Di Maio con l’attacco al franco CFA che arricchisce i francesi ma affama gli Africani ha toccato un tasto troppo pericoloso, un tasto che nessuno mai ha avuto il coraggio di toccare – Dati gli interessi in gioco, la storia insegna, rischia la vita…!

 

Di Maio

 

 

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Di Maio con l’attacco al franco CFA che arricchisce i francesi ma affama gli Africani ha toccato un tasto troppo pericoloso, un tasto che nessuno mai ha avuto il coraggio di toccare – Dati gli interessi in gioco, la storia insegna, rischia la vita…!

Caso diplomatico con Francia per le esternazioni di Di Maio e Di Battista sul “franco coloniale”? …Il fatto è che la verità brucia… Hanno detto quello che i politici non hanno mai avuto il coraggio di dire: la Francia continua a mantenere un ferreo controllo sulle “ex” colonie impoverendole e sfruttando le loro risorse…!

Di Maio e il franco CFA, Pino Cabras (M5S): ‘Dati gli interessi in gioco, è perfino un atto di coraggio fisico’

“Più volte in questi ultimi mesi ho parlato di un grande argomento tabù: il peso del Franco CFA nel perpetuare un’economia svantaggiosa per i paesi francofoni che adottano quella moneta e vantaggiosa per il patron neocoloniale, la Francia. A dicembre ne ho parlato anche nella tana del lupo, a Parigi, in occasione di una conferenza sul Sahel. Le tragedie in mare sono una fase terminale drammatica ma a suo modo macabramente marginale di un enorme problema che le origina, in paesi segnati dalla povertà, dalle guerre, dall’insicurezza e dall’instabilità per milioni di persone”.

Lo ha scritto su Facebook il deputato del Movimento 5 Stelle Pino Cabras.

“Perciò sono molto contento” ha proseguito “che il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio abbia posto con forza la questione CFA. A mia memoria, in tanti decenni non ho mai sentito nessun politico europeo di primo piano parlare di questo macroscopico strumento di diseguaglianza economica. Dati gli interessi in gioco, è perfino un atto di coraggio fisico. Ho anche consultato l’archivio on line di Repubblica e nella funzione di ricerca ho scritto “franco CFA”: in 35 anni viene citato solo in 6 articoli degli anni novanta, quasi tutti di Stefano Citati”.

“Credo che sia il momento di accendere i riflettori, soprattutto alla vigilia del trattato franco-tedesco del prossimo 22 gennaio, che sarà anche un cordone protettivo che i padroni del discorso europeo vogliono cingere attorno alla moneta neocoloniale,” ha concluso Cabras.

Ieri Di Maio aveva affermato che la Francia “in Africa continua ad avere delle colonie di fatto, con la moneta, che è il franco, che continua a imporre nelle sue ex colonie”. Sono soldi, aveva spiegato il vicepremier, che Parigi “usa per finanziare il suo debito pubblico e che indeboliscono le economie di quei paesi da dove, poi, partono i migranti”.

Sulla questione si è espresso anche Alessandro Di Battista, che, ospite a Che Tempo che Fa ieri sera, ha mostrato una banconota da 10mila franchi delle colonie francesi e ha detto: “Attualmente, vicino Lione, la Francia stampa questa moneta utilizzata in 14 paesi africani, tutti paesi della zona subsahariana i quali non solo hanno una moneta stampata dalla Francia, ma per mantenere il tasso fisso con l’euro sono costretti a versare circa il 50 per cento dei loro denari in un contro corrente gestito dal Tesoro francese col quale ci pagano una cifra irrisoria del debito pubblico francese pari circa allo 0,5 per cento. Ma soprattutto con questo controllo geopolitico dell’aera, la Francia gestisce la sovranità di questi paesi impedendo la loro legittima indipendenza, la loro sovranità monetaria e fiscale”.

Franco CFA, Manlio Di Stefano: ‘Finalmente si parla di Francia e colonie africane’

“Finalmente si parla di Francia e colonie africane. Sono felice nel constatare che l’argomento del Franco CFA, ovvero del controllo monetario della Francia sulle sue ex colonie africane, sia esploso sulla stampa italiana a seguito di dichiarazioni di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Meglio tardi che mai visto che ne parliamo, seppur con minore risalto, da tempo. Peccato che, in un continuo tentativo di denigrarci invece che di affrontare i problemi reali, la stampa utilizzi anche questo argomento come terreno di scontro col M5S facendo, quindi, da sponda a chi continua a umiliare e sottomettere politicamente Paesi e generazioni di loro cittadini”.

Così su Facebook Manlio Di Stefano, deputato del M5S e sottosegretario agli Affari Esteri.

“Qualcuno” prosegue “si sta impegnando a “‘correggere’ le nostre affermazioni sulla base di esclusive considerazioni economiche tipo ‘il tasso di cambio fisso tra franco CFA e Euro è una garanzia di minore volatilità delle monete locali’ oppure ‘sul deposito al Tesoro francese i Paesi africani prendono la rendita maturata, quindi gli conviene’ e ancora “parliamo solo dello 0.5% del debito francese quindi alla Francia non serve coprirlo così’. Argomenti in parte veri ma assolutamente ininfluenti rispetto a questioni macroeconomiche e politiche”.

“Partiamo dalle prime” spiega Di Stefano “Come affermato da Massimo Amato, professore associato del dipartimento di scienze politiche e sociali della Bocconi, il mantenimento del cambio fisso tra moneta locale ed euro costituisce di fatto un freno allo sviluppo delle economie locali perché ogni espansione del credito interno, dall’aumento delle importazioni a quello dei prezzi, derivanti entrambi dall’aumento dell’attività economica interna, comporterebbero una conseguente variazione del tasso di cambio impedita proprio dal Franco CFA.
Questo significa quindi costringere la società di quei Paesi all’immobilismo, a non svilupparsi, a dipendere sostanzialmente, dell’esportazione di materie prime. Materie prime che, guarda caso, vengono in larga parte gestite dalla Francia grazie alle dirigenze amiche in quei Paesi (coltan, fosfati, oro ecc)”.

“Sempre per stare nel merito” continua l’esponente pentastellato “occorre parlare anche di immigrazione per rispondere a chi sostiene che il numero di immigrati proveniente da quei Paesi sia irrisorio. Premesso che quest’affermazione può essere al massimo contestualizzata temporalmente ma mai detta in termini assoluti, vista la mutevolezza di questo fenomeno, non possiamo non notare come le 15 ex colonie francesi rappresentino oggi territorio di transito dei flussi migratori grazie alla rete criminale locale che sfrutta il fenomeno a suo vantaggio facendo leva sull’assenza di un’economia locale. Le migrazioni rappresentano quindi una parte consistente dell’economia locale in assenza di possibilità di sviluppo alternative.
L’argomento più importante, però, è quello della sudditanza politica. È la politica che in questo caso fa la differenza”.

