Un fantastico Maurizio Crozza in soli due minuti ci spiega tutto il caso Consip

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Maurizio Crozza

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Un fantastico Maurizio Crozza in soli due minuti ci spiega tutto il caso Consip

 

Bagheria, i boss rinunciarono agli appalti: “il sindaco è inavvicinabile” …ma capita solo se il “Sindaco” è cinquestelle!!!

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Bagheria

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Bagheria, i boss rinunciarono agli appalti: “il sindaco è inavvicinabile” …ma capita solo se il “Sindaco” è cinquestelle !!!

Lo leggiamo nientepopodimeno che su La Repubblica:

Bagheria, “il sindaco è inavvicinabile”. E i boss rinunciarono agli appalti

«Il sindaco grillino di Bagheria era inavvicinabile, per questa ragione la famiglia mafiosa aveva deciso di non occuparsi più di appalti al Comune ». L’ultimo pentito di Cosa nostra, Pasquale Di Salvo, l’ex poliziotto della scorta del giudice Falcone diventato imprenditore di mafia, depone in trasferta al processo “Panta Rei”, a Milano. Racconta di aver fatto parte della famiglia mafiosa di Bagheria, parla degli affari conclusi col Comune nel settore dei rifiuti. «Ma negli anni scorsi», precisa. «Con l’arrivo di Patrizio Cinque la situazione era cambiata, perché era davvero inavvicinabile. Io avevo da riscuotere un credito lecito nei confronti del Comune, neanche quello fu possibile recuperare».
Di Salvo parla anche di estorsioni. Spiega che i supermercati Conad di Bagheria, ma anche quelli di Palermo, sono «messi a posto» con i clan, ovvero pagano il pizzo. In tempi di crisi per l’organizzazione mafiosa, sempre alla ricerca di liquidità per sostenere le famiglie dei detenuti, il clan di Bagheria aveva intensificato l’imposizione dei ricatti. Un gran lavoro per il clan: «Eravamo rimasti in tre al vertice», aggiunge Di Salvo. «Io, Nicola Testa e Carmelo D’Amico». I blitz dei carabinieri del comando provinciale avevano falcidiato le fila dell’organizzazione.

Di Salvo è finito in manette nell’ambito dell’ultima operazione disposta dalla direzione distrettuale antimafia, nel dicembre del 2015. Assieme a lui, 37 presunti mafiosi di Palermo centro e Bagheria. Adesso, nell’aula bunker dell’Ucciardone è in corso il rito abbreviato per molti degli indagati, davanti al giudice Nicola Aiello. A Milano, le sostitute procuratrici Caterina Malagoli e Francesca Mazzocco hanno citato anche l’ex boss del Borgo Vecchio Giuseppe Tantillo, pure lui oggi collaboratore di giustizia. Conferma le accuse contro la moglie del boss Tommaso Lo Presti, Teresa Marino, addetta a risistemare le finanze in crisi del clan di Porta Nuova.

Tantillo racconta anche di essere stato investito di un compito molto particolare, quello di rimproverare alcuni ultras del Borgo Vecchio che a detta di qualcuno «si comportavano male sugli spalti con le tifoserie di altri quartieri». Una questione che stava per degenerare, fu necessario l’intervento di un esponente mafioso come Tantillo per riportare ordine.
Anche Repubblica, ferocemente antigrillina, deve ammettere quest’altro grande segnale dei cinquestelle…
Nemici della Mafia …mentre i comuni retti dal Pd e dalle forze di destra sono commissariati per collusione…!

Il Grande, Grandissimo intervento di Luigi di Maio alla Camera. Un discorso che sarebbe potuto passare alla storia, se non fosse stato del tutto censurato dai media!

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Luigi di Maio

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Il Grande, Grandissimo intervento di Luigi di Maio alla Camera. Un discorso che sarebbe potuto passare alla storia, se non fosse stato del tutto censurato dai media!

 

 

 

L’accusa contro il Ministro Giuliano Poletti: “Il Piano contro la povertà esclude il 70% dei cittadini”…!

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Poletti

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L’accusa contro il Ministro Giuliano Poletti: “Il Piano contro la povertà esclude il 70% dei cittadini”…!

 

da Huffington Post

Mdp risponde alla proposta del ministro Giuliano Poletti: “Il Piano contro la povertà esclude il 70% dei cittadini”

In esclusiva per Huffington Post la lettera dei tre leader e dei due capigruppo di Mdp sul Piano contro la povertà annunciato dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti.

