L’attentato a Maduro secondo il presidente Evo Morales «mostra solo la disperazione di un impero sconfitto da un popolo impavido»

 

Evo Morales

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L’attentato a Maduro secondo il presidente Evo Morales «mostra solo la disperazione di un impero sconfitto da un popolo impavido»

 

Il presidente della Bolivia, Evo Morales, ha condannato il vile attentato perpetrato ai danni del presidente venezuelano Nicolas Maduro nel pomeriggio di sabato mentre si trovava in Avenida Bolivar, a Caracas, per l’anniversario di fondazione della Guardia Nazionale Bolivariana.

Morales evidenzia che «dopo il tentativo di rovesciarlo democraticamente, economicamente, politicamente e militarmente, ora l’impero e i suoi servitori minacciano la sua vita», attraverso il proprio account Twitter.

Secondo il leader indigeno, l’attacco effettuato con droni carichi di esplosivo C4, l’attacco rappresenta un crimine contro l’umanità e che «mostra solo la disperazione di un impero sconfitto da un popolo impavido».

da Twitter

L’ultimo discorso di Borsellino in ricordo di Falcone: tu vivrai per sempre

 

Falcone

 

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L’ultimo discorso di Borsellino in ricordo di Falcone: tu vivrai per sempre

Il 23 giugno del 1992 il magistrato ricordò l’amico e compagno massacrato a Capaci con la moglie Francesca e i tre uomini della scorta. Paolo Borsellino fu ucciso dalla mafia poche settimane dopo

Quello che segue è il discorso che Paolo Borsellino pronunciò in memoria dell’amico e compagno di lavoro alla Veglia per Giovanni Falcone, nella chiesa di Sant’Ernesto, a Palermo il 23 giugno 1992. Borsellino fu ucciso poche settimane dopo la mafia, il 19 luglio del 1992.

(Il testo è un estratto da:  “Le ultime parole di Falcone e Borsellino”. Prefazione di Roberto Scarpinato. A cura di Antonella Mascali . Ed. Chiarelettere, Milano 2012).

“Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte.
Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone, l’estremo pericolo che egli correva perché troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici sono state stroncate sullo stesso percorso che egli si imponeva. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato, che tanto non gli piaceva. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene.
Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo. E non solo nelle tecniche di indagine. Ma anche consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno. La lotta alla mafia (primo problema morale da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità. Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta [il pentito Tommaso Buscetta, ] egli mi disse: «La gente fa il tifo per noi». E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice. Significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono lavera forza di essa.
Questa stagione del «tifo per noi» sembrò durare poco perché ben presto sopravvennero il fastidio e l’insofferenza al prezzo che alla lotta alla mafia, alla lotta al male, doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza a una lotta d’amore che costava però a ciascuno, non certo i terribili sacrifici di Falcone, ma la rinuncia a tanti piccoli o grossi vantaggi, a tante piccole o grandi comode abitudini, a tante minime o consistenti situazioni fondate sull’indifferenza, sull’omertà o sulla complicità. Insofferenza che finì per invocare e ottenere, purtroppo, provvedimenti legislativi che, fondati su una ubriacatura di garantismo, ostacolarono gravemente la repressione di Cosa nostra e fornirono un alibi a chi, dolosamente o colposamente, di lotta alla mafia non ha mai voluto occuparsene. In questa situazione Falcone andò via da Palermo. Non fuggì. Cercò di ricreare altrove, da più vasta prospettiva, le ottimali condizioni del suo lavoro. Per poter continuare a «dare». Per poter continuare ad «amare». Venne accusato di essersi troppo avvicinato al potere politico. Menzogna!

