Vergognoso – La Francia si fa finanziare il debito dai paesi Africani! Ecco lo scandalo CFA (Franco Centrafricano) – Mandi qualche Euro per una scuola o un ospedale in Senegal? Stai sostenendo le finanze francesi…

 

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Vergognoso – La Francia si fa finanziare il debito dai paesi Africani! Ecco lo scandalo CFA (Franco Centrafricano) – Mandi qualche Euro per una scuola o un ospedale in Senegal? Stai sostenendo le finanze francesi…

 

LA FRANCIA SI FA FINANZIARE IL DEBITO DAI PAESI AFRICANI! Svelato lo scandalo del CFA

Un video, in Italiano (ma speriamo presto di tradurlo in francese) rivela lo scandalo del CFA, il Franco Centrafricano, in una profondità che non era mai stata spiegata sinora. In questo caso funzionari bancari africani e  professori universitari ci rivelano lo scandaloso traffico che finanzia il debito francese.

Quando mandate un euro in Africa, per un aiuto umanitario , voi pensate di aiutare i poveri nei paesi francofoni, ma , in realtà, state finanziando le finanze di Parigi. Spieghiamo i passaggi:

  • Mandate l’euro per la scuola in Senegal;
  • l’Euro va a Parigi;
  • Parigi  trattiene l’euro, lo cambia in franco CFA, ma SOLO LA META’ viene mandata in Africa.
  • Questi  euro depositati in Francia sono investiti in Titoli di Stato francesi.

Attualmente il professore afferma che siano solo 10 miliardi, ma siamo sicuri? Non è che la cifra è molto più alta se poi l’Italia a avesse una decina o ventina di miliardi di riserve libere da giostrarsi sul mercato vedreste come lo spread sarebbe più controllato….

Comunque vi lasciamo all’ascolto di TABLOID:

 

Fonti:

https://scenarieconomici.it/la-franci…

https://www.facebook.com/NightTabloid…

La rivincita Italiana sulla Francia – I Francesi hanno provocato una guerra e assassinato Gheddafi per strapparci il petrolio Libico. Ma uno strategico accordo commerciale tra Eni e British Petroleum fa fuori la francese Total… ITALIA 1 FRANCIA 0…!

 

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La rivincita Italiana sulla Francia – I Francesi hanno provocato una guerra e assassinato Gheddafi per strapparci il petrolio Libico. Ma uno strategico accordo commerciale tra Eni e British Petroleum fa fuori la francese Total… ITALIA 1 FRANCIA 0…!

 

Eni si allea con British Petroleum. E la Francia è la prima vittima in Libia

 

Eni e British Petroleum si alleano in Libia. E l’azienda italiana strappa alla BP il 42,5% deigiacimenti di idrocarburi libici detenuti dalla controparte britannica. La notizia, già di per sé, è importantissima. Ma lo è ancora di più se si ragiona su quanto possa essere utile analizzarla nel quadro del conflitto che interessa la Libia. Una guerra (e una transizione politica) in cui l’Italia è protagonista. E in cui Eni rappresenta inevitabilmente una delle armi migliori possedute dal governo.

L’accordo

L’accordo fra le due aziende è stato formalizzato in una lettera di intenti firmata dall’amministratore delegato del gruppo Eni, Claudio Descalzi, l’a.d. di British Petroleum, Bob Dudley, e il presidente della National Oil Corporation Mustafa Sanalla.

Come spiegato da Repubblica, nell’intesa è previsto che la società italiana rilevi il 42,5% dei giacimenti del gruppo inglese in Libia. L’altro 42,5% rimarrà a Bp, mentre il 15% sarà trattenuto dalla libica Noc. Una cifra molto importante ,in quanto in pratica sarà la società del “cane a sei zampe” a riattivare le attività estrattive nei giacimenti sulla terraferma e off-shore posseduti dal gigante britannico ma bloccate da quasi quattro anni. Giacimenti che non solo saranno riattivati da Eni, ma in cui la stessa azienda diventerà l’operatore principale. Obiettivo: la ripresa dell’esplorazione e del resto delle attività nel 2019.

Nell’oggetto dell’accordo non c’è solo questo. L’impegno infatti riguarda chiaramente in maniera principale il gas e il petrolio dei giacimenti detenuti dai britannici. Ma c’è anche un altro intento, molto politico, e che riguarda l’impegno “a contribuire allo sviluppo sociale del Paese attraverso l’attuazione di iniziative sociali, compresi programmi specifici di istruzione e formazione tecnica”. Un modo anche per penetrare a livello politico nel territorio libico e aprire la strada a una diversa percezione delle imprese internazionali che investono nel Paese.

L’importanza strategica dell’accordo

Il patto fra i due giganti degli idrocarburi rappresenta una svolta non indifferente per la Libia, ma anche per i rapporti fra Italia e Regno Unito nel settore petrolifero e in particolare per il contesto libico.

Non è un mistero che le grandi aziende che operano nel settore di gas e petrolio siano “armi” dei governi, o comunque parte integrante delle diplomazie dei singoli Stati. E il fatto che la Bp ceda all’Eni quasi la metà dei propri giacimenti e che si appoggi ad essa per tornare a produrre , sono segnali chiari che fra Londra e Roma ci sono delle sinergie nell’affaire-Libia.

Questa sinergia chiaramente aiuta per primi entrambi i produttori. La British Petroleum avrà modo di riattivare i propri giacimenti tornando a produrre in Libia. Dall’altra parte, Eni ha tutto l’interesse ad aumentare la propria leadership negli idrocarburi del Paese con un accordo che fa sì che intensifichi la produzione ma anche il suo peso nelle gerarchie dei produttori internazionali.

Aiuta anche la Noc libica, che, attraverso questo patto rende operativi di nuovo gli impianti Bp ottenendo il controllo del loro 15% e trovando utili per la società ma anche per la stessa libia, in cui la Noc rappresenta fondamentalmente l’unica istituzione che realmente unisce tutto il Paese, essendo la referente sia del governo riconosciuto di Tripoli, sia della parte orientale della Libia sia delle milizie più importanti.

L’esclusione della Francia

Il fatto che Italia e Regno Unito si uniscano per fare asse in Libia attraverso Eni e Bp, di fatto ha anche uno sconfitto: la francese Total. Ed è evidente che a Parigi non abbiano appreso con gioia della notizia dell’accordo fra le due aziende.

Total si è autoesclusa dall’Iran per via delle sanzioni americane e ha deciso di abbandonare lo sviluppo del giacimento South Pars perdendo potenziali incassi per miliardi di dollari. E adesso, con questo accordo, si vede anche ridurre le possibilità di crescita in Libia. Da una parte con l’esclusione dallo sfruttamento dei giacimenti dei britannici, ma dall’altro lato con l’aumento del peso degli italiani, vero obiettivo della politica libica di Emmanuel Macron.