“Prima di tutto non si capisce il motivo per il quale un Paese straniero debba detenere la valuta forte destinata a sue ex 15 colonie e convertirla in moneta locale controllandone quindi il tasso di cambio e fattori paralleli come l’inflazione. Se non bastasse però, non vi sfuggirà che determinare le politiche monetarie di una fascia così ampia e popolosa di Africa (200 milioni di persone ad oggi) sia un fattore di enorme vantaggio geopolitico e che questa ‘benevolenza’ delle presidenze locali sia un enorme vantaggio per la Francia su temi decisamente prioritari come quello del mantenimento del diritto di veto in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite insieme a USA, Russia, Cina e Gran Bretagna. Da anni infatti si sostiene la tesi di dover rappresentare in questo consesso la UE nel suo insieme invece che un singolo Paese membro. In buona sostanza: il rapporto vantaggioso tra la Francia e le sue ex colonie è esclusivamente riservato alle élite e come sempre questo avviene sulle spalle dei popoli cui viene tolta la speranza. Se vogliamo davvero occuparci di Africa dobbiamo partire da questo, dalle cause dei problemi e non dai sintomi.
Nei prossimi giorni approfondiremo questi temi così che tutti possiate farvene una idea migliore. Avanti così,” conclude Di Stefano.

 

fonti:

Caso diplomatico con Francia per le esternazioni di Di Maio e Di Battista sul “franco coloniale”? …Il fatto è che la verità brucia… Hanno detto quello che i politici non hanno mai avuto il coraggio di dire: la Francia continua a mantenere un ferreo controllo sulle “ex” colonie impoverendole e sfruttando le loro risorse…!

 

https://www.silenziefalsita.it/2019/01/21/franco-cfa-manlio-di-stefano-finalmente-si-parla-di-francia-e-colonie-africane/

https://www.silenziefalsita.it/2019/01/21/di-maio-e-il-franco-cfa-pino-cabras-m5s-dati-gli-interessi-in-gioco-e-perfino-un-atto-di-coraggio-fisico/

 

Caso diplomatico con Francia per le esternazioni di Di Maio e Di Battista sul “franco coloniale”? …Il fatto è che la verità brucia… Hanno detto quello che i politici non hanno mai avuto il coraggio di dire: la Francia continua a mantenere un ferreo controllo sulle “ex” colonie impoverendole e sfruttando le loro risorse…!

 

Francia

 

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Caso diplomatico con Francia per le esternazioni di Di Maio e Di Battista sul “franco coloniale”? …Il fatto è che la verità brucia… Hanno detto quello che i politici non hanno mai avuto il coraggio di dire: la Francia continua a mantenere un ferreo controllo sulle “ex” colonie impoverendole e sfruttando le loro risorse…!

Caso diplomatico tra Francia e Italia dopo le esternazioni del vice premier Luigi Di Maio e del grillino Alessandro Di Battista sul “franco coloniale”. L’ambasciatrice d’Italia in Francia, Teresa Castaldo, è stata convocata al ministero degli Affari Esteri di Parigi, per le parole di Di Maio sulla Francia che ha accusato di “impoverire l’Africa” e aggravare la crisi dei migranti, oltre a chiedere sanzioni europee contro la Francia.

Parigi giudica inaccettabili le osservazioni del vicepremier durante un comizio il 20 gennaio ad Avezzano. Nella serata anche Di Battista era tornato sull’argomento durante la sua intervista a “Che Tempo che fa”.

Signori, la verità è che i grillini, pur nella loro ingenuità, hanno detto quello che da anni i politici di casa nostra e di tutta Etropa non hanno il coraggio di dire:

La Francia continua a mantenere un ferreo controllo delle “ex” colonie. In cambio dell’indipendenza generosamente concessa, ha preteso lo sfruttamento delle loro risorse, pagandole 4 soldi e impedendo la trasformazione locale per ostacolare il loro sviluppo…

Volete saperne di più? Leggete questo:
Quello che i politici non dicono sull’immigrazione – La Francia continua a mantenere un ferreo controllo delle “ex” colonie. In cambio dell’indipendenza generosamente concessa, ha preteso lo sfruttamento delle loro risorse, pagandole 4 soldi e impedendo la trasformazione locale per ostacolare il loro sviluppo…

La Francia ancora a ferro e fuoco. I gilet gialli non arretrano di un passo. Ormai è iniziata la 14ª settimane di battaglia, la protesta si estende a tutto il mondo… Ma tutto questo per i nostri media non esiste… Perché?

gilet gialli

 

 

 

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La Francia ancora a ferro e fuoco. I gilet gialli non arretrano di un passo. Ormai è iniziata la 14ª settimane di battaglia, la protesta si estende a tutto il mondo… Ma tutto questo per i nostri media non esiste… Perché?

Aggiornato al 16.02.2019

Perchè i Tg non ci parlano dei bambini massacrati in Yemen dagli arabi, utilizzando le armi che gli vendiamo NOI? Perchè non ci parlano dei crimini di guerra che gli israeliani commettono TUTTI I GIORNI in Palestina? Perchè non ci parlano delle torture e dei massacri commessi in Libia affinché a noi sia risparmiato il fastidio dello sbarco di qualche immigrato… E perchè non ci parlano dei Gilet Gialli?

Per il coglione che crede ancora a quello che trasmettono i Tg, la lotta dei gilet gialli è terminata da tempo… Oggi il dramma è la vittoria di uno straniero al Festival di Sanremo e la selezione per la prossima Isola dei Famosi…

Ma non è proprio così… Basta informarsi. E per informarsi è necessario spegnere la Tv…

Breve cronistoria di una rivolta giunta all’14° episodio di cui i Tg ignorano l’esistenza:

SABATO 16 FEBBRAIO 2019

Primi scontri nell’Atto XIV  della mobilitazione dei ‘gilet gialli’. A Parigi, scrive Le Parisienne sul proprio sito, la polizia ha evacuato la spianata degli Invalides, nei pressi della Torre Eiffel, usando i lacrimogeni.     A Tolosa, i video pubblicati sui social network intorno alle 16 mostrano che la polizia ha iniziato a usare gas lacrimogeni. Scene simili sono state girate a La Rochelle, Nantes e Le Mans, dove “vetrine e arredi urbani” sono stati danneggiati, secondo la prefettura.

Secondo le autorità, nelle ultime settimane i numeri delle proteste sono stati molto inferiori ai 290 mila partecipanti (in tutto il Paese) al primo atto della protesta. Secondo il ministero dell’Interno il 9 febbraio sono scesi in strada 51.400 manifestanti, a fronte degli 84mila del 12 gennaio. Dati non confermati dai gilet gialli, secondo i quali alle manifestazioni di sabato scorso hanno partecipato 118.200 persone.

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1ª settimana: dal 17 al 23 novembre 2018

Le proteste hanno avuto inizio in Francia il 17 novembre 2018 verso le 7:30 con il blocco di diverse strade principali, e con una manifestazione vicino alla stazione metropolitana Porte Maillot. Nel corso di una manifestazione non dichiarata organizzata a Le Pont-de-Beauvoisin (Savoia), un automobilista disturbato dai blocchi stradali, ha tentato di forzarne uno investendo una manifestante di 63 anni, Chantal Mazet.

Nel pomeriggio del 17, diverse decine di manifestanti hanno marciato sugli Champs-Élysées dirigendosi verso il Palazzo dell’Eliseo, ma sono stati fermati dalla polizia a Place de la Concorde. A Troyes ed a Quimper un gruppo di circa 200 persone hanno fatto irruzione nel cortile delle rispettive prefetture, anche loro sono stati bloccati dalla polizia.

