Effetto M5s – Ora cominciano a farsela sotto – L’Associazione degli ex parlamentari in ansia per l’assegno: “Noi vittime dell’invidia”

 

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Effetto M5s – Ora cominciano a farsela sotto – L’Associazione degli ex parlamentari in ansia per l’assegno: “Noi vittime dell’invidia”

Ora sì che cominciano a farsela sotto…

L’Associazione dei vecchi parlamentari in ansia per l’assegno: “Noi vittime dell’invidia”

Scrive Il Giornale:

Loro le consultazioni al Quirinale le hanno già fatte. Parliamo degli ex parlamentari con vitalizio da difendere, riuniti nell’Associazione ex parlamentari, che poche settimane fa si è presentata dal capo dello Stato con una folta delegazione di canuti ex senatori ed ex deputati, molto preoccupati per gli annunci di tagli alle loro generose pensioni parlamentari, diverse migliaia di euro al mese per pochi anni (in certi casi, mesi) di «servizio» a Montecitorio e Palazzo Madama.

Conto totale: 206,9 milioni di euro solo per il 2018. L’associazione, presieduta da Antonello Falomi, ex parlamentare Ds poi rieletto con Rifondazione Comunista (4.852 euro netti al mese di vitalizio), è impegnata in una crociata «in difesa delle istituzioni democratiche rappresentative, a cominciare dal Parlamento». Tradotto: non azzardatevi a toccare il nostro assegno vitalizio, è un presidio democratico. A Sergio Mattarella gli ex parlamentari hanno espresso la viva preoccupazione per un taglio, o ricalcolo, della loro pensione, come minacciato soprattutto dal M5s, che l’ha messo nelle priorità del primo ufficio di presidenza guidato dal grillino Roberto Fico. Proprio a lui si è subito rivolto il presidente dell’Associazione ex parlamentari, a nome dei circa 1.500 ex eletti ad essa iscritti. Ricordando che mai e poi mai gli ex parlamentari potranno dare il loro assenso «a misure che definiscano come odiosi privilegi le garanzie, anche economiche, poste dalla Costituzione Italiana a tutela dei parlamentari», mentre l’auspicio è che i presidenti delle Camere «sappiano intervenire con fermezza per interrompere una campagna d’odio che delegittima la massima espressione della sovranità popolare».

Ma per comprendere al meglio il grido di dolore degli ex parlamentari minacciati nel portafoglio, occorre prender l’ultimo numero della loro rivista, Il Parlamento. Ventiquattro pagine in cui, oltre ai necrologi per gli ex parlamentari scomparsi e a quelli premiati con medaglia per aver compiuto i 90 anni, si parla quasi esclusivamente e ossessivamente dei vitalizi messi in pericolo dalla «retorica populista che rappresenta – si legge – gli ex parlamentari come una casta di privilegiati e quindi un obiettivo facile da colpire». Anche se trattasi di una microcategoria di cittadini che rappresenta lo 0,0002%», sui cui però vogliono «scaricare il problema di reperire risorse». L’analisi del vicepresidente dell’associazione, Paolo Caccia, ex deputato Dc per quattro legislature, spiega che è tutta una questione di invidia per i trattamenti economici conquistati dagli ex deputati e senatori, «una mina per la società, una deriva inquietante alimentata anche dalla crisi economica». In effetti, invidiabili lo sono veramente i vitalizi degli ex parlamentari. Calcolati con il metodo retributivo, quindi slegati dai contributi realmente versati, i vitalizi vanno dai 2mila euro agli oltre 10mila euro netti al mese per i veterani dei Palazzi. L’Associazione, comunque, è pronta alle barricate se proveranno a ricalcolare i vitalizi al ribasso, in nome della democrazia e pure delle «numerose vedove di ex parlamentari che hanno in quell’assegno l’unico mezzo di sostentamento». Eh sì, perché le vedove e in certi casi pure fratelli e figli lo ereditano.

via Il Giornale

Una storia molto squallida: quando la Casellati, oggi Seconda Carica dello Stato Italiano, perse la causa, ma – con la prepotenza che gli deriva dal suo status di membro della CASTA – costrinse la giornalista disoccupata a pagare le spese legali!

 

Casellati

 

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Una storia molto squallida: quando la Casellati, oggi Seconda Carica dello Stato Italiano, perse la causa, ma – con la prepotenza che gli deriva dal suo status di membro della CASTA – costrinse la giornalista disoccupata a pagare le spese legali!

 

La Casellati perse la causa: ma spinse la giornalista disoccupata a pagare le spese legali

Il M5s non ha voluto Paolo Romani, ma prima di votare la presidente del Senato poteva chiedere agli attivisti di Padova…

La storia l’ha raccontata nel 2016 il Mattino di Padova con l’articolo che riportiamo e prima, nel gennaio 2014, l’aveva denunciata anche Ossigeno, ossia l’associazione che da anni denuncia le minacce e le pressioni cui giornalisti che minacciano la libertà di stampa.

