LATITANTI E CONTENTI. Tutti gli “altri” Battisti di cui ci siamo dimenticati (e sono tanti) – Il caso di Claudio Lavazza, condannato per gli stessi quattro omicidi compiuti da Battisti e il caso della Francia, tanto, ma proprio tanto generosa con il nostro terrorismo…

 

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LATITANTI E CONTENTI. Tutti gli “altri” Battisti di cui ci siamo dimenticati (e sono tanti) – Il caso di Claudio Lavazza, condannato per gli stessi quattro omicidi compiuti da Battisti e il caso della Francia, tanto, ma proprio tanto generosa con il nostro terrorismo…

Latitanti e contenti. Gli “altri” Battisti

Non c’è soltanto Cesare Battisti, l’ex esponente dei Proletari armati per il comunismo condannato per quattro omicidi (il gioielliere Pierluigi Torregiani, il macellaio Lino Sabbadin, il maresciallo della polizia penitenziaria Antonio Santoro e l’agente della Digos Andrea Campagna), e latitante per 26 dei suoi 64 anni. Gli anni di piombo italiani, purtroppo, hanno lasciato molte altre scorie in giro per il mondo.

La lista è lunga e davvero mortificante, per la giustizia italiana. Tra gli esponenti più significativi del terrorismo impunito ci sono Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri, due vecchi brigatisti rossi (oggi hanno 63 e 67 anni) che non si sono mai formalmente pentiti. Facevano parte del commando che il 16 marzo 1978 entrò in azione a Roma, in via Fani, uccidendo i cinque uomini della scorta dell’ex presidente della Dc. Sette mesi dopo, insieme, avevano anche colpito mortalmente alla testa il magistrato Girolamo Tartaglione, direttore generale degli affari penali. La nostra Corte di cassazione, in contumacia, li ha condannati all’ergastolo ma sono riusciti a fuggire e in Italia non hanno mai scontato un giorno di pena.

Oggi, però, nessuno dei due è estradabile perché Lojacono ha preso la cittadinanza svizzera, mentre Casimirri ha ottenuto quella nicaraguense. Lojacono, che in Italia era stato condannato a 16 anni di galera anche per l’omicidio di Nikis Mantekas, un simpatizzante di estrema destra ucciso a Roma nel 1975, era stato arrestato in Corsica nel giugno 2000, ma è stato subito liberato dalla giustizia francese che non riconosce le condanne in contumacia. In Svizzera, Lojacono ha cambiato cognome in Baragiola, e nel 1989 è stato condannato per l’omicidio Tartaglione a 17 anni di reclusione (ne ha scontati solo 11 per buona condotta). Dal 1988 anche Casimirri si fa scudo di un’altra cittadinanza: si è sposato a Managua, dove di recente il quotidiano La Verità ha ricordato che gestisce un ottimo ristorante di pesce, El buzo («Il subacqueo») frequentato anche da reduci dell’estremismo rosso italiano.

Si era rifugiato in Spagna, invece, Claudio Lavazza, 63 anni: anche lui faceva parte dei Proletari armati per il comunismo, ed è stato condannato all’ergastolo per gli stessi quattro omicidi compiuti da Battisti. Lavazza è detenuto in Spagna dal 1996 per reati commessi in quel Paese: Madrid non ha mai dato seguito alla richiesta di estradizione italiana.

Altri latitanti delle Br per i quali la giustizia italiana ha inutilmente chiesto la consegna alla Francia sono Sergio Tornaghi, 61 anni, legato alla colonna milanese Walter Alasia; la «primula rossa» Simonetta Giorgieri, 64 anni, che apparteneva al Comitato rivoluzionario toscano; e Carla Vendetti, 60 anni, arrestata, scarcerata e quindi entrata in clandestinità. Le due donne sono state condannate anche perché coinvolte negli omicidi dei giuslavoristi Marco Biagi, nel 2002, e Massimo D’Antona, nel 1999. 

La Francia, va detto, è sempre stata generosa con il nostro terrorismo rosso, e non soltanto con Battisti, che ha allegramente ospitato fino al 2004: dal 1982 dà rifugio anche all’ex Br Enrico Villimburgo, condannato all’ergastolo in una delle troppe appendici del processo Moro e per i tre omicidi dei giuristi Vittorio Bachelet e Girolamo Minervini, e del generale dei Carabinieri Enrico Galvaligi. A Parigi vive anche Giorgio Pietrostefani, 75 anni, l’ex dirigente di Lotta continua che la giustizia italiana ha condannato definitivamente a 22 anni di carcere per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi.

Si dice sia residente in Perú Oscar Tagliaferri, condannato per la strage organizzata dai terroristi rossi di Prima linea in via Adige, a Milano, il 1° dicembre 1978. Tagliaferri è ricercato per omicidio, associazione sovversiva, partecipazione a banda armata, rapina. È uno degli autori della strage milanese di Prima linea anche Maurizio Baldasseroni, 68 anni, a sua volta espatriato in Sud America: nel 2013 si pensava fosse morto, ma l’anno successivo un giudice ha ordinato alla Procura di Milano che fossero riprese le sue ricerche.

Il terrorista nero Vittorio Spadavecchia, 56 anni, si nasconde invece a Londra da oltre 36 anni, per l’esattezza dall’agosto 1982: membro dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari, è stato condannato per l’omicidio di alcuni poliziotti, tra i quali il commissario della Digos Franco Straullu, e per una serie di rapine. Oggi fa l’agente immobiliare. Sette richieste di estradizione da parte dell’Italia sono finite nel nulla.

fonte: http://thepolloweb.blogspot.com/2019/01/latitanti-e-contenti-gli-battisti.html

23 settembre 1916 – 23 settembre 2018 – Buon compleanno Aldo Moro, a te ed a tutti i misteri che 40 anni di indagini non sono riusciti e chiarire.

 

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23 settembre 1916 – 23 settembre 2018 – Buon compleanno Aldo Moro, a te ed a tutti i misteri che 40 anni di indagini non sono riusciti e chiarire.

 

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Sei commisioni d’inchiesta, cinque processi e un numero infinito di teorie e ricostruzioni aleatorie. Ma non esiste ancora una verità ufficiale sull’omicidio del leader Dc. E tante domande rimangono inevase.

Quarant’anni da via Fani, da via Caetani e ancora non si sa perché sia morto Aldo Moro. Per salvaguardare segreti di Stato usciti per sbaglio? Per accelerare la crisi democratica del consociativismo Dc-Pci? Per aprire la strada a possibili derive autoritarie? Perché così voleva Kissinger, la Cia, il Kgb, gli israeliani, i palestinesi, i libici, la mafia? In quarant’anni se ne sono sentite di ipotesi, di fantapolitiche, di possibilità ragionate, si sono chiariti alcuni dubbi, sono state spazzate via alcune verità di comodo di stampo brigatista, revisionista, ma allo stato dell’arte vale sempre lo sberleffo che chi scrive raccolse dalla terrorista Anna Laura Braghetti, la carceriera di Moro: «Ma sì, indagate, indagate, non avete fatto altro per 25 anni, non farete altro per i prossimi 25». Come a dire che la verità vera la sapevano loro e sapevano come tenerla blindata, ne avevano facoltà perché lo Stato, tutta questa voglia di scoprire gli altarini ultimi, definitivi, non è che l’avesse. Intanto i testimoni spariscono uno dietro l’altro portandosi in tomba i segreti che contano; intanto le Commissioni d’inchiesta si susseguono e, sì, qualcosa fanno, ma un po’ alla maniera di Diogene che col lanternino cercava l’uomo.

Ma sì, indagate, indagate, non avete fatto altro per 25 anni, non farete altro per i prossimi 25 (ANNA LAURA BRAGHETTI, EX BRIGATISTA ROSSA).

Dove sta il memoriale vero, il manoscritto di Moro redatto durante la prigionia che usciva a pezzi, opportunamente emendato, dal covo milanese di via Monte Nevoso? La prima ondata finì nelle mani esperte e smaliziate del generale Dalla Chiesa il primo ottobre del 1978, dopo la retata dei nove brigatisti inchiodati nel covo, la seconda uscì 12 anni dopo, nel 1990, quando casualmente da un tramezzo veniva giù una pioggia d’armi, banconote e documenti. Dove le registrazioni audio dei suoi interrogatori? È vero che vengono conservati nel caveau di una banca svizzera, lingotti di ricatti? Dove stanno le svariate prigioni dell’ostaggio, a parte quella, leggendaria, di via Montalcini? Lungo il litorale di Marina di Palidoro, a Fiumicino? Dalle parti del Ghetto, vicino a dove la R4 col suo cadavere fu ritrovata?

CINQUE PROCESSI E SEI COMMISSIONI D’INCHIESTA. Quanti furono a prender parte al raid di via Fani? Da nove divennero prima 14, poi 20, forse, considerate le sentinelle d’appoggio, anche di più. Alcuni sono stati fatti filare al sicuro, in Nicaragua, anche tramite prelati come il famoso Abbè Pierre. Ancora, il ruolo di Gladio, degli apparati Nato, della falsa scuola di lingue francese Hyperion, centro di raccolta sia di terrorismi che di nuclei di spionaggio internazionali, dei viaggi di Mario Moretti avanti e indietro da Parigi e tante, tante altre stranezze che spingono il presidente della sesta e per ora ultima Commissione parlamentare, Giuseppe Fioroni, a parlare di «storia da riscrivere in molti suoi capitoli». Dopo 40 anni, cinque processi, due dei quali unificati, sei Commissioni parlamentari d’inchiesta, un labirinto infinito di sentenze, di condanne, di ipotesi, di dubbi, di sorprese, di conferme.

Ma i risvolti parziali, le tessere mancanti del mosaico, le incongruenze, i presupposti storici e politici, sono tutta roba in certo senso secondaria; prima di tutto il resto, oltre tutto il resto, perdura la madre di tutte le domande: perché proprio Moro? Per dire perché lo tolsero di mezzo, in quel modo contorto, all’apparenza inaspettato «improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l’ordine di esecuzione», per usare le parole del prigioniero, quasi incredulo, nell’ultima lettera alla moglie. Cinquantacinque giorni di stallo, con decine di migliaia di poliziotti, di carabinieri, di militari della finanza, dell’esercito, della marina, dell’aeronautica, con l’intromissione dei servizi segreti, non cavavano il classico ragno dal buco.

QUELLE RIVELAZIONI SU GLADIO. Cinquantacinque giorni nei quali succedeva di tutto, falsi comunicati, falsi annunci della morte dell’ostaggio «mediante suicidio», maneggi della massoneria piduista e della banda della Magliana, covi platealmente scoperchiati, messaggi clamorosi, contraddizioni dei brigatisti che passano con disinvoltura da un comunicato in cui si ribadisce che «nulla verrà tenuto nascosto al popolo» alla affermazione impune secondo cui «il prigioniero non ha rivelato cose di cui il popolo non fosse già al corrente». E invece ha appena parlato di Gladio, del ruolo di Cossiga e di Andreotti, di retroscena democristiani potenzialmente esplosivi, censurati dai carcerieri e poi fatti sparire anche dai reperti.

C’è un ex senatore comunista, Sergio Flamigni, oggi 93enne, che in trent’anni ha scritto una sequela di libri in cui demolisce le false verità concordate fra Stato ed eversione: sul numero dei partecipanti all’operazione di via Fani, su quello dei carcerieri di Moro, sulle circostanze della prigionia, sulle omissioni e le compromissioni di Stato, sui memoriali di comodo come quello di Valerio Morucci che a suo modo è emblematico di una storia che a tutti i costi non si vuole risolvere. Documento dalla gestazione torbida, scritto insieme al giornalista della destra Dc Remigio Cavedon, veicolato da una religiosa carceraria, suor Teresilla Barillà, con funzioni di raccordo tra brigatisti detenuti e settori della Democrazia cristiana, fino al presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

FLAMIGNI E LA «RICOSTRUZIONE ADDOMESTICATA». Secondo Flamigni, il memoriale (architrave della sentenza-ordinanza del giudice Rosario Priore in esito del processo Moro-quater) s’incarica di offrire una ricostruzione addomesticata sull’intero affaire Moro, tale da soddisfare tutti e utile ad accelerare il corso dell’amnistia di fatto per i brigatisti coinvolti, che infatti otterranno i rispettivi vantaggi, non solo in termini di liberazione precoce, ma anche di reinserimento sociale e addirittura di notorietà mediatica remunerata. O, come diceva il giornalista-spione Mino Pecorelli prima d’essere a sua volta eliminato: «Verrà un’amnistia a tutto lavare, tutto obliare». E che sia «una versione che fa acqua da tutte le parti», quella ufficiale o meglio ufficializzata, non lo dice solo Flamigni, lo dice uno di loro, il brigatista Raimondo Etro, forse l’unico ad essersi totalmente staccato, ad aver ripensato integralmente la propria parabola, senza se e senza ma. È lo stesso che, quando parla di Moretti, lo indica così: «Il cosiddetto capo Mario Moretti».

Tanti perché all’interno di un perché più grande, che tutti li lega e tutti li copre. L’ex parlamentare del Pd Gero Grassi, intervistato dalla Rai, si dice convinto che via Montalcini non fu la prigione di Moro, almeno non l’unica, e che la prima, probabilmente, stava in via Massimi, lungo l’astruso tragitto dei terroristi che lo avevano sequestrato in via Fani: e un’azione così, di altissima tecnica militare, non la fa un pugno di pistoleri improvvisati, non la mettono insieme i rivoluzionari della domenica Morucci, Gallinari, Bonisoli e Fiore, con la regia di Moretti e la copertura di Loiacono e Casimirri, entrambi fatti filare via dall’Italia ad opera dei Servizi.

L’AFFOLLAMENTO INSPIEGABILE DI VIA FANI. Poi si saprà che in via Fani c’era una folla, in parte incomprensibile agli stessi brigatisti. C’erano mezzi, una moto con un autista e un passeggero che scarica una raffica di mitra contro uno che non c’entra niente, mancandolo per poco. C’era un benzinaio esperto di armi da fuoco, un fotografo i cui rullini subito spariscono, ci sono tecnici della Sip controllata dalla P2, c’è un colonnello dei Servizi, Camillo Guglielmi, che è lì perché doveva «andare a pranzo da un amico» alle 9 di mattina. Ci sono macchine che ostruiscono le manovre e consentono l’agguato, veicoli che spariscono e si ritrovano poche ore dopo, in via Licino Calvo, lungo la strada di fuga dei terroristi. Ci sono un sacco di circostanze che non ci sono, non tornano, non si spiegano. Dopodiché, l’insurrezione popolare sulla quale contano le Br, e forse non solo loro, non arriva: nelle fabbriche si brinda, nelle scuole e nelle università si viene colti «da una insana e febbrile eccitazione», come ricorda Nando Dalla Chiesa: ma sono, tutto sommato, minoranze, la base è incredula, non capisce e non vuole capire. Ma perché, qualcuno sano di mente poteva davvero aspettarsi un esito del genere, la guerra di popolo con Moro prigioniero?