Il giorno seguente, il ministero dell’interno francese ha comunicato che i manifestanti sono stati 287 710, 1 morto, 409 feriti e 117 arresti.

Il 20 novembre si sono verificati scontri anche nell’isola della Riunione (DROM). È stato anche istituto un coprifuoco dalle 20 alle 6 dal 20 al 23 novembre.

Nell’isola sono state arrestate più di 650 persone, il presidente francese ha mobilitato truppe nell’isola per sedare le violenze.

Il 24 novembre in un parcheggio di un centro commerciale ad Angers, un gilet giallo ha minacciato di farsi esplodere se Emmanuel Macron non lo avesse ricevuto alll’Eliseo, dopo 6 ore di negoziazione l’uomo si arrese alle forze dell’ordine.

2ª settimana: dal 24 al 30 novembre 2018

Gli Champs-Élysées alla fine degli scontri del 24 novembre

Il 24 novembre, la polizia ha installato numerosi posti di blocco a Parigi, ma le forza dell’ordine non sono riuscite a bloccare gli 8000 manifestanti che sono riusciti ad entrare nella città. Hanno poi dato vita ad atti di guerriglia urbana, procurando incendi nelle vie, sradicando segnali stradali e semafori, costruendo barricate e lanciando sassi contro gli agenti antisommossa.

La polizia ha reagito con il lancio di lacrimogeni e l’utilizzo di idranti per disperdere i manifestanti.  In tutta la Francia sono stati registrati 166 301 manifestanti, 24 feriti e 101 arresti. I danni materiali sono stati stimati in 1,5 milioni di euro.

Nei giorni seguenti si sono registrati piccoli scontri con la polizia a Calais.

3ª settimana: dal 1ª al 7 dicembrE

Facciata di una banca vandalizzata nel XVII arrondissement di Parigi, il 1ª dicembre.

Il 1ª dicembre a Parigi si sono verificato diversi scontri con la polizia, più di 100 auto sono state date alle fiamme per bloccarne l’avanzata, l’Arco di Trionfo è stato vandalizzato con scritte ed insulti.

I CRS hanno lanciato più di 10 000 granate lacrimogene. Alla fine degli scontri si registrano 134 feriti di cui 23 agenti di polizia e 412 arresti.

Nella 3ª settimana protestarono 136 100 persone.

Il sindaco di Parigi ha stimato danni tra i 3 e i 4 milioni di euro.

Il 3 dicembre, il Ministero dell’Istruzione annuncia che più di 100 istituti superiori sono stati bloccati da studenti con i gilet gialli, 700 ragazzi sono stati arrestati in tutto il paese ma il caso più eclatante è stato l’arresto di 148 studenti di un istituto di Mantes-la-Jolie, inginocchiati per terra, con le mani dietro la testa e con fucili puntati; che ha suscitato l’indignazione di molti francesi sui social network. In realtà, l’operazione di Polizia si era resa necessaria per neutralizzare un consistente manipolo di facinorosi liceali, i quali, trovati in possesso di corpi contundenti atti ad offendere, si stavano predisponendo ad uno scontro con le Forze dell’ordine.

4ª settimana: dall’8 al 14 dicembre 2018

L’8 dicembre il governo ha mobilitato oltre 89 000 agenti della Police Nationale e dodici Berliet VXB-170 blindati della Gendarmerie nationale[9]. Dopo un altro sabato di guerriglia in tutto il paese, il ministero dell’interno francese ha dichiarato che alle manifestazioni erano presenti 136 000 persone e sono stati eseguiti 1723 arresti (1080 solo a Parigi); i feriti invece sono 135.

5ª settimana: dal 15 al 21 dicembre 2018

La mobilitazione dell’atto V è stata più bassa rispetto alle altre manifestazioni, forse a causa dell’attentato di Strasburgo. Ci sono stati pochissimi scontri a Parigi dove sono scese in piazza circa 8000 persone.

6ª settimana: dal 22 al 28 dicembre 2018

Il 22 dicembre, secondo le cifre fornite dal Ministero degli Interni, la partecipazione risulta di 33.600 manifestanti, quasi il doppio rispetto alla settimana precedente.

I manifestanti hanno bloccato il traffico con la Svizzera a Cluse-et-Mijoux che sono stati dispersi dalla polizia dopo un’ora. Operazioni simili si sono svolte ai confinispagnoli, italiani, tedeschi e belgi. A Montélimar sono stati bloccati due magazzini di negozi online: EasyDis (Casino Group) e Amazon.

A Parigi ci sono stati scontri solo in serata; tre poliziotti in moto sono stati attaccati da una ventina di manifestanti radicali, nel momento in cui avevano girato in una via secondaria. Due agenti sono stati fatti cadere, mentre un poliziotto è stato colpito in faccia. I poliziotti si sono sentiti in una situazione di estremo pericolo per la loro incolumità: i dimostranti hanno tentato un linciaggio cercando di colpire i poliziotti più volte lanciando pietre ed oggetti contundenti. Gli agenti si sono difesi strenuamente con manganelli e bombolette lacrimogene, tuttavia, in un momento critico, uno di loro è stato costretto a tirar fuori la pistola dalla fondina e puntarla contro i dimostranti, che immediatamente si sono calmati. Alla fine i poliziotti sono riusciti a liberarsi dall’accerchiamento a bordo di due moto, lasciandone una per strada.

In tutto il paese vengono arrestate 220 persone, di cui 142 a Parigi, tra cui Éric Drouet portavoce dei gilet gialli.

7ª SETTIMANA: DAL 29 DICEMBRE AL 4 GENNAIO 2019

Ancora in 40.000 in piazza…

Nella Capitale ai manifestanti è stato chiesto di presentarsi con un rossetto rosso o untappo di sughero, oltre al classico gilet catarifrangente.

8ª SETTIMANA: DAL 5 GENNAIO 2019

Ancora piazze gremite di gilet gialli e dimostrazioni in tutta la Francia – Una quindicina di manifestanti hanno sfondato con una ruspa la porta del Ministero dei rapporti con il parlamento dove ha sede l’ufficio del portavoce del Governo, Benjamin Griveaux, che è stato evacuato. Scontri con la polizia quando un gruppo di persone ha tentato di dirigersi verso l’Assemblea nazionale: diversi feriti.

“Manifesteremo qui tutti i sabati, continueremo per tutto il 2019″, ha annunciato in mattinata al megafono Sophie, una dei manifestanti. “Faremo sì che i cittadini si riprendano il potere. Vogliamo degli stati generali organizzati dal popolo per il popolo”.

9ª settimana: dal 12 al 18 gennaio 2019

Il 12 gennaio circa 32.000 persone sono scese in piazza in tutta la Francia per manifestare. A Parigi, dove si sono radunati 8.000 manifestanti, ci sono stati scontri sugli Champs-Elysées mentre a Bourges circa 5.000 persone hanno raggiunto il centro cittadino sfidando il divieto della prefettura. A Bordeaux circa 6.000 gilet gialli si sono riversati nelle strade; nel pomeriggio almeno 3 persone sono rimaste ferite negli scontri con le forze di sicurezza. Secondo il bilancio della prefettura di polizia, circa un centinaio di persone sono state fermate in tutto il Paese, 59 di queste a Parigi.