Tra gli impegni che il governo Gentiloni deve portare a termine entro la fine della legislatura c’è quello del contrasto alla povertà assoluta. Il Piano nazionale – dopo la sperimentazione del SIA – è un primo passo, sopratutto nei confronti delle famiglie con minori. Resta la sproporzione tra le risorse stanziate e le reali necessità. Questo intervento, quando adottato, coprirà a malapena il 30% dei poveri assoluti. Rimarranno fuori 7 cittadini su 10. La povertà assoluta è una condizione economica che impedisce a oltre 4,5 milioni di persone l’accesso ai beni essenziali: alimentazione, casa, educazione, abbigliamento, minima possibilità di mobilità e svago. I più coinvolti sono i giovani, le famiglie numerose, i lavoratori poveri. Non soltanto al Sud (9,1% delle famiglie), ma anche al Centro (4,2%) e al Nord (5%).

L’Alleanza contro la Povertà ha fatto una proposta precisa – e di carattere strutturale – che prevede una spesa di 1,7 miliardi il primo anno per giungere, il quarto anno, a tutelare tutti i nuclei familiari che si trovano in povertà assoluta con uno stanziamento di sette miliardi. Questa proposta, una volta a regime, richiederebbe uno stanziamento pari allo 0,34% del Pil (oggi l’Italia spende lo 0,1% contro una media europea dello 0,4%). Le risorse si possono reperire correggendo la finanza pubblica che ha segnato l’ultimo triennio, ripristinando il principio costituzionale della progressività fiscale contenuto nell’articolo 53 della nostra Carta. Dal 2015 al 2017 è stata movimentata una massa finanziaria di ben 90 miliardi di euro, con effetti modesti sulla crescita. Investimenti di altra natura – come il contrasto alla povertà assoluta – avrebbero conseguenze ben più evidenti, sia sul piano sociale che su quello economico.

Anche da Bruxelles guarderebbero con maggiore fiducia a un uso della maggiore flessibilità per una vera crescita. La vicenda economica della vicina Germania ci indica infatti che non c’è vera crescita senza innovazione dello stato sociale. La lotta alla povertà non solo è giusta, ma, come sostengono concordemente molti economisti, è anche un fattore di crescita, per il noto principio dell’alta propensione al consumo di chi ha meno. Stiamo parlando di una misura non solo assistenziale ma di una strategia di reinserimento e attivazione sociale. Con l’assolvimento dell’obbligo scolastico e del rispetto dei protocolli sanitari per i minori; con percorsi di formazione professionale e di partecipazione al mercato del lavoro per gli adulti. Sylos Labini scriveva che: «se la miseria esiste» alcuni «la sfruttano»; ma questo – continuava – non «autorizza ad affermare che la miseria è indispensabile al capitalismo». L’indifferenza verso i destini degli esclusi è una lesione grave della nostra comunità. Per queste ragioni crediamo che contrastare la povertà assoluta, oltre che strumento anti-ciclico, è un principio fondamentale della nostra democrazia.

Renzi a Porta a Porta: l’inchiesta Tempa Rossa è finita in una bolla si sapone. NON E’ VERO: i Pm hanno chiesto il rinvio a giudizio di ben 58 persone, tra cui importanti esponenti Pd, e di 10 società oltre l’Eni. RENZI MENTE. Ma la cosa più squallida è che lo fa con la complicità di Bruno Vespa (che non può essere così bestia da non sapere) che invece di fare il giornalista fa il lecchino a spese nostre!

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Porta a Porta

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Renzi a Porta a Porta: l’inchiesta Tempa Rossa è finita in una bolla si sapone. NON E’ VERO: i Pm hanno chiesto il rinvio a giudizio di ben 58 persone, tra cui importanti esponenti Pd, e di 10 società oltre l’Eni. RENZI MENTE. Ma la cosa più squallida è che lo fa con la complicità di Bruno Vespa (che non può essere così bestia da non sapere) che invece di fare il giornalista fa il lecchino a spese nostre!

La schifosa pagliacciata su Tempa Rossa a Porta a Porta? ce la racconta Piernicola Pedicini – Portavoce M5S al Parlamento Europeo

PETROLIO IN BASILICATA, RENZI COLPISCE ANCORA.
A PORTA A PORTA DICHIARA: L’INCHIESTA TEMPA ROSSA È FINITA IN UNA BOLLA DI SAPONE.
L’ex premier è in ginocchio, ma non si toglie il vizio di mentire.
L’inchiesta #TempaRossa (#Trivellopoli) non è finita in una bolla di sapone, ma è in forte evoluzione. Renzi deve sapere che i Pm dell’Antimafia di #Potenzahanno chiesto il rinvio a giudizio di ben 58 persone e 10 società, tra cui un consigliere regionale #Pd, un ex sindaco Pd e l’#Eni.
Siccome vuole giustificare il ministro Lotti che non si dimette per lo scandalo #Consip, fa finta di non sapere che, a seguito dell’inchiesta Trivellopoli, la ministro Guidi si è dimessa e, insieme ai ministri Boschi e Delrio e al sottosegretario De Filippo, è stata ascoltata dall’Antimafia, perché erano stati riscontrati dei comportamenti molto gravi.
Pertanto, anche se sul piano giudiziario i Pm hanno ritenuto che non c’erano elementi per indagare i tre ministri e De Filippo, Renzi sa bene che, a causa delle responsabilità politiche, etiche e morali, le dimissioni della Guidi erano giuste e sacrosante e le posizioni degli altri membri del governo restano agli atti con dei forti punti interrogativi.
La Basilicata sta subendo una devastazione a causa delle trivelle e il procedimento giudiziario in corso potrebbe essere un modo per fermare lo scempio, quindi dico all’ideatore della legge Sblocca Italia, di smetterla di parlare a vanvera della Basilicata. Prima ha detto che non temeva i Comitatini lucani, ora ha mentito sull’inchiesta Trivellopoli che secondo lui sarebbe finita.
È il momento di finirla e di prendere atto che gli Italiani sono stufi delle sue furbate e della sua arroganza.

