Rai, Milena Gabanelli risponde senza peli sulla lingua alle proteste del Pd sui nuovi candidati ‘sembra il bue che dà del cornuto all’asino’…

 

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Rai, Milena Gabanelli risponde senza peli sulla lingua alle proteste del Pd sui nuovi candidati ‘sembra il bue che dà del cornuto all’asino’…

 

Rai, Gabanelli: proteste Pd su nuovi candidati ‘sembra il bue che dà del cornuto all’asino’

Intervistata dal quotidiano La VeritàMilena Gabanelli ha parlato della sua collaborazione con Il Corriere della Sera dopo l’uscita dalla Raie ha affrontato la questione delle nomine nel servizio pubblico sulle quali è scoppiata la polemica nelle ultime settimane.

Alla domanda su cosa pensasse dei “protagonisti di stagioni di lottizzazioni appena concluse tagliare giudizi spietati sui nuovi candidati”, l’ex conduttrice di Report ha risposto:

“Mi sembra il bue che dà del cornuto all’asino. Il timore non è la lottizzazione in sé, che c’è sempre stata, tant’è che la Rai lottizzata ha prodotto grandi cose quando i partiti indicavano dirigenti con competenze dimostrate. La deriva della politica negli anni invece ha umiliato le professionalità, dentro e fuori dalla Rai”.

L’unico modo per cambiare la Rai, secondo Gabanelli, è “cambiare la legge, magari ispirandosi al modello inglese del trust per la scelta della governance”.

Quanto a Marcello Foa, la cui nomina a presidente Rai è stata bocciata dalle opposizioni, Gabanelli ha affermato di averlo incontrato in occasione di un paio di miei interventi all’Università del Ticino, dove lui la aveva invitata:

“Penso che il suo lavoro sugli spin doctor sia ottimo, mentre non condivido nulla delle sue ultime esternazioni,” ha spiegato.

Sulla sua esperienza a “Report”, Gabanelli ha detto:

“Dopo vent’anni la ritenevo un’esperienza conclusa. Report era nato da un modello produttivo molto economico e da un linguaggio innovativo, il videogiornalismo. Quello che mi interessa ora è riprendere la sperimentazione di un linguaggio più adatto ai mezzi dove si formano e informano le nuove generazioni sfruttando l’esperienza maturata”.

 

fonte: https://www.silenziefalsita.it/2018/08/06/rai-gabanelli-proteste-pd-su-nuovi-candidati-sembra-il-bue-che-da-del-cornuto-allasino/

Da Milena Gabanelli parole di fuoco: “In Rai non torno, la deriva della politica ha umiliato le professionalità”

 

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Da Milena Gabanelli parole di fuoco: “In Rai non torno, la deriva della politica ha umiliato le professionalità”

Milena Gabanelli: “In Rai non torno, la deriva della politica ha umiliato le professionalità”

Milena Gabanelli parla della mancata volontà di tornare in Rai e spiega che, a suo parere, la deriva della politica negli anni ha umiliato le professionalità, dentro e fuori l’azienda di Viale Mazzini. Anche se è stata la sua casa per anni, ora ha un impegno con Cairo e il Corriere, che ha tutta l’intenzione di onorare.

Si parla da mesi di un ipotetico ritorno di Milena Gabanelli in Rai e se c’è chi, fino a qualche settimana fa, parlava di voci insistenti che l’avrebbero vista al timone del nuovo Tg1, c’è anche chi in questo ‘ritorno di fiamma’ non ci ha mai sperato. A chiarire la situazione è stata proprio la nota giornalista, in un’intervista a ‘La Verità’,  nella quale ha precisato che non ha intenzione di rientrare nell’azienda di Viale Mazzini, spiegandone, sommi capi, i motivi:

La Rai è stata il luogo dei miei ideali, un pezzo di famiglia, ma ho voltato pagina e i miei pensieri oggi sono da un’altra parte. A scanso di equivoci, ho un impegno con il ‘Corriere’ ed intendo onorarlo. […] Il timore non è la lottizzazione in sé, che c’è sempre stata, tant’è che la Rai lottizzata ha prodotto grandi cose quando i partiti indicavano dirigenti con competenze dimostrate. La deriva della politica negli anni invece ha umiliato le professionalità, dentro e fuori dalla Rai.

Politica e tv di Stato
Stando a quanto riportato, la Gabanelli crede che per allontanare la politica dalla Rai bisognerebbe innanzitutto “cambiare la legge, magari ispirandosi al modello inglese del trust per la scelta della governance”, aggiungendo “io non ho mai avuto rapporti con nessun ambiente politico. Sono invece stata consultata in diverse occasioni, ora come in passato su temi di cui ho qualche competenza. Poi nessuno mi ascolta, ma questa è un’altra storia”. Già lo scorso 4 giugno, si era espressa in modo amaro parlando dell’ipotesi di tornare in Rai, anche se aveva lasciato intravedere un minimo spiraglio nella valutazione.

Il problema giovani e fake news
A riguardo del problema fake news e della disinformazione, che corre nell’online e sui social network, Milena Gabanelli fa riferimento a una formazione che, nei ragazzi, dovrebbe avvenire sin dalle scuole primarie: “Bisogna insegnare a ragazzi e ragazze i processi di verifica prima di credere a una notizia e condividerla. Serve formazione nelle scuole, a partire dalle elementari”.

fonte: https://tv.fanpage.it/milena-gabanelli-in-rai-non-torno-la-deriva-della-politica-ha-umiliato-le-professionalita/
http://tv.fanpage.it/

Milena Gabanelli torna in Rai? ‘Mai dire mai’ …perchè ora che Renzi ed i suoi lacché sono stati spazzati via, anche in Tv può tornare anche un po’ di vera informazione…!

 

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Milena Gabanelli torna in Rai? ‘Mai dire mai’ …perchè ora che Renzi ed i suoi lacché sono stati spazzati via, anche in Tv può tornare anche un po’ di vera informazione…!

 

Milena Gabanelli torna in Rai? Mai dire mai.