10ª settimana: dal 19 al 25 gennaio 2019

Il 19 gennaio sono scesi nelle piazze francesi 80.000 manifestanti, 5000 solo nella capitale Francese.  Una mobilitazione di nuovo in crescita in rapporto alle 50mila della precedente settimana, ma inferiore alle centinaia di migliaia radunate a novembre o dicembre, secondo le cifre del ministero degli Interni.

11ª SETTIMANA: DAL 27 GENNAIO al 1 FEBBRAIO 2019

Sabato 27 gennaio 11esima manifestazione di protesta dei gilet gialli a Parigi. In decine di migliaia si sono radunati sugli Champs Elysees a Parigi. Le forze dell’ordine schierate in gran numero, compresi mezzi blindati, sorvegliano la manifestazione. L’undicesimo atto è accompagnato dalla prima «notte gialla» a place de la République.

A Parigi incidenti e incendi alla Bastiglia, dove era prevista la convergenza dei due principali cortei di gilet gialli. Uno dei leader dei gilet gialli, Jerome Rodrigues, è rimasto ferito da un proiettile di gomma. Lo stesso Rodrigues ha pubblicato una sua foto su Facebook e ha scritto che perderà un occhio. Il prefetto di polizia ha annunciato l’apertura di una inchiesta.

Manifestazioni di supporto e solidarietà un po’ ovunque in tutta Europa.

12ª settimana: DAL 2 AL 8 FEBBRAIO 2019

Dodicesimo atto della mobilitazione dei gilet gialli il 2 febbraio a ParigiValence e altre città francesi come Lione, Montpellier, Rouen, Nancy, Caen, Nantes, Bordeaux, Tolosa e Marsiglia, tutto dedicato ai feriti nei cortei delle settimane scorse. In prima fila nella marcia della Capitale, partita dal XII arrondissement, Jerome Rodrigues, il manifestante colpito all’occhio il 26 gennaio mentre riprendeva con la telecamera gli scontri alla Bastiglia. Nel pomeriggio tensioni anche a Strasburgo dove la polizia è dovuta ricorrere al lancio di lacrimogeni. Il principale raduno, 10 mila persone attese, è in corso a Valence.

 

Imponente, anche per questo 12esimo atto, lo schieramento di forze dell’ordine. Poche ore prima dei cortei il ministro dell’InternoChristophe Castaner, aveva annunciato il dispiegamento di un dispositivo «potente ed appropriato» di agenti per garantire la tutela dell’ordine pubblico tra Parigi e la provincia. Il segretario di Stato agli Interni, Laurent Nunez, aveva chiarito che lo schieramento non sarebbe alleggerito rispetto agli 80 mila agenti di sabato 26 gennaio. Rivolgendosi ai cronisti, Castaner ha poi commentato la futura legge anti-casseurs, attualmente allo studio del parlamento, che a suo avviso punta ad «impedire ai violenti di infilarsi nelle manifestazioni».

Le manifestazioni dureranno poi in ordine sparso per tutta la settimana

 

13ª SETTIMANA: DAL 2 AL 8 FEBBRAIO 2019

Tredicesimo atto, sabato 9 febbraio 2018, della protesta dei gilet gialli in Francia, con magliaia di persone hanno manifestato in numerose città del paese. A Parigi  migliaia di manifestanti si sono radunati a partire dal primissimo pomeriggio sugli Champs-Elysees.

Gli scontri sono iniziati quando il corteo ha raggiunto la sede dell’Assemblée Nationale, dove alcuni gilet gialli hanno provato a superare le transenne. Lacrimogeni e cariche della polizia che ha fatto, anche oggi, uso dei flashball. Un manifestante è  rimasto gravemente ferito per lo scoppio di una granata lanciata dalla polizia. Dalle immagini che sono state pubblicate online, il giovane avrebbe perso una mano, leso anche un occhio.

I manifestanti hanno lasciato la zona dell’Assemblée Nationale e si sono diretti verso il Senato, circondati da un imponente schieramento di polizia, che ha seguito per tutto il pomeriggio il corteo. Anche qui ci sono state numerose cariche  e lancio di lacrimogeni. I gilet gialli  hanno poi preso la direzione di Montparnasse per raggiungere Champ-de-Mars, ai piedi della Torre Eiffel. Lungo tutto il precorso sono state sanzionate le vetrine di alcune banche ed agenzie interinali. Una decina di persone è stata fermata.

Alle 17,30 un altro gruppo composto da migliaia di manifestanti si sono radunati al Trocadero, circondate sempre dalla polizia.

Manifestazioni anche a Bordeaux, Tolosa, Lorient, Caen, Valence, Marsiglia e altre città.

“Abbiamo dei paramilitari pronti a intervenire perché anche loro vogliono far cadere il governo” – Così ha dichiarato Christophe Chalençon, uno dei leader dei gilet gialli incontrato da Di Maio e Di Battista.

L’analisi de Il Sole 24 Ore – Italia? No, è la Francia il Paese più indebitato dell’area euro

Francia

 

 

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L’analisi de Il Sole 24 Ore – Italia? No, è la Francia il Paese più indebitato dell’area euro

Nella classifica del debito pubblico in rapporto al Pil (che in Italia fa 130%, in Francia e Usa 100%, e nella media dell’Eurozona 90%) l’Italia ne esce, da tempo, come tra le economie più “a leva” del pianeta. Ma se si amplia lo sguardo al debito aggregato, ovvero ai livelli di indebitamento di tutti gli attori economici (Stato, imprese, banche e famiglie) l’Italia si rivela d’emblée un Paese nella media, senza grossi problemi di debito.

Sempre seguendo questa classifica – che però al momento non fa parte delle griglie con cui l’Unione europea giudica l’operato dei suoi membri – si scopre che è la Francia il Paese più esposto finanziariamente; il Paese che ricorrendo al debito sta vivendo l’oggi più di tutti con i mezzi del domani. È vero, il debito pubblico in rapporto al Pil è più contenuto rispetto all’Italia ma se si somma l’esposizione delle società (circa 160% del Pil), delle banche (90% ) e delle famiglie (60%) vien fuori che il sistemaFrancia viaggia con una leva enorme, che supera il 400% del Pil, pari a 9mila miliardi di debiti cumulati. L’Italia, sommando tutti gli attori economici, supera di poco il 350% a fronte del 270% della Germania.

IL CONFRONTO
Dati in % del Pil (Fonte: Bloomberg)

Questi numeri devono far riflettere, in particolare i tecnocrati europei che elaborano le soglie che stabiliscono se un Paese è virtuoso o no. Ignorare – o non pesare come probabilmente meriterebbe – il debito privato è un doppio errore. Sia perché c’è una stretta correlazione storica tra debito pubblico e debito privato (è dimostrato che laddove i Paesi sono chiamati a ridurre il debito pubblico con forme di austerità, sono quasi costretti ad andare a “pescare” la crescita attraverso l’aumento della leva privata). E sia perché, se con l’introduzione del bail-in (che stabilisce che i privati partecipano con i propri risparmi ai salvataggi delle banche) passa il principio che il risparmio privato è un “asset istituzionale”, allora forse sarebbe più logico considerare tale anche il debito privato.