E questa esclusione ha un peso anche per quanto riguarda non solo gli idrocarburi, ma anche la politica. Il fatto che la Gran Bretagna scelga l’Italia per il petrolio e il gas in Libia, di fatto è un segnale che a Londra considerino Roma l’interlocutore per l’energia del Paese nordafricano. Un segnale che fa seguito anche alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza redatta proprio dalla delegazione britannica e che evitava di inserire la data del dicembre come traguardo per le elezioni. Una decisione che ha avuto il pieno appoggio degli Stati Uniti e che di fatto è stata una sconfitta politica per Macron, che si ostina a volere il voto in Libia prima di Natale.

 

 

fonte: http://www.occhidellaguerra.it/libia-eni-british-petroleum/

In Niger strage continua per malaria, fame e colera …È tra i 10 paesi più poveri al mondo, ma solo perché il loro Uranio, i loro Diamanti ed il loro Oro arricchiscono solo i Francesi che “controllano” la loro economia…

 

Niger

 

 

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In Niger strage continua per malaria, fame e colera …È tra i 10 paesi più poveri al mondo, ma solo perché il loro Uranio, i loro Diamanti ed il loro Oro arricchiscono solo i Francesi che “controllano” la loro economia…

 

In Niger, strage continua per malaria, fame e colera

Il colera sta colpendo duramente il Niger, il cui ministro della Sanità, Idi Illiassou, ha aggiornato ieri il numero di morti da luglio, salito ad almeno 68. Sono invece oltre 3.690 i casi di contagio della malattia, causata da ingestione di cibo o acqua contaminati. Altre fonti, soprattutto Medici Senza Frontiere, sostengono che i morti siano molti di più.
L’epidemia, diffusa inizialmente nella regione meridionale di Maradi, si è diffusa poi anche nelle regioni limitrofe di Tahoua, Zinder e Dosso.
Nella regione di Maradi, l’Unicef e l’Organizzazione mondiale della sanità hanno stimato che solo il 37% della popolazione ha accesso all’acqua potabile e solo il 10% ha accesso a strutture igienico-sanitarie di base.
Oltre al colera, la forte stagione delle piogge che va da giugno a settembre, ha consentito anche la diffusione della malaria, diventata in alcune zone una vera emergenza. A livello nazionale ci sono stati 1.360.000 casi di malaria, con 1.584 morti. Poi, la malnutrizione che come ogni anno fa strage di bambini sotto i 5 anni.
Il Niger è considerato uno dei paesi più poveri del mondo. Le statistiche lo raccontano così. E mentono!
Il Niger è il quarto produttore mondiale di uranio, una delle risorse strategiche del nostro mondo. Dovrebbe essere la piccola Svizzera africana, ma invece è dilaniato dalla miseria.
L’uranio è divenuta una maledizione. La guerra tra potenze per accaparrarselo ha provocato una lunga scia di colpi di stato e guerre civili. Un continuo bagno di sangue.
Oggi a detenere il controllo reale di questa risorsa è l’Areva, la multinazionale francese dell’energia. La Francia ha sempre mantenuto un controllo ferreo di questa “ex” colonia le cui materie prime le consentono di essere potenza nucleare e illuminare le sue strade e le sue case.
Il Niger,in cambio, riceve royalties da rapina. Un eterno 5% che costringe un intero popolo alla fame.

 

fonte: https://raiawadunia.com/in-niger-strage-continua-per-malaria-fame-e-colera/

Il TAV in Francia costa 90 milioni al km, in Spagna 10, in Giappone, zona altamente sismica, 9 milioni al km, in Italia invece arriva a costare fino a 450 milioni al km… Capirete perché, utile o no, a qualcuno sicuramente conviene farlo!

 

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Il TAV in Francia costa 90 milioni al km, in Spagna 10, in Giappone, zona altamente sismica, 9 milioni al km, in Italia invece arriva a costare fino a 450 milioni al km… Capirete perché, utile o no, a qualcuno sicuramente conviene farlo!

 

Lo sottolinea il rapporto sulla corruzione della Commissione europea: il prezzo “potrebbe essere una spia di cattiva gestione o irregolarità”

Tav: in Italia costa 61 milioni al chilometro, in Spagna 10, e in Giappone 9

Lo sottolinea il rapporto sulla corruzione della Commissione europea: il prezzo “potrebbe essere una spia di cattiva gestione o irregolarità”

Lo sottolinea il rapporto sulla corruzione della Commissione europea: il prezzo “potrebbe essere una spia di cattiva gestione o irregolarità”

Ci spiegheranno che è per via degli Appennini (famosi quelli tra Roma e Napoli) o per ragioni sismiche (quelle purtroppo ci sono sempre, mentre in Giappone il fenomeno è sconosciuto). Ci saranno ragioni tutte italiane mentre in Francia, in Spagna, o in Giappone si costruisce su vie ferroviarie naturali, tutte piatte e senza alcuna difficoltà. Ma il risultato da spiegare è come mai in Italia le ferrovie ad Alta velocità costano 61 (sessantuno) milioni al chilometro e in Giappone costa solo 9,8 milioni, in Spagna 9, 3 e in Francia 10,2.

Lo rileva un paragrafo del primo Rapporto della Commissione europea sulla corruzione nell’Unione, che vale la pena riportare integralmente: “L’alta velocità è tra le opere infrastrutturali più costose e criticate per gli elevati costi unitari rispetto a opere simili. Secondo gli studi, l’alta velocità in Italia è costata 47,3 milioni di euro al chilometro nel tratto Roma-Napoli, 74 milioni di euro tra Torino e Novara, 79,5 milioni di euro tra Novara e Milano e 96,4 milioni di euro tra Bologna e Firenze, contro gli appena 10,2 milioni di euro al chilometro della Parigi-Lione, i 9,8 milioni di euro della Madrid-Siviglia e i 9,3 milioni di euro della Tokyo-Osaka. In totale il costo medio dell’alta velocità in Italia è stimato a 61 milioni di euro al chilometro. Queste differenze di costo, di per sé poco probanti, possono rivelarsi però una spia, da verificare alla luce di altri indicatori, di un’eventuale cattiva gestione o di irregolarità delle gare per gli appalti pubblici”.

Da Eunews del 03.02.2014

 

Ma ecco la tabella aggiornata dei costo:

zzz 1

 

L’ing. Ivan Cicconi nel 2012 aveva già fatto molto bene i conti e scriveva, tra l’altro: Torino-Lione: il primato del costo al chilometro”

“Non è inoltre da sottovalutare il fatto che il prevedibile aumento complessivo dei costi, stante la ripartizione percentuale pattuita, la diversa lunghezza delle tratte ed il contributo del 40% europeo necessariamente fisso, si rifletterebbe in modo decisamente negativo per l’Italia.

Ipotizzando un aumento del solo 100% dei costi della intera galleria di base, cinque volte inferiore a quello registrato per la Torino-Milano, il costo a chilometro per l’Italia salirebbe da 235 a 628 milioni di euro al km, circa il 200% in più.”

