Amnesty International: così Salvini e i suoi diffondono odio in rete…!

 

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Amnesty International: così Salvini e i suoi diffondono odio in rete…!

La signora Lia, casalinga della provincia di Caserta, si sveglia ogni mattina verso le otto e prima ancora di alzarsi dal letto e di infilare le sue pantofole bianche con piume rosa in acrilico prende il suo smartphone, apre l’applicazione di Facebook e condivide una tenera foto di gattini dalla pagina “cuccioli & cuccioli”. Poco dopo, indossate le pantofole bianche con piume rosa in acrilico, la signora Lia va in cucina, prende il caffè e condivide nell’ordine: l’ultima diretta Facebook di Matteo Salvini, un post dell’eurodeputato Matteo Ciocca contro i “criminali ROM” e una fake news sulle “tendopoli di Amatrice” sotto 6 metri di neve nel mese di agosto dalla pagina “Figli di Putin”. La stessa bufala era già stata condivisa due ore prima dal marito Salvatore, uomo sovrappeso sulla cinquantina con una calvizie in stato avanzato, che dal suo Fiorino bianco, tra una consegna e l’altra, si divide tra la pagina “donne a cui piace mostrarsi”, quella di Matteo Salvini dove scrive ogni giorno sei commenti “forza Capitano siamo tutti con te!” e quella di Laura Boldrini dove lascia quattro righe di insulti sgrammaticati rivolti all’ex Presidente della Camera e ai “finti rifugiati palesrtrati con vestiti firmati cellulari di ultima generazione” portati in Italia dai “comunisti radical chic col Rolex” per farla invadere.

La signora Lia e suo marito Salvatore sono due esempi neanche troppo di fantasia di quel pezzo di popolo italiano oggi inglobato in una sorta di “macchina dell’odio” che agisce ormai da anni sui social network, persone inconsapevoli usate per il costante “volantinaggio virtuale” di una propaganda violenta che fomenta i bassi istinti e trasforma le delusioni, le frustrazioni e le invidie di tanti in un odio che indirizza verso dei bersagli facili: migranti, donne, minoranze religiose, rom, Ong, politici e giornalisti. Il più grande istigatore di odio d’Italia, in questo momento storico, è il vicepremier e Ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Lui e molti esponenti del suo partito e del satellite Fratelli d’Italia sono i più attivi nel diffondere contenuti che diventano virali perché mettono in cattiva luce alcune categorie di persone individuate come “nemici”. Accade così che un meme o una notizia di cronaca spesso presa da fonte incerta, diventino un pezzo di comunicazione post-politica che viene diffuso su pagine ufficiali, non ufficiali e profili falsi di twitter e facebook. Al resto pensano la signora Lia e suo marito Salvatore.

Dal 2016 Amnesty International Italia lavora sulla piaga dell’odio che si diffonde sui social network, monitorando profili e pagine di politici, specie in occasione delle campagne elettorali. L’ultimo “barometro dell’odio” è stato presentato subito dopo le ultime elezioni europee ed ha coinvolto 180 attivisti che nell’arco di 6 settimane hanno seguito le campagne social di 416 candidati, valutando 100.000 contenuti. Uno su dieci è risultato offensivo e/o discriminatorio o hate speech. Lo scopo di Amnesty è quello di far luce sul problema e proporre delle soluzioni di contrasto all’hate speech in sinergia con centri di ricerca accademici e osservatori accreditati come Carta di Roma, Osservatorio di Pavia, Unar, Fondazione Bruno Kessler e altri.

Il rapporto di Amnesty è un’istantanea a tratti inquietante della degenerazione umana, morale e culturale di un pezzo di paese e sul modo con cui esso viene istigato. Il leader incontrastato della “macchina dell’odio” è, come detto in precedenza, il Ministro dell’Interno. Nel periodo della rilevazione, sui suoi canali social ci sono state 2.188.168 interazioni, più di tre volte e mezzo quelle del leader del Movimento 5 Stelle, Luigi di Maio. Il “lavoro” social del costoso staff della comunicazione di Salvini si concentra sull’individuazione di alcuni argomenti particolarmente divisivi, sulla produzione di contenuti (post, tweet) che possano istigare le reazioni del pubblico e sulla loro diffusione su canali ufficiali e non. Il tema più presente nelle 6 settimane di monitoraggio è stato ovviamente quello dei rifugiati con il 12,2% di incidenza sul totale. Il 41,6% dei contenuti sull’argomento è risultato offensivo e/o discriminatorio come il 52,6% dei commenti degli utenti. Nello stesso periodo il capo della Lega ha speso 128.782 euro di sponsorizzate su Facebook, l’equivalente di 9.163.991,54 rubli. Di Salvini anche i tre post più commentati, mentre a dominare le classifiche di quelli che hanno generato più commenti offensivi e hate speech è l’eurodeputato del suo partito Angelo Ciocca.