La copertina del libro non ha un grande appeal, ma l’interno è polvere da sparo. Si intitola «Io non taccio» e racconta otto storie di ordinaria fatica giornalistica. Di quel giornalismo cosiddetto d’inchiesta, che spesso è solo il tentativo onesto di descrivere la realtà quando ci si imbatte in potentati costruiti utilizzando le istituzioni. Incarichi pubblici sfruttati come proprietà privata, posizioni di rilievo sociale ottenute con il voto ma usate a beneficio di chi le occupa e di pochi ammanicati, a spese degli ignari elettori. I potenti non gradiscono mai che se ne parli. Di qualunque partito siano, qualunque formazione culturale abbiano, è l’unica pubblicità che odiano. Per stroncarla non esitano a intimidire, minacciare. Non querelano neanche più davanti al giudice penale. Pretendono direttamente i danni in sede civile, secondo l’impostazione teorizzata negli anni Novanta da Massimo D’Alema. Non certo l’unico.

Nel Veneto Lia Sartori amava ripetere: «I giornalisti bisogna denunciarli, anche perché non hanno i soldi per pagarsi l’avvocato». È vero. Per il giornalista paga l’azienda, sempre se non scompare prima del processo, come è accaduto a Padova in uno degli otto casi narrati nel libro, intitolato «Gli intoccabili della città del Santo».

La giornalista si chiama Roberta Polese, lavorava come cronista di giudiziaria per «Il Padova», quotidiano gratuito del gruppo Epolis che ha chiuso nel settembre 2010. 
Poche settimane prima, il 19 luglio 2010, Roberta scrive un articolo intitolato «Arpav, scoperto l’uomo ombra, boss dei computer con parenti vip». Questo signore è Marco Serpilli, lavora a San Servolo, alla Venice International University che ha ottenuto dall’Arpav, agenzia della Regione Veneto, una consulenza di 250.000 euro per cambiare il sistema informatico. Costo 715.000 euro. Più la consulenza fanno 965.000 euro, tutti a carico delle casse pubbliche. 
Il sospetto dei pm padovani Federica Baccaglini e Paolo Luca, che indagano sulla vicenda, è che il cambio del sistema informatico non fosse necessario all’Arpav, ma sia servito solo per affidare la consulenza. 
Capirete.

Si dà il caso che Serpilli sia il marito di Ludovica Casellati, figlia della senatrice di Forza Italia Elisabetta Alberti Casellati, già famosa perché da sottosegretario alla sanità nel 2005 aveva assunto la stessa Ludovica nella segreteria del ministero, con uno stipendio di 60.000 euro l’anno. «Quasi il doppio di quanto guadagna un funzionario ministeriale del 9° livello con 15 anni di anzianità», scrisse Gian Antonio Stella. Questi retroscena sono gossip o fanno parte della notizia?

Roberta Polese decide che trattandosi di soldi pubblici il collegamento Serpilli-Casellati non è faccenda privata e lo scrive. Le casca il mondo addosso. Elisabetta Casellati la cita per danni, pretende 250.000 euro per l’onore infangato. Serpilli sostiene di c’entrare meno ancora, in quanto non direttamente indagato e querela per diffamazione
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Il gruppo Epolis ha chiuso. La Polese è aggredita in civile e in penale e deve reggere da sola, pagandosi gli avvocati. E’ disoccupata, ha un bambino piccolo, si gioca la casa dei genitori. E’ disperata. L’aiuto le arriva da una categoria che non fa spesso regali ed è bello scriverlo: due penalisti padovani, Giovanni Lamonica e Giuseppe Pavan, si offrono di difenderla gratis. Davanti al giudice civile l’assiste Luisa Miazzi, l’avvocato del sindacato giornalisti. Il 29 maggio 2013 la prima vittoria in sede penale (gup Domenica Gambardella), il 3 ottobre 2013 la seconda in civile (giudice Gianluca Bordon). Citare Serpilli e il rapporto di affinità con la senatrice Casellati faceva parte del diritto di cronaca, nessun illecito.

Elisabetta Casellati è condannata a pagare 8.250 euro di spese legali. Ma può fare ricorso e usa la minaccia per costringere la Polese a sobbarcarsi metà delle spese. Roberta, che ha vinto e ha solo un lavoro precario, per evitare l’appello che è un rischio si trova a dover pagare 4.125 euro all’illustre senatrice che ha perso. Può rifiutare e affrontare il secondo giudizio, ma due anni di angoscia l’hanno provata, non se la sente. Risolve la situazione il sindacato giornalisti che nella gestione di Daniele Carlon e Massimo Zennaro si accolla i quattromila e rotti euro della Casellati.