La gestione del sequestro è complicata, inquinata, gli scenari mutano, obbligano a sacrificare l’ostaggio. E allora perché non dirlo chiaro, perché continuare a mentire anche su questo, perfino sulle circostanze dell’uccisione, i racconti di Maccari e Moretti completamente divergenti, sulla responsabilità dell’esecuzione, perfino sui fazzolettini infilati nel corpo agonizzante della vittima per tamponare il sangue? Moro come il primo Dc che capitava, il più facile da colpire? O capro espiatorio, agnello sacrificale per caso, imposto dagli eventi, dalle manovre di Stato, anti-Stato, forze esterne che confondono gli stessi brigatisti, li chiudono all’angolo? Perché lui quella mattina stava andando a riscuotere la fiducia del primo governo “di solidarietà nazionale” col sostegno del Pci, cosa che a quei leninisti delle Br pareva intollerabile come lo è sempre il riformismo nelle sfuriate rivoluzionarie da Terza Internazionale? Perché Moro era un progressista, uno che diceva «io temo la crisi» e in Italia una crisi c’è sempre ed è buona da soffiarci sopra, buona per eccitare gli animi, chiamarli a insurrezione mentre lui seguiva la strada dei tempi lunghi, delle riforme prudenti ma costanti, di concerto all’altro partito di massa, i comunisti ai quali non voleva lasciare il monopolio rappresentativo delle masse popolari? Perché era uno stratega mite e insidioso, deciso a inglobare la sinistra nella tradizione cattolica, ma anche capace di ribadire di fronte alle pretese clericali il ruolo laico del suo partito?

DOPO L’OMICIDIO LA SINISTRA SI CALCIFICA. Sì, tutto è possibile, tutto si può dire, ma messe così, lasciate così, sono tutte ricostruzioni aleatorie, suggestive. Che non risolvono la doppia questione, perché lui e perché ucciderlo anziché rilasciarlo, diffondere le sue memorie, i segreti anche traumatici che andava rivelando, che minacciava di rendere pubblici una volta rivelato. Dopo via Fani la politica italiana si calcifica, i comunisti perdono il treno governativo per quasi un ventennio, dovrà cadere il Muro, sorgere Tangentopoli, il biennio infuocato 1992-94, con Berlusconi a rimescolare tutto, per riaprire alla sinistra, nel frattempo post comunista, le porte del Palazzo. Oggi via Fani è una commemorazione, cappottini primaverili impettiti, corone di fiori lasciate sul posto dove mani stupide, probabilmente acerbe, hanno tracciato svastiche. Mentre un’altra commissione mette insieme nuovi tasselli, nuove incongruenze, nuove omertà e conclude nel segno del fatalismo: «Quella di Moro è una storia ancora da riscrivere in diversi capitoli». Dopo 40 anni. Alla domanda sul perché sia stato ucciso, su chi aveva interesse a levarlo di mezzo, si vanno opponendo risposte pleonastiche, che chiudono i conti senza spiegarli: «Moro è stato fatto fuori perché lo volevano morto, perché c’era una guerra, perché è toccato a lui». Perché sì.

 

tratto da: https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/03/16/aldo-moro-brigate-rosse-rapimento-via-fani-via-caetani-dubbi-misteri/218664/

…Ma Aldo Moro fu davvero rapito in via Fani come fino ad oggi ci hanno voluto far credere?

 

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…Ma Aldo Moro fu davvero rapito in via Fani come fino ad oggi ci hanno voluto far credere?

Aldo Moro fu davvero rapito in via Fani?
Aldo Moro fu davvero rapito in via FaniPrendo spunto da una lettera pubblicata oggi da Il Fatto Quotidiano per rispondere all’interrogativo posto da Ugo Mattei. Primo, basilare interrogativo dei tanti che ancora avvolgono i misteri sulla fine del presidente della Democrazia cristiana.

Il professore pone “due quesiti e un dubbio”. Come mai Moro non è stato ucciso o perlomeno ferito dalla gragnuola di colpi sparati in via Fani contro la Fiat 130, come gli è stato possibile uscire illeso da quel volume di fuoco che è costato la vita ai suoi cinque agenti di scorta? E come mai, pur essendo legato da grande amicizia e affetto agli uomini che quotidianamente proteggevano la sua vita, nelle tante lettere pubbliche e private che ha scritto nei 55 giorni della sua prigionia, non parla mai del loro sacrificio cui pure avrebbe assistito prima di essere prelevato e portato via?

La logica deduzione di Mattei è che Moro non era in via Fani e non è mai salito sulla 130 crivellata dai colpi, più semplicemente è stato rapito “prima”, fatto salire su un’altra vettura da “qualcuno” che lo aveva avvisato del pericolo imminente. Aggiungo, quel qualcuno che doveva avere il volto rassicurante di un uomo delle istituzioni. Diversamente da quanto afferma il professore la questione è stata posta più volte nel corso delle indagini, pur essendo talmente imbarazzante per le soluzioni che sottendeva da non essere mai stata troppo divulgata. Sono quesiti e dubbi che ho coltivato anche io, come cronista presente in via Fani il 16 marzo 1978 e negli approfondimenti successivi da me fatti in articoli e libri, senza arrivare ad alcuna certezza e tuttavia collezionando vari tasselli che ora cercherò di mettere in fila.

Qualora fosse esatta l’ipotesi di Mattei,  il “vero” rapimento di Aldo Moro non può che essere avvenuto nella chiesa di Santa Chiaradove attorno alle 8 quella mattina il presidente si era recato prima di dirigersi a Montecitorio per affrontare la prova più importante della sua vita politica: il varo di un governo con l’appoggio esterno del Pci che dava vita a quel “compromesso storico” che era stato (negli ultimi tempi) il suo obiettivo primario. La testimonianza (da me raccolta quel giorno) di una signora che – affacciata alla finestra della sua casa in via Fani – si disse convinta di aver visto Moro scendere dalla Fiat 130 mi impedisce di accettare in toto tale ipotesi, anche se non l’ho mai scartata del tutto ben sapendo quanto poco siano attendibili le testimonianze di persone che si trovano ad assistere ad eventi tanto devastanti.

Ma nella chiesa di Santa Chiara qualcosa di molto importante quel giorno è successo, ne sono certa. Lo prova il fatto che il caposcorta – il maresciallo Oreste Lonardi  decise di imboccare proprio il percorso che conduceva in via Fani, che pure non era il più logico e neppure il più rapido per arrivare in centro, cadendo nel tranello di passare proprio dove l’agguato era stato preparato nei giorni precedenti e dove erano già ad attendere Moro una ventina o più di killer tra cui “anche” alcuni brigatisticome ha scritto di recente la commissione di Giuseppe Fioroni nella relazione finale. Quel “anche” basta a far capire il ruolo subalterno dei terroristi delle Brigate rosse rispetto ad altre entità presenti sul posto.

Ma ciò conferma anche che quel “qualcuno” – che potrebbe aver prelevato Moro nella chiesa di Santa Chiara e/o aver ordinato al maresciallo Lonardi di passare in via Fani – non poteva che essere un suo diretto superiore, ben conosciuto dal responsabile della scorta di Moro che non avrebbe mai consegnato il presidente a chi si fosse presentato con un semplice distintivo e neppure avrebbe mutato il percorso che come sempre decideva all’ultimo momento senza neppure anticiparlo ai suoi uomini.  Ho molto elucubrato su quale argomento possa essere stato usato per convincere Lonardi e alla fine mi sono convinta che possa essere stato l’allarme lanciato da Radio Città futura pochi minuti prima con cui si annunciava la possibilità che Moro potesse essere rapito, spacciato dal “qualcuno” come conferma di voci raccolte in ambienti estremisti.

Quel poco che sappiamo è che in via Fani c’era il colonnello Camillo Guglielmi, responsabile dei reparti di sbarco e assalto di Capo Marrargiu. Sappiamo anche che con tutta probabilità Lonardi era stato addestrato nella base sarda degli apparati Gladiodella Nato come altri sottufficiali destinati alla protezione di alte personalità politiche. Nessuna conferma  ufficiale, soltanto dubbi e deduzioni. Il colonnello Guglielmi è morto prima della conclusione del primo processo. Una dipartita salutata con un gran funerale che ebbe molta risonanza, quasi a sottolineare l’estraneità dell’ufficiale agli eventi cui aveva accidentalmente assistito nonché la definitiva chiusura di una vicenda processuale oltremodo imbarazzante..

A questi tasselli ne va aggiunto un ultimo che lungi dal chiarire la scena criminis del rapimento Moro allunga nuove, gravissime ombre. L’ultima perizia balistica sull’uccisione dei cinque agenti di scorta ordinata dalla commissione Fioroni sancisce che a tutti fu inflitto il colpo di grazia, quasi a scongiurare la loro sopravvivenza. Che interesse potevano avere i brigatisti rossi a un simile ulteriore massacro? Gli agenti erano tutti o morti o gravemente feriti, non più in grado di reagire aprendo il fuoco contro di loro. Il successivo dubbio è che quel “qualcuno” dovesse eliminare il rischio della sopravvivenza di un testimone in grado di raccontare cosa era davvero accaduto nella chiesa di Santa Chiara.

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/11/aldo-moro-fu-davvero-rapito-in-via-fani/4348946/

Dopo 40 anni Maria Fida Moro, la figlia di Aldo Moro, si ribella: “La verità sulla morte di mio padre è diversa, denuncerò lo Stato Italiano”

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Dopo 40 anni Maria Fida Moro, la figlia di Aldo Moro, si ribella: “La verità sulla morte di mio padre è diversa, denuncerò lo Stato Italiano”

La figlia di Aldo Moro, 40 anni dopo: “Denuncerò lo Stato Italiano al Tribunale Internazionale”

Maria Fida Moro, primogenita di Aldo Moro, il Presidente della Democrazia Cristiana rapito e assassinato dalle Brigate Rosse il 9 maggio del 1978, in occasione del 40esimo anniversario della scomparsa del padre annuncia alle telecamere di Fanpage.it l’intenzione di voler denunciare lo Stato Italiano al Tribunale Internazionale dei Diritti dell’Uomo dell’Aja: “Denuncio lo Stato al Tribunale dell’Aja, insieme a mio figlio abbiamo realizzato il sito  www.salviamoaldomoro.it su cui abbiamo pubblicato un appello-petizione perché sia applicata la legge in favore delle vittime del terrorismo anche nei confronti di Aldo Moro. Ma soprattutto perché papà non deve essere discriminato a sua volta. Molte persone hanno lucrato su di lui ma nessun politico fino ad oggi ha sostenuto il nostro appello. Infine chiediamo che il lavoro della seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’omicidio di Aldo Moro venga divulgato perché contiene moltissime conclusioni che ribaltano le verità ufficiali”.

 

 

fonte: https://youmedia.fanpage.it/video/al/WvDNp-Sw-eWOtjOk

Tutto quel che non torna del rapimento di Aldo Moro… E sono proprio un sacco di cose!

 

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Tutto quel che non torna del rapimento di Aldo Moro… E sono proprio un sacco di cose!

 

Tutto quel che non torna del rapimento di Aldo Moro

Viaggio nelle molte zone oscure di uno degli episodi più tragici della storia italiana. Il caso Moro. Ecco tutto quello che non torna nelle ricostruzioni ufficiali. Errori, omissioni. E bugie

16 marzo 1978 – 9 maggio 1978. Quaranta anni fa sembra concludersi uno degli episodi più tragici nella storia della Repubblica.

Tragico non per il numero di morti: gli eventi di quegli anni ci hanno rapidamente portato a confrontarci con stragi a due cifre come gli 85 caduti per la bomba fascista di Bologna. Tragico perché quegli eventi fecero fallire il tentativo di avviare il Paese verso una vera democrazia dove due forze contrapposte potessero liberamente confrontarsi ed ambire a guidare l’Italia sulla base dei risultati delle urne e non del trattato di Yalta.

Se avesse avuto successo il tentativo di quegli anni – Moro lo chiamava “democrazia operante”, Berlinguer “compromesso storico” – entrambi i maggiori partiti di allora avrebbero subito una evoluzione ideologica che li avrebbe portati oltre i vincoli delle rispettive alleanze (e dipendenze) dalle due superpotenze mondiali. L’Italia avrebbe rotto unilateralmente il trattato di Yalta, che prevedeva l’obbligo di mantenerla ancorata al di qua della cortina di ferro a prescindere dai risultati dalla volontà popolare. Il Paese sarebbe veramente passato dalla Prima Repubblica ad una seconda fase: chiamiamola Repubblica 2.0 per non confonderla con la Seconda Repubblica – niente altro che l’agonia della Prima.

Per questo la regia, la conduzione e i depistaggi del caso Moro non sono stati mai portati alla luce nella loro interezza, nonostante sei processi, innumerevoli libri ed interviste dei protagonisti e una marea di sedute delle Commissioni Parlamentari sul caso Moro e sulle stragi degli anni di piombo.

Forse proprio per questo, tanto gli ex brigatisti quanto molti membri delle Istituzioni si affannano da 40 anni a ripetere in coro che “sul caso Moro non c’è più nulla da scoprire.” Proviamo a elencare quello che, però, ancora non torna. Riavvogliamo di 40 anni il nastro della Storia e organizziamo gli interrogativi in ordine cronologico. Torniamo indietro al 1978.

PRIMA PARTE – IL RAPIMENTO

Il soggetto. I brigatisti diranno che scelgono di rapire Moro semplicemente perché Andreotti è troppo protetto. Circostanza smentita dallo stesso Andreotti che in quegli anni, tutte le mattine, molto presto e sempre alla stessa ora, va a messa da solo e a piedi passeggiando per il centro di Roma semideserto.

Il momento. I brigatisti sosterranno che è un caso che Moro sia rapito proprio mentre si reca alla Camera per dare la fiducia al quarto governo Andreotti sostenuto da una complessa maggioranza appoggiata per la prima volta anche dal PCI. Ma non è verosimile che l’appostamento in Via Fani si sia ripetuto più di una volta. Ad esempio perché soltanto la notte precedente 16 marzo le BR squarciarono tutte e quattro le gomme del Ford Transit del fioraio ambulante Antonio Spiriticchio. In questo modo, solo in quel preciso giorno gli impediscono di piazzarsi – come fa tutte le mattine – in via Fani proprio in prossimità dello stop all’incrocio con Via Stresa.

