Il 6 maggio 2013 moriva Giulio Andreotti – Ma non è che se uno muore, di colpo diventa santo… Ecco perché beatificare Andreotti é beatificare la MAFIA

 

 

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Il 6 maggio 2013 moriva Giulio Andreotti – Ma non è che se uno muore, di colpo diventa santo… Ecco perché beatificare Andreotti é beatificare la MAFIA

“Di feste in mio onore – disse una volta Giulio Andreotti al Corriere – ne riparleremo quando compirò cent’anni”. Oggi il Divo non c’è più, eppure avrebbe motivo di orgoglio nel vedere come l’Unione europea celebrerà il centenario della sua nascita. Il grande evento si è tenuto il 6 marzo: “Celebration of 100 years since the birth of President Giulio Andreotti”, nella sede del Parlamento di Bruxelles. A fare gli onori di casa è stato il Partito Popolare Europeo, il gruppo a cui appartengono anche Forza Italia e Udc.

In quell’occasione, l’omertà sulle ombre politiche e giudiziarie di Andreotti, ormai accertate da sentenze definitive è stata d’obbligo…! Come quelle relative ai rapporti con la mafia, che hanno portato la Corte d’appello di Palermo ad assolvere il Divo per i fatti successivi al 1980, riconoscendolo però colpevole – seppur prescritto – del reato di associazione a delinquere per il periodo precedente, come poi ribadito in Cassazione.

Tutti argomenti per i quali Ignazio Corrao, eurodeputato 5 Stelle, si ribellò: “Un convegno su Andreotti significa beatificare la mafia, chiudere gli occhi su una delle pagine più buie del nostro Paese e per altro mai chiusa”.

Quella di Giulio Andreotti è stata, sì, una vita costellata di incarichi prestigiosi. Ma come ogni storia di vicende umane, il lato oscuro non è mancato. Al netto delle supposizioni, delle dietrologie, delle dicerie che tra corridoi e redazioni sono filtrate a volte incontrollate, il nome del Divo, oltre a una serie pressoché infinita di personalità spesso finite alla sbarra, è stato associato alla responsabilità certa di alcuni crimini nel corso della sua pluridecennale esperienza in politica.

Vediamo, dunque, i processi che hanno portato alla condanna, o quantomeno alla prescrizione, dell’imputato illustre Giulio Andreotti, assieme a qualche frequentazione poco nobile comprovata nelle ricostruzioni storiche e dibattimentali.

Innanzitutto, naturalmente, l’odissea giudiziaria del processo per mafia. Come noto, Andreotti evitò il carcere anche dopo la concessione dell’autorizzazione a procedere arrivata dal Senato nel 1993, grazie all’intercorrere della prescrizione, scattata il 21 dicembre 2002. La sentenza della Corte di Cassazione infatti venne pronunciata quasi due anni dopo il via all’estinzione del reato, il 15 ottobre 2004. L’impianto accusatorio, che vedeva Andreotti come referente delle cosche mafiose nelle istituzioni, venne confermato fino alla primavera del 1980, data entro la quale Andreotti sarebbe stato riconosciuto colpevole per associazione semplice, visto che l’aggravante mafiosa venne inclusa nel Codice penale soltanto a partire dal 1982. Nel 1985, però, stando alle ricostruzioni del sovrintendente capo Francesco Stramandino, già responsabile della sicurezza di Andreotti alla Farnesina, si sarebbe tenuto un incontro tra Andreotti e il capo mafioso Andrea Manciaracina (vicino a Totò Riina), circostanza confermata dall’imputato che, però, giustificò il faccia a faccia come un confronto sulla legislazione della pesca. Dunque, dopo un’assoluzione in primo grado e una sentenza in cui veniva riconosciuto all’imputato di aver commesso il reato di associazione per delinquere, a scombinare i piani dell’accusa intervenne la prescrizione. Nella sentenza, si parla di “un’autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi”. Sugli incontri provati anche a seguito del 1980 tra Andreotti e uomini affiliati a Cosa nostra, la Corte ravvisò la totale assenza di prove per poter ricostruire i contenuti dei dialoghi intercorsi.

