Milena Gabanelli ci ricorda una delle tante porcherie tutte italiane che ci ha regalato l’ultimo governo Renzi-Gentiloni – Ecco come si regalano 3 milioni di euro a parenti e amici con la Finanziaria

 

 

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Milena Gabanelli ci ricorda una delle tante porcherie tutte italiane che ci ha regalato l’ultimo governo Renzi-Gentiloni – Ecco come si regalano 3 milioni di euro a parenti e amici con la Finanziaria

Un regalino da tre milioni di euro. È quello che due senatori verdiniani sono riusciti a far passare a favore di una semisconosciuta srl tra le maglie dell’ultima manovra finanziaria, ratificata in via definitiva al Senato il 27 dicembre. Quattro righe nel silenzio di un’aula distratta. Nemmeno il ministero dello Sviluppo economico ne sapeva nulla. Carlo Calenda lo ha scoperto con imbarazzo solo quando la notizia ha iniziato a circolare sui social dopo il via libera della Camera.
Il ministro Carlo Calenda, dopo un primo imbarazzo, ha deciso di congelare il dispositivo, chiedendo alla Commissione Europea di verificare che non si tratti di aiuti di stato. Dunque, 3 milioni di euro dal 2018 al 2020 alla IsiameD digitale srl per la «promozione di un modello digitale italiano nei settori del turismo, dell’agroalimentare, dello sport e della smart city». Sembra quasi una cosa giusta, ma andando a grattare si legge altro. L’emendamento «corsaro»è stato presentato, nella stessa forma in cui è stato votato, dai senatori verdiniani Pietro Langella e Antonio Milo di Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (Ala) il 30 novembre.
Cosa fa la Isiamed

La Isiamed digitale srl, società di produzione di software con sede a Roma in via Cola di Rienzo 44 con 4 dipendenti, è stata creata l’8 ottobre 2016 ma ha iniziato l’attività il 10 novembre 2017: appena 20 giorni prima dell’emendamento. In una serie di articoli la srl si dichiara stata impegnata in alcuni progetti di digitalizzazione per la Confederazione Italiana Agricoltori e la Federalberghi di Firenze e che ha stretto una partnership con Zte il colosso cinese delle reti mobile per un progetto sulle smart city. Progetti in fieri avviati da pochi mesi. Una società nata da poco e che non ha, di fatto, alcun progetto specifico sul digitale realizzato. Improbabile, quindi, che i fondi siano stati stanziati per una comprovata esperienza sul mercato. E allora? Vediamo chi sono i soci della IsameD.

La società è al 75% di Vincenzo Sassi, piemontese con svariate partecipazioni in società di mediazione creditizia e recupero crediti, e al 25% dell’Istituto italiano per l’Asia e il Mediterraneo, un’associazione che da anni organizza convegni e si occupa di scambi fra Mediterraneo e Cina e che fa capo a Gian Guido Folloni, ex giornalista, ex democristiano ed ex ministro per i Rapporti con il Parlamento tra il 1998 e 1999 nel primo governo D’Alema. Sia Sassi che Folloni non sembrano avere competenze di sviluppo digitale.
Sassi si presenta su Linkedin come «Responsabile comparto stragiudiziale presso Studio Legale Professore Emilio Papa» e come pianificatore finanziario. Non vi sono altre referenze, ma dalle visure camerali risulta che dal 2006 è socio accomandatario della Mediagest sas di Torino, ramo agenti, mediatori e procacciatori in prodotti finanziari (servizi di consulenza per investimenti finanziari e mutui ipotecari). Sassi è anche socio al 51% e amministratore unico della Ts Servizi digitali srl con sede a Torino che, al di là del nome, si occupa di attività di consulenza aziendale in materia di gestione finanziaria, marketing, risorse umane, assistenza per il conseguimento di certificazioni di qualità (codice Ateco 70.22.09). La Ts Servizi digitali, il cui altro socio è Mauro Pasquinelli (collabora anche lui alla IsiameD e viene presentato come engineering manager anche se non risulta iscritto all’albo degli ingegneri), Insomma Sassi si trova in un arcipelago di società, in buona salute, ma nel mondo digitale la IsiameD e chi vi è coinvolto sono pressoché sconosciuti. Eppure sono stati scelti per digitalizzare il made in Italy. Perché proprio loro?
Emendamento in famiglia

Uno dei due firmatari dell’emendamento, il campano Antonio Milo, nel febbraio 2017, ha preso parte a un viaggio organizzato da IsiameD in Egitto.

E fino a qui sembra la classica attività di lobbing, ma dalla visura camerale, la IsiameD ha due partecipazioni societarie.
La prima al 50% nella Identità turistica srl, società di Firenze che si occupa di servizi di cloud computing, comunicazione, attività editoriali pubblicitarie nel settore del turismo. La seconda partecipazione societaria di IsiameD è nel Consorzio Italiano per le Infrastrutture e servizi del territorio. Costituito il 22 luglio 2017, con sede nello stesso palazzo della IsiameD, a Roma in via Cola di Rienzo 44, ha come oggetto sociale la costruzione di strade, autostrade e piste aeroportuali. Che poco c’entra con lo sviluppo digitale.
Il presidente è Mario D’Apuzzo, ex senatore di Ala (è entrato in Senato il 9 gennaio 2018 per uscirvi il 22 di marzo) e i due consiglieri sono Vincenzo Sassi, già proprietario di IsiameD, e Gianluca Milo, 21 anni, figlio del senatore Antonio Milo, uno dei firmatari dell’emendamento che regala tre milioni alla IsiameD. E il cerchio è chiuso.
Una storia di intrecci

«Una marchetta necessaria ad avere i voti per approvare la manovra. Quando non hai i numeri subisci il ricatto dei piccoli gruppi» ha dichiarato il senatore Pd Stefano Esposito commentando l’emendamento presentato da Milo e Langella a favore di IsiameD.