Non arrivate a fine mese? Avete una pensione da fame? O magari non avete manco un reddito? Sentite questa carogna: Vittorio Sgarbi a La Zanzara: “Il vitalizio? Prendo 9 mila euro e me li merito tutti”…!!!

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Vittorio Sgarbi

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Non arrivate a fine mese? Avete una pensione da fame? O magari non avete manco un reddito? Sentite questa carogna: Vittorio Sgarbi a La Zanzara: “Il vitalizio? Prendo 9 mila euro e me li merito tutti”…!!!

Il critico d’arte attacca i grillini: «Non valgono nulla, dovrebbero fare i parlamentari gratis» | LaPresse – CorriereTv

Vittorio Sgarbi scatenato ospite de La Zanzara su Radio 24. “Vendola vuole un secondo figlio? Per le donne il problema non esiste, c’è almeno una madre, gli uomini non rompano i cog… – ha spiegato il critico d’arte – è una cosa immonda, queste donne che vendono il loro corpo per 9 mesi a questi poverini”. Poi stuzzicato sui vitalizi, Sgarbi va all’attacco dei grillini. “Io prendo 9 mila euro e me li merito tutti, loro non valgono nulla, dovrebbero fare i parlamentari gratis”.

89 anni, 534 euro di pensione, gli pignorano casa perchè non ha salda rette del fratello morto di cancro… In casa gli trovano solo un pezzo di pane e due pomodori… Ora spiegatemi perché cazzo dovrei aver pietà per il sig. Giorgio Napolitano (professione: ex Presidente della Repubblica) che i suoi privilegi, tipo 880.000 Euro l’anno solo di pensione, non li molla!!

poveri (3)

 

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89 anni, 534 euro di pensione, gli pignorano casa perchè non ha salda rette del fratello morto di cancro… In casa gli trovano solo un pezzo di pane e due pomodori… Ora spiegatemi perché cazzo dovrei aver pietà per il sig. Giorgio Napolitano (professione: ex Presidente della Repubblica) che i suoi privilegi, tipo 880.000 Euro l’anno solo di pensione, non li molla!!

A 89 anni gli pignorano la casa ma trovano solo pane e due pomodori

Leggiamo (e ci incazziamo) da Il Mattino di Padova del 07.03.2017: Ottantanove anni, 534 euro di pensione, un capolavoro di dignità, eppure la casa di cura gli chiede di pagare le rette (circa 8 mila euro) per la lunga degenza del fratello morto di cancro. Sembra un incubo, invece per un nonno dell’Arcella è l’amara realtà. Qualche giorno fa all’uscio dell’anziano hanno bussato l’ufficiale giudiziario e la polizia per un pignoramento. Dentro hanno trovato un uomo al limite della povertà che, in cucina, aveva un tozzo di pane e due pomodori e, nell’angolo soggiorno, nemmeno la tv perché costa canone ed elettricità che non può permettersi. Tutto comincia alcuni anni fa quando l’anziano acconsente a fare da garante al fratello, titolare di una piccola ditta: il ricco di casa, quello che “ha fatto i soldi”. Invece la sventura è sempre dietro l’angolo, tanto che il fratello “fortunato” si ammala di tumore, il male raggiunge uno stadio irreversibile e, nel frattempo, l’azienda, quel piccolo gioiello d’affari, accumula difficoltà su difficoltà. È a questo punto che l’imprenditore pensa di chiedere aiuto a suo fratello: «le cose vanno proprio male», gli dice, «fammi da garante per la casa di cura, vedrai che poi tutto si sistema». Invece non si sistema proprio nulla. Anzi. Avanza uno strapiombo fatto di sofferenza – per la malattia – e di sconfitte – la chemio non funziona, la ditta finisce in rovina con lo spettro del fallimento che diventa realtà – e un epilogo ancora più doloroso: la morte. È così che questo nonno alla sogna dei 90 anni archivia il funerale di suo fratello e torna alla sua vita di ristrettezze e privazioni. E, pur consapevole delle condizioni economiche di quel “garante”, continua con i suoi legali una battaglia tra aule di tribunale che si conclude con questo assurdo (e del tutto vano) pignoramento di un povero, che ha scandalizzato perfino gli agenti della polizia. (e.sci.)

