La libertà di stampa è un diritto solo se non disturba il Potere: il giornalista di Fanpage.it, Davide Falcioni, condannato a 4 mesi di detenzione per aver cercato di fare il proprio lavoro!

 

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La libertà di stampa è un diritto solo se non disturba il Potere: il giornalista di Fanpage.it, Davide Falcioni, condannato a 4 mesi di detenzione per aver cercato di fare il proprio lavoro!

 

La libertà di stampa è un diritto solo se non disturba il Potere

Il collega di Fanpage.it, Davide Falcioni, è stato condannato a 4 mesi di detenzione per aver cercato di fare il proprio lavoro, quello del cronista che documenta una notizia e non si limita a raccontare unicamente la versione dei fatti ufficiale fornita dalle Forze dell’Ordine.

Il tribunale di Torino ha messo sotto processo la libertà di stampa e il diritto di cronaca e questa mattina ha condannato il collega Davide Falcioni a 4 mesi di detenzione per violazione di domicilio. Davide, secondo l’accusa e il giudice torinese, nell’esercizio delle sue funzioni di cronista, si sarebbe macchiato di un reato gravissimo: nell’agosto del 2012 entrò insieme ad alcuni attivisti del movimento No Tav nella sede della Geovalsusa s.r.l, che partecipava al consorzio dei costruttori della tratta ad alta velocità Torino-Lione, per documentare dal vivo le proteste e raccontare ai lettori che cosa stava accadendo. Per essere entrato abusivamente in un edificio privato per fare il proprio lavoro, Davide, da testimone dei fatti in sede giudiziaria è passato improvvisamente dall’altra parte della barricata ed è stato iscritto nel registro degli indagati per concorso in violazione di domicilio. Questa mattina, a quasi 6 anni di distanza dal fatto, è stato condannato in primo grado a 4 mesi di reclusione.

In quel periodo, Davide seguiva spesso i No Tav in giro per il Piemonte e aveva più volte documentato le proteste e raccontato l’altra faccia della medaglia. Pochi giorni dopo l’occupazione degli uffici della Geovalsusa, Davide raccontò con un articolo quello che aveva visto e di fatto cercò di spiegare per quale motivo le accuse mosse agli attivisti fossero illegittime e in seguito si presentò anche in tribunale come testimone della difesa degli imputati. Proprio nell’ambito del processo, venne chiesta l’iscrizione nel registro degli indagati del giornalista-testimone con le stesse accuse.

Nel corso del processo, il pubblico ministero ha chiesto al giudice la condanna dell’imputato facendo leva su una serie di motivazioni alquanto risibili: “Falcioni, perché è entrato? Non poteva farsi raccontare quello che era successo dalle Forze dell’Ordine?”, ha chiesto il pubblico ministero durante il dibattimento. “Scusi, ma lei è marchigiano, cose le interessava della Tav?”. E poi, ancora, il rilievo peggiore: “Se lei, giudice, assolve Falcioni oggi, dichiara che i diritti costituzionali sono inferiori al giornalismo”.

Insomma, secondo il pm e il giudice del Tribunale di Torino, il diritto di cronaca è un diritto ma è un diritto che andrebbe esercitato da lontano, senza disturbare il manovratore. Il giornalista, anziché documentare ciò che vede con i suoi occhi ed entrare dunque in contatto direttamente con gli attivisti protagonisti delle proteste, avrebbe dovuto affidarsi alla mera ricostruzione dei fatti delle forze dell’ordine, senza possibilità di contraddittorio o di verifica dei fatti.

Eloquente la risposta che Davide Falcioni ha dato, replicando ai rilievi del pm: “La requisitoria del pubblico ministero ha affermato nuovamente come io avrei dovuto chiedere informazioni alla polizia rispetto a quello che era accaduto all’interno dell’edificio, anche se la polizia, tra l’altro, non era presente.  Mi chiedo: se ci fossimo basati sulle dichiarazioni della polizia dopo il G8 di Genova, oggi avremmo la verità storica e processuale che abbiamo? La verità giornalistica è tale se si affida alle veline delle questure o è tale perché è autonoma e indipendente da tutto il resto?”.