Una profezia che si sta avverando: per l’Italia il costo al chilometro del tunnel è già di 450,3 milioni. La Francia, sempre a corto di soldi, dovrà pagare solo 91,9  milioni di km.  (Importi escluso il contributo UE).

fonte dati: http://www.presidioeuropa.net/blog/torino-lione-costi-aggiornati-al-2017-%E2%80%93-l%E2%80%99italia-pagherebbe-il-tunnel-2935-milioni-di-euro-%E2%80%93-mappa-progetto/

Chi è Kemi Seba: l’attivista che vuole liberare l’Africa ed è perseguitato dalla Francia

 

Kemi Seba

 

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Chi è Kemi Seba: l’attivista che vuole liberare l’Africa ed è perseguitato dalla Francia

 

Kemi Seba, un nome che in Italia dice poco o nulla ma che sta facendo, al tempo stesso, sperare gli africani e passare notti complicate alla Francia, ancora determinata a difendere con tutti i mezzi le sovrastrutture neo-coloniali con le quali continua a dominare le ex colonie dell’Africa nera. Un attivista giovane, di appena 35 anni, che vanta già quasi vent’anni di militanza, prima nella Nation of Islam, l’organizzazione che fu di Malcom X, e poi nel New Black Panthers Party.

Nato a Strasburgo, oggi vive in Senegal, dove nonostante gli ostacoli posti alla sua attività da parte del governo, continua a guadagnare consensi tra le masse, ispirate dalle sue teorie sul panafricanismo (ovvero l’unità che tutti i popoli africani devono avere nella ricerca della giustizia, del progresso e dell’indipendenza dalle potenze mondiali), l’autodeterminazione dei popoli e la necessità di una re-immigrazione, ovvero di convincere i tanti giovani neri emigrati nel mondo a rientrare in Africa per portare avanti la lotta.

Un leader carismatico che pone le sue basi teoriche nel nazionalismo africano e nell’antimperialismo, colpito da parte dei media da critiche di antisemitismo e razzismo verso i bianchi. Accuse pretestuose mosse verso un intellettuale d’azione, capace di vedere, soffrire e denunciare le violenze fisiche ed economiche prodotte da secoli nei confronti dell’Africa, degli africani e dei loro figli sfruttati nei sobborghi delle grandi città occidentali.

Ma non sono le sue idee in senso teorico a preoccupare tanto le élite, quanto una sua battaglia molto concreta, portata avanti da alcuni anni. Kemi Seba lotta infatti per l’abolizione del Franco CFA, ovvero la moneta imposta tutt’oggi dalla Francia a 14 ex colonie africane: Mali, Benin, Camerun, Costa d’Avorio, Ciad, Niger, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Congo, Gabon, Guinea-Bissau, Guinea Equatoriale, Senegal e Togo. Secondo Kemi Seba questa moneta, in vigore dalla fine della II guerra mondiale, è il mezzo principale attraverso il quale la potenza francese continua a soggiogare l’economia delle ex colonie.

In base agli accordi stipulati infatti, il valore del Franco CFA è ancorato a quello dell’euro, e quindi impedisce agli stati africani di svalutare la propria moneta per rilanciare l’economia e la produzione attraverso le esportazioni. Inoltre, tra i vicoli di adesione è prevista anche “la partecipazione delle autorità francesi nella definizione della politica monetaria della zona CFA”. Una pratica coloniale pura, ancora in vita a ormai mezzo secolo dalla fine formale del colonialismo.

Kemi Seba nelle sue denunce pubbliche contro il neocolonialismo si è spinto fino ad un atto simbolico, apparentemente di poco conto, ma prontamente utilizzato per fermarlo: ha bruciato una banconota da 5000 franchi CFA. La Francia ne ha chiesto l’arresto e il governo senegalese ha prontamente eseguito. Per questo Seba è stato rinchiuso e detenuto per diverse settimane, prima di essere rilasciato. La banconota bruciata è evidentemente solo un pretesto: il mezzo usato per fermare un uomo che lotta per cambiare il sistema che opprime il proprio continente. Come avvenne a Thomas Sankara, e tanti altri leader africani del passato diventati scomodi, le potenze mondiali cercheranno ancora di fermarlo. Di certo non si darà per vinto.

 

tratto da: http://www.dolcevitaonline.it/chi-e-kemi-seba-lattivista-che-vuole-liberare-lafrica-ed-e-perseguitato-dalla-francia/

 

Francia e Italia litigano sui migranti, ma di nascosto ne approfittano per negoziare sugli armamenti

 

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Francia e Italia litigano sui migranti, ma di nascosto ne approfittano per negoziare sugli armamenti

 

Francia e Italia litigano sui migranti e negoziano sugli armamenti

L’emergenza migranti e il caso della nave Aquarius respinta dall’Italia sono un’occasione per l’Europa per stanziare più fondi e per rilanciare l’industria degli armamenti

Di Roberto Ferrigno

L’episodio della nave Aquarius non poteva provocare una vera crisi tra Italia e Francia. Troppi, e troppo importanti, i temi del tavolo negoziale tra Roma e Parigi. Il vertice Macron-Conte dei giorni scorsi ha, infatti, restituito l’immagine di due governi allineati sull’argomento più mediatico ed utile alle necessità di politica interna di entrambi i leader: elaborare una nuova strategia UE di gestione dei migranti.

Non a caso, in coincidenza col vertice franco-italiano, la Commissione ha rilanciato la proposta di stanziare, per il periodo 2021-2027, 4,8 miliardi di euro per la sicurezza interna e 34,9 miliardi per la sicurezza dei confini esterni e la gestione dei migranti: il triplo dei fondi disponibili nel precedente settennato.

Inoltre, Frontex, l’Agenzia Europea per la Guardia Costiera e di Frontiera, dovrebbe ricevere 12 miliardi per arrivare a costituire, tra l’altro, una forza di 10mila uomini da dislocare lungo i confini marittimi e terrestri dell’UE. Rimane da vedere se questo aumento spettacolare dei fondi proposto per il prossimo budget UE servirà a sbloccare la paralisi sulla questione migranti che sta minando anche gli equilibri politici interni della Germania.

Un assist per l’industria bellica

La scelta italiana di respingere la nave Aquarius ha reso evidente quanto ipocrisia, sotterfugi e passività abbiano minato la solidità e credibilità dell’UE. Ma la risposta sarà un giro di vite securitario e repressivo a cui si accompagna il rilancio dell’industria degli armamenti. Infatti, insieme al pacchetto su sicurezza e migranti, la Commissione ha ufficializzato il lancio dello European Defense Fund (EDF), con un finanziamento di 13 miliardi – che arriverebbe a 40 miliardi con le contribuzioni nazionali – teso a favorire lo sviluppo di tecnologie e sistemi di punta nel campo della difesa, quali droni e strumenti di cyberwarfare.

Il fondo finanzierà esclusivamente “progetti collaborativi” presentati da almeno tre Stati membri. La Commissione ha anche lanciato l’iniziativa “European Peace Facility” con l’obbiettivo di organizzare e coordinare missioni militari all’estero e, soprattutto, di costituire il punto di vendita a Paesi extra-UE per i sistemi di armamento e tecnologie militari sviluppati dall’EDF.