Così, la sentenza definitiva conferma che “la Corte palermitana non si è limitata ad affermare la generica e astratta disponibilità di Andreotti nei confronti di Cosa Nostra e di alcuni dei suoi vertici, ma ne ha sottolineato i rapporti con i suoi referenti siciliani (del resto in armonia con quanto ritenuto dal Tribunale), individuati in Salvo Lima, nei cugini Salvo e, sia pure con maggiori limitazioni temporali, in Vito Ciancimino, per poi ritenere (in ciò distaccandosi dal primo giudice) l’imputato compartecipe dei rapporti da costoro sicuramente intrattenuti con Cosa Nostra, rapporti che, nel convincimento della Corte territoriale, sarebbero stati dall’imputato coltivati anche personalmente (con Badalamenti e, soprattutto, con Bontate) e che sarebbero stati per lui forieri di qualche vantaggio elettorale”. VAI AL TESTO COMPLETO DELLA SENTENZA

Piena di colpi di scena è invece stata la vicenda processuale sulla morte del giornalista Mino Pecorelli,ucciso a Roma nel 1979. Secondo le testimonianze del pentito Tommaso Buscetta, infatti, le inchieste di Pecorelli, direttore del giornale Osservatorio politico, avrebbero messo a serio rischio la carriera politica di Andreotti – forse per le informazioni che stava raccogliendo circa il memoriale in cui Aldo Moro aveva rilasciato le sue confessioni alle Brigate Rosse che lo avevano imprigionato – ragion per cui il suo omicidio “fu commissionato dai cugini Salvo per conto di Giulio Andreotti”. Fu questo il primo procedimento in ordine temporale in cui Andreotti si trovò coinvolto – quello per cui palazzo Madama concesse l’autorizzazione a procedere nel 1993. Sei anni più tardi, nel 1999, la sentenza di primo grado riconobbe Andreotti innocente ma le ricostruzioni dei pentiti “attendibili”. Quindi, nel 2002, l’Appello ribaltò l’esito del primo giudizio, condannando il politico 83enne a 24 anni di reclusione in qualità di mandante dell’assassinio. Infine, l’ultima parola venne pronunciata dalla Cassazione, che nel 2003 annullò senza rinvio la sentenza di Appello, rendendo così definitiva l’assoluzione di primo grado.

Da ultimo, Andreotti annovera, una sentenza di condanna, questa sì definitiva, emanata nel 2010, dove fu riconosciuto colpevole di diffamazione per aver “oltrepassato il limite della continenza e del diritto di critica”, nei confronti del giudice Mario Almerighi, in alcune interviste rilasciate nel 1999.

Tra le innumerevoli, e ben poco raccomandabili, conoscenze ascritte al curriculum dello stesso Andreotti, è confermata quella con Michele Sindona, iscritto alla loggia P2 e implicato in numerosi crimini, tra cui il delitto Ambrosoli, di cui è riconosciuto in qualità di mandante. A favore di Sindona, secondo le ricostruzioni, Andreotti si sarebbe speso in prima persona per evitare l’estradizione nel periodo in cui si trovava latitante a New York.

 

40 anni fa – il 20 marzo 1979 – l’omicidio di Mino Pecorelli. Un omicidio tutt’ora avvolto nel mistero… Nel 2002, la corte d’assise di Perugia condannò Andreotti a 24 anni di reclusione come mandante, ma un colpo di bacchetta magica della Cassazione annullò tutto…!

 

20 marzo

 

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40 anni fa – il 20 marzo 1979 – l’omicidio di Mino Pecorelli. Un  omicidio tutt’ora avvolto nel mistero… Nel 2002, la corte d’assise di Perugia condannò Andreotti a 24 anni di reclusione come mandante, ma un colpo di bacchetta magica della Cassazione annullò tutto…!

 

La sera del 20 marzo 1979 Mino Pecorelli fu assassinato da un sicario che gli esplose quattro colpi di pistola in via Orazio a Roma, nelle vicinanze della redazione del giornale.