Ma la senatrice non è sempre stata così esosa. Anche lei in altri momenti ha avuto slanci di altruismo: per esempio quando si trattò di fare una colletta per pagare la multa di 70.000 euro nella causa persa da Giancarlo Galan – allora capo indiscusso del suo partito – contro la Rai di Venezia, non esitò a mettere mano al portafoglio. In 19 amici si divisero la spesa, 3700 euro a testa. Generosità targata, direte. Ma ben riposta: oggi è entrata a far parte del Csm, indicata da quel partito che non ha ancora sospeso Galan.

Reatto da: http://www.globalist.it/politics/articolo/2018/03/24/la-casellati-perse-la-causa-ma-spinse-la-giornalista-disoccupata-a-pagare-le-spese-legali-2021547.html

Per rinfrescarVi la memoria – La parassita PD-Renziana da 20 mila euro al mese prende una multa? Va dal capo e gli dice: “Caro, ho preso questa multa. Vorrai mica che la paghi io? …Mettila tu nelle spese del gruppo”!! …E QUESTI FANNO LA MORALE AI CINQUESTELLE!

 

Renziana

 

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Per rinfrescarVi la memoria – La parassita PD-Renziana da 20 mila euro al mese prende una multa? Va dal capo e gli dice: “Caro, ho preso questa multa. Vorrai mica che la paghi io? …Mettila tu nelle spese del gruppo”!! …E QUESTI FANNO LA MORALE AI CINQUESTELLE!

 

La parassita PD da 20 mila euro prende una multa? Ecco cosa fa per farsela pagare. In una nazione civile sarebbe cacciata.
CARO, MI FAI RIMBORSARE LA MULTA? ECCO LA BRAGANTINI, RENZIANA DOC
“Caro, ho preso questa multa. Vorrai mica che la paghi io? Mettila tu nelle spese del gruppo alla Regione Piemonte e me la fai rimborsare”. E così il compagno dell’epoca, Andrea Stara, consigliere della Regione Piemonte del gruppo Insieme per Bresso, fece rimborsare con un trucco la multa a Paola Bragantini, attuale deputata del Pd e renziana di complemento visto che faceva parte della corrente di Dario Franceschini. L’episodio è venuto fuori in tribunale a Torino questa settimana, durante un’udienza del processo sulla rimborsopoli della Regione Piemonte. La Bragantini non risulta indagata per questo falso rimborso.Da quindici giorni circa però la parlamentare del Pd è indagata per truffa in un altro procedimento piemontese. La procura ha infatti scoperto che da presidente della V Circoscrizione di Torino (incarico ricoperto fino al 2013, quando divenne imputata) la Bragantini insieme ad altri del Pd si segnavano presenti a riunioni di giunta o di consiglio anche quando erano a centinaia o migliaia di km di distanza (alcuni addirittura in viaggio a Cuba). I verbali risultavano quindi falsificati, talvolta per prendere gettoni di presenza aggiuntivi, in altri casi per evitare decurtazioni dal fisso mensile. Ma la Bragantini naturalmente può fare quello che vuole nel Pd di Matteo Renzi inflessibile con tutti gli altri, ma tenerissimo con i suoi cari.
FONTE: 
http://bandabassotti.myblog.it/2017/04/16/per-rinfrescarvi-la-memoriax/
LEGGI QUI LA NOTIZIA:
http://torino.repubblica.it/cronaca/2015/03/21/news/rimborsopoli_quando_stara_pago_la_multa_della_compagna_segretaria_pd-110112563/
http://www.liberoquotidiano.it/news/l-imbeccata/11769821/Caro–mi-fai-rimborsare-la.html

È ufficiale: il ministro delle riforme sbagliate Boschi, che aveva dichiarato di lasciare la politica, ha mentito spudoratamente sul suo conflitto di interessi. Si è occupata attivamente di Banca Etruria del Padre, che ha truffato e rovinato la vita a migliaia di risparmiatori. Ma basta cazzeggiare. Avete visto che avevano ragione? Spelacchio è morto, mica vorrete affidare il Paese ai Grillini?

 

Boschi

 

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È ufficiale: il ministro delle riforme sbagliate Boschi, che aveva dichiarato di lasciare la politica, ha mentito spudoratamente sul suo conflitto di interessi. Si è occupata attivamente di Banca Etruria del Padre, che ha truffato e rovinato la vita a migliaia di risparmiatori. Ma basta cazzeggiare. Avete visto che avevano ragione? Spelacchio è morto, mica vorrete affidare il Paese ai Grillini?

 

Ghizzoni conferma che Boschi gli chiese di acquistare Etruria. E dice che ricevette una mail da Carrai (a che titolo?) sulla questione.