Tutto regolare, tutto alla luce del sole tuonano sui social quelli della IsiameD. In effetti la «discrezionalità» non è un illecito, e nelle aule parlamentari durante con l’approvazione della Finanziaria, ogni politico spinge per la propria. E alla fine non c’era più spazio per il fondo da 50 milioni per incentivare la transizione digitale della Pubblica Amministrazione, la cui lentezza burocratica è una delle cause del rallentamento della nostra economia e della mancanza di investimenti esteri in Italia.
fonte: https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/ecco-come-si-regalano-3-milioni-euro-parenti-amici-la-finanziaria/edcee6f0-4a46-11e8-a30a-134b88b5afda-va.shtml

Rai, Milena Gabanelli risponde senza peli sulla lingua alle proteste del Pd sui nuovi candidati ‘sembra il bue che dà del cornuto all’asino’…

 

Gabanelli

 

 

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Rai, Milena Gabanelli risponde senza peli sulla lingua alle proteste del Pd sui nuovi candidati ‘sembra il bue che dà del cornuto all’asino’…

 

Rai, Gabanelli: proteste Pd su nuovi candidati ‘sembra il bue che dà del cornuto all’asino’

Intervistata dal quotidiano La VeritàMilena Gabanelli ha parlato della sua collaborazione con Il Corriere della Sera dopo l’uscita dalla Raie ha affrontato la questione delle nomine nel servizio pubblico sulle quali è scoppiata la polemica nelle ultime settimane.

Alla domanda su cosa pensasse dei “protagonisti di stagioni di lottizzazioni appena concluse tagliare giudizi spietati sui nuovi candidati”, l’ex conduttrice di Report ha risposto:

“Mi sembra il bue che dà del cornuto all’asino. Il timore non è la lottizzazione in sé, che c’è sempre stata, tant’è che la Rai lottizzata ha prodotto grandi cose quando i partiti indicavano dirigenti con competenze dimostrate. La deriva della politica negli anni invece ha umiliato le professionalità, dentro e fuori dalla Rai”.

L’unico modo per cambiare la Rai, secondo Gabanelli, è “cambiare la legge, magari ispirandosi al modello inglese del trust per la scelta della governance”.

Quanto a Marcello Foa, la cui nomina a presidente Rai è stata bocciata dalle opposizioni, Gabanelli ha affermato di averlo incontrato in occasione di un paio di miei interventi all’Università del Ticino, dove lui la aveva invitata:

“Penso che il suo lavoro sugli spin doctor sia ottimo, mentre non condivido nulla delle sue ultime esternazioni,” ha spiegato.

Sulla sua esperienza a “Report”, Gabanelli ha detto:

“Dopo vent’anni la ritenevo un’esperienza conclusa. Report era nato da un modello produttivo molto economico e da un linguaggio innovativo, il videogiornalismo. Quello che mi interessa ora è riprendere la sperimentazione di un linguaggio più adatto ai mezzi dove si formano e informano le nuove generazioni sfruttando l’esperienza maturata”.

 

fonte: https://www.silenziefalsita.it/2018/08/06/rai-gabanelli-proteste-pd-su-nuovi-candidati-sembra-il-bue-che-da-del-cornuto-allasino/

Da Milena Gabanelli parole di fuoco: “In Rai non torno, la deriva della politica ha umiliato le professionalità”

 

Gabanelli

 

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Da Milena Gabanelli parole di fuoco: “In Rai non torno, la deriva della politica ha umiliato le professionalità”

Milena Gabanelli: “In Rai non torno, la deriva della politica ha umiliato le professionalità”

Milena Gabanelli parla della mancata volontà di tornare in Rai e spiega che, a suo parere, la deriva della politica negli anni ha umiliato le professionalità, dentro e fuori l’azienda di Viale Mazzini. Anche se è stata la sua casa per anni, ora ha un impegno con Cairo e il Corriere, che ha tutta l’intenzione di onorare.

Si parla da mesi di un ipotetico ritorno di Milena Gabanelli in Rai e se c’è chi, fino a qualche settimana fa, parlava di voci insistenti che l’avrebbero vista al timone del nuovo Tg1, c’è anche chi in questo ‘ritorno di fiamma’ non ci ha mai sperato. A chiarire la situazione è stata proprio la nota giornalista, in un’intervista a ‘La Verità’,  nella quale ha precisato che non ha intenzione di rientrare nell’azienda di Viale Mazzini, spiegandone, sommi capi, i motivi:

La Rai è stata il luogo dei miei ideali, un pezzo di famiglia, ma ho voltato pagina e i miei pensieri oggi sono da un’altra parte. A scanso di equivoci, ho un impegno con il ‘Corriere’ ed intendo onorarlo. […] Il timore non è la lottizzazione in sé, che c’è sempre stata, tant’è che la Rai lottizzata ha prodotto grandi cose quando i partiti indicavano dirigenti con competenze dimostrate. La deriva della politica negli anni invece ha umiliato le professionalità, dentro e fuori dalla Rai.