I proiettili, calibro 7,65, trovati nel suo corpo sono molto particolari, della marca Gevelot, assai rari sul mercato (anche su quello clandestino), ma dello stesso tipo di quelli che sarebbero poi stati trovati nell’arsenale della banda della Magliana, rinvenuto nei sotterranei del Ministero della Sanità.

L’indagine aperta all’indomani del delitto seguì diverse direzioni, coinvolgendo nomi come Massimo Carminati (esponente dei Nuclei Armati Rivoluzionari e della banda della Magliana), Antonio Viezzer, Cristiano e Valerio Fioravanti.

Tutti vennero prosciolti il 15 novembre 1991; successivamente, le ipotesi sul mandante e sul movente fiorirono a grappoli: da Licio Gelli (risultato estraneo ai fatti) a Cosa nostra, fino ad arrivare ai petrolieri ed ai falsari di Giorgio De Chirico (Antonio Chichiarelli, membro della Banda della Magliana).

Il 6 aprile 1993, il pentito Tommaso Buscetta, interrogato dai magistrati di Palermo, parlò per la prima volta dei rapporti tra politica e mafia e raccontò, tra le altre cose, di aver saputo dal boss Gaetano Badalamenti che l’omicidio Pecorelli sarebbe stato compiuto nell’interesse di Giulio Andreotti.

La magistratura aprì un fascicolo sul caso. In questo faldone vennero aggiunti, man mano che le indagini proseguivano e per effetto delle deposizioni di alcuni pentiti della “banda della Magliana”, il senatore Giulio Andreotti, l’allora pm Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò in qualità di mandanti, e inoltre Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati in qualità di esecutori materiali.

Il 24 settembre 1999 fu emanata la sentenza di assoluzione per tutti gli imputati “per non avere commesso il fatto”.

Il 17 novembre 2002, la corte d’assise d’appello di Perugia condannò Andreotti e Badalamenti a 24 anni di reclusione come mandanti dell’omicidio.

La corte d’appello confermò invece l’assoluzione per i presunti esecutori materiali del delitto.

Il 30 ottobre 2003 la Corte di Cassazione annullò senza rinvio la condanna inflitta in appello a Giulio Andreotti e a Badalamenti, affermandone definitivamente l’innocenza.

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Andreotti e l’omicidio Pecorelli

Andreotti è stato anche processato per il coinvolgimento nell’omicidio di Mino Pecorelli. Secondo i magistrati investigatori, Andreotti commissionò l’uccisione del giornalista, direttore della testata Osservatore Politico (OP). Pecorelli – che aveva già pubblicato notizie ostili ad Andreotti, come quella sul mancato incenerimento dei fascicoli SIFAR sotto la sua gestione alla Difesa – aveva predisposto una campagna di stampa su finanziamenti illegali della Democrazia Cristiana e su presunti segreti riguardo il rapimento e l’uccisione dell’ex Presidente del Consiglio Aldo Moro avvenuto nel 1978 ad opera delle Brigate Rosse.

In particolare, il giornalista aveva denunciato connessioni politiche dello scandalo petroli, con una copertina intitolata Gli assegni del Presidente con l’immagine di Andreotti, ma accettò di fermare la pubblicazione del giornale già nella rotativa.

Il pentito Tommaso Buscetta testimoniò che Gaetano Badalamenti gli raccontò che «l’omicidio fu commissionato dai cugini Salvo per conto di Giulio Andreotti», il quale avrebbe avuto paura che Pecorelli pubblicasse informazioni che avrebbero potuto distruggere la sua carriera politica.

In primo grado nel 1999 la Corte d’assise di Perugia prosciolse Andreotti. Successivamente, il 17 novembre 2002, la Corte d’assise d’appello ribaltò la sentenza di primo grado per Badalamenti e Andreotti, condannandoli a 24 anni di carcere come mandanti dell’omicidio Pecorelli.

Il 30 ottobre 2003 la sentenza d’appello fu annullata senza rinvio dalla Cassazione, annullamento che rese definitiva la sentenza di assoluzione di primo grado.