L’ex conduttrice di Report intervenendo a Circo Massimo su Radio Capital ha detto che per ora nessuno le ha chiesto nulla circa la possiblità di un suo ritorno alla televisione pubblica.

“Mai dire mai, ma bisogna vedere dove, come e quando,” ha aggiunto.

“La Rai – ha affermato – è stata il mio unico luogo di lavoro per più di trent’anni. Non l’ho lasciata con felicità ma perché sono stata costretta, senza sapere un perché”.

“Un po’ come quando rompi con una relazione amorosa dopo tanti anni, – ha proseguito Gabaelli – adesso non è che abbiamo finito di litigare e tutto torna come prima”.

E ancora: “Anche perché io non ho litigato nessuno: ho preso atto e ho messo a disposizione la mia esperienza e la mia reputazione da un’altra parte. Fortunatamente non sono a spasso, faccio un lavoro che mi piace per una testata che mi piace, il Corriere della Sera. Ho un impegno che intendo onorare”.

La giornalista ha anche parlato del piano sull’immigrazione da lei redatto qualche anno fa grazie alla collaborazione di esperti di settore: “L’obiettivo era un’accoglienza vera, per identificare gli immigrati, registrarne le competenze, insegnargli regole e lingua. Tutto diverso dal puttanaio che c’è oggi”.

“Ho parlato con diversi sindaci, – ha continuato – a queste condizioni nessuno ha detto no. Ho portato il progetto al commissario europeo Avramopoulos e lui mi ha risposto:’se il vostro governo fa sua questa proposta e la porta nelle sedi competenti, la valuteremo. I soldi per quest’iniziativa ci sono’.”

Gabanelli ha poi detto che Matteo Salvini aveva apprezzato il suo progetto: “Ne avevo parlato anche con lui, lo ha definito un progetto di assoluto buonsenso. Poi però attacca il microfono e dice di volerli riportare indietro”.

“Nella lunga chiacchierata che abbiamo avuto, ha riconosciuto che questa sarebbe una strada giusta,” ha detto.

 

 

tratto da: https://www.silenziefalsita.it/2018/06/04/milena-gabanelli-torna-in-rai-mai-dire-mai/

Milena Gabanelli sul Debito Pubblico: un’idea per uscirne vivi e tornare a crescere…!

 

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Milena Gabanelli sul Debito Pubblico: un’idea per uscirne vivi e tornare a crescere…!

 

Debito: un’idea per uscirne vivi e tornare a crescere
Se l’Italia dovesse decidere di uscire dall’euro, dovrebbe versare alla Germania 443 miliardi, la Francia gliene dovrebbe versare 65, la Spagna 381, e così via: il totale per la Bundesbank sono 923 miliardi. Questa è la posizione dell’entourage Merkel, e i numeri saltano fuori dai saldi del sistema di pagamento interbancario europeo, denominato Target 2.
Dobbiamo davvero pagare 443 miliardi alla Germania?

Questi saldi però hanno solo un significato contabile, come si evince da uno studio della London School of Economics, a meno che uno di questi Paesi non decida «domattina» di abbandonare l’Euro. Quindi il problema è che se i tedeschi si stanno occupando della questione «saldi» vuol dire che stanno studiando il piano B della rottura dell’Euro per fare bottino. È meglio saperlo per chiarire e negoziare in fretta questo punto insieme ai Paesi membri, anche perché in questo momento non abbiamo bisogno di aggiungere carburante alle speculazioni politiche.

L’invenzione dello spread

In queste settimane Francia e Germania stanno decidendo le regole di funzionamento dell’Eurozona, e noi, terzo paese per dimensione economica, a quel tavolo è come se non ci fossimo. Il tema ruota attorno al debito pubblico: non riusciamo ad abbatterlo perché siamo amministrati da una pessima classe dirigente, ma è anche vero che su questo debito noi paghiamo interessi del 2,4% (schizzati oggi al 3,21% per effetto della turbolenza politica), mentre la Francia paga lo 0,7% e la Germania lo 0,4%. A queste condizioni la consistente parte sana del Paese non ce la farà mai. Quando abbiamo deciso di adottare una moneta unica abbiamo rinunciato ai tassi di cambio, vuol dire avere un unico tasso di interesse e rischi condivisi. Tradotto: 100 euro di debito, valgono 100 euro tanto a Berlino quanto a Roma. Era così fino al 2010, quando è esplosa la crisi e la cancelliera Merkel e il presidente francese Sarkozy hanno avuto paura che i vari governi nazionali non si mettessero in riga per pagare i debiti. Da allora ognuno per sé, ed è comparso lo «spread». La conseguenza è che quando la Bce, secondo le regole previste, presta dei soldi alle banche dei vari paesi dell’Eurozona, applica tassi di interesse diversi, a seconda del grado di rischio: 19 paesi, 19 tassi diversi.

Mentre perdiamo tempo arrivano le regole capestro

Le regole che si stanno definendo per noi potrebbero essere un cappio: le banche devono accantonare l’equivalente dei loro crediti deteriorati. Significa che le nostre banche non potranno permettersi di prestare soldi a quell’azienda in difficoltà, a cui basterebbe un po’ di liquidità per ripartire. E più aziende chiudono in Italia e meglio andranno le concorrenti tedesche o francesi. Per quel che riguarda il debito dello Stato, non si deve sgarrare dai parametri del fiscal compact, e quindi: riduzione della spesa e aumento delle tasse (vedi Iva). Ma c’è una novità: la possibilità di partecipare alla creazione di un fondo che compra un po’ di debiti (inclusi i nostri) degli Stati membri.