La diffusione pianificata dell’odio tramite i social network è sempre più un’emergenza e continuare a prenderla sotto gamba potrebbe indebolire ulteriormente la tenuta democratica degli Stati, ancor più in un paese come l’Italia dove la democrazia è fragile e da sempre milioni di persone tendono ad affidarsi al pifferaio magico di turno. L’odio cova sulle frustrazioni, sulle invidie e sulle delusioni, cammina sulle pantofole bianche con piume rosa in acrilico della signora Lia, quelle che il marito Salvatore guarda con disprezzo mentre sogna corpi perfetti di modelle russe e una vita che non vivrà mai.

 

fonte: https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/cosi-salvini-e-i-suoi-diffondono-odio-in-rete-il-rapporto-di-amnesty/?fbclid=IwAR39IgFzfRvmjqo4D4IdwYSnxBU6vFhl9cJHc3wSvlimLVRaKUvCDHdTxXw

“In Italia centrodestra alimenta razzismo e odio” …e stavolta non lo dice Di Maio ma Amnesty International…!

 

Amnesty International

 

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“In Italia centrodestra alimenta razzismo e odio” …e stavolta non lo dice Di Maio ma Amnesty International…!

Secondo Amnesty International il centrodestra in Italia alimenta razzismo e odio

Nel rapporto annuale di Amnesty International del 2017-2018, si legge che l’Italia è “intrisa di ostilità, razzismo, xenofobia, di paura ingiustificata dell’altro”. La maggior parte delle dichiarazioni politiche di Lega Nord (50%), Fratelli d’Italia (27%) e Forza Italia (18%) sono discriminatorie, razziste o incitano all’odio e alla violenza

Incremento dell’odio razziale da una parte e crescita dell’attivismo per i diritti civili dall’altra: questo è quello che emerge dal rapporto globale di Amnesty International del 2017-2018.

Nei 159 paesi del mondo presi in analisi il tema dei diritti umani è centrale, soprattutto in seguito all’ascesa di Donald Trump, secondo quanto denuncia il rapporto.

Ma non solo: anche gli altri leader mondiali sono colpevoli di aver allentato la presa sulla questione dei diritti umani.

“Le organizzazioni della società civile vengono criminalizzate in un numero crescente di Paesi”. I rifugiati e i migranti sono ancora considerati una minaccia per stati come la Libia e l’Australia, dove di fatto esiste ancora la deportazione dei richiedenti asilo.

Oltre ai migranti, vittime dell’odio sono anche le comunità LGBT in Russia, ma Amnesty dichiara che “sicuramente quest’anno al vertice della piramide dell’odio ci sarebbe l’orrenda campagna militare di pulizia etnica dei Rohingya in Myanmar”.

La situazione risulta drammatica anche in Italia. Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia ha dichiarato che “l’Italia sembra concentrare più di altri Paesi europei le dinamiche di tendenza all’odio”. E prosegue “è intrisa di ostilità, razzismo, xenofobia, di paura ingiustificata dell’altro”.

Ricordando anche i fatti di Macerata, Rufini ha aggiunto: “C’è una parte di Paese che si ritiene ‘bella, pura, italiana, mentre il resto non merita di condividere il territorio’”.

Nel clima di tensione in vista delle elezioni politiche del prossimo 4 marzo, Amnesty evidenzia che la maggior parte delle dichiarazioni politiche di “Lega Nord (50 per cento), Fratelli d’Italia (27 per cento) e Forza Italia (18 per cento) veicolano stereotipi, sono discriminatorie, razziste o incitano all’odio e alla violenza in campagna elettorale”.

Matteo Salvini, candidato premier e segretario nazionale della Lega, ha già espresso pubblicamente la volontà di voler incontrare i referenti di Amnesty in risposta a queste dichiarazioni contro la coalizione di centrodestra.

Amnesty in questo scenario definito preoccupante ha evidenziato che però ci sono anche paesi dove la crescita dei movimenti in difesa dei diritti umani rende la situazione positiva.

La fortissima partecipazione dei movimenti di denuncia come la “Women’s March”, “Me too” e “Ni una menos” sono segnali positivi.

E il rapporto ricorda anche “l’eliminazione del divieto totale di aborto in Cile e i passi avanti per il matrimonio egualitario a Taiwan”.