Per la Cassazione la sentenza d’appello si basava su «un proprio teorema accusatorio formulato in via autonoma e alternativa in violazione sia delle corrette regole di valutazione della prova che del basilare principio di terzietà della giurisdizione», sostenendo che il processo di secondo grado avrebbe dovuto confermare il giudizio di assoluzione, basato su una «corretta applicazione della garanzia». I supremi giudici aggiunsero che le rivelazioni di Buscetta non si basavano su elementi concreti «circa l’identificazione dei tempi, delle forme, delle modalità e dei soggetti passivi (intermediari, submandanti o esecutori materiali) del conferimento da parte di Andreotti del mandato di uccidere», oltre al fatto che mancava il movente e che la sentenza di condanna non aveva spiegato né come né perché l’imputato avrebbe ordinato l’omicidio del giornalista.

 

 

fonti:

https://www.ilmemoriale.it/politica/2017/10/24/omicidio-di-mino-pecorelli.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Andreotti

Un secolo di Andreotti, beatificato pure dall’Ue – Ma beatificare Andreotti non è beatificare la mafia…?

 

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Un secolo di Andreotti, beatificato pure dall’Ue – Ma beatificare Andreotti non è beatificare la mafia…?

“Di feste in mio onore – disse una volta Giulio Andreotti al Corriere – ne riparleremo quando compirò cent’anni”. Oggi il Divo non c’è più, eppure avrebbe motivo di orgoglio nel vedere come l’Unione europea celebrerà il centenario della sua nascita. Il grande evento è previsto per oggi 6 maezo: “Celebration of 100 years since the birth of President Giulio Andreotti”, nella sede del Parlamento di Bruxelles. A fare gli onori di casa sarà il Partito popolare europeo, il gruppo a cui appartengono anche Forza Italia e Udc.

Difficile però, visti gli invitati, immaginare cenni alle ombre politiche e giudiziarie di Andreotti, ormai accertate da sentenze definitive. Come quelle relative ai rapporti con la mafia, che hanno portato la Corte d’appello di Palermo ad assolvere il Divo per i fatti successivi al 1980, riconoscendolo però colpevole – seppur prescritto – del reato di associazione a delinquere per il periodo precedente, come poi ribadito in Cassazione.

Tutti argomenti per cui Ignazio Corrao, eurodeputato 5 Stelle, non ci sta: “Un convegno su Andreotti significa quasi beatificare la mafia, chiudere gli occhi su una delle pagine più buie del nostro Paese e per altro mai chiusa”.

A ricordare Andreotti ci sarà Pier Ferdinando Casini, uno dei più longevi eredi della Dc, eletto per la prima volta alla Camera nel 1983. Una storia politica che di certo non rinnega Belzebù: “Non mi sembra una cosa così clamorosa – minimizza Casini – commemorare un signore senatore a vita, diverse volte presidente del Consiglio e ministro per cinquant’anni. È controverso, divisivo persino nel suo partito, ma è stato tra i fondatori del Ppe e celebrarlo, essendo stato lui uno degli europeisti più coerenti, mi sembra tutto meno che inappropriato”.

La versione convince poco Corrao: “Ognuno può organizzare ciò che vuole, ma riconoscano che questo convegno è assolutamente inopportuno. A questo punto, non ci stupiremmo se ne facessero uno anche su Vito Ciancimino o su Salvo Lima”.

A presentare l’evento saranno poi Lorenzo Cesa e Elisabetta Gardini. Il primo, oggi segretario dell’Udc, già esponente della Balena Bianca fino al 1994 e poi delle sue molteplici riproposizioni. La seconda, berlusconiana dopo un meno fortunato debutto alle urne con il Patto Segni, ancora ammaliata dal Divo: “Quando i processi finiscono con un nulla di fatto, che sia per assoluzione o per prescrizione, si dovrebbe smettere di parlarne. Quanti oggi maramaldeggiano su Andreotti si chiedano che cosa è diventata l’Italia dopo la sua uscita di scena e perché rimase solo contro il Trattato di Maastricht”. Presente anche Antonio Tajani, che proprio come Gardini non ha mai nascosto di rimpiangere la credibilità internazionale dell’Italia ai tempi del Divo: “Quando c’era lui – ha dichiarato lo scorso anno – funzionava, Berlusconi aveva ricominciato a tessere una tela di rapporti anche in Europa e dopo siamo scomparsi”. Altro che terza Repubblica.