Un fondo che si finanzia emettendo titoli con 2 tassi d’interesse: uno più alto perché più rischioso in quanto legato al debito dei paesi messi come Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, e uno più basso legato al debito di Paesi sicuri come Francia e Germania. In questo modo diventa regola l’euro a 2 velocità. In pratica vuol dire che l’impresa o la banca italiana pagherà il denaro sempre più di quella francese o tedesca, ovvero ci stiamo facendo concorrenza sleale nonostante sia vietato dalla prima regola dei trattati. La colpa è nostra se non riusciamo a sistemare i conti, ma di questo passo ci si avvita, perché non riesci a crescere, e tagliare la spesa (che è una misura urgentissima) non basta.
Un’assicurazione sul debito

Nell’assoluto vuoto politico una proposta alternativa nasce da un gruppo di economisti italiani, fra cui Marcello Minenna (direttore Consob), Roberto Violi (direttore Bankitalia), Giovanni Dosi (professore ordinario all’università Sant’Anna di Pisa ) e Andrea Roventini (professore associato sempre a Pisa) supportati anche in sede Ocse (dal policy advisor del Tuac Ronald Janssen). L’idea è quella di togliere il debito dalle spalle degli Stati — non farne più di nuovo — e assicurarlo attraverso un vero Fondo Salvastati (quello attuale, l’Esm, è sotto lo scacco della Germania). Facciamo un esempio: quest’anno all’Italia scadono un miliardo di titoli di Stato? Quel miliardo va rifinanziato, e il Tesoro lo fa emettendo sul mercato titoli a tassi di interesse più bassi pagando una polizza al fondo, che assicura gli investitori dai rischi. Lo stesso fanno tutti gli Stati membri, man mano che il loro debito scade. Chiaramente la polizza italiana costerà di più di quella francese o tedesca, ma intanto ti levi un rischio, e tempo 10 anni, tutti i Paesi avranno tutto il debito assicurato. A quel punto, con un unico soggetto garante, il debito avrà un solo tasso di interesse uguale per tutti.

Investimenti in opere strategiche

Il Fondo cosa ci fa con tutti questi premi assicurativi? Li può usare anche per finanziare investimenti pubblici mirati, attraverso il controllo del Comitato Fiscale Europeo, che valuterà di quali opere strategiche ogni Paese membro ha realmente bisogno. Quindi in Italia per esempio non si farà più l’autostrada inutile, ma magari il Porto di Gioia Tauro sì perché, essendo il fondo chiamato a rimborsare il debito se qualcuno non lo paga, deve essere certo di avere un ritorno. E gli investimenti fatti bene portano crescita, aumento del gettito e pertanto diminuzione del debito. Vuol dire avere uno Stato federale dietro una valuta. Insomma una visione d’Europa che guarda avanti. Il nuovo governo italiano, quando ci sarà, deve decidere cosa vuole: un’Eurozona vera, o quella finta, dove finiamo sempre col subire le decisioni degli altri. L’occasione è l’incontro dell’Eurogruppo di giugno, e sul tavolo ci deve stare anche la nostra proposta: quella di una condivisione dei rischi a prezzo di mercato, contro quella dell’«ognuno per sé» tanto cara ai tedeschi.

QUI l’articolo completo

L’accusa di Milena Gabanelli: Lo Stato, a nostra insaputa, gioca d’azzardo sui derivati: già persi 40 miliardi e ne rischiamo altri 31 …e sono soldi NOSTRI…!!

 

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L’accusa di Milena Gabanelli: Lo Stato, a nostra insaputa, gioca d’azzardo sui derivati: già persi 40 miliardi e ne rischiamo altri 31 …e sono soldi NOSTRI…!!

Sui derivati lo Stato gioca d’azzardo: già persi 40 miliardi e ne rischiamo altri 31

Nel 2017 la spesa per interessi sui contratti derivati dello Stato è stata di 4,6 miliardi di euro. È quanto si apprende dal DEF licenziato dal Ministero dell’Economia a fine aprile, nel quale leggiamo anche che sui medesimi contratti ci sono stati ulteriori esborsi (non da interessi) per 1,16 miliardi. Il costo complessivo nel 2017 ammonta quindi a 5,76 miliardi, più del 2016 quando i derivati ci sono costati 5,2 miliardi. Parliamo di oltre 10 miliardi negli ultimi due anni, poco meno dell’importo delle clausole di salvaguardia sull’IVA per il 2019 (12,4 miliardi).

Perché stiamo perdendo tutti questi soldi

Il Ministero giustifica queste perdite con l’andamento sfavorevole dei tassi di interesse, la cui discesa imprevedibile avrebbe penalizzato il nostro Paese. Se si sono persi tutti questi soldi vuol dire che non erano a copertura di un rischio, come il Tesoro ha sempre sostenuto, ma una scommessa — nella direzione sbagliata — su un rischio che ha causato, e continuerà a causare, un salasso. Va detto che dal 2014 l’Europa ha cambiato le regole contabili, per cui non è più possibile utilizzare derivati a copertura del deficit. Intanto quelli in essere si prolungano, e ad oggi le future perdite potenziali superano i 31 miliardi di euro, e 4,3 miliardi — stima il Ministero – li pagheremo nel 2018.

La patata bollente passa al nuovo governo (quando ci sarà)

Tra le righe del DEF si scopre anche una new entry: si tratta delle «erogazioni attese connesse con l’avvio del sistema di garanzie a fronte dell’attività in derivati» previste da un decreto firmato da Padoan il 20 dicembre 2017. In pratica, con questo decreto il Ministro ha deciso di garantire le banche-controparti dal rischio che l’Italia non paghi le perdite sui derivati. Come? Mettendo su un conto 1,3 miliardi, da trasferire alla banca con cui ha stipulato i contratti, se i nostri conti dovessero peggiorare. Ma perché un governo uscente si è lanciato in un provvedimento di amministrazione straordinaria? Per evitare che la banca chieda quest’anno l’estinzione anticipata di un contratto che sta perdendo proprio circa 1,3 miliardi. Con la garanzia di un conto a cui può attingere in qualunque momento, rimanderà l’operazione di qualche anno. Magari le cose andranno meglio, e se invece andranno peggio sarà un problema del prossimo governo. Una cosa è certa: il problema di molti derivati sta proprio nelle clausole capestro che prevedono il rimborso anticipato, dove a rischiare è solo lo Stato. Il famoso caso Morgan Stanley, che nel 2004 ci aveva dato 47 milioni, ci costò 3,1 miliardi a inizio 2012.