“Mentre ci avviciniamo al 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani a dicembre 2018, la sfida che abbiamo di fronte è chiara. È il momento di reclamare l’idea fondamentale di uguaglianza e dignità di tutte le persone, di conservare quei valori e chiedere che siano alla base delle decisioni e delle prassi politiche”.

 

tratto da: https://www.tpi.it/2018/02/22/amnesty-rapporto-italia-centrodestra-alimenta-odio-razziale/

 

Elezioni politiche, Amnesty International: “In Italia centrodestra alimenta razzismo e odio”

Nel rapporto annuale di Amnesty International, relativo al 2017-2018, si evidenzia un generale incremento dell’odio razziale e nello stesso tempo una crescita dei movimenti per i diritti civili. Nella campagna elettorale italiana gli slogan razzisti vengono utilizzati maggiormente dal centrodestra.

Dal Rapporto 2017-2018 di Amnesty International, che fornisce un’analisi sull’attuale situazione dei diritti umani in 159 Paesi del mondo, viene fuori uno scenario poco rassicurante. L’anno che si è appena concluso è stato caratterizzato dall’odio, da una parte, e dall’altra si registra anche una crescita dell’attivismo e di movimenti per i diritti civili.

Secondo la lettura di Amnesty, i leader mondiali nel 2017 hanno sempre più abbandonato i diritti umani, e l’ostilità dei governi si estende anche “contro le organizzazioni della società civile, criminalizzate in un numero crescente di Paesi”, come nel caso della proposta di legge contro le ong che aiutano i migranti in Ungheria. “Il presidente Trump ha inaugurato l’anno 2017 con il Muslim Ban”, ricorda Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia. Anche per questo quest’anno il rapporto è stato lanciato a livello mondiale a Washington, e non a Londra come gli anni precedenti, in quanto Amnesty vuole sottolineare proprio come l’arretramento della presidenza Trump nei diritti umani “stia stabilendo un precedente pericoloso”. I rifugiati e i migranti sono il bersaglio di campagne ostili in tutto il mondo, ma non sono solo loro le vittime delle discriminazioni.

“In Russia la comunità LGBT è perseguitata” ha detto Marchesi, e “nelle Filippine, il contrasto al traffico di droga ha assunto la forma di una campagna violentissima in cui le persone povere sono state eliminate in modo sommario”. Amnesty non fa una gerarchia delle nazioni più colpite, “ma se dovessimo quasi fare un’eccezione, sicuramente quest’anno al vertice della piramide dell’odio ci sarebbe l’orrenda campagna militare di pulizia etnica dei Rohingya in Myanmar”.

Per quanto riguarda gli Stati membri dell’Ue, “viste le restrizioni importanti introdotte, la libertà di manifestazione pacifica non è più data per scontata”, denuncia Marchesi. Il rapporto mette in luce come per milioni di persone del mondo sia sempre più difficile accedere a servizi di base come alloggio, cibo, istruzione, acqua.

I rifugiati e i migranti poi sono visti come minaccia e questa visione tende e giustificare “scelte politiche o prassi per tenerli lontani”: in Australia esiste ancora il confinamento dei richiedenti asilo sulle isole, mentre il fatto che in Libia i migranti siano sottoposti a reclusione, violenze, torture e schiavitù rende “inaccettabile la scelta di collaborare con gli attori” del Paese “al fine di impedire ai migranti di avvicinarsi alle nostre coste”. Ma a fronte di queste situazioni denunciate Amnesty testimonia anche un “aumento di vecchi e nuovi attivisti”, che hanno raggiunto nel 2017 alcuni traguardi, come “l’eliminazione del divieto totale di aborto in Cile, i passi avanti per il matrimonio egualitario a Taiwan”. E cita per esempio . il caso degli Stati Uniti, dove “gli attivisti hanno lanciato la Women’s March”, mentre sulla rete sono nati i movimenti di denuncia contro la violenza sulle donne e bambine “Me too” e “Ni una menos”. Un anno nero sul tema dei diritti umani, ma c’è “qualche segnale di speranza che arriva dalla società civile”, ha concluso Marchesi.

La situazione in Italia
In un clima mondiale di crescente xenofobia, evidenziato dal dossier, il nostro Paese sembra toccato in modo maggiore dal fenomeno: “L’Italia sembra concentrare più di altri Paesi europei le dinamiche di tendenza all’odio”. Come ha evidenizato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia, Se nel 2014 l’Italia era “orgogliosa di salvare le vite dei rifugiati e considerava l’accoglienza un valore importante nel quale la maggior parte dell’opinione pubblica si riconosceva”, oggi “è intrisa di ostilità, razzismo, xenofobia, di paura ingiustificata dell’altro”, non solo verso i migranti ma anche vero rom e Lgbt. “C’è una parte di Paese che si ritiene “bella, pura, italiana, mentre il resto non merita di condividere il territorio”, ha spiegato Rufini, citando anche i fatti di Macerata.