…Non so a Voi, ma a me tutta questa pietà per il sig. Napolitano proprio non viene… Non gli auguto la morte… Ma proprio non riesco a biasimare chi lo fa, magari proprio il vecchietto dei due pomodori…

by Eles

Da Il Fatto Quotidiano:

Napolitano, pensione dorata: chauffeur, maggiordomo. E ufficio da 100 mq

Nonostante i tagli annunciati nel 2007, per i presidenti emeriti della Repubblica rimane una lunga lista di benefit: una segreteria di almeno una decina di persone, un assistente “alla persona”, una serie di linee telefoniche dedicate. Ridurre i privilegi? Il suo ufficio stampa: “Ha avuto impegni tali da non consentirgli di deliberare sulla materia”

Avrà di che consolarsi con il trattamento straordinario che lo aspetta: segreteria, guardarobiere, scorta. Con le dimissioni e l’uscita anticipata dal Quirinale, Giorgio Napolitano perderà la suprema carica, con un annuncio in arrivo probabilmente il 14 gennaio, ma non certo i servizi e i confort che hanno scandito la sua vita quirinalizia. Per lui, come da regolamenti in vigore, non si lesineranno mezzi e benefit, a cominciare dai telefoni satellitari, i collegamenti televisivi e telematici, lo staff nutritissimo e persino l’«addetto alla persona», sì, avete capito bene, proprio l’assistente-inserviente che alla corte inglese di Buckingam Palace più prosaicamente definirebbero “maggiordomo”. Insomma, un trattamento da vero monarca repubblicano al quale è riservato pure il diritto ad utilizzare un’auto con autista, privilegio che spetta anche alle vedove o ai primogeniti degli ex presidenti. Davvero niente male. E se ne era accorto lo stesso Napolitano che, nel 2007, tra le polemiche per le spese quirinalizie e le rivelazioni dei giornali sul trattamento degli ex annunciò tagli solenni. Ma, come Ilfattoquotidiano.it ha potuto verificare, quelle sforbiciate non sono mai arrivate e anche lui potrà dunque tranquillamente continuare a godere di sorprendenti agi e privilegi tra le compassate stanze di Palazzo Madama.

BENTORNATO, PRESIDENTE – Lasciato il Quirinale, Napolitano assumerà infatti le vesti di senatore a vita, carica che ha già ricoperto per pochi mesi dal 23 settembre 2005, quando fu nominato dal suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi, fino alla sua elezione al Colle il 15 maggio 2006. Al Senato, dove insieme allo stesso Ciampi formerà la gloriosa coppia degli ex capi di Stato, Napolitano si sistemerà in una location diversa da quella che lo aveva ospitato per poco più di sette mesi prima di trasferirsi al Quirinale. Il suo vecchio ufficio, infatti, è stato nel frattempo assegnato ad un altro senatore a vita: quel Mario Monti da lui stesso nominato poco tempo prima di diventare presidente del Consiglio. Così, per Napolitano si sono dovuti tirare a lucido gli oltre cento metri quadrati degli uffici di Palazzo Giustiniani con vista su San Ivo a suo tempo occupati da un altro ex illustre inquilino del Colle, il defunto Oscar Luigi Scalfaro.

BENEFIT A VITA – Un “buen retiro” dorato che, allo stipendio dovuto ai comuni senatori eletti, circa 15mila euro mensili netti, tra indennità, rimborsi e ammennicoli vari, sommerà anche una lunga serie di benefit a carico del bilancio della presidenza della Repubblica. Documenti alla mano, si scopre infatti che in forza di un vecchio decreto del 1998 a ciascun presidente emerito spetta innanzitutto il diritto ad utilizzare un dipendente della carriera di concetto o esecutiva del segretariato generale del Quirinale con funzioni di segretario distaccato nel suo nuovo staff. Altri due dipendenti del Colle possono invece essere trasferiti presso la sua abitazione privata romana di via dei Serpenti, con mansioni l’uno di guardarobiere e l’altro di addetto alla persona. Poi ci sono le cosidette “risorse strumentali”: un telefono cellulare o satellitare, un fax e un’altra connessione urbana ultraprotetta, una linea dedicata per il collegamento con il centralino del Quirinale, un’altra per quello con la batteria del Viminale e un allacciamento diretto con gli uffici dei servizi di sicurezza del ministero degli Interni, predisposti in duplicato presso lo studio e l’appartamento privato dell’ex presidente; quindi, collegamenti telematici (anche in questo caso doppi), consultazione delle agenzie di stampa e banche dati, oltre a connessioni televisive a bassa frequenza per la trasmissione dei lavori di Camera e Senato; per ultima, non poteva mancare, ecco l’auto con telefono e chauffeur riservata, vai a capire perché, pure alla vedova o al primogenito dell’ex capo di Stato. E non è finita.