Qualche mese di lavoro in un ministero non può far dimenticare il suo lavoro di dieci anni. E come lo fece! Lavorò incessantemente per rientrare in magistratura. Per fare il magistrato, indipendente come sempre lo era stato, mentre si parlava male di lui, con vergogna di quelli che hanno malignato sulla sua buona condotta. Muore e tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato e perseguitato, hanno perso il diritto di parlare! Nessuno tuttavia ha perso il diritto, anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta. Se egli è morto nella carne ma è vivo nello spirito, come la fede ci insegna, le nostre coscienze se non si sono svegliate debbono svegliarsi.

La speranza è stata vivificata dal suo sacrificio. Dal sacrificio della sua donna. Dal sacrificio della sua scorta.
Molti cittadini, ed è la prima volta, collaborano con la giustizia. Il potere politico trova il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerca di correggerli, almeno in parte, restituendo ai magistrati gli strumenti loro tolti con stupide scuse accademiche.
Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro. Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera. Facendo il nostro dovere; rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici; rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia; testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia.
Troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli; accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito; dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo”.

Parole pronunciate alla Veglia per Giovanni Falcone, nella chiesa di Sant’Ernesto, a Palermo il 23 giugno 1992.

È Ancora attentato a Parigi – Accoltella passanti, un morto e diversi feriti

 

attentato

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È Ancora attentato a Parigi – Accoltella passanti, un morto e diversi feriti

L’assalitore è stati ucciso dalla polizia, urlava ‘Allah Akbar mentre pugnalava’. Indaga l’antiterrorismo.

E’ tornato il terrore a Parigi, in pieno centro, a due passi dal teatro dell’Opera: un uomo, gridando “Allah Akbar!” ha accoltellato i passanti di una via piena di gente al sabato sera, per una serata di primavera. La polizia ha reagito in pochi secondi, abbattendo l’assalitore. Una donna è morta e quattro persone sono ferite, due in maniera grave.  Ed è l’antiterrorismo che indaga sugli accoltellamenti avvenuti in serata nel centro della capitale francese: lo ha annunciato il procuratore di Parigi, Francois Molins, in una brevissima conferenza stampa. Nessun particolare sull’aggressore, sulla sua identità e sui suoi eventuali legami con complici.

Attorno alle 21, nell’affollata rue Saint-Augustin, che è celebre per i molti ristoranti – spesso frequentati da un gran numero di turisti – si è scatenata la furia dell’uomo, di cui si ignora la reale motivazione e lo stato mentale: secondo la radio Europe 1, ha gridato a più riprese “Allah Akbar”, pugnalando a ripetizione i passanti e seminando il panico in tutta la zona del 2/o arrondissement della capitale. In tutto, l’assalitore ha colpito 8 persone, prima che la polizia, che ha aperto il fuoco dopo una manciata di secondi, lo uccidesse. L’uomo è rimasto a terra, secondo le fonti – che devono essere confermate ufficialmente – ed è morto in pochi minuti. L’accoltellatore gridava ai poliziotti, subito intervenuti, “uccidetemi o vi ammazzo!”. Le persone colpite, secondo un ultimo bilancio, sono 5: una donna, che è morta, due persone che sono gravi, altre due ferite in modo più leggero. Altre quattro sono state coinvolte ma per loro le conseguenze sono soprattutto psicologiche e sono sotto shock.

Fonte Ansa

(http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2018/05/12/accoltella-passanti-a-parigi-4-feriti_f0764a90-52a4-4a7e-bbf9-fa35c33a15ce.html)

Questa è l’Italia – L’autista di Falcone: “Scampato al tritolo di Capaci ma rottamato dalle istituzioni – Il nemico ero diventato io, mi misero a fare fotocopie”…!

Falcone

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Questa è l’Italia – L’autista di Falcone: “Scampato al tritolo di Capaci ma rottamato dalle istituzioni – Il nemico ero diventato io, mi misero a fare fotocopie”…!

