La seconda morte di Giulio Regeni – Con Salvini al governo la verità su Regeni non interessa più! …E infatti di questo ragazzo non se ne parla più!

 

Giulio Regeni

 

 

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La seconda morte di Giulio Regeni – Con Salvini al governo la verità su Regeni non interessa più!

 

La seconda morte di Giulio Regeni

“Comprendo bene la richiesta di giustizia della famiglia di Giulio Regeni. Ma per noi, l’Italia, è fondamentale avere buone relazioni con un Paese importante come l’Egitto”

Sono stato tentato per un attimo di non scrivere più nulla, di lasciare all’interno dell’articolo solo queste parole del Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Sono stato tentato di non scrivere assolutamente nulla, nemmeno quelle parole. Sono stato tentato. Ma i giorni passavano, e queste parole continuavano a scorrere davanti ai miei occhi, cosi Giulio deve aver visto scorrere la vita davanti ai suoi, pugno dopo pugno, tortura dopo tortura.

Caro signor Ministro Salvini, è facile parlare di sovranità nazionale (“contusioni e abrasioni in tutto corpo…”), è facile fare “la voce grossa” in Europa (“Lividi estesi non incompatibili con lesioni da calci, pugni ed aggressione con un bastone…”) per farsi rispettare sulla pelle della povera gente, vero? (“più di due dozzine di fratture ossee, tra cui sette costole rotte, tutte le dita di mani e piedi, così come gambe, braccia e scapole, oltre a cinque denti rotti… “).

Ma quando si tratta del delitto di un ragazzo italiano (“coltellate multiple sul corpo, comprese le piante dei piedi, probabilmente inferte con un rompighiaccio o uno strumento simile ad un punteruolo…”) avvenuto all’interno di un Paese ‘amico’ con cui ‘è fondamentale avere buone relazioni’ (“numerosi tagli, su tutto il corpo, causati da uno strumento tagliente simile ad un rasoio…”) si diventa di colpo piccoli, piccolissimi (“estese bruciature di sigarette, nonché una bruciatura più grande tra le scapole e incisioni somiglianti a vere e proprie lettere”). Perché ci sono “nemici” contro cui è facile combattere, e altri davanti a cui si abbassa la testa.

Voi, portatori sani di odio e di nazionalismo a buon mercato, pensate davvero che il rispetto e la sovranità di una nazione abbiano valore se pretesi sollevandosi contro gli ultimi della terra?

Non smetteremo mai di chiedere giustizia per Giulio. Mai, nemmeno per un istante la nostra lottaarretrerà. Perché no, caro signor Ministro Salvini, la richiesta di giustizia per Giulio non è una questione privata della sua famiglia. E se vogliamo dirla tutta, non è nemmeno una questione di soli noi italiani. La richiesta di giustizia per Giulio Regeni è una questione che appartiene ad ogni Uomo libero.

A Giulio hanno cercato ‘l’anima a forza di botte’. Perché, lui, un’anima l’aveva per davvero.

Un abbraccio, forte, a Paola e Claudio Regeni.

 

tratto da: http://www.qualcosadisinistra.it/2018/06/17/la-seconda-morte-di-giulio-regeni/

Assassinato 54 anni fa – Chi aveva paura di Malcolm X? …Tutti quelli che hanno paura della verità!

 

Malcolm X

 

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Assassinato 54 anni fa – Chi aveva paura di Malcolm X? …Tutti quelli che hanno paura della verità!

 