La Boschi ha mentito. Ha mentito spudoratamente, prendendo per i fondelli milioni di Italiani, tra cui tutti i truffati e ridotti in miseria da Banca Etruria della “persona perbene” alias Pier Luigi Boschi.

E parliamo di un ministro delle riforme che ogni volta che ha tentato di fare una riforma ha fatto una puttanata.

E parliamo del ministro che dichiarò pubblicamente cge se si perdeva il famoso referendum del 4 dicembre avrebbe abbandonato la politica… per poi attaccarsi con i denti alla poltrona.

Ma il problema è un altro.

Il problema è che “spelacchio” (l’albero di Natale di Roma della Raggi) è morto.

Come cazzo potete pensare di votare i grillini se non sono capèaci di fare un albero di Natale?

Ai posteri l’ardua sentenza, sperando che siano meno coglioni di noi!

 

By Eles

 

Ricordiamo le parole di Piercamillo Davigo: “I politici non hanno smesso di rubare, hanno solo smesso di vergognarsi”

 

Davigo

 

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Ricordiamo le parole di Piercamillo Davigo: “I politici non hanno smesso di rubare, hanno solo smesso di vergognarsi”

Ricordiamo le dure parole di Davigo. Era circa un anno e mezzo fa…

I politici “non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto. Dicono cose tipo: “Con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”..

Ma non sono soldi loro; sono dei contribuenti”.

Lo afferma al Corriere della Sera,Piercamillo Davigo, presidente dell’Anm, spiegando che “prendere i corrotti è difficilissimo. Nessuno li denuncia, perché tutti hanno interesse al silenzio: per questo sarei favorevole alla non punibilità del primo che parla. Il punto non è aumentare le pene; è scoprire i reati. Anche con operazioni sotto copertura”.

Alla domanda se quindi si ruba più di prima, Davigo spiega: “Si ruba in modo meno organizzato.  La corruzione è un reato seriale e diffusivo: chi lo commette, tende a ripeterlo, e a coinvolgere altri. Questo dà vita a un mercato illegale, che tende ad autoregolamentarsi: se il corruttore non paga, nessuno si fiderà più di lui. Ma se l’autoregolamentazione non funziona più, allora interviene un soggetto esterno a regolare il mercato: la criminalità organizzata“.

Dopo Mani Pulite, prosegue Davigo, “hanno vinto i corrotti, abbiamo migliorato la specie predata: abbiamo preso le zebre lente, le altre sono diventate più veloci”.

A fermare quel pool “cominciò Berlusconi, con il decreto Biondi; ma nell’alternanza tra i due schieramenti, l’unica differenza fu che la destra le fece così grosse e così male che non hanno funzionato; la sinistra le fece in modo mirato. Non dico che ci abbiano messi in ginocchio; ma un pò genuflessi sì”.

Il governo Renzi? “Fa le stesse cose – dice Davigo -. Aumenta le soglie di rilevanza penale. Aumenta la circolazione dei contanti, con la scusa risibile che i pensionati non hanno dimestichezza con le carte di credito”.

Con la scusa della fake news tentano ancora di imbavagliare il Web. Ricordiamo la decisa reazione di Milena Gabanelli all’ultimo tentativo dei politici di zittire la Gente libera: “CIALTRONI e incompetenti” !!

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Con la scusa della fake news tentano ancora di imbavagliare il Web. Ricordiamo la decisa reazione di Milena Gabanelli all’ultimo tentativo dei politici di zittire la Gente libera: “CIALTRONI e incompetenti” !!

Milena Gabanelli al Fatto: “Le regole su privacy e diffamazione ci sono già, il problema è la cialtronaggine”

Su diffamazione e privacy “basterebbe applicare le regole, che esistono già. Il problema è che la ‘cialtronaggine’, infilata in tutti i mestieri, fa comodo a tutti”. Così Milena Gabanelli in un’intervista al Fatto Quotidiano. “Un giornalismo autorevole incide sull’opinione pubblica che ha poi il potere di orientare le scelte politiche ed espellere i delinquenti. Se quello italiano ha meno ‘peso’ rispetto a quello statunitense, inglese o nordeuropeo, è perché assomiglia alla sua classe dirigente, e alla fine l’opinione pubblica si fida poco […]. Più delle leggi, è la qualità delle persone a fare la differenza. Non mi pare però che la ‘qualità’ sia l’obbiettivo, in nessun campo”.
Gabanelli critica duramente l’emendamento di Ncd, poi corretto dal governo, che ha cercato di vietare le intercettazioni nascoste. “Come ci si comporta con il politico o l’imprenditore che in intervista ti dice una cosa, e quando pensa che la registrazione è terminata, aggiunge: ‘Adesso che ha spento le dico la verità’? Quella verità va in onda o me la tengo per me? Quell’emendamento – continua l’autrice di Report – avrebbe ‘blindato’ quelli che raccontano una cosa e poi ne fanno un’altra, e incentivato i giornalisti a lavorare per conto delle forze dell’ordine, che non è esattamente il nostro mestiere”.
Secondo Gabanelli, è comunque “inquietante la generale approssimazione con cui vengono scritti emendamenti, che appena diventano noti devono essere corretti”. “Pretenderei maggiore competenza”, aggiunte la giornalista.
fonte: http://siamolagente2016.blogspot.it/2017/03/la-casta-tenta-ancora-di-imbavagliare.html