 

L’autista di Falcone: “Scampato al tritolo di Capaci ma rottamato dalle istituzioni”

Giuseppe Costanza era con il giudice il 23 maggio 1992, giorno della strage: “Dopo mi misero a fare fotocopie”. In un libro il racconto del suo dramma

di SALVO PALAZZOLO – video di GIORGIO RUTA

“Al risveglio, dopo l’esplosione, pensavo di aver vissuto il giorno più brutto della mia vita, il 23 maggio 1992”. Giuseppe Costanza, l’autista del giudice Giovanni Falcone scampato alla strage di Capaci, scuote la testa. “No, mi sbagliavo. Non era quello il giorno più brutto della mia vita. Restare in vita è stato peggio. Quasi una disgrazia, una condanna. Perché dopo un anno di visite e ospedali, al lavoro non sapevano cosa farsene di me”.

L’uomo sopravvissuto al tritolo della mafia è rimasto schiacciato per anni dalla burocrazia del ministero della Giustizia. “Mi misero a fare fotocopie”, racconta. “Rinchiuso in fondo a un corridoio del palazzo di giustizia di Palermo, dentro un box. Era mortificante dopo otto anni passati in prima linea sempre accanto al giudice Falcone. Mi sentivo rinchiuso in una gabbia, per di più costretto a sopportare il mobbing di un capo ufficio a cui era chiaro che non andavo a genio”. In quei giorni, a Giuseppe Costanza non importava per niente di aver ricevuto una medaglia d’oro al valor civile. Lui voleva solo lavorare. “Non certo come autista – dice – non potevo più farlo, volevo essere assegnato in un ufficio in cui la mia esperienza potesse essere utile. Ad esempio, avrei potuto coordinare il parco auto del tribunale”. Ma gli dissero che era necessaria una qualifica più alta per quel lavoro. E gli spiegarono con pignola precisione burocratica che la promozione per meriti di servizio è prevista solo per il personale militare. “E che cosa ero stato io se non un militare? – sbotta – nell’auto blindata di Giovanni Falcone c’era una radio collegata con la sala operativa della questura, accanto a me c’era il giudice. E alla cintola portavo sempre una pistola con il colpo in canna”.

L’ultimo viaggio di Falcone, l’autista: “Io sopravvissuto alla strage, schiacciato dalla burocrazia” – guarda QUI il video

Venticinque anni dopo la strage di Capaci, l’uomo sopravvissuto a trecento chili di tritolo ha deciso di scrivere un libro per raccontare la sua odissea, prima nei gironi infernali accanto al suo giudice, poi, da solo, negli altri gironi terribili, quelli di una pubblica amministrazione ottusa. Stato di abbandono, si intitola il commuovente libro di Giuseppe Costanza (scritto assieme a Riccardo Tessarini, edizioni Minerva). La storia di un uomo semplice, che pensava di avere già vinto la sua battaglia con la vita, e poi invece scoprì che aveva ancora un altro nemico da sconfiggere. Un esercito di piccoli burocrati. “Dopo anni di lettere, proteste, piccole vittorie e ancora altre umiliazioni, nel 2004 sono stato dispensato dal servizio”, sussurra Costanza, come fosse una sconfitta, che lui continua a non accettare. “Pensavo di poter dare ancora tanto alle istituzioni, pensavo di poter dare un contributo importante nell’organizzazione di un servizio delicato come quello dell’autoparco del tribunale di Palermo, impegnato a stretto contatto con i servizi di scorta. Ma, evidentemente, mi sbagliavo. Mi hanno rottamato”.