 

La strana coincidenza: il metanodotto Snam passerà proprio dai focolai Xylella, dove sono stati abbattuti la maggior parte degli Ulivi …diceva un fesso “a pensar male si fa peccato…”

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La strana coincidenza: il metanodotto Snam passerà proprio dai focolai Xylella, dove sono stati abbattuti la maggior parte degli Ulivi …diceva un fesso “a pensar male si fa peccato…”

 

Diceva un fesso “A pensar male si fa peccato, però spesso ci si azzecca”…

 

La strana coincidenza: “Il metanodotto Snam passerà dai focolai Xylella”

Una strana coincidenza, per il momento solo questo, ma desta qualche sospetto: le ipotesi di tracciato del metanodotto Snam, collegato a Tap, attraversano proprio i focolai di Xylella dove ci saranno i maggiori abbattimenti di ulivi

MELENDUGNO/TORCHIAROLO- I possibili tracciati del metanodotto Snam, che dovrebbe collegare il Tap di Melendugno allo snodo di Mesagne, attraversano i territori su cui sono stati rinvenuti i maggiori focolai di Xylella fastidiosa e su cui sono previsti gli abbattimenti più massicci, a Veglie, Oria e Torchiarolo. Coincidenza? Per il momento è solo questo, nulla più. Ma tanto basta a far sorgere dubbi. E dunque a porre interrogativi. A sollevarli è il Comitato No Tap, che rende note le cartine dei sospetti.
Una situazione attenzionata da tempo, ma che ora diventa una denuncia palese. “Il gasdotto Tap è ‘provvidenziale’ per lo sviluppo del territorio. Questo ha detto il sindaco di ‪Torchiarolo‬ durante il Consiglio comunale di ieri – riferiscono gli attivisti -. Il sindaco ha anche detto che il 22 ottobre incontrerà i rappresentanti‪ Snam‬. Ora è il caso di palesare i nostri dubbi. Era dall’aprile 2014 che marcavamo stretto sul Nord ‪Salento‬ e sulla questione Co.Di.Ro./xylella, precisamente da quando in integrazione alla VIA di TAP fu consegnato questo documento: http://www.va.minambiente.it/File/Documento/106341”.

Sono le pagine in cui sono riportati i tre tracciati che dovrebbero collegare il TAP alla rete nazionale del ‪‎gas‬. Come si vede dalle cartine, in alcuni punti attraversano i luoghi in cui nei mesi scorsi si sono tenuti i presidi per impedire i tagli di ulivi in contrada La Duchessa a Veglie e Frascata a Oria, ma anche nelle vicinanze dei focolai di Trepuzzi, Squinzano e Torchiarolo, oltre a Masseria Visciglito di Strudà, dove sono stati denunciati anomali disseccamenti sugli alberi-scultura millenari più importanti del Salento.

Nicola Serinelli, sindaco di Torchiarolo, ribatte ai No Tap e annuncia che l’incontro fissato per il 22 ottobre prossimo con Snam è stato annullato “per evitare strumentalizzazioni”. “Premetto che il mio Comune si è già espresso in Consiglio comunale negativamente sull’approdo di Tap nel Brindisino. Snam ci ha inviato una nota dicendo che ha decreti per poter ispezionare i terreni destinati all’attraversamento del metanodotto, sei nel Lecce e tre nel Brindisino. Ho ritenuto doveroso e corretto informare tutti della data del 22, che in ogni caso non sarebbe stata quella di un possibile ok al progetto, perché dovrà esprimersi il Consiglio comunale”. Sulla possibile coincidenza, Serinelli aggiunge: “Io non sono un ingenuo e questa possibilità che ci sia una coincidenza voluta o casuale non mi sfugge. Valuteremo insieme se ci saranno subdoli interessi”.

guarda il video:

 

FONTE: http://zapping2015.altervista.org/la-strana-coincidenza-il-metanodotto-snam-passera-proprio-dai-focolai-xylella-dove-sono-stati-abbattuti-la-maggior-parte-degli-ulivi-diceva-un-fesso-a-pensar-male-si-fa-peccato/