Politica e tv di Stato
Stando a quanto riportato, la Gabanelli crede che per allontanare la politica dalla Rai bisognerebbe innanzitutto “cambiare la legge, magari ispirandosi al modello inglese del trust per la scelta della governance”, aggiungendo “io non ho mai avuto rapporti con nessun ambiente politico. Sono invece stata consultata in diverse occasioni, ora come in passato su temi di cui ho qualche competenza. Poi nessuno mi ascolta, ma questa è un’altra storia”. Già lo scorso 4 giugno, si era espressa in modo amaro parlando dell’ipotesi di tornare in Rai, anche se aveva lasciato intravedere un minimo spiraglio nella valutazione.

Il problema giovani e fake news
A riguardo del problema fake news e della disinformazione, che corre nell’online e sui social network, Milena Gabanelli fa riferimento a una formazione che, nei ragazzi, dovrebbe avvenire sin dalle scuole primarie: “Bisogna insegnare a ragazzi e ragazze i processi di verifica prima di credere a una notizia e condividerla. Serve formazione nelle scuole, a partire dalle elementari”.

fonte: https://tv.fanpage.it/milena-gabanelli-in-rai-non-torno-la-deriva-della-politica-ha-umiliato-le-professionalita/
http://tv.fanpage.it/

Finalmente, dopo oltre 50 anni, qualcuno risponde alla domanda di Milena Gabanelli – La nuova battaglia dei 5 Stelle: abolire l’impignorabilità dello stipendio dei parlamentari!!

stipendio

 

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Finalmente, dopo oltre 50 anni, qualcuno risponde alla domanda di Milena Gabanelli – La nuova battaglia dei 5 Stelle: abolire l’impignorabilità dello stipendio dei parlamentari!!

 

Ricordate quando sull’argomento la Gabanelli si incazzo di brutto?

Quando Milena Gabanelli si infuriò di brutto: “ma vi sembra normale che i politici abbiano leggi diverse rispetto ai cittadini comuni?”

Ricordate quando la Gabanelli si infuriò di brutto: “ma vi sembra normale che i politici abbiano leggi diverse rispetto ai cittadini comuni?” – Stipendi impignorabili, niente da fare, si tengono stretto l’antico privilegio di una legge del 1965 – respinta la proposta per abolirla!

 

La nuova battaglia dei 5 Stelle: abolire l’impignorabilità dello stipendio dei parlamentari

Il Movimento 5 Stelle ha presentato una proposta di legge per abolire la legge del 1965 che impedisce ai creditori dei deputati e dei senatori di rivalersi sull’indennità e sulla diaria. Per la deputata Spadoni la non pignorabilità degli stipendi parlamentari è “un privilegio inaccettabile che va cancellato”.

“I cittadini pagano le tasse e non godono di nessun privilegio; se anzi si trovano in difficoltà il loro stipendio può essere pignorato. Mi chiedo allora: perché un cittadino viene penalizzato rispetto ad un parlamentare? Ebbene, ho deciso di porre fine a questa ingiustizia depositando una proposta di legge che rispetti il principio di eguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione: i parlamentari devono essere trattati esattamente come un qualsiasi altro lavoratore italiano”. Con queste parole la vicepresidente della Camera dei deputati, la grillina Maria Edera Spadoni, ha annunciato la proposta di legge che prevede la modifica della legge numero 1261 del 1965, nella parte in cui si occupa della retribuzione dei parlamentari sancendo che “l’indennità mensile e la diaria non possono essere sequestrate o pignorate”. Bisogna tuttavia specificare fin da subito che, se è vero che indennità e diaria non sono pignorabili, non è corretto parlare di parlamentari al riparo dai pignoramenti, che possono essere fatti sugli altri beni / conti correnti “non direttamente collegati” agli emolumenti da parlamentare.

Non è la prima volta che in Parlamento approda una proposta del genere. Solo nella scorsa legislatura furono depositate proposte simili da parte del deputato di Sinistra Italiana Gianni Melilla, del senatore Bartolomeo Pepe, eletto col Movimento 5 Stelle ma poi passato al gruppo Grandi Autonomie e Libertà, dal senatore del Movimento 5 Stelle Maurizio Buccarella e da un altro ex grillino, il deputato Cristian Iannuzzi. Per nessuna di queste proposte è iniziato l’iter di discussione in Commissione.

Tutti i proponenti concordavano su un punto: le ragioni che portarono alla norma derogatoria in favore del mandato parlamentare, possono ormai dirsi superate, dunque nell’ipotesi in cui un parlamentare sia condannato a risarcire un danno, e non sia intestatario di altri beni aggredibili, si configurerebbe per lui un trattamento diverso rispetto a quello dei semplici cittadini, in violazione dell’articolo 3 della Costituzione. La costituzionalità della norma approvata nel 1965, in realtà, non è mai stata messa in discussione, considerando che sembra essere nata per rafforzare un presidio democratico, come spiegava a Report l’avvocato Fulvio Pastore: “La ragione è quella di evitare che dei terzi creditori pignorino queste somme privando i parlamentari dei mezzi di sussistenza e in qualche modo ne vadano a condizionare la libertà e l’autonomia”.