Il modo. La moglie del maresciallo Oreste Leonardi testimonierà che Moro va a passeggiare quasi tutte le mattine allo Stadio dei Marmi accompagnato dal solo caposcorta. E’ quindi inutile fermare due auto a tutta velocità e con cinque militari a bordo quando è più semplice prelevarlo nel parco semideserto vincendo la resistenza del solo Leonardi. Per non parlare dei molti fine settimana trascorsi da Moro nella casa di Terracina, spesso trascorsi a passeggio sul lungomare.

La vettura blindata. Agli atti si trovano numerose richieste del caposcorta e di Moro per la concessione di una vettura blindata. L’ultima commissione stragi il 6 dicembre 2017 ammetterà che sarebbe bastata un’auto blindata, In effetti, il 18 febbraio il colonnello Stefano Giovannone riferisce che il suo “abituale interlocutore Habbash” rappresentante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, gli ha parlato di una operazione terroristica di notevole portata che sta per scattare in Italia. La segnalazione da Beirut con intestazione “Ufficio R, reparto D, 1626 segreto”, “fonte 2000” è agli atti.

Spinella troppo tardi. Il capo della DIGOS Domenico Spinella, contattato da Nicola Rana, collaboratore di Moro, la sera del 15 marzo si reca dal Presidente DC per concordare l’istituzione di un servizio di vigilanza presso lo studio di via Savoia. Spinella decide anche di attivare il servizio il 17 marzo. Ma la sua relazione al Questore di Roma (“relazione post-datata” la definirà il presidente della Commissione Moro, Sergio Fioroni) arriverà solo undici mesi dopo: il 22 febbraio 1979. Spinella questa volta arriva troppo tardi, ma il giorno dopo arriverà troppo presto e in un episodio precedente non arriva per niente. Ne parliamo fra poco.

Radio Città Futura. Renzo Rossellini, direttore di Radio Città Futura parla ai microfoni del sequestro di Aldo Moro circa tre quarti d’ora prima del rapimento: ma la magistratura viene informata della trasmissione solo il 27 settembre 1978, quando lo rivela Famiglia Cristiana. Il vice questore Umberto Improta conosce personalmente Rossellini: lo stesso Vittorio Fabrizio, allora funzionario della DIGOS, riferirà alla Commissione che c’era da tempo un “rapporto privilegiato”. Radio Città Futura e Radio Onda Rossa – le seguitissime emittenti del movimento antagonista romano – in quel periodo sono sistematicamente ascoltate da una struttura di monitoraggio informale della Polizia. Secondo la testimonianza del funzionario Riccardo Infelisi, cugino del magistrato, sentito della Commissione, lo stesso questore De Francesco è estremamente sensibile all’ascolto delle Radio. Ma proprio quella frase di Rossellini … scappò. Per Vittorio Fabrizio, è impossibile che non sia stata ascoltata e non sia “stata portata subito a conoscenza del dirigente dell’ufficio politico”. Cioè di Domenico Spinella, di cui riparleremo ancora più oltre.

La direzione di fuoco. I terroristi diranno sempre che il gruppo di fuoco sbuca da dietro le siepi del Bar Olivetti attaccando le due auto del presidente DC dal loro fianco sinistro all’incrocio fra via Fani e via Stresa. Ma l’agente Raffaele Iozzino esce dall’auto sul lato destro e viene ucciso da sei colpi provenienti sempre dal lato destro della strada.

I vestiti da personale di volo Alitalia. Dalle siepi del bar Olivetti sbucano quattro uomini vestiti con finte uniformi Alitalia. La maggior parte delle ricostruzioni frettolose parla di uniformi da avieri, il personale di terra dell’Aeronautica Militare, che sono ben diverse. I travestiti sono i brigatisti Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisioli. Sono loro ad aprire il fuoco con mitragliatrici e pistole. Le uniformi vengono viste da diversi testimoni e uno dei terroristi perde pure il berretto e lasciandolo a terra. Perché scegliere uniformi così appariscenti che li renderanno facilmente identificabili se qualcosa andrà storto? Una spiegazione ragionevole è che non tutti i terroristi si conoscano e abbiano scelto quelle uniformi proprio per non spararsi addosso.

L’aviere biondo. Armida Chamoun, residente in Via Gradoli 96 – dove si scoprirà il covo BR – testimonierà al magistrato Antonia Giammaria che in quell’appartamento in quei giorni c’è anche un uomo biondo “con gli occhi di ghiaccio”. Il 16 marzo lo vede uscire vestito da aviere. Nessuno dei BR arrestati ha i capelli biondi e gli occhi azzurri. In via Gradoli verrà ritrovato l’elenco con gli acquisti fatti per ottenere i vestiti Alitalia. In testa all’appunto una intestazione: “Fritz”. Anna Laura Braghetti sosterrà che “Fritz” era il nome in codice con cui identificavano Moro stesso.

Ne manca uno. Moretti affermerà di essere stato solo sulla 128 che taglia la strada alle auto di Moro, ma il testimone Alessandro Marini dichiara alla Polizia poche ore dopo di aver visto un secondo uomo scendere dal sedile del passeggero della 128 e fare fuoco sulla 130 di Moro da destra, cioè dalla parte opposta rispetto al gruppo di fuoco “ufficiale”.

I bossoli sul lato sbagliato della strada. I bossoli vengono raccolti anche sul Iato destro della strada, vicino alla 128 e tra questa e l’incrocio.

Morucci non convince. Nel 1987, al processo Moro ter, Morucci dice: “Poiché si erano inceppati i due mitra che dovevano sparare, usarono la pistola e probabilmente uno di questi girò intorno alla macchina portandosi quasi all’angolo con via Stresa” e sparando dal lato destro contro l’agente lozzino. Questa versione è ancora meno convincente. Sembra poco credibile che qualcuno aggiri l’AIfetta della scorta mentre è in pieno svolgimento l’azione per annientare i cinque militari correndo il rischio di incappare in una pallottola del proprio commando.

Le risultanze della perizia balistica. I periti incaricati, Jadevito, Ugolini e Lopez, nella perizia depositata il 19 gennaio 1979 scriveranno che le traiettorie dei proiettili dimostrano che a fare fuoco dalla parte dell’incrocio sono due killer, uno uscito dal lato sinistro ed uno da quello destro della 128 usata per bloccare le auto del presidente.

I Brigatisti negano. Tutti i brigatisti arrestati, soprattutto Moretti e Morucci, diranno più volte che non c’è nessuno sparatore sulla parte destra di Via Fani perché riceverebbe addosso i colpi dei quattro brigatisti che sparano dal lato sinistro dove si trova il Bar Olivetti. Ma il maresciallo Leonardi, sul sedile del passeggero anteriore della 130 di testa, si gira a sinistra per cercare di fare abbassare Moro e viene colpito più volte sul fianco destro. Dal lato dove non si troverebbe nessuno degli assassini.

Il gruppo di fuoco. Secondo le ricostruzioni e sulla base delle testimonianze confermate più volte dagli stessi protagonisti, partecipano all’agguato solo nove persone, di cui solo cinque fanno fuoco. Rita Algranati, piazzata all’inizio di Via Fani, solleva un mazzo di fiori per dare il segnale dell’arrivo del corteo e scappa su un ciclomotore uscendo di scena. Sull’incrocio con Via Stresa c’è Barbara Balzerani vestita da poliziotto con in mano una paletta per bloccare le auto in arrivo. Moretti ha accostato la Fiat 128 con targa diplomatica al marciapiede 200 metri prima dell’incrocio, sempre in Via Fani e prima di Via Sangemini. Quando vede il segnale nello specchietto esce di scatto, si pone davanti al corteo e inchioda davanti all’incrocio tagliando la strada alla Fiat 130 con a bordo il presidente. Morucci e Fiore mirano a questa con colpi singoli facendo attenzione a non colpire Moro. Intanto Gallinari e Bonisioli spararono a raffica sulla Alfetta di scorta che la segue. E quando i mitragliatori si inceppano, i due brigatisti tirarono fuori le pistole. Moretti esce dalla 128 e fa fuoco sulla 130. Intanto, alcuni passi indietro lungo Via Fani, Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono escono da una 128 bianca restano pronti a intervenire. Barbara Balzerani si trova in Via Stresa su una 128 blu, sull’altro lato di via Stresa c’è Bruno Seghetti su una Fiat 132 blu.

I proiettili. In via Fani vengono rinvenuti gli 89 bossoli dei brigatisti e i 2 esplosi in risposta dall’agente Iozzino, vengono uccisi tutti i membri della scorta ma Moro, al centro della strage, rimane illeso. Si scoprirà che le munizioni – con un trattamento superficiale protettivo e senza matricola – provengono da un arsenale militare come quelli in dotazione a Gladio: i “depositi Nasco”.

Le armi. In quei tre minuti – secondo la perizia effettuata nei giorni successivi – sparano sei armi: una pistola Smith&Wesson calibro 9, che esplode 8 colpi; una pistola Beretta M51 o M52, 4 colpi; una pistola-mitra FNA-B 1943, 22 colpi; una pistola-mitra Sten oppure FNA-B 1943, 49 colpi; una pistola mitra TZ-45, 5 colpi; una pistola-mitra Beretta M12 che spara solo 3 colpi.

Le armi (bis). La seconda perizia verrà condotta nel 1993 dagli ingegneri Domenico Salza e Pietro Benedetti e si rende necessaria perché nei giorni successivi l’agguato sarà rinvenuto piantato nel bagagliaio dell’Alfetta di scorta uno strano proiettile calibro 9 corto incompatibile con tutte le armi ipotizzate nella prima perizia. Si scopre che quei 49 colpi non vengono da uno ma da due mitra FNA-B 43. La seconda perizia esclude anche la presenza di una settima arma perché stabilirà che il proiettile 9 corto identificato in seguito viene esploso da una delle armi poi sequestrate – erroneamente caricata – che si inceppa al momento dello sparo del proiettile sbagliato. Questa nuova versione stabilisce che il primo mitra FNA-B spara 19 proiettili; il secondo FNA-B, 15; la Beretta M12, 1 proiettile; il TZ-45, 5; la Smith&Wesson, 5; la Beretta M51 o M52 solo 2. Il problema non è tanto la suddivisione dei colpi fra armi compatibili fra loro: comunque ricalcoliamo i bossoli ed i proiettili cercando di assegnarli alle varie armi, il conto proprio non torna.

Il caricatore del mitra FNA-B. Non è chiaro chi impugna il mitra FNA-B che spara 49 colpi. L’arma risalente alla seconda guerra mondiale può sparare 400 colpi al minuto ed è in teoria possibile che un esperto riesca a tirare tutti quei colpi prendendo la mira in direzioni diverse – su più agenti distribuiti su due auto – in poco più di una decina di secondi. C’è un problema. I suoi caricatori possono contenere 10, 20, 30 o 40 colpi, quindi per spararne 49 occorre un cambio di caricatore in piena azione. Di questa possibile sostituzione non parla nessuno dei brigatisti, ne’ dei testimoni.

Il killer professionista. 26 anni dopo, in un’intervista, il fondatore delle BR Alberto Franceschini dirà: “un’operazione di grande portata come quella del sequestro Moro non la fai se non hai qualcuno alle spalle che ti protegge. Ai miei tempi, noi militarmente eravamo impreparati. Io conosco quelli che hanno portato a compimento l’operazione: gli unici ad avere un minimo addestramento potevano essere Morucci e Moretti. Ma secondo me c’era una situazione generale di protezione, un contesto di cui erano consapevoli solo uno o due dell’intero commando”. E ancora: “Nel sequestro Moro furono utilizzate tecniche che non avevano nulla a che fare col nostro tipo di azione.”

I proiettili vaganti. L’Ing. Benedetti nel 2003 confermerà che per i 91 bossoli complessivamente recuperati, vengono ritrovate solo 68 pallottole. I colpi di un’arma automatica a canna lunga viaggiano a 380 m/s, ipotizzando che rimbalzino su un’auto o sulla strada, dopo il primo urto possono ancora volare lontano. In teoria, qualcuno dei colpi potrebbe essere finito disperso, ma la maggior parte dovrebbero trovarsi nelle vetture, nei corpi, sul muro di fronte al bar o nell’asfalto. Tutta l’area è stata setacciata più volte, ma sono sparite per sempre un quarto delle pallottole esplose in Via Fani.

Il colonnello Guglielmi. In Via Stresa all’incrocio con Via Fani – a pochi metri dall’agguato – si trova il colonnello Guglielmi del SISMI – la VII divisione che controlla Gladio – alle dirette dipendenze del generale Musmeci (P2, implicato per vari depistaggi e poi condannato per quello della Strage di Bologna). Giustifica la sua presenza in quel posto esatto “perché stavo andando a pranzo da un amico”. Erano passate da poco le nove di mattina.

Il Bar Olivetti. Nel 2015 alcuni testimoni dichiareranno che il bar non è affatto chiuso quel giorno, come invece hanno assunto tutte le indagini nel corso dei 37 anni successivi. Alcuni testi giurano di aver preso il caffè o di aver usato il telefono proprio nella mattina del 16. La possibilità che il bar sia aperto al pubblico il 16 marzo – nonostante fosse giuridicamente in liquidazione – introduce altri dubbi sulla dinamica dell’agguato descritta dai brigatisti. Questi sosterranno di aver atteso l’arrivo delle auto di Moro nascosti dietro le fioriere prospicienti il bar. Ma le fioriere possono offrire un riparo poco efficace a più persone destinate ad aspettare per un lasso di tempo non trascurabile, tanto più se vestite da personale Alitalia, con borse contenenti diverse armi e – soprattutto – avendo alle spalle le vetrine di un bar affollato. In tutte le immagini scattate da media e forze dell’ordine dopo l’attentato, il Bar Olivetti ha le saracinesche abbassate.

Olivetti e i Servizi. Tullio Olivetti, proprietario del bar, è già noto alla magistratura. Accusato di traffico internazionale di armi, rapporti con la criminalità organizzata, con la mafia e riciclaggio di 8 milioni di marchi tedeschi, è l’unico a uscire pulito da tutte le indagini. La Commissione Moro scrive “che la sua posizione sembrerebbe essere stata ‘preservata’ dagli inquirenti e che egli possa avere agito per conto di apparati istituzionali ovvero avere prestato collaborazione”. Nella relazione si aggiunge che la sua posizione “impone ulteriori accertamenti sull’ipotesi che fosse un appartenente o un collaboratore di ancora non meglio definiti ambienti istituzionali; sarebbe, infatti, circostanza di assoluto rilievo verificare un’eventuale relazione tra i Servizi di sicurezza o forze dell’ordine e Tullio Olivetti, titolare del bar di via Fani, 109.”