Amnesty, utilizzando lo strumento del “Baromentro politico” per monitorare le campagne social di 1.425 tra candidati ai collegi per le elezioni di Camera e Senato, 17 leader politici in corsa alle elezioni e i candidati a presidenti delle regioni Lazio e Lombardia. In vista delle elezioni politiche del 4 marzo, ha sottolineato che il 95% delle dichiarazioni di politici che “veicolano stereotipi, sono discriminatorie, razziste o incitano all’odio e alla violenza in campagna elettorale” sono da attribuire ai tre partiti della coalizione di centrodestra: “Lega Nord (50%), Fratelli d’Italia (27%) e Forza Italia (18%)”.

 

Tratto da: https://www.fanpage.it/elezioni-politiche-amnesty-in-italia-centrodestra-alimenta-razzismo-e-odio-sui-social/

Su tutti i giornali – Gentiloni: “Migranti, in sei mesi arrivi diminuiti del 69%, Italia a testa alta”. Ma nessuno parla dell’accusa di Amnesty International: “Tortura in Libia, l’Italia è complice”…! E questa sarebbe la “testa alta”?

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Su tutti i giornali – Gentiloni: “Migranti, in sei mesi arrivi diminuiti del 69%, Italia a testa alta”. Ma nessuno parla dell’accusa di Amnesty International: “Tortura in Libia, l’Italia è complice”…! E questa sarebbe la “testa alta”?

Un rapporto di Amnesty International riferisce che i governi europei continuano a sostenere attivamente un “sofisticato sistema di abuso e sfruttamento di rifugiati e migranti” da parte delle autorità libiche. Amnesty sostiene che i paesi dell’Unione, in particolare l’Italia, siano “consapevolmente complici della #tortura e degli abusi su decine di migliaia di rifugiati e migranti detenuti in Libia”, poiché essi forniscono supporto tecnico al Dipartimento libico per la lotta alla migrazione illegale (DCIM), responsabile della gestione dei centri di detenzione: in tali centri rifugiati e migranti sono, nella maggior parte dei casi, arbitrariamente e indefinitamente detenuti ed esposti a torture e altre gravi violazioni dei diritti umani.

Come riportato dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, l’11 settembre di quest’anno, si parla di “uccisioni extra-giudiziarie, schiavitù, tortura, stupro, tratta di esseri umani e fame”.

La tortura nel mondo e in Libia

A partire dalla “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani“, il sistema giuridico internazionale proibisce la tortura. Ciò nonostante essa persiste e si è anzi perfezionata fino ad avvalersi di tecniche sempre più sofisticate. E dopo l’11 settembre 2001, nel nome della cosiddetta “guerra al terrorismo“, la tortura è stata praticata anche in molte democrazie occidentali: un esempio è il tentativo dell’esecutivo statunitense di erodere, tramite una lettura restrittiva, la portata del divieto di tortura al fine di legittimare almeno forme di tortura lite o di interrogatorio coercitivo a carico dei sospetti terroristi.

La critica si rivolge soprattutto ad alcuni giuristi ai quali Jeremy Waldron, docente universitario neozelandese di giurisprudenza e filosofia, addebita di aver alimentato un clima favorevole a quelle pratiche brutali sui prigionieri in AfghanistanIraq e a Guantanamo Bay che hanno destato scandalo nel mondo occidentale. Il movente della tortura è il più delle volte il desiderio, da parte dell’autorità-torturatore, di carpire informazioni dal prigioniero-torturato: in tale scenario rientrano ovviamente i sospetti terroristi citati precedentemente. Di tutt’altro genere però sembra essere la tortura che si protrae in Libia a discapito di chi non riesce a partire o viene intercettato dal DCIM prima dello sbarco: in questo caso non si tratta di scoprire le strategie di un nemico, ma semplicemente di annichilire e deumanizzare ulteriormente chi viene avvertito dai più non come un essere umano (e pertanto portatore di una dignità intoccabile), ma come un mero oggetto, inutile e fastidioso.

Da ciò avviene in automatico la reiterazione delle stesse pratiche, condannate dall’umanità da anni, di deumanizzazione delineate dalla Arendt in “Le origini del totalitarismo” nel 1948: distruzione della personalità giuridica(ovvero ledere i diritti civili della persona), annientamento della personalità morale (distruggendo ogni convinzione e ogni distinzione tra bene e male nella vittima) e infine la distruzione della personalità individuale (animalizzando i prigionieri, trasformandoli in numeri, rendendoli massa anonima).