Altra questione è invece quella relativa alla attualità di una norma di questo tipo, con lo stesso Pastore che parlava del venir meno di ogni “ragione storica oggettiva per mantenere questo privilegio”. Anche perché le cronache riportano esempi eclatanti di somme mai restituite da parlamentari più o meno “esposti” con alcuni creditori che, nel corso del loro mandato parlamentare, si sono trincerati dietro l’impignorabilità prima di stipendio e diaria, poi dei vitalizi.

fonte: https://www.fanpage.it/la-nuova-battaglia-dei-5-stelle-abolire-limpignorabilita-dello-stipendio-dei-parlamentari/
http://www.fanpage.it/

 

Verdini condannato? Report aveva già detto tutto sul caso ben 5 anni fa con l’eccezionale servizio di Sigfrido Ranucci per la puntata del 21/10/2013 – BIANCO, ROSSO E VERDINI

 

Report

 

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Verdini condannato? Report aveva già detto tutto sul caso ben 5 anni fa con l’eccezionale servizio di Sigfrido Ranucci per la puntata del 21/10/2013 – BIANCO, ROSSO E VERDINI

 

PUNTATA DEL 21/10/2013
BIANCO, ROSSO E VERDINI

 DI Sigfrido Ranucci 

Collaborazione di Giorgio Mottola

Chi è l’uomo che fa da cicerone a Berlusconi durante l’inaugurazione della nuova sede di Forza Italia? Che conforta l’ex premier dopo che in lacrime ha votato la fiducia al governo Letta?

Si tratta del senatore Denis Verdini. La percentuale delle sue presenze in parlamento rasenta lo zero. In compenso lavora duramente per il partito. Ma cosa fa veramente?

Fino alle indagini sui grandi appalti, che hanno fatto emergere gli affari della cricca, il suo volto lo conoscevano in pochi. Nonostante stia facendo i conti con vari procedimenti penali, dalla bancarotta del Credito cooperativo fiorentino, all’accusa di truffa all’editoria, dalla p3 alla p4, al finanziamento illecito ai partiti, oggi Denis Verdini appare sempre in prima fila nelle riunioni segrete di Arcore che l’ex premier tiene con un numero ristrettissimo di persone fidate. È considerato, tra i falchi, quello che riesce di più a influenzare i pensieri dell’ex premier. In molti tra le colombe di Forza Italia vorrebbero arginare il suo potere. Ma oggi è a Verdini che Berlusconi ha affidato le chiavi della rinascente Forza Italia. Se il progetto continuerà sarà proprio lui a scegliere la nuova classe politica del partito, coloro che si candideranno e siederanno sugli scranni del parlamento.

Con quale logica lo farà? Report, con un’inchiesta di Sigfrido Ranucci ha fatto la radiografia attraverso testimonianze e documenti inediti dell’ascesa di uno dei politici più influenti del momento. Dalla sua attività di commercialista a Campi Bisenzio, alla presidenza del Credito cooperativo fiorentino, dalla sua discesa in politica fino ad arrivare alla corte di Berlusconi.

QUI il video del servizio di Report

Milena Gabanelli torna in Rai? ‘Mai dire mai’ …perchè ora che Renzi ed i suoi lacché sono stati spazzati via, anche in Tv può tornare anche un po’ di vera informazione…!

 

Milena Gabanelli

 

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Milena Gabanelli torna in Rai? ‘Mai dire mai’ …perchè ora che Renzi ed i suoi lacché sono stati spazzati via, anche in Tv può tornare anche un po’ di vera informazione…!

 

Milena Gabanelli torna in Rai? Mai dire mai.

L’ex conduttrice di Report intervenendo a Circo Massimo su Radio Capital ha detto che per ora nessuno le ha chiesto nulla circa la possiblità di un suo ritorno alla televisione pubblica.

“Mai dire mai, ma bisogna vedere dove, come e quando,” ha aggiunto.

“La Rai – ha affermato – è stata il mio unico luogo di lavoro per più di trent’anni. Non l’ho lasciata con felicità ma perché sono stata costretta, senza sapere un perché”.

“Un po’ come quando rompi con una relazione amorosa dopo tanti anni, – ha proseguito Gabaelli – adesso non è che abbiamo finito di litigare e tutto torna come prima”.

E ancora: “Anche perché io non ho litigato nessuno: ho preso atto e ho messo a disposizione la mia esperienza e la mia reputazione da un’altra parte. Fortunatamente non sono a spasso, faccio un lavoro che mi piace per una testata che mi piace, il Corriere della Sera. Ho un impegno che intendo onorare”.

La giornalista ha anche parlato del piano sull’immigrazione da lei redatto qualche anno fa grazie alla collaborazione di esperti di settore: “L’obiettivo era un’accoglienza vera, per identificare gli immigrati, registrarne le competenze, insegnargli regole e lingua. Tutto diverso dal puttanaio che c’è oggi”.

“Ho parlato con diversi sindaci, – ha continuato – a queste condizioni nessuno ha detto no. Ho portato il progetto al commissario europeo Avramopoulos e lui mi ha risposto:’se il vostro governo fa sua questa proposta e la porta nelle sedi competenti, la valuteremo. I soldi per quest’iniziativa ci sono’.”

Gabanelli ha poi detto che Matteo Salvini aveva apprezzato il suo progetto: “Ne avevo parlato anche con lui, lo ha definito un progetto di assoluto buonsenso. Poi però attacca il microfono e dice di volerli riportare indietro”.

“Nella lunga chiacchierata che abbiamo avuto, ha riconosciuto che questa sarebbe una strada giusta,” ha detto.

 

 

tratto da: https://www.silenziefalsita.it/2018/06/04/milena-gabanelli-torna-in-rai-mai-dire-mai/

L’accusa di Milena Gabanelli: Lo Stato, a nostra insaputa, gioca d’azzardo sui derivati: già persi 40 miliardi e ne rischiamo altri 31 …e sono soldi NOSTRI…!!

 

Milena Gabanelli

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L’accusa di Milena Gabanelli: Lo Stato, a nostra insaputa, gioca d’azzardo sui derivati: già persi 40 miliardi e ne rischiamo altri 31 …e sono soldi NOSTRI…!!