La Morris nel posto giusto. Proprio all’incrocio, a soli sei metri dallo stop e a ben 80 cm dal marciapiede destro, è parcheggiata una Austin Morris targata RM T 50354. Proprio l’ingombro prodotto da quell’auto ha bloccato la manovra di svincolo più volte tentata da Ricci alla guida della 130 di Moro. Morucci riconoscerà al processo che “la presenza casuale della Morris fu fatale”. La Morris è stata acquistata un mese prima dalla società immobiliare Poggio delle Rose con sede a Roma in Piazza della Libertà, 10; lo stabile nel quale si trova l’Immobiliare Gradoli spa, proprietaria di alcuni appartamenti di Via Gradoli, 96 e gestita da fiduciari del Servizio Segreto civile. La presenza “casuale” della Morris risulta decisiva anche per coprire chi spara da destra almeno due raffiche dirette contro l’Alfetta e quindi dalla parte opposta al gruppo di fuoco principale. Non risulta sia mai stata analizzata nei processi.

La moto Honda. L’ingegner Alessandro Marini – che è fermo all’incrocio a pochi metri dall’agguato e accorre verso le auto – viene fermato da due giovani su una moto Honda blu. Il passeggero gli scarica addosso un piccolo mitra. Marini si salva perché cadde a terra mentre arrivava la raffica. Tre testimoni confermano le sue parole. L’ingegnere segnala l’episodio solo pochi minuti dopo la strage consegnando lo stesso caricatore caduto al passeggero della moto. A terra, quindi, rimangono anche i bossoli dell’ottava arma a fare fuoco in via Fani, dopo le sei “ufficiali” e quella di Iozzino. Questa non sarà mai identificata e il caricatore non è mai stato confrontato con i mitra successivamente trovati nei vari covi. Non è chiaro se la mitragliata su Marini abbia realmente rotto il parabrezza del ciclomotore su cui si trovava l’ingegnere.

Un’altra moto. La Commissione Moro nel 2015 ascolterà due testimoni oculari, mai sentiti in precedenza. Giovanni De Chiara abita in via Fani 106 e vede allontanarsi a sinistra, su via Stresa, una motocicletta con a bordo due persone, delle quali una ha appena sparato verso qualcuno. Eleonora Guglielmo – allora ‘ragazza alla pari’ presso l’abitazione di De Chiara – sente grida ‘achtung, achtung’ e vede una motocicletta di grossa cilindrata che parte, seguendo un’auto sulla quale era stato spinto a forza un uomo, dirigendosi da via Fani in direzione opposta verso via Stresa. La motocicletta ha a bordo due persone; il passeggero ha capelli scuri, con una pettinatura a chignon e un boccolo che scende, per questo la Guglielmo ritiene che sia una donna.

Alessio Casimirri e i due sulla Honda. Mentre all’incrocio si scatena la sparatoria, il tratto precedente di Via Fani è presidiato dai brigatisti Casimirri e Lojacono. Si trovano, quindi, proprio nei pressi della misteriosa Honda. Casimirri dopo l’agguato porta le armi a Raimondo Etro perché le nasconda e le custodisca. A tutt’oggi solo Etro, fra tutti gli ex BR, ha ammesso la presenza della moto. Mentre consegnava le armi, proprio Casimirri gli parla di «due in moto», non previsti, e li definisce «due cretini». Oltre al capo delle Br, chi potrebbe conoscere il segreto della moto è Casimirri, che però non sarà mai stato arrestato ed è latitante dal 1982 in Nicaragua. La commissione Moro recupererà un documento del 1982 da cui risulta che viene fermato dai carabinieri, ma stranamente rilasciato. Lo stesso Etro, che è suo amico e scapperà con lui, sospetterà sempre una fuga favorita dai servizi.

Anche Lojacono la farà franca. Nel processo Moro quater la giustizia italiana condannerà Lojacono all’ergastolo in contumacia per aver bloccato via Fani con Casimirri, intrappolando le auto di Moro (sentenza confermata nel 1997). Ma Lojacono, di madre svizzera, prende la residenza in Canton Ticino perché il diritto svizzero non prevede estradizione per i propri cittadini. I due brigatisti di copertura di Via Fani sono gli unici due brigatisti noti a non aver scontato nemmeno un giorno di carcere per i sei omicidi della vicenda Moro ma gli unici che, insieme all’irriducibile Moretti, potrebbero dirci qualcosa della Honda.

L’ispettore Rossi. Nel 2012 l’ex ispettore Enrico Rossi della DIGOS racconterà di una lettera anonima ricevuta nel 2009 da un quotidiano. Lo scrivente dirà di essere il passeggero della moto e di aver dato disposizione di spedire quella lettera sei mesi dopo la sua imminente morte per cancro. Sosterrà di essere stato alle dipendenze del colonnello Guglielmi insieme all’altro agente ai comandi della moto “proveniente da Torino”. Rossi dichiarerà di essere riuscito a identificare entrambi sulla base degli elementi concreti forniti dall’anonimo. “Sono riuscito a rintracciare nel 2011 gli uomini sulla Honda ma mi fermarono. E non sono riuscito ad interrogare quello che era alla guida”.

Le minacce telefoniche. Marini si trasferirà all’estero in seguito alle minacce di morte che gli arrivano a partire dalla sera stessa dell’agguato. Poco probabile che i brigatisti riescano ad individuare il numero di telefono di casa del testimone scomodo dopo solo poche ore e mentre sono impegnati a coprire la fuga e a occultare il prigioniero.

La ‘ndrangheta calabrese. Il primo a parlare di complici esterni è un super pentito della ’ndrangheta, Saverio Morabito, arrestato in Lombardia nei primi anni ’90. Le sue confessioni hanno permesso al PM milanese Alberto Nobili e alla Direzione investigativa antimafia di ottenere più di cento condanne nel maxi-processo “Nord-Sud”. Morabito, giudicato nelle sentenze «di assoluta attendibilità», rivelerà che un mafioso importante, Antonio Nirta, negli anni ’70 aveva legami inconfessabili con un carabiniere di origine calabrese, Francesco Delfino, poi diventato generale dei Servizi. Il pentito ne parlerà con paura e aggiungerà che il suo capo, Domenico Papalia, gli avrebbe rivelato che «Nirta fu uno degli esecutori materiali del sequestro Moro»: un segreto di mafia confermatogli anche dal boss Francesco Sergi.

Il trasferimento. Secondo una testimone, dopo la tempesta di fuoco, il trasferimento di Moro sull’auto dei brigatisti avviene con calma surreale. Gherardo Nucci, giornalista ASCA, fa a tempo ad affacciarsi sulla terrazza al 109 di Via Fani (sopra il Bar Olivetti) rientrare per prendere la macchina fotografica, uscire di nuovo e scattare dodici foto della scena.

Le foto di Nucci. Il rullino viene consegnato alla magistratura dalla moglie del giornalista. Non se ne troverà più traccia.

La ‘ndrangheta rimette tutto a posto. Nonostante si tratti di terrorismo politico di sinistra, e non di un fatto di mafia, la ndrangheta calabrese è molto interessata alle foto scattate da Nucci. Ecco uno stralcio delle intercettazioni telefoniche effettuate sul telefono di Sereno Freato in contatto con l’On. Benito Cazora, incaricato dalla DC di tenere i rapporti con la malavita calabrese per cercare di avere notizie sulla prigione di Moro. Cazora: Un’altra questione, non so se posso dirtelo. – Freato: Si, si, capiamo. – Cazora: Mi servono le foto del 16, del 16 Marzo. – Freato: Quelle del posto, lì? – Cazora: Si, perchè loro… [nastro parzialmente cancellato]…perché uno stia proprio lì, mi è stato comunicato da giù. – Freato: E’ che non ci sono… ah, le foto di quelli, dei nove – Cazora: No, no! Dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto preso sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio… noto a loro. – Freato: Capito. E’ un po’ un problema adesso. – Cazora: Per questo ieri sera ti avevo telefonato. Come si può fare? – Freato: Bisogna richiedere un momento, sentire. – Cazora: Dire al ministro. – Freato: Saran tante! – Detto, fatto. Foto sparite. La ‘ndragnheta può stare tranquilla.

Le foto di Gualerzi. A metà di via Stresa e a 50 metri dall’incrocio con Via Fani, si affaccia il negozio dell’ottico Gennaro Gualerzi. Questi vede sfrecciargli davanti una 128 scura con a bordo persone che si stanno togliendo la giacca, sente delle grida, prende al volo una macchina fotografica ed esce di corsa scattando 11 fotografie entro le 09:15. L’esistenza delle foto è indicata per la prima volta in un rapporto del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Via Trionfale agli atti della Prima Commissione Moro. È un sommario del verbale rilasciato la mattina del 16 marzo dall’ottico (il nome indicato è sbagliato: “Gualersi”). Sono riportate 11 foto ma vengono corrette a penna in 16. Queste spariscono subito dopo la consegna ai Carabinieri e vengono ritrovate solo nel maggio 2017.

Il mafioso. Tra le foto di Gualerzi compare Giustino De Vuono lo “scotennato”. Il volto su questa immagine inedita sembra perdersi tra la folla ma di seguito si può vedere il suo ingrandimento a confronto con le poche immagini ufficiali che lo riguardano, inclusa quella che lo raffigura su alcuni documenti del Paraguay nei quali compare il riferimento all’accusa per i reati di sequestro e omicidio della scorta di Moro.

Un altro mafioso. In un’altra foto di Gualerzi spunta – proprio davanti al Bar Olivetti – un altro noto mafioso: Antonio Nitra, detto “due nasi”.

Altri rullini scomparsi. La lista dei rullini scomparsi è inarrestabile: solo il 21 gennaio 2016 il Messaggero pubblica una foto inedita scovata fra i faldoni del processo per l’omicidio Pecorelli. Si parla anche di alcune foto a loro volta sparite dagli uffici della Procura che ritraggono parte del commando proprio durante l’azione, ma non è chiaro chi le abbia scattate o se siano mai esistite. Altri rullini vengono poi rinvenuti da una abitante della zona nel proprio giardino e da questa consegnate a un agente in borghese. C’è la testimonianza ma non se ne ha più traccia. Il giornalista Diego Cimara riferisce alla Commissione Moro dell’esistenza di altri rullini, poi scomparsi, ma anche su questo non ci sono altri elementi. Infine un’altra serie – inutile dirlo, scomparsa – di cui Antonio Ianni ha parlato alla stessa Commissione. Ianni è il primo fotografo arrivato sul posto. Scatta tre rullini quando i corpi non sono ancora stati coperti. La sera stessa, Ianni rientrando a casa trova la sua abitazione sottosopra, ma i rullini sono al sicuro: li aveva subito portati alla sede ANSA di Roma, dove lavora. Nei giorni successivi i rullini e alcune delle foto sviluppate da questi vengono trafugate direttamente dall’archivio fotografico dell’agenzia.

Spinella troppo presto. L’allarme viene diramato dalla questura di Roma alle ore 09:02. Ma Emidio Biancone, autista del capo della DIGOS Domenico Spinella, ha dichiarato in tre interrogatori separati che a quell’ora stava già correndo sul luogo dell’agguato con la Alfasud targata S88162 e Spinella a bordo. L’auto esce dalla Questura di Roma “poco dopo le 08:30”. Prima dell’allarme generale … ma quasi mezz’ora prima dell’agguato.

Le due borse. Eleonora Moro confermerà che suo marito non si separa mai da cinque borse: una con documenti riservati, una con medicinali e oggetti personali, tre con ritagli di giornale, libri, tesi di laurea dei suoi studenti. Nell’auto crivellata di colpi vengono ritrovate solo le ultime tre. Ma i testimoni non notano i terroristi trasferire anche le due borse “sensibili” insieme a Moro. Inoltre, quando Eleonora viene portata sul luogo dell’agguato, lei stessa mostra ai carabinieri che il lago di sangue che aveva inzuppato tutti i tappetini aveva risparmiato proprio due zone dove evidentemente erano appoggiate le due borse. Sparite, quindi, quando il sangue si era già rappreso e i brigatisti erano già lontani.

Ancora le borse. Bonisoli e Morucci si contraddiranno e dal confronto delle loro dichiarazioni non risulterà chiaro se e chi prelevi le due borse mancanti. Né spiegano con che criterio scelgono proprio le due borse giuste. La confusione è notevole se si pensa che dopo l’agguato vengono ritrovate nella 130 solo due delle tre borse abbandonate. La terza borsa scompare per sei giorni e poi viene fortuitamente ritrovata durante una nuova perquisizione nel bagagliaio della 130, dove prima nessuno l’aveva notata. In conclusione, due borse vengono subito ritrovate fra i sedili della 130, una sei giorni dopo nel bagagliaio e proprio le due con documenti riservati e oggetti personali scompaiono per sempre.

La pattuglia. Caricato Moro, i terroristi riescono a dileguarsi grazie ad un’altra sorprendente coincidenza: una volante della polizia staziona come ogni mattina in Via Bitossi per proteggere il giudice Walter Celentano.Proprio qui stanno arrivando le auto dei brigatisti in fuga; ma qualche istante prima, un allarme del Centro Operativo Telecomunicazioni) fa muovere la pattuglia.

Via Bitossi. Proprio accanto alla pattuglia in via Bitossi (è lunga in tutto 150 m) è parcheggiato il furgone Fiat 850T grigio chiaro (in alcune versioni è blu) con la cassa di legno pronta ad accogliere e nascondere Moro durante il trasferimento. I brigatisti lasciano il furgone nella via dove si trova la volante perché è a solo 2 km di strada dal punto dell’agguato. Ma avrebbero potuto scegliere molti altri luoghi più discreti. Il furgone non verrà ritrovato.

L’appunto. Tra i reperti sequestrati a Morucci dopo il suo arresto verrà scoperto un appunto recante il numero di telefono del commissario capo Antonio Esposito (P2), in servizio proprio la mattina del rapimento. Non c’è alcuna prova che sia stato Esposito a far togliere di mezzo la pattuglia in Via Bitossi.

La catena. Dopo aver prelevato Moro, i brigatisti fuggono sulla Fiat 132 blu guidata da Bruno Seghetti, che da Via Stresa è tornata in retromarcia su Via Fani per prelevare Moro trascinato da Raffale Fiore. Nascosto l’ostaggio con una coperta, anche Moretti scende dalla 128 dell’agguato e sale sulla 132 che parte subito in direzione di Via Trionfale. La Fiat 128 bianca di Casimirri e Lojacono, su cui sale anche Gallinari, la segue a ruota. Morucci preleva le borse dalla 132 e sale sulla 128 blu parcheggiata indietro lungo via Fani e su cui sono già saliti Balzerani e Bonisoli, poi segue le prime due a circa 50 m di distanza. La 128 blu deve aprire il corteo ma si ritrova in coda, supera le altre due ma viene bloccata in una curva stretta e ritorna in coda. Il commando ha pianificato di imboccare Via Casale De Bustis, una strada privata bloccata da una sbarra. Qui si fermano, e dalla 132 scende un brigatista con un tronchese per tagliare la catena, sollevare la sbarra e risalire in auto. Operazione poco credibile perché il tronchese dovrebbe essere pronto sulla 128 che avrebbe dovuto mantenersi in testa e perché la rottura della catena potrebbe richiamare l’attenzione. Inoltre il corteo potrebbe essere inseguito ed avere solo pochi secondi di vantaggio. Il superamento della sbarra richiede certamente molti preziosi secondi.