Ue: nuovo polo di vendita armamenti

La Commissione punta a fare dell’UE un polo di sviluppo e vendita di armamenti che, pur coordinato con la NATO, sia in grado di rivaleggiare con USA, Russia e Cina. Francia, Germania e Italia sono già a ridosso dei tre maggiori produttori mondiali degli armamenti. L’EDF rappresenta, dunque, un’ottima opportunità per Parigi e Roma di porsi come leader europei.

Con l’attenzione dei media rivolta al caso Aquarius, le delicate trattative per un apparentamento dell’industria degli armamenti franco-italiana nell’ambito della svolta securitario-militare dell’UE, possono procedere indisturbate.

Una tappa importante è rappresentata dalla partnership franco-italiana nel campo delle costruzioni navali. Fincantieri, dopo un lungo e tortuoso negoziato, si è già assicurata la proprietà del 50% dei cantieri STX di Saint-Nazaire, specializzati nella costruzione di grandi unità militari. Le parti ora stanno discutendo un’accresciuta integrazione delle capacità militari marittime che si dovrebbe realizzare attraverso un percorso di partecipazioni incrociate tra Fincantieri ed un’altra azienda, Naval Group, il cui 62,9% è detenuto dallo Stato, che dovrebbero aumentare in base all’elaborazione di programmi comuni.

La collaborazione tra questi due gruppi si è recentemente concretizzata in un ricco contratto comune per la marina militare del Canada, la quale per 47 miliardi comprerà fino a 15 fregate, le cui dotazioni di sistemi elettronici verranno fornite dal tandem Thales-Leonardo. Thales è proprietaria del 35% di Naval Group ed ha la quota maggioritaria nel gruppo Thales Alenia Space, con Leonardo in possesso del 33%.

La progressiva integrazione di Fincantieri, di cui lo Stato italiano possiede il 71,64%, con il settore navale francese potrebbe preludere ad un ulteriore “avvicinamento” tra Leonardo e Thales, due tra le maggiori aziende europee di armamenti e sistemi di difesa.

Il mercato degli armamenti dell’UE vale, per ora, circa 100 miliardi. Ma quello mondiale supera il 1.700 miliardi.

Il negoziato franco-italiano sulla creazione di un possibile polo tricolore degli armamenti, gestito direttamente dai massimi vertici governativi, prosegue dunque in grande discrezione, con la prospettiva di poter arrivare a qualche annuncio importante entro il 2018.

In una situazione dove l’enfasi della difesa degli interessi e delle frontiere nazionali domina il dibattito politico in seno all’UE, sembra proprio che le migliori prospettive di integrazione e solidarietà europea siano quelle dell’industria degli armamenti.

fonte: https://valori.it/francia-e-italia-litigano-sui-migranti-e-negoziano-sugli-armamenti/

 

 

La faccia di bronzo di Macron: “La Francia non deve prendere lezioni da nessuno” – “cooperazione significa responsabilità di ciascuno a partecipare e a condividere il carico”. Ma al fondo Ue per l’Africa la Francia versa 9 milioni, noi 102…!

 

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La faccia di bronzo di Macron:  “La Francia non deve prendere lezioni da nessuno” – “cooperazione significa responsabilità di ciascuno a partecipare e a condividere il carico”. Ma al fondo Ue per l’Africa la Francia versa 9 milioni, noi 102…!

 

La solidarietà di Macron: al fondo Ue per l’Africa versa 9 milioni (noi 102)

Lezione di umanità: «Non scordiamo chi siamo» Ma dalla Francia contributo minimo all’Unione

«La Francia non deve prendere lezioni da nessuno». Il presidente francese ieri è salito di nuovo in cattedra, spiegando che «cooperazione significa responsabilità di ciascuno a partecipare e a condividere il carico».

Le cose sono due: o Macron non conosce i numeri oppure sta ciurlando nel manico a spese non solo dell’Italia, ma di tutta Europa. Perché, come sottolineava sei mesi fa il sito Open Migration la Francia ha scelto di versare solo la cifra minima per finanziare i programmi legati al controllo delle frontiere e alla gestione delle migrazioni. All’opposto di Italia e Germania, primo e secondo contribuente.

Si tratta del cosiddetto Trust Fund per l’Africa presentato al vertice sulle migrazioni della Valletta nel novembre 2015 dai capi di Stato e di governo dell’Ue con i principali Paesi africani coinvolti nei flussi. Nato per contrastare «le cause profonde dell’immigrazione irregolare e dello sfollamento di persone in Africa, promuovendo opportunità economiche e rafforzando la sicurezza», il Fondo è diventato in due anni e mezzo uno strumento chiave, almeno potenzialmente, della politica europea in Africa. I 24 Paesi africani beneficiari sono: 13 nel Sahel (Burkina Faso, Camerun, Ciad, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal), 9 nel Corno d’Africa (Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Tanzania e Uganda), e 5 in Nordafrica (Algeria, Egitto, Libia, Marocco e Tunisia).

L’Italia, con 102 milioni di euro, è il primo contribuente a livello europeo, ricorda Open Migration, seguita da Germania (54 milioni) e Olanda (26 milioni). Slovenia, Bulgaria, Lettonia e Lituania avrebbero versato poco più di 50 mila euro, mentre «la maggior parte dei governi, come quello francese, ha scelto di corrispondere 3 milioni di euro, la cifra minima per sedere nel Trust Fund Board che definisce le linee generali per l’assegnazione dei contributi» Idem Spagna e Svezia.

«Dobbiamo proteggere le frontiere lavorando sulla procedura di asilo e fare accordi per rendere più efficace il sistema», ripete Macron. Ma a due anni e mezzo dal lancio del Fondo fiduciario per l’Africa, c’è chi ha fatto la sua parte e chi invece fa finta che questo strumento quasi non esista. Al presidente francese farebbe bene esserne informato. Almeno al pari dei sondaggi che lo vedono in piena crisi di popolarità in Francia, costringendo l’Eliseo ad alzare i toni contro l’Italia giallo-verde per recuperare consensi in patria.

Nella rilevazione mensile Ifop-JDD, Macron è sceso di un ulteriore punto: dal 41% dei «soddisfatti» di maggio al 40% di giugno, toccando il suo minimo storico. Anche il premier Edouard Philippe (che nei giorni scorsi ha dato manforte alle dichiarazioni di Macron contro l’Italia) è calato dal 45% al 42%. Entrambi perdono le simpatie della sinistra che aveva sostenuto il movimento En Marche!.

L’ultimo comunicato europeo del 29 maggio spiega invece che la cifra investita dal Trust Fund per il Nordafrica è salita a 335 milioni. Ma non per merito della Francia. Oltre il 95% delle risorse provengono infatti dal Fondo Europeo per lo sviluppo (80%) e da altre voci del bilancio comunitario, tra cui Cooperazione (Devco), politiche di vicinato (DG Near) e affari interni (DG Home). Ciò ha permesso l’evacuazione di 1.287 rifugiati dalla Libia in Niger e «l’aiuto a 22 mila migranti bloccati lungo le rotte a tornare nel proprio Paese, dove riceveranno un sostegno al reinserimento». Anziché dar lezioni, i francesi potrebbero far la loro parte.