 

tratto da: https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-08-30/italia-no-e-francia-paese-piu-indebitato-dell-area-euro-202718.shtml?uuid=AE2nIVKC&fbclid=IwAR0PsaBYEJPQrQWFPDG5uLaIeYh38OiDC-JVONTR-9LJ2WD0iX16YmlZ-ik

Je suis NoTav – Questa Tav non la vuole proprio nessuno, nessuno tranne quelli, i soliti, che ci mangiano sopra…

 

Tav

 

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Je suis NoTav – Questa Tav non la vuole proprio nessuno, nessuno tranne quelli, i soliti, che ci mangiano sopra…

Je suis NoTav, i sindaci francesi a Torino: basta frottole Ue

Fa parte del paesaggio mentale artificiale: è il solito balletto dei numeri esibiti per gonfiare o sgonfiare le manifestazioni di piazza. Le folkloristiche “madamine” Sì-Tav, da Marco Revelli definite “fate ignoranti” perché dichiaratamente all’oscuro delle ipotetiche ragioni a supporto della Torino-Lione, lo scorso 10 novembre erano 20-25.000 per la questura di Torino, ma una volta sbarcate su “Stampa” e “Repubblica” sono diventate 30.000. Tempo un mese, di fronte alla marea NoTav che l’8 dicembre ha invaso la città, sempre le stesse “madamine” sono magicamente diventate 40.000, per la letteratura giornalistica di una metropoli tramortita dal fiume umano non-ignorante, anzi informatissimo, sceso in corteo fino a intasare piazza Castello. Missione: avvertire il governo gialloverde che una vasta avanguardia democratica della popolazione italiana non tollera che si tenga in piedi a tutti i costi, a beneficio di quella che appare un’esigua ciurma di affaristi, il miraggio della grande opera più inutile d’Europa: una ferrovia di cui non è ancora stato costruito neppure un metro. E a proposito di Europa, ha scaldato i torinesi la generosa presenza dei sindaci francesi, benché oscurata dai media mainstream che hanno preferito parlare solo della rappresentanza transalpina di Gilet Gialli, aggiornati alla bisogna (“Je suis NoTav”). La verità vale oro, specie se recitata in francese nel cuore di Torino: la Francia non sa che farsene, della ipotetica Torino-Lione.

Lo hanno scandito dal palco, di fronte alle decine di migliaia di torinesi e valligiani (almeno 70.000, secondo i NoTav), i sindaci delle cittadine francesi al di là del confine, spintisi fino a Torino per contribuire a bonificare i cervelli dalle grossolane menzogne della vecchia élite cementiera subalpina affamata di soldi pubblici: «La Francia ha finora accettato il progetto Torino-Lione solo perché i costi sono per lo più a carico dell’Italia. Ma, anche qualora l’inutile tunnel si scavasse, Parigi non prenderebbe in considerazione la costruzione della nuova linea: documenti alla mano, di quella ferrovia se ne riparlerebbe solo a partire dal 2038». Perché sarebbe inutile, il traforo miliardario? «Perché la linea ferroviaria già esistente è semi-deserta: non ci sono merci da trasportare (né ce ne saranno, secondo tutte le proiezioni). E’ così sotto-utilizzata, la Torino-Modane che collega stabilmente Torino a Lione attraverso la valle di Susa e il Traforo del Fréjus, che basterebbe già oggi a togliere tutti i Tir dalle strade e dall’autostrada, facendoli viaggiare sui treni».

Per i passeggeri, va da sé, il problema non esiste: senza contare i voli low-cost, che hanno annullato la concorrenza ferroviaria sulle lunghe tratte, sono comunque quotidiane in valle di Susa le corse del Tgv francese che collega rapidamente Milano a Parigi. La manciata di minuti che si risparmierebbero con il nuovo euro-tunnel da 57 chilometri costerebbero 30-40 miliardi, ma le cifre sono solo teoriche: in Italia la rete Tav è costata quasi il triplo che nel resto d’Europa, con il prezzo degli appalti lievitato anche del 400% rispetto alla stima iniziale. Quello che lascia sgomenti, di fronte al delirio narrativo che ha nutrito la leggenda della Torino-Lione, è la totale assenza di certezze: nonostante la tenacia della protesta della valle di Susa, che ha raccolto la solidarietà di vastissimi strati dell’opinione pubblica italiana, nessuno dei governi degli ultimi vent’anni – Berlusconi, Prodi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni – ha mai voluto o potuto spiegare perché mai l’Italia dovrebbe spendere miliardi per un’infrastruttura dall’impatto sicuramente devastante.

Il territorio alpino sarebbe infatti terremotato da anni di cantieri e irrimediabilmente compromesso, visto che si scaverebbe tra montagne piene di amianto e persino di uranio (negli anni ‘70, al tempo del nucleare italiano, l’Agip realizzò decine di tunnel esplorativi proprio sui monti alle spalle di Susa, dato che il Massiccio dell’Ambin è il più grande giacimento di minerale radioattivo di tutte le Alpi Occidentali). Quanto allo spinoso problema idrogeologico, sono gli stessi geologi – tra i redattori del progetto – ad ammettere di non poter valutare l’impatto dell’euro-tunnel: le viscere di quei monti ospitano un’immensa riserva idrica, una sorta di grande lago sommerso. Perforare il bacino sotterraneo potrebbe voler dire far cambiare corso ai fiumi ed esporre più valli alpine al rischio di inondazioni catastrofiche. Citando tecnici della Regione Piemonte, nel saggio “Binario morto” (Chiarelettere), il compianto Luca Rastello, giornalista di “Repubblica”, spiega che – una volta realizzato il tunnel e poi la nuova ferrovia – il raccordo con la rete Tav italiana potrebbe avvenire solo a 30 metri di profondità, “bucando” la falda idropotabile che alimenta l’area metropolitana di Torino.

Senza contare l’esborso folle, per un’Europa che muove guerra all’Italia per lo 0,1% del deficit 2019, i maggiori trasportisti italiani – come il professor Marco Ponti, del Politecnico di Milano – ricordano che la chiave logistica per le merci (che per motivi di sicurezza devono viaggiare lentamente) non è la rapidità, ma la puntualità. Nel miglior sistema di smistamento del mondo, quello degli Usa, i treni merci viaggiano a 60 miglia; ma dispongono di efficienti piattaforme logistiche, di cui non c’è traccia né in Piemonte né sulle Alpi del Rodano – dove il trend dei trasporti è in calo da anni, le ferrovie esistenti sono semi-abbandonate e tutte le proiezioni per il futuro dicono che la direttrice commerciale su cui il mercato punta non è la Torino-Lione, ma la Genova-Rotterdam. Se i tecnici universitari a cui si sono rivolti i NoTav hanno prodotto chilometri di documentazione a sfavore del maxi-progetto, sul versante opposto non si è mai usciti dal lobbismo vecchia maniera, fino all’imbarazzante gossip meta-politico delle sedicenti “madamine” torinesi, pronte a invocare “sviluppo e progresso” ma – per loro stessa ammissione – senza conoscere una sola virgola del dossier Torino-Lione. Se si possono capire i piccoli circuiti industriali della vecchia Torino tradita dall’esodo della Fiat, traslocata a Detroit grazie a Marchionne, non è comprensibile il silenzio assordante della politica.