All’epoca dei fatti, Davide non era ancora iscritto all’Odg, sarebbe diventato giornalista pochi anni dopo, e lavorava per Agoravox. Come prevede il percorso per l’accesso all’elenco dei pubblicisti, Davide stava esercitando la professione e accumulando il numero minimo di articoli necessario a presentare l’istanza di iscrizione. Chi si avvia alla professione, nell’attesa di ottenere l’agognato tesserino, di fatto rimane sprovvisto di tutele e non può, secondo la legge, addurre a difese in quanto non formalmente giornalista, nonostante questo tipo di percorso sia assolutamente legale, legittimo e riconosciuto dalle istituzioni. Davide Falcioni in sostanza, come tutti, era una sorta di cronista di Schroedinger: poteva esercitare la professione facendo reportage e scrivendo articoli da presentare poi all’Ordine dei Giornalisti di competenza per richiedere l’iscrizione, ma al tempo stesso non essendo iscritto avrebbe dovuto assumersi tutti i rischi annessi e connessi, senza tutele e protezioni di rango costituzionale, come fosse di fatto un abusivo.

In sostanza, secondo l’accusa, il giornalista non giornalista avrebbe potuto esercitare il diritto di cronaca ma solo affidandosi alle forze dell’ordine, rinunciando a documentare i fatti da testimone diretto? Ebbene, stando alla condanna in primo grado la risposta per la giustizia italiana è sì: avrebbe esattamente dovuto rinunciare a fare il giornalista e limitarsi a ribattere le veline della procura di Torino, una condanna che ha quasi il sapore della ritorsione giudiziaria nei confronti di un cronista considerato indesiderato in quanto testimone scomodo e non disposto a raccontare un’unica versione dei fatti.

Si parla sempre troppo poco in Italia di libertà di stampa e di diritto di cronaca negato, ma nel Belpaese le intimidazioni e le ritorsioni nei confronti dei giornalisti considerati scomodi sono all’ordine del giorno. Ogni giorno in Italia a tantissimi cronisti viene impedito l’esercizio della professione nei modi più astrusi possibili e la vicenda che ha toccato Davide è, purtroppo, solo la punta dell’iceberg. Soprattutto per chi non è un cronista famoso e strapagato, esercitare la professione di giornalista è, oggi, praticamente impossibile. Tra stipendi bassissimi e nessuna tutela legale, ogni cronista che voglia documentare di persona determinati eventi è costretto ad assumersi rischi economici e legali enormi, con la conseguenza che spesso il cronista tende ad autocensurarsi per non incorrere in guai seri.

Nel corso degli ultimi giorni si è molto parlato di diritto di cronaca e libertà di stampa in relazione all’esclusione del giornalista de La Stampa Jacopo Iacoboni dal convegno Sum #02 organizzato dall’Associazione Gianroberto Casaleggio, legata al Movimento 5 Stelle. Al cronista sarebbe stato rifiutato l’accredito per “motivi personali” in quanto considerato persona non gradita ai vertici del movimento. In difesa di Iacoboni si sono levate moltissime voci autorevoli, tra cui quella di Mentana e del neo-parlamentare pentastellato ed ex direttore di Skytg24 Emilio Carelli. Moltissimi colleghi hanno criticato l’operato del Movimento 5 Stelle parlando di attacco alla libertà di stampa e, nei fatti, la vicenda accaduta a Iacoboni è un attacco alla stampa e al diritto di cronaca.