Interviene la Corte dei Conti

Ora con il faro acceso della Corte dei Conti, queste cose non passeranno più inosservate. Il processo per danni erariali non vede infatti indagati solo la banca d’affari americana ma anche il direttore generale del Tesoro, Vincenzo La Via, due ex-ministri dell’economia Tesoro (Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli), e Maria Cannata. La richiesta danni è miliardaria, (impossibile incassarli dai dirigenti del Tesoro), ma soprattutto crea un precedente per cui il burocrate di turno ci penserà due volte prima di liquidare sull’unghia esborsi miliardari alle banche. A maggior ragione se chi gestisce queste questioni sono sempre le stesse persone.

Il direttore del Debito è andato in pensione… anzi no

Maria Cannata è stata responsabile del debito pubblico dal 2000 fino allo scorso febbraio quando, raggiunti i limiti di età, è andata in pensione lasciando il testimone al suo vice, Davide Iacovoni. Ma il rapporto fiduciario con Maria Cannata è tale che il Ministero le ha fatto subito un contratto di consulenza che le garantisce ancora pieno spazio di manovra nella gestione del debito e dei derivati. Forse se il controllo dei magistrati contabili fosse anche preventivo anziché solo a posteriori, magari istituendo una struttura di risk management, qualcosa cambierebbe. Serve però un Parlamento operativo, e un Governo.

fonte e video QUI

Milena Gabanelli, la giornalista scomoda punge ancora: “Ecco come si regalano 3 milioni di Euro a parenti e amici con una Finanziaria”

 

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Milena Gabanelli, la giornalista scomoda punge ancora: “Ecco come si regalano 3 milioni di Euro a parenti e amici con una Finanziaria”

 

Milena Gabanelli: “come si regalano 3 milioni euro a parenti e amici con Finanziaria”

Un regalino da tre milioni di euro. È quello che due senatori verdiniani sono riusciti a far passare a favore di una semisconosciuta srl tra le maglie dell’ultima manovra finanziaria, ratificata in via definitiva al Senato il 27 dicembre. Quattro righe nel silenzio di un’aula distratta. Nemmeno il ministero dello Sviluppo economico ne sapeva nulla. Carlo Calenda lo ha scoperto con imbarazzo solo quando la notizia ha iniziato a circolare sui social dopo il via libera della Camera.

Il ministro Carlo Calenda, dopo un primo imbarazzo, ha deciso di congelare il dispositivo, chiedendo alla Commissione Europea di verificare che non si tratti di aiuti di stato. Dunque, 3 milioni di euro dal 2018 al 2020 alla IsiameD digitale srl per la «promozione di un modello digitale italiano nei settori del turismo, dell’agroalimentare, dello sport e della smart city». Sembra quasi una cosa giusta, ma andando a grattare si legge altro. L’emendamento «corsaro»è stato presentato, nella stessa forma in cui è stato votato, dai senatori verdiniani Pietro Langella e Antonio Milo di Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (Ala) il 30 novembre.
Cosa fa la Isiamed

La Isiamed digitale srl, società di produzione di software con sede a Roma in via Cola di Rienzo 44 con 4 dipendenti, è stata creata l’8 ottobre 2016 ma ha iniziato l’attività il 10 novembre 2017: appena 20 giorni prima dell’emendamento. In una serie di articoli la srl si dichiara stata impegnata in alcuni progetti di digitalizzazione per la Confederazione Italiana Agricoltori e la Federalberghi di Firenze e che ha stretto una partnership con Zte il colosso cinese delle reti mobile per un progetto sulle smart city. Progetti in fieri avviati da pochi mesi. Una società nata da poco e che non ha, di fatto, alcun progetto specifico sul digitale realizzato. Improbabile, quindi, che i fondi siano stati stanziati per una comprovata esperienza sul mercato. E allora? Vediamo chi sono i soci della IsameD.

La società è al 75% di Vincenzo Sassi, piemontese con svariate partecipazioni in società di mediazione creditizia e recupero crediti, e al 25% dell’Istituto italiano per l’Asia e il Mediterraneo, un’associazione che da anni organizza convegni e si occupa di scambi fra Mediterraneo e Cina e che fa capo a Gian Guido Folloni, ex giornalista, ex democristiano ed ex ministro per i Rapporti con il Parlamento tra il 1998 e 1999 nel primo governo D’Alema. Sia Sassi che Folloni non sembrano avere competenze di sviluppo digitale.
Sassi si presenta su Linkedin come «Responsabile comparto stragiudiziale presso Studio Legale Professore Emilio Papa» e come pianificatore finanziario. Non vi sono altre referenze, ma dalle visure camerali risulta che dal 2006 è socio accomandatario della Mediagest sas di Torino, ramo agenti, mediatori e procacciatori in prodotti finanziari (servizi di consulenza per investimenti finanziari e mutui ipotecari). Sassi è anche socio al 51% e amministratore unico della Ts Servizi digitali srl con sede a Torino che, al di là del nome, si occupa di attività di consulenza aziendale in materia di gestione finanziaria, marketing, risorse umane, assistenza per il conseguimento di certificazioni di qualità (codice Ateco 70.22.09). La Ts Servizi digitali, il cui altro socio è Mauro Pasquinelli (collabora anche lui alla IsiameD e viene presentato come engineering manager anche se non risulta iscritto all’albo degli ingegneri), Insomma Sassi si trova in un arcipelago di società, in buona salute, ma nel mondo digitale la IsiameD e chi vi è coinvolto sono pressoché sconosciuti. Eppure sono stati scelti per digitalizzare il made in Italy. Perché proprio loro?
Emendamento in famiglia

Uno dei due firmatari dell’emendamento, il campano Antonio Milo, nel febbraio 2017, ha preso parte a un viaggio organizzato da IsiameD in Egitto.

