prospettasse veramente la presa del potere e meno che mai nutrisse propositi di dominio personale, come dimostra il suo “passo di lato”.

E da quando è diventato un partito di massa, il M5S è anche diventato “populista”. Non mi figuro esattamente cosa voglia dire “populista” nell’attuale linguaggio politico, ma ho una teoria in proposito.

Molti anni fa fu coniato l’aggettivo “qualunquista”, con riferimento al Movimento dell’Uomo Qualunque, partito di destra presente alle elezioni dal 1946 a 1949. Col tempo, tale qualificazione perdette l’attribuzione originaria e venne di moda usarla (da sinistra) per liquidare con disprezzo una qualsiasi posizione politica altrui con cui ci si trovasse in disaccordo.

Oggi, solo le persone molto anziane e gli amanti del vintage dicono ancora “qualunquista”. Gli altri preferiscono ormai l’aggettivo “populista”, con lo stesso identico generico (e inutile) significato. La riprova è che viene usato per accomunare movimenti politici antitetici come quello fondato da Grillo e la Lega ex-Nord.

Non credo che il M5S sia definibile qualunquista o populista. Piuttosto mi pare un fenomeno magmatico nel quale si agitano pulsioni prepolitiche a volte confuse, ma anche uno straordinario esperimento sociologico: un partito politico nato dal basso, privo di risorse e di appoggi importanti, che in pochissimo tempo drena i consensi di competitori saldamente installati al potere, e diventa il primo partito.

E ciò è accaduto nonostante un’infinità di errori piccoli e grandi che denunciano la natura naïf e la mancanza di cultura politica del Movimento, dei suoi fondatori come dei suoi militanti. Tutto questo va spiegato, e io me lo spiego così: evidentemente preesisteva nella nostra società la diffusa sensazione che le forze politiche nel loro insieme non fossero più capaci di interpretare il loro ruolo di rappresentanza, e cioè che esse fossero sempre più autoreferenziali e lontane dalla realtà.

Il movimento di Grillo ha intercettato questo sentimento. Non hanno importanza le promesse elettorali a cui nessuno crede veramente, e che peraltro sono state diffuse a piene mani da tutti gli schieramenti, non è importante la competenza, vera o presunta, che può essere utilizzata anche per fini meno che commendevoli: quello che conta è la credibilità della rappresentanza, e a fronte delle altre forze politiche e specialmente del PD, il M5S è stato ritenuto da milioni di persone, a torto o a ragione, magari solo perché è nuovo, più credibile.

Per quel che mi riguarda, come credo di aver svelato, la credibilità dei 5 Stelle è ancora da dimostrare. Ciononostante, alle ultime elezioni li ho votati egualmente, perché dal mio punto di vista l’imperativo del momento era di scongiurare l’ultimo colpo di coda di un ‘Caimano’ decrepito, ma ancora pericoloso.

Nessun altro voto avrebbe potuto contribuire al raggiungimento di questo obiettivo, data la pessima legge elettorale appena inaugurata: non quello a Potere al Popolo, che non aveva possibilità di superare il quorum, e sarebbe stato un voto sprecato; non quello a Liberi e Uguali, perché, a parte ogni altra considerazione, non era in grado di competere per la quota uninominale, e sarebbe stato un voto dimezzato; non quello al PD, o alle formazioni satelliti, perché, sempre a parte ogni altra considerazione, non vedevo alcuna garanzia che il mio suffragio non sarebbe stato utilizzato per negoziare un accordo proprio con Berlusconi.

Ora, a urne chiuse, credo d’aver fatto bene.

Ma vorrei in ultimo sottolineare una novità delle ultime elezioni, che non mi pare sia stata adeguatamente considerata dai commentatori che mi è capitato di ascoltare o di leggere. Non risultano, per il momento, clientele strutturate, né rapporti con la criminalità organizzata facenti capo al M5S: perciò i voti dati a questo partito, qualunque giudizio se ne voglia dare, devono essere considerati voti d’opinione.

Il Sud d’Italia ha tributato ai 5 Stelle un consenso veramente notevole, vicino alla metà dei voti. Ciò significa che il voto di scambio e il voto controllato dalle mafie, una costante della storia elettorale del Mezzogiorno fin dall’Unità, sembrano in queste elezioni come scomparsi, evaporati. E che il patto secolare tra il padronato del Nord e il notabilato del Sud ha perduto uno dei contraenti.

I meridionali hanno forse votato, per la prima volta a memoria d’uomo, in modo libero? Spero che sia così. E spero che continuino così.

Foto tratta da ilfattoquotidiano

Nessuno c’era riuscito prima d’ora – Grazie a Matteo Renzi per la prima volta in 70 anni l’Emilia non è più rossa!

 

Emilia

 

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Nessuno c’era riuscito prima d’ora – Grazie a Matteo Renzi per la prima volta in 70 anni l’Emilia non è più rossa!

PER LA PRIMA VOLTA IN 70 ANNI L’EMILIA NON È PIÙ ROSSA

La “rossa” Emilia-Romagna perde il suo colore storico e si tinge di giallo-blu. Gli eredi del Pci, che hanno guidato praticamente tutti i comuni dal dopoguerra a oggi, mollano la presa per far spazio a Movimento 5 stelle e al centrodestra, con la Lega a far da traino, che dopo le elezioni politiche del 4 marzo diventa il primo partito in regione.

Quando sono state scrutinate oltre due terzi delle schede la fotografia è ormai nitida. Alla Camera – ma i dati del Senato sono speculari – la coalizione di centro destra si afferma con il 33,75% delle preferenze, con in testa la Lega Nord che totalizza il 20% e Forza Italia appena il 10% (FdI 3,3% e Noi con l’Italia lo 0,59%). Il Partito democratico, assieme alle liste che hanno formato la coalizione di centro sinistra, hanno raggiunto il risultato storico (in negativo) del 30,2% (nel 2013 avevano ottenuto il 37%), con il partito di Renzi fermo al 26%, +Europa della Bonino con il 2,9% delle preferenze, la lista Insieme – sponsorizzata dallo stesso Romano Prodi – lo 0,73% e Civica Popolare del ministro Lorenzin a 0,56%.

E’ il partito di Luigi Di Maio la “mina a grappolo” esplosa un po’ ovunque in una regione dove i grillini non erano mai riusciti a “fare il botto”, se si esclude della città di Parma “rubata” sei anni fa dal fuoriuscito Federico Pizzarotti. Qui, nella regione guidata dal governatore Stefano Bonaccini, i candidati Cinquestelle totalizzano il 27,7% delle preferenze superando appunto nettamente il Pd che non è più il primo partito. (askanews)

tratto da: http://www.stopeuro.news/per-la-prima-volta-in-70-anni-lemilia-non-e-piu-rossa/