Malcolm X fu assassinato 54 anni fa.
Malcolm X sapeva che sarebbe stato ucciso. La sua fine gli era stata annunciata sia direttamente che indirettamente. Il 21 febbraio del 1965 mentre si accingeva a fare un discorso in una sala di Harlem, un commando di tre killer gli sparò contro una quarantina di pallottole. Quattordici lo colpirono. Una settimana prima gli avevano incendiato la casa sia a mo’ di avvertimento sia come preparazione dell’atmosfera dell’agguato mortale. La sala dove doveva parlare era sotto la sorveglianza di un folto gruppo di agenti di polizia che però, proprio nel momento della sparatoria, non si trovavano sul posto.
Chi aveva paura di Malcolm X? Si potrebbe dire, tutti quelli che hanno paura della verità. Malcolm X era stato capace di individuare e togliere il coperchio di menzogne cui era stato sottomesso il popolo dei negri che, da allora, si definiranno come afroamericani. Questo termine era ricavato dalla constatazione storica del sequestro di gruppi interi di africani per trasformarli in schiavi nel Nuovo Mondo. Dove non solo avrebbero dovuto lavorare per un padrone bianco ma avrebbero subito un vero e proprio annientamento della persona così da essere dequalificati da esseri umani a oggetto.
Distruzione della propria umanità mediante metodi di tortura e mortificazione avrebbero poi fatto scuola. Il nome stesso gli era negato. Gli schiavi avevano il nome del padrone. Per questo Malcolm X, che era venuto al mondo come Malcolm Little, cambiò il suo nome aggiungendogli una X, a significare l’incognita del proprio nome di origine. In seguito furono molti a cambiare il proprio nome allo stesso modo.
Malcolm X aveva scoperto i meccanismi mediante i quali “i diavoli bianchi” perpetuavano il proprio dominio nei confronti dei neri. La discriminazione nel campo economico sociale era alla base, ma anche la promozione a livello di borghesi per alcuni era possibile solo a costo della rinuncia della propria identità e dignità: processo di integrazione per quelli che Malcolm X definiva “zio Tom” o “negri da cortile”. Prevedendo anche che un giorno alcuni di questi avrebbero ricoperto posti di responsabilità nella amministrazione dello stato.
Malcolm X visse la sua adolescenza da emarginato, fu attivo in quasi tutti i commerci e le attività considerate illegali. Finché il cerchio si strinse e fu incarcerato. Nella prigione la sua vita si trasformò. Si dedicò allo studio, cercando di recuperare il tempo perso negli anni precedenti.
Nella prigione entrò in contatto con l’Islam. Divenuto predicatore per la Nazione dell’Islam, uscito dal carcere, cominciò a criticare e attaccare la religione dei bianchi, il cristianesimo, perché aveva coperto il regime di schiavitù. L’Islam prendeva così in lui la forma di una scelta di resistenza e attacco al potere razzista dei bianchi.
Tuttavia, a differenza della politica ufficiale della Nazione dell’Islam, Malcolm X non faceva nessuna concessione mentale nei confronti dei reali rapporti nella società. Egli riusciva a fare l’anatomia di questi rapporti facendo risaltare la condizione di schiavitù che la popolazione afroamericana aveva subito fino ad allora. Contundente era la sua analisi, il modo chiaro con cui esponeva la relazione schiavo-padrone e le conseguenze mentali che ciò provocava sulla popolazione: l’odio per la propria pelle, il proprio colore, il disprezzo per la propria gente. I suoi discorsi risvegliavano o facevano nascere sentimenti di orgoglio di razza, la coscienza della dignità oppressa.
Dopo il viaggio di pellegrinaggio alla Mecca, si stupì dell’esistenza di una popolazione bianca diversa da quella degli USA. Non solo, ma constatò il sentimento di fratellanza, di amorevolezza che esisteva tra le persone che incontrava. Questa nuova esperienza lo portò a considerare che la questione non era la lotta contro i bianchi in quanto razza, con lo scopo di ottenere alla fine un territorio autonomo dove la popolazione nera si sarebbe installata organizzando un proprio stato, indipendente dal potere dei bianchi, così come recitava il programma della Nazione dell’Islam.
In Malcolm X cominciò a maturare la conclusione che sarebbe stato necessario marciare insieme a quei bianchi che condividevano la critica e la volontà di lotta contro l’ordine costituito. Nel mentre, i capi della Nazione dell’Islam cominciavano a vedere l’agire di Malcolm X come una deviazione dall’obiettivo di arrivare a una collaborazione con la classe dirigente degli USA. Non solo il predicare di Malcolm X era considerato pericoloso ma la sua stessa persona costituiva per loro un pericolo, in quanto si era dimostrato come il più capace di unificare la popolazione nera e di guidarla. Così, dopo che la sua radiazione dalla Nazione dell’Islam si mostrò senza effetto, fu decisa la sua morte. Ma la lotta degli afroamericani continuò e aumentò anche dopo la sua morte.
Malcolm X fu un grande rivoluzionario del popolo nero. Riuscì a sollevarlo dal torpore della sottomissione, a liberargli la mente. A rivendicare l’origine degli schiavi neri nell’Africa e a occuparsi di percorrerne la sua storia. A mostrare che la storia dell’Africa non comincia con la conquista coloniale europea, ma è all’origine della storia umana.
di Nicolai Caiazza

 

fonte: http://www.globalist.it/world/articolo/2016/05/08/chi-aveva-paura-di-malcolm-x-69706.html