E fino a qui sembra la classica attività di lobbing, ma dalla visura camerale, la IsiameD ha due partecipazioni societarie.
La prima al 50% nella Identità turistica srl, società di Firenze che si occupa di servizi di cloud computing, comunicazione, attività editoriali pubblicitarie nel settore del turismo. La seconda partecipazione societaria di IsiameD è nel Consorzio Italiano per le Infrastrutture e servizi del territorio. Costituito il 22 luglio 2017, con sede nello stesso palazzo della IsiameD, a Roma in via Cola di Rienzo 44, ha come oggetto sociale la costruzione di strade, autostrade e piste aeroportuali. Che poco c’entra con lo sviluppo digitale.
Il presidente è Mario D’Apuzzo, ex senatore di Ala (è entrato in Senato il 9 gennaio 2018 per uscirvi il 22 di marzo) e i due consiglieri sono Vincenzo Sassi, già proprietario di IsiameD, e Gianluca Milo, 21 anni, figlio del senatore Antonio Milo, uno dei firmatari dell’emendamento che regala tre milioni alla IsiameD. E il cerchio è chiuso.
Una storia di intrecci

«Una marchetta necessaria ad avere i voti per approvare la manovra. Quando non hai i numeri subisci il ricatto dei piccoli gruppi» ha dichiarato il senatore Pd Stefano Esposito commentando l’emendamento presentato da Milo e Langella a favore di IsiameD.

Tutto regolare, tutto alla luce del sole tuonano sui social quelli della IsiameD. In effetti la «discrezionalità» non è un illecito, e nelle aule parlamentari durante con l’approvazione della Finanziaria, ogni politico spinge per la propria. E alla fine non c’era più spazio per il fondo da 50 milioni per incentivare la transizione digitale della Pubblica Amministrazione, la cui lentezza burocratica è una delle cause del rallentamento della nostra economia e della mancanza di investimenti esteri in Italia.
fonte: https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/ecco-come-si-regalano-3-milioni-euro-parenti-amici-la-finanziaria/edcee6f0-4a46-11e8-a30a-134b88b5afda-va.shtml

Milena Gabanelli: Fake news? “Altro che bufale, sono più pericolose le scelte dei politici”

 

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Milena Gabanelli: Fake news? “Altro che bufale, sono più pericolose le scelte dei politici”

Milena Gabanelli, il Viminale e la Polizia hanno presentato un progetto per contrastare la diffusione delle fake news in campagna elettorale: non si sta esagerando?

Se la polizia postale risponde velocemente ad un cittadino che chiede se è vero o no che c’è stato un attentato a Canicattì, benissimo. È un po’ esagerato metterla giù così pomposa, quando la polizia postale fa già questo di professione. C’è un aspetto deterrente: magari qualcuno si spaventa a raccontare palle e ne racconta meno. Terza ipotesi: il Viminale sa che c’è in corso una campagna sotterranea e mirata di disinformazione, e si sta attrezzando. Ma questo si può fare senza grandi annunci, credo.

Dagli Stati Uniti importiamo moniti sul rischio dell’inquinamento del voto per colpa di fake news confezionate dai russi: possono davvero influenzare le scelte degli italiani?

Mi preoccupano di più le scelte dei politici.

Lei ha studiato profondamente il fenomeno delle fake news e ha scritto che è “difficile e pericoloso decidere chi debba diventare arbitro della verità”, anche perché su Internet distinguere fra satira, teoremi sulle notizie o anche solo una lettura diversa degli avvenimenti è complesso. A chi spetta, però, vigilare sulla corretta informazione e con quali strumenti?

Ci sono strumenti elementari, come quello di controllare se chi pubblica la notizia ha un nome e cognome reale, se la notizia è riportata da qualche altro sito, se le date corrispondono. Tutto questo è possibile attraverso i motori di ricerca. Internet è un mondo bellissimo, ma insidioso. Le scuole dovrebbero insegnare ai ragazzi, che sono i maggiori fruitori, come ci si orienta, ma ci arriveremo come al solito in ritardo.

Perché si crede che le fake news siano un’esclusiva della Rete?

Perché sul web è più facile e virale: chiunque può raccontare quello che vuole in forma anonima. Il web ha solo fatto esplodere le debolezze di un sistema con poca reputazione, e che quindi non può nemmeno alzare tanto la voce. Le testate e le firme autorevoli, infatti, ne hanno risentito meno e sono diventate anche più ricercate.

Non pensa che i giornali italiani siano impegnati più nella polemica politica a contrastare presunte fake news che a produrre le news?

È un esercizio facile, molto di moda, non richiede impegno e fa comodo a tutti, tranne ai lettori, o telespettatori, o utenti, che alla fine ingoiano spesso aria fritta

In questi giorni si celebrano il film The Post e gli scoop degli anni 70 delNew York Times e del Washington Post, simboli del giornalismo più puro: quello che scrivono è vero. Per i giornali italiani, invece, la percezione è opposta. Di chi è la colpa? E quando i lettori hanno smesso di confidare – nel senso di avere piena fiducia – nei giornali italiani?

Non è una percezione solo italiana. Però non sarei così drastica. I lettori italiani, come quelli di tutto il mondo, hanno le loro abitudini, e credono ai giornali che gli raccontano il mondo come lo vedono loro. Quante volte sentiamo dire “i nostri lettori si attendono che gli diciamo questo o quest’altro?”. La distorsione sta proprio qui. E poi c’è un calo generale del senso della reputazione, che di solito dovrebbe fare la differenza.

Una domanda sulla Rai, sul dibattito fra artisti e giornalisti nel servizio pubblico. Uno come Vespa – che col contratto di artista è riuscito a ottenere un compenso oltre il tetto di 240.000 euro – può raccontare la campagna elettorale?

È un’anomalia tutta Rai: se non sei inquadrato in una testata giornalistica (Tg1, Tg2, Tg3, Rainews, e relative rubriche), ma negli spazi delle reti, sei contrattualizzato come autore o conduttore (a meno che tu non sia un giornalista dipendente). In questo modo l’azienda non deve versare i contributi Inpgi, ma all’Enpals (oggi Inps), che sono più bassi. Ho condotto per vent’anni Report e non sono mai stata contrattualizzata come giornalista, pur essendo iscritta all’Ordine, che a sua volta non ha mai fatto nulla per modificare questa anomalia. Ciò detto, tutto il mondo sa che Vespa è un giornalista, quindi il tema è il compenso o l’argomento di cui si occupa?