Ciò che è capitato a Iacoboni, però, ha avuto risalto perché è un nome noto del giornalismo italiano, ma certo non è la prima volta che accade. Come dimostra la vicenda di Davide Falcioni, ogni giorno a colleghi meno conosciuti e altrettanto indesiderati viene negato il diritto di cronaca adducendo alle scuse più assurde e strampalate, ma pochi sono interessati a parlarne e a prenderne le difese pubblicamente. Difendere il diritto dell’indesiderato Iacoboni a presenziare a un evento pentastellato equivale a difendere il diritto di migliaia di cronisti sconosciuti che ogni giorno si trovano a operare in condizioni allucinanti, senza tutele e senza risorse legali ed economiche, condizione di cui invece si parla sempre troppo poco e che pare non interessare affatto quando a farne le spese sono cronisti non famosi. Se la libertà di stampa è un valore, allora bisognerebbe seriamente tornare a parlare pubblicamente di tutti quegli atti antidemocratici che ogni giorno vengono messi in atto allo scopo di imbavagliare i giornalisti e renderli inoffensivi e innocui. E non si parla solo di mancati accrediti, si parla di querele temerarie, di telefonate di ripicca ai direttori, di richieste di licenziamento, di minacce, di iscrizioni nel registro degli indagati pretestuose e di processi alla libertà di stampa.

fonte: https://www.fanpage.it/la-liberta-di-stampa-e-un-diritto-solo-se-non-disturba-il-potere/

Sveglia Gente – Nel silenzio più assoluto questo governo sta dando l’ultima picconata alla libertà di stampa. Stanno varando una serie di norme per criminalizzare i giornalisti e ridurli al silenzio! Ma a voi che ve ne frega? Continuate a guardarvi il Grande Fratello…

 

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Sveglia Gente – Nel silenzio più assoluto questo governo sta dando l’ultima picconata alla libertà di stampa. Stanno varando una serie di norme per criminalizzare i giornalisti e ridurli al silenzio! Ma a voi che ve ne frega? Continuate a guardarvi il Grande Fratello…

 

Temo che da cittadini non vi stiate minimamente rendendo conto di quel che sta accadendo sotto ai vostri occhi.
Che paese è quello che permette ad un governo di confezionare norme per criminalizzare i giornalisti?
Eppure sta accadendo sotto ai vostri occhi ma nemmeno ve ne state accorgendo.
Con il decreto intercettazioni chi pubblica notizie rilevanti ma coperte da segreto rischia 3 anni di prigione, e si stanno moltiplicando i sequestri di PC e materiale dentro alle redazioni.
La legge che voleva Berlusconi è diventata realtà con il ministro Orlando e si sta andando ben oltre questa norma ammazza intercettazioni e bavaglio alla stampa perché si sta criminalizzando il lavoro di persone che si vedono persino portare via i propri archivi.
Giornalisti che indagano sugli scandali bancari, sulla corruzione, sul malaffare.
L’obiettivo è svelare le loro fonti.
Come fa a non mettervi i brividi tutto questo? Eppure tutto questo silenzio mi sconvolge.
Eravate in molti il 9 novembre a sentire Gianluigi Paragone che vi parlava di scandali finanziari e di legami con la politica e tanti avete comprato il libro #GangBank.
Così come in molti vi state interessando alla morte dubbia di #DavidRossi a MPS, o degli scandali sui Paradise Papers. Tanti di voi sono i creditori azzerati dai provvedimenti salva banche del governo.
Avete saputo chi se la rideva di gusto sul terremoto grazie alle intercettazioni o che per Buzzi il business dei migranti valeva di più dello spaccio di droga.
Eppure siete fermi di fronte ad un abominio del genere.
Provate a leggere: “la Guardia di Finanza ha acquisito gli hard disk del giornalista del Sole24Ore Nicola Borzi, che il 16 novembre ha pubblicato un articolo su alcuni conti della Presidenza del Consiglio e dei Servizi segreti.”
Ed solo uno dei tanti che stanno subendo questa cosa.
Con tutto il rispetto che posso avere per le forze dell’ordine che eseguono i sequestri e non decidono in autonomia, dove è finito il vincolo del segreto professionale che tutela la riservatezza delle fonti?
E come può essere costituzionale una legge che va contro persino alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.

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FONTE: Ilaria Ricci Picciloni Portavoce M5s che ha condiviso il post di Nicola Borzi.

https://www.facebook.com/IlariaRicciPicciloni/posts/1764061930564809