Scusate, ma non dovevano abolire i vitalizi? Hanno così “tanto da fare” che sono riusciti perfino a rispolverare la questione dell’Inno di Mameli, vecchia di 70 anni. Ma dei vitalizi non se ne parla più!

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Scusate, ma non dovevano abolire i vitalizi? Hanno così “tanto da fare” che sono riusciti perfino a rispolverare la questione dell’Inno di Mameli, vecchia di 70 anni. Ma dei vitalizi non se ne parla più!

Il Pd pensa all’Inno di Mameli, ma dei vitalizi non se ne parla più

La mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali del 2018 ha lasciato tutti amareggiati, non di meno i politici del Pd, i quali hanno ben pensato di riconoscere il “Canto degli italiani” di Mameli come l’inno ufficiale della Repubblica.

È stato provvisorio per 71 anni, ma pur di rallentare e sotterrare il decreto che abolisce i vitalizi dei parlamentari all’ordine del giorno, si è trovato subito il tempo necessario all’approvazione dell’inno di Mameli.

Era lo scorso 25 Luglio, quando Renzi sbatteva in faccia ai 5 Stelle il voto alla Camera che aboliva i vitalizi dei parlamentari, ma da quel momento in realtà niente di fatto è stato portato a conclusione.

La norma è bloccata in Commissione Affari Costituzionali, in attesa di passare al vaglio 224 emendamenti presentati dagli accaniti oppositori, diversi di matrice Pd, 49 del solo Ugo Sposetti, ex tesoriere Ds. Inutile la presentazione da parte dei pentastellati di una richiesta di procedura d’urgenza per accelerare l’iter legislativo, la cui proposta è stata miseramente rifiutata.

Vito Crimi, senatore 5 Stelle e membro della Commissione Affari Costituzionali, rivela: “Per votare i 224 emendamenti presentati basterebbero due giornate di lavoro. Ricordo che la Boccadutri venne votata in Commissione in tre ore. Ma lì si trattava di salvare i soldi dei partiti, qui invece si tratta di togliere soldi ai politici”. Una prova che il bicameralismo perfetto funziona in maniera efficiente quando c’è la volontà dei politici: il decreto, portato al Senato il 10 settembre, diventa legge il 14 ottobre, sbloccando i 45,5 milioni di fondi ai partiti. Un batter d’occhio, se paragonato al tempo richiesto per la norma sui vitalizi.

Che non sia più una priorità lo si deduce anche dai temi affrontati nell’ultima direzione di partito del Pd, in cui si parla di Ius soli e biotestamento, ma dei vitalizi manco l’ombra, sebbene fosse all’ordine del giorno.

E se i parlamentari in questione si difendono imbarazzati a queste accuse, il leader della Lega, Matteo Salvini, attacca nel web: “Per il Pd è più urgente approvare lo Ius Soli rispetto al taglio degli spropositati vitalizi parlamentari. Ma certa gente non conosce la vergogna?”.

 

tratto da: https://www.silenziefalsita.it/2017/11/19/vitalizi/

Ricordate quando la Gabanelli si infuriò di brutto: “ma vi sembra normale che i politici abbiano leggi diverse rispetto ai cittadini comuni?” – Stipendi impignorabili, niente da fare, si tengono stretto l’antico privilegio di una legge del 1965 – respinta la proposta per abolirla!

 

Stipendi

 

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Ricordate quando la Gabanelli si infuriò di brutto: “ma vi sembra normale che i politici abbiano leggi diverse rispetto ai cittadini comuni?” – Stipendi impignorabili, niente da fare, si tengono stretto l’antico privilegio di una legge del 1965 – respinta la proposta per abolirla!

 

“Ma vi sembra normale che i politici abbiano leggi diverse rispetto ai cittadini comuni?” sbottava Milena Gabanelli alla fine di una delle sue fantastiche puntate di report

Leggi QUI l’articolo

 

Ma non è cambiato NIENTE. Senza pudore, senza vergogna. Si tengono iul privilegio.