Sui derivati lo Stato gioca d’azzardo: già persi 40 miliardi e ne rischiamo altri 31

Nel 2017 la spesa per interessi sui contratti derivati dello Stato è stata di 4,6 miliardi di euro. È quanto si apprende dal DEF licenziato dal Ministero dell’Economia a fine aprile, nel quale leggiamo anche che sui medesimi contratti ci sono stati ulteriori esborsi (non da interessi) per 1,16 miliardi. Il costo complessivo nel 2017 ammonta quindi a 5,76 miliardi, più del 2016 quando i derivati ci sono costati 5,2 miliardi. Parliamo di oltre 10 miliardi negli ultimi due anni, poco meno dell’importo delle clausole di salvaguardia sull’IVA per il 2019 (12,4 miliardi).

Perché stiamo perdendo tutti questi soldi

Il Ministero giustifica queste perdite con l’andamento sfavorevole dei tassi di interesse, la cui discesa imprevedibile avrebbe penalizzato il nostro Paese. Se si sono persi tutti questi soldi vuol dire che non erano a copertura di un rischio, come il Tesoro ha sempre sostenuto, ma una scommessa — nella direzione sbagliata — su un rischio che ha causato, e continuerà a causare, un salasso. Va detto che dal 2014 l’Europa ha cambiato le regole contabili, per cui non è più possibile utilizzare derivati a copertura del deficit. Intanto quelli in essere si prolungano, e ad oggi le future perdite potenziali superano i 31 miliardi di euro, e 4,3 miliardi — stima il Ministero – li pagheremo nel 2018.

La patata bollente passa al nuovo governo (quando ci sarà)

Tra le righe del DEF si scopre anche una new entry: si tratta delle «erogazioni attese connesse con l’avvio del sistema di garanzie a fronte dell’attività in derivati» previste da un decreto firmato da Padoan il 20 dicembre 2017. In pratica, con questo decreto il Ministro ha deciso di garantire le banche-controparti dal rischio che l’Italia non paghi le perdite sui derivati. Come? Mettendo su un conto 1,3 miliardi, da trasferire alla banca con cui ha stipulato i contratti, se i nostri conti dovessero peggiorare. Ma perché un governo uscente si è lanciato in un provvedimento di amministrazione straordinaria? Per evitare che la banca chieda quest’anno l’estinzione anticipata di un contratto che sta perdendo proprio circa 1,3 miliardi. Con la garanzia di un conto a cui può attingere in qualunque momento, rimanderà l’operazione di qualche anno. Magari le cose andranno meglio, e se invece andranno peggio sarà un problema del prossimo governo. Una cosa è certa: il problema di molti derivati sta proprio nelle clausole capestro che prevedono il rimborso anticipato, dove a rischiare è solo lo Stato. Il famoso caso Morgan Stanley, che nel 2004 ci aveva dato 47 milioni, ci costò 3,1 miliardi a inizio 2012.

Interviene la Corte dei Conti

Ora con il faro acceso della Corte dei Conti, queste cose non passeranno più inosservate. Il processo per danni erariali non vede infatti indagati solo la banca d’affari americana ma anche il direttore generale del Tesoro, Vincenzo La Via, due ex-ministri dell’economia Tesoro (Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli), e Maria Cannata. La richiesta danni è miliardaria, (impossibile incassarli dai dirigenti del Tesoro), ma soprattutto crea un precedente per cui il burocrate di turno ci penserà due volte prima di liquidare sull’unghia esborsi miliardari alle banche. A maggior ragione se chi gestisce queste questioni sono sempre le stesse persone.

Il direttore del Debito è andato in pensione… anzi no

Maria Cannata è stata responsabile del debito pubblico dal 2000 fino allo scorso febbraio quando, raggiunti i limiti di età, è andata in pensione lasciando il testimone al suo vice, Davide Iacovoni. Ma il rapporto fiduciario con Maria Cannata è tale che il Ministero le ha fatto subito un contratto di consulenza che le garantisce ancora pieno spazio di manovra nella gestione del debito e dei derivati. Forse se il controllo dei magistrati contabili fosse anche preventivo anziché solo a posteriori, magari istituendo una struttura di risk management, qualcosa cambierebbe. Serve però un Parlamento operativo, e un Governo.

fonte e video QUI

Milena Gabanelli, la giornalista scomoda punge ancora: “Ecco come si regalano 3 milioni di Euro a parenti e amici con una Finanziaria”

 

Milena Gabanelli

 

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Milena Gabanelli, la giornalista scomoda punge ancora: “Ecco come si regalano 3 milioni di Euro a parenti e amici con una Finanziaria”

 

Milena Gabanelli: “come si regalano 3 milioni euro a parenti e amici con Finanziaria”

Un regalino da tre milioni di euro. È quello che due senatori verdiniani sono riusciti a far passare a favore di una semisconosciuta srl tra le maglie dell’ultima manovra finanziaria, ratificata in via definitiva al Senato il 27 dicembre. Quattro righe nel silenzio di un’aula distratta. Nemmeno il ministero dello Sviluppo economico ne sapeva nulla. Carlo Calenda lo ha scoperto con imbarazzo solo quando la notizia ha iniziato a circolare sui social dopo il via libera della Camera.