PAGA IL SENATO – Una volta traslocato dal colle del Quirinale agli uffici del Senato, a Napolitano, come a tutti i presidenti emeriti della Repubblica, spettano altre cospicue dotazioni. Ci sono quelle della presidenza del Consiglio, mobilitata per l’utilizzo di treni, navi e aerei; ma ci sono soprattutto le altre poste a carico di Palazzo Madama. Si tratta di una munitissima segreteria composta da una decina di unità: un capo ufficio, tre funzionari, due addetti ai lavori esecutivi, altri due a quelle ausiliari e, a scelta, addirittura un consigliere diplomatico o militare. Una pletora di persone alla quale obbligatoriamente si aggiungono gli agenti di pubblica sicurezza e i carabinieri addetti alla scorta e alle postazioni previste presso le abitazioni private del presidente. A conti fatti, una trentina di persone che forniranno i loro servizi nell’arco delle 24 ore. Non spetta, invece, agli ex inquilini del Colle alcuna liquidazione, assimilabile al Tfr dei comuni lavoratori o all’assegno previsto per i parlamentari non rieletti. Interpellato dal ilFattoquotidiano.it, l’ufficio stampa del Quirinale spiega che «al momento della cessazione dell’incarico di presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano non riceverà alcuna indennità di fine mandato». L’attuale capo dello Stato, aggiungono dal Colle, «ha maturato 38 anni di contributi ma non ha mai beneficiato né beneficerà del vitalizio previsto per gli ex parlamentari in quanto incompatibile dapprima con l’assegno percepito in qualità di eurodeputato (Napolitano lo è stato dal 1999 al 2004, ndr), poi con quello di presidente della Repubblica e, infine, anche con quello di senatore a vita, carica che tornerà a rivestire una volta lasciato il Quirinale».

CHI SPENDING DI PIU’ – Quanto ai tagli ai privilegi degli ex capi di Stato annunciati qualche anno fa, i comunicatori del Colle spiegano a ilfattoquotidiano.it che «il mandato di Napolitano è stato finora caratterizzato da impegni tali da non consentirgli di deliberare sulla materia, ma qualora dovesse decidere di farlo prima della cessazione del suo incarico non intende fare della sua determinazione oggetto di campagna promozionale». Anche per ragioni di opportunità rispetto all’operato dei suoi predecessori. E, in ogni caso, «non è detto che, una volta esaurito il mandato, Napolitano si avvarrà indiscriminatamente delle prerogative previste per gli ex presidenti della Repubblica».
Insomma, prerogative rinunciabili ma solo se l’avente diritto vorrà.

fonte: http://blogdieles2.altervista.org/il-sig-giorgio-napolitano-professione-ex-presidente-della-repubblica-non-molla-i-suoi-privilegi-880-000-euro-lanno-solo-di-pensione/

Facciamo due conti: 20 miliardi per le banche, 1 miliardo per i poveri… Ecco a Voi il Governo Renzi-Gentiloni…!

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banche

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Facciamo due conti: 20 miliardi per le banche, 1 miliardo per i poveri… Ecco a Voi il Governo Renzi-Gentiloni…!

Il ddl povertà approvato in Senato dalla maggioranza è una presa in giro colossale, che non a caso arriva alla fine della legislatura. Il Governo Gentiloni tenta di salvare la faccia con un bluff, inseguendo il reddito di cittadinanza del M5S.
Il risultato è un obbrobrio: una rivisitazione della social card di Berlusconi e niente più!

Gentiloni copia la Social Card di Berlusconi

Il ddl povertà approvato ieri in Senato dalla maggioranza è una presa in giro colossale, che non a caso arriva alla fine della legislatura. Il Governo Gentiloni tenta di salvare la faccia con un bluff, inseguendo il reddito di cittadinanza del M5S. Il risultato è un obbrobrio: una rivisitazione della social card di Berlusconi e niente più.

Vengono stanziate risorse insufficienti fregandosene di milioni di italiani in difficoltà. La povertà non si combatte con l’elemosina, ma con un piano che al sostegno al reddito affianchi il reinserimento lavorativo. Il nostro reddito di cittadinanza prevede 15 miliardi di euro per aiutare i nuclei famigliari in difficoltà e 2 miliardi per rilanciare i centri per l’impiego. Reddito e lavoro.

C’è anche la truffa. Il ddl povertà è una legge delega: quindi in realtà nonostante i titoli dei giornali nulla è stato fatto! Ci saranno effetti reali solo con i successivi decreti legislativi se ci saranno. Ad oggi è un annuncio, un provvedimento in bianco che non dice nulla. Sappiamo solo una cosa: le risorse stanziate non bastano. Eppure i soldi ci sono. Gentiloni come primo atto ha creato 20 miliardi di nuovo debito a favore delle banche (compresa quella del Pd). E ora ne mette uno per i poveri perchè non ci sono i soldi? A chi vuol darla a bere?