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/politica/solidariet-macron-fondo-ue-lafrica-versa-9-milioni-noi-102-1544606.html

Avete idea di cos’era l’Italia, quando aveva la Montedison? – Ecco come gli sciacalli della politica hanno distrutto un colosso che oggi ci avrebbe dato un milione di posti lavoro in più!

 

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Avete idea di cos’era l’Italia, quando aveva la Montedison? – Ecco come gli sciacalli della politica hanno distrutto un colosso che oggi ci avrebbe dato un milione di posti lavoro in più!

 

Avete idea di cos’era l’Italia, quando aveva la Montedison?

Probabilmente ci sarebbero un milione di posti lavoro in più in Italia, se non fosse stata “suicidata” la Montedison di Raul Gardini. Era il primo gruppo industriale privato italiano, ricorda Mitt Dolcino: la Fiat, all’epoca, era ben lontana dalle vette dei grandi gruppi di Stato come Eni, Stet (Telecom), Enel e forse la stessa Sme (agroindustriale). «Oggi che si è insediato il primo governo eletto non a seguito di influenze esterne – inclusa l’ingerenza della magistratura (ossia Tangentopoli) – dobbiamo ragionare freddamente su cosa successe veramente con Raul Gardini», scrive Dolcino su “Scenari Economici”. «La situazione oggi è talmente grave che qui ci giochiamo l’italianità». Infatti non è un caso – aggiunge l’analista – che Montedison alla fine fu conquistata e spolpata proprio dai francesi, guardacaso gli stessi che, secondo il giudice Rosario Priore, attentarono alla sovranità italiana durante “l’incidente” di Ustica, e che oggi «sembrano distribuire la Legion d’Onore ad ogni notabile italiano che va contro gli interessi del Belpaese». Caduto il Muro di Berlino, di fatto, l’Italia perse la protezione degli Usa. «E l’Europa, la stessa che oggi ci bastona, organizzò il banchetto dato dalle privatizzazioni italiane a saldo (con Draghi, che casualmente fece una fulgida carriera, ad organizzare il piano sul Britannia)».

Oggi come allora, per impossessarsi dei beni pregiati del paese, secondo Dolcino vengono utilizzati «pochi cooptati locali, foraggiati con carriere e soldi affinché tradiscano gli interessi nazionali». Impressionante l’elenco delle privatizzazioni – record mondiale – realizzate dall’Italia negli anni ‘90, quando tra Bankitalia e Palazzo Chigi si alternarono Draghi, Ciampi, Prodi, Amato e D’Alema. Motta e Alemagna finite a Nestlè, Gs a Carrefour, Telecom alla famiglia Agnelli (poi a Pirelli e Benetton, quindi a Telefonica). Benetton acquisì anche Autogrill e Autostrade per l’Italia, mentre finirono privatizzate al 70% sia Eni che Enel. Quindi la finanza: il Credito Italiano al gruppo Unicredit, Bnl a Bnp Paribas, la Banca Commerciale Italiana a Intesa Sanpaolo, senza contare il Banco di Roma (Unicredit) e l’Imi (Intesa). Idem l’industria: l’Alfa Romeo alla Fiat e Finsider all’Ilva, mentre lo Stato (gruppo Iri) ha ceduto ad aziende private il 70% di Finmeccanica. Sempre per un obietto che Dolcino considera di fatto neo-coloniale, l’Italia è diventata il laboratorio anticipatore di importanti, sinistri trend futuri: «Dalla strategia della tensione (pensate che oggi gli attentati “islamici” e affini nel mondo occidentale vengono riferiti della stampa specializzata utilizzando un nome che in Italia conosciamo bene, Gladio II) all’uso distorto della magistratura per fini politici, che oggi vediamo negli Usa contro Trump».

Di mezzo c’è stato anche il berlusconismo, «con un businessman non-politico diventato capo del governo», nonché la trattativa Stato-mafia, «con la mafia (italoamericana) che avrebbe voluto sostituirsi con George Bush al potere alla rappresentanza ufficiale Usa in un’Italia in via di smantellamento post-caduta del Muro». Ma anche i cosiddetti populismi di oggi sono ormai “made in Italy”, dato che il nostro è il primo paese europeo «dove guardacaso è arrivato al potere un governo in gran parte slegato dagli interessi tradizionali, oltre che davvero vicino alle esigenze di una cittadinanza giunta ormai allo stremo». Per Dolcino, in ogni caso, il discrimine emblematico tra l’Italia prospera e relativamente sovrana della Prima Repubblica e la post-Italia “euroschiava” della Seconda resta la morte di Raul Gardini, frettolosamente archiviata come suicidio. Fu invece omicidio, secondo il magistrato Mario Almerighi, autore del saggio “Suicidi”, edito dall’università La Sapienza. Se il patron della Montedison non fosse stato assassinato, scrive Dolcino, evocando un’altra morte in apparenza accidentale, quella di Enrico Mattei, oggi l’Italia sarebbe un paese molto più forte.

Da capogiro la ricognizione che Dolcino compie sull’allora pianeta Montedison, vera e propria galassia industriale di prima grandezza a livello mondiale. Probabilmente, scrive l’analista, oggi Montedison sarebbe ancora il leader agroindustriale europeo, con Eridania Beghin Say accanto al gruppo Ferruzzi, leader mondiale nella soia. Montedison sarebbe anche un attore primario nel settore cemento grazie a Calcestruzzi, un leader petrolifero verde con il biodiesel Enimont e un protagonista nell’industria della plastica e della chimica: ad esempio con Ausimont, produttrice di fluoro, e con Himont, attuale leader mondiale del polipropilene, “erede” del Premio Nobel Giulio Natta. E non è tutto: la stessa Montedison sarebbe un rilevante produttore di medicinali (Carlo Erba, Farmitalia, Antibioticos), un leader europeo nei fertilizzanti (Agrimont) e un leader mondiale nella bio-plastica (Novamont). Ancora: il gruppo che fu di Gardini sarebbe un primario attore della cantieristica (grazie all’expertise del Moro di Venezia), un grande operatore telefonico (EdisonTel), un protagomnista del settore elettrico e del gas (Edison), un primario operatore assicurativo (La Fondiaria) e dei servizi finanziari (Agos) e infine un leader europeo nelle fibre sintetiche (Montefibre).