Il cambio. Secondo gli esecutori, il commando brigatista preleva un gruppo di nuovi mezzi in Via Bitossi ma tutte le auto usate vengono portate in Piazza Madonna del Cenacolo. In mezzo alla piazza Moro viene trasferito e chiuso in una cassa nel furgone Fiat 850T guidato da Moretti che parte seguito da una Dyane azzurra al cui volante è Morucci. I due mezzi scompaiono. Per portare a termine il sequestro del più importante uomo politico italiano – e fronteggiare eventuali posti di blocco – le BR diranno di aver usato solo un furgone e una utilitaria. Ma ad esempio per rapire Vittorio Vallarino Gancia nella tranquilla strada fra Canelli e Alessandria, le stesse Br ne avevano usate tre.

Via Licinio Calvo. La Fiat 132 blu, la Fiat 128 blu e la Fiat 128 bianca usate nella prima parte della fuga vengono portate tutte e tre a quasi un km dalla Piazza, in via Licinio Calvo, quindi abbandonate. Il problema è che vengono lasciate in tre momenti diversi: la 132 viene abbandonata al civico 1 alle 09:23, due testimoni vedono allontanarsene un uomo e una donna (se è vero, non è mai stata identificata: Barbara Balzerani era sulla 128 blu). L’auto viene identificata dalle forze dell’ordine a meno di mezz’ora dal rapimento. Alle 04:10 della notte fra il 16 ed il 17 marzo, la 128 bianca viene identificata sulla stessa via all’altezza del civico 23. Solo alle 21:00 del il 19 marzo viene individuata, sul lato sinistro all’altezza dei civici 23 e 25, la Fiat 128 blu, a pochi metri dal luogo in cui era stata trovata la 128 bianca due giorni prima. Le immagini del servizio RAI di Piero Badaloni dopo il ritrovamento della prima 128, dimostrano che l’altra 128 il 18 marzo non c’era ancora. E i verbali di Polizia dichiarano che tutte le auto in sosta nella via sono state ispezionate dopo ciascuno dei tre separati ritrovamenti.

Problemi di parcheggio. Via Licinio Calvo termina con una scalinata che, attraverso via Prisciano, la collega a Piazza Medaglie D’Oro dove si trovano le fermate di numerosi autobus. Per questo, molti romani parcheggiano abitualmente proprio in Via Calvo per prendere l’autobus. Trovare tre parcheggi liberi alle 9:30 di un giovedì mattina, in una strada sempre affollata – come mostrano anche le immagini della Polizia dopo i tre ritrovamenti – è un bel colpo di fortuna. Oppure, se realmente le auto giungono più o meno contemporaneamente come sosterranno i brigatisti, ad attenderle ci dovrebbero essere altrettante auto con altrettanti complici pronti a cedere il posto alle macchine dell’agguato. Del resto, il problema della mancata individuazione di fiancheggiatori, impiegati a guardia di auto e parcheggi, rimane un aspetto non chiarito di tutta la vicenda.

Fuga solitaria. Secondo i brigatisti, il furgone prosegue da solo con Moro nella cassa, a bordo Moretti, Morucci e Seghetti. E’ l’unica volta in cui brigatisti rossi in fuga con un ostaggio dopo un’azione rimangono solo in tre e su un singolo mezzo. Circostanza che impedirebbe loro di forzare posti di blocco o gestire eventuali problemi.

SECONDA PARTE – LA DETENZIONE

Un altro luogo affollato. La cassa di Moro viene scaricata dal Fiat 850T e caricata su una Citroën Ami nel parcheggio sotterraneo della Standa di Via Colli Portuensi dove li aspetta Gallinari. Moretti e Gallinari diranno che ripartono sulla Citroën familiare per portare da soli la cassa di Moro nel covo di Via Montalcini mentre gli altri si disperdono. Il parcheggio di un supermercato attorno alle 10 di mattina è scelto proprio per trasferire una grossa e pesante cassa, col rischio che Moro gridi chiedendo aiuto capendo di trovarsi in un luogo affollato.

Via Montalcini, 8. Appartamento al piano terra, interno 1, 100 mq completo di giardino, garage e cantina di proprietà dei coniugi Altobelli: in realtà Anna Laura Braghetti (che lo acquista l’anno precedente con 50 milioni in contanti consegnati da Moretti) e Germano Maccari. Secondo tutti i brigatisti, Aldo Moro viene rinchiuso ininterrottamente dal 16 marzo al 9 maggio 1978 in un cubicolo 2,80 m per 1 m separato dallo studio con una parete insonorizzata e accessibile da una libreria che ruota su un cardine. Alla fine del sequestro le BR smantelleranno la parete ma Braghetti continuerà a vivere lì per ancora un anno, quando – convinta di essere seguita dalla Polizia – scapperà lasciando alla zia l’incarico di vendere “ma senza fare sconti”. La zia riesce a rivendere l’appartamento ancora per 50 milioni. Unico caso noto di un covo terrorista che non viene abbandonato ma rimane in uso per un altro anno e poi rivenduto per rientrare nelle spese.

Prigionia. Moretti sosterrà che Moro “scriveva sulle ginocchia su dei cuscini”. Per le pulizie personali “Quando occorre gli vengono portati dei catini”. “Non ha mai camminato. Si alza, si sgranchisce le gambe, ma non si è mai mosso da lì dentro”. L’autopsia accerterà l’assoluta assenza di atrofizzazione degli arti inferiori e che il corpo di Moro è in una condizione di igiene assoluta, che mal si concilia con l’affermazione di Moretti circa i catini che gli sarebbero stati concessi per le sue pulizie personali. Il Sisde, nel luglio 1979, con registrazione ambientale di una conversazione tra due brigatisti detenuti nel carcere dell’Asinara, ascolterà che Moro ottiene “tutto quello che (sic) aveva bisogno: si lavava anche quattro volte al giorno, si faceva la doccia, mangiava bene, se voleva scrivere scriveva […], è stato trattato come un signore”.

Giovanni Ladu. Bersagliere di leva, nel 2008 e poi nel 2012 dichiarerà di essere stato, insieme a altri nove militari in borghese, piazzato in un appartamento adiacente all’Interno 1 per presidiare una stazione di controllo e prendere nota di chi entra e esce dall’appartamento di fronte. Curioso che si affidi una missione così delicata ad un soldato di leva. Ladu si giustifica dicendo di essere stato un membro di Gladio e prosegue dicendo che il 7 maggio arriverà l’ordine di smobilitare. Verrà indagato per calunnia dalla Procura di Roma.

E l’altra prigione? Una perizia sul leader democristiano dimostrerà che è stato tenuto prigioniero in almeno due posti diversi. È uno studio sui reperti sabbiosi rinvenuti sugli indumenti di Moro e sulle ruote della Renault rossa dove sarà trovato il corpo. Moretti sosterrà che sono collocati a bella posta nei vestiti e nelle scarpe dello statista allo scopo di depistare le indagini. Appare poco credibile che in pieno sequestro, con una città assediata e centinaia di posti di blocco, la Faranda e la Balzerani vadano a raccogliere sulle spiagge del litorale laziale “sabbia, catrame, parti di piante da mettere sui vestiti e sotto le scarpe” del sequestrato per precostituire un depistaggio che acquisterà validità solo dopo il ritrovamento del cadavere.

I vicini di casa. La banda della Magliana è come il prezzemolo: compare in tutte le vicende criminali ma anche in tutti i depistaggi. Lasciando da parte le congetture, è innegabile che numerosi esponenti abitino proprio nei pressi della prigione di Moro: Danilo Abbruciati con altri due malavitosi in via Fuggetta 59 (a 120 m dalla prigione; Danilo Sbarra e Francesco Picciotto, uomo di Pippo Calò, in via Domenico Luparelli 82, a 130 m (ma a 50 m se si passa dall’ingresso secondario); in via di Vigna Due Torri, 135 (a 150 m) abita Ernesto Diotallevi, compare di Calò. In via Montalcini 1 sorge villa Bonelli, appartenente a Danilo Sbarra, di cui Pippo Calò si serve per riciclare il denaro proveniente da attività mafiose. Se davvero le BR tengono prigioniero Moro in un luogo sotto il controllo fisico della banda della Magliana, ci si chiede se Moretti, Gallinari e la Braghetti ignorino di essere letteralmente circondati dai capi della banda o conoscono questa circostanza e hanno scelto quel posto proprio perché sanno di poter contare su una benevola protezione?

La seduta spiritica. Questo rimane il mistero più famoso: nell’ultimo quarto di secolo è stato continuamente rilanciato solo per tirare fango addosso a uno dei dodici protagonisti. Secondo i professori bolognesi, il 2 aprile del ’78 a casa Clò il piattino indicò un mare di lettere senza significato e anche parole di senso compiuto, come Bolsena e Viterbo, poi uscì anche Gradoli. La Commissione Moro, acquisita la testimonianza di tutti i partecipanti, ha concluso che è abbastanza surreale la tesi che questo sia stato un modo per segnalare il covo di Via Gradoli preferendolo a un messaggio anonimo perché quest’ultimo si sarebbe perso fra le migliaia ricevuti in quei giorni dagli inquirenti. Se ambienti dell’Autonomia bolognese o altri simpatizzanti delle BR fossero venuti a conoscenza del covo, non avrebbero avuto alcun motivo per segnalarlo collaborando con le Istituzioni. La loro posizione era riassunta nel famoso slogan “Né con lo stato, né con le BR.” E se anche avessero avuto un po’ di senso civico, piuttosto che questa messinscena sarebbe stato più furbo recapitare un messaggio anonimo con circostanze precise a persone in grado di segnalarlo ai vertici del governo o della magistratura.

Via Gradoli 96, interno 11, secondo piano. È lì che abitano nella primavera del 1978, Mario Moretti e Barbara Balzerani. Proprio in quel palazzo diversi appartamenti erano di proprietà dei servizi segreti, intestati a società di copertura ed occupati da personaggi vicini ai servizi, alle forze dell’ordine e a informatori di polizia e carabinieri. Ma tutta la zona vede una alta densità di appartenenti ai servizi. Ad esempio al numero 89 – proprio di fronte al 96 – prima e durante il sequestro Moro abita il sottufficiale dei carabinieri Arcangelo Montani. E’ un agente del Sismi, proviene da Porto San Giorgio (quindi è un compaesano di Mario Moretti). Il regista del sequestro Moro ha trovato un posto ideale per la sua base.

La dirimpettaia. Lucia Mokbel è l’inquilina della porta accanto all’interno 11: l’appartamento numero 9, dove alloggia col convivente Gianni Diana, impiegato da un commercialista amministratore di immobili in cui figurano anche società in mano ai servizi segreti. Mokbel, di origine egiziana, figlia di un diplomatico legato ai Servizi del suo Paese e conoscente del commissario Elio Cioppa, riferirà alla polizia di strani ticchettii notturni, tipo alfabeto morse (che la Mokbel conosce), provenienti dall’appartamento brigatista.

La perquisizione. Secondo il giudice Luciano Infelisi, immediatamente dopo il sequestro le perquisizioni per individuare la prigione di Moro si concentrano su tutti i miniappartamenti ed i residence della zona. Anche Via Gradoli, 96 viene passata al setaccio solo due giorni dopo, ma all’interno 11 non risponde nessuno e gli agenti se ne vanno. «Non mi fu dato l’ordine di perquisire le case — riferirà in aula il sottufficiale Merola — Era solo un’operazione di controllo durante la quale furono identificati numerosi inquilini, mentre molti appartamenti furono trovati al momento senza abitanti e quindi, non avendo l’autorizzazione di forzare le porte, li lasciammo stare, limitandoci a chiedere informazioni ai vicini. L’interno 11 fu uno degli appartamenti in cui non trovammo alcuno. Una signora che abitava sullo stesso piano ci disse che lì viveva una persona distinta, forse un rappresentante, che usciva la mattina e tornava la sera tardi». Ma Lucia Mokbel – la signora in questione – aggiunge di aver dato il biglietto proprio ai poliziotti, perché lo consegnassero a Elio Cioppa (poi risultato iscritto alla P2). Quel biglietto non è mai stato ritrovato.

Gradoli (Viterbo). Fra le decine di migliaia di perquisizioni in tutta Italia, il 6 aprile viene effettuato anche un controllo mirato in alcune case coloniche nel comune di Gradoli (Viterbo), vicino al lago di Bolsena. L’operazione viene compiuta su segnalazione alla Direzione generale di Polizia tramite il Gabinetto del Ministro dell’Interno. Il biglietto autografo del 5 aprile, trasmesso al Capo della Polizia dal dottor Luigi Zanda Loi, capo ufficio stampa del Ministro Cossiga, contiene non parole smozzicate riferite da un piattino paranormale ma due precise indicazioni: “Casa Giovoni – Via Monreale, 11 – scala D int. 1 piano terreno – Milano” e “lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina”. Le perquisizioni non daranno alcun frutto.

Il falso comunicato numero 7. Le BR durante il sequestro fanno trovare 9 comunicati. Il 18 aprileproprio il trentennale delle prime elezioni politiche che consegnarono il Paese alla DC, in Piazza Indipendenza compare il presunto comunicato numero 7. Realizzato dal falsario Antonio Chichiarelli, della Banda della Magliana, neofascista e confidente dei Servizi segreti, il falso sostiene che Moro è stato ucciso e buttato nel Lago della Duchessa, fra Lazio e Abruzzo, dove viene cercato per due giorni dai sommozzatori anche se la superficie è completamente ghiacciata.
Le BR interpretano il comunicato taroccato come un falso di Stato e un rifiuto a trattare uno scambio di Moro coi brigatisti in carcere.

La doccia. Sempre il 18 aprile, le forze dell’ordine scoprono il covo di via Gradoli, 96. Questo avviene solo per una perdita d’acqua segnalata ai vigili del fuoco. È provocata da un rubinetto della doccia lasciato aperto, appoggiato su una scopa e con la cornetta rivolta verso un muro. Mario Moretti dirà di averne avuta notizia dai giornali, che la riportano subito. Perciò non vi fa ritorno e sfugge alla cattura. La polizia, durante la perquisizione, trova anche la targa originale della 128 bianca usata per il tamponamento di via Fani. Un souvenir.