Secondo le prime indiscrezioni, a beneficiare del miliardo stanziato dal Governo sarebbero soltanto alcune famiglie con figli minori o quelle con un membro under 55, escludendo così i pensionati e i giovani. Eppure più di 1 milione e mezzo di pensionati percepiscono una pensione inferiore a 500 euro al mese, negli ultimi anni 400 mila pensionati hanno abbandonano il nostro Paese per andare all’estero a cercare una vita dignitosa, la disoccupazione giovanile è intorno al 40% (in alcune regioni del Sud addirittura si avvicina al 60%), oltre 100 mila persone, soprattutto giovani, abbandonano ogni anno il nostro Paese.

Se oggi si parla di contrasto alla povertà è solo grazie alla battaglia portata avanti dal MoVimento 5 Stelle che ha sempre detto che NESSUNO DEVE RIMANERE INDIETRO. La soluzione però non è quella dell’elemosina a fini elettorali e propagandistici. La soluzione è il reddito di cittadinanza, primo e principale pilastro del nostro programma di governo. Un reddito che al sostegno affiancherà risorse per riavviare al lavoro i disoccupati, nell’ottica di un grande piano di rilancio economico e industriale. Tutto il resto sono elemosine elettorali.

20 miliardi per le banche, 1 per i poveri #GentiloniNonMiFreghi

di MoVimento 5 Stelle

Il ddl povertà approvato ieri in Senato dalla maggioranza è una presa in giro colossale, che non a caso arriva alla fine della legislatura. Il Governo Gentiloni tenta di salvare la faccia con un bluff, inseguendo il reddito di cittadinanza del M5S. Il risultato è un obbrobrio: una rivisitazione della social card di Berlusconi e niente più. Vengono stanziate risorse insufficienti fregandosene di milioni di italiani in difficoltà. La povertà non si combatte con l’elemosina, ma con un piano che al sostegno al reddito affianchi il reinserimento lavorativo. Il nostro reddito di cittadinanza prevede 15 miliardi di euro per aiutare i nuclei famigliari in difficoltà e 2 miliardi per rilanciare i centri per l’impiego. Reddito e lavoro.

C’è anche la truffa. Il ddl povertà è una legge delega: quindi in realtà nonostante i titoli dei giornali nulla è stato fatto! Ci saranno effetti reali solo con i successivi decreti legislativi se ci saranno. Ad oggi è un annuncio, un provvedimento in bianco che non dice nulla. Sappiamo solo una cosa: le risorse stanziate non bastano. Eppure i soldi ci sono. Gentiloni come primo atto ha creato 20 miliardi di nuovo debito a favore delle banche (compresa quella del Pd). E ora ne mette uno per i poveri perchè non ci sono i soldi? A chi vuol darla a bere?

Secondo le prime indiscrezioni, a beneficiare del miliardo stanziato dal Governo sarebbero soltanto alcune famiglie con figli minori o quelle con un membro under 55, escludendo così i pensionati e i giovani. Eppure più di 1 milione e mezzo di pensionati percepiscono una pensione inferiore a 500 euro al mese, negli ultimi anni 400 mila pensionati hanno abbandonano il nostro Paese per andare all’estero a cercare una vita dignitosa, la disoccupazione giovanile è intorno al 40% (in alcune regioni del Sud addirittura si avvicina al 60%), oltre 100 mila persone, soprattutto giovani, abbandonano ogni anno il nostro Paese.

Se oggi si parla di contrasto alla povertà è solo grazie alla battaglia portata avanti dal MoVimento 5 Stelle che ha sempre detto che NESSUNO DEVE RIMANERE INDIETRO. La soluzione però non è quella dell’elemosina a fini elettorali e propagandistici. La soluzione è il reddito di cittadinanza, primo e principale pilastro del nostro programma di governo. Un reddito che al sostegno affiancherà risorse per riavviare al lavoro i disoccupati, nell’ottica di un grande piano di rilancio economico e industriale. Tutto il resto sono elemosine elettorali. #GentiloniNonMiFreghi

 

 

fonti:

htps://giornalecchismo.com/2017/03/10/gentiloni-copia-la-social-card-di-berlusconi/

https://www.facebook.com/INDIGNADOS-ITALIA-150928878308556/

http://www.beppegrillo.it/2017/03/20_miliardi_per_le_banche_1_per_i_poveri_gentiloninonmifreghi.html

 

I risultati dei mille giorni di Renzi cominciano a farsi sentire: stangata su disabili e poveri per coprire i bonus e le mance dell’ebetino…!