Dietro alle “madamine” non è difficile scorgere l’ombra di personaggi multiruolo come Sergio Chiamparino, emblema vivente della sinistra neoliberista, passato senza colpo ferire dalla guida del Comune a quella della Regione, dopo aver presieduto la Compagnia di San Paolo, potentissima fondazione bancaria. Quello che sconcerta, semmai, è la politica nazionale: lungi dal rappresentare, tutelare ed eventualmente rassicurare i 60.000 abitanti della valle di Susa, preoccupati per la loro sicurezza, dopo decenni di proteste i governanti non hanno ancora spiegato, ai cittadini, perché mai dovrebbero sacrificare in modo così devastante il loro territorio. I vari esecutivi, di ogni colore, non hanno mai avuto la cortesia di motivarla, la Torino-Lione: non hanno mai chiarito a cosa servirebbe, in cosa sarebbe strategica per il sistema-Italia o almeno per il Piemonte. Gli unici dati oggettivi vengono, come sempre, dal fronte avverso: il profilo occupazionale della maxi-opera sarebbe così insignificante (qualche centinaio di addetti) che il costo medio di ogni singolo lavoratore supererebbe il milione di euro.

Prima e meglio di altre battaglie politiche italiane, quella contro la Torino-Lione ha precisato i termini reali della questione, cioè il diritto democratico di essere innanzitutto informati. Si può discutere se un’opera serva o meno, ma quello che non è accettabile – di fronte alla prove negative fornite dgli oppositori – è che si continui a imporla senza spiegarla, limitandosi a criminalizzare comodamente la protesta. Prima e meglio di ogni altro evento politico recente, la battaglia democratica della valle di Susa – esplosa nel lontano 8 dicembre 2005 – ha illuminato lo scenario con il quale l’intero paese avrebbe fatto i conti, molti di anni dopo, insieme al resto d’Europa: da una parte un’élite autoritaria, la stessa che oggi spinge la polizia di Macron a trattare gli studenti francesi come prigionieri di Guantanamo, e dall’altra il cosiddetto popolo ex-sovrano, quello dei cittadini declassati al rango di neo-sudditi, in balia di un potere apolide e senza volto, che impone decisioni senza mai fornire adeguate spiegazioni.

Anche per questo, l’8 dicembre 2018 a Torino, è stata particolarmente istruttiva – oltre che rincuorante – la presenza dei sindaci delle valli francesi interessate dal progetto: nel ribadire la loro piena solidarietà alle migliaia di famiglie del corteo NoTav, hanno sottolineato una vicinanza civile e politica con i “cugini” italiani, alla faccia di Macron e degli altri burattini dell’attuale Disunione Europea. In quel loro “Je suis NoTav”, i francesi rivendicano la loro (e nostra) parte d’Europa, intesa come piattaforma di convivenza democratica popolata di cittadini liberi di pensare, di esprimere la loro voce, di contribuire a un mondo meno ingiusto e meno incomprensibile. Un mondo fatto di “vicini di casa” che si parlano e si capiscono. Quella delle nazioni contrapposte, sembrano dire i francesi accorsi a Torino, è solo una fiaba sinistra, che fa comodo ai sovragestori del potere europeo e magari ai loro oppositori apparenti, arruolati dal neo-sovranismo. La guerra non conviene mai, al popolo: l’antagonismo nazionistico è un imbroglio ridicolo. C’era più Europa, l’8 dicembre a Torino, di quanta non se ne sia vista a Bruxelles negli ultimi vent’anni.

(Giorgio Cattaneo, “Je suis NoTav, i sindaci francesi a Torino: amici italiani, fermiamo insieme il treno di questa Ue che ci deruba e ci divide”, dal blog del Movimento Roosevelt del 9 dicembre 2018).

tratto da: http://www.libreidee.org/2018/12/je-suis-notav-i-sindaci-francesi-a-torino-basta-frottole-ue/

Il mondo è in fiamme, ma i nostri media ci dicono poco o niente… Ed intanto i Gilet Gialli si dichiarano filo-5Stelle…!

 

Gilet Gialli

 

 

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Il mondo è in fiamme, ma i nostri media ci dicono poco o niente… Ed intanto i Gilet Gialli si dichiarano filo-5Stelle…!

 

Il mondo è in fiamme, ma a noi viene nascosto. I Gilet Gialli si dichiarano filo-5Stelle

Non sono parole al vento queste, ma sono parole di verità che squarciano il muro di mascherata e finta informazione quanto di effettivo silenzio che è stato costruito attorno alle manifestazioni di Parigi, Bruxelles, Amsterdam.

Non cercate informazioni accurate nei giornaloni italiani e relativi siti web o nei telegiornali RAI, Mediaset o La7. Troverete informazioni volutamente superficiali che mirano a nascondere la reale portata degli eventi in Francia, Belgio e Olanda.

In Francia le manifestazioni che si ripetono per il quarto sabato consecutivo assumono una rilevanza che sta addirittura portando a ipotizzare le dimissioni del primo ministro Edouard Philippe e a ipotizzare elezioni anticipate.

Ecco il bollettino di guerra.

Parigi :’Per il quarto sabato consecutivo, in Francia hanno protestato i cosiddetti gilet gialli. In strada sono scese 125’000 persone, 10’000 a Parigi. Il bilancio dei disordini e degli scontri con la polizia è di 118 feriti. Sono state identificate 1385 persone e 974 sono in stato di fermo’.

Bordeaux e Tolosa: La protesta si estende sempre di più in tutta la Francia. In particolare ci sono stati degli scontri nel sud-ovest della Francia. E’ successo a Bordeaux e a Tolosa, dove diverse migliaia di persone sono state allontanate dal centro della città con i gas lacrimogeni e hanno eretto e incendiato delle barricate.

Si tratta di una vera e rivolta contro lo stato di povertà di milioni di francesi. Si trovano in situazione di sopravvivenza, vivono di stenti ogni fine mese – i più fortunati tra gli sfortunati, beninteso – aspettando, come Godot, che quanto di triste e insopportabile stanno sopportando abbia a cessare.

Ma finora hanno aspettato invano. Anzi Macron intendeva ancor più aggravare il loro già grave e pesante disagio con l’aumento del carburante. Quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E che ha portato a dire a sé stessi e agli altri conoscenti, colleghi di lavoro o compagni di disoccupazione: mo’ basta!

Si sono quindi convocati da sé stessi in tutte le piazze della Francia, fino a culminare nella oceanica manifestazione di 4 settimane fa a Parigi, la prima di quattro manifestazioni.

Ormai la protesta dei francesi emarginati non si ferma più fino a quando non otterranno fatti concreti che rappresentino un reale cambiamento in meglio per loro e per le loro famiglie. È un modo distorto e fuorviante di raccontare quanto sta succedendo quando si mette in evidenza che la protesta riguarda l’aumento dei prezzi del carburante. Ma sin dalle prime manifestazioni quella di impedire l’aumento dei prezzi per l’utilizzo dell’auto, nella Francia profonda l’unico mezzo a disposizione, era solo la parte delle richieste da ottenere immediatamente. Di ben più importanti e decisive richieste reclamano i Gilet Gialli.