Il ministro Carlo Calenda, dopo un primo imbarazzo, ha deciso di congelare il dispositivo, chiedendo alla Commissione Europea di verificare che non si tratti di aiuti di stato. Dunque, 3 milioni di euro dal 2018 al 2020 alla IsiameD digitale srl per la «promozione di un modello digitale italiano nei settori del turismo, dell’agroalimentare, dello sport e della smart city». Sembra quasi una cosa giusta, ma andando a grattare si legge altro. L’emendamento «corsaro»è stato presentato, nella stessa forma in cui è stato votato, dai senatori verdiniani Pietro Langella e Antonio Milo di Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (Ala) il 30 novembre.
Cosa fa la Isiamed

La Isiamed digitale srl, società di produzione di software con sede a Roma in via Cola di Rienzo 44 con 4 dipendenti, è stata creata l’8 ottobre 2016 ma ha iniziato l’attività il 10 novembre 2017: appena 20 giorni prima dell’emendamento. In una serie di articoli la srl si dichiara stata impegnata in alcuni progetti di digitalizzazione per la Confederazione Italiana Agricoltori e la Federalberghi di Firenze e che ha stretto una partnership con Zte il colosso cinese delle reti mobile per un progetto sulle smart city. Progetti in fieri avviati da pochi mesi. Una società nata da poco e che non ha, di fatto, alcun progetto specifico sul digitale realizzato. Improbabile, quindi, che i fondi siano stati stanziati per una comprovata esperienza sul mercato. E allora? Vediamo chi sono i soci della IsameD.

La società è al 75% di Vincenzo Sassi, piemontese con svariate partecipazioni in società di mediazione creditizia e recupero crediti, e al 25% dell’Istituto italiano per l’Asia e il Mediterraneo, un’associazione che da anni organizza convegni e si occupa di scambi fra Mediterraneo e Cina e che fa capo a Gian Guido Folloni, ex giornalista, ex democristiano ed ex ministro per i Rapporti con il Parlamento tra il 1998 e 1999 nel primo governo D’Alema. Sia Sassi che Folloni non sembrano avere competenze di sviluppo digitale.
Sassi si presenta su Linkedin come «Responsabile comparto stragiudiziale presso Studio Legale Professore Emilio Papa» e come pianificatore finanziario. Non vi sono altre referenze, ma dalle visure camerali risulta che dal 2006 è socio accomandatario della Mediagest sas di Torino, ramo agenti, mediatori e procacciatori in prodotti finanziari (servizi di consulenza per investimenti finanziari e mutui ipotecari). Sassi è anche socio al 51% e amministratore unico della Ts Servizi digitali srl con sede a Torino che, al di là del nome, si occupa di attività di consulenza aziendale in materia di gestione finanziaria, marketing, risorse umane, assistenza per il conseguimento di certificazioni di qualità (codice Ateco 70.22.09). La Ts Servizi digitali, il cui altro socio è Mauro Pasquinelli (collabora anche lui alla IsiameD e viene presentato come engineering manager anche se non risulta iscritto all’albo degli ingegneri), Insomma Sassi si trova in un arcipelago di società, in buona salute, ma nel mondo digitale la IsiameD e chi vi è coinvolto sono pressoché sconosciuti. Eppure sono stati scelti per digitalizzare il made in Italy. Perché proprio loro?
Emendamento in famiglia

Uno dei due firmatari dell’emendamento, il campano Antonio Milo, nel febbraio 2017, ha preso parte a un viaggio organizzato da IsiameD in Egitto.

E fino a qui sembra la classica attività di lobbing, ma dalla visura camerale, la IsiameD ha due partecipazioni societarie.
La prima al 50% nella Identità turistica srl, società di Firenze che si occupa di servizi di cloud computing, comunicazione, attività editoriali pubblicitarie nel settore del turismo. La seconda partecipazione societaria di IsiameD è nel Consorzio Italiano per le Infrastrutture e servizi del territorio. Costituito il 22 luglio 2017, con sede nello stesso palazzo della IsiameD, a Roma in via Cola di Rienzo 44, ha come oggetto sociale la costruzione di strade, autostrade e piste aeroportuali. Che poco c’entra con lo sviluppo digitale.
Il presidente è Mario D’Apuzzo, ex senatore di Ala (è entrato in Senato il 9 gennaio 2018 per uscirvi il 22 di marzo) e i due consiglieri sono Vincenzo Sassi, già proprietario di IsiameD, e Gianluca Milo, 21 anni, figlio del senatore Antonio Milo, uno dei firmatari dell’emendamento che regala tre milioni alla IsiameD. E il cerchio è chiuso.
Una storia di intrecci

«Una marchetta necessaria ad avere i voti per approvare la manovra. Quando non hai i numeri subisci il ricatto dei piccoli gruppi» ha dichiarato il senatore Pd Stefano Esposito commentando l’emendamento presentato da Milo e Langella a favore di IsiameD.

Tutto regolare, tutto alla luce del sole tuonano sui social quelli della IsiameD. In effetti la «discrezionalità» non è un illecito, e nelle aule parlamentari durante con l’approvazione della Finanziaria, ogni politico spinge per la propria. E alla fine non c’era più spazio per il fondo da 50 milioni per incentivare la transizione digitale della Pubblica Amministrazione, la cui lentezza burocratica è una delle cause del rallentamento della nostra economia e della mancanza di investimenti esteri in Italia.
fonte: https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/ecco-come-si-regalano-3-milioni-euro-parenti-amici-la-finanziaria/edcee6f0-4a46-11e8-a30a-134b88b5afda-va.shtml

Il Milan acquistato da un improbabile Cinese con 740 milioni provenienti dalle Caiman? I malpensanti: “saranno mica i fondi neri di Berlusconi che rientrano puliti da una testa di legno?” Ma Milena Gabanelli smentisce… ma non troppo… Anzi… Guardate il video, non ve ne pentirete.