Stipendi impignorabili, l’antico privilegio che la casta non molla. La tutela fu accordata nel 1965: respinta la proposta per abolirla

Avete un credito nei confronti di un parlamentare? Metteteci una croce sopra. Perché se il senatore o l’onorevole decide di non saldare il debito, avrà gioco facile ad opporsi al pagamento. La legge, del resto, è dalla sua parte. Grazie ad una norma del lontano 1965, in base alla quale tanto l’indennità mensile (oltre 10mila euro lordi) quanto la diaria spettanti agli eletti di Montecitorio e Palazzo Madama, non possono essere sequestrate o pignorate. Insomma, la busta paga del parlamentare è praticamente intoccabile. Un ulteriore privilegio, rispetto al trattamento riservato dalla legge ai comuni cittadini, che ha resistito, nel corso della legislatura, ad ogni tentativo di debellarlo una volta per tutte.

Difese a oltranza – Mentre infatti al Senato – numeri permettendo – qualcosa potrebbe muoversi nelle prossime settimane sul fronte dei vitalizi, non c’è stato niente da fare per la proposta di legge (pdl) presentata più di un anno fa alla Camera dal deputato di Mdp Gianni Melilla. “La mia pdl è stata unificata con quella presentata dal Movimento 5 Stelle per il taglio dell’indennità dei parlamentari, ma è finita in un nulla di fatto – spiega a La Notizia l’esponente di Articolo 1 –. Poi ho provato a riproporla, sotto forma di emendamento alla riforma dei vitalizi del dem Matteo Richetti”. Ma anche in questo caso il tentativo non ha avuto sorte migliore. “Bocciato ancora una volta – conferma Melilla –. Il motivo? Si è sostenuto che fosse materia riservata ai regolamenti e non alla legge e che quindi occorresse intervenire in sede di Ufficio di presidenza”. Insomma, il privilegio è rimasto. Il regime dell’impignorabilità degli onorevoli stipendi era sopravvissuto, per altro, anche al vaglio di legittimità della Consulta. Che lo ha ritenuto fondato per la necessità di assicurare la salvaguardia del mandato parlamentare nel rispetto dell’articolo 69 della Costituzione (“I membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge”).

Niente da fare – “Ma giustificare ancora oggi questo trattamento di particolare privilegio rispetto a quello riservato ai comuni cittadini è francamente incomprensibile – taglia corto Melilla –. Perché se poteva al limite avere senso nel periodo in cui questa forma di tutela riservata ai parlamentari venne introdotta, per evitare che il pignoramento dei loro emolumenti li privasse dei mezzi di sussistenza pregiudicandone libertà e autonomia, la pesante crisi economica in cui versa il Paese lo rende ormai anacronistico e pesantemente discriminatorio nei confronti di tutti gli altri cittadini”. Contribuendo inoltre, aggiunge ancora il deputato di Mdp, ad alimentare nel Paese “un diffuso sentimento di sfiducia verso le istituzioni”. Senza contare che “in nessun’altra Nazione dell’Unione europea esiste un’analoga disposizione”, che Melilla bolla, senza mezzi termini, come “irragionevole” oltre che “incompatibile con il principio di uguaglianza fissato dalla Costituzione”. In altre parole, “un’anomalia tutta italiana” che la proposta di Melilla puntava ad eliminare. Ma senza successo. Almeno per questa legislatura. Ci si dovrà accontentare di sperare nella prossima.

fonte: http://www.lanotiziagiornale.it/stipendi-impignorabili-lantico-privilegio-che-la-casta-non-molla-la-tutela-fu-accordata-nel-1965-respinta-la-proposta-per-abolirla/

Ormai non c’è più niente da dire. Senza un briciolo di dignità!

by Eles

Voi potete pure crepare sognando una pensione. Loro NO – pioggia di ricorsi della casta contro i tagli ai Vitalizi!

 

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Voi potete pure crepare sognando una pensione. Loro NO – pioggia di ricorsi della casta contro i tagli ai Vitalizi!

Un vitalizio è per sempre.
Pioggia di ricorsi della casta contro i tagli: ecco gli ex deputati in guerra

L’avevano minacciato e alla fine sono passati dalle parole ai fatti. Sono una ventina i ricorsi presentati dagli ex deputati contro la delibera Sereni, dal nome della vicepresidente della Camera del Pd, con la quale dal 1° maggio di quest’anno è stato applicato un contributo di solidarietà triennale sui vitalizi di importo pari o superiore a 70mila euro lordi l’anno. Portando tutto sommato a risparmi risibili: circa 2,5 milioni l’anno, l’1,7% della spesa complessiva che la Camera è costretta a sostenere per pagare le pensioni degli ex eletti. Nella lista ce n’è davvero per tutti i gusti (compresi alcuni senatori che pur non essendo “toccati” dal provvedimento si sono associati). E soprattutto di tutti i colori politici. Perché si sa, quando di mezzo ci sono i soldi non c’è ideologia che tenga. È un “uno per tutti, tutti per uno”. Nessuno dei ricorrenti, molti dei quali assistiti dall’avvocato ed ex parlamentare del Pdl Maurizio Paniz, è infatti intenzionato a mollare un centesimo. Così hanno deciso di andare allo scontro frontale. Sui singoli casi deciderà il Consiglio di giurisdizione della Camera, l’organo giurisdizionale presieduto da Alberto Losacco (Pd) e composto da Antonio Marotta (Alternativa popolare) e Tancredi Turco (Alternativa Libera) che ha il compito di dirimere le controversie fra ex deputati e l’amministrazione di Montecitorio.