Le lettere. Moro scrive 86 lettere durante la prigionia. Sono state esaminate per 40 anni. Leonardo Sciascia per primo ipotizzerà che nascoste nelle parole di Moro ci siano indicazioni su dove si trova. «Io sono qui in discreta salute» del 27 marzo, dove indica alla moglie di essere a Roma. «mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato» inviata a Cossiga, in cui – col senno di poi – sembra specificare che si trova in un piano basso sotto un condominio affollato ma mai controllato che potrebbe essere opportunamente perquisito, e in cui, sempre rivolto a Cossiga, avverte: «che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni.» A buon intenditor…

Via Gradoli 96, interno 11, secondo piano. È lì che abitano nella primavera del 1978, Mario Moretti e Barbara Balzerani. Proprio in quel palazzo diversi appartamenti erano di proprietà dei servizi segreti, intestati a società di copertura ed occupati da personaggi vicini ai servizi, alle forze dell’ordine e a informatori di polizia e carabinieri. Ma tutta la zona vede una alta densità di appartenenti ai servizi

Gli interrogatori. Ogni giorno Moretti esce da Via Gradoli per andare alla prigione e interrogare Moro. Gli interrogatori vengono registrati e poi sbobinati. Le bobine originali, secondo i brigatisti, vengono distrutte insieme agli originali degli scritti del prigioniero “perché non importanti”. Il presidente DC parla dell’organizzazione Gladio, del Piano Solo (il tentato colpo di Stato del Generale De Lorenzo, capo dei Carabinieri, nel 1964), della connivenza di parte della DC e dello Stato nella strategia della tensione, ma anche dello scandalo Italcasse e Caltagirone. Sono esattamente le rivelazioni che le BR cercano e che nei primi comunicati promettono di rendere pubbliche. Ma non manterranno mai la parola e sostengono di aver preferito distruggere tutto “perché non importante”.

I comitati di crisi. Il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga nomina già il 16 marzo il «comitato tecnico-politico-operativo», presieduto dallo stesso Cossiga e – in sua vece – dal sottosegretario Nicola Lettieri, di cui fanno parte i comandanti di polizia, carabinieri e guardia di finanza, oltre ai direttori del SISMI e del SISDE, al segretario generale del CESIS, al direttore dell’UCIGOS e al questore di Roma. Nomina anche il «comitato informazione», di cui fanno parte i responsabili dei vari servizi: CESIS, SISDE, SISMI e SIOS.
Viene creato anche un terzo comitato, non ufficiale, denominato «comitato di esperti». Della sua esistenza si saprà solo nel 1981, quando Cossiga stesso ne rivelerà l’esistenza alla Commissione Moro, senza indicarne le attività e le decisioni. Di questo organismo fanno parte, tra gli altri: Steve Pieczenik (funzionario della sezione antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano), il criminologo Franco Ferracuti, Stefano Silvestri, Vincenzo Cappelletti (direttore generale dell’Istituto per l’Enciclopedia italiana) e Giulia Conte Micheli. Si avranno le prove che la maggior parte dei membri dei tre comitati sia iscritta alla Loggia P2 di Licio Gelli. Di Pieczenik riparleremo dopo.

Moretti, gioventù di un brigatista particolare. Mario Moretti è il regista del rapimento Moro: partecipa al rapimento, agli interrogatori, all’eliminazione del presidente DC. Una figura particolare. I suoi studi giovanili vengono finanziati da una benestante famiglia nobile fascista, Camillo e Anna Casati Stampa di Soncino. Il 30 agosto 1970 Camillo ucciderà Anna e il suo amante, Massimo Minorenti, poi si toglierà la vita. La loro villa, ereditata dalla figlia Anna Maria, verrà poi venduta per 250 milioni (parliamo di 3500 mq, inclusa una pinacoteca con opere del ‘400 e del ‘500, una biblioteca con 10.000 volumi antichi, un parco immenso, scuderie e piscine) grazie alla decisiva intermediazione del pro-tutore della ricca ereditiera ancora minorenne: l’avvocato Cesare Previti. L’acquirente e “utilizzatore finale” di Villa San Martino è Silvio Berlusconi, ma questa è un’altra storia, torniamo a Moretti. Verrà assunto alla Sit-Siemens nel 1968 grazie ad una lettera di raccomandazione di Anna Casati. Lì conosce Corrado Alunni, Paola Besuschio, Giuliano Isa, futuro zoccolo duro delle Brigate Rosse, l’ala militarista osteggiata da Curcio e Franceschini, contrari alla lotta armata. Moretti il 30 giugno 1971, partecipa con Renato Curcio ad una rapina per autofinanziarsi a Pergine di Valsugana. E’ la sua prima azione all’interno delle Brigate Rosse, è sicuro di sé, pronto a tutto.
Durante il fallito rapimento del politico democristiano Massimo De Carolis, le forze dell’ordine decapitano l’intera classe dirigente delle Br, ma proprio lui riesce a fuggire. Però all’interno del covo che avrebbe dovuto accogliere De Carolis, polizia e carabinieri trovano in una scatola di scarpe le fotografie di Curcio e altri scatti compromettenti. Quella scatola l’ha dimenticata Moretti, che pure assicura i compagni di averla bruciata. E inizia una latitanza obbligata. Nel 1974 vengono arrestati a Pinerolo Curcio e Franceschini, durante un incontro con Silvano Girotto, detto Frate Mitra, infiltrato dai carabinieri. Un incontro al quale avrebbe dovuto partecipare anche Mario Moretti, opportunamente avvertito da una telefonata anonima che gli permette di sfuggire all’arresto. La telefonata arriva ben quattro giorni prima, ma nel frattempo Moretti “non riesce” ad avvisare Curcio e Franceschini.

Moretti, la scalata di un brigatista particolare. Curcio e Franceschini sono fuori dai giochi e le BR virano decisamente verso la linea dura: lotta armata contro lo Stato. In uno scontro a fuoco con i carabinieri durante il rapimento dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia muore Mara Cagol, mentre Giorgio Semeria rimane gravemente ferito.
Semeria dal carcere riuscirà a scrivere a Curcio per avvertirlo che Moretti è una spia e che Mara Cagol è stata ammazzata quando era già ammanettata e in ginocchio. Moretti è ormai il capo indiscusso delle Brigate Rosse, si trasferisce a Roma e si prepara a gestire la stagione di piombo che culminerà con il rapimento Moro.
Curcio intanto evade dal carcere di Casale Monferrato con una fuga rocambolesca e incontra i nuovi vertici delle BR. Moretti insiste per soggiornare nell’appartamento di Curcio, di cui non conosce ancora l’indirizzo. Solo due giorni dopo, la polizia fa irruzione nell’abitazione del vecchio leader, arrestandolo nuovamente. Confiderà in seguito Curcio a Franceschini “Sono convinto che Moretti sia una spia”.

Moretti, la fine di un brigatista particolare. Il pluriricercato Moretti negli anni successivi va più volte in Francia per incontrare compagni latitanti. Rivelerà questa circostanza durante il processo provocando lo stupore degli altri brigatisti coimputati che non ne sapevano nulla. Ne riparleremo più avanti alla voce Hyperion. Durante il sequestro Moro, viaggia ripetutamente tra Roma e Firenze, sfuggendo a qualsiasi controllo. Il 4 aprile 1981, dopo oltre dieci anni di latitanza, la primula rossa verrà arrestata e condannata a sei ergastoli. Dopo soli 16 anni, nel luglio del 1997, otterrà la semilibertà. Moretti non si è mai pentito, né si è mai dissociato e non ha collaborato con gli inquirenti.

TERZA PARTE – LA MORTE

Via Caetani. Le BR telefonano al professor Tritto il 9 maggio alle 12:30 per indicare dove si trova il corpo di Moro. Negli interrogatori successivi diranno di aver lasciato la Renault 4 rossa col cadavere fra le 7:00 e le 8:00 della mattina. L’autopsia rivela che la morte si colloca tra le 9:00 e le 10:00 della mattina stessa. Non si capisce perché attendere oltre quattro ore tra l’abbandono dell’auto e la telefonata. Alcune testimonianze diranno di aver notato la Renault parcheggiata solo a partire dalle 12:30 e non prima.

Informatori e infiltrati. La Commissione Moro ha più volte constato che le BR sono state oggetto di un attento e prolungato monitoraggio da parte degli apparati di sicurezza. Lo confermano, fra le tante prove, la lettera scritta da Duccio Berio nel 1972 al suocero Alberto Malagugini in cui riferisce dei contatti con un appartenente al SID che gli propose di infiltrarsi nelle BR; la vicenda dell’infiltrato Silvano Girotto che nel 1974 fece scattare la trappola per Curcio e Franceschini; l’audizione del giudice Pietro Calogero, che conferma “resoconti periodici di informatori infiltrati” nelle Brigate Rosse e in altre formazioni dell’estremismo di sinistra. Anche se è ragionevole pensare che, dopo la cattura dei vertici delle BR grazie a Girotto, i brigatisti abbiano rafforzato le cautele per evitare ulteriori infiltrazioni, non può non sorprendere che il flusso informativo si sia inaridito proprio nella fase precedente il sequestro di Aldo Moro.

Via Montenevoso, Milano. Il 1 ottobre 1978 i carabinieri di Carlo Alberto Dalla Chiesa pedinano il brigatista Lauro Azzolini e trovano il covo di Via Monte Nevoso e vi scoprono alcune pagine del memoriale con le trascrizioni degli interrogatori. Il covo viene perquisito per cinque giorni e vi vengono posti i sigilli. Il Senatore Sergio Flamigni, parlando in carcere con Azzolini e Bonisoli, viene a sapere che nel covo avrebbe dovuto trovarsi la trascrizione completa degli interrogatori. Nel 1986 e nel 1988 Flamigni chiede al magistrato competente Ferdinando Pomarici di riaprire il covo e cercare meglio, ma viene rassicurato sul fatto che il covo è stato “scarnificato”.

Un’altra manina. Le carte di Moro ritrovate durante il blitz a Via Montenovoso vengono prelevate e fotocopiate prima della verbalizzazione da parte della Magistratura e poi riportate nel covo, per essere consegnate la sera stessa al generale dalla Chiesa. La seconda sezione civile della Corte d’Appello del Tribunale di Milano, ha stabilito che il colonnello Umberto Bonaventura del SISDE entra nel covo durante la perquisizione e porta via le carte, restituendole dopo qualche ora, visibilmente assottigliate.

Di nuovo in via Montenevoso. Il 9 ottobre 1990 il proprietario dell’appartamento incarica un muratore di ristrutturarlo. Si scopre che i sigilli posti nel 1978 sono stati rotti. Il muratore toglie sotto una finestra quattro chiodi e un pannello di cartongesso e scopre uno vano contenente un mitra Tokarev avvolto in un giornale del 1978, 60 milioni in contanti, pistole, detonatori e 229 pagine fotocopiate del memoriale Moro. Ma mancano ancora diverse pagine, fino ad ora mai ritrovate.

Carmine Pecorelli. Il fondatore dell’agenzia di stampa OP-Osservatore Politico, diventata rivista settimanale proprio nel marzo del 1978, deve la sua fama (e la sua morte) alle sibilline “profezie” che pubblica. Queste sono frutto di notizie provenienti dalla sua rete di contatti nella politica, nella loggia P2 (di cui fa parte), nei vertici dei Carabinieri e nei servizi segreti.

OP prima. Il 15 marzo, il giorno prima del sequestro, pubblica un articolo che – citando le Idi di marzo e collegandole con il giuramento del governo Andreotti – fa riferimento a un nuovo Bruto.

OP durante. Durante il sequestro è il primo a dichiarare la falsità del Comunicato n. 7. Rivela che all’interno delle BR ci sono due fazioni, i trattativisti e quelli che vogliono uccidere il Presidente DC ad ogni costo, che “gli autori della strage sono dei professionisti addestrati in scuole di guerra del massimo livello” e non sono gli stessi che tengono prigioniero Moro. E’ il primo a notare che in Via Gradoli tutte le prove che si tratta di un covo sono in bella vista per essere sicuri che non possano sfuggire anche al pompiere più distratto.

Altri bersagli privilegiati di Pecorelli sono Giulio Andreotti, di cui descrive ad esempio i rapporti con cosa nostra, l’imprenditore Nino Rovelli o l’agente del SID Mario Giannettini, o il tentativo di corruzione proposto dal braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti, per convincere lo stesso Pecorelli a tacere (30 milioni di lire, prestati da Caltagirone).

OP dopo. Dopo il sequestro, Pecorelli scrive che il “generale Amen” (il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa) avrebbe informato il ministro dell’Interno Francesco Cossiga dell’ubicazione del covo in cui era prigioniero. Ma Cossiga non avrebbe “potuto” far nulla poiché obbligato verso qualcuno o qualcosa. Il generale Amen, sostenne Pecorelli nel 1978, sarà ucciso (profezia poi avveratasi nel 1982) proprio a causa dalle lettere di Moro.

Pecorelli pubblica su OP anche alcuni documenti inediti sul sequestro, comprese tre lettere inviate alla famiglia e dimostra di conoscere l’esistenza del Memoriale mesi prima della prima parte del suo ritrovamento. Ha evidentemente scoperto alcune verità scottanti, tanto che profetizza anche il suo stesso assassinio. Anche questa profezia si avvera il 20 marzo 1979, esattamente un anno dopo il rapimento Moro e la prima uscita di OP. Ma esattamente il giorno stesso in cui Sandro Pertini avvalla la nascita del quinto governo Andreotti. Il pentito Buscetta dichiarerà che è stato ucciso dalla Mafia con la manovalanza della Banda della Magliana per “fare un favore ad Andreotti”, preoccupato per certe informazioni sul caso Moro.

Hyperion. Il primo a parlare di una centrale eversiva a Parigi è Giulio Andreotti su “Il Mondo” nel 1974: «Sono tutt’ora convinto che una centrale fondamentale, che dirige l’attività dei sequestri politici per finanziare i piani d’eversione e che coordina lo sviluppo terroristico su scala anche europea, si trova a Parigi».

Proprio in quell’anno si sfalda il gruppo estremista guidato da Duccio Berio, Vanni Mulinaris, Corrado Simioni, Renato Curcio, Alberto Franceschini e Mario Moretti allo scopo di «contribuire alla crescita politica delle masse e alla trasformazione dello scontro in lotta sociale generalizzata». Gli ultimi tre entrano a fare parte delle Brigate Rosse, mentre i primi tre si spostano proprio a Parigi (la Francia riconosce facilmente lo status di rifugiato politico) e danno vita alla scuola di lingue Hyperion (in Quai de la Tournelle, 27).