«Un colosso in grado di occupare circa un milione di persone con l’indotto». Invece fu svenduto, a partire dalla morte del “Contadino” e al coma pluriannuale che ne seguì: «Uccisero la “testa” e lasciarono un bellissimo aereo senza pilota, affinché si schiantasse e fosse venduto a prezzo di saldo – grazie ad una tangente percepita da un magistrato di Milano – a quelli che facilmente organizzarono la morte di Gardini». Chi ha perso, in tutto questo scempio immane, «sono i lavoratori italiani, oltre allo Stato in termini di tasse», scrive Dolcino. «Le aziende vendute dai “pontieri” italiani cooptati che organizzarono l’acquisto di Montedison», ossia il gruppo Fiat, «furono di norma sfasciate, ad eccezione di Edison che venne conquistata e riempita di manager di Stato francesi, visto che Edf di fatto rappresenta il ministero della difesa d’oltralpe». In sostanza: «Vennero bruciati occupazione e utili in Italia, a favore di valore portato all’estero». Vale anche per Edison, il cui cuore – ossia il trading  – è stato spostato tra Parigi e Londra. Che fare? «La verità è che prima di tutto bisogna mettere in sicurezza il sistema da altri attacchi esterni», sottolinea Dolcino, pensando alla decapitazione di Montedison, pilotata a colpi di tangenti.

Lo stesso Dolcino ricorda che l’azienda «fallì in modo non dovuto – e dunque venne acquisita dai francesi – grazie ad una tangente pagata ad un giudice e a sua moglie, che mai risposero civilmente per i danni civili arrecati». Il giudice era Diego Curtò, marito di Antonia Di Pietro. Una volta in carcere, ammise di aver interferito nella crisi Enimont grazie a montagne di soldi che gli furono versati su conti svizzeri e panamensi. Una tangente «la cui genesi mai è stata ben spiegata», osserva Dolcino: «Forse bisognava solo guardare al lato di coloro che poi hanno acquisito il gruppo». Al momento della “resa” alla Francia, scrive Dolcino, il famoso pm di Mani Pulite e il capo dei legali di Edf «avevano lo stesso cognome ed erano cugini: un caso del destino che fa pensare». Per questo, sempre Dolcino ritiene «impellente» la riforma della magistratura italiana, «non tanto per difendere Berlusconi o i politici in genere, quanto per preservare il paese nella sua interezza». Operazione forse finalmente possibile oggi, visto che «abbiamo l’occasione di poter discutere con il dominus Usa una riallocazione delle sfere di influenza – in forza della sfida mossa a Washington dall’Ue franco-tedesca per sostituirsi al dominus americano nel Vecchio Continente». Uno scontro tellurico tra Usa ed Europa «come non succedeva dai tempi della guerra fredda».

Stop, dice Dolcino, alla magistratura che fa politica, lasciando che si usino le indagini «come macchina del fango per rovinare chi non si riesce a incriminare». Dolcino cita gli auspici di Govanni Falcone e Giuseppe Pignatone, nel dare il benvenuto al giudice Davigo in funzioni di governo: «Sono certo che capirà l’urgenza dei correttivi». Messo in sicurezza il sistema, sarà urgente fare occupazione, con utili e tasse riportate in Italia. «In particolare bisognerà creare un ambiente consono alla crescita delle imprese, abbassando le tasse». Servono anche decise spallate, «ad esempio facendo rientrare le aziende che hanno (forzatamente) delocalizzato in paesi Ue». Pragmatismo: «Meglio prendere solo il 7% di tasse dalle aziende che rientrano dal Lussemburgo, creando indotto locale, che non prendere nulla». Avvertenza: «La speranza del rientro dei cervelli senza il rientro delle aziende è un’utopia che solo la sinistra più becera e corrotta può alimentare». Serve un’alta scuola statale di amministrazione, come quella francese. E serve una diga per proteggere le aziende rimaste dal rischio-acquisizioni. Occorre un fondo statale per le piccole e medie imprese, e un sistema universitario per la promozione dei brevetti, in tandem con le aziende. «A voler fare cose serie – conclude Dolcino – l’Italia non ha paura di nessuno, basta volerlo. Siamo ancora capaci di esprimere grandi competenze», anche se i veri leader dell’italianità – come Gardini – sono stati uccisi. Rinascere è possibile, «ma dobbiamo crederci: oggi forse è l’ultima occasione».

 

tratto da: http://www.libreidee.org/2018/06/avete-idea-di-cosera-litalia-quando-aveva-la-montedison/

Tutta la verità sulla nave Aquarius e sul gioco sporco delle Ong e di chi lucra sulla pelle dei migranti.

 

Aquarius

 

 

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Tutta la verità sulla nave Aquarius e sul gioco sporco delle Ong e di chi lucra sulla pelle dei migranti.

 

 

Dopo una sosta strategica e non programmata a Catania per decidere sul da farsi, venerdì 8 giugno l’Aquarius di Sos Mediterranee fa rotta – annunciandolo sui social network come routine per informare forse gli interessati – verso le coste della Libia.

Nella notte tra sabato e domenica Sos Mediterranee, con personale medico di Medici Senza Frontiere nel team, imbarca 629 migranti, andando curiosamente proprio sul luogo dove sono presenti i “gommoni della morte” ancora non soccorsi dalle altre navi militari presenti.

Una breve osservazione: dalla nomina del nuovo governo di Giuseppe Conte, dalle coste libiche sono partiti quantitativi di gommoni di migranti come non succedeva dal 2017, ovvero prima dell’accordo Italia-Libia e dell’introduzione del Codice di condotta delle Ong di Minniti. Quest’ultimo ha voluto il ritiro di tre Ong (Moas, Save The Children e Medici Senza Frontiere) dalle missioni nel Mediterraneo. L’aumento delle partenze potrebbe essere stato determinato da due ragioni: sicuramente dalle carenze dei fondi, promessi dal governo Gentiloni ma inviati in quantità decisamente ridotte, per la Guardia costiera libica(mancanza di carburante e pezzi di ricambio delle motovedette), che hanno causato una limitata attività di pattugliamento delle acque di loro competenza, e forse da un tacito e purtroppo non provabile accordo tra i trafficanti e le Ong allo scopo di sfidare il nuovo esecutivo e il Viminale in primis.

Torniamo alla Aquarius: dopo aver imbarcato i 629 migranti in acque internazionali, domenica mattina la nave della Ong punta la prua verso nord senza aver precedentemente richiesto l’autorizzazione allo sbarco in Italia all’Mrcc di Roma (centro coordinamento soccorsi marittimi della Guardia costiera in capo al ministero dei Trasporti), dando per scontata la risposta affermativa. Nel pomeriggio arriva il comunicato del ministro Matteo Salvini: “I porti italiani sono chiusi per le Ong”, e chiede a Malta, per una volta, di farsi carico dei migranti a bordo della Aquarius. La risposta di Joseph Muscat, premier maltese, è quasi immediata: “Malta non ha nessun tipo di competenza e responsabilità sulla nave Aquarius”.

Nel frattempo, iniziano le pressioni sul nostro governo: la prima è Unhcr Italia (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, che ha regalato all’Italia Laura Boldrini).