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Renzi

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I risultati dei mille giorni di Renzi cominciano a farsi sentire: stangata su disabili e poveri per coprire i bonus e le mance dell’ebetino…!

 

Stangata su disabili e poveri per coprire i bonus e le mance

Il sistema – I tagli del triennio renziano costringono le Regioni a sforbiciare i fondi sociali. Gli 80 euro pagati dai meno abbienti.

Con una mano dare, con l’altra togliere, e quando scoppia il casino fare finta di indignarsi. Sono giorni in cui il governo dà il meglio di sé su una delle tante eredità lasciate da Matteo Renzi: l’enorme mole di tagli imposti alle Regioni per finanziare le diverse misure varate nei tre anni di governo del fiorentino, che ora presentano il conto. Questa storia è incredibile per l’irresponsabilità mostrata dai suoi protagonisti.

Nei giorni scorsi si è scoperto che per effetto di un’intesa nella Conferenza Stato-Regioni è stato deciso un maxi-taglio ai fondi sociali che vengono trasferiti dal primo alle seconde. Tra questi: 50 milioni al fondo per la non autosufficienza (disabili, malati gravi e familiari che li assistono), che torna ai 450 stanziati a ottobre e 211 milioni a quello per le politiche speciali, che passa così da 311 a 99 milioni (-67%). Soldi che servono a finanziare, fra le altre cose, asili nido, misure di sostegno alle famiglie più povere, assistenza domiciliare e centri anti-violenza. Diverse associazioni si sono infuriate. Appresa la notizia – fornitagli da un’interrogazione della deputata Pd Donata Lenzi – il sottosegretario alle Politiche sociali Luigi Bobba (Pd) è cascato dal pero: “Il fatto è di una gravità inaudita. Il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali non ha partecipato al confronto e questa assenza costituisce un’aggravante perché conferma come le scelte per la salute siano totalmente subordinate a fattori economici”. I fattori economici sono i tagli imposti dal governo di cui Bobba ha fatto parte, e distribuiti in accordo con quello in cui siede attualmente.

Nei suoi tre anni l’esecutivo Renzi ha imposto tagli sanguinosi alle Regioni per finanziare le diverse manovre e contenere il deficit. Un esempio su tutti: la misura più sbandierata, il “bonus Irpef”, i famosi 80 euro in busta paga è arrivata ad aprile 2014 con un decreto che per coprire i costi (10 miliardi l’anno) ha imposto un taglio alle Regioni di circa 12 miliardi nel 2014-2020. Parliamo della “più grande opera di redistribuzione salariale mai fatta in Italia” (Renzi). Funziona così: il governo vara la misura, la copre in parte con i tagli a Comuni e Regioni e, per queste ultime, gli lascia la scelta formale di dove tagliare.

Il 9 febbraio la Conferenza Stato-Regioni si è trovata così a dover ripartire i tagli del 2017 non ancora coperti: 2,7 miliardi. La proposta la fa il governo e poi parte la trattativa con le Regioni: se salta tutto, vengono tagliati tutti insieme. Il 23 febbraio si arriva all’accordo. Il Documento finale – firmato dal ministro agli Affari regionali Enrico Costa – elenca la provenienza dei tagli: ben 2,2 miliardi vengono proprio dal decreto sul Bonus Irpef del 2014. La stangata è pesante: 1,7 miliardi vengono sottratti al fondo enti territoriali dove le Regioni hanno versato i risparmi di spesa; altri 100 ai contributi per gli investimenti. Poi c’è la scure sul sociale: -485 milioni. Il fondo per l’erogazione gratuita dei libri scolastici alle famiglie bisognose perde 70 milioni (su 103), quello inquilini morosi incolpevoli altri 50, stessa cifra per i contributi all’edilizia scolastica mentre quella sanitaria perde 100 milioni (-50%). “Che esponenti del governo si meraviglino è allucinante – spiega Massimo Garavaglia, assessore in Lombardia e coordinatore per gli affari finanziari della Conferenza delle Regioni – Il documento è frutto di un lavoro fatto prima con il sottosegretario a Palazzo Chigi, Claudio De Vincenti poi con il suo successore, Maria Elena Boschi e infine siglato con il ministro Costa: la proposta è del governo, noi abbiamo solo limitato i danni”. I tagli, infatti, sono superiori ai trasferimenti e i governatori si sono dovuti impegnare a versare allo Stato gli avanzi di bilancio. Senza intesa, si perdevano tutti i fondi. “Solo le manovre 2014, 2015, 2016 hanno tagliato alle Regioni ordinarie 8,1 miliardi nel 2017 – continua Garavaglia –. Nel quadriennio 2016-2019 si arriva a 50”. Tra questi, quelli alla Sanità: 2 miliardi nel 2016, altri 1,5 nel 2017, a cui si sono aggiunti i 422 milioni che le Regioni speciali si sono rifiutate di subire. Quando a novembre 2015 i governatori si ribellarono all’ennesimo taglio, Renzi li convocò spiegando ironico: “Adesso ci divertiamo”. Passata la buriana, queste scelte presentano il conto, come i 3 miliardi tolti alle Province. Con l’intesa del governo, i fondi sociali che lo Stato gira alle Regioni vengono così tagliati del 40%. Tagli che colpiscono le fasce più deboli, le stesse che non hanno beneficiato degli 80 euro (non vanno agli incapienti), dell’abolizione dell’Imu prima casa o del taglio dell’Ires.