Qui potete trovare le otto rivendicazioni da loro portate avanti, un manifesto politico che può rappresentare un programma di governo. Impressionano i punti in comune con il programma politico dei 5 Stelle e con il Contratto di Governo firmato da 5Stelle e Lega.

Che la situazione sia fuori del controllo dei Lor Signori d’oltralpe lo testimonia quanto ha fatto sapere ieri sera Macron tramite Le Maire secondo quanto titola La Stampa: ‘Gilet gialli una “catastrofe”, Macron pronto a cambiare rotta: “Ho fatto cavolate” ‘.

Macron ha capito ieri sera quanto non aveva capito fino ad avantieri sera: le proteste non si fermeranno con parole o contentini per fare fessi e contenti i Gilet Gialli.

Anche la Francia si avvia a un radicale cambiamento che sta travolgendo l’Ancien Regime di Sarkozy, Hollande, Macron, i quali sono stati messi a custodia degli interessi delle grandi multinazionali francesi. Qui sta il vero potere, di cui Macron è un semplice servo, pure inetto.

Nella storia francese è già successo che i cittadini inferociti abbiano fatto un repulisti anche truculento. Speriamo che questa volta ci sia il cambiamento senza arrivare a quegli eccessi.

La storia ai capataz francesi, cioè ai veri detentori del potere che detengono anche immense ricchezze, lancia un pesantissimo ammonimento cui è bene che prestino la massima attenzione.

Senza trascurare l’ammonimento a quelli italiani: anche loro hanno da stare attenti.

Ostacolare in ogni modo il cammino del Governo Conte è una scelta suicida.

Cercare di creare divisione all’interno dei 5 Stelle promettendo a singoli deputati o senatori chissà cosa, non porta da nessuna parte. Anzi aggrava l’esasperazione di coloro la cui unica speranza che è rimasta è che il Movimento possa realizzare quanto ha promesso dalla sua nascita e poi confermato nel programma presentato prima delle elezioni e che fa parte del Contratto Di Governo.

Cercare di generare contrapposizione tra Movimento 5 Stelle e Lega, oltre che essere improduttivo, rivela un modo di fare politica indisponente in quanto punta a ribaltare con manovre di palazzo il risultato elettorale.

Non riescono a immaginare i Lor Signori italiani come reagirà il nostro popolo di fronte a questi tentativi? Lo stanno già vedendo: il Consenso al Governo Conte si rafforza giorno dopo giorno!

tratto da: https://www.silenziefalsita.it/2018/12/10/il-mondo-e-in-fiamme-ma-a-noi-viene-nascosto-i-gilet-gialli-si-dichiarano-filo-5stelle/

Ricapitoliamo… FRANCIA: migliaia di persone in piazza per protestare contro il Governo. ITALIA: il partito che ha fregato 49 milioni al suo popolo continua a salire nei sondaggi…

 

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Ricapitoliamo… FRANCIA: migliaia di persone in piazza per protestare contro il Governo. ITALIA: il partito che ha fregato 49 milioni al suo popolo continua a salire nei sondaggi…

 

Il movimento dei gilet gialli, che ha spinto per le strade francesi milioni di manifestanti,  adesso dilaga anche oltre i confini della Francia.

In Belgio , i giubbotti gialli hanno bloccato rotatorie e depositi di carburante, soprattutto in Vallonia , bloccando il traffico.

In Bulgaria, migliaia di gilet gialli hanno bloccato le principali strade e le frontiere per protestare contro l’impennata dei prezzi del carburante in un contesto di malcontento generale causato dal basso tenore di vita nel paese, il più povero dell’Unione europea.

In Germania, il simbolo del giubbotto giallo è stato “adottato” dai tedeschi arrabbiati e delusi dalla politica fiscale e di immigrazione di Angela Merkel.

Comunque, in Francia migliaia di persone in piazza per protestare contro il Governo per qualche centesimo in più sulla benzina, mentre in Italia il partito che ha fregato 49 milioni al suo popolo continua a salire nei sondaggi…

C’è altro da dire?

Vergognoso – La Francia si fa finanziare il debito dai paesi Africani! Ecco lo scandalo CFA (Franco Centrafricano) – Mandi qualche Euro per una scuola o un ospedale in Senegal? Stai sostenendo le finanze francesi…

 

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Vergognoso – La Francia si fa finanziare il debito dai paesi Africani! Ecco lo scandalo CFA (Franco Centrafricano) – Mandi qualche Euro per una scuola o un ospedale in Senegal? Stai sostenendo le finanze francesi…

 

LA FRANCIA SI FA FINANZIARE IL DEBITO DAI PAESI AFRICANI! Svelato lo scandalo del CFA

Un video, in Italiano (ma speriamo presto di tradurlo in francese) rivela lo scandalo del CFA, il Franco Centrafricano, in una profondità che non era mai stata spiegata sinora. In questo caso funzionari bancari africani e  professori universitari ci rivelano lo scandaloso traffico che finanzia il debito francese.

Quando mandate un euro in Africa, per un aiuto umanitario , voi pensate di aiutare i poveri nei paesi francofoni, ma , in realtà, state finanziando le finanze di Parigi. Spieghiamo i passaggi:

  • Mandate l’euro per la scuola in Senegal;
  • l’Euro va a Parigi;
  • Parigi  trattiene l’euro, lo cambia in franco CFA, ma SOLO LA META’ viene mandata in Africa.
  • Questi  euro depositati in Francia sono investiti in Titoli di Stato francesi.

Attualmente il professore afferma che siano solo 10 miliardi, ma siamo sicuri? Non è che la cifra è molto più alta se poi l’Italia a avesse una decina o ventina di miliardi di riserve libere da giostrarsi sul mercato vedreste come lo spread sarebbe più controllato….

Comunque vi lasciamo all’ascolto di TABLOID:

 

Fonti:

https://scenarieconomici.it/la-franci…

https://www.facebook.com/NightTabloid…

La rivincita Italiana sulla Francia – I Francesi hanno provocato una guerra e assassinato Gheddafi per strapparci il petrolio Libico. Ma uno strategico accordo commerciale tra Eni e British Petroleum fa fuori la francese Total… ITALIA 1 FRANCIA 0…!

 

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La rivincita Italiana sulla Francia – I Francesi hanno provocato una guerra e assassinato Gheddafi per strapparci il petrolio Libico. Ma uno strategico accordo commerciale tra Eni e British Petroleum fa fuori la francese Total… ITALIA 1 FRANCIA 0…!

 

Eni si allea con British Petroleum. E la Francia è la prima vittima in Libia

 

Eni e British Petroleum si alleano in Libia. E l’azienda italiana strappa alla BP il 42,5% deigiacimenti di idrocarburi libici detenuti dalla controparte britannica. La notizia, già di per sé, è importantissima. Ma lo è ancora di più se si ragiona su quanto possa essere utile analizzarla nel quadro del conflitto che interessa la Libia. Una guerra (e una transizione politica) in cui l’Italia è protagonista. E in cui Eni rappresenta inevitabilmente una delle armi migliori possedute dal governo.