È tarda sera, quando l’Mrcc di Roma ordina alla Aquarius, ormai al largo di Malta, di fermarsi immediatamente e di aspettare istruzioni. La decisione è stata presa di concerto dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini, e da quello dei Trasporti, Danilo Toninelli. Due motovedette della Guardia costiera italiana vengono inviate alla Aquarius con personale medico per offrire un primo soccorso, anche se a bordo non ci sono casi di emergenza.

Quasi contemporaneamente, il premier maltese Joseph Muscat pubblica un post su Twitter di condanna all’Italia: “Siamo preoccupati per le indicazioni delle autorità italiane date alla Aquarius in mare. Manifestamente vanno contro le regole internazionali, e rischiano di creare una situazione pericolosa per tutti coloro che sono coinvolti”.

Paradossale per chi come Malta, dalla comparsa delle Ong, si è completamente disinteressata delle vicende del flusso migratorio dalla Libia e dalla Tunisia, negando qualsiasi tipo di supporto umanitario. Non sembra infatti una coincidenza che la prima Ong che iniziò a traghettare i migranti in Italia nel 2014 fosse propria il Moas, Ong con sede a La Valletta e barca finanziata dall’organizzazione Avaaz fondata da George Soros[1].

L’Aquarius passa la domenica notte al largo delle acque territoriali maltesi, raggiunta dalle motovedette della nostra Guardia costiera con personale medico e generi di prima necessità. La battaglia tra i sostenitori del business dell’immigrazione irregolare, che imbracciano come armi i migranti a bordo dell’Aquarius, e il nuovo governo italiano ormai è scoppiata. Danilo Toninelli, ministro dei Trasporti, rispondendo alle accuse di chi sostiene che il governo “vuole far affogare i bambini” e al maltese Muscat, su Twitter dichiara: “È necessario, stavolta, che tutti comprendano che il diritto internazionale non può prevedere un’Italia abbandonata a se stessa. Noi salveremo sempre le vite umane, ma Malta è la spia di un’Europa che deve cambiare”.

Non poteva mancare il commento sui social network del Cardinale Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura: “Ero straniero e non mi avete accolto (Mt 25,43) #Aquarius”, che forse consapevolmente cita il passo del Vangelo che dà il nome alla campagna per favorire l’immigrazione lanciata dai Radicali di Emma Bonino[2], da diverse associazioni finanziate da George Soros e, ovviamente, dalla Fondazione Migrantes[3]della Cei (Conferenza Episcopale Italiana).

Arrivano le prime dichiarazioni dall’Europa: Natasha Bertaud, portavoce della Commissione Europea per la Migrazione afferma che “la situazione della nave Aquarius è regolata dal diritto internazionale e non è competenza della Commissione interpretare la legge. Ma la situazione è tutto tranne che chiara. Secondo il diritto internazionale, la decisione sul luogo in cui una nave dovrebbe sbarcare spetta al Paese che coordina l’operazione di salvataggio, ma non precisa se deve essere nello stesso Paese“. Alle due di lunedì pomeriggio, Pedro Sanchez, neo primo ministro spagnolo, annuncia che il suo Paese autorizzerà lo sbarco a Valencia dei 629 migranti a bordo della Aquarius. Nel frattempo, il ministro Salvini propone a Sos Mediterranee di trasbordare su navi italiane le donne e i bambini che si trovano sulla Aquarius. La Ong sembra prendere tempo, non rispondendo né all’offerta di Madrid né a quella del Viminale. Medici Senza Frontiere, a bordo della Aquarius, alle 20 circa risponde tergiversando: “Conferma che le autorità italiane hanno offerto di evacuare le donne incinta e hanno chiesto informazioni sui minori a bordo. MSF ha risposto fornendo dettagli sui casi vulnerabili e sta comunicando con le autorità italiane per individuare la migliore soluzione per queste persone”. Al termine del vertice organizzato a palazzo Chigi, Matteo Salvini risponde alle domande dei cronisti e dichiara che ha organizzato una missione in Libia per consolidare l’accordo con le autorità di Tripoli entro la fine del mese, e che la chiusura dei porti italiani varrà per tutte le navi delle organizzazioni private. Sos Mediterranee e Medici Senza Frontiere continuano a tergiversare sulla pelle delle 629 persone a bordo e ad accampare una serie di improbabili giustificazioni riguardo alla proposta di Sanchez sullo sbarco a Valencia.

Situazione paradossale che potrebbe far pensare ad una sorta di premio che la Ong riceve da qualcuno interessato al business dell’accoglienza per traghettare i migranti in Italia.

Martedì mattina all’alba arriva la decisione congiunta dei ministri Salvini e Toninelli: l’Italia fornirà una scorta alla Aquarius (la nave Diciotti della Guardia costiera italiana e la nave Orione della Marina Militare) e il connesso trasferimento di una parte dei migranti. Le tre navi, concluse le operazioni preliminari, faranno poi rotta su Valencia. La scelta di imporre una scorta, se ci pensate bene, non è casuale. I migranti morti sono sempre stati materiale di propaganda per le Ong. Nonostante gli ordini ufficiali impartiti dall’Mrcc di Roma, Sos Mediterranee e Medici Senza Frontiere continuano a manifestare la propria ritrosia, insistendo sullo sbarco dei migranti in un porto vicino, ovviamente italiano.

Il governo italiano è inamovibile: la navi italiane, Diciotti e Orione, arrivano al largo di Malta e procedono al trasbordo di 524 migranti, lasciandone 105 sulla Aquarius. Alle 20 circa di martedì, le tre navi fanno rotta sul porto di Valencia.

Ma le polemiche a livello istituzionale non terminano con la partenza della Aquarius. Il portavoce del partito En Marche del presidente francese Emmanuel Macron, Gabriel Attal, definisce la posizione del Governo italiano sul caso Aquarius “vomitevole”. Questa uscita a dir poco infelice, fatta da chi ha blindato per anni i propri confini marittimi e terrestri, ha dunque spinto il premier Giuseppe Conte ad annullare la visita a Parigi e ha suscitato una dura replica via social network del ministro Toninelli. Forse Monsieur le Président Macron non era stato messo al corrente che in Italia era stato nominato un nuovo governo?

Una chiamata di Macron a Conte di giovedì mattina sembra aver fatto rientrare la crisi diplomatica. Con una nota dell’Eliseo, il presidente francese dichiara: “Mai fatto dichiarazioni con l’obiettivo di offendere il popolo italiano” e il premier italiano a distanza risponde: “Il caso è chiuso, ora bisogna cambiare il trattato di Dublino. La soluzione della questione immigrazione non può essere demandata solo all’Italia. Ne parleremo nell’incontro di domani”. Dopo Unhcr Italia, interviene nel dibattito anche Iom (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) tramite il suo portavoce italiano, Flavio Di Giacomo, che sentenzia in un tweet: “L’instancabile lavoro di salvataggio delle ONG in mare dovrebbe continuare senza ostacoli in conformità con la legge internazionale e marittima. E la nobile assistenza umanitaria che stanno fornendo non dovrebbe essere confusa con il contrabbando e la tratta” e che in Italia non esiste “nessuna invasione” di immigrati. Possiamo ipotizzare che il signor Di Giacomo non risieda in Italia, dove ricordiamo sono presenti 600mila immigrati clandestini (stima ottimistica).