Alberto Franceschini in Commissione Stragi riferirà che i tre fondatori di Hyperion erano in disaccordo con l’impostazione dei leader storici delle BR guidati da Curcio e Franceschini. Questi consideravano troppo violento il gruppo originale della scuola parigina (soprannominato “Superclan”, ovvero “superclandestino”). I vertici di Hyperion avrebbero mantenuto un legame speciale, invece, con Moretti che faceva parte del Superclan. Questo legame si rafforza proprio dopo l’8 settembre 1974, giorno della cattura dei capi brigatisti Curcio e Franceschini. A quel punto, l’oltranzista Moretti rimane l’unico tra i capi storici brigatisti in libertà.

Durante i 55 giorni, Hyperion di Parigi era strettamente collegata con una scuola francese di lingue con sede a Roma in piazza Campitelli, a 150 metri da via Caetani, la via dove sarà rinvenuto il 9 maggio 1978 il corpo di Moro. Il mese precedente il sequestro Moro, Hyperion aveva aperto a Roma un ufficio di rappresentanza in via Nicotera 26 (nello stesso stabile dove si trovano alcune società coperte del SISMI); lo stesso ufficio viene chiuso subito dopo il sequestro.

Corrado Simioni. L’ambiguo fondatore di Hyperion non gode della fiducia di molti estremisti per una serie di comportamenti ambigui culminati proprio con l’arresto di Curcio e Franceschini. Simioni, dopo essere stato espulso da PSI nel 1965 per “condotta immorale”, si trasferisce a Monaco di Baviera ma nel 1967 ritorna a Milano dove lavora per la Mondadori, ma anche per l’USIS (United States Information Service), diretta emanazione della CIA. La sede romana dell’USIS si trova al numero 32 di via Caetani, quasi di fronte al punto in cui sarà parcheggiata la Renault rossa con il corpo di Moro.

Fra le varie ambiguità che portano il nucleo storico e moderato delle BR a dubitare di Simoni c’è il fatto che nel settembre 1970 fornisce a Maria Elena Angeloni e Giorgio Christou Tsikouris esplosivo e timer per compiere un attentato all’ambasciata USA di Atene. L’ordigno esplode anzitempo e i due muoiono.

L’esplosivo e il timer dell’attentato di Atene sono identici a quelli che nel 1972 uccidono Giangiacomo Feltrinelli, proprio mentre sta piazzando un ordigno su un traliccio dell’Enel nelle campagne di Segrate.

Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi per 7 anni, scrive che Hyperion in realtà era il punto d’incontro tra i servizi segreti delle nazioni contrapposte nella Guerra Fredda, necessario nella logica di conservazione degli equilibri derivanti dagli accordi di Yalta. Hyperion quindi sarebbe stato un mezzo per azioni comuni contro eventuali sconvolgimenti dell’ordine stabilito a Yalta. Proprio la politica di apertura al PCI attuata da Moro, poteva considerarsi una minaccia degli stessi equilibri politici consolidatisi fino a quel momento.

Steve Pieczenik. Dopo via Fani Cossiga si fa affiancare da un esperto statunitense: Steve Pieczenik, assistente del Sottosegretario di Stato e Capo dell’Ufficio gestione del terrorismo internazionale del Dipartimento di Stato USA. Ventotto anni dopo, Pieczenik rivela di aver deciso di creare il falso comunicato n. 7, e di aver spinto le Brigate Rosse a uccidere Moro, con lo scopo di delegittimarle, quando ormai era chiaro che i vertici del governo non volevano fosse liberato.

Il ruolo giocato nel sequestro e nell’omicidio, Pieczenik lo descrive benissimo da solo durante una intervista del 2006: «Capii subito quali erano le volontà degli attori in campo: la destra voleva la morte di Aldo Moro, le Brigate rosse lo volevano vivo, mentre il Partito Comunista, data la sua posizione di fermezza politica, non desiderava trattare. Francesco Cossiga, da parte sua, lo voleva sano e salvo, ma molte forze all’interno del paese avevano programmi nettamente diversi, il che creava un disturbo, un’interferenza molto forte nelle decisioni prese ai massimi vertici. […] Bisognava evitare che i comunisti di Berlinguer entrassero nel governo e, contemporaneamente, porre fine alla capacità di nuocere delle forze reazionarie e antidemocratiche di destra. Allo stesso tempo era auspicabile che la famiglia Moro non avviasse una trattativa parallela, scongiurando il rischio che Moro venisse liberato prima del dovuto. Ma mi resi conto che, portando la mia strategia alle sue estreme conseguenze, mantenendo cioè Moro in vita il più a lungo possibile, questa volta forse avrei dovuto sacrificare l’ostaggio per la stabilità dell’Italia»… «Mi rincresce per la morte di Aldo Moro; chiedo perdono alla sua famiglia e sono dispiaciuto per lui, credo che saremmo andati d’accordo, ma abbiamo dovuto strumentalizzare le Brigate rosse per farlo uccidere. »

Conclusioni (?)

In conclusione, non ho nuove risposte da proporre, o nuove originali tesi da discutere. Questo è solo un breve elenco delle principali lacune e contraddizioni che ancora lasciano nell’ombra quello che è veramente successo in quei 55 giorni che ex brigatisti e Istituzioni dichiarano completamente chiariti.

Da Via Fani in poi, nella migliore tradizione italiana, i depistaggi ad opera di chi voleva nascondere la verità si sono mescolati inestricabilmente agli errori in buona fede, alla cialtroneria di apparati dello Stato, alle invenzioni di persone malate di protagonismo, alle fantasiose teorie dei complottisti per partito preso, pronti a giurare che sotto qualsiasi vicenda oscura ci sia lo zampino degli eterni cattivi del ‘900: i servizi segreti – deviati o stranieri – la P2, la mafia, la banda della Magliana e, naturalmente, Cossiga e Andreotti.

Il guaio è che questo fu il momento cruciale che avrebbe potuto portare l’Italia a camminare sulle proprie gambe affrancandosi dai blocchi contrapposti della guerra fredda. Il cammino che avrebbe portato i cittadini a scegliere ogni volta tra due proposte politiche alternative ma entrambe fondate sull’identità nazionale, sul rispetto reciproco, sugli stessi valori e sui principi della Costituzione. Troppi avevano interesse a mandare fuori strada chi stava compiendo quel cammino, e fra questi è provato che ci furono anche gli eterni cattivi del ‘900: i servizi segreti – deviati e stranieri – la P2, la mafia, la banda della Magliana e, naturalmente, Cossiga e Andreotti.

fonte:

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/04/30/tutto-quel-che-non-torna-del-rapimento-di-aldo-moro/37927/

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/05/02/dalla-banda-della-magliana-alla-seduta-spiritica-tutto-quello-che-non-/37942/

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/05/05/tutto-quello-che-non-torna-nella-morte-di-aldo-moro/37979/

Sequestro Moro: solo dopo 40 anni qualcuno si accorge del mistero del capo della Digos che “arrivò troppo presto” in via Fani…

Sequestro Moro

 

 

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Sequestro Moro: solo dopo 40 anni qualcuno si accorge del mistero del capo della Digos che “arrivò troppo presto” in via Fani…

 

Sequestro Moro, il capo della Digos che arrivò “troppo presto” in via Fani.

Da Il Fatto Quotidiano del 17 febbraio 2016

L’Alfasud di Domenico Spinella sfrecciava verso il luogo dell’agguato già prima che il centralino della Questura ne desse la comunicazione. La vicenda ripropone il tema degli allarmi che precedettero l’azione delle Brigate rosse. Alcuni parlamentari chiedono l’audizione di di Emidio Biancone, al volante quella mattina.

16 marzo 1978, ore 9.02. Il centralino della Questura di Roma dà l’allarme: “Agguato in via Fani, rapito Moro, ammazzati gli uomini della sua scorta”. Ma in quel momento il capo della Digos della capitale, Domenico Spinella, è già sull’Alfasud targata S88162 che lo porta a tutta velocità nel luogo dell’agguato. E’ andata davvero così? E chi lo avvisò? Sono due pesanti interrogativi ai quali stanno cercando di rispondere gli investigatori della Commissione parlamentare d’inchiesta guidata da Giuseppe Fioroni.

La faccenda è piuttosto seria perché coinvolge uno degli organismi più direttamente impegnati nelle indagini di quelle ore e dei mesi seguenti. L’ipotesi assai consistente è che Spinella – nel frattempo deceduto – si sia precipitato sul luogo della strage perché aveva appreso che stava per scattare l’azione. Forse sperava di arrivare per tempo, di riuscire a bloccarla, sperava di salvare tutti, eroicamente. Invece, arrivò comunque tardi, non deludendo solo le sue intrepide aspettative: se davvero Spinella si mosse prima dell’allarme, c’è da pensare che, dopo il massacro di via Fani, ogni particolare di quei primi momenti sia stato poi coperto, tenuto segreto. Che figura avrebbe fatto la Digos di Roma davanti a quei morti?

L’autista di Spinella, Emidio Biancone, al terzo interrogatorio cui lo hanno sottoposto i collaboratori della Commissione, ha ammesso che partì dall’ufficio centrale alla volta di via Trionfale, e di lì verso via Fani, subito dopo le ore 8,30. “Insisto perché questa storia sia chiarita, chiedo l’audizione di Biancone, che venga a dire come andarono le cose”, ha detto il senatore Federico Fornaro seguito dal collega Gero Grassi: entrambi avevano già avuto modo nei mesi scorsi di affrontare l’argomento, sostenendone l’assoluta rilevanza.

L’audizione di Biancone potrebbe essere dunque molto utile, anche se non è affatto detto che l’ex autista sappia qualcosa dell’eventuale fonte della notizia di Spinella. Ma qui gli elementi investigativi non mancano. Ne ricordiamo solo alcuni. E’ noto che prima del 16 marzo erano giunti vari segnali sull’imminenza di un sequestro di una personalità dello Stato. Lo stesso Domenico Spinella il 22 febbraio 1979 scrisse una relazione per il Questore di Roma spiegando che il 15 marzo 1978 l’allora Capo della Polizia, contattato da un collaboratore di Moro, Nicola Rana, gli disse di recarsi presso lo studio di Aldo Moro per concordare l’istituzione di un servizio di vigilanza dell’ufficio privato del presidente Dc che si trovava in via Savoia: fu deciso anche il giorno della sua attivazione, il 17 marzo. La Commissione ha poi acquisito un documento del 18 febbraio proveniente da Beirut che reca l’intestazione “Ufficio R, reparto D, 1626 segreto”, “fonte 2000”, in base al quale il colonnello Stefano Giovannone riferiva che il suo “abituale interlocutore rappresentante Fplp Habbash” gli aveva parlato di una operazione terroristica di notevole portata che stava per scattare in Italia.

E poi si è tanto parlato dell’annuncio di Radio Città Futura dai cui microfoni il direttore Renzo Rossellini parlò dell’imminente sequestro di Aldo Moro con circa tre quarti d’ora di anticipo rispetto al verificarsi dell’evento: ma la magistratura venne informata della vicenda solo il 27 settembre 1978, quando essa divenne di dominio pubblico grazie al settimanale Famiglia Cristiana. Perché la Polizia mantenne sulla vicenda della trasmissione di Radio Città Futura un così prolungato silenzio, dal 16 marzo al 27 settembre 1978? Eppure il vice questore Umberto Improta conosceva personalmente Rossellini: esisteva da tempo un contatto, un “rapporto privilegiato”, secondo quanto ha riferito alla Commissione l’allora funzionario della Digos Vittorio Fabrizio, fino a oggi mai sentito da nessun inquirente.

E poi le Radio erano attentamente monitorate: è emersa anche l’esistenza di una struttura informale di ascolto, di cui non si è mai saputo nulla, delle trasmissioni di Radio Città Futura e Radio Onda Rossa, le seguitissime emittenti del movimento antagonista romano. Lo stesso questore De Francesco era estremamente sensibile all’ascolto delle Radio, secondo la testimonianza del funzionario Riccardo Infelisi, cugino del magistrato, sentito della Commissione. Davvero impossibile che quella frase di Rossellini non fosse stata raccolta da tante orecchie vigili. E una notizia del genere, ha detto Vittorio Fabrizio, “sarebbe stata portata subito a conoscenza del dirigente dell’ufficio politico”. Cioè Spinella, l’uomo che arrivò troppo presto in via Fani.

 

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/17/sequestro-moro-il-capo-della-digos-che-arrivo-troppo-presto-in-via-fani-la-commissione-vuole-sentire-lautista/2472466/

Aldo Moro 40 anni dopo – La sconvolgente deposizione raccolta da Imposimato: “le forze speciali di Dalla Chiesa stavano per liberare Moro, ma una telefonata dal VIMINALE li fermò” !!!

 

Moro

 

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Aldo Moro 40 anni dopo – La sconvolgente deposizione raccolta da Imposimato: “le forze speciali di Dalla Chiesa stavano per liberare Moro, ma una telefonata dal VIMINALE li fermò” !!!

 

Il giorno prima di morire, Aldo Moro era a un passo dalla salvezza: le forze speciali del generale Dalla Chiesa stavano per fare irruzione nel covo Br di via Montalcini, sotto controllo da settimane. Ma all’ultimo minuto i militari furono fermati da una telefonata giunta dal Viminale: abbandonare il campo e lasciare il presidente della Dc nelle mani dei suoi killer. E’ la sconvolgente rivelazione che Giovanni Ladu, brigadiere della Guardia di Finanza di stanza a Novara, ha affidato a Ferdinando Imposimato, oggi presidente onorario della Corte di Cassazione, in passato impegnato come magistrato inquirente su alcuni casi tra i più scottanti della storia italiana, compreso il sequestro Moro. Prima di passare il dossier alla Procura di Roma, che ora ha riaperto le indagini, Imposimato ha impiegato quattro anni per verificare le dichiarazioni di Ladu, interrogato nel 2010 anche dal pm romano Pietro Saviotti.

Decisive, a quanto pare, le testimonianze degli ex “gladiatori” sardi Oscar Puddu e Antonino Arconte, l’allora agente del Sismi che tempo fa rivelò di
aver ricevuto da Roma la richiesta di contattare in Libano i palestinesi dell’Olp per favorire la liberazione di Moro, ben 14 giorni prima che lo statista venisse effettivamente rapito. Secondo il brigadiere Ladu, all’epoca semplice militare di leva nei bersaglieri, la prigione romana di Moro, in via Montalcini 8, era stata individuata dai servizi segreti e da Gladio e controllata per settimane. Non solo: «L’8 maggio del 1978 – scrive  Piero Mannironi su “La Nuova Sardegna” – lo statista Dc che sognava di cambiare la politica italiana doveva essere liberato con un blitz delle teste di cuoio dei carabinieri e della polizia, ma una telefonata dal Viminale bloccò tutto, e il giorno dopo Moro fu ucciso. Il suo cadavere fu fatto ritrovare nel portabagagli di una Renault rossa in via Caetani. In quel momento – continua Mannironi – la storia italiana deragliò da un percorso progettato da Moro e dal suo amico-nemico Berlinguer, tornando nello schema ortodosso della politica dei blocchi e incamminandosi poi verso un tragico declino morale».