Milan

 

 

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Il Milan acquistato da un improbabile Cinese con 740 milioni provenienti dalle Caiman? I malpensanti: “saranno mica i fondi neri di Berlusconi che rientrano puliti da una testa di legno?” Ma Milena Gabanelli smentisce… ma non troppo… Anzi… Guardate il video, non ve ne pentirete.

Formidabile la chiosa a fine video della Gabanelli: …a Milano i soldi che dovevano arrivare sono arrivato, non vorremo ancora continuare a chiederci di chi sono…? …Il tutto con un sorriso che rivela tutto quello che c’è dietro e che non si può dire…

QUI il video della Gabanelli – assolutamente da non perdere – col commento di Gianluca Paragone.

La cassaforte che ha comprato il Milan era già vuota

Di Milena Gabanelli

La cassaforte che ha comprato il Milan era già vuota

L’ordine è arrivato dal tribunale del distretto di Futian: «Vendete all’asta il 2 febbraio» (data poi rinviata) la partecipazione (11,39%) che la cassaforte di Li possiede nella società di packaging Zhuhai Zhongfu, quotata alla Borsa di Shenzhen. Valore circa 60 milioni, ma il ricavato andrà a risarcire le banche.
Pochi giorni fa, inoltre, la China Securities Regulatory Commission, la Consob di Pechino, ha comunicato l’avvio di indagini per presunti illeciti sul mercato commessi dalla holding che si chiama «Shenzhen Jie Ande»: ha tenuto nascoste per mesi la sentenza e l’insolvenza.
IL DOCUMENTO+
Il Milan e la cassaforte vuota

In sostanza, mentre era inseguito dai creditori in patria, il 48enne finanziere residente dal ’94 a Hong Kong chiudeva in Italia, sotto i riflettori di mezzo mondo, una delle più costose acquisizioni calcistiche della storia, accreditandosi (e accreditato) come un grande e ricchissimo imprenditore dai mille interessi. Ma molto riservato. La sua credibilità, storia e consistenza patrimoniale l’ha riassunta in un documento consegnato alle parti nella trattativa e fatto circolare dagli uomini di Li, anche di recente, senza modifiche. Tra gli asset fondamentali, oltre alle famose e fantomatiche miniere di fosfato, c’è anche l’11,39% di Zhuhai Zhongfu, detenuto tramite la cassaforte Jie Ande.

Occhio alle date: quella partecipazione era dal 2015 in pegno, cioè in garanzia, alla Jiangsu Bank a fronte di un prestito. Soldi mai più rimborsati tant’è che nel maggio 2016 la banca fa causa alla holding di Li, a quel punto già insolvente, e il 7 febbraio 2017 il tribunale del popolo di Futian ordina che il pacchetto in pegno vada all’asta. Parte immediato il ricorso della holding Jie Ande. Intanto a Milano, il 13 aprile 2017, il cinese di Hong Kong chiude con Fininvest (600 milioni di plusvalenza consolidata) l’acquisto da 740 milioni del Milan, dopo aver fatto «girare» centinaia di milioni off-shore e con un prestito da 300 milioni (a tassi fino all’11% con scadenza 15 ottobre prossimo) del fondo americano Elliott.
Le credenziali? Tutto ok

A metà maggio, dall’altra parte del mondo, il tribunale respinge il ricorso della holding di Li (gestita da un prestanome) confermando la vendita coattiva a favore della Banca Jiangsu. A default conclamato a Shenzhen, il nuovo proprietario del Milan presenta a giugno in Lega Calcio le credenziali su onorabilità e solidità. Tutto a posto. Il Milan è iscritto al campionato, e parte una faraonica campagna acquisti da 200 milioni.

Chiesta la liquidazione per bancarotta

Sotto Natale, l’amministratore delegato del Milan, Marco Fassone, è a caccia di 3-400 milioni per rifinanziare il prestito da 300 milioni del fondo Elliott, quando il tribunale cinese fissa al 2 febbraio l’asta di giudiziale. Senonché l’8 gennaio arriva un’altra tegola per il povero Li: a inseguirlo è la Banca di Canton, a cui non ha pagato i debiti, e che chiede la liquidazione per bancarotta della holding Jie Ande. Nel frattempo dall’Italia lo avvisano delle notizie di presunte inchieste per riciclaggio, poi smentite, sulla compravendita del Milan. Li rompe il silenzio e garantisce che tutto si è svolto «con la massima trasparenza, regolarità e correttezza». A Shenzhen l’asta su Taobao del 2 febbraio viene rinviata, perché c’è la richiesta di liquidazione per bancarotta della Banca di Canton che si accavalla alle pretese risarcitorie della Banca di Jiangsu. A Milano è tutto tranquillo, perché in ogni caso «i soldi sono arrivati» e Li «ha rispettato tutti gli impegni».

L’operazione impossibile

«Non abbiamo riscontrato nulla di pregiudizievole a carico di mister Li Yonghong che dispone di adeguate risorse finanziarie per realizzare l’operazione», scriveva a Fininvest il suo advisor finanziario, Marco Samaja, capo di Lazard Italia. Oggi sappiamo che mister Li ha esibito sul tavolo della trattativa le credenziali di una sua società-cassaforte che era già da tempo insolvente. Ha barato? E può un oscuro finanziere, sconosciuto in Cina e altrove, che mai si è occupato di calcio neppure a livello amatoriale e che presenta tra i suoi “gioielli” una holding quasi fallita per pochi milioni non restituiti, impegnarsi da solo in un’operazione da un miliardo (campagna acquisti e aumenti di capitali compresi)? Non bisogna essere un banchiere della Rothschild per rispondere che non e’ possibile. Eppure lui ce l’ha fatta, con la Rothschild come consulente. E da Rothschild, dove è vicepresidente della controllata inglese, viene il consigliere di amministrazione del Milan Paolo Scaroni, ex numero uno di Eni ed Enel e buon amico di Berlusconi.