Il governo è tardivamente corso ai ripari. Oggi sarà approvata in Senato la legge delega per il contrasto alla povertà, che contiene il “Reddito di inclusione”: 400 euro mensili alle famiglie in estrema difficoltà con almeno un minore a carico.

Da Il Fatto Quotidiano del 09/03/2017.

Alfano: i parenti non finiscono mai. Dopo il fratello, spuntano pure i cugini…

Alfano

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Alfano: i parenti non finiscono mai. Dopo il fratello, spuntano pure i cugini…

da: sicilialivepalermo.it

 

I parenti di Angelino Alfano non finiscono mai, dopo il fratello alle Poste, i cugini alle Ferrovie. E davvero non c’è niente di male ad avere familiari sparsi un po’ ovunque, nei posti che contano e che danno diritto a sfolgoranti carriere con relativi stipendi. Si tratta, evidentemente, di fortunate coincidenze che nulla hanno a che vedere col ruolo pubblico del potente ministro. Non solo Alessandro, dunque, ecco gli altri.

Dopo il fratello, i cugini
Della famiglia di Alfano, torna oggi a occuparsi il ‘Fatto Quotidiano’ con una pagina di Daniele Martini. “E poi dicono che i partiti non contano più nulla – si legge -. Alle Fs quando c’è da mettere il turbo alla carriera di qualcuno fidato, i partiti contano eccome. Ecco due storie esemplari: la sagra siciliana dei fratelli Sciumè, cugini del ministro degli Esteri Angelino Alfano, e il volo del renziano Carmine Zappacosta”. Tralasciando per un attimo Zappacosta, chi sono gli ‘illustri’ cugini?

Una saga di famiglia
“Nelle Fs siciliane – scrive il ‘Fatto’ – la saga degli Sciumè è la dimostrazione che la famiglia Alfano le aziende di Stato le ha nel sangue. Non solo le Poste dove il fratello del ministro, Alessandro, fu assunto nel 2013 dopo un frettoloso esame del curriculum su Linkedin e dove ora riceve uno stipendio di duecentomila euro (…). Alle Fs l’influenza di Alfano si manifesta anche attraverso un signore legatissmo alla Cisl locale, Carmelo Rogolino, considerato da quelle parti più che fedele agli Alfano, quasi uno di famiglia. Rogolino affianca i due Sciumè. A Messina c’è Giuseppe Sciumè, ingegnere, che alle Fs era stato assunto come assistente di Dario Lo Bosco, presidente di Rfi-Rete ferroviaria italiana fino all’autunno del 2015, quando dovette dimettersi dopo che lo avevano arrestato per una storia di appalti ferroviari e corruzione. Sciumè ora è amministratore di Bluferries, la società navale delle Fs per i traghetti tra Reggio Calabria e Messina, mentre Rogolino dirige invece la navigazione targata Rfi: in pratica tutto il movimento di passeggeri auto e camion sullo Stretto, in concorrenza con i privati di Caronte & Tourist, è in mano alla famiglia Alfano”.

“A Palermo, Rogolino è direttore territoriale delle Fs, mentre Antonio Sciumè, dopo una raffica di promozioni, è diventato capo del settore armamento e quindi deve occuparsi della manutenzione e degli investimenti sui binari”, scrive ‘Il Fatto’.

Con Matteo nel cuore.
L’articolo descrive, dunque, anche “il volo del renziano Carmine Zappacosta, compiuto in scioltezza, con la bandiera del Pd in mano e Renzi nel cuore. La storia di quest’ultimo sembra una favola, quattro anni fa era un precario, ora è l’amministratore delegato di Italcertifer, azienda Fs di piccole dimensioni, ma di notevole importanza (…). Fino alla nomina, Zappacosta era anche un politico responsabile dei trasporti del Pd toscano in quota Renzi ed esponente della segreteria regionale (…). Parlando con Il Fatto, Zappacosta esclude tassativamente che tra la sua fulminante carriera e la politica possa esserci una qualche relazione, rimanda al suo curriculum di ingegnere e dice di essere stato scelto in una rosa di 72. Tutti sanno, però, che nelle nomine Fs i partiti di destra, sinistra e centro hanno sempre messo becco, sia quando amministratore era Mauro Moretti, sia ora che c’è un suo emulo, il renzianissimo Renato Mazzoncini”.