Da chi partiamo? Da quello che, a detta di tutti, è considerato l’ispiratore di questi ricorsi, cioè Giuseppe Gargani detto “Peppino”. All’82enne ex parlamentare campano di Dc, Ppi, Forza Italia e Pdl che, elenchi alla mano, percepisce un vitalizio pari a 6.039,96 euro netti al mese, l’applicazione del contributo di solidarietà proprio non è andata giù. Del resto, che la sua posizione sull’argomento fosse questa lo si era capito quando il 26 maggio, in una lettera al Dubbio, aveva bollato la legge Richetti (quella che promette di ricalcolare col contributivo tutti gli assegni di ex parlamentari e consiglieri regionali maturati col retributivo) come “anticostituzionale”, addirittura “un vulnus alla democrazia e alla indipendenza parlamentare”. Nientemeno.

Pagare moneta – Ma Gargani non è che il primo dell’elenco. Nel quale figura un altro volto noto sia della Prima sia della Seconda Repubblica come Giuseppe Calderisi, pure lui detto “Peppino”. Entrato alla Camera per la prima volta nel 1979 col Partito Radicale, Calderisi ne è uscito nel 2013, saltando appena un giro, l’undicesima legislatura (1992/94). I 32 anni a Palazzo gli hanno permesso di maturare – e incassare – un assegno da 5.459,46 euro netti al mese. Ad avercene. Ma niente, pure lui li vuole tutti, senza colpo ferire. Così come Antonio Bargone (Pci, Pds). Le 3 legislature sono valse all’avvocato brindisino, che in carriera ha ricoperto pure l’incarico di sottosegretario ai Lavori pubblici nel primo Governo Prodi e nel primo e secondo Governo D’Alema, un assegno da 3.931,21 euro netti al mese. Un piccolo taglio? Nemmeno a parlarne: così ha fatto ricorso. Sulla stessa lunghezza d’onda gli ex Dc Pietro Rende e Giuseppe Fornasari: tre legislature il primo e 4 il secondo che sono valse loro, rispettivamente, una pensione da 4.041,60 e 5.022,35 euro netti al mese. Che vogliono intascare tutta intera. Pensate che sia finita? Ci dispiace deludervi ma la risposta è no. Nella lista c’è infatti anche Teresio Delfino. Qualcuno se lo ricorderà visto che l’ex deputato centrista originario di Busca (Cuneo), è stato deputato per 6 legislature ma anche sottosegretario sia col Governo D’Alema I (Istruzione) sia con quello Berlusconi II (Agricoltura). Il suo assegno ammonta a 5.819,39 euro netti.

All’attacco – Quello di Giacinto Urso, colonna della Balena Bianca nel ventennio 1963-83, è invece di 5.472,11 euro netti mentre Carlo Felici, altro ex democristiano, sottosegretario all’Agricoltura del Governo Moro V, si deve “accontentare” di 4.499,09 euro netti. E guai a chi glieli tocca. Va meglio invece all’ex Dc e Forza Italia Angelo Sanza (dieci legislature e 5.882,70 euro netti); l’ex Pci-Pds Bruno Solaroli si ferma a 4.954,23 euro netti. Veniamo poi a Mario Gargano (Dc) e Maurizio Bertucci (FI-Udeur). Il primo, classe 1929, originario di Tagliacozzo (L’Aquila), è stato alla Camera fra il 1972 e l’83: tanto è bastato per portare a casa ogni mese 3.931,21 euro netti di vitalizio. La stessa identica cifra che percepisce Bertucci, a Montecitorio fra il ’94 e il 2006. Che dire poi di Mario Tassone (Dc, Udc) e Guido Alborghetti (Pci, Pds)? Per il primo, le 9 legislature a Montecitorio sono valse un vitalizio da 6.073,37 euro netti al mese; per Cursi invece 4 legislature e 4.852,36 euro netti. Anche Elena Montecchi ha una storia di sinistra (Pci, Pds, Ds), ma ciò non è bastato a frenarne la voglia di opporsi alla delibera Sereni, che va ad intaccare il suo assegno da 6.175,04 euro netti maturato tra il 1983 e il 2006. Più o meno lo stesso ragionamento fatto da Alfredo Zagatti (Pds), che per i suoi 9 anni alla Camera mette oggi in tasca 4.006,36 euro netti al mese. Chiudono la carrellata Fulvia Bandoli e Romana Bianchi Beretta. La prima, ex deputata di Sinistra Democratica, è stata a Montecitorio fra il ’94 e il 2008. Il suo assegno? 4.849,28 euro netti al mese. La Bianchi Beretta (Pci, Pds), classe ’44, 4 legislature alle spalle, incassa invece 5.010,50 euro netti. Beati loro.