 

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/altro-che-bufale-sono-piu-pericolose-le-scelte-dei-politici/

Con la scusa della fake news tentano ancora di imbavagliare il Web. Ricordiamo la decisa reazione di Milena Gabanelli all’ultimo tentativo dei politici di zittire la Gente libera: “CIALTRONI e incompetenti” !!

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Con la scusa della fake news tentano ancora di imbavagliare il Web. Ricordiamo la decisa reazione di Milena Gabanelli all’ultimo tentativo dei politici di zittire la Gente libera: “CIALTRONI e incompetenti” !!

Milena Gabanelli al Fatto: “Le regole su privacy e diffamazione ci sono già, il problema è la cialtronaggine”

Su diffamazione e privacy “basterebbe applicare le regole, che esistono già. Il problema è che la ‘cialtronaggine’, infilata in tutti i mestieri, fa comodo a tutti”. Così Milena Gabanelli in un’intervista al Fatto Quotidiano. “Un giornalismo autorevole incide sull’opinione pubblica che ha poi il potere di orientare le scelte politiche ed espellere i delinquenti. Se quello italiano ha meno ‘peso’ rispetto a quello statunitense, inglese o nordeuropeo, è perché assomiglia alla sua classe dirigente, e alla fine l’opinione pubblica si fida poco […]. Più delle leggi, è la qualità delle persone a fare la differenza. Non mi pare però che la ‘qualità’ sia l’obbiettivo, in nessun campo”.
Gabanelli critica duramente l’emendamento di Ncd, poi corretto dal governo, che ha cercato di vietare le intercettazioni nascoste. “Come ci si comporta con il politico o l’imprenditore che in intervista ti dice una cosa, e quando pensa che la registrazione è terminata, aggiunge: ‘Adesso che ha spento le dico la verità’? Quella verità va in onda o me la tengo per me? Quell’emendamento – continua l’autrice di Report – avrebbe ‘blindato’ quelli che raccontano una cosa e poi ne fanno un’altra, e incentivato i giornalisti a lavorare per conto delle forze dell’ordine, che non è esattamente il nostro mestiere”.
Secondo Gabanelli, è comunque “inquietante la generale approssimazione con cui vengono scritti emendamenti, che appena diventano noti devono essere corretti”. “Pretenderei maggiore competenza”, aggiunte la giornalista.
fonte: http://siamolagente2016.blogspot.it/2017/03/la-casta-tenta-ancora-di-imbavagliare.html

Ecco come la Rai, quella pagata con i soldi pubblici ma occupata dai partiti, dà il benservito ad una delle poche voci libere rimaste nel giornalismo Italiano: “Il piano news? Almeno un altro anno”, che tradotto in Italiano, significa grossomodo: “Gabanelli ciaone” …!!!

 

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Ecco come la Rai, quella pagata con i soldi pubblici ma occupata dai partiti, dà il benservito ad una delle poche voci libere rimaste nel giornalismo Italiano: “Il piano news? Almeno un altro anno”, che tradotto in Italiano, significa grossomodo: “Gabanelli ciaone” …!!!

Milena Gabanelli può mettersi l’anima in pace: il nuovo piano news della Rai, quello che dovrebbe creare la testata digitale unica da affidare alla giornalista e a cui l’ ex direttrice di Report ha legato il suo futuro, è ancora in alto mare. Di più: probabilmente non vedrà mai la luce.
È la stessa tv di Stato ad ammetterlo: a quanto risulta al Fatto Quotidiano, i vertici hanno chiesto al governo addirittura 12 mesi per stilare il nuovo progetto dal giorno in cui entrerà in vigore il contratto di servizio (non prima di novembre) tra azienda e Stato. Ma con l’ attuale consiglio d’ amministrazione in scadenza ad agosto 2018 e le elezioni Politiche alle porte, una simile richiesta equivale a confessare di non avere alcuna intenzione di varare il piano. E quindi di voler tagliar fuori la Gabanelli.
Neanche i consiglieri Rai scommettono più sulla sua approvazione.

Da Il Fatto Quotidiano:

Rai: “Un altro anno per il piano news”. Bye-bye Gabanelli

Ai margini – L’azienda chiede al governo 12 mesi di tempo per creare la testata digitale da affidare alla giornalista, ma il Cda scade prima.

Milena Gabanelli può mettersi l’anima in pace: il nuovo piano news della Rai, quello che dovrebbe creare la testata digitale unica da affidare alla giornalista e a cui l’ex direttrice di Report ha legato il suo futuro, è ancora in alto mare. Di più: probabilmente non vedrà mai la luce. È la stessa tv di Stato ad ammetterlo: a quanto risulta al Fatto Quotidiano, i vertici hanno chiesto al governo addirittura 12 mesi per stilare il nuovo progetto dal giorno in cui entrerà in vigore il contratto di servizio (non prima di novembre) tra azienda e Stato. Ma con l’attuale consiglio d’amministrazione in scadenza ad agosto 2018 e le elezioni Politiche alle porte, una simile richiesta equivale a confessare di non avere alcuna intenzione di varare il piano. E quindi di voler tagliar fuori la Gabanelli. Neanche i consiglieriRaiscommettono più sulla sua approvazione.

Da circa 20 giorni, ormai, Gabanelli si è autosospesa con l’aspettativa non retribuita, dopo che le era stata offerta la condirezione di RaiNews e la gestione del suo sito web che conta appena 100mila utenti unici al giorno, e nessuna autonomia nella scelta della squadra. Un ruolo ben diverso dalla promessa di dirigere il nuovo portale dell’informazione digitale Rai, la cui nascita è frenata dalla necessità di accorpamento delle testate esistenti. Il Fatto ha anche lanciato una petizione a sostegno della giornalista, che in pochi giorni ha raggiunto 184 mila firme (aderisci qui). Inutile. Dopo che il vecchio piano Gubitosi è stato definitivamente accantonato, e le sonore bocciature rimediate da Carlo Verdelli e Antonio Campo Dall’Orto, adesso tocca al nuovo direttore generale Mario Orfeo elaborare una proposta credibile per l’informazione Rai, che da oltre tre anni attende di essere riformata. Anche la concessione approvata ad aprile prevede che la tv di Stato debba essere riorganizzata attraverso un piano news, ma al momento è tutto fermo: il dg non ha neppure iniziato a scriverlo.

Prima, infatti, c’è da giocare un’altra partita, quella del contratto di servizio tra viale Mazzini e governo, di cui il piano dovrà recepire le indicazioni. La Rai è in agitazione per la proposta di riforma del settore radiotv avanzata dal ministro Dario Franceschini, che con il raddoppio degli investimenti sui prodotti italiani costringerebbe l’azienda a rivedere i propri conti. Così il discorso per la convenzione va per le lunghe e, di conseguenza, pure quello per il piano informazione. Se n’è discusso in maniera animata anche nell’ultimo consiglio d’amministrazione, per concludere che al momento è impossibile fare alcun tipo di previsione. “Va chiuso entro Natale, perché dopo le elezioni questo Cda sarà come yogurtscaduto, non avrà più la forza politica per approvare alcunché”, avverteCarlo Freccero, consigliere Rai in quota Movimento 5 Stelle. Ma i tempi tecnici sembrano troppo stretti: anche dalla commissione di Vigilanza, infatti, fanno notare che il contratto di servizio non dovrebbe arrivare prima di fine novembre.

Viene il sospetto che il documento tanto atteso sia destinato a rimanere tale. Anche perché i vertici Rai hanno gettato la maschera, chiedendo nelle trattative col governo sul contratto di servizio un arco di tempo di 12 mesi per approvare il piano news: peccato che l’attuale Cda sia in scadenza ad agosto 2018. In questo modo il progetto resterebbe chiuso nel cassetto, e infatti l’esecutivo vorrebbe più che dimezzare il periodo a disposizione. Esclusa la possibilità di “stralciare” la posizione di Milena Gabanelli, creando la nuova testata digitale da affidarle a prescindere dal piano complessivo. “Non se ne parla”, tagliano corto da Viale Mazzini: prima di creare altre testate bisognerà accorpare quelle esistenti e nessuno vuole rinunciare al proprio orticello. “Io sono fiducioso, penso che il piano si farà” spiega il renziano Guelfo Guelfi. Con una postilla: “Certo, se così non fosse non sarebbe colpa di nessuno…”. “La fine della legislatura – concludeArturo Diaconale, consigliere Rai scelto da Forza Italia – non è il periodo migliore per le rivoluzioni: non mi sento di escludere che tra un rinvio e l’altro alla fine il piano salti”. E la Gabanelli e la sua testata digitale? “Io il mio consiglio a Milena l’ho dato: cominci a lavorare con quello che ha, sul resto meglio non contarci troppo”.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/rai-un-altro-anno-per-il-piano-news-bye-bye-gabanelli/

Rai – Milena Gabanelli tre anni fa, in una memorabile intervista, raccontava di lottizzazione, di sprechi e ruberie e dello sperpero dei nostri soldi del canone. Tre anni e tutto è ancora peggio di prima!

 

Milena Gabanelli

 

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Rai – Milena Gabanelli tre anni fa, in una memorabile intervista, raccontava di lottizzazione, di sprechi e ruberie e dello sperpero dei nostri soldi del canone. Tre anni e tutto è ancora peggio di prima!

Per tornare efficiente e competitiva, la Rai andrebbe “snellita”, ma modifiche radicali saranno possibili solo se si interviene sulla riforma del 1975, meglio nota come lottizzazione. Lo scrive in un lungo editoriale sul Corriere della Sera Milena Gabanelli, in cui fa la lista degli sprechi del servizio pubblico. Troppi telegiornali, reti e strutture inventate solo per accontentare politici, assessori e governatori di turno. Troppi incarichi dirigenziali e una proliferazione incredibile di sedi e strutture regionali. Nulla di più lontano dalla Bbc, “il miglior servizio pubblico al mondo” di cui tanto si parla ma che mai sarà avvicinato se non si mettono “competenza” e “merito” come criteri essenziali per la nomina della governance.

La Rai che verrà

Per rilanciare la Rai la politica deve scegliere uomini competenti e intervenire sulle leggi. Altrimenti sono chiacchiere.

Non si crescerà mai senza riforme, che vuol dire taglio agli sprechi e investimenti. Il tempo è poco e servono soldi subito. La strada più rapida sarebbe quella del rientro dei 300 miliardi depositati su conti esteri, con versamento delle relative somme evase. Però ci vuole la legge che sanziona pesantemente i grandi evasori, e che esiste in tutti i Paesi civili. Quella legge è pronta sul tavolo da due anni, ma ancora non vede la luce, per non aggredire troppo coloro che hanno impoverito il Paese e le loro aziende trasferendo gli utili su conti cifrati. E allora, oltre ai tagli giustissimi ai superstipendi, agli 80 euro in più per chi ha meno di 1.500 euro al mese, quali sono le idee concrete per evitare la chiusura di migliaia di aziende private, e quali le idee di rilancio delle aziende pubbliche sane?