I tre volti di Mister Li

A questo punto i casi sono tre: 1) Li è realmente molto ricco, finora ha tenuto nascosto il suo vero tesoro che forse non può far emergere, e non paga i debiti perché è distratto; 2) Ha fregato tutti ed è un mitomane; 3) Si è prestato a interpretare la parte in un gioco più grande di lui nel quale i soldi e le garanzie non sono suoi; 4) l’importante è che il Milan non finisca su Taobao.

Fonte e video orifinale: QUI

Ricordate quando la Gabanelli si infuriò di brutto: “ma vi sembra normale che i politici abbiano leggi diverse rispetto ai cittadini comuni?” – Stipendi impignorabili, niente da fare, si tengono stretto l’antico privilegio di una legge del 1965 – respinta la proposta per abolirla!

 

Stipendi

 

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Ricordate quando la Gabanelli si infuriò di brutto: “ma vi sembra normale che i politici abbiano leggi diverse rispetto ai cittadini comuni?” – Stipendi impignorabili, niente da fare, si tengono stretto l’antico privilegio di una legge del 1965 – respinta la proposta per abolirla!

 

“Ma vi sembra normale che i politici abbiano leggi diverse rispetto ai cittadini comuni?” sbottava Milena Gabanelli alla fine di una delle sue fantastiche puntate di report

Leggi QUI l’articolo

 

Ma non è cambiato NIENTE. Senza pudore, senza vergogna. Si tengono iul privilegio.

Stipendi impignorabili, l’antico privilegio che la casta non molla. La tutela fu accordata nel 1965: respinta la proposta per abolirla

Avete un credito nei confronti di un parlamentare? Metteteci una croce sopra. Perché se il senatore o l’onorevole decide di non saldare il debito, avrà gioco facile ad opporsi al pagamento. La legge, del resto, è dalla sua parte. Grazie ad una norma del lontano 1965, in base alla quale tanto l’indennità mensile (oltre 10mila euro lordi) quanto la diaria spettanti agli eletti di Montecitorio e Palazzo Madama, non possono essere sequestrate o pignorate. Insomma, la busta paga del parlamentare è praticamente intoccabile. Un ulteriore privilegio, rispetto al trattamento riservato dalla legge ai comuni cittadini, che ha resistito, nel corso della legislatura, ad ogni tentativo di debellarlo una volta per tutte.

Difese a oltranza – Mentre infatti al Senato – numeri permettendo – qualcosa potrebbe muoversi nelle prossime settimane sul fronte dei vitalizi, non c’è stato niente da fare per la proposta di legge (pdl) presentata più di un anno fa alla Camera dal deputato di Mdp Gianni Melilla. “La mia pdl è stata unificata con quella presentata dal Movimento 5 Stelle per il taglio dell’indennità dei parlamentari, ma è finita in un nulla di fatto – spiega a La Notizia l’esponente di Articolo 1 –. Poi ho provato a riproporla, sotto forma di emendamento alla riforma dei vitalizi del dem Matteo Richetti”. Ma anche in questo caso il tentativo non ha avuto sorte migliore. “Bocciato ancora una volta – conferma Melilla –. Il motivo? Si è sostenuto che fosse materia riservata ai regolamenti e non alla legge e che quindi occorresse intervenire in sede di Ufficio di presidenza”. Insomma, il privilegio è rimasto. Il regime dell’impignorabilità degli onorevoli stipendi era sopravvissuto, per altro, anche al vaglio di legittimità della Consulta. Che lo ha ritenuto fondato per la necessità di assicurare la salvaguardia del mandato parlamentare nel rispetto dell’articolo 69 della Costituzione (“I membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge”).

Niente da fare – “Ma giustificare ancora oggi questo trattamento di particolare privilegio rispetto a quello riservato ai comuni cittadini è francamente incomprensibile – taglia corto Melilla –. Perché se poteva al limite avere senso nel periodo in cui questa forma di tutela riservata ai parlamentari venne introdotta, per evitare che il pignoramento dei loro emolumenti li privasse dei mezzi di sussistenza pregiudicandone libertà e autonomia, la pesante crisi economica in cui versa il Paese lo rende ormai anacronistico e pesantemente discriminatorio nei confronti di tutti gli altri cittadini”. Contribuendo inoltre, aggiunge ancora il deputato di Mdp, ad alimentare nel Paese “un diffuso sentimento di sfiducia verso le istituzioni”. Senza contare che “in nessun’altra Nazione dell’Unione europea esiste un’analoga disposizione”, che Melilla bolla, senza mezzi termini, come “irragionevole” oltre che “incompatibile con il principio di uguaglianza fissato dalla Costituzione”. In altre parole, “un’anomalia tutta italiana” che la proposta di Melilla puntava ad eliminare. Ma senza successo. Almeno per questa legislatura. Ci si dovrà accontentare di sperare nella prossima.

fonte: http://www.lanotiziagiornale.it/stipendi-impignorabili-lantico-privilegio-che-la-casta-non-molla-la-tutela-fu-accordata-nel-1965-respinta-la-proposta-per-abolirla/

Ormai non c’è più niente da dire. Senza un briciolo di dignità!

by Eles