Il caso Aquarius è emblematico e rappresenta una positiva svolta per il nostro Paese: dopo 7 anni di “maggiordomismo servizievole e masochistico” nei confronti dell’Europa, di altri Stati, di agenzie della Nazioni Unite e, perfino, di organizzazioni private, l’Italia ha finalmente alzato la testa. Questo è un primo passetto verso la riconquista della nostra sovranità.

Francesca Totolo

[1] Avaaz, l’Ong fondata da Soros che finanzia immigrazione e propaganda anti Assad (Parte 2): https://www.ilprimatonazionale.it/politica/avaaz-long-fondata-da-soros-che-finanzia-immigrazione-propaganda-anti-assad-parte-2-81589/

[2] Ero Straniero – L’umanità che fa bene: https://www.radicali.it/campagne/immigrazione/

[3] Così le associazioni cattoliche e la sinistra si spartiscono il business dell’immigrazione (prima parte): https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/cosi-le-associazioni-cattoliche-e-la-sinistra-si-spartiscono-il-business-dellimmigrazione-prima-parte-84581/

L’articolo Così l’Aquarius ha svelato il gioco sporco delle Ong proviene da Il Primato Nazionale.

Vomitevole? Rinfreschiamo la memoria alle carogne d’oltralpe: 17 Ottobre 1961, il massacro di Parigi – La nuit oubliée – la notte che i francesi cercano di nascondere… rastrellamento e violenza su 15.000 persone, in 300 furono assassinati e gettati nella Senna. La loro colpa? Erano Algerini!

 

Parigi

 

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Vomitevole? Rinfreschiamo la memoria alle carogne d’oltralpe: 17 Ottobre 1961, il massacro di Parigi – La nuit oubliée – la notte che i francesi cercano di nascondere… rastrellamento e violenza su 15.000 persone, in 300 furono assassinati e gettati nella Senna. La loro colpa? Erano Algerini!

 

Vomitevole? A noi? Rinfreschiamo un po’ la memoria alle carogne d’oltralpe con uno dei tanti episodi che tentano di nascondere e che forse dimenticano quando aprono bocca per offendere gli altri…

Gli stessi francesi la chiamano La nuit oubliée –Si tratta del massacro di centinaia di Algerini che volevano manifestare pacificamente per il centro di Parigi chiedendo l’indipendenza del loro Paese.
Siamo nel 1961, in piena guerra d’Algeria e la risposta della Francia colonialista è terribile: centinaia di morti, molti scomparsi, corpi gettati dai flics nella Senna… E poi il silenzio, l’oblio e la rimozione.

Si tratta della più grande mattanza consumatasi nella Francia metropolitana dal 1945 in poi. In Francia pochi sanno cosa è accaduto quel giorno.

Una breve sintesi dei fatti: in Francia nel ’61 la crisi della guerra d’Algeria scuoteva il governo di De Gaulle, nello stesso periodo avvenivano massacri e torture sistematici in Algeria mentre si avviavano i primi contatti per la negozazione tra la Francia e FLN dell’indipendenza algerina.

A Parigi ci sono stati diversi attentati conto poliziotti che organizzavano rafles (termine per indicare brutali retate in stile di quelle contro gli ebrei durante il regime di Vichy) selvagge contro i nordafricani, maltrattati e che subivano un pesante razzismo.

Nello stesso tempo si è attivata un’organizzazione di esterma destra armata, l’OAS (Organisation Armée Sècrete) apertamente ostile ad ogni forma di negoziato sull’Algeria, che è arrivata a fare un attentato a De Gaulle, un tentato colpo di stato e diversi omicidi. Questa formazione nazionalista (l’Algeria fa parte della Francia, è Francia all’epoca) è apertamente razzista e conta su un forte appoggio tra le forze armate e quelle di polizia.

In questo clima estremamente teso alcuni flics, certi dell’impunità, compiono dei sequestri e uccisioni di Algerini. Nei mesi di settembre e ottobre 1961 i casi di cadaveri massacrati sconoscuiti ritrovati nella Senna o nei boschi vicino Parigi aumenta in maniera esponenziale.

La situazione è esplosiva e il prefetto di Parigi, tal Maurice Papon, prefetto di Lille e collaboratore dei nazisti durante la seconda guerra mondiale, ordina il 5 ottobre il coprifuoco per tutti gli Algerini. E’ solo l’ultimo di atti razzisti e criminali contro la popolazione Algerina. L’ Fln, profondamente radicato nel territorio, (un’organizzazione militare che esigeva il pagamento di contributi da tutti gli Algerini in Francia) per dimostrare la propria forza e il proprio seguito in un momento cruciale dei negoziati lancia una manifestazione di tutti gli Algerini (tutti nel senso che chi non andava era considerato un disertore, sebbene la gran parte fosse d’accordo con loro) in centro a Parigi contro il coprifuoco. Una manifestazione imponente e pacifica per mostrare la tenacia della lotta per l’indipendenza e contro il colonialismo Francese. Per il governo Francese la manifestazione era un atto di guerra di un gruppo terroristico sul suolo della capitale della Francia metropolitana.

Viene data carta bianca al prefetto Papon per reprimere la manifestazione che deve essere impedita.

Quella sera oltre 15.000 Algerini vengono arrestati in rastrellamenti su tutta Parigi e portati in centri di detenzione che diventano macellerie. Laddove si forma un abbozzo di corteo la polizia apre il fuoco su manifestanti disarmati e spacca teste con i suoi manici di piccone lunghi oltre 1 metro. I morti sono immediatamente moltissimi. In centro a Parigi vicino a Ponte Saint Michel, nel quartiere dove vivono centinaia di Algerini si forma un corteo che viene attaccato dai flics.

La scena, descritta da testimoni, è raccappriciante: sotto le finestre della Prefettura di Parigi, gli Algerini vengono massacrati, decine di corpi di morti o moribondi vengono lanciati nella Senna dal Ponte, i rimanenti vengono portati nella corte della Prefettura e picchiati ancora e ancora (alcuni dicono di 50 morti solo in quel luogo). Nei centri di concentramento le botte vanno avanti per oltre 2 giorni senza la presenza di occhi indiscreti, poi ci sono le espulsioni di massa in Algeria.

Decine e decine di Algerini “sono scomparsi”, cadaveri riaffiorano a decine dalla Senna nei giorni successivi.

La polizia comunica alla stampa di essere stata attaccata da persone armate e che si è difesa causando 2 morti (poi diventati 3) e diversi feriti. La stampa salvo rarissime eccezzioni (la rivista di Sartre e Testimonianza Cristiana) ci crede, su quella giornata cade il silenzio e l’oblio.

Per apptofondire:

 

Olivier Lambert, réalisateur: “Le 17 octobre 1961 reste un épisode méconnu en Algérie”