Fra le tante dichiarazioni di Renzi su come uscire dalla depressione generale c’è anche quella di pensare a una Rai che contribuisca alla rinascita del Paese. Certamente avrà un piano, ma per ora si vuol prendere 150 milioni dal canone. La Rai ha 11.600 dipendenti, circa 4.000 collaboratori, un incalcolabile indotto, è il quinto gruppo culturale d’Europa, il tesoro è l’azionista. Dal canone incassa 1,7 miliardi (il 30% evade), 600 milioni dalla pubblicità, 20 milioni da altri servizi. I conti stanno così così. Tecnologicamente arretrata, mantiene un’infinità di strutture e canali, e nonostante i 1.700 giornalisti Rai News è fra gli ultimi siti web che vengono cliccati per informarsi. Il Direttore generale sta tentando di riorganizzare l’offerta, e intanto taglia su prodotto e stipendi: la falce si sta abbattendo con la stessa neutralità su meritevoli e fannulloni, incluse le partite Iva (cruciali in molti programmi) che si mettono in tasca poco più di 1.000 euro al mese. Tuttavia non basterà. Il premier ha suggerito di vendere qualcosa. L’unica «cosa»che si può collocare sul mercato senza tanto clamore è la società che possiede le torri di trasmissione, RaiWay, ma RaiWay è la Rai, ed ha un solo cliente, la Rai. Questo significa che il Direttore generale non può in autonomia decidere di quotare un pezzo di un’azienda pubblica (ovvero privatizzare) perché occorre seguire un iter parlamentare, e arrivare alla delibera del Consiglio dei ministri. Senza questo passaggio cosa si dovrà inventare sul prospetto informativo per avere l’ok della Consob?

Per tornare efficiente e competitiva, la Rai andrebbe «snellita», ma modifiche radicali saranno possibili solo se si interviene sulla riforma del 1975, meglio nota come lottizzazione. Ogni partito si è preso un canale, e poi ci ha infilato i suoi uomini scegliendo come unico criterio la «fedeltà», non all’azienda ma al partito. Risultato: proliferazione di strutture e incarichi dirigenziali che negli anni si sono stratificati. Non esiste nessuna tv pubblica al mondo dentro la quale convivono 3 telegiornali che hanno come referenti 3 diverse aree politiche; ognuno ha una sua struttura autonoma, i suoi direttori, i suoi inviati, il suo apparato tecnico, i suoi studi, il suo budget. Poi c’è Rai news 24, che non si può dire sia seguitissima, e le 26 sedi per l’informazione regionale. Bisogna «ottimizzare» si dice, ma da dove cominci se non metti mano al contratto di servizio con lo Stato? Le sedi regionali sono nate in funzione dei rapporti con le istituzioni locali. Un modello in crisi poiché le Regioni non rappresentano più il territorio, quindi bisognerà cambiare completamente la prospettiva in funzione delle macroaree. Si prende spesso a modello il miglior servizio pubblico al mondo, ovvero la Bbc, dove però i canali generalisti nazionali sono sostenuti solo dal canone: 174 euro, contro i nostri 113. Se tuttavia il modello a cui ispirarsi è Bbc, confrontiamoci. Le stazioni televisive locali inglesi sono 15, che interagiscono con quelle radiofoniche. I dipendenti sono circa 1.500 contro i nostri quasi 2.000. Le sedi occupano mediamente 2 piani (con una postazione fissa per il giornalista che si connette), la maggior parte sono in affitto. Noi occupiamo edifici giganteschi, quasi tutti di proprietà, con insostenibile spreco di spazi e costi. La loro sede più piccola è quella delle Channel Island: 2 dipendenti; da noi a Campobasso sono in 70. Nella sede di Cosenza lavorano 95 persone, ma il palazzo sembra quello di Viale Mazzini. Tutti i servizi finiscono dentro a Bbc One (la nostra Rai 1), con 4 brevi collegamenti al giorno. Inutile ribadire che la produzione locale del nostro servizio pubblico è perlopiù asservita ad assessori e governatori, che in caso di smantellamento di qualche sede si incateneranno pur di non vedere sottratta una telecamera a loro uso e consumo.

Gli «intrecci armoniosi» si metteranno di traverso anche in caso di accorpamento della lunga lista di strutture a cui hanno dato vita nel corso degli anni, e che pullulano di direttori e personale. Emblematica la genesi di Rai Vaticano. Nel ‘97 una decina di dipendenti occupavano due stanze per preparare gli eventi di Giubileo 2000. Senza budget, il team si relazionava con la Santa Sede per agevolare le reti nella produzione di programmi da trasmettere e vendere in tutto il mondo, e doveva essere operativo per 2 anni. Il Giubileo è finito da tempo, ma la piccola squadra si è trasformata in una struttura con i suoi funzionari e dirigenti per continuare a fare le stesse cose. Rai Expo è l’ultima creatura: una dirigenza, 45 dipendenti, una sede a Milano e una a Roma. Ma per raccontare il grande evento dell’alimentazione mondiale non bastano le sedi regionali e i programmi delle reti? A Expo finita (ottobre 2015) siamo sicuri che quella struttura non diventerà permanente? Anche Rai Quirinale, da postazione informativa è diventata nel tempo un elefantino, con un direttore e 35 dipendenti. Per fare cosa? Trasmettere il messaggio del presidente della Repubblica di fine anno e la cerimonia del 2 giugno.

Per «rinascere» sarà inevitabile eliminare sedi e strutture che non hanno nessun senso, ma non mandando a casa qualche migliaio di persone che hanno famiglia! L’azienda avrebbe bisogno di tutto il suo personale se venisse organizzata in modo produttivo; è pur sempre la più grande industria culturale del Paese! Ricordiamo inoltre che non ha ammortizzatori sociali, e sarebbe paradossale creare disoccupati per dare 80 euro in più a chi uno stipendio (anche se magro) ce l’ha. Certo occorrerà poi liberarsi dai burocrati e intervenire sui contratti collettivi di lavoro. Questo quadro però, determinato dalla politica e dalle sue scelte in 60 anni, non lo ribalta un Direttore generale da solo, senza il supporto del governo. Ricordiamo che la Bbc, così spesso invocata a chiacchiere, ha come unico criterio nella nomina della governance e della dirigenza la competenza e il merito. Anche in Gran Bretagna «il palazzo» interferisce e orienta, ma quando un dirigente sbaglia, va a casa senza tante storie. Per questo il mondo intero considera la Bbc la più autorevole tv pubblica del mondo.

tratto da: http://www.corriere.it/inchieste/reportime/economia/rai-che-verra/d489c2e4-121b-11e4-a6a9-5bc06a2e2d1a.shtml?refresh_ce-cp