Ora Giuseppe Costanza va in giro per le scuole di tutta Italia per parlare del suo giudice e degli anni difficili a Palermo. “C’eravamo sentiti telefonicamente la mattina di quel 23 maggio, per organizzare l’arrivo a Punta Raisi. Alle 17,45 sono all’aeroporto assieme alla scorta. Il giudice ha due borse nelle mani. “Strano”, penso. “Non ha il suo computer”. Lo portava sempre con sé, lo riempiva di annotazioni. Eppure, l’hanno trovato vuoto, ma questo l’ho saputo molto tempo dopo”. È uno dei misteri del 23 maggio, il computer portatile era rimasto nell’ufficio di Falcone, al ministero della Giustizia. “Quel pomeriggio – ricorda Costanza – Falcone è alla guida, accanto c’è la moglie, Francesca Morvillo. Io sono dietro. Gli dico: “Ecco il resto che le dovevo”. Mi aveva chiesto di comprare un cric. Mi guarda, sorride: “Aveva un pensiero – dice – non poteva aspettare più”. Era sereno, Giovanni Falcone, nel suo ultimo viaggio verso Palermo. “La settimana prima mi aveva detto: è fatta, sarò il nuovo procuratore nazionale antimafia. Quel pomeriggio doveva incontrare alcuni suoi colleghi, ma non gli hanno dato il tempo. E ancora mi chiedo chi l’abbia voluto fermare”. Presto, l’auto dell’ultimo viaggio di Falcone tornerà a Palermo. “Verrà sistemata fra i due palazzi di giustizia – spiega Costanza – non possiamo dimenticare”.

 

fonte: http://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/04/10/news/l_autista_di_falcone_scampato_al_tritolo_di_capaci_ma_rottamato_dalle_istituzioni_-162606663/

2 mesi fa tutti a deridere Donald Trump che si era inventato un attentato inesistente: “Guardate cosa è successo in Svezia venerdì…” …Poveri fessi, un Presidente Americano non parla mai a vanvera! Al massimo anticipa la notizia. E infatti venerdì… Diceva un fesso “a pensar male si fa peccato…”

Donald Trump

 

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2 mesi fa tutti a deridere Donald Trump che si era inventato un attentato inesistente: “Guardate cosa è successo in Svezia venerdì…” …Poveri fessi, un Presidente Americano non parla mai a vanvera! Al massimo anticipa la notizia. E infatti venerdì… Diceva un fesso “a pensar male si fa peccato…”

Un fesso diceva “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”. Ma noi NO, noi non vogliamo pensare a male.

Certo che il Presidente degli Stati Uniti che dice e ribadisce “Guardate cosa è successo in Svezia venerdì…” (clicca qui per leggere la notizia dell’epoca) fa un po’ effetto.

Se poi ci mettete un attentato proprio in Svezia (da Wichipedia apprendiamo che gli Stati riconosciuti sono 193. Ci vuole davvero un bel culo a beccare proprio la Svezia) e, ma tu guarda un po’, proprio  di venerdì…

Ma noi non vogliamo pensare a male.

E basta anche pensare a quell’idiota di Assad

Quell’idiota che già una volta, nel 2013, aveva rischiato di essere bombardato dagli americani per un attacco chimico a Damasco (all’epoca poi la CIA scoprì che il componente chimico usato per l’attacco non faceva parte dell’arsenale di Assad).

Quell’idiota che nel 2015 aveva consegnato l’intero suo arsenale chimico agli americani.

Quell’idiota che (senza avere armi chimiche) va a fare un attacco chimico proprio ora che con l’aiuto dei russi sta vincendo la guerra.

Quell’idiota che sceglie per l’attacco chimico un obiettivo per nulla significante o strategico e comunque lontano da fronte.

Quell’idiota che sceglie per l’attacco chimico proprio il momento in cui sta riacquistando credibilità internazionale, anche nei confronti americani.

Quell’idiota che …o gli idioti siamo noi che ci beviamo queste cose?

La verità? Non la sapremo mai.

Una sola grande cosa mi ha insegnato la Rete: “Io so di non sapere”

Ormai so che se il Tg mi dà una notizia, questa può essere vera, falsa o una via di mezzo.

Insomma, non sappiamo. L’importante è non credere ciecamente a quello che ci dicono, ma rendersi conto di non sapere. Solo così potremo cercare la verità. Verità che forse (o molto probabilmente) neanche troveremo mai, ma almeno non ci faremo prendere per il culo.

By Eles