L’accordo

L’accordo fra le due aziende è stato formalizzato in una lettera di intenti firmata dall’amministratore delegato del gruppo Eni, Claudio Descalzi, l’a.d. di British Petroleum, Bob Dudley, e il presidente della National Oil Corporation Mustafa Sanalla.

Come spiegato da Repubblica, nell’intesa è previsto che la società italiana rilevi il 42,5% dei giacimenti del gruppo inglese in Libia. L’altro 42,5% rimarrà a Bp, mentre il 15% sarà trattenuto dalla libica Noc. Una cifra molto importante ,in quanto in pratica sarà la società del “cane a sei zampe” a riattivare le attività estrattive nei giacimenti sulla terraferma e off-shore posseduti dal gigante britannico ma bloccate da quasi quattro anni. Giacimenti che non solo saranno riattivati da Eni, ma in cui la stessa azienda diventerà l’operatore principale. Obiettivo: la ripresa dell’esplorazione e del resto delle attività nel 2019.

Nell’oggetto dell’accordo non c’è solo questo. L’impegno infatti riguarda chiaramente in maniera principale il gas e il petrolio dei giacimenti detenuti dai britannici. Ma c’è anche un altro intento, molto politico, e che riguarda l’impegno “a contribuire allo sviluppo sociale del Paese attraverso l’attuazione di iniziative sociali, compresi programmi specifici di istruzione e formazione tecnica”. Un modo anche per penetrare a livello politico nel territorio libico e aprire la strada a una diversa percezione delle imprese internazionali che investono nel Paese.

L’importanza strategica dell’accordo

Il patto fra i due giganti degli idrocarburi rappresenta una svolta non indifferente per la Libia, ma anche per i rapporti fra Italia e Regno Unito nel settore petrolifero e in particolare per il contesto libico.

Non è un mistero che le grandi aziende che operano nel settore di gas e petrolio siano “armi” dei governi, o comunque parte integrante delle diplomazie dei singoli Stati. E il fatto che la Bp ceda all’Eni quasi la metà dei propri giacimenti e che si appoggi ad essa per tornare a produrre , sono segnali chiari che fra Londra e Roma ci sono delle sinergie nell’affaire-Libia.

Questa sinergia chiaramente aiuta per primi entrambi i produttori. La British Petroleum avrà modo di riattivare i propri giacimenti tornando a produrre in Libia. Dall’altra parte, Eni ha tutto l’interesse ad aumentare la propria leadership negli idrocarburi del Paese con un accordo che fa sì che intensifichi la produzione ma anche il suo peso nelle gerarchie dei produttori internazionali.

Aiuta anche la Noc libica, che, attraverso questo patto rende operativi di nuovo gli impianti Bp ottenendo il controllo del loro 15% e trovando utili per la società ma anche per la stessa libia, in cui la Noc rappresenta fondamentalmente l’unica istituzione che realmente unisce tutto il Paese, essendo la referente sia del governo riconosciuto di Tripoli, sia della parte orientale della Libia sia delle milizie più importanti.

L’esclusione della Francia

Il fatto che Italia e Regno Unito si uniscano per fare asse in Libia attraverso Eni e Bp, di fatto ha anche uno sconfitto: la francese Total. Ed è evidente che a Parigi non abbiano appreso con gioia della notizia dell’accordo fra le due aziende.

Total si è autoesclusa dall’Iran per via delle sanzioni americane e ha deciso di abbandonare lo sviluppo del giacimento South Pars perdendo potenziali incassi per miliardi di dollari. E adesso, con questo accordo, si vede anche ridurre le possibilità di crescita in Libia. Da una parte con l’esclusione dallo sfruttamento dei giacimenti dei britannici, ma dall’altro lato con l’aumento del peso degli italiani, vero obiettivo della politica libica di Emmanuel Macron.

E questa esclusione ha un peso anche per quanto riguarda non solo gli idrocarburi, ma anche la politica. Il fatto che la Gran Bretagna scelga l’Italia per il petrolio e il gas in Libia, di fatto è un segnale che a Londra considerino Roma l’interlocutore per l’energia del Paese nordafricano. Un segnale che fa seguito anche alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza redatta proprio dalla delegazione britannica e che evitava di inserire la data del dicembre come traguardo per le elezioni. Una decisione che ha avuto il pieno appoggio degli Stati Uniti e che di fatto è stata una sconfitta politica per Macron, che si ostina a volere il voto in Libia prima di Natale.

 

 

fonte: http://www.occhidellaguerra.it/libia-eni-british-petroleum/

In Niger strage continua per malaria, fame e colera …È tra i 10 paesi più poveri al mondo, ma solo perché il loro Uranio, i loro Diamanti ed il loro Oro arricchiscono solo i Francesi che “controllano” la loro economia…

 

Niger

 

 

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In Niger strage continua per malaria, fame e colera …È tra i 10 paesi più poveri al mondo, ma solo perché il loro Uranio, i loro Diamanti ed il loro Oro arricchiscono solo i Francesi che “controllano” la loro economia…

 

In Niger, strage continua per malaria, fame e colera

Il colera sta colpendo duramente il Niger, il cui ministro della Sanità, Idi Illiassou, ha aggiornato ieri il numero di morti da luglio, salito ad almeno 68. Sono invece oltre 3.690 i casi di contagio della malattia, causata da ingestione di cibo o acqua contaminati. Altre fonti, soprattutto Medici Senza Frontiere, sostengono che i morti siano molti di più.
L’epidemia, diffusa inizialmente nella regione meridionale di Maradi, si è diffusa poi anche nelle regioni limitrofe di Tahoua, Zinder e Dosso.
Nella regione di Maradi, l’Unicef e l’Organizzazione mondiale della sanità hanno stimato che solo il 37% della popolazione ha accesso all’acqua potabile e solo il 10% ha accesso a strutture igienico-sanitarie di base.
Oltre al colera, la forte stagione delle piogge che va da giugno a settembre, ha consentito anche la diffusione della malaria, diventata in alcune zone una vera emergenza. A livello nazionale ci sono stati 1.360.000 casi di malaria, con 1.584 morti. Poi, la malnutrizione che come ogni anno fa strage di bambini sotto i 5 anni.
Il Niger è considerato uno dei paesi più poveri del mondo. Le statistiche lo raccontano così. E mentono!
Il Niger è il quarto produttore mondiale di uranio, una delle risorse strategiche del nostro mondo. Dovrebbe essere la piccola Svizzera africana, ma invece è dilaniato dalla miseria.
L’uranio è divenuta una maledizione. La guerra tra potenze per accaparrarselo ha provocato una lunga scia di colpi di stato e guerre civili. Un continuo bagno di sangue.
Oggi a detenere il controllo reale di questa risorsa è l’Areva, la multinazionale francese dell’energia. La Francia ha sempre mantenuto un controllo ferreo di questa “ex” colonia le cui materie prime le consentono di essere potenza nucleare e illuminare le sue strade e le sue case.
Il Niger,in cambio, riceve royalties da rapina. Un eterno 5% che costringe un intero popolo alla fame.

 

fonte: https://raiawadunia.com/in-niger-strage-continua-per-malaria-fame-e-colera/