Il giudice Imposimato, ora avvocato, conobbe il super-testimone Giovanni Ladu soltanto nel 2008: «Si presentò nel suo studio all’Eur insieme a due colleghi, autorizzato dal suo comandante». Il brigadiere delle Fiamme Gialle aveva scritto un breve memoriale, nel quale sosteneva di essere stato con altri militari a Roma, in via Montalcini, per sorvegliare l’appartamento-prigione in cui era tenuto il presidente della Dc. Un appostamento cominciato il 24 aprile 1978 e conclusosi l’8 maggio, alla vigilia dell’omicidio di Moro. Perché Ladu ha atteso ben trent’anni anni prima di parlare? «Avevo avuto la consegna del silenzio e il vincolo al segreto – ha detto a Imposimato – ma soprattutto avevo paura per la mia incolumità e per quella di mia moglie. La decisione di parlare mi costa molto, ma oggi
spero che anche altri, tra quelli che parteciparono con me all’operazione, trovino il coraggio di parlare per ricostruire la verità sul caso Moro».

Ladu ha raccontato che il 20 aprile del 1978 era partito dalla Sardegna per il servizio militare. Destinazione: 231° battaglione bersaglieri Valbella di Avellino. Dopo tre giorni, lui e altri 39 militari di leva furono fatti salire su un autobus, trasportati a Roma e alloggiati nella caserma dei carabinieri sulla via Aurelia, vicino all’Hotel Ergife. Furono divisi in quattro squadre e istruiti sulla loro missione: sorveglianza e controllo di uno stabile. A tutti i militari fu attribuito uno pseudonimo, e Ladu diventò “Archimede”. Lui e la sua squadra presero possesso di un appartamento in via Montalcini che si trovava a poche decine di metri dalla casa dove, dissero gli ufficiali che coordinavano l’operazione, «era tenuto prigioniero un uomo politico che era stato rapito». Il nome di Moro non venne fatto, ma tutti capirono.

Il racconto di Ladu è ricco di dettagli: controllo visivo 24 ore su 24, micro-telecamere nascoste nei lampioni, controllo della spazzatura nei cassonetti. Per mimetizzarsi, i giovani militari di leva indossavano tute dell’Enel o del servizio di nettezza urbana. Così controllarono gli spostamenti di “Baffo”, poi riconosciuto come Mario Moretti, che entrava e usciva sempre con una valigetta, o della “Miss”, Barbara Balzerani. Vestito da operaio, un giorno Ladu fu inviato con un commilitone a verificare l’impianto delle telecamere all’interno della palazzina dove era detenuto Moro. Invece di premere
l’interruttore della luce, il brigadiere sardo si sbagliò e suonò il campanello. Aprì la “Miss” e Ladu improvvisò con prontezza di spirito, chiedendo se era possibile avere dell’acqua.

Un racconto agghiacciante nella sua precisione, continua il reporter della “Nuova Sardegna”. Nell’appartamento sopra la prigione di Moro erano stati piazzati dei microfoni che captavano le conversazioni. La cosa che stupì Ladu era che il personale addetto alle intercettazioni parlava inglese. «Scoprimmo in seguito – ricorda – che si trattava di agenti segreti di altre nazioni, anche se erano i nostri 007 a sovrintendere a tutte le operazioni». Altri particolari: era stato predisposto un piano di evacuazione molto discreto per gli abitanti della palazzina ed era stata montata una grande tenda in un canalone vicino, dove era stata approntata un’infermeria nel caso ci fossero stati dei feriti, nel blitz delle teste di cuoio, le unità speciali antiterrorismo dei carabinieri di Dalla Chiesa.

«L’8 maggio tutto era pronto – dice ancora Ladu – ma accadde l’impensabile. Quello stesso giorno, alla vigilia dell’irruzione, ci comunicarono che dovevamo preparare i nostri bagagli perché abbandonavamo la missione. Andammo via tutti, compresi i corpi speciali pronti per il blitz e gli agenti segreti. Rimanemmo tutti interdetti perché non capivamo il motivo di questo abbandono. La nostra impressione fu che Moro doveva morire». Ladu ha raccontato di aver sentito dire da alcuni militari dei corpi speciali che tutto era stato bloccato da una telefonata giunta dal ministero dell’interno. Mentre smobilitavano, un capitano intimò al brigadiere sardo: «Dimenticati di tutto quello che hai fatto in questi ultimi 15 giorni». Successivamente, seguendo una trasmissione in tv, Ladu avrebbe riconosciuto uno degli ufficiali che coordinavano l’operazione: il
generale Gianadelio Maletti, ex capo del controspionaggio del Sid, che i militari in quei giorni avevano soprannominato, per la sua pettinatura, “Brillantina Linetti”.

Imposimato è rimasto inizialmente perplesso e diffidente: il racconto di Ladu sconvolge tutte le esperienze investigative precedenti, ne annulla tutte le certezze e, soprattutto, pone un problema terribile: bloccando il blitz, qualcuno avrebbe quindi decretato la morte di Aldo Moro. «Per quattro anni, così, quel racconto rimase sospeso, in attesa di conferme e riscontri», aggiunge Mannironi. «Fino a quando non comparve il “gladiatore” Oscar Puddu». Grazie all’ex agente della “Gladio”, il quadro di quei giorni drammatici del 1978 è parso completarsi, trovando una nuova credibilità. Nel frattempo, lo stesso Imposimato aveva conosciuto altri ex “gladiatori” sardi, Antonino Arconte e Pierfrancesco Cancedda, e ascoltato i loro sconvolgenti racconti sul caso Moro: «Confermavano che nel mondo dei servizi segreti si sapeva dell’imminente sequestro di Moro». Arconte, in particolare, ricorda di aver personalmente consegnato, a Beirut, l’ordine di contattare l’Olp per stabilire un contatto con le Br, prima ancora del sequestro Moro. L’uomo a cui all’epoca Arconte consegnò il dispaccio, il colonnello Mario Ferraro, del Sismi, anni dopo fu trovato morto nella sua
abitazione romana, in circostanze mai chiarite.

«Giovanni Ladu, poi, non aveva e non ha alcun interesse a risvegliare i fantasmi che popolano uno dei fatti più oscuri della vita della Repubblica», osserva il giornalista della “Nuova Sardegna”. «Lui, soldato di leva in quel 1978, venne proiettato in un universo sconosciuto del quale sapeva poco o nulla». Ma perché il Sismi per una missione così delicata scelse di utilizzare quel manipolo di ragazzi inesperti? «Vista l’età, erano meno visibili, meno sospettabili da parte dei terroristi». Inoltre, non erano soli: secondo Ladu, erano controllati dal generale Musumeci, dai suoi uomini e da 007 che parlavano inglese. Resta da capire chi avrebbe fatto quella telefonata dal Viminale che, secondo questa ricostruzione, avrebbe condannato a morte Aldo Moro. A fermare Musumeci, conclude Mannironi, potevano essere solo Cossiga, ministro dell’interno, o Andreotti, presidente del Consiglio. Secondo Oscar Puddu, il generale Dalla Chiesa insistette per il blitz, ma fu bloccato da Andreotti e Cossiga. «Lo convocarono a Forte Braschi, la sede del Sismi, e lo redarguirono duramente». Come si sa, Dalla Chiesa fu poi trasferito a Palermo, dove fu ucciso in un agguato organizzato da Cosa Nostra.

 

tratto da: http://siamolagente2.altervista.org/la-sconvolgente-deposizione-raccolta-da-imposimato-le-forze-speciali-di-dalla-chiesa-stavano-per-liberare-moro-ma-una-telefonata-dal-viminale-li-fermo/

40 anni dopo – Rapito il 16 marzo 1978 – Ucciso il 9 maggio 1978, per rinfrescrVi la memoria – Imposimato conferma: “Aldo Moro fu ucciso per volere di Andreotti e Cossiga, responsabili delle stragi da Piazza Fontana a Via D’Amelio”…!

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Aldo Moro

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Rapito il 16 marzo 1978 – Ucciso il 9 maggio 1978, per rinfrescrVi la memoria – Imposimato conferma: “Aldo Moro fu ucciso per volere di Andreotti e Cossiga, responsabili delle stragi da Piazza Fontana a Via D’Amelio”…!

 

Imposimato conferma: “Moro fu ucciso per volere di Andreotti e Cossiga, responsabili della stragi: da Piazza Fontana a Via D’Amelio”

Ferdinando Imposimato torna a parlare del caso del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro e lo fa puntando il dito contro quelli che allora erano i vertici dello stato e della Democrazia Cristiana: Giulio Andreotti e Francesco Cossiga.

L’ex giudice istruttore della vicenda dice: “L’uccisione di Moro è avvenuta per mano delle Brigate Rosse, ma anche e soprattutto per il volere di Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e del sottosegretario Nicola Lettieri”. Poi ha aggiunto: “Se non mi fossero stati nascosti alcuni documenti li avrei incriminati per concorso in associazione per il fatto. I servizi segreti avevano scoperto dove le Br lo nascondevano, così come i carabinieri. Il generale Dalla Chiesa avrebbe voluto intervenire con i suoi uomini e la Polizia per liberarlo in tutta sicurezza, ma due giorni prima dell’uccisione ricevettero l’ordine di abbandonare il luogo attiguo a quello della prigionia”.

“Quei politici – ha detto Imposimato – sono responsabili anche delle stragi: da Piazza Fontana a quelle di Via D’Amelio. Lo specchietto per le allodole si chiama Gladio. A Falcone e Borsellino rimprovero soltanto di non aver detto quanto sapevano, perché avevano capito e intuito tutto, tacendo per rispetto delle istituzioni. Per ucciderli Cosa Nostra ha eseguito il volere della Falange Armata, una frangia dei servizi segreti”.

Ferdinando Imposimato appena un mese fa ha presentato un esposto alla Procura di Roma, affermando che le forze dell’ordine sapevano dove si trovava la prigione di Aldo Moro. Per questo i magistrati hanno aperto un fascicolo per valutare se esistano i presupposti per riaprire il caso Moro.

Nel testo di Imposimato ci sono le rivelazioni di 4 appartenenti a forze dell’ordine e armate secondo cui il covo Br di via Montalcini fu monitorato per settimane. Ma non è tutto: recentemente la Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine relativo alle dichiarazioni di due artificieri, che hanno raccontato come il ritrovamento della Renault 4 contenente il cadavere di Moro sia avvenuto alle 11, e come sul posto fosse stato presente fin da subito Francesco Cossiga.

Fonte: http://siamolagente.altervista.org/imposimato-conferma-moro-fu-ucciso-per-volere-di-andreotti-e-cossiga-responsabili-della-stragi-da-piazza-fontana-a-via-damelio/#

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“L’uccisione di Moro è avvenuta per mano delle Brigate Rosse, ma anche e soprattutto per il volere di Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e del sottosegretario Nicola Lettieri”. Ferdinando Imposimato, al tempo giudice istruttore della vicenda del sequestro e dell’uccisione di Moro, interviene sul Caso Moro. E lo fa da Reggio Calabria, sul palco della rassegna Tabularasa dell’associazione Urba/Strill.it.

“Se non mi fossero stati nascosti alcuni documenti – ha aggiunto – li avrei incriminati per concorso in associazione per il fatto. I servizi segreti avevano scoperto dove le Br lo nascondevano, così come i carabinieri. Il generale Dalla Chiesa avrebbe voluto intervenire con i suoi uomini e la Polizia per liberarlo in tutta sicurezza, ma due giorni prima dell’uccisione ricevettero l’ordine di abbandonare il luogo attiguo a quello della prigionia”.

“Quei politici – ha detto Imposimato – sono responsabili anche delle stragi: da Piazza Fontana a quelle di Via D’Amelio.
Lo specchietto per le allodole si chiama Gladio. A Falcone e Borsellino rimprovero soltanto di non aver detto quanto sapevano, perché avevano capito e intuito tutto, tacendo per rispetto delle istituzioni. Per ucciderli Cosa Nostra ha eseguito il volere della Falange Armata, una frangia dei servizi segreti”.

Lo stesso Imposimato all’inizio di giugno ha presentato un esposto alla Procura di Roma. Secondo il giudice le forze dell’ordine sapevano dov’era la prigione di Moro. Così i magistrati di Roma hanno aperto un fascicolo senza ipotesi di reato né indagati aperto per valutare se esistano nuovi indizi per riaprire le indagini sulla morte di Aldo Moro. “Massima fiducia nella volontà dei giudici di accertare la verità sulla morte di Moro”. Nel testo le rivelazioni di 4 appartenenti a forze dell’ordine e armate secondo cui il covo Br di via Montalcini fu monitorato per settimane.

Ma non è l’unica indagine che “riapre” il Caso Moro. Le dichiarazioni di Imposimato arrivano dopo che la procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine relativo alledichiarazioni di due artificieri che spostano alle 11 l’ora del ritrovamento della Renault 4 con il cadavere di Aldo Moro e la presenza dell’allora ministro degli Interni, Francesco Cossiga, in via Caetani.

Già, perché Vitantonio Raso e il suo collega Giovanni Circhetta non sono mai stati interrogati. E nei giorni scorsi hanno deciso di raccontare la propria verità. Gli antisabotatori, che per primi arrivarono all’R4 rossa, con il corpo di Moro nel bagagliaio, in via Caetani, il 9 di maggio di 35 anni fa, spostano l’ora del ritrovamento dell’auto e del cadavere dello statista a prima delle 11, mentre era delle 12.30 la famosa telefonata delle Br che annunciava l’uccisione di Moro ed il luogo dove trovarne il corpo.

Il giallo sull’ora del ritrovamento di Moro su HuffPost

  • Gli artificieri: “Sapevamo della morte di Moro prima della telefonata delle Br
  • Intervista all’artificiere Vitantonio Raso: “Ho visto Cossiga a via Caetani prima della chiamata”
  • Intervista al maresciallo Giovanni Circhetta: “C’erano carte e assegni sul sedile dell’R4. Che fine hanno fatto?”
  • Claudio Signorile: “Quella mattina ero con Cossiga ed era l’ora del caffè non dell’aperitivo”
  • Il Carabiniere Antonio Cornacchia: “Sono giunto in Via Caetani alle 13,20. Gli artificieri sono arrivati dopo”

fonte: http://www.huffingtonpost.it/2013/07/10/ferdinando-imposimato-aldo-moro-ucciso-br-giulio-andreotti-e-francesco-cossiga_n_3571509.html

da http://lapillolarossa15.altervista.org