fonte: http://www.lanotiziagiornale.it/un-vitalizio-e-per-sempre-pioggia-di-ricorsi-della-casta-contro-i-tagli-ecco-gli-ex-deputati-in-guerra/

Ricapitoliamo, povertà in Italia: oltre due milioni senza il cibo in tavola, ma per questa idiota la priorità è “Parificare gli stipendi tra calciatori e calciatrici” – E perchè non parificare gli stipendi della Casta a quelli della gente?

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Ricapitoliamo, povertà in Italia: oltre due milioni senza il cibo in tavola, ma per questa idiota la priorità è “Parificare gli stipendi tra calciatori e calciatrici” – E perchè non parificare gli stipendi della Casta a quelli della gente?

In un Paese dove 2 milioni di persone non possono mettere il piatto a tavola, chi ci governa ha la priorità è “Parificare gli stipendi tra calciatori e calciatrici” …e Voi ancora Vi chiedete perchè stiamo nella merda?

La sottosegretaria alla presidenza del Consiglio dei Ministri, Maria Elena Boschi, ha proposto sui suoi profili social di seguire l’esempio della Norvegia e parificare lo stipendio dei giocatori di calcio, siano essi donne o uomini. L’idea però non è piaciuta a gran parte degli utenti, che ne hanno sottolineato l’inutilità rispetto a ploblemi più urgenti.

La nostra cara “sottosegretaria alla presidenza del Consiglio dei Ministri”, prima di sparare puttanate, dovrebbe leggere questo:

Povertà in Italia: oltre due milioni senza il cibo in tavola

Dall’ultimo rapporto Gli italiani e il cibo. Un’eccellenza da condividere” del Censis, osservatorio indipendente sulle condizioni sociali in Italia, è emerso che sono oltre due milioni le persone nel nostro Paese che non hanno avuto soldi sufficienti per comprare il cibo necessario. Negli ultimi sette anni i numeri sono più che raddoppiati: nel 2007 erano un milione e ciò vuol dire che l’incremento da quando è iniziata la crisi è dell’84, 8%.

Il Rapporto ha evidenziato che Puglia (16,1%) Campania (14, 2%) e Sicilia (13,3 %) sono le prime tre regioni con la quota più alta di persone che vivono in condizioni di disagioalimentare. Il 9,2% delle famiglie italiane, di cui 830 mila con figli minori, non ha accesso al cibo in tavola.  Le spese alimentari sono calate in media del 12,9 % dal 2007 (17,3 % per le famiglie a carico di un operaio e 9,7% per quelle con capofamiglia dirigente o impiegato). Le famiglie con più figli sono quelle in maggiore difficoltà: – 15,6% le coppie con due figli, – 18,2% le coppie con tre o più bambini.

Dalla ricerca del Censis è emerso che gli italiani restano comunque grandi amanti del cibo: 29,4 milioni si definiscono appassionati, 12,6 milioni intenditori e 4,1 milione veri esperti. Per il 17, 9% la cucina made in Italy è motivo d’orgoglio nazionale. La crisi si fa sentire sono in famiglia: nel 2014 le esportazioni sono state di 28,4 miliardi con un 30,1% in più rispetto a cinque anni prima.

Per il presidente del Censis, Giuseppe De Rita “È  fondamentale esportare il modello italiano delle tipicità, non solo i prodotti. Solo così anche le esportazioni delle nostre nicchie saranno più facili. Nella battaglia fra biodiversità e industrializzazione di massa, bisogna puntare sulle scelte individuali: la voglia di diversità è una voglia di democrazia”.

Una situazione a doppia faccia: dal punto di vista culturale ed economico buona, ma scarsa da quello sociale. C’è da dire, inoltre, che i dati forniti sono da prendere con le pinze: qualcuno potrebbe vivere il dramma di non riuscire a sfamarsi, ma non averlo reso pubblico. Visti i dati altalenanti di disoccupazione, che non sembra fornire dinamiche positive, l’ipotesi è più che plausibile. Dal Rapporto del Censis emerge, quindi, che dal punto di vista sociale la strada è ancora tortuosa e che c’è ancora molto da lavorare in Parlamento.

Vincenzo Nicoletti

fonte: http://www.liberopensiero.eu/2017/10/14/poverta-in-italia-oltre-due-milioni-senza-il-cibo-in-tavola/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter