Aborto farmacologico, niente day hospital, ma tre, inutili strumentali giorni di ricovero per torturare fisicamente e psicologicamente le richiedenti. No, non è l’Inquisizione del medio evo, è la lega in Umbria… E voi donne, continuate a votare leva, vi raccomando!

Aborto

 

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Aborto farmacologico, niente day hospital, ma tre, inutili strumentali giorni di ricovero per torturare fisicamente e psicologicamente le richiedenti. No, non è l’Inquisizione del medio evo, è la lega in Umbria… E voi donne, continuate a votare leva, vi raccomando!

In un momento storico in cui si sta cercando di ridurre al minimo la pressione sugli ospedali e si è spiegato alle persone che più ce ne si tiene alla larga meglio è, la giunta di centrodestra a trazione leghista dell’Umbria ha deciso: le donne, per esercitare un loro diritto fondamentale quale è l’aborto, non potranno più usufruire del day hospital o del domicilio, ma dovranno affrontare tre giorni di ricovero. La presidente Donatella Tesei (lega, ovviamente) e la sua maggioranza hanno infatti abrogato la delibera della giunta precedente di centrosinistra, prendendosi il plauso dell’associazione Family Day dell’Umbria e dall’Associazione famiglie numerose, ma sollevando le critiche di realtà ben più competenti sul tema come la Società italiana di ginecologia e ostetricia.

La legge 194 in realtà prevede che l’aborto debba essere effettuato dietro ricovero ospedaliero ma dal 2009 si dà potere alle regioni di disciplinare la materia in modo autonomo, per costruire percorsi più idonei e rispettosi della libertà e dell’autodeterminazione delle donne. Oggi l’Umbria va però nella direzione opposta, giustificando il tutto con la volontà di “prendersi cura” e “sostenere” la donna, ma nella realtà mettendo quest’ultima in una condizione tutto tranne che ottimale.

Innanzitutto, c’è il fatto che se l’aborto può essere vissuto in modo più o meno traumatico a seconda del soggetto, di sicuro a livello di trauma c’è un ricovero forzato e inutile di più giorni quando tutto potrebbe risolversi in poche ore. Un elemento che peraltro erode la privacy della persona: la vita di tutti i giorni, il lavoro, le relazioni familiari difficilmente potranno essere tenute fuori da un pernottamento ospedaliero di questo tipo. L’interruzione di gravidanza si trasforma allora da fatto personale a pratica di dominio pubblico, da raccontare, da giustificare, da motivare nel dettaglio.

Che tutto questo avvenga poi in un momento di emergenza sanitaria, quando gli ospedali hanno già i loro problemi e quando il rischio di contagiarsi al loro interno è sicuramente più alto quanto più li si frequenta, rende la decisione umbra ancora più assurda. Nei mesi della pandemia la scelta più logica sarebbe dovuta essere quella di incentivare l’aborto farmacologico a domicilio, per tutelare realmente la donna ma anche il sistema sanitario stesso. Che la giunta di Tesei vada nella direzione opposta proprio ora, obbligando una donna a trascorrere più giorni in ospedale, suona come un deterrente all’aborto più che come una forma di supporto alla persona. D’altronde, in molte zone d’Italia si sono registrati in questi mesi crescite importanti di decessi anche non per coronavirus e la spiegazione che si è data, tra le altre, è stata la seguente: “paura di andare in ospedale”. Un sentimento che potrebbe riguardare anche chi volesse sottoporsi a un’interruzione di gravidanza, un’ansia amplificata dalla nuova linea umbra, che potrebbe spingere molte donne a tirarsi indietro non per una riflessione sulla gravidanza, ma sulle modalità di interruzione.-

Ma in generale, al di là della privacy o dei rischi sanitari, il problema, ancora una volta quando si parla di aborto, è sempre lo stesso. La pretesa di certa politica di decidere cosa sia giusto o sbagliato per le donne, di sentenziare sul loro corpo, di stabilire in che modo tutelare la persona senza realmente tenere in considerazione le necessità di quest’ultima. Ma soprattutto, la volontà di rendere a tutti i costi l’interruzione di gravidanza un momento doloroso, difficile, cosa ben rappresentata dai tre giorni di ricovero inutili ma necessari nella logica del centrodestra umbro, come sorta di colpa da espiare, in forma di detenzione, nell’etica retrograda dei fan del family day.

Tutto questo avviene peraltro in una regione che già non se la passava bene sull’argomento. In Umbria il 66% dei medici sono obiettori di coscienza e questo ha contribuito a un calo degli aborti nel corso degli anni. Piuttosto che intervenire su questo punto, eliminando gli ostacoli all’esercizio di un diritto sacrosanto, la giunta di centrodestra ha preferito metterne degli altri, rendendo ancora più difficile per le donne locali di decidere liberamente per il proprio corpo.

Fora donne votate lega, torniamo tutti nel medio evo…

Aborto farmacologico, Michela Murgia demolisce in diretta la governatrice leghista dell’Umbria Tesei

Non accennano a placarsi le polemiche sulla decisione dell’Umbria di cancellare la possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico in day hospital, obbligando le donne al ricovero per tre giorni: l’ultima a parlarne, in ordine di tempo, è stata Michela Murgia che durante il Tg Zero su Radio Capital ha attaccato in diretta la governatrice leghista Donatella Tesei, collegata telefonicamente.

La presidente dell’Umbria, incalzata sulle polemiche generate dalla delibera della Giunta regionale dell’11 giugno, ha dichiarato che si è trattato di una scelta “per tutelare la salute della donna, perché comunque un’interruzione di gravidanza presenta dei rischi e la salute va tutelata prima e al di sopra di tutto”. A quel punto, Murgia ha chiesto a Tesei se ci sono evidenze “di donne che sono state male o che sono morte a casa perché non facevano il ricovero”. La governatrice ha detto di no, ma ha sottolineato che è una legge nazionale a chiedere il ricovero di tre giorni in caso di ricorso alla pillola abortiva. “E’ solo un consiglio – è intervenuta allora la conduttrice – mentre la Società di Ostetricia e Ginecologia consiglia il day hospital. Perché avete pensato che possa essere più tutelata la salute se mi avete detto che non ci sono evidenze del fatto che la donna corra più rischi a casa?”.

Murgia ha continuato a elencare i motivi per cui sarebbe meglio ripristinare anche in Umbria la possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico in day hospital: “Ci sono situazioni – ha detto – in cui tre giorni di ricovero non sono possibili per prendere la pillola abortiva: ragazze rimaste incinte che non vogliono dirlo ai genitori, situazioni in cui il partner interferisce. Questa delibera limita la libertà di scelta delle donne. Lei crede che una donna non sia in grado di autodeterminarsi e di tutelare la propria salute in autonomia?”.

La discussione tra la conduttrice e la governatrice dell’Umbria è andata così avanti, con la prima che riportava le dichiarazioni degli specialisti e la seconda che invece giustificava l’azione della Regione sottolineando che la delibera è in linea con la legge nazionale. Ciò che è certo è che da ormai tre giorni, sui social e nei programmi radiotelevisivi non si fa che parlare d’altro: la procedura di somministrazione di Ru486 può essere fatta in day hospital o è meglio, come ha stabilito l’Umbria, un ricovero di tre giorni? Nel frattempo, il ministro della Salute Roberto Speranza ha chiesto un nuovo parere sulla questione al Consiglio superiore di sanità.

 

Aborto farmacologico, niente day hospital, ma tre, inutili strumentali giorni di ricovero per torturare fisicamente e psicologicamente le richiedenti. No, non è l’Inquisizione del medio evo, è la lega in Umbria… E voi donne, continuate a votare leva, vi raccomando!ultima modifica: 2020-06-18T22:24:47